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domenica 11 maggio 2014

L'antispecismo ai tempi del MC Donald's vegano



Vi incollo un documento che ho trovato in rete, su un noto social network:

L'antispecismo è il completamento delle ideologie antitotalitariste e anti-dominio. Riteniamo che gli individui non umani tutti, meritino le stesse libertà che esigiamo per gli individui umani oppressi dalla macchina del dominio e dello sfruttamento. Non è pensabile un mondo di liberi ed eguali, dove si ritengono alcuni individui ancora "diversi" solo perchè appartenenti a una specie diversa. Pensiamo che i concetti di individui inferiori, appartengano solo ai regimi di dominio, non alla società che vogliamo costruire distruggendo quella attuale. Premesso ciò, è aberrante il modo in cui l'antispecismo e i suoi principi, si stiano trasformando in una semplice e inutile propaganda di un regime dietetico diverso. Non sono antispecista perchè sono vegano, ma sono vegano perchè sono antispecista, il veganismo è solo un mezzo, ma non il fine. Non siamo vegan* perchè la frutta fa bene alla salute e la carne no, non siamo vegan* perchè la panna di soya è più leggera e quella di latte di mucca no. Siamo vegan* perchè siamo schifati dallo sterminio animale, dalla mercificazione di individui fatti nascere e crescere solo ed esclusivamente per essere massacrati e diventare prodotti in vendita nei supermercati. Siamo vegan* quindi, perchè boicottiamo lo sterminio animale, perchè non vogliamo più essere complici di un sistema simile, che mercifica e uccide, solo ed esclusivamente per il profitto. E siamo vegan*, perchè siamo stanchi di vedere le nostre foreste e il nostro pianeta, diventare un deserto di morte e di insegne luminose per sostenere una specie che si comporta ormai come un tumore maligno, che per vivere meglio sta distruggendo 3 miliardi di anni di evoluzione della vita sulla Terra. Siamo vegan* per queste ragioni, gli altri pro di questo cambiamento personale sono semplicemente pregi che ci spingono magari a vivere più facilmente questo cambiamento, ma non possono diventare le motivazioni del cambiamento.
Il capitalismo è infame, ed è marcente, ma cerca sempre di tornare alla ribalta in quest'epoca di crisi economica, ma sopratutto sociale. Ed ecco allora che nasce, con tutto il suo maleodorante aspetto, il mostro del capitalismo verde. Mc donald che si prepara a sfornare panini vegani, nestlè che si dà da fare per creare prodotti senza latte, le multinazionali che si mobilitano in massa per riprendere il mercato in mano, seguendo la scia del cambiamento degli schiavi consumatori.

Noi antispecist* non vogliamo l'adattamento della società specista e capitalista agli ideali antispecisti, noi vogliamo la distruzione di questa società, e la ricostruzione all'opposto. I mc donald li vogliamo in fiamme, non pieni di colori verdi e ammiccanti. I panini vegani, e voglio esere volgare, se li infilino in culo. Il mc donald va bruciato per i suoi stermini di massa di animali, ma anche per la sua collaborazione nella distruzione delle foreste, e per lo sfruttamento di bambini del sud del mondo per le sorpresine degli "happy meal" che di happy non hanno un cazzo, neanche i tumori all'intestino che spunteranno al bambino occidentale di turno quando crescerà mangiando merda, che sia o meno vegana.
Ricordatevi che le mucche vengono mandate al macello dagli stessi che ora vogliono vendervi i wrustel vegan nel supermercato, ricordatevelo bene, perchè a loro importano i soldi, i vostri compresi, ma non gli importa un cazzo nè della liberazione animale nè di quella umana.

Quello che noi dobbiamo fare, è distruggere questo sistema evitando il più possibile il fiorire del capitalismo verde, o torneremo a stare nelle nostre gabbie di scaffali in poco tempo. Autoproduciamoci, organizziamoci, guerrilla garden, orti collettivi, usciamo dalle logiche del dominio e dalle logiche del capitalismo, cerchiamo di boicottare questo sistema che ci vuole alla mercè del profitto, animali non umani o umani che siano, loro vogliono tutti schiavi, non vogliono cambiare, vogliono solo adattare l'oppressione al cambiamento sociale che è in atto.

Per chi vive in città magari, le difficoltà saranno più ampie di chi vive in campagna, ma per questo è necessario  più che mai un mutualismo anarchico tra tutt* gli/le antispecist*. Espropriamo spazi, costruiamo orti gratuiti dove prima vi era il cemento, combattiamo il capitale veramente, per farlo morire una volta per tutte, invece di dargli nuovi modi di opprimerci.

E ricordate che anche solo una pianta di zucchine in un vaso in balcone, può essere un attacco al capitale.<

NON CREDETE ALLE STRONZATE DEL CAPITALISMO VERDE, AUTOPRODUZIONE ED ESPROPRIAZIONE UNICHE SOLUZIONI!
GUERRA ALLO SPECISMO E AL CAPITALISMO,
LIBERAZIONE UMANA E DELLA TERRA!
NON IL MINIMO DANNO MA LA MASSIMA DISTRUZIONE!
ANARCHIA VERDE (A)
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martedì 11 marzo 2014

Il progetto di spopolamento del Pianeta



Tratto da New Apocalypse




Questo scioccante video è appena emerso dal sito Defense Intelligence Agency (DIA) e promuove apertamente lo spopolamento globale, aggiungendo che stanno prendendo provvedimenti per evitare che più persone popolino la Terra.
Elenco dei modi in cui stanno attualmente implementando il loro ordine del giorno:

1 – OGM (Organismi Geneticamente Modificati)

Vi siete mai chiesti perché la Cina, la Russia, e circa 60 altri paesi richiedono l’etichettatura degli OGM, ma l’America non lo fa? Oggi ci chiediamo perché la FDAmette un timbro di approvazione su un prodotto che provoca tumori, cancro e infertilità negli animali da laboratorio? La domanda è perché gli OGM sono consentiti e messi sugli scaffali quando sono stati conosciuti come portatori allo sviluppo di tumori e cancro negli esseri umani? Inoltre ci chiediamo perché i tassi di natalità sono in un costante declino negli ultimi 12 anni?
La risposta è semplice, coloro che cercano di controllarci stanno attuando i loro protocolli subdoli sulla popolazione che inizia con la sterilizzazione di massa e lo spopolamento attraverso OGM. Mentre la ricerca continua a dimostrare che consumare OGM conduce alla mutazione delle cellule nel corpo umano, le nostre élite continuano ulteriormente la produzione del prodotto. L’unica risposta, ci vogliono morti!


2 – Chemtrails Scie chimiche (Geo-ingegneria)

Ormai tutti hanno assistito alle striature bianche nel cielo, che si estendono da orizzonte a orizzonte, in ultima analisi, trasformando il cielo in una nebbia torbida. Non possiamo più ignorare il fatto che i nostri cieli sono stati pesantemente inquinati con alluminio, bario, piombo, arsenico, cromo, cadmio, selenio e argento. Tutto ciò creando una serie di problemi di salute, tra cui: effetti neurologici, danni cardiaci, problemi della vista, fallimenti della riproduzione, danni al sistema immunitario, disturbi gastrointestinali, reni danneggiati, fegato danneggiato, problemi ormonali, e altro ancora.

Queste élite spruzzano nei nostri cieli scie chimiche mortali nella speranza di ridurre la popolazione. Inoltre, le scie chimiche sono state usate come agenti per test biologici sulla popolazione stessa, mentre il sistema corrotto continua a sostenere che si tratti di semplice vapore acqueo. Ma noi sappiamo che non è così.

3 – Il fluoro nell’acqua

Il fluoro è una sostanza altamente tossica. Si consideri, per esempio, l’avviso che indica veleno nelle etichette che la FDA richiede in dentifrici venduti negli Stati Uniti, o l’uso prolungato di fluorizzazione nei pesticidi utilizzati per uccidere i ratti e gli insetti. Oppure i milioni di persone in Cina e India, che ora soffrono di patologie ossee invalidanti da acqua potabile fluorurata.

Gli studi continuano a dimostrare che il fluoro ha poco o nessun effetto nella prevenzione della carie quando aggiunto all’acqua. Tuttavia diversi studi rivelano effetti a lungo termine, tra cui: danni al cervello, malattie della tiroide, artrite, cancro alle ossa, e di altre malattie delle ossa, problemi riproduttivi, e altro ancora. Il fluoro è anche conosciuto come uno dei principali prodotti chimici utilizzati nella modificazione del comportamento. Esso agisce come un agente paralizzante sul cervello e funziona come un sedativo, rendendo le persone docili. La ‘fluorizzazione’ è stata utilizzata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale.

4 – HAARP (High-frequenza di Active Auroral Research Program)

HAARP è presumibilmente utilizzato per determinare come la ionosfera, o gli strati superiori dell’atmosfera, influenzano i segnali radio, con l’obiettivo finale di sviluppare la più avanzata tecnologia di comunicazione radio. Stronzate.

