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giovedì 20 marzo 2014

A vent'anni dall'omicidio di Don Peppino Diana



Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe il 4 luglio 1958. Nel 1968 entra in seminario, vi frequenta la scuola media e il liceo classico. Successivamente intraprende gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale. Qui si licenzia in Teologia biblica e poi laurea in Filosofia alla Federico II. Nel 1978 entra nell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto. Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche Assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 divenne parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese nativo.

Successivamente diventa anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza.

Insegnava anche materie letterarie presso il liceo del seminario Francesco Caracciolo, nonché religione cattolica presso l’istituto tecnico industriale statale Alessandro Volta di Aversa. Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa.

La sua morte non è stata solo la scomparsa di una persona vitale, di un capo scout energico, di un insegnante generoso, di un testimone d’impegno civile: uccidere un prete, ucciderlo nella sua Chiesa, ucciderlo mentre si accingeva a celebrare messa, è diventato l’emblema della vita, della fede, del culto violati nella loro sacralità.

E’ stato il simbolo dell’apice cui può giungere la barbarie camorrista nei nostri territori. Il messaggio, l’impegno e il sacrificio di don Giuseppe Diana non possono essere dimenticati, ma la sua figura è stata presa d’assalto da sciacalli pronti a specularci sopra e sempre pronti ad attribuirgli frasi o fatti spesso anche inventati creando brand per il tornaconto economico di qualcuno o per far decollare la carriera politica o giornalistica di altri. “Per amore del mio Popolo non tacerò”, era lo scritto che la Forania di Casal di Principe, nel Natale del 1991 distribuì in tutte le parrocchie locali e dei paesi limitrofi, si faceva riferimento alla situazione Campana e Casalese dell’epoca.

Diceva questo, Don Diana: “Siamo preoccupati, Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana…. E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”.

E preoccupati lo siamo ancora oggi, più di ieri, purtroppo: l’impotenza di allora è rimasta ma non ci abbattiamo e non facciamo da spettatori non paganti, anzi ci ribelliamo a tutto questo ogni giorno perché a distanza di venti anni sembra che le parole scritte in quel documento si siano avverate tutte e che questi “nuovi modelli di comportamento” non sono arrivati anzi, abbiamo avuto politici che non hanno difeso il buon nome dei cittadini onesti e non li hanno coinvolti in una politica di sviluppo seria per il territorio per arginare il fenomeno criminale.

La chiesa non si è fatta “più tagliente e meno neutrale” ma solo neutrale, ha continuato a lavorare per il bene della comunità solo nella parte religiosa con una crepa nel cuore e nelle azioni che difficilmente si rimarginerà. Noi lo ricorderemo con memoria, impegno e testimonianza, perché sono questi i punti fondamentali attorno ai quali molti cittadini insieme a tutta la rete associativa religiosa e laica, si prepara a celebrare il ventennale dalla scomparsa di don Giuseppe Diana, il 19 marzo, evento promosso dalla diocesi di Aversa e Libera in primis, con un programma fitto di appuntamenti su tutto il territorio a partire dalla “messa non celebrata” nella Parrocchia di San Nicola in Casal di Principe alle ore 7.30 del 19 marzo, orario in cui fu ucciso Don Peppino Diana, presieduta da Mons. Angelo Spinillo.

Simbolicamente il ritrovarsi a celebrare l’Eucarestia nella stessa ora dell’omicidio di Don Peppino Diana intende riprendere quella preghiera crudelmente interrotta da una mano assassina. In contemporanea suoneranno a festa tutte le campane delle parrocchie della Diocesi, ci sarà un grande raduno nazionale di scuole, scout e vittime di criminalità che cammineranno in un corteo per le strade della città fino alle 12.30 per poi ricevere l’accoglienza con un pasto freddo, frutta e acqua.

Nel pomeriggio fino a sera, nelle varie piazze e in alcuni istituti ci saranno spettacoli musicali e teatrali. Per amore del mio popolo, non mancherò.

mercoledì 19 marzo 2014

"Per amore del mio popolo"



Siamo preoccupati.
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra
La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.

- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
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martedì 11 febbraio 2014

Tutto quello che non va nel decreto "Terra dei Fuochi"

Vi sottopongo due articoli molto interessanti, riguardanti il cosiddetto "Decreto sulla Terra dei Fuochi". Potrete notare le criticità di questo decreto, pensato male e realizzato peggio.
Nei prossimi giorni, su L'INSORGENTE sarà disponibile il testo integrale del Decreto, con le modifiche degli emendamenti.



Poteva il parlamento italiano convertire il decreto legge 136/13 (noto come Terra dei Fuochi ed Ilva) da noi ritenuto pessimo fin dal primo istante, peggiorandolo ulteriormente?

La risposta negativa sembrava assolutamente la più razionale delle opzioni. Il decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri, prima ancora di passare alla Camera dei deputati ed arrivare blindatissimo al Senato, già appariva, nella sostanza, il tentativo goffo del governo e della politica romanocentrica di creare uno spot elettorale a futura memoria.

Come spesso accade, però, nelle italiche faccende ciò che era di per sé male è divenuto peggio con le modifiche approvate dagli illuminati parlamentari all’atto del passaggio alla Camera. La mera elencazione degli emendamenti incriminati non avrebbe lo stesso effetto che ha l’analisi del resoconto stenografico della seduta al Senato che mostra tutti gli aspetti patologici del sistema e del provvedimento. Sotto il primo profilo appare subito evidente l’affanno e l’imbarazzo col quale i senatori discutono di un argomento a loro, evidentemente, ignoto e di un provvedimento sul quale hanno avuto pochissimo tempo per deliberare.

