venerdì 30 aprile 2010

Goblin - Profondo Rosso

Io sono Nero.



Come si vive con una persona che ti dice, ogni santo giorno, che non sarà mai più felice come una volta?
Male. Si vive male.
C'è una soluzione a tutto ciò?
Credevo di si. Credevo che bastasse cambiare, capire di aver sbagliato, non sbagliare più, e fare tutto il possibile e l'impossibile per renderla di nuovo felice.
Ci sei riuscito?
No. Ho fallito.
E adesso?
Adesso vivrò così. Sapendo che qualsiasi cosa faccia, non sarà mai abbastanza.
E' giusto vivere così?
La giustizia non è di questo mondo.
Sei felice?
Non è importante. Non interessa a nessuno.
A me interessa...
Tu sei nessuno. Tu sei me.
A te non interessa di te stesso?
Non più.
Perchè?
Perchè ho capito che l'Amore fa rima con Dolore. Perchè ho scoperto che chi mi ama, mi odia.
Frasi fatte...
Si. Frasi fatte. E frasi vere, come tutte le frasi fatte.
Sei banale...
Tu mi trovi banale. E tu sei me.
Cosa farai oggi?
Vivrò. Respirerò. Mi guarderò in giro.
E cosa vedrai?
Non-morti. Gente che sopravvive, senza vivere.
Tu invece vivi?
Si. Per questo posso morire.
Hai paura dei non-morti?
Ho paura di tutto.
Anche di te stesso?
Soprattutto di me stesso.
Cosa ti fa paura di te stesso?
Quello che non vedo. Quello che ho dentro.
Cosa hai dentro?
Tanto amore, tanto dolore.
Insieme?
Te l'ho detto prima: stanno sempre insieme.
Sei arrabbiato?
Si. Con me stesso.
Come mai?
E' tutta colpa mia. Ho rovinato tutto.
Mi sembri pessimista...
Il pessimismo lo lascio ai poeti. E' molto più spaventosa la realtà.
C'è possibilità di cambiare le cose?
Credevo di si.
Invece?
Invece no. Al massimo puoi modificare te stesso.
Fino a snaturarti?
No, questo no. Non sarebbe giusto.
Ma la giustizia non è di questo mondo...
Vero.
Mi dai ragione?
No. Non posso darti torto.
E' la stessa cosa...
No, non è la stessa cosa.
Sono sfumature...
Non amo le sfumature. Amo ciò che è bianco o nero.
E tu come sei?
Nero. Io sono Nero.

mercoledì 28 aprile 2010

Lo specchietto



Gianni lavorava part-time in una azienda in crisi durante la crisi. Gianni aveva un contratto di apprendistato della durata di tre anni che sarebbe scaduto dopo pochi mesi. Gianni guadagnava circa 900 euro al mese.

Gianni aveva una Panda tutta scassata. Aveva deciso di comprare una Fiesta nuovo modello. Mise i soldi da parte con grande parsimonia: rinunciò a vacanze, uscite con amici, trasferte per seguire la squadra di calcio. Dopo due anni, riuscì ad avere una somma decente che gli permettesse di dare un buon anticipo per l'acquisto di una Fiesta grigio metallizzata.

Il giorno tanto attesò, finalmente arrivò. Andò a ritirare l'auto con una gioia nel cuore enorme. Il giorno dopo si recò al lavoro con l'auto nuova, mostrandola a tutti i colleghi. Era felice, Gianni, finalmente felice.

I giorni successivi divennero settimane. Ogni sera, dopo il turno di lavoro, Gianni girava intorno all'auto controllando che tutto fosse a posto. Una sera, però, ebbe una brutta sorpresa: qualcuno gli aveva rubato lo specchietto laterale dal lato passeggero. Incazzato come una belva, ma rassegnato alla realtà partenopea che spesso ti fa vivere episodi del genere, Gianni tornò a casa. Quella notte non riusci a dormire.

Il giorno dopo andò da un rivenditore autorizzato e comprò un nuovo specchieto, se lo fece montare, pagò quanto doveva e si recò al lavoro.

Dopo una decina di sere, Gianni ebbe una nuova brutta sorpresa: gli avevano rubato anche l'altro specchietto, quello dal lato guida. Questa volta entrò dentro al supermercato e protestò con la direzione, dicendo che il servizio di sicurezza era indecente visto che per la seconda volta gli avevano rubato uno specchietto. La direzione prese nota del suo reclamo, ma si vedeva che nessuno aveva voglia di muovere un dito.