Che cosa è veramente HAARP? È un’arma del governo segreto usata per manipolare il tempo e causare disastri “naturali” come uragani, tornado, tsunami, terremoti e temporali. Si manipola la ionosfera e, di conseguenza, modifica la magnetosfera. Inoltre, HAARP emette onde di frequenza estremamente basse (ELF), che possono creare il cambiamento di umore influendo su milioni di persone.

Questo potere è stato usato ripetutamente e molti sostengono che è stato responsabile ad innescare il terremoto di Haiti, il terremoto in Cile, il tifone nelle Filippine, uragano Sandy, l’uragano Katrina, terremoto e tsunami in Giappone, tornado, terremoti e alluvioni in Italia e altro ancora.

5 – Vaccini

Innumerevoli testimonianze di bambini che hanno reazioni avverse alle vaccinazioni abbondano in tutto il paese. Le madri hanno dolorosamente assistito al cambiamento del volto del loro figlio con l’iniezione del vaccino, solo per scoprire che l’autismo ha invaso il loro corpo. Considerando che l’élite ha imposto per lungo tempo l’iniezione di questi “metodi di morte” sulla popolazione, ben sapendo gli effetti che avrebbe avuto, mi porta a credere che ancora una volta sia un piano di spopolamento.

Mentre i rapporti continuano a reclamizzare i vaccini per prevenire le malattie, non riescono a segnalare gli effetti collaterali, tra cui: la morte, il cancro, l’autismo, e altro ancora.

“La prima cosa, se non l’unica, causa del mostruoso aumento del cancro sono state le vaccinazioni.”
(Dr. Robert Bell)

Questi sono solo alcuni dei modi ma ne usano tanti altri.

Planet Earth IS you



lunedì 10 marzo 2014

Pure 'a Calabria mo s'è arrevutata...



La Calabria diventa sempre più attiva nella difesa del territorio. Di riunione in riunione aumentano sempre più comitati e associazioni pronti a battersi affinché si trovino soluzioni alternative alle discariche per lo smaltimento dei rifiuti. Pubblichiamo dunque il comunicato della riunione che si è svolta due giorni fa, che fa un appello a tutte le associazioni ambientaliste attive in Calabria in questo momento. Prossimo appuntamento è previsto la mattina del 10 marzo, quando una delegazione dei comitati presidierà il Consiglio regionale in concomitanza della riunione della IV Commissione: il pomeriggio conferenza stampa a Bisignano. Pubblichiamo integralmente l’ultimo comunicato con l’elenco di movimenti e associazioni che aderiscono alla lotta.

Ci siamo riuniti a Lamezia Terme come uomini e donne calabresi, cittadini attivi – facenti parte di comitati ed associazioni di tutto il territorio calabrese – che non si rassegnano a vedere distrutti i loro territori, devastato il loro ambiente ed i loro Beni Comuni e messa a rischio la loro salute per una pericolosa (mal)gestione dei rifiuti, causata in tanti anni da una politica regionale “superficiale e collusa” e caratterizzata da “una cultura mafiosa”.

Come sostiene, il Sindaco di Cosenza, che frequenta e ben conosce i decisori politici attuali, questa (mal)gestione è predisposta e finalizzata a favorire delle imprese private che “hanno interesse nel verificarsi delle emergenze, perché è nel corso di queste crisi che si fanno i massimi profitti”.

Per questo ci stiamo organizzando per gridare la nostra rabbia e, soprattutto, per informare i cittadini calabresi sulla necessità di attivarsi e pretendere, in primis dai sindaci e poi dalla Regione, un ciclo virtuoso, interamente pubblico e partecipato, dei rifiuti.

Una gestione in cui si mettano in campo iniziative di prevenzione della produzione dei rifiuti, si applichi la raccolta differenziata spinta porta-a-porta con  piccoli impianti per il riuso ed il riciclo dei materiali raccolti e per il compostaggio dell’organico. Infine utilizzare poche e controllate discariche per il conferimento della parte residua inertizzata. Tutte pratiche facenti parte di una strategia più ampia: Rifiuti Zero.

Se ci riesce il Comune di Saracena, perchè gli altri Sindaci non riescono? E’ evidente che o, con superficialità, si disinteressano della vita e della salute dei loro cittadini o sono determinati a favorire solo gli interessi degli speculatori.

In Calabria, in barba alla normativa nazionale ed europea, qualcuno ha deciso di inviare il tal quale direttamente in discarica, non solo si prevedono di spendere 186 milioni di euro, con la scusa dell’emergenza, per inviare i rifiuti fuori regione, non solo si è deciso di spendere senza logica 250 milioni di euro in favore di discariche e mega-impianti ma, addirittura, si è deciso di legiferare per autorizzare abbanchi (e guadagni!)  nelle discariche private non autorizzate.

Per bloccare questo sistema perverso e per lanciare le nostre proposte alternative, la mattina del prossimo 10 marzo manifesteremo a Reggio Calabria, davanti alla sede del Consiglio regionale, e nel pomeriggio saremo tutti a Bisignano per una nostra conferenza stampa. Inoltre, stiamo predisponendo un  documento per una gestione alternativa dei rifiuti e, presto, elaboreremo una proposta di Legge sul “Riordino del servizio di gestione rifiuti urbani e assimilati in Calabria” che offriremo ai consiglieri regionali che vorranno farsene carico.

Per questo chiediamo a tutti i calabresi, alle tantissime associazioni, ad ognuna delle organizzazioni sociali, sindacali e politiche ed a tutti gli amministratori pubblici di attivarsi, alzarsi in piedi e scegliere da che parte stare: con chi vuole distruggere il nostro futuro e le nostre vite, o con chi non si è arreso e pretende di decidere sul proprio destino e su quello dei propri figli.

Comitato Difesa del Territorio – DONNICI, COSENZA (CS)
Comitato Ambientale Presilano – CELICO (CS)
Comitato per le bonifiche dei terreni, dei fiumi e dei mari della Calabria – PRAIA A MARE
Comitato No Di No discarica Giani – LAGO
Comitato civico spontaneo per il “NO” alla piattaforma rifiuti – BISIGNANO (CS)
Comitato Territoriale Valle Crati, Rifiuti Zero – TORANO CASTELLO (CS)
Comitato No Mega Discarica – CASTROLIBERO (CS)
Comitato anti discarica – SCALA COELI (CS)
Movimento Terra, Aria, Acqua e Libertà – CROTONE
Comitato per la Difesa dei Beni Comuni – ACRI (CS)
Associazione Paolab – PAOLA (CS)
Badolato in Movimento – BADOLATO (CZ)
Solidarietà e Partecipazione – CASTROVILLARI (CS)
Ass. il Riccio – CASTROVILLARI (CS)
Ass. La Piazza CLETO (CS)
Csoa Angelina Cartella – REGGIO CALABRIA
Cpoa Rialzo – COSENZA
Lsa Assalto – RENDE (CS)
Lsoa Ex Palestra – LAMEZIA TERME (CZ)
Ass. Le Lampare – CARIATI (CS)
Movimento Terra e Popolo – ROSSANO (CS)
Ass. Il Brigante – SERRA SAN BRUNO (VV)
Ass. Fratorel – CORTALE (CZ)
Ass. Net-left – SAN DONATO DI NINEA (CS)
Ass. Forum Ambientalista CALABRIA
Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri” – CALABRIA
Rete per la Difesa del Territorio “Franco Nisticò” – CALABRIA

Tratto da Insorgenza.it 

giovedì 6 marzo 2014

Terra dei fuochi: 9 marzo, corteo a Imola dei comitati del Nord



Il “Comitato #ioL8 – Coordinamenti Comitati Fuochi Nord” facenti capo ai “Coordinamenti Comitati Fuochi Campani”, dopo la manifestazione il 3 novembre 2013 a Modena, l’ 8 dicembre a Reggio Emilia e il 1° il febbraio a Udine, marcerà ancora una volta il giorno 9 marzo 2014 ad Imola (BO) alle ore 11,00 partendo da Via A. Pacinotti c/o parco Bernabé, meglio conosciuto piazzale Michelangelo, per giungere alla conclusione del corteo in piazza Matteotti.

Il 9 Marzo si terrà la marcia per informare e sensibilizzare la popolazione sul dramma della “terra dei fuochi”. Toccherà stavolta alla cittadinanza di Imola partecipare numerosa e con passione al corteo. Tutti insieme, uniti dal dovere-diritto alla vita, saremo un’unica voce atta ad esternare quel sentimento di amore per la propria terra e il creato che appartiene alla collettività e deve rimanere tale e salubre per le future generazioni!