Sotto il secondo abbondano le contraddizioni, persino negli interventi a favore da parte dei parlamentari della maggioranza. La cartina di tornasole dell’imbarazzante faccenda è già nelle parole del relatore Sollo che, in sede di relazione orale, da un lato superfeta il ruolo della criminalità locale sostenendo che il decreto riguarda “un’area che si caratterizza per lo sversamento illegale di rifiuti, anche tossici, da parte della camorra e, in particolare, del clan dei Casalesi” per poi fare riferimento alla particolare natura dei rifiuti ammettendo che “da molti decenni nelle campagne campane si sono verificati sversamenti di rifiuti industriali e di rifiuti tossici e nucleari provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa” senza, però, accennare, neanche minimamente, alla catena di correità che ha potuto (per cinque lustri) consentire a tali rifiuti di viaggiare, indisturbati attraverso lo stivale. Ancora il Governo, attraverso il suo imbarazzato relatore, dichiara che “secondo un rapporto dell’ARPA della Campania, un’area di 3 milioni di metri quadri, compresa tra i Regi Lagni, Lo Uttaro, Masseria del Pozzo-Schiavi (nel Giuglianese) ed il quartiere di Pianura della città di Napoli, risulterebbe molto compromessa per l’elevata e massiccia presenza di rifiuti tossici” senza spiegare come mai dallo screening medico della popolazione, introdotto con un emendamento alla Camera, vengano pretermesse la città di Napoli ed alcune zone del casertano come Terzigno.

Nemmeno spiega il Governo come, preso atto che “la Campania fosse destinata a diventare una discarica a cielo aperto, soprattutto di materiali tossici tra cui piombo, scorie nucleari e materiale acido, che hanno inquinato le falde acquifere campane e le coste di mare dal basso Lazio fino ad arrivare a Castel Volturno” il decreto si limiti alla mappatura dei terreni agricoli tralasciando quelli non agricoli e, soprattutto l’analisi delle falde acquifere.

Non spiega il Governo come, preso atto del ruolo della criminalità mafiosa nel ciclo dello smaltimento dei rifiuti illeciti, abbia potuto ritenere di approvare un provvedimento che deroga i controlli antimafia per le imprese impegnate nelle bonifiche del territorio. Si tratta, per inciso, di centinaia di milioni di euro (di provenienza comunitaria e sottratti all’agricoltura Campana) che rischiano di arricchire gli stessi soggetti (massoneria, politica, camorra) che hanno stuprato il territorio.

Non spiega il Governo la necessità di un provvedimento ad hoc così raffazzonato in vigenza del decreto legislativo 152/06 (chi inquina paga) di per sé sufficiente, sotto l’aspetto sanzionatorio, a garantire la posizione in capo agli autori dell’inquinamento degli oneri di bonifica. Verrebbe il sospetto che se ne sia evitata l’applicazione onde evitare che gran parte degli oneri fossero ricaduti sul tessuto industriale toscopadano e sullo stato complice attraverso le sue strutture di controllo corrotte. Non spiega il governo il senso di una mappatura a chiazza di leopardo con la costituzione di aree agricole no food senza esplicitare i modi ed i tempi della bonifica integrale dei luoghi. Imbarazzo. La sensazione è netta, violenta. Disgusta.

Il Governo ha trattato il problema con la fretta ansiosa di chi deve necessariamente nascondere una verità impronunciabile. Nella Terra dei fuochi è stato perpetrato uno scientifico genocidio di una popolazione inerme sacrificata sull’altare della tenuta economica del sistema imprenditoriale norditaliano attraverso l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali. Il Governo, se avesse minimamente approfondito il dibattito, o lo avesse favorito attraverso la piena discussione del provvedimento adottando, avrebbe dovuto rispondere alla domanda relativa ai quattro lustri di secretazione imposta dalla politica attraverso personalità ancor oggi ben salde nella sala dei bottoni, l’On.le Sig. Presidente della Repubblica in primis al tempo delle dichiarazioni si Schiavone Ministro degli Interni e fautore della segretazione.

Alessandro Cantelmo

In questa breve nota vorrei analizzare l’articolo 3 della legge in questione che è quello che introduce il reato di “combustione illecita di rifiuti”

La norma ha l’obiettivo di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i (fuochi) roghi tossici prevedendo uno specifico Reato – Delitto -“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.”

Questo articolo si affianca all’art.256 del TUA (Testo unico ambientale), diventando l’art. 256 bis del predetto testo.

Ma cosa prescrive l’art 256 del TUA?

“Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 e’ punito:
a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Poichè la combustione è sicuramente considerabile come uno dei tanti modi attraverso i quali è possibile smaltire il rifiuto, non appare molto chiara, nel merito, l’introduzione di uno specifico reato per il rogo (a parte per le sanzioni penali più dure).

Nel metodo la norma si rivela comunque incapace di affrontare il problema, allo stesso modo di quanto già fosse in precedenza l’art. 256 su menzionato. Non ci sembra infatti che questa norma abbia mai nemmeno lontanamente inciso nella direzione di una diminuzione dei roghi di rifiuti.

Si dirà, si però adesso è previsto uno specifico reato di combustione che permetterà di perseguire un reato che invece prima era affidato alla interpretazione e alla tenacia della Polizia giudiziaria e della relativa Autorità, per la possibile distinzione tra “smaltimento” e “combustione”.