Quella notte Gianni non riuscì a dormire.

Il giorno dopo andò dallo stesso rivenditore autorizzato e comprò nuovamente uno specchieto, se lo fece montare, pagò quanto doveva e si recò al lavoro.

La notte, però, Gianni non riusciva a dormire più bene. Ed anche quando era al lavoro, usciva sempre a controllare che l'auto fosse a posto. Iniziò a divenire paranoico. Cercava di parcheggiare sempre in posti diversi. Se era fortunato, metteva l'auto in un posto vicino alla grande vetrata del negozio, così riusciva a sorvegliarla. Spesso si distraeva, e mentre i clienti gli chiedevano informazioni su un determinato prodotto, Gianni non li ascoltava nemmeno: guardava solo la sua auto, e stava attento a che nessuno si avvicinasse.

Andò avanti così circa un mese, poi una sera si accorse che gli avevano rubato, per la terza volta, uno specchietto: anche questa volta, gli avevano rubato quello del lato guida. Furibondo come non mai andò alla direzione e pretese di parlare col capo della vigilanza interna. Cercarono di placarlo, ma ormai era fuori di sè. Alla fine, comunque, non riuscì a parlare col direttore della sicurezza, che se ne era andato da una uscita laterale appena il suo turno era finito.

Anche quella notte, Gianni non dormì. Anzi, rimurginò. Chiuso in un silenzo tombale, passò la notte fuori al balcone a pensare, pensare, pensare.

Il giorno dopo, Gianni non si recò dal rivenditore autorizzato a prendere un altro specchietto... ma andò a Napoli, in una armeria. Prese 400 euro dal suo conto postale e le investì su una pistola SIG SAUER usata e una piccola confezione di proiettili.

Prese una settimana di ferie, ma si recava comunque al lavoro. Parcheggiava la macchina vicino al bosco, entrava nel supermercato, lo attraversava ed usciva dal lato opposto. Faceva tutto il giro e ai andava a nascondere nel bosco. Dopo sei giorni, finalmente ebbe la sua occasione: uno sconosciuto si avvicinò alla sua Fiesta, si guardò intorno e cominciò a lavorare con un cacciavite. Gianni attese che il delinquente finisse il suo lavoro e uscì dal bosco all'improvviso:

"Brutto figlio di puttana", urlò allo sconosciuto "quanti cazzo di specchietti hai deciso di rubarmi?".

Il delinquente si girò di scatto, ma non appena vide la pisto si pietrificò.

"Nun fà strunzate, fratè... che hai fà cu chella pistola?", blaterò il ladro, ma Gianni parve non sentirlo.

"Mi hai rubato tre specchietti, ed oggi volevi fottermi il quarto. Sei una merda".

Gianni si avvicinò allo sconosciuto, che si stava letteralmente cacando sotto: "Scusami, fratè... ti chiedo scusa", implorò in maniera nemmeno tanto convinta. Gianni non lo ascoltava nemmeno:

"Cammina", gli ordinò indicando il bosco, "cammina fino a quando non ti dico di fermarti. Bastardo."

Il ladro entrò nel bosco con Gianni ed una pistola alle spalle. Camminarono per un centinaio di metri, con il ladro che continuava a chiedere scusa mentre Gianni non diceva nulla. Assolutamente nulla.

"Fermati qui", gli disse all'improvviso. Intorno non c'era nulla, e l'unica luce lontana proveniva da un lampione dell'asse mediano. "Mettiti in ginocchio", gli comandò.

Il ladro eseguì: si mise in ginocchio dando sempre le spalle a Gianni. "Fratè, che vuò fà? Ja, perdonami. Aggio sbagliato, lo so. Ti giuro che a'macchina toja nun la tocco chiù. Prenditi sti soldi", gli disse, porgendogli qualche carta da 50 euro, "saranno quasi duecento euro. Prendili, così stiamo pace".

Gianni gli girò intorno, gli si mise di fronte e prese i soldi. Lo guardava sempre con sguardo severo. Ma piano piano, secondo dopo secondo, il suo viso cominciò ad allargarsi. Un tenue sorriso, quasi un ghigno sinistro, si dipinse sul suo volto. Il ladro prese coraggio: "Ja, lasciami stare. Abbiamo sistemato tutto, no?". Gianni cominciò ad ingigantire il sorriso, ed il ladro pian piano fece lo stesso. Dopo pochi secondi, Gianni cominciò a ridere di gusto. Il ladro, abbastanza frastornato, seguì Gianni e cominciò a ridere anche lui. Rideva sempre più forte, seguendo le risate di Gianni. Poi, d'improvviso, entrambi smisero di ridere. All'unisono. Il ladro cancellò il sorriso dal proprio volto e sgranò gli occhi. Un liquido caldo cominciò a scorrergli dalla fronte. Quando il liquidò passo davanti all'occhio sinistro e raggiunse la bocca, il ladrò capì: era sangue. Era il suo sangue. Guardò Gianni con aria pietosa, come a chiedergli e a chiedersi perchè. Perchè stava per morire? Perchè Gianni gli aveva piazzato una pallottola in testa?

