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lunedì 24 febbraio 2014

Secciate per Napoli-Genoa



'A lengua d''o Trilussa
stanno parlanno 'e secce:
"Er Napoli stravince, 
glie romperete er culo
ar Genoa! Sicuro!"

Settenari privi di rima, ma con assonanza ai vv. 2-3 e ai vv. 4-5. I primi due versi sono in Lingua Napoletana, gli altri tre in dialetto romanesco.
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domenica 16 febbraio 2014

'A paura fa 90 - La tradizione del Lotto



Il gioco della tombola fu ideato a Napoli intorno al 1735 al tempo del famosissimo padre predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco (Napoli, 4 ottobre 1700 †Napoli, 2 agosto 1782); tale frate domenicano, molto noto sia tra il popolo che a corte, si prodigò a Napoli e provincia in opere di assistenza e di apostolato per alleviare la sofferenza di poveri ed emarginati e combattere il vizio in tutte le sue forme e facendo leva sulla grande la considerazione che gli veniva attribuita indusse nel sovrano Carlo di Borbone [(Madrid, 20 gennaio 1716 – †Madrid, 14 dicembre 1788) che fu, con il nome di Carlo I, dal 1731 al 1735, duca di Parma e Piacenza e poi dal 1735 al 1759 re di Napoli e Sicilia senza numerazioni; avrebbe dovuto essere Carlo VII secondo l'investitura papale, ma non usò mai tale ordinale), e dal 1759 fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) nome con cui fu poi ricordato anche a Napoli che gli intitolò la piazza antistante la costruzione di cui qui di sèguito dico.

Il padre domenicano Gregorio Maria Rocco, dicevo, indusse nel sovrano Carlo l’idea della costruzione del Real Albergo dei Poveri (1751-1829) su progetto dell'architetto Ferdinando Fuga (Firenze, 1699 – †Roma, 1782), per dare ricovero ai diseredati. Notissima poi la sua l'iniziativa dell'illuminazione delle strade napoletane, fino allora inesistente, per contrastare i banditi che sul far del buio assaltavano i viandanti.

La situazione già critica al tempo del vice regno spagnolo, si era fatta insostenibile dappoiché s’era dimostrato persino vano il tentativo di illuminare le strade con delle lampade ad olio che venivano subito rimosse dai malintenzionati; il padre Rocco ricorse allora ad un gesto astuto; facendo leva sul sentimento religioso popolare, aveva fatto apporre immagini sacre sui muri delle case,soprattutto su quelle ai cantoni delle viuzze e vicoletti, sollecitando i fedeli ad accendere a sera uno o piú lumini innanzi alle effigi; se ne ricavò una illuminazione stradale insufficiente forse, ma funzionale che mantenne il suo scopo fino a tutto il 1° Gennaio 1817 con le prime tracce del gas a Napoli allorché il re Ferdinando I Borbone (Napoli, 12 gennaio 1751 –† Napoli, 4 gennaio 1825) concesse a Pietro Andevel di Montpellier un "privilegio" per fornire la città di un’illuminazione a gas idrogeno. Ma non divaghiamo!