La nostra passione ci spinge a valorizzare e rompere un muro di paura che sta mettendo letteralmente in ginocchio le aziende agricole e di trasformazione campane. Le analisi compiute dalla Coop Adriatica, rivelano e certificano la salubrità dei prodotti agroalimentari nell’occhio del ciclone; inoltre ciò è affermato da un’inchiesta firmata da “la Repubblica” in collaborazione con l’università Federco II di Napoli e dal Gen. del Corpo Forestale Sergio Costa, promosso a generale per merito straordinario (primo caso in Italia di promozione per merito a un comandante provinciale), affermando con fermezza come gli ortaggi vantino di una doppia sicurezza alimentare, in quanto i più controllati d’Italia.
Lo scopo della manifestazione è quello di portare a conoscenza anche alle popolazioni del nord il problema che sta attraversando l’ormai cosiddetta “Terra dei Fuochi” a causa dell’interramento dei rifiuti tossici e radioattivi sversati ormai da più di vent’anni in Campania.
La marcia, pertanto, non solo si propone di sensibilizzare le genti del problema, quanto a sfatare quei luoghi comuni relativi l’avvelenamento dei prodotti agroalimentari provenienti da quella terra attraverso la cattiva informazione che sta distruggendo l’economia di un paese un tempo denominato “Campania Felix.”

Coordinamento Comitati Fuochi Romagna Cesena/Imola – Comitato #ioL8
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venerdì 28 febbraio 2014

SISTRI, la Lega Nord chiede l'ennesimo aiutino per le imprese del Nord

La Lega Nord Padania, partito che ha fondato la propria esistenza sulla discriminazione razziale e territoriale, covo di trogloditi e di mariuoli d'alto livello, ha chiesto al Governo di esentare le imprese del Nord per un anno dal SISTRI, il sistema radar di tracciabilità dei rifiuti tossici. Sia chiaro: SOLO quelle del Nord, perchè le altre imprese, in particolare quelle presenti in Campania, non vanno assolutamente escluse dal SISTRI. Nonostante TUTTI i dati e le informative dimostrino quanto il Nord sia colpevole dello sversamento di rifiuti tossici al SUD, e quanto forti e duraturi siano i legami tra imprenditoria settentrionale e criminalità organizzata meridionale, viene perpetrata la favola dell'innocenza delle imprese del Nord, e quindi viene richiesta la loro ennesima tutela.
BASTA!!!


giovedì 27 febbraio 2014

Approvato il testo sui crimini ambientali alla Camera



Il risultato è di quelli da segnare in agenda, non solo perché il testo approvato ieri alla camera darà un forte aiuto alla lotta ai crimini ambientali, ma anche perché c’è stata una grande unione tra le varie forze politiche: hanno votato 390 deputati sui 445 presenti e il testo è stato approvato con 386 sì, 4 no e 45 astensioni.

Il testo, nato a partire da tre proposte di legge i cui i firmatari erano l’On Realacci-Pd, Micillo-M5S e Pellegrino-Sel, renderà più efficace il contrasto alle illegalità e alle ecomafie. Attraverso questo strumento si è finalmente introdotto un adeguamento del nostro codice penale ai sempre più diffusi reati contro l’ambiente e alla normativa europea in materia ambientale (direttiva n. 2008/99/CE).

Ricordiamo che i crimini contro l’ambiente sono arrivati ad essere uno dei più grandi affari per la malavita organizzata, infatti dal rapporto ”Ecomafia di Legambiente” fruttano alle organizzazioni criminali circa 16,7 miliardi l’anno.

I punti fondamentali del testo unificato sono l’introduzione di quattro nuovi reati: disastro ambientale, punito con il carcere da 5 a 15 anni  per coloro che alterano gravemente o irreversibilmente l’ecosistema o compromettono la pubblica incolumità; delitti di inquinamento ambientale in cui è prevista la reclusione da 2 a 6 anni (e la multa da 10mila e 100mila euro) per chi deteriora in modo rilevante la biodiversità o l’ecosistema o la qualità del suolo, delle acque o dell’aria; il traffico di materiale radioattivo che colpisce con la pena del carcere da 2 a 6 anni (e multa da 10mila a 50mila euro) chi commercia e trasporta materiale radioattivo o chi se ne disfa illegittimamente; l’impedimento di controllo, per cui chi nega o ostacola l’accesso o intralcia i controlli ambientali rischia la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

A questo si aggiunge l’aggravante per chi commette reati ambientali in forma associativa: “aggravante ecomafiosa”, che scatta in presenza di associazioni mafiose, finalizzate a commettere i delitti contro l’ambiente o a controllare concessioni e appalti in materia ambientale. Aggravanti, peraltro, sono previste anche in caso di semplice associazione a delinquere e se vi è partecipazione di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio.  

Nel caso di ravvedimento operoso sono stati introdotti “sconti pena”: se l’imputato evita conseguenze ulteriori, aiuta i magistrati a individuare colpevoli o provvede alla bonifica e al ripristino dei territori, la sua pena sarà ridotta da metà a due terzi.

Inoltre è stato inserito il raddoppio dei tempi di prescrizione del reato per i delitti; se poi si interrompe il processo, per dar corso al ravvedimento operoso, la prescrizione è sospesa.

Fondamentale è il ripristino a carico del condannato dello stato dei luoghi: sarà Il giudice, in caso di condanna o patteggiamento della pena, a ordinare il recupero e, dove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi a carico del condannato.

In conclusione, il testo dà un fortissimo impulso alla lotta a quei reati che negli ultimi anni, in particolare nei nostri territori, hanno  martoriato un ecosistema e inflitto non solo danni spesso irreparabili, quali aumento di malattie e distruzione di territori, ma anche danni in termini di immagine a settori produttivi fondamentali per la sopravvivenza delle economie territoriali, come la nostra agricoltura.

Vincenzo Triunfo
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martedì 11 febbraio 2014

Tutto quello che non va nel decreto "Terra dei Fuochi"

Vi sottopongo due articoli molto interessanti, riguardanti il cosiddetto "Decreto sulla Terra dei Fuochi". Potrete notare le criticità di questo decreto, pensato male e realizzato peggio.
Nei prossimi giorni, su L'INSORGENTE sarà disponibile il testo integrale del Decreto, con le modifiche degli emendamenti.



Poteva il parlamento italiano convertire il decreto legge 136/13 (noto come Terra dei Fuochi ed Ilva) da noi ritenuto pessimo fin dal primo istante, peggiorandolo ulteriormente?

La risposta negativa sembrava assolutamente la più razionale delle opzioni. Il decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri, prima ancora di passare alla Camera dei deputati ed arrivare blindatissimo al Senato, già appariva, nella sostanza, il tentativo goffo del governo e della politica romanocentrica di creare uno spot elettorale a futura memoria.

Come spesso accade, però, nelle italiche faccende ciò che era di per sé male è divenuto peggio con le modifiche approvate dagli illuminati parlamentari all’atto del passaggio alla Camera. La mera elencazione degli emendamenti incriminati non avrebbe lo stesso effetto che ha l’analisi del resoconto stenografico della seduta al Senato che mostra tutti gli aspetti patologici del sistema e del provvedimento. Sotto il primo profilo appare subito evidente l’affanno e l’imbarazzo col quale i senatori discutono di un argomento a loro, evidentemente, ignoto e di un provvedimento sul quale hanno avuto pochissimo tempo per deliberare.

Sotto il secondo abbondano le contraddizioni, persino negli interventi a favore da parte dei parlamentari della maggioranza. La cartina di tornasole dell’imbarazzante faccenda è già nelle parole del relatore Sollo che, in sede di relazione orale, da un lato superfeta il ruolo della criminalità locale sostenendo che il decreto riguarda “un’area che si caratterizza per lo sversamento illegale di rifiuti, anche tossici, da parte della camorra e, in particolare, del clan dei Casalesi” per poi fare riferimento alla particolare natura dei rifiuti ammettendo che “da molti decenni nelle campagne campane si sono verificati sversamenti di rifiuti industriali e di rifiuti tossici e nucleari provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa” senza, però, accennare, neanche minimamente, alla catena di correità che ha potuto (per cinque lustri) consentire a tali rifiuti di viaggiare, indisturbati attraverso lo stivale. Ancora il Governo, attraverso il suo imbarazzato relatore, dichiara che “secondo un rapporto dell’ARPA della Campania, un’area di 3 milioni di metri quadri, compresa tra i Regi Lagni, Lo Uttaro, Masseria del Pozzo-Schiavi (nel Giuglianese) ed il quartiere di Pianura della città di Napoli, risulterebbe molto compromessa per l’elevata e massiccia presenza di rifiuti tossici” senza spiegare come mai dallo screening medico della popolazione, introdotto con un emendamento alla Camera, vengano pretermesse la città di Napoli ed alcune zone del casertano come Terzigno.

Nemmeno spiega il Governo come, preso atto che “la Campania fosse destinata a diventare una discarica a cielo aperto, soprattutto di materiali tossici tra cui piombo, scorie nucleari e materiale acido, che hanno inquinato le falde acquifere campane e le coste di mare dal basso Lazio fino ad arrivare a Castel Volturno” il decreto si limiti alla mappatura dei terreni agricoli tralasciando quelli non agricoli e, soprattutto l’analisi delle falde acquifere.