Contestazione lecita, intendiamoci. Però bisogna tenere presente che la combustione illecita di rifiuti era già prevista nel D.L.172/2008 convertito dalla L.210/2008 emanato per fronteggiare “l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania”, normativa applicabile ancora oggi in tutti quei territori dello Stato Italiano qualora vi fosse dichiarato, ai sensi della L. 24 febbraio 1992, n. 225 in vigore dal Novembre 2008 al 31 Dicembre 2009, data in cui è cessato lo stato di emergenza in Regione Campania.

Il riferimento che si è fatto è all’art 6 del D.L. 210/2008 il quale prevede che “Nei territori in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti dichiarato ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225: chiunque in modo incontrollato o presso siti non autorizzati abbandona, scarica, deposita sul suolo o nel sottosuolo o immette nelle acque superficiali o sotterranee, ovvero incendia rifiuti pericolosi, speciali ovvero rifiuti ingombranti domestici e non, di volume pari ad almeno 0.5 metri cubi e con almeno due delle dimensioni di altezza, lunghezza o larghezza superiori a cinquanta centimetri, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e sei mesi;

Lo stesso articolo alla lettera b prevede pene più severe se chi commette l’illecito riveste la qualifica di impresa o responsabile di enti. In tal caso è previsto:”i titolari di imprese ed i responsabili di enti che abbandonano, scaricano o depositano sul suolo o nel sottosuolo in modo incontrollato e presso siti non autorizzati o incendiano i rifiuti, ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, sono puniti con la reclusione da tre mesi a quattro anni se si tratta di rifiuti non pericolosi e con la reclusione da sei mesi a cinque anni se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Il reato di combustione illecita dei rifiuti era quindi già previsto dal D.L. 210/2008 in vigore in Campania fino al 31 Dicembre 2009 con scarsissimi risultati nel contrasto al fenomeno dei roghi di rifiuti, come confermato dalle statistiche rese disponibili dalle procure di Napoli e Caserta.

A questo punto si potrebbe obbiettare che il comma 2 della nuova legge metti a disposizione dei prefetti, qualora ne facessero richiesta e comunque non oltre il 31 Dicembre 2014, un contingente di massimo 850 unità di militari. Le risorse a disposizione per l’utilizzo del contingente militare impiegato nelle operazioni di controllo del territorio con funzioni di agenti di pubblica sicurezza (quindi con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria), vengono attinte da un fondo di cira 40 milioni di euro previsti dall’art.1, comma 264 della legge 27 Dicembre 2013, n.147. I 40 milioni di euro menzionati fanno parte di un fondo che serve non solo nei territori della Campania ma in tutte quelle realtà nelle quali per situazioni emergenziali i prefetti ne facciano richiesta.

Bisogna chiarire che l’impiego del contingente militare, con funzioni di pubblica sicurezza, era stato già previsto dalla legge 125/2008 e fino al 31 Dicembre 2009, comportando anche allora risibili risultati nella lotta al contrasto dei roghi e degli sversamenti abusivi di rifiuti.

Si tratta quindi, ancora una volta, di una misura emergenziale che non ha, per sua stessa natura, la capacità di scongiurare il ripetersi, alla fine del periodo emergenziale, degli atti criminali che pur dichiara di voler debellare. Anzi in verità la sua utilità nel perseguire il fine dichiarato è molto opinabile, da un’analisi dei risultati prodotti in passato, anche nel periodo di sua applicazione.

Cosa non prevede la nuova legge.

1) Innanzitutto il problema è mal individuato poichè non si fa riferimento esplicito alla problematica della filiera produttiva criminale che produce e alimenta la problematica degli sversamenti abusivi e dei relativi roghi.

Per esempio non si accenna alla possibilità di estendere il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) anche ai produttori iniziali che non sono organizzati in enti o imprese e a tutti coloro che producono rifiuti urbani, ancorchè pericolosi.

Infatti l’articolo 188-ter del TUA (D.Lgs. n. 152/2006), così come modificato, dal D.L. n. 101/2013 e dalla legge di conversione n. 125/2013, limita l’obbligo di adesione al SISTRI a queste categorie di operatori economici:

a) enti o imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi.
b) enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti speciali pericolosi a titolo professionale.
c) enti o imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti urbani e speciali pericolosi.

Sono quindi esclusi tutti i produttori non organizzati in enti o imprese e tutti i produttori, di qualsiasi natura, di rifiuti urbani, ancorchè pericolosi (Pile, batterie, vernici, pitture, colori, coloranti, inchiostri, olio esausto, mercurio, etc).

2) Non si fa riferimento alcuno alla ragione dello scarso controllo del territorio da parte delle forze preposte a questo fine. Ovvero il sottodimensionamento critico e sistemico delle forse di polizia sul territorio, le quali avrebbero urgente bisogno di maggiori finanziamenti ordinari e di un incremento del numero di personale.

3) Appare discutibile la scelta di stanziare 40 milioni di euro per gestire una situazione emergenziale quando invece ci sarebbe bisogno di metodi ordinari per il controllo del territorio. Oltre alla su citata possibilità di impiegare un numero maggiore di forze di polizia sarebbe certamente utile avvalersi dell’ausilio di droni, apparecchi sofisticati capaci di sorvolare il territorio senza essere individuabili. La comunicazione in tempo reale tra i droni e gli uffici di polizia renderebbe tempestiva la risposta delle forze dell’ordine rispetto a fenomeni di sversamenti abusivi e combustione di rifiuti senza il bisogno di impiegare fisicamente sul territorio un numero eccessivo di unità operative.