Torniamo al padre G.M.Rocco che nel 1735, adducendo l’immoralità del giuco del Lotto, ottenne da Carlo III che détto gioco (peraltro ammesso come monopolio del Regno per sostenere le casse dell’erario), fosse sospeso durante il periodo natalizio; il popolo ovviamente gradí poco il divieto e si organizzò in proprio, evitando altresí che il Lotto finisse nelle mani della camorra, ideando un giuoco familiare molto simile al Lotto, ma esente dal gravame fiscale, giuoco da farsi durante le festività natalizie in luogo del sospeso Lotto, gioco quest’ultimo molto praticato a Napoli e provincia sebbene fosse giuoco non originariamente partenopeo, ma fósse nordico, precisamente ligure e segnatamente genovese, la tombola. Del suo ideatore tal Cristoforo Taverna, mancano esatte notizie biografiche: chi lo dice milanese, chi genovese, ma tutti concordono sul fatto che fosse un banchiere che intorno al 1450 ideò un giuoco a premi (giuoco delle Borse), giuoco in cui v’erano sette premi (o borse) determinati mediante l’ estrazione a sorte di cinque numeri su novanta; gli originarî sette premi [che furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napolistratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina] furono poi portati ad otto con l’introduzione di un’ottava borsa intermedia détta cadenza che premiava chi indovinasse la decina con maggior presenza nei cinque numeri estratti, ed il giuoco dell’otto borse divenne giuoco del lotto o piú semplicemente lotto), nelle tombole domestiche si sostití la borsa della cadenza e fu premiato chi indovinasse quindici numeri (‘a chiena), per cui i premi del lotto domestico (tombola) furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napoli stratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina – chiena.
Raffaele Bracale Brak, dal sito di Insorgenza.it

domenica 2 febbraio 2014

John Turtutto racconta la sua "Passione" per Napoli



Clicca qui per vedere il film


Ultimo giorno per la raccolta fondi per il "Corpo di Napoli"



Oggi e domani acquistando un biglietto di ingresso per il Museo Cappella Sansevero, i visitatori daranno un contributo al progetto di restauro della Statua del Nilo e alla ricollocazione della testa della Sfinge, trafugata e solo recentemente ritrovata danneggiata. Per ogni biglietto emesso, 2 euro saranno destinati al Comitato per il Restauro della Statua del “Corpo Di Napoli” e ogni visitatore riceverà in omaggio la cartolina simbolo della campagna per il restauro della Statua del Nilo, che riproduce il prezioso disegno dell’artista Lello Esposito. Il Comitato è sorto su iniziativa del Museo Cappella Sansevero e di alcuni cittadini cui sta a cuore il recupero del centro antico di Napoli. Lo scorso dicembre ha lanciato la campagna di raccolta fondi intitolata “Mettiamo la testa a posto” che si rivolge alla gente, agli abitanti, ai visitatori e ai frequentatori abituali del centro storico, a tutti coloro che desiderano partecipare in prima linea a far risplendere il “Corpo di Napoli”. Un appello che funziona da tam-tam, che sollecita e invita a prendere parte a un’iniziativa in cui tutti sono protagonisti. Tutti i cittadini possono aderire e diventare parte del Comitato, attraverso varie modalità.

Tratto da Napoli Flash 24

sabato 1 febbraio 2014

La festa di Sant'Agata a Catania



La Festa di Sant’Agata è la più importante festa religiosa della città di Catania È la terza festa religiosa più importante al mondo, dopo la Settimana Santa di Siviglia e la Festa del Corpus Domini di Guzco in Perù, proprio per il numero di persone che coinvolge e attira. Si celebra in onore della santa patrona della città. Si svolge tutti gli anni dal 3 al 5 febbraio e il 17 agosto. La prima data è quella del martirio della Santa catanese (a cui furono asportate le mammelle – e non a caso le cassatine siciliane si chiamano di S.Agata – prima di essere bruciata sui carboni ardenti) mentre la data di agosto ricorda il ritorno a Catania delle sue spoglie, dopo che queste erano state trafugate e portate a Costantinopoli dal generale bizantino Giorgio Maniace quale bottino di guerra e dove rimasero per 86 anni.

Dal 3 al 6 febbraio giungono a Catania circa un milione di persone fra devoti alla santa dei miracoli siciliani, invocata spesso per fermare il vicino Etna, oltre che da turisti e curiosi provenienti da tutto il mondo.

Insieme con il Patrimonio dell’Umanità delle città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud orientale) conferito dall’UNESCO nel 2002, la Festa di Sant’Agata risulta come Bene Etno Antropologico Patrimonio dell’Umanità della Città di Catania nel mondo.

