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sabato 29 marzo 2014

Regno delle Due Sicilie, ovvero "la Germania d'Italia"



Pochi anni fa Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, spulciò tra gli archivi delle Borse di Anversa e Parigi per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Il motivo è semplice: nella storia dello stato moderno, di ispirazione giacobina, quella iniziata nel 1861 è l'esperienza più vicina al faticoso tentativo di dare maggiore consistenza e unità politica alla UE, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali (compresi i debiti sovrani) degli stati europei. "Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati" ricordava la studiosa. 
Dopo l'invasione del Regno delle Due Sicilie, i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean"). La Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro faticoso di raccolta dati dai database e dagli archivi originali per capire come si sono mosse le quotazioni. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo la sedicente Unità: quelli del Regno delle Due Sicilie (pari a un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). 
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno delle Due Sicilie economicamente stava all'Italia come la Germania oggi sta all'Eurozona. "Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto", scriveva la Collet, la quale ricordava che Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia e che le regioni del Sud avevano un'agricoltura fiorente (anche se basata sul latifondismo), una discreta struttura industriale e aree portuali commercialmente importanti.

Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi: esattamente lo stesso timore che oggi la Germania vive con gli eurobond. Nel 1862, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che la sedicente Unità era ormai irreversibile. "L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa" affermava Collet, prima di concludere il proprio lavoro e dimostrare, ancora una volta, quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, nel confronto con l'Europa di oggi, "la Germania d'Italia".
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sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

martedì 4 febbraio 2014

"Vendesi balcone di Garibaldi", e Napoli si sfoga contro l'omm 'e mmerd



La notizia nei giorni scorsi era su tutti i quotidiani di Napoli: l’appartamento dal quale Giuseppe Garibaldi si affacciò per proclamare l’Unità d’Italia è in vendita. Trattasi, raccontano i quotidiani locali, di immobile assolutamente di pregio — al piano nobile di palazzo Doria d’Angri, in piazza Sette Settembre — per il quale si sarebbero già fatti avanti alcuni compratori. Complessivamente si tratta di 1050 metri quadrati che occupano tutto il primo piano dell’edificio. Affaccio, dunque, su piazza Sette Settembre — dove si trova appunto il balcone di Garibaldi — su via Sant’Anna dei Lombardi (dove per ironia della sorte c’è la sede di Insorgenza, la nostra sede… ) e su via Toledo. Soffitti affrescati, una infilata di saloni, atmosfera di grande effetto, per la “modica” somma di 4 milioni e mezzo.

Nessun giornale però ha raccolto le reazioni del web alla notizia. Reazioni forti e molto polemiche, come quelle sulla pagina facebook del Mattino: oltre 200 i commenti sotto la notizia della vendita, nel post pubblicato il 1 febbraio, che dimostrano ormai una realtà. Quella che la verità storica ormai è diffusa sempre più. Per cui Garibaldi non è un eroe ma il mandatario della colonizzazione. Un nemico, insomma.

C’è chi invoca l’abbattimento “per quello che ha fatto”, chi la disinfestazione, chi dice “appicciatelo”, chi si augura nella sua trasformazione in cesso pubblico, chi in una casa chiusa per dare un messaggio simbolico, chi fa riferimento all’inizio della nostra fine, chi lo prende direttamente a parolacce.

E ancora, c’è chi scrive che quella proclamazione rovinò il Sud Italia, chi vorrebbe che non fosse mai arrivato il giorno di quel proclama, chi definisce Garibaldi un bandito che ci ha defraudati e saccheggiati che non merita né un posto in cronaca né la glorificazione storica, maledicedolo, chi dice che la decisione dell’unità fu una decisione economica presa da poteri economici di cui Garibaldi fu solo l’esecutore materiale, chi lo chiama Caino dedicandogli un poema in cui si racconta del suo patto con Liborio Romano che significò trasformare la camorra, fin’ora malavita disorganizzata, in Sistema. E i rarissimi che difendono l’Italia, nei commenti, vengono mangiati vivi e chiamati “italioti”.

Ci sono anche ipotesi che ci piacerebbero se non fossero utopiche: c’è chi dice che qualcuno dovrebbe comprarla e dichiarare da lì la secessione. E, ancora,  c'è chi inveisce imputando a Garibaldi le ruberie sulla nostra terra e gli omicidi dei nostri fratelli. Chi spera nell’abbattimento anche della statua di Garibaldi nella stazione centrale. E non mancano nemmeno commenti in lingua, “mà pecchè nun te ne stiv a Caprera pè cazz tuoi?” e molti “Nun se putev jetta’ d’a copp abbasc?”.

Insomma di tutto. Ho letto tutti i 237 commenti (e in due casi sui cinque che hanno difeso Garibaldi, soli cinque su 237, non ce l’ho fatta a trattenermi, intervenendo a mia volta).
Ho letto di tutto di più.

L’unica cosa di cui ho trovato pochissima traccia sono proprio i meridionalisti. Ma non è una polemica, sia chiaro, anzi. E’ una cosa che mi ha sorpresa e rafforzata. Non solo perché ormai la verità storica è una consapevolezza generale e popolare, che cresce sempre più. Ma anche perché tra quei commentatori l’aria di nostalgismo mi è sembrata pochissima. Piuttosto una gran rabbia che mi pare crescere e una voglia di riscatto per la nostra terra, che accendono speranze per il futuro.

Lucilla Parlato, da Insorgenza.it