Per quanto fin qui analizzato ci sembra che il legislatore non riesca ad individuare le cause della problematica che si prefigge di contrastare, e quindi la legge approvata non appare capace, per quanto analizzato sopra, di conseguire la finalità per la quale è stata emanata.

Domenico Cuozzo

domenica 9 febbraio 2014

#SettentrioneLadrone. Un po' mafiosi, un po' massoni: il Sistema Torino



La locuzione Sistema Torino è una creazione quasi sincrona di una giovane consigliere comunale torinese del M5S Chiara Appendino e di un giornalista torinese Maurizio Pagliassotti. Chiara Appendino ha parlato di un Sistema Torino in un’intervista a Presa Diretta in cui si parlava delle ragioni del dissesto del Comune di Torino, figlio anche di un sistema coordinato finalizzato alla cogestione della città. Pagliassotti ha scritto un fortunato libro dal titolo: Chi comanda Torino che ha avuto un buon successo nonostante non non siano state pubblicate recensioni dai due quotidiani più diffusi a Torino.

Sistema Torino vuole indicare una serie di persone e di potentati che hanno dominato e gestito consociativamente i centri nevralgici della città della Mole. È stato un processo non casuale gestito da persone che hanno occupato i luoghi critici di Torino, di fatto comandandola come una cosa propria negli ultimi 15 anni, gli anni del dopo Tangentopoli, della Seconda Repubblica, delle Olimpiadi e poi del deficit e della crisi di Torino. Sono stati gli anni dei sindaci di centrosinistra Castellani, Chiamparino e poi Fassino.

L’ex sindaco di Torino Valentino Castellani, in un’intervista ha detto: “Per quanto riguarda il fatto che a Torino lavorano sempre gli amici degli amici va anche detto che la città non è grandissima, l’ambiente è quello che è, diventa persino difficile non rapportarsi sempre agli stessi”. Valentino Catellani è persona intelligente e preparata e con questa dichiarazione diplomatica ha fatto poco onore alla matematica e alla sua laurea in Ingegneria dato che cercando un po’, facendo uno sforzino per lo meno dal punto di vista numerico, qualche cosa si può trovare fra 900mila abitanti al di fuori dei giri dei soliti noti.

Ma quali sono le radici di questo Sistema. Si tratta di gruppi di potere originariamente diversi apparentemente agli antipodi che si sono compenetrati, miscelandosi fino a formare un tutt’uno omogeneo in cui i personaggi si scambiamo ruoli di potere, ma al cui interno si accede attraverso un esclusivo processo di cooptazione. Sistema Torino è un’assenza di meritocrazia, ma una necessità di appartenenza giudiziosa e devota al Sistema per ambire alle nomine sempre dietro la porta, per cui direttori di teatri diventano referenti di musei o sindaci passano a fondazioni bancarie e viceversa.

I componenti del pool di persone che hanno dominato la città sono stati da un lato i politici e sindacalisti della sinistra, poi centrosinistra torinesi insieme alle loro assortite corti che hanno detenuto il potere da molti anni sulla città. Con questi spesso a braccetto o in imprendibili partite di carte, i personaggi della famiglia allargata Agnelli e i manager del gruppo ora migrato negli Usa. Molti ex dirigenti del gruppo Fiat si sono riciclati dopo la loro carriera manageriale in cariche pubbliche senza che ci sia stato particolare reazione da parte della città, quasi fosse la naturale prosecuzioni delle loro carriere.

Poi ci sono importanti professionisti di quelle che un tempo si chiamavano professioni liberali soprattutto avvocati e commercialisti, qualche architetto, pochi medici e ingegneri. A questi aggiungiamo un nutrito gruppo di radical chic in parte accasati in potentati accademici, altri alla testa di istituzioni culturali.

Ma ora Sistema Torino è diventato anche un racconto diverso: un libro che sta diventando un reading teatrale che si sta finanziando grazie al Crowdfunfing, che ovviamente faticherà a trovare finanziatori nei circoli vip della città, ma che sta iniziando a girare raccogliendo persone e informazione secondo un virtuoso sistema a rete. Forse è davvero qualcosa di simile a quello che diceva Castellani: “Torino e dintorni sono piccoli e la gente mormora”.

mercoledì 23 maggio 2012

20 anni dopo, la strada è sempre in salita



I nostri politici politicanti si stanno spellando le mani in queste ore. Il ricordo della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, commuove i cittadini, ed i politici si accodano al sentire comune. Qualcuno - c'è da giurarsi - lo fa convintamente, perchè lo sente dentro, perchè ha conosciuto Falcone o perchè ne ha sempre serbato il ricordo e l'esempio. Alcuni (o "molti altri", a seconda se abbiamo votato per il MoVimento 5 Stelle o meno), viceversa, pare che stiano ricordando qualcosa di fastidioso, o meglio: qualcuno di fastidioso. Perchè Falcone ricorda, ogni giorno, i quasi 100 inquisiti presenti in Parlamento e i tantissimi altri inquisiti presenti nelle istituzioni repubblicane, a tutti i livelli. Perchè Falcone ricorda che gli eroi immortali son tutti morti - vero - ma le loro idee ancora camminano. Purtroppo, non camminano quasi mai verso Montecitorio e, quando ci provano, trovano sempre la strada in salita e irta di ostacoli.