Non spiega il Governo come, preso atto del ruolo della criminalità mafiosa nel ciclo dello smaltimento dei rifiuti illeciti, abbia potuto ritenere di approvare un provvedimento che deroga i controlli antimafia per le imprese impegnate nelle bonifiche del territorio. Si tratta, per inciso, di centinaia di milioni di euro (di provenienza comunitaria e sottratti all’agricoltura Campana) che rischiano di arricchire gli stessi soggetti (massoneria, politica, camorra) che hanno stuprato il territorio.

Non spiega il Governo la necessità di un provvedimento ad hoc così raffazzonato in vigenza del decreto legislativo 152/06 (chi inquina paga) di per sé sufficiente, sotto l’aspetto sanzionatorio, a garantire la posizione in capo agli autori dell’inquinamento degli oneri di bonifica. Verrebbe il sospetto che se ne sia evitata l’applicazione onde evitare che gran parte degli oneri fossero ricaduti sul tessuto industriale toscopadano e sullo stato complice attraverso le sue strutture di controllo corrotte. Non spiega il governo il senso di una mappatura a chiazza di leopardo con la costituzione di aree agricole no food senza esplicitare i modi ed i tempi della bonifica integrale dei luoghi. Imbarazzo. La sensazione è netta, violenta. Disgusta.

Il Governo ha trattato il problema con la fretta ansiosa di chi deve necessariamente nascondere una verità impronunciabile. Nella Terra dei fuochi è stato perpetrato uno scientifico genocidio di una popolazione inerme sacrificata sull’altare della tenuta economica del sistema imprenditoriale norditaliano attraverso l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali. Il Governo, se avesse minimamente approfondito il dibattito, o lo avesse favorito attraverso la piena discussione del provvedimento adottando, avrebbe dovuto rispondere alla domanda relativa ai quattro lustri di secretazione imposta dalla politica attraverso personalità ancor oggi ben salde nella sala dei bottoni, l’On.le Sig. Presidente della Repubblica in primis al tempo delle dichiarazioni si Schiavone Ministro degli Interni e fautore della segretazione.

Alessandro Cantelmo

In questa breve nota vorrei analizzare l’articolo 3 della legge in questione che è quello che introduce il reato di “combustione illecita di rifiuti”

La norma ha l’obiettivo di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i (fuochi) roghi tossici prevedendo uno specifico Reato – Delitto -“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.”

Questo articolo si affianca all’art.256 del TUA (Testo unico ambientale), diventando l’art. 256 bis del predetto testo.

Ma cosa prescrive l’art 256 del TUA?

“Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 e’ punito:
a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Poichè la combustione è sicuramente considerabile come uno dei tanti modi attraverso i quali è possibile smaltire il rifiuto, non appare molto chiara, nel merito, l’introduzione di uno specifico reato per il rogo (a parte per le sanzioni penali più dure).

Nel metodo la norma si rivela comunque incapace di affrontare il problema, allo stesso modo di quanto già fosse in precedenza l’art. 256 su menzionato. Non ci sembra infatti che questa norma abbia mai nemmeno lontanamente inciso nella direzione di una diminuzione dei roghi di rifiuti.

Si dirà, si però adesso è previsto uno specifico reato di combustione che permetterà di perseguire un reato che invece prima era affidato alla interpretazione e alla tenacia della Polizia giudiziaria e della relativa Autorità, per la possibile distinzione tra “smaltimento” e “combustione”.

Contestazione lecita, intendiamoci. Però bisogna tenere presente che la combustione illecita di rifiuti era già prevista nel D.L.172/2008 convertito dalla L.210/2008 emanato per fronteggiare “l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania”, normativa applicabile ancora oggi in tutti quei territori dello Stato Italiano qualora vi fosse dichiarato, ai sensi della L. 24 febbraio 1992, n. 225 in vigore dal Novembre 2008 al 31 Dicembre 2009, data in cui è cessato lo stato di emergenza in Regione Campania.

Il riferimento che si è fatto è all’art 6 del D.L. 210/2008 il quale prevede che “Nei territori in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti dichiarato ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225: chiunque in modo incontrollato o presso siti non autorizzati abbandona, scarica, deposita sul suolo o nel sottosuolo o immette nelle acque superficiali o sotterranee, ovvero incendia rifiuti pericolosi, speciali ovvero rifiuti ingombranti domestici e non, di volume pari ad almeno 0.5 metri cubi e con almeno due delle dimensioni di altezza, lunghezza o larghezza superiori a cinquanta centimetri, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e sei mesi;

Lo stesso articolo alla lettera b prevede pene più severe se chi commette l’illecito riveste la qualifica di impresa o responsabile di enti. In tal caso è previsto:”i titolari di imprese ed i responsabili di enti che abbandonano, scaricano o depositano sul suolo o nel sottosuolo in modo incontrollato e presso siti non autorizzati o incendiano i rifiuti, ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, sono puniti con la reclusione da tre mesi a quattro anni se si tratta di rifiuti non pericolosi e con la reclusione da sei mesi a cinque anni se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Il reato di combustione illecita dei rifiuti era quindi già previsto dal D.L. 210/2008 in vigore in Campania fino al 31 Dicembre 2009 con scarsissimi risultati nel contrasto al fenomeno dei roghi di rifiuti, come confermato dalle statistiche rese disponibili dalle procure di Napoli e Caserta.

A questo punto si potrebbe obbiettare che il comma 2 della nuova legge metti a disposizione dei prefetti, qualora ne facessero richiesta e comunque non oltre il 31 Dicembre 2014, un contingente di massimo 850 unità di militari. Le risorse a disposizione per l’utilizzo del contingente militare impiegato nelle operazioni di controllo del territorio con funzioni di agenti di pubblica sicurezza (quindi con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria), vengono attinte da un fondo di cira 40 milioni di euro previsti dall’art.1, comma 264 della legge 27 Dicembre 2013, n.147. I 40 milioni di euro menzionati fanno parte di un fondo che serve non solo nei territori della Campania ma in tutte quelle realtà nelle quali per situazioni emergenziali i prefetti ne facciano richiesta.

Bisogna chiarire che l’impiego del contingente militare, con funzioni di pubblica sicurezza, era stato già previsto dalla legge 125/2008 e fino al 31 Dicembre 2009, comportando anche allora risibili risultati nella lotta al contrasto dei roghi e degli sversamenti abusivi di rifiuti.

Si tratta quindi, ancora una volta, di una misura emergenziale che non ha, per sua stessa natura, la capacità di scongiurare il ripetersi, alla fine del periodo emergenziale, degli atti criminali che pur dichiara di voler debellare. Anzi in verità la sua utilità nel perseguire il fine dichiarato è molto opinabile, da un’analisi dei risultati prodotti in passato, anche nel periodo di sua applicazione.

Cosa non prevede la nuova legge.

1) Innanzitutto il problema è mal individuato poichè non si fa riferimento esplicito alla problematica della filiera produttiva criminale che produce e alimenta la problematica degli sversamenti abusivi e dei relativi roghi.

Per esempio non si accenna alla possibilità di estendere il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) anche ai produttori iniziali che non sono organizzati in enti o imprese e a tutti coloro che producono rifiuti urbani, ancorchè pericolosi.

Infatti l’articolo 188-ter del TUA (D.Lgs. n. 152/2006), così come modificato, dal D.L. n. 101/2013 e dalla legge di conversione n. 125/2013, limita l’obbligo di adesione al SISTRI a queste categorie di operatori economici:

a) enti o imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi.
b) enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti speciali pericolosi a titolo professionale.
c) enti o imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti urbani e speciali pericolosi.

Sono quindi esclusi tutti i produttori non organizzati in enti o imprese e tutti i produttori, di qualsiasi natura, di rifiuti urbani, ancorchè pericolosi (Pile, batterie, vernici, pitture, colori, coloranti, inchiostri, olio esausto, mercurio, etc).

2) Non si fa riferimento alcuno alla ragione dello scarso controllo del territorio da parte delle forze preposte a questo fine. Ovvero il sottodimensionamento critico e sistemico delle forse di polizia sul territorio, le quali avrebbero urgente bisogno di maggiori finanziamenti ordinari e di un incremento del numero di personale.

3) Appare discutibile la scelta di stanziare 40 milioni di euro per gestire una situazione emergenziale quando invece ci sarebbe bisogno di metodi ordinari per il controllo del territorio. Oltre alla su citata possibilità di impiegare un numero maggiore di forze di polizia sarebbe certamente utile avvalersi dell’ausilio di droni, apparecchi sofisticati capaci di sorvolare il territorio senza essere individuabili. La comunicazione in tempo reale tra i droni e gli uffici di polizia renderebbe tempestiva la risposta delle forze dell’ordine rispetto a fenomeni di sversamenti abusivi e combustione di rifiuti senza il bisogno di impiegare fisicamente sul territorio un numero eccessivo di unità operative.