Si tratta di una grande festa, misto di fede e di folklore. Anche questa festa, come tutte le feste cattoliche, ha origini pagane. Secondo alcune testimonianze ancora prima della nascita di Agata veniva celebrata una festa durante la quale un simulacro di una vergine veniva portato in processione per le vie della città.

Un’altra tradizione viene riportata da Apuleio ne Le metamorfosi, secondo la quale la festa della dea Iside nella città greca di Corinto avrebbe molti punti di contatto con la festa catanese. In particolare il popolo vestito di una tunica bianca che partecipava ai festeggiamenti viene accostato al saccu, la tunica di cotone bianco indossata in processione dai devoti, che tirano i cordoni del fercolo, per trainarlo lungo il percorso.

A Catania i devoti, infatti, indossano nei giorni dei festeggiamenti camici e guanti bianchi con in testa una papalina nera. Inoltre il barcone barocco di Sant’Agata, anticipava la festa prima di essere abbandonata a mare. Secondo il Ciaceri  anche questa usanza si ritrova nelle festività isidee.

Altri elementi caratteristici della festa sono il fercolo d’argento con i resti della Santa posto su un carro o Vara, anche questo in argento. Legati al veicolo due cordoni di oltre 100 metri a cui si aggrappano centinaia di “Devoti” (con il Sacco agatino – tunica bianca stretta da un cordone -, cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi) che fino al 6 febbraio tirano instancabilmente il carro. La Vara viene portata in processione insieme a dodici candelore o cannalori appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Tutto avviene fra ali di folla che agita bianchi fazzoletti e grida Cittadini, cittadini, semu tutti devoti tutti . È considerata tra le tre principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza.

Quest’anno tornano i fuochi pirotecnici in piazza, mancati l’anno scorso per mancanza di fondi. Per il resto tutto si svolge come di consueto nei tre giorni.

La giornata del 3 febbraio si apre con la Processione per l’offerta della cera a cui sono presenti oltre che cittadini e turisti, le più alte cariche religiose ed istituzionali della città, concludendosi la sera in Piazza Duomo con il caratteristico e molto atteso spettacolo pirotecnico dei fuochi del 3.

La vera festa religiosa ha però inizio la mattina del 4 febbraio con la Messa dell’Aurora, quando il busto reliquiario di Sant’Agata dopo un anno di attesa per tutta la città viene portato fuori dalla stanza che lo ha custodito, e “consegnato” ai devoti che lo porteranno in processione lungo un percorso esterno della città che si concluderà con il rientro nella Basilica Cattedrale in tarda notte, spesso alle prime luci dell’alba.

Nella mattina del 5 febbraio, presso la Basilica Cattedrale ha luogo la Messa del Pontificale presieduta dalle più alte cariche religiose locali e non e dal Clero. Durante tutta la giornata il busto reliquiario di Sant’Agata rimane esposto presso la Cattedrale e infine nel pomeriggio dopo la Santa Messa viene nuovamente affidato ai devoti per un ultima processione lungo un percorso interno della città che lo vedrà concludersi nella tarda mattinata del giorno successivo 6 febbraio.

Intanto,è stato comunicato che Luca Parmitano è stato scelto per essere insignito della Candelora D’oro 2014. La sua passeggiata nello spazio e le sue splendide fotografie della Sicilia vista dall’alto, lo hanno reso una “superstar” e così al maggiore dell’ Aeronautica Militare, il primo astronauta italiano a effettuare attività extraveicolare, andrà la più alta onorificenza cittadina.

Per tutto il weekend, inoltre, e fino al 28 aprile al Museum & Fashion sarà esposta la mostra «Donne, Madonne, Sante e Regine – Omaggio a Sant’Agata». Si tratta di una collezione di madonne vestite, databili dal XVI alla prima metà del XX secolo cui sono accostate le opere contemporanee del Maestro Giammona. La mostra curata dalla stilista Marella Ferrera recupera un’antica tradizione pagana e cristiana, ovvero la vestizione di statue lignee con ori, abiti e preziosi. Tra le statue in mostra compare la cinquecentesca «Maria Tessitrice» ed altri busti in cera, legno e stoffa.