sabato 19 maggio 2012

Dopo l'attentato di Brindisi, pericolo di svolta autoritaria



C'è puzza di bruciato. Non solo nell'attentato che stamattina ha causato la morte di una ragazza e  ha squarciato i cuori di tutta Italia, ma anche in ciò che sta accadendo nella cosiddetta "opinione pubblica". Basta farsi un giro sui blog di informazione, sui siti dei quotidiani o sui social network, per leggere frasi del genere: "Ci vogliono i caschi blu dell'Onu"; "Bisogna fare come Mussolini, che mandò Mori in Sicilia"; "Ci vuole la pena di morte"; "Solo coi carrarmati dell'Esercito si risolve la questione".
In pratica, la cosiddetta opinione pubblica non fa altro che augurarsi una svolta autoritaria: siamo tutti disponibili a perdere la libertà, pur di guadagnare sicurezza. E' la fame di giustizia, che sempre più spesso si trasforma in desiderio di vendetta, a farci ragionare così? No, non credo. O almeno, non solo. Il sospetto che vi sia una mano occulta dietro questo atto si incarna sempre di più man mano che passano le ore. Vuoi perchè chi è davvero esperto di mafie tende ad avere i piedi di piombo, che più piombo non si può. Vuoi perchè il modus operandi dei mafiosi è in genere diverso (così come in genere gli anarchici non gambizzano...). Vuoi perchè questo approccio securitario e autoritario può far comodo a molti. A chi? Ai padroni del vapore. Non mi riferisco tanto ai bocconiani che ci governano, sia chiaro: essi sono strumenti nelle mani del Potere. Mi riferisco proprio al Potere, quello stesso potere che da Piazza Fontana alla Diaz ha sempre voluto stroncare sul nascere ogni ribellione allo status quo, sia essa una ribellione violenta o semplicemente civica. Lo stesso Sistema che è sceso a patti con la mafia, coi terroristi, coi governi dittatoriali in giro per il mondo.

La domanda delle domande è: a chi giova questo attentato? Alle mafie no, se è vero che le mafie vogliono il supporto popolare che questo genere di attentati invece riduce (è la tesi di gente come Gratteri, Ingroia, Abbate, insomma gente esperta di queste cose). Probabilmente, quindi, bisogna provare a rispondere a questa domanda e poi indagare in questa direzione. E se la risposta a questa domanda fosse "lo Stato", saremmo sull'orlo di una nuova strategia della tensione.

Che cos'è la mafia



La mafia è chi tace. La mafia è chi si gira dall'altra parte. La mafia è chi abbassa la voce. La mafia è chi scende a patti col potere. La mafia è chi si vende. La mafia è chi compra chi si è venduto. La mafia è chi minaccia. La mafia è chi non denuncia la minaccia. La mafia è chi mette bombe. La mafia è chi copre chi mette le bombe. La mafia è chi compie stragi. La mafia è depistaggio. La mafia è menzogna. La mafia è buttare fango sulla verità. La mafia è chi trucca le elezioni. La mafia è chi è egoista. La mafia è chi pensa al proprio pane mentre gli altri muoiono di fame. La mafia è povertà con tanti soldi. La mafia è sperare che sia la mafia a mettere le bombe, e non lo Stato. La mafia è lo Stato che uccide i propri cittadini. La mafia è la strategia della tensione. La mafia è non conoscere i colpevoli, ma solo le vittime. La mafia è sfiducia nel prossimo, nell'altro. La mafia è una montagna di merda, ma è una montagna altissima. La mafia è chi muore ogni giorno. La mafia è fatta da uomini, quindi può e deve morire.

LO SPIGOLO INDIPENDENTE

Oggi mi sento brindisino. Maledetti bastardi.




Alle 7.45 di stamane un ordigno è esploso davanti alla scuola "Morvillo e Falcone" di Brindisi. Al momento, c'è una ragazza morta e un'altra in fin di vita insieme ad altri 8 feriti. Pare che la matrice del vile attacco sia mafiosa, in particolare la Sacra Corona Unita, anche se sembra che la bomba sia a gas, mentre la mafia in genere usa il tritolo. Non è da escludere, quindi, la pista del depistaggio. E' ancora presto per avanzare ipotesi maggiormente realistiche. Fatto sta che la notizia mi ha sconvolto. Colpire una scuola è da bastardi. Maledetti.

lunedì 30 aprile 2012

In memoria di Pio La Torre

Il 30 aprile 1982 veniva assassinato Pio La Torre, sindacalista ed esponente politico comunista. Al momento della morte, il deputato siciliano era segretario regionale del PCI. L'omicidio fu rivendicato dai Gruppi Proletari Organizzati, ma in realtà la matrice dell'assasinio era mafiosa: il pentito Messina, nove anni dopo, asserì che l'ordine di uccidere Pio La Torre venne dato dal capo dei Corleonesi, Totò Riina, che voleva punire il politico siciliano per la proposta di legge riguardante l'esproprio dei beni immobili dei mafiosi.
La Torre aveva capito una cosa fondamentale: il modo migliore per colpire la mafia è togliere ai mafiosi i loro beni. "Colpirli nei soldi". E' grazie all'insegnamento di Pio La Torre che associazioni come Libera sono riuscite a porre all'attenzione pubblica il tema della "riconversione ad uso sociale" dei beni sottratti alle mafie.