Per quanto fin qui analizzato ci sembra che il legislatore non riesca ad individuare le cause della problematica che si prefigge di contrastare, e quindi la legge approvata non appare capace, per quanto analizzato sopra, di conseguire la finalità per la quale è stata emanata.

Domenico Cuozzo

domenica 9 febbraio 2014

Cacciamo gli sciacalli dalle nostre fila. Re(si)stiamo uniti.


Il dramma della Terra dei Fuochi, il danno a quell'ambiente, il danno a quella popolazione, il danno al settore economico legato al prodotto agro alimentare e non solo, non è un danno delle sole province di Napoli e Caserta. Salernitani, avellinesi, beneventani mostrate tutti di appartenere alla Campania Felix e non alla Campania Jena Ridens. Rifiutate di fare lo sciacallaggio, non solo per un etica economica, ma soprattutto per quello spirito di solidarietà e comunanza di lotta che può renderci forti e vincitori. Sciacallando otterrete piccole, miserrime e temporanee vittorie e resteremo per sempre una colonia. Una colonia al servizio di chi ci ha massacrato e ci usa.

Ferdinando Luisi, tramite Facebook

lunedì 3 febbraio 2014

Marinaleda, la città fuori dal Sistema

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Marinaleda è un comune andaluso di quasi 3.000 abitanti, non troppo distante da Siviglia. Il suo sindaco, Juan Manuel Sánchez Gordillo, è un militante del movimento nazionalista indipendentista andaluso, il CUT-BAI (Colectivo de Unidad de los Trabajadores - Bloque Andaluz de Izquierdas). Gordillo ha avuto un'idea geniale: alla luce della volontà di autogoverno degli andalusi e di contestuale stralcio dei vincoli centralisti che il governo di Madrid impone (per cercare di tenere unita la Spagna, percorsa da moti e movimenti autonomisti e indipendentisti in ogni angolo), il sindaco ha espropriato le terre, che sono passate al Comune; ha organizzato un  bando per assegnare le terre confiscate a coloro che si impegnavano a autocostruirsi la casa; ha chiesto in cambio un canone mensile minimo, che al momento si aggira intorno alle 2.550 pesetas al mese (all'incirca 15 euro mensili).
Inutile dire che l'iniziativa ha avuto un successo incredibile, prendendo la ribalta dell'informazione spagnola e mondiale, con grave aumento di bile per il Governo centrale, che per l'ennesima volta ha avuto la dimostrazione di cosa sia capace una comunità unita e autonoma. Questo ennesimo schiaffo al centralismo spagnolo è fondato su pochi, semplici principi: il terreno viene ceduto gratuitamente dal Comune all'autocostruttore; l'acquisto dei materiali da costruzione è agevolato da una convenzione con il governo regionale andaluso ed il cosiddetto P.E.R. (Plan de Empleo Rural); alcuni operai edili, disposti a seguire i cantieri, si mettono a disposizione gratuitamente; il progetto della casa, redatto da architetti, è gratuito; gli autocostruttori stabiliscono la quota mensile da pagare per divenire proprietari della casa che stanno edificando riunendosi in assemblea. Ad oggi sono quasi 400 le case costruite con questo sistema. Sono in genere trilocali con bagno, dotati di un giardino o patio di circa 100 mq. 

Questo modello di edilizia sociale, oltre ad essere affascinante, è soprattutto efficace e conveniente: permette a chiunque di poter realizzare il sogno di costruirsi da solo una casa, senza entrare nei gangli della speculazione edilizia e dello strozzinaggio mediante mutuo. Il comune di Marinaleda non è nuovo a iniziative di questo tipo. Qualche anno fa divenne un punto di riferimento sia per i movimenti politici di sinistra, sia per quelli autonomisti e indipendentisti, grazie alla propria originale organizzazione economica e sociale: i cittadini sono quasi tutti impiegati nella cooperativa Humar; la loro paga è, indipendentemente dalle mansioni, 47 ore al giorno; lavorano sei giorni a settimana, per 35 ore settimanale; lo stipendio mensile, quindi, supera di poco i 1.100 euro.

Marinaleda, chiamata anche "Città dell'Utopia", è la dimostrazione reale di quanto non solo sia possibile, ma addirittura sia preferibile, vivere fuori dal Sistema capitalistico, fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sul dominio dell'economia e della finanza. Quando una comunità, soprattutto se di piccole dimensioni, si organizza in maniera libera e autonoma dal potere centrale e centralista dello Stato unitario (in questo caso, la Spagna), riesce a raggiungere un livello altissimo di qualità della vita. Per tutti e per ciascuno.

mercoledì 25 settembre 2013

No Discarica Divino Amore: "Se i conti non tornano è colpa del populismo?"



Altro comunicato del Presidio No Discarica Divino Amore. Annunciamo che tra qualche giorno, su questo sito pubblicheremo un'intervista ad un cittadino in lotta contro la discarica.

ROMA, 25 settembre 2013 - "Tutti sanno che la matematica non è un’opinione, tranne il Governatore Zingaretti, il Commissario, Sottile, l’Assessore Civita e Marino, che continuano a sostenere una linea in totale contrasto col buon senso, la logica, e dulcis in fundo con la matematica. Alla luce delle dichiarazioni rilasciate da Zingaretti, che definisce il dissenso popolare affetto da derive populistice, partiamo all’ insindacabilità dei dati. Roma produce circa 4.500 – 5.000 tonnellate di rifiuti al giorno che, su base annua, corrispondono a oltre 1.650.000 tonnellate. Con l’imminente chiusura di Malagrotta, nasce l’emergenza rifiuti nella Capitale. Un appellativo continuamente usato come strumento autoritativo e derogatorio a norme e vincoli legislativi. Prima contraddizione: si chiude un amarissimo capitolo per aprirne uno nuovo, tutt’altro che dolce. 


E’ questa l’intenzione del Governatore Zingaretti, - ribadisce il Presidio - quando in Consiglio straordinario dichiara di voler voltare pagina, chiudere col passato. Peccato che la nuova, non è una pagina vergine, tutta da scrivere. La nuova è già scritta e ipotecata. Si esce dall’emergenza rifiuti attraverso Falcognana definito “un piccolo sito di servizio”. Ma se uno scoglio non può arginare il mare, come può Falcognana con i suoi dodici camion giornalieri arginare un oceano di immondizia? L’impossibilità sta nei numeri, per l’appunto. 

E’ una conclusione insindacabile, e non populista. Facciamo un ulteriore passo in avanti. Perché la scelta sul sito di Falcognana è così tenacemente difeso dalle autorità competenti se attualmente presenta caratteristiche volumetriche ridicole in confronto al volume di rifiuti prodotti dalla Capitale? E’ lo stesso buon senso ad indicarci che tale decisione è irrazionale, a meno che non si voglia guardare più in là.
Falcognana sarà la nuova Malagrotta. E cosa dire sulle rassicurazione del Governatore Zingaretti in merito alla salute e all’esclusione di un ampliamento? Anche qui le cose non tornano. In primis, la miscelazione del fluff con i rifiuti urbani è vietata dalla legge e dall’Europa per le immani contaminazioni; in seconda istanza, tenuto conto che il sito si riempirà in un brevissimo arco temporale, la soluzione all’emergenza si baserà ancora su strumenti e poteri derogatori: nuove cave da riempire o ampliamento di quelle esistenti. 
La scelta di Falcognana è dunque illogica e priva di buon senso (non risolve il problema rifiuti ne tantomeno fornisce rassicurazioni e garanzia per la popolazione residente). E’ anche una scelta in totale disaccordo con i numeri.

"Zingaretti dimentichi Falcognana". Il Comitato No Discarica pronto alla mobilitazione



Insorgenza Civile Roma solidarizza con i cittadini in lotta contro l'insano progetto di creare a Falcognana, lungo la via Ardeatina e nei pressi del Santuario del Divino Amore, una discarica che rischia di diventare una "nuova Malagrotta". Noi meridionali residenti a Roma, che ben conosciamo i disastri di una gestione dei rifiuti che preferisce le discariche alla differenziata porta a porta, al riciclo e al riuso, non vogliamo una nuova Terzigno. Vogliamo che si chiuda DEFINITIVAMENTE la pagina delle discariche e che si incentivi SOLO E FORTEMENTE la differenziata e la trasformazione in compost.
Di seguito, il comunicato del Comitato No Discarica Divino Amore:

ROMA, 25 settembre 2013 - "Non è  bastato portare in piazza 15 mila manifestanti, lo scorso sabato. Non è bastata la nascita dell'Assemblea Costituente per l'ambiente e i diritti. Zingaretti prenda atto che la primavere a Roma è arrivata. La sua ostinazione su Falcognana dovrà fare i conti con le comunità in lotta. Questo territorio è il simbolo della nuova resistenza e intorno a Falcognana si sta  costruendo una rete regionale dei movimenti di lotta ambientalisti.  La lotta sarà senza quartiere e durerà fin tanto che Zingaretti non deciderà di ritirarsi".  E' quanto dichiara il Presidio No Discarica Divino Amore.