Gabriella Martini, da Insorgenza.it

La Candelora di Montevergine



Il 2 febbraio è il giorno della Candelora, il giorno in cui da secoli, da tutta la Campania e non solo, i fedeli arrivano a Montevergine, in Irpinia, per rendere onore alla Madonna nera alla quale è consacrato il Santuario più importante della nostra regione e probabilmente del Mezzogiorno.

La Candelora è una festa che prende spunto, come tutte le feste cattoliche, da antichi riti pagani. Oggi la festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Anticamente però questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l’Epifania), e la prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria nel suo Itinerarium Egeriae (cap. 26). La denominazione di “Candelora” data popolarmente alla festa deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, di cui parla Egeria: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4), con le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali (antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio).

La Candelora fu celebrata anche in alcune tradizioni religiose precristiane, ed alcuni studiosi rilevano come si tratti di una festività introdotta appunto in sostituzione di una preesistente. Chiamata Imbolc nella tradizione celtica, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

Nel mondo romano la Dea Februa (Giunone) veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato “calende”, da cui deriva il nome “calendario”).
Nel Neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali ed è legato alla purificazione ed ai riti propiziatori per la fertilità della terra.

A Montevergine, però, la Candelora non è una festività cattolica come le altre: è il giorno in cui la ritualità vede partecipi e anzi protagonisti, i femminielli, che da Napoli, ogni anno da tempo immemorabile, salgono dalla Mamma Schiavona e le rivolgono le loro più intime e vivaci preghiere.

Un pellegrinaggio che  avviene ogni anno, quello a Montevergine, ma che mai aveva fatto notizia fino al 2002 quando l’abate di Montevergine, monsignor Tarcisio Nazzaro, tuonò dall’altare contro i femminielli, venuti come ogni anno ad onorare la Mamma Schiavona, dicendo che le loro chiassose preghiere non erano gradite alla Madonna e che essi erano come i mercanti del Tempio prima che Gesù li scacciasse, scacciandoli a sua volta tutti dalla chiesa.

Da allora, la Juta è diventata un’ulteriore simbolo dell’orgoglio gay e della necessità di affermare diritti come la libertà.

Il femminiello racchiude in sé qualcosa di sacro, come testimonia anche l’altrettanto antica tradizione della figliata de’femminielli. È il Della Ragione a spiegarci in cosa essa consista: «non è altro che un rituale derivante dall’antico rito della fecondità, praticato per secoli nella nostra città. La figliata si svolge segretamente alle pendici del Vesuvio, a Torre del Greco, ed è stata descritta accuratamente con accenti vivaci da Malaparte nel suo libro “La pelle” e dalla regista Cavani nell’omonimo film. Questa originale iniziazione ad una femminilità particolare – continua lo studioso – prevedeva un utilizzo di segrete conoscenze alchemiche, oggi perdute ed avveniva durante periodici festeggiamenti per l’avvenuta nascita del “maschio-femmina”, dagli iniziati chiamata “Rebis”, res + bis, cosa doppia. Il rituale, descritto nella “Napoli esoterica” di Buonoconto, richiedeva la presenza di un ermafrodito, l’unica creatura che contenesse i due elementi in cui è suddivisa tutta la natura. I greci, da cui discendiamo, ritenevano divino l’ermafrodito, perché figlio della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes). Naturalmente nel tempo la purezza ideale dell’ermafrodito alchemico si è in parte smarrita, sostituita dalla più materiale ambiguità del femminiello, ma l’antica memoria del rito non è andata del tutto smarrita e conserva immutata ancora oggi la forte carica simbolica, che suggestiona a tal punto alcuni soggetti, da fargli provare le stesse emozioni ed i lancinanti dolori del parto».