Al ricordo di Pio La Torre, esempio di politica pulita che combatte le mafie e l'illegalità, dedico questo video tratto da youtube:


Grillo, lo Stato e la mafia




«La mafia non ha mai strangolato i suoi clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un’altra mafia che strangola la sua vittima». Questa frase di Beppe Grillo ha scatenato, come ovvio, un vespaio di polemiche. Alcune illegittime, visto che provengono da chi mette i mafiosi nelle proprie liste elettorali; altre legittime, perchè provengono da persone o movimenti che hanno fatto della lotta alle mafie la propria ragione sociale. Personalmente credo che, stavolta, Beppe Grillo abbia esagerato. Anzi no, perchè il comico genovese esagera sempre. Stavolta Grillo ha semplicemente detto una cazzata, una cosa vergognosa. Non so in quale Paese viva Grillo, ma nel paese in cui vivo io la mafia strangola da decenni i propri clienti: cittadini, commercianti, imprenditori. O paghi il pizzo o ti incendio il negozio. O voti chi ti dico o chiudi baracca.

Qualcuno obietterà: ma lo Stato non fa lo stesso? Pensate ad Equitalia, all'usura bancaria tutelata dallo stato, o alle stesse forze dell'ordine che sono "i picciotti dei banchieri" che ci governano.
Non sono d'accordo, almeno non completamente. Io non credo che TUTTO lo Stato sia mafioso: la maggioranza dei magistrati e dei poliziotti, ad esempio, è sicuramente contro la mafia e spesso paga questa scelta di campo con la vita. Anche la generalizzazione "tutti i politici sono mafiosi" è una stronzata colossale: esistono tantissimi esponenti politici e amministratori locali che QUOTIDIANAMENTE combattono contro le mafie e per la legalità. Perchè dovremmo spazzare via tutti? Solo perchè sono stati eletti nel Pd o nel PdL, in Sel o nell'IdV?

Caro Grillo, dici spesso cose giuste utilizzando la tecnica dell'eccesso tipico della satira. Stavolta, però, hai detto una cosa grave, sbagliata, falsa. Il movimento che tu hai contribuito a fondare è sicuramente lontano anni luce da questa e da altre posizioni che hai espresso negli ultimi tempi. Il problema sai qual è? Queste tue uscite fanno perdere consenso al MoVimento 5 Stelle. E in politica il consenso è importante. Fidati.

sabato 7 gennaio 2012

"Non rompere e pensa alla famiglia"



Nicola Lopreiato è il capo servizio della Gazzetta del Sud a Vibo Valentia. Nicola Lopreiato è un giornalista, usa le parole per informare i cittadini e denunciare il malaffare. A questo cronista, sconosciuto ai più, è stata recapitata una lettera particolare: il mittente è Leone Soriano, attualmente detenuto nel carcere di Cosenza e ritenuto dagli investigatori il capobastone dell'omonima cosca di Filandari, in provincia di Vibo Valentia.
"Invece di rompere ogni giorno con la cosca Soriano, che non esiste e non è mai esistita, pensa di più alla tua famiglia che è meglio per tutti". Queste le parole usato dal Soriano per minacciare, neanche troppo velatamente, il giornalista della Gazzetta del Sud. Leone Soriano è stato arrestato il 2 luglio 2009 e condannato in cassazione, insieme al fratello Francesco, a sei anni di reclusione per detenzione illegale a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, ma è ancora accusato di tanti altri reati, tra cui associazione mafiosa.
Secondo gli inquirenti, la 'ndrina di cui Leone Soriano sarebbe il capo imponeva anche un dazio di 20 € a tutti i camion che passavano sulla A3 nella zona di Filandieri. Inoltre, alcuni esponenti di questa 'ndrina sono accusati di aver più volte minacciato i dirigenti e i lavoratori delle ditte impegnate nei lavori di ammodernamento della Salerno - Reggio Calabria: fucili a canne mozze in mano, i malavitosì puntavano le armi verso gli autisti dei camion, verso i lavoratori, e verso gli imprenditori della zona.
L'operazione che ha smascherato questi loschi traffici è stata chiamata, dalla DDA, Operazione Rotarico, dal nome del balzello di passaggio imposto nella antica città di Rota ai tempi dell’Impero romano.

martedì 3 gennaio 2012

Non c'è equità senza legalità


Il governo Monti ha annunciato l'inizio della fase due, ribattezzata "Cresci Italia". Dopo aver messo a posto (definitivamente?) i conti dello Stato, con una manovra oggettivamente poco equa, ora bisogna ripartire proprio dall'equità. "Non c'è sviluppo senza equità" sembra essere l'adagio preferito dei sostenitori del governo.
Bisognerebbe probabilmente cantare un altro adagio: "Non c'è equità senza legalità". In Italia persistono sacchè di illegalità diffusa, più o meno tollerate dalla classe politica: dall'evasione fiscale all'elusione, dai capitali portati all'estero al riciclo di denaro sporco, dai sequestri e dalle aste di beni immobili alle infiltrazioni malavitose nelle istituzioni. Ognuna di queste voci ha dei costi economici e sociali spaventosi: secondo gli ultimi dati della Corte dei Conti, della Commissione Parlamentare antimafia e del rapporto annuale della Guardia di Finanza, l'illegalità costa agli italiani tra 270 e i 330 miliardi di euro all'anno, e 180 mila posti di lavoro solo al Sud. Non parliamo solo di malavita organizzata, ma anche dei tanti evasori che non pagano l'iva, non dichiarano i beni immobili, esportano capitali all'estero, utilizzano società off shore e paradisi fiscali, dichiarano meno dei loro dipendenti. Secondo la CGIA Mestre, questi dati (che ammontano a "cinque manovre finanziarie del governo Monti") sono da intendersi al ribasso, perchè è molto probabile che la realtà superi questo affresco spaventoso di illegalità.