Venerdì dalle ore 14 il Presidio No Discarica Divino Amore manifesterà davanti al ministero dell'Ambiente. Sarà una protesta popolare contro la firma di Orlando. Lunedì 30 settembre si svolgerà al Presidio al chilometro 15,3 della Viua Ardeatina un mega raduno della gente davanti alla Falcognana. Partiranno cortei da tutti i quartieri della zona, quali Spregamore, Santa Maria delle Mole, Castel di Leva e Porta medaglia.
E questo sarà solo l'inizio perché il Presidio No Discarica Divino Amore impedirà un danno ambientale irreparabile che la giunta regionale, con la silenziosa complicità, di quello capitolino ha pianificato per l'Agro Romano.
"Ci faremo promotori di iniziative incessanti a oltranza  e la zona di Falcognana, come tutte le sedi istituzionali, saranno assediate da una protesta popolare inarrestabile perché è la gente a dire no e perché  questa è la democrazia e non un sistema di fedeltà che crea consenso privo di una reale base popolare. Il Presidio No Discarica, promotore dell'Assemblea Costituente per l'ambiente e i diritti, avvierà un diverso percorso articolato sulla democrazia di base che ci porterà su tutte le piazze".

sabato 8 settembre 2012

Aspettativa di vita: 2 anni in meno in Campania




D'Italia si muore...

NAPOLI - Un bambino che nasce in Campania ha un’aspettativa di vita di due anni inferiore alla media nazionale. Vale a dire che se una donna, nel resto del Paese, vive mediamente 85 anni, nella nostra Regione ha un’aspettativa di vita che arriva a 83. Stessa cosa per i maschi la cui media di vita, attualmente, è di 81 anni. 

Il dato emerge dal «Primo Osservatorio regionale per la valutazione dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie nell’area dell’assistenza primaria» presentato ieri all’Hotel Terme di Agnano dalla Società Italiana di Medicina Generale (Simg) e dal Consorzio nazionale delle cooperative mediche (Cncm). Ne parla il dottor Gaetano Piccinocchi, segretario nazionale della Simg. Dice: «Influiscono sull’aspettativa di vita il contesto di povertà, i rifiuti, la mancanza di istruzione, caratteristiche della nostra Campania». 

Il dato negativo, ovviamente, non è l’unico raccontato ieri. La «maglia nera» alla Campania arriva anche per l’incidenza dei tumori dell’apparato respiratorio sulla popolazione. «Le cause principali – ha spiegato l’oncologa Grazia Arpino – sarebbero due: il maggior numero di donne fumatrici che si registra in Campania, e il problema dell’inquinamento atmosferico che riguarda soprattutto le province di Napoli e Caserta». 

Durante l’incontro - al quale hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore comunale alla Sanità, Pina Tommasielli, Ernesto Esposito, dirigente della Asl Napoli 1, Giovanni Arpino, responsabile del settore ricerca del Cncm - sono stati illustrati infatti altri dati allarmanti: in Campania la prevalenza del cancro alla prostata è del 15%, il cancro al colon è dell’8%, al polmone è del 6%, e del melanoma è pari al 4%». Nonchè la crescita del numero dei diabetici e di chi soffre di insufficienza renale. «L’importanza dell’Osservatorio regionale realizzato dai medici di medicina generale, sta nell’aver posto l’attenzione sulla questione dell’appropriatezza a trecentossessanta gradi dalle questioni sanitarie a quelle amministrative, passando per la realizzazione di un eccezionale database della salute» ha detto Ernesto Esposito. 

E l’assessore Tommasielli: «I 620 medici di medicina generale dell’Osservatorio sono stati lungimiranti monitorando la salute di quasi un milione di cittadini campani, e dimostrando che la Regione ha ottimi metodi d’analisi, e strumenti di quantificazione finalizzati a un buon rapporto costi/benefici».

Infine un riferimento al nuovo decreto sabità. Afferma Gaetano Piccinocchi: «L’Associazionismo previsto da Balduzzi, in Campania è già attivo da più di 10 anni, in quanto la regione ha presentato la prima esperienza in Italia di aggregazione dei medici di famiglia». E Giovanni Arpino: «I medici di medicina generale hanno fatto grandi sforzi per dare vita al primo Network dei medici di famiglia ramificato nelle 5 province campane, nel quale è possibile accedere a un database della salute che contiene i dati relativi al 60% delle patologie più diffuse. In Italia l’unico comparto totalmente informatizzato è quello di medicina generale. Basti pensare che esiste la cartella clinica sull’iPad»

tratto da Il Mattino

mercoledì 15 agosto 2012

Tragedia permanente tarantina




Prima o poi ci vorrà un'analisi a freddo sulle modalità di formazione della decisione della procura pugliese che portato al sequestro dell'area a caldo dell'Ilva. Non sull'aspetto ambientale che sembra proprio ineccepibile. Perchè 1650 morti l'anno nell'area tarantina e 91 nei due quartieri a ridosso dell'Ilva, come da perizia ordinata dal tribunale di Taranto, richiedono come minimo il sequestro dello stabilimento. L'analisi va portata al livello delle modalità di pensiero e di funzionamento di uffici giudiziari che, nel momento di cui emettono ordinanze del genere, tagliano un nodo strategico dell'acciaio italiano e si mettono contro regione, governo, sindacati, confindustria e media (es.Repubblica edizione domenicale è un inno al gruppo Riva formato notizia). Ma per adesso fermiamoci ad altro: di fronte ad una strage di queste proporzioni (oltre 11.000 morti causati in sette anni, sempre da perizia) si può prendere sul serio chi parla di sentenza strumentalizzata da settori "violenti" dell'ambientalismo (Vendola sul manifesto)? Taranto è la Bhopal italiana, questo le narrazioni di Vendola non lo cancellano.
Si può prendere sul serio un sindacato, la Fiom, che non combatte per un epocale piano di risanamento (perchè quello ci vorrebbe) oppure per la chiusura e l'avvio di un nuovo modello di sviluppo sul territorio tarantino?
Eppure il sindacato avrebbe tutto da guadagnare come elemento propulsore di una di queste due politiche. Se si trattasse di un sindacato, appunto.
Si comprende, proprio da questi tragici fatti, cosa siano i soggetti politici e sindacali come quelli rappresentati da Vendola o Landini. Reti di gestione di quote di rappresentanza, politica e sindacale, che hanno trovato collocazione entro istituzioni od economie nei quali, di fatto, possono o sanno fare molto poco (e dire anche cose fuori dal mondo). Nella tragedia, anzi nella strage, questo ruolo non è insufficiente: è patetico. Eppure le strade alternative ci sarebbero. Ad esempio quella di una ristrutturazione dell'acciaieria tarantina modello Linz

http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/docs/2906.pdf

oppure, al contrario, quella di una uscita completa dal settore industria pesante sfruttando le leve della fiscalità e la concezione di un modello di sviluppo. Su questo genere di politiche segnaliamo

http://www.mfe2.it/cagliari/documenti/Tasse_ambientali_Grimaldi.htm

Invece, niente di tutto questo. Anche perchè per arrivare oggi, nell’emergenza, a proporre una di queste politiche non bastano certo le opinioni: ci vogliono anni di lavoro politico, scientifico, territoriale. Radicamento vero, non comitati elettorali per le primarie, confondendo i concorsi a premi con la politica, o affermazioni del tipo "siamo in ritardo" come fa sempre la Fiom quando fa finta di ammettere i propri errori per poi ricominciare come prima.
Il presidente della puglia e la Fiom così rimangono impiccati all'Ilva, alla strategia di far riconsegnare la fabbrica al rappresentante Ilva Ferrante (ex prefetto, ex candidato sindaco Pd a Milano nel 2006). E il Pd, mentre attacca la magistratura di Taranto assieme al Pdl, depista. Parla per bocca di Fassina (un nome,un refuso) di "piani dell'Ilva per il risanamento che erano già pronti". Sono piani che non ha visto nessuno ma qualcosa agli elettori, soprattutto non di Taranto, bisogna raccontare.
La drammatica vicenda, ormai s'è capito, non finirà qui. Intanto, pubblichiamo, dall'edizione domenicale del manifesto, l'intervista al portavoce del comitato tarantino "liberi e pensanti". Il comitato che ha sostenuto la contestazione alla manifestazione di Cgil-Cisl-Uil sdraiata sulle ragioni dell'Ilva, sul cui palco non avrebbero dovuto parlare comitati o voci dissidenti. I tarantini, invece, la voce se la sono ripresa da soli.