Nella cultura popolare napoletana, il femminiello ha, dunque, da sempre goduto di rispetto e accoglienza, proprio perché in esso si vedeva il segno di qualcosa di soprannaturale e in qualche misura divino. Ancora oggi è così, in molti quartieri, al di là dell’imbastardimento culturale che in qualche caso ha toccato anche Napoli.

Ma qual è il legame con il giorno della Candelora, il 2 febbraio? Risalendo a Luperco, divinità rurale protettrice dei boschi, delle greggi, della campagna, e quindi preposta alla fertilità della terra, e ai Lupercalia, la festa della natura che si rinnova, perché proprio in questo periodo dell’anno, i semi mettevano le radici, e avrebbero poi portato al raccolto, forse va riscontrata l’origine. In attesa della nuova vita, si svolgevano i riti della februatio i quali prevedevano la purificazione della città mediante la processione di donne che portavano candele accese in giro, a simboleggiare che l’inverno stava accogliendo la primavera e che la vita dal buio stava aprendosi alla luce. Quello che unisce i femminielli con il luogo, Montevergine, è invece più facilmente intuibile. A parte il leggendario intervento salvifico della Madonna Schiavona in favore dei due omosessuali in epoca medievale, è certamente interessante sapere che poco lontano dal Santuario, sul monte Partenio, ci sono i resti di due antichi templi consacrati rispettivamente a Cibele e Artemide, due tra le Grandi Madri del paganesimo. È proprio nel mito di Cibele che si può rintracciare il millenario filo conduttore che costituisce la saldatura tra culto pagano e ritualità cristiana.

Rea, figlia di Urano e di Gea, madre di Zeus, particolarmente onorata a Creta, dove leggenda vuole abbia fatto allevare il figlio Zeus in una caverna del monte Ida, e per questo detta anche madre Idea o montana. Rea Cibele rappresentava la natura montagnosa che come ci spiega Felice Ramorino «ne’suoi cupi recessi alberga e feconda tanta parte della vita universale». Deità frigia – la sua patria Pessinunte – era venerata col nome di Gran Madre. «Qui favoleggiavasi – continua Ramorino – che la Dea amasse andare attorno su un carro tirato da leoni, o pantere, e col corteo de’ suoi sacerdoti detti Coribanti […], i quali forniti di timbali e concavi dischi metallici e corni e flauti, si abbandonavano a una musica strepitosa ed orgiastica. I miti che si riferiscono a questa Dea portano pure un carattere selvaggiamente fantastico come tutto il suo culto».

Al tempo della seconda guerra punica, il culto di Cibele fu trasferito a Roma per consiglio dei libri sibillini che vaticinarono esito positivo se la sacra pietra nera – simbolo della divinità e forse pietra meteoritica – fosse arrivata a Roma e ivi rimasta per sempre. I Sacerdoti della Dea, anche a Roma detti Coribanti o Galli, la onoravano ogni anno, tra strepiti, ululati e sovreccitazione orgiastica.Si trattava in realtà di riti cruenti e talvolta sanguinosi, che arrivavano finanche all’evirazione dei sacerdoti, riprendendo l’arcaica tradizione dell’uccisione di bambini e di giovani ragazzi, o della castrazione del maschio perché si restituisse, in qualche modo, alla terra, ciò che essa aveva donato. Quindi offrirle il sangue significava propiziarsi la Dea e le vittime sacrificali dovevano sempre appartenere al sesso maschile perché il seme maschile penetrasse nella terra fecondandola.