Gianni non rispose. Continuò a guardarlo in faccia, con lo stesso ghigno. Lo stesso, identico ghigno. Non disse nulla. Il ladro stramazzò a terra. Morto stecchito.

Gianni attese quasi un minuto, prima di ritornare all'auto. Pulì bene le suole delle scarpe prima di entrare, mettere in moto, e tornare a casa.

lunedì 26 aprile 2010

Il venditore di poesie



Vendeva poesie agli angoli delle strade. Si metteva lì, col banchetto. Aveva un archivio di poesie. Tu potevi andare lì e sceglierne una, che magari potevi dedicare a tua moglie, alla tua fidanzata, a tua madre. Vendeva poesie sui marciapiedi dove le persone camminavano a passo svelto coi cellulari incollati alle orecchie, ignari della poesia che cinge ogni vicolo ed ogni piazza. Vendeva poesie d'amore e di amicizia, di pace e di speranze.

Lo trovavi sempre lì, ogni santa mattina. All'ingresso della stazione di Rebibbia. E lo ritrovavi sempre lì, ogni santa sera, quando il treno vomitava pendolari. La sera, invece, era solito bazzicare Piazza Navona: tra i ritrattisti vedevi questo banchetto su cui era scritto VENDESI POESIA. Rideva sempre. E se qualcuno obiettava che la Poesia non si vende, non si deve vendere, egli rispondeva: "Non la venderei mica se la gente l'avesse. Ma il mondo ha perso la poesia, io l'ho ritrovata e la rivendo. Quando tutti avranno ritrovato la Poesia, cambierò mestiere.".

Altre sere, invece, specie nei week end, lo trovavi a Castel Sant'Angelo, tra le bancarelle di libri usati. Oppure a Trastevere, a Piazza Trilussa. Era sempre lì, col suo sorrisino in faccia e il suo banchetto di poesie in vendita.

Per diciassette anni ha fatto questo mestiere, il venditore di poesie. Poi, d'improvviso, sparì. Disse agli ambulanti amici suoi che doveva tornare al paese, per un'emergenza. Se qualcuno lo cercava, l'avrebbe trovato la settimana successiva. Dopo un mese, invece, il venditore di poesie tornò, e chiese agli altri ambulanti se qualcuno lo avesse cercato. "I primi quattro-cinque giorni ti hanno cercato un pò di persone, glielo abbiamo detto di tornare dopo una settimana, ma poi non si sono visti più".

Il sorriso, che aveva sempre popolato il volto del venditore di poesie, sparì. La carnagione si fece pallida. Gli occhi si arrossarono, e si inumidirono. Non disse nulla. Ringraziò gli ambulanti e li salutò. "A domani", disse loro.

Sono undici anni, da quella sera, che quel domani non arriva.

Una mostra sotto l'Ara Pacis


Una domenica mattina soleggiata può divenire un ottimo motivo per parcheggiare lungo il Tevere e visitare l'Ara Pacis. Il Senato Romano, quasi duemila anni fa, decise di erigere l'Altare della Pace in onore di Augusto che aveva "pacificato" (cioè, ridotto in schiavitù con il Sangue e la Spada) due province ribelli.

Ciò che in realtà interessa a me e Marinella non è l'architettura razionale e classica dell'altare, nè i bassorilievi che ne adornano le fiancate: nelle stanze situate sotto l'Ara Pacis è stata allestita una mostra. Dedicata al più grande poeta italiano degli ultimi cinquant'anni.
Una moderna ed austera scalinata ci fa scendere ai piani inferiori, dove il buio di stanze regolari ci attende.

Attendo che la retina faccia il suo lavoro. Quando l'occhio si è abituato all'oscurità, vedo parole bianche proiettate sul pavimento nero. Amore, Libertà, Guerra, Genova. Perpendicolari a queste scritte, si stagliano trasparenti pannelli che si animano di versi e musica, di visi e di volti, di parole dette con voce calda e bassa, mentre il pollice e l'indice stringono l'immancabile sigaretta. Il fumo distrugge i polmoni e rovina la voce, dice la medicina. La prima affermazione è certamente vera. Non ho, ahimè, strumenti per negare la seconda. Dico solo che la voce del Poeta genovese è accordata perfettamente alla sua chitarra e al cuore di migliaia di esistenze.