SenzaSoste

martedì 31 luglio 2012

“O accettate i veleni o restate senza lavoro”




Gli operai dell’Ilva non sono dalla parte dei padroni Riva. Essi hanno pagato sulla propria pelle, prima e più di tutti, la mostruosità di un inquinamento decennale. Ma hanno, prima ancora, pagato per il regime di sfruttamento, schiavitù salariale e persecuzione imperante in fabbrica.
Hanno pagato con la morte, gli infortuni e le malattie professionali, in una fabbrica nella quale non si sa mai se a fine turno si uscirà ancora vivi e integri.
Nessuno può fare la lezione agli operai dell’Ilva. Non la possono fare i padroni Riva, che li sfruttano  a  sangue,  li  ammazzano  e  giudicano  la  prevenzione  delle  morti,  degli  infortuni, dell’inquinamento una rottura di scatole. Non la può fare lo Stato, il padrone che per 36 anni ha condotto lo sporco lavoro di sfruttatore inquinante poi continuato dai Riva. Non la possono fare i dirigenti sindacali, che hanno preferito collaborare con lo Stato e i Riva facendo accordi al ribasso sulla pelle degli operai e hanno dimenticato i loro interessi. Non la possono fare politici, magistrati, giornalisti e altri benpensanti che per 50 anni hanno sempre ignorato i problemi degli operai, prima dell’Italsider, poi dell’Ilva, per compiacere i padroni che gli danno da mangiare.
I sindacati Cgil-Cisl-Uil vogliono far scendere in piazza gli operai in difesa della fabbrica, cioè del padrone. 
Ma gli operai dell’Ilva non difendono né i Riva né la fabbrica che inquina Taranto. Lottano per il posto di lavoro e il salario, per non fare la fame, per la difesa della propria salute, per sopravvivere.
La lotta degli operai inchioda i Riva alle loro responsabilità e fa gli interessi dell’intera popolazione di Taranto.
Gli operai dell’Ilva sono un esercito e hanno fatto sentire la propria voce. Chiedono che finalmente la magistratura svolga il proprio ruolo senza timori verso padroni e politici. Chiedono che lo Stato non regali ai Riva altro denaro pubblico per “disinquinare”, come più volte in passato e come i 336 milioni di euro già promessi: i Riva sono padroni di un’azienda che produce immensi profitti, frutti della fatica degli operai, non devono intascare altri soldi pubblici, escano loro il denaro necessario.
Ora gli operai vogliono fare i conti con chi ammazza essi e la città di Taranto, senza cedere sul diritto al salario e alla salute, senza cedere al ricatto “o accettate i veleni o restate senza lavoro”, senza  dover  più  scegliere  fra  il  lavoro  e  la  vita.  Se  il  Tribunale  del  riesame  confermerà  il sequestro, che lo Stato si faccio carico della vertenza di Taranto e assicuri il lavoro a tutti gli operai. Se invece non confermerà il sequestro, la partita è aperta per costringere i Riva con la lotta ad assumersi le loro responsabilità di assassini e inquinatori davanti agli operai e a tutta Taranto.
Gli operai dell’Ilva hanno scoperto la propria forza, sono un esercito che fa paura. Questa forza è ora di esercitarla.

Volantino distribuito all'Ilva di Taranto

Resistere tanto, obbedire poco




Ci hanno provato in tutti i modi. Una settimana di fuoco incrociato tra giornali e politici di ogni schieramento: criminalizzare e dividere il movimento per depotenziare e far fallire la marcia di oggi. A partire dalla Cancellieri fino ad arrivare all’ultimo Ferrentino di turno. Tutti a sparare a zero contro un movimento “violento” e raccomandare la popolazione della Valle di Susa di stare a casa.Il prefetto poi ha vietato di fatto la manifestazione e istituito posti di blocco in tutte le strade di accesso per Giaglione. Ma si sa, l’obbedienza e la paura non sono di casa in questa valle.
Ma ancora una volta non ha funzionato: almeno in cinquemila  hanno marciato tra boschi e sentieri impervi. Non era una manifestazione qualunque, servivano gambe buone per la montagna e sangue freddo per non cadere nelle provocazioni. Eppure anziani, giovani, bambini, famiglie, hanno voluto ancora una volta dimostrare la loro ostilità verso una situazione che ha raggiunto il surreale: da una parte un cantiere zeppo di divise e povero di operai e dall’altra una Valle costellata da posti di blocco a fermare e intimidire una popolazione sempre più esasperata.
I giornali dicono che è la strategia dello sfiancamento: stancarci e demotivarci fino a che la rassegnazione non prenderà il sopravvento.
Ma chi abita e vive questo territorio, chi da vent’anni difende questo lembo di terra, sa che l’epilogo sarà per forza un altro. Una lotta che vede da anni bambini che diventano adulti con una bandiera no tav in mano significa che la resistenza è entrata nel dna di questa popolazione. Chi si ricorda più di Pisanu ministro degli interni, di Ghigo e poi Madama Bresso e di tutti gli altri che hanno sproloquiato sul Tav senza mai sapere neanche di cosa parlavano?, e chi si ricorderà più di Esposito? La cruda verità e che loro passano e i no tav restano.
E’ normale per chi vive in questa Valle dedicare un pezzo importante della propria vita in questa lotta, e noi in questa Valle ci viviamo. Quanto per loro è normale occupare militarmente un territorio? Per quanto tempo potrà uno Stato permettersi di spendere 90 mila euro al giorno per garantire un semplice sondaggio geognostico come quello della Maddalena? Oggi barcollano nel mantenere un cantiere in uno dei posti più impervi e nascosti della valle, ma domani in mezzo ai paesi penseranno veramente di costruire cantieri fortificati alla Fort Apache?
Che l’opera sia inutile orami è assodato, che le poche risorse economiche che rimangono servono per cose ben più importanti e urgenti anche…è solo una questione di tempo, a noi non ci rimane che avere pazienza nella nostra tanta resistenza e poca obbedienza.

 Comitato No Tav Spinta dal Bass - spazio sociale Visrabbia

venerdì 13 aprile 2012

Rifiuti, Clini dice no alle discariche di Riano e Corcolle



tratto da http://www.romatoday.it/politica/discarica-no-riano-corcolle-clini.html  

L'intervento di Clini nella gestione dell'emergenza rifiuti è deciso e, forse, decisivo. La prima sostanziale novità che emerge da una sua dichiarazione è che la discarica per il post Malagrotta non si farà né a Riano, né a Corcolle con buona pace dei residenti della zona in lotta da mesi ed estremo disappunto della Regione e del prefetto Pecoraro che aveva indicato proprio i due comuni come siti alternativi alla discarica storica della capitale.

Sembrerebbe quindi che l'emergenza sia a un punto di svolta: dopo anni di impasse, deroghe alla chiusa di Malagrotta, il passaggio di competenze tra comune e regione e l'indicazione dei sette siti in cui realizzare la nuova discarica Clini sbaraglia tutto e indica un nuovo modo di procedere il quale, in qualche modo, sovverte completamente le dinamiche istaurate da Regione e Comune.

Il ministro, infatti, non pone al centro del suo piano la nuova discarica, ma una raccolta differenziata che punti agli standard dell'Unione Europea e che sancisca un nuovo modo di pensare ai rifiuti della città eterna. Potremmo dunque parlare di una nuova era dei rifiuti se uscire dallo stagno dell'emergenza non sembrasse così arduo.

Infatti, l'obbligo di legge prevede, entro il 2012, che la differenziata arrivi al 65% , obiettivo a oggi non certo facile da raggiungere, tanto che Alemanno vorrebbe una proroga, ma il ministro non sembra affatto disposto a cederla. Al contrario, Clini chiede a Regione e Comune di puntare al 50% di recupero entro il 2014, che significa avere una raccolta differenziata intorno al 60%. Quella proposta da Clini, dunque, è una nuova strategia che non punti più sulla discarica, ma sulla raccolta e soprattutto al recupero e, conseguentemente, agli introiti che il recupero può rendere.

I dubbi sul futuro dei rifiuti della capitale potrebbero essere scacciati il 30 aprile, data in cui si dovrebbe decidere il sito per la discarica alternativa, con Pian dell'Olmo che scalza gli altri e torna in pole position e la firma dell'accordo di programma con gli enti locali coinvolti per dar vita al nuovo piano che ha il primario obiettivo di scongiurare l'emergenza a Roma.

mercoledì 28 marzo 2012

Save the Amazon

antoniolucignano.com aderisce alla campagna di Greenpeace a favore della difesa dell'Amazzonia.



L'Amazzonia è la più grande foresta rimasta al mondo.
Un inestimabile scrigno di biodiversità da difendere.

L'Amazzonia, la nostra foresta, è in pericolo a causa della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Greenpeace si batte per fermare la deforestazione in Amazzonia entro il 2015 e a livello globale entro il 2020.L'ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Warrior III, navigherà per due mesi sul Rio delle Amazzoni per mostrare al mondo la bellezza dell'Amazzonia. Oltre alle meraviglie del polmone del pianeta, denunceremo i responsabili della sua distruzione e dimostreremo che ci sono le soluzioni per raggiungere il nostro obiettivo comune: Deforestazione Zero in Amazzonia.
Accompagnaci in questo magico viaggio e aiuta il popolo brasiliano a salvare l’Amazzonia.