Pertanto il governo Monti, se davvero vuole far ripartire il Sistema Italia, dovrebbe cominciare dalla legalità. Dovrebbe essere sicuramente la priorità dell'azione del governo, per distacco rispetto alle altre.
Sarà così?

lunedì 23 maggio 2011

23/5/1992 - 23/5/2011






Sono passati 19 anni dalla tua morte, ma il tuo esempio spinge ancora migliaia di persone a lottare di giorno in giorno, di piazza in piazza, di vicolo in vicolo, per la legalità e la giustizia. Perchè la Libertà fa rima con Giustizia e Legalità, e vanno declinate sempre insieme.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
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mercoledì 11 maggio 2011

Verdi: la norma sulle spiagge è incostituzionale!






I Verdi hanno inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un lungo memoriale per denunciare l'incostituzionalità della norma sulla privatizzazione delle spiagge contenuta nel Decreto Sviluppo. La norma sulle spiagge del decreto sviluppo presenta due ordini di illegittimità.

Il primo punto consiste nella concessione del diritto di superficie: in pratica il diritto a occupare il suolo delle spiagge si rinnova automaticamente alla scadenza dei sessant'anni per altri novant'anni, con corsia preferenziale per quanti già avevano la concessione. Questo significa che lo Stato, formalmente ancora proprietario delle spiagge, perde ogni diritto su di esse: il diritto di superficie dà infatti facoltà, a chi occupa il suolo in questione, di disporre liberamente di esso, di costruirvi sopra o di impedire l'accesso ad altri. I cittadini in pratica dovranno pagare persino per posare in terra il proprio asciugamano e gli imprenditori potranno prolungare - vita natural durante – i propri diritti sui litorali pubblici, sottraendo questi beni alla libera fruizione della comunità. Se non è privatizzazione questa...

Il secondo punto consiste nel fatto che i privati non solo potranno edificare ulteriormente i terreni loro "concessi" (ovvero: regalati) ma anche le zone comunali non incluse nel demanio marittimo ma limitrofe, che potranno essere utilizzate per creare strutture di supporto agli stabilimenti balneari già esistenti. Risultato: solo a Ostia, sul litorale romano, potranno essere versati 1,5 milioni di metri cubi di cemento su più di 300mila mq di spiagge e aree verdi, mentre a livello nazionale si parla di più di 10 milioni di metri cubi sul 50% delle spiagge italiane (pari a 3534 km di litorali). Il tutto - lo ripetiamo - al modico prezzo di 53 centesimi a metro quadro: un'area balneare di 10 mila metri quadri costerà, al fortunato imprenditore balneare, meno dell'affitto di un bilocale a Roma o Milano.

Per questo il 18 giugno, dopo i referendum, i Verdi saranno tutti in piazza a Ostia, luogo simbolo della cementificazione e della speculazione su un bene di tutti, con una grande manifestazione contro un provvedimento che privatizza i litorali, ruba il mare agli italiani e regala per un secolo le spiagge alla lobby dei balneari. Sono invitati ad aderire e a partecipare tutte le associazioni, i partiti e i cittadini che vogliono difendere le nostre spiagge.
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lunedì 22 novembre 2010

Le motivazioni della sentenza d'appello a Dell'Utri




Quando Dell’Utri usava la mafia per il recupero crediti
Marcello Dell’Utri non è stato il “mediatore” tra cosa nostra e Silvio Berlusconi solo per proteggere la famiglia del presidente del Consiglio, e in Sicilia i ripetitori Fininvest e i magazzini Standa, in cambio di tanto denaro, naturalmente. Marcello Dell’Utri ha usato cosa nostra per far avere soldi in nero a Publitalia, la cassaforte pubblicitaria del biscione, di proprietà del presidente del Consiglio. A scriverlo sono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni di condanna a 7 anni per il senatore Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda risale al 1991-1992 e riguarda una sponsorizzazione della “pallacanestro Trapani”. Al proprietario della squadra, Giuseppe Garraffa, è stato chiesto di pagare, in nero a Publitalia ( Dell’Utri allora era il presidente) 530 milioni di lire. Quasi il 50% della sponsorizzazione concessa dalla Birra Messina. A fare la richiesta, che non prevedeva un rifiuto, non fu solo Dell’Utri, ma anche il capomafia di Trapani, Vincenzo Virga.

Una storia questa, che giudiziariamente non è ancora chiusa. Anzi la Cassazione il 28 maggio scorso l’ha riaperta. La suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di Milano. I giudici di secondo grado avevano derubricato l’accusa di tentata estorsione in minacce gravi e pertanto avevano dichiarato prescritto il reato. Secondo la Cassazione appare “insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza della minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto ‘sicura natura estorsiva’ e, contestualmente, ritenere che poiché a quella minaccia – di fatto – non ne erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era “estinto” per desistenza volontaria”. Dunque il processo è da rifare.

Ma secondo i giudici di Palermo, comunque, il “fatto storico” è ormai accertato ed è per questo che lo inseriscono nella sentenza, con diversi dettagli, per motivare il “contributo” di Dell’Utri al mantenimento e al rafforzamento di cosa nostra.