Il buio s'infittisce quando lasciamo la stanza dei fantasmi, ed entriamo in quella dei dischi. Basta mettere un 33 giri su un tavolaccio di legno scadente per ascoltarne stralci delicati e furiosi. Io e Marinella abbiamo una predilezione per Il Bombarolo, traccia indelebile dell'indelebile Storia di un Impiegato. Il profilo del Poeta genovese anarchico compone la copertina del disco.

Sulle pareti di questo cunicolo annerito è possibile scorgere qualche foglio di carta su cui è incisa una poesia o i versi di una canzone. Le immancabili foto di una vita passata sotto i riflettori, nonostante Fabrizio abbia fatto di tutto per tirarsi fuori dal mondo delle celebrità. Addirittura, una pagella scolastica. Non mi aspettavo di trovare voti così bassi. Una sfilza di Cinque e di Sei, nessuna eccellenza nemmeno nelle arti letterarie italiane, latine o greche. E' proprio vero: talvolta il genio si annida in anfratti che difficilmente la Scuola riesce ad esplorare. Misera consolazione, forse. Ma tant'è.

Passo dopo passo, mano nella mano, carezza dopo carezza, Marinella ed io giungiamo alla sala dei tarocchi. Una luce più forte ci preannuncia la fine del tour: la freccia sulla parete sentenzia "Uscita". Prima, però, c'è questa interessanta stanza multimediale, dove un nano in carne ed ossa simboleggia Il Giudice. Non un giudice comunista, di quelli che Berlusconi odia. Un giudice, bensì, che ha passato la vita a farsi prendere per il culo, semplicemente perchè "diverso": nel suo caso, la diversità si chiama nanismo. Ebbene, tal nano decide di vendicarsi di tutti coloro che per anni lo hanno deriso, insultato, offeso. E ricorda a tutti che ha il cuore fin troppo vicino al buco del culo.
Marinella realizza un tarocco col proprio nome, dopo una donna poco sveglia che ha perso dieci minuti a capire come fare un tarocco, fallendo al fìn.

All'uscita dell'Oscura Mostra, l'immancabile consumismo impone di passare tra cartoline e t-shirt, boccali e tazze, orologi da parete e preservativi del Maggio Francese. Prima dell'ultimo passo, prima del ritorno nel mondo dei non-morti, un libricino aperto invita ai visitatori di lasciare un segno della loro presenza. Marinella ed io decidiamo di scrivere due righe, che si concludono con: "Grazie, Fabrizio".

venerdì 23 aprile 2010

Perchè?



La domanda più semplice è anche la più banale: perchè questo blog? Non sono solito rispondere alle banalità. Questa volta, però, voglio rispondere.

Questo blog nasce da una esigenza, tutta personale, di raccontare. Storie, leggende, impressioni, emozioni, incubi, paure. Ho bisogno di raccontare, di scrivere, di esprimermi. E' un bisogno, oserei dire, fisiologico e metafisico. Da quando ero adolescente, non riesco a smettere di scrivere. Qualsiasi argomento (arte, letteratura, sport, politica, economia, cinema, musica) è stato da me trattato, almeno una volta in questi trent'anni. Alla fine, ho capito perchè avevo bisogno di "dire la mia" su ogni cosa: perchè avevo paura. Paura di ciò che pensavo e di ciò che pensavano gli altri. Paura di non piacere alle persone che amavo e alle persone in genere. Paura di aver capito che tutto andava peggiorando mentre intorno a me l'umanità continuava a sorridere. Paura di essere fedele ad una idea, come ad una persona.

Come soleva dire l'Autore: non esiste la Paura senza aggettivi, si ha sempre paura di qualcosa.

Mi hanno insegnato, da quando ancora non avevo la barba, che un vero uomo non ha paura. Ebbene, dopo trent'anni, posso dirvi almeno una certezza: non sono un vero uomo. Se un vero uomo non ha paura, non sono un vero uomo. Oppure la verità è un'altra: anche un vero uomo ha paura, perchè aver paura è proprio dell'Uomo.

Questo blog nasce proprio da questo desiderio di affrontare, raccontandole, le mie paure.
E se le mie paure saranno anche vostre... allora avremo paura insieme.