Secondo Neumann, infine, la pratica di indossare abiti femminili da parte dei Coribanti o Galli configurava, insieme al sacrificio della virilità, la completa identificazione con la Grande Madre. L’annullamento del maschile tramite abbigliamento femminile si conserva ancora presso il clero cattolico. Si diventava dunque suoi rappresentanti, proiezioni della Gran Madre. Si diventava femminili. Se aggiungiamo, infine, che il tamburello è attributo costante nell’iconografia della Dea, allora proprio tutto torna.
Ecco, la Candelora e le sue candele, con devozione e raccoglimento portate accese innanzi all’altare, nell’atto di consegnare a Maria i desideri dello spirito, per essere poi spente una volta espressi; la presenza del “femminile”; i canti, le tammoriate e le danze da offrire alla Mamma Schiavona, come il popolo la chiama, che tutto accoglie e tutto perdona. E’ la festa della spiritualità, della rinascita a nuova vita, quando in primavera tutto si risveglia e inizia un nuovo ciclo. È la festa della luce. Una festa che fa parte della nostra identità, da non perdere anche se non siete fedeli…

Gabriella Martini, tratto da Insorgenza.it

lunedì 22 agosto 2011

Fantasmi a napoli?











Napoli, allarme fantasmi all'Archeologico

Ma la direttrice smentisce: "Pura fantasia"



Un architetto del ministero segnala strani fenomeni all'interno del museo nazionale. Circola anche una foto con la sagoma di una bambina. Ma la direzione getta acqua sul fuoco. "Noi qui aspettiamo solo turisti in carne ed ossa"

Prima l'allarme di alcuni operai: "In questo cantiere succedono cose strane". Poi, cose strane per davvero: oggetti spostati, secchi che dovevano essere pieni e che sono stati trovati vuoti. Poi, una foto che proverebbe che nel Museo archeologico Nazionale di Napoli ci sono in fantasmi.



Fatto sta che a breve dovrebbero arrivare dei veri e propri 'ghostbuster' e far luce, così, su una storia che ha parecchi lati oscuri. Secondo quanto racconta il quotidiano Il Mattino, la vicenda dura già da qualche mese. A 'raccontarla' è l'architetto Oreste Albarano, nominato dal ministero per i Beni Culturali come responsabile dei lavori al Museo. Lui, ai fantasmi, dice di non credere. Dopo le sollecitazioni di alcuni operai, si è recato personalmente al Museo.



Ha fatto alcune foto con il suo cellulare e, da qui, la 'sorpresa': sullo sfondo la sagoma di una bimba che, secondo quanto è stato accertato, non è la figlia di nessuno degli operai. Da qui il coinvolgimento di alcuni esperti, docenti universitari, che a settembre dovrebbero arrivare a Napoli: a caccia di fantasmi.



Ma la direttrice smentisce. "Altro che fantasmi, qui aspettiamo solo turisti in carne ed ossa" commenta Valeria Sampaolo, la direttrice dell'Archeologico di Napoli. "Sono notizie prive di qualsiasi fondamento, pura fantasia - racconta abbastanza divertita l'archeologa che appena rientrata dalle ferie si è trovata a gestire la più imprevista delle 'emergenze' mediatiche -





faremo un comunicato ufficiale di smentita anche se ci farebbe piacere se del Museo si parlasse per la sua attività".



"Nonostante la crisi del turismo che sta vivendo Napoli abbiamo avuto una buon affluenza in agosto, il 14, 15 e 17 circa mille presenze al giorno, manteniamo i dati dello scorso anno quando siamo stati visitati da 300mila persone - aggiunge - Siamo ottimisti, la città sta risalendo la china ed oggi è pulita, a breve annunceremo un ricco programma di iniziative.

Posso aggiungere solo che questa famosa foto è in giro da più di un anno, tempo fa me l'hanno anche mostrata: per me non ha alcun significato. D'altra parte con le tecnologie oggi si può fare di tutto. E naturalmente smentisco assolutamente che siano in arrivo degli acchiappafantasmi, ci mancherebbe...".



Intanto giornalisti e telecamere affollano il Museo, forse alla ricerca di un effetto 'Belfagor' Fantasma del Louvre o