Ricordano i giudici: “…Il Garraffa aveva riferito che dopo l’accredito della seconda rata di 750 milioni di lire gli era stato richiesto di versare, in contanti ed in nero, altri 530 milioni a titolo di ‘provvigione’ senza emissione di fattura seppure richiesta e con l’invito a risolvere se del caso la questione direttamente incontrando il Dell’Utri. Nel corso dell’incontro, avvenuto tra la fine del 1991 o i primi giorni del 1992, nella sede di Publitalia a Milano, il Dell’Utri aveva ribadito al Garraffa che non sarebbe stata rilasciata alcuna fattura a fronte della ‘provvigione’ richiesta, rammentando nell’occasione al suo interlocutore che ‘…i siciliani prima pagano e poi discutono…’ e che avevano comunque ‘uomini e mezzi per convincerlo a pagare’.

Si legge ancora dalle motivazioni: “Qualche mese dopo, comunque prima dell’elezione al Senato del 5 aprile 1992, il Garraffa aveva ricevuto presso l’ospedale di Trapani ove era primario, la visita di Vincenzo Virga accompaganato da Michele Buffa, che gli aveva chiesto se fosse possibile risolvere la questione con Publitalia, aggiungendo, alla richiesta del medico di sapere chi lo aveva ‘mandato’, che si trattava di ‘amici’, menzionando infine proprio il Dell’Utri”. A confermare l’intervento di Virga e dello stesso Dell’Utri, anche il pentito Vincenzo Sinacori, ex reggente del mandamento di Mazara del Vallo. Ha raccontato che il capomafia della provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro, lo incaricò di parlare con Virga per chiedergli di “parlare” con Garraffa perché saldasse il “ debito” con Publitalia. E Virga, ricorda Sinacori, poi gli confermò di aver assolto il compito.
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giovedì 4 novembre 2010

Grazie, Paolo.

"la sensazione di essere un sopravvissuto è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora fermamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me, e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuare a farlo,senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo dalla certezza che tutto questo può costarci caro!"



L'ultima intervista televisiva di Paolo Borsellino, un VERO eroe.

domenica 31 ottobre 2010

Lettera di Agnese Borsellino




Riportiamo il testo della lettera inviata dalla vedova del giudice Paolo Borsellino in occasione della consegna del premio intitolato al marito.

Carissimi giovani,

mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un’eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, ha raccolto mio figlio Manfredi, e non, badate, offrendo sterili testimonianze come vittima di una subdola guerra che gli ha tolto quando aveva appena 21 anni il padre, ma come figlio modello, di cui non posso che andare orgogliosa, soprattutto perché, insieme alle sue sorelle, serve quello stesso Stato che non sembra avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.

Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le recenti notizie apparse in questi giorni sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto che può avere avuto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.

Io e miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di mio marito che ribadisco ancora una volta, anche a molti di voi che non eravate nati l’anno delle stragi, non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato.

Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta, sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia, l’Italia del domani.

Un caloroso abbraccio a voi tutti

Agnese Borsellino
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mercoledì 22 settembre 2010

Cosentino salvato dalla Camera




La Camera dei Deputati ha detto NO. Le intercettazioni riguardanti l'ex sottosegretario Cosentino ed i suoi rapporti con camorristi napoletani e casertani non possono essere utilizzate. Applausi in aula, addirittura. Il Parlamento (potere legislativo) schiavo del Governo (potere esecutivo) impedisce alla Magistratura (potere giudiziario) di utilizzare le intercettazioni per indagini e processi riguardanti Nicola Cosentino, coordinatore campano del Pdl, costretto alle dimissioni per aver fabbricato dossier FALSI sul suo compagno di partito Caldoro, attuale presidente della Regione Campania. Un uomo in odor di camorra che fabbrica dossier falsi per delegittimare un suo compagno di partito: per questo esemplare la Camera ha applaudito.

La tecnica utilizzata è stata geniale, oltre che diabolica: il voto segreto. Perchè Berlusconi ed i suoi servi sapevano che, con voto palese, i venduti (definiti franchi tiratori) non avrebbero potuto palesare il loro tradimento. Invece con voto segreto, non si saprà mai chi ha votato a favore del Governo e di Cosentino.

Un'altra sconfitta per la democrazia liberale italiana, e per l'Italia intera.

Questa democrazia non va bene. E' pericolosa.

venerdì 2 luglio 2010

Anche la Polizia contro la legge Bavaglio

Premessa: io sono favorevole ad una legge che limiti la pubblicazione delle intercettazioni e che metta fine allo scempio mediatico cui assistiamo da anni. Persone (che poi saranno dichiarate innocenti) vedono il loro nome e la loro vita sbattute in prima pagina perchè, magari, hanno parlato al telefono con questo o quell'esponente del mondo politico-finanziario.
Ovviamente, la legge BAVAGLIO che Berlusconi vuole urgentemente approvare non riguarda affatto questo tema (il diritto alla riservatezza è sancito dall'art. 15 della Costituzione), bensì si propone soltanto di limitare la libertà di stampoa e di informazione. Cosa ancora più grave, la legge BAVAGLIO prevede fortissime limitazioni anche all'utilizzo stesso della metodologia investigativa delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Mafia, Camorra, Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Stidda, terroristi vari, palazzinari, faccendieri, immobiliaristi spregiudicati, donatori di case al colosseo, infami che sghignazzano per il terremoto a L'Aquila... tutti costoro ringraziano il premier Berlusconi!
Il seguente intervento lo dimostra in maniera lampante.