L'Amazzonia è vasta, maestosa e ospita un quarto delle specie conosciute. Il giaguaro, il delfino rosa, il bradipo, il fiore più grande al mondo, la scimmia piccola come uno spazzolino da denti e un ragno grande come una palla da baseball sono solo alcune delle specie che conosciamo. Ma ce ne sono ancora molte, tutte da scoprire.

L'Amazzonia è la casa di oltre 20 milioni di persone e centinaia di indigeni che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno.

L'Amazzonia è un enorme deposito di carbonio che ci aiuta a stabilizzare il clima e mitigare i cambiamenti climatici: trattiene tra 80 e 120 miliardi di tonnellate di CO2.

mercoledì 8 febbraio 2012

Ecco il documento che smentisce Alemanno!



Dalle pagine romane del Corriere della Sera, proponiamo un articolo molto interessante che dimostra come la nevicata di venerdì scorso a Roma fosse stata annunciata e prevista. Già il giorno prima, infatti, era stato inviato un "fax urgentissimo" ove si parlava inconfutabilmente di valori di guardia per la neve in arrivo:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_febbraio_8/fax-inviato-ghiaccio-neve-campidoglio-sapeva-menicucci-1903189657734.shtml

C'è un documento riservato, inviato dal Campidoglio, che smentisce la ricostruzione fatta da Alemanno sui bollettini «poco chiari» della Protezione civile e sull'equivoco tra «millimetri d'acqua e i centimetri di neve».
È un fax spedito dal Dipartimento Lavori pubblici alle ditte appaltatrici della manutenzione strade, che afferma esattamente il contrario: il Comune, fin da giovedì 2 febbraio (il giorno prima del black out ), sapeva che a Roma avrebbe nevicato.

Anzi, i fiocchi erano attesi fin dal pomeriggio dello stesso giovedì. Nella tarda mattinata del 2, infatti, i Lavori Pubblici mandano un «fax urgentissimo», protocollato col numero 5163, alle dieci ditte che gestiscono la manutenzione stradale sui circa 800 chilometri della «Grande viabilità», dell'ex Ente Eur e delle sedi tranviarie. Nell'oggetto si legge: «Informativa comunale a seguito di fenomeni attesi e di "Avviso di condizioni metereologiche avverse" emesso da Presidenza del consiglio dei ministri-Dip. Protezione civile». E poi, nel testo: «Si comunica che dal pomeriggio della giornata del 2 febbraio 2012, fino a cessato allarme, si prevede la caduta di neve o il formarsi di ghiaccio all'interno del territorio di Roma Capitale. Si invitano, pertanto, codeste imprese ad assicurare la disponibilità, 24h su 24, delle risorse per l'attuazione del Piano Neve Ghiaccio 2011-2012 sin dal pomeriggio dello stesso giorno 2 febbraio, operando anche autonomamente in caso di formazioni di ghiaccio o precipitazioni nevose».

La comunicazione è firmata dal Dirigente della U.O. Manutenzione stradale Fabrizio Mazzenga, in allegato ci sono le sei pagine del «Piano neve-ghiaccio», che specificano quanti mezzi vanno impiegati (4 pale meccaniche e 4 autocarri per gli otto lotti, 2 pale e due autocarri all'Eur e nelle sedi tranviarie), quanti uomini (4 o 2 squadre di tre operai ciascuna), quanto sale (215 tonnellate solo alle ditte, divise nei vari lotti).

Il Comune, quindi, sapeva tutto. Ma poi, a nevicata avvenuta, il sistema va in tilt. Sabato mattina, con Roma imbiancata, Alemanno telefona al presidente dell'Acer Eugenio Batelli e gli sollecita un intervento sulle ditte appaltatrici: «Datemi una mano», gli dice il sindaco. E Batelli chiama le ditte. Ma le imprese, ora, vogliono essere pagate. Anche perché, nel capitolato d'appalto, sotto la voce «oneri a carico con apposito compenso» c'è «l'obbligo di prestare soccorsi ivi incluse le emergenze relative al piano neve». Il conto può essere salato: si parla di almeno 100 mila euro al giorno, per un totale che - ad emergenza conclusa - potrebbe superare il milione di euro. Ieri, alle ditte, è arrivato un nuovo «fax urgentissimo» per «intensificare l'attività e rimuovere i pericoli» e, sempre ieri, gli è stato chiesto di liberare gli accessi alle scuole.

Ma anche con le imprese qualcosa è andato storto. Per i disagi di Roma nord, il Campidoglio ha messo nel «mirino» l'impresa che gestisce quel lotto: sono in corso delle verifiche, che potrebbero portare a sanzioni o alla revoca dell'appalto.
E la manutenzione stradale ha fatto anche litigare due assessori. Nella notte di sabato, c'è stato uno scontro tra Marco Visconti (Ambiente) e Fabrizio Ghera (Lavori pubblici). Col primo ad accusare il secondo per la situazione-strade, e il secondo a replicare che le vie (di sua competenza) erano pulite, mentre i problemi erano sui marciapiedi (gestiti dai Municipi). È il gioco dello scaricabarile, in queste ore molto in voga.

martedì 7 febbraio 2012

Le pale spazzaneve c'erano! Ma Alemanno le ha dismesse!



Dalle pagine romane del CorSera, l'ennesima dimostrazione dell'incapacità di Alemanno e della sua Giunta di prevenire e gestire le emergenze:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_febbraio_7/san-saba-cimitero-spazzaneve-capponi-1903171325596.shtml

Sono rimaste lì per qualche anno e di certo erano lì venerdì pomeriggio e venerdì notte, proprio mentre i romani erano bloccati sul Raccordo, o nelle tante strade paralizzate dalle precipitazioni atmosferiche e da un piano antineve che, oggettivamente, non ha funzionato. Alle otto della sera di quel venerdì, racconterà poi il capo della Protezione civile Franco Gabrielli, «Alemanno mi ha telefonato, cercava uno spazzaneve».
Un po' come tutti i romani, che si guardavano intorno nella speranza di trovare mezzi in grado di liberare le strade - e le loro vite - da quella morsa di traffico e neve. In quei momenti, le lame erano lì: ferme, abbandonate. Comprate - con i soldi dei romani - e poi lasciate lì, senza manutenzione.

Per trovarle basta andare in via Baccelli, a San Saba. Il deposito Ama si trova dietro un centro anziani: sono decine, sia fisse sia con i pistoni per girare. Sono di quelle da attaccare ai compattatori dell'Ama per trasformare i mezzi in spazzaneve: e sono di proprietà dell'Ama, comprate a più riprese in anni nei quali il Piano antineve del Campidoglio puntava tutto sulla municipalizzata. Poi, con l'arrivo di Gianni Alemanno al Comune, è cambiato tutto. Perché nel dicembre 2005 l'ordinanza antineve era chiara: «L'Ama deve fare fronte alle proprie incombenze con tutti i mezzi a disposizione e con il personale necessario, collaborando con gli organi comunali per lo sgombero della neve e per lo spargimento del sale».

Invece, nell'atto del 14 dicembre 2011, il Campidoglio stabilisce che «Ama parteciperà a supporto, compatibilmente con i propri compiti istituzionali (...) per le opere di spazzaneve metterà a disposizione sei mezzi, tre pale meccaniche, una lama, due spandisale». Sei mezzi. E il sale chi lo sparge? Il servizio giardini, «le ditte appaltatrici della manutenzione stradale» e le associazioni di volontariato. E chi sono i volontari che devono salvare i romani dal ghiaccio? Ci sono vigili in pensione, la «misericordia Appio tuscolano» e «Park forest rangers». La «Federcaccia». «Blu sub». Cacciatori e sommozzatori.

Il Pd, con il consigliere Athos De Luca, si indigna: «Quelle lame spazzaneve non utilizzate sono un monumento allo spreco e all'insipienza. E ciò dimostra che, per salvare la città dall'incubo neve, sarebbe stato sufficiente riuscire a organizzare quello che c'era. Anche perché affidarsi ad Ama avrebbe significato puntare su squadre organizzate, alle quali era sufficiente pagare gli straordinari. Invece si sono affidati alle ditte esterne. E a quei volontari lì».

«Alemanno la smetta di dire che "Roma non è pronta alla neve": con lui, forse, ma prima i mezzi c'erano, c'era il sale, c'era tutto». Le lame spazzaneve, adesso, così abbandonate e senza manutenzione da anni, saranno probabilmente destinate alla dismissione. La signora del centro anziani che ce le mostra aspetta gli uomini dell'Ama: «Mi hanno telefonato perché vogliono prenderle, ma quando arrivano?». Troppo tardi signora, troppo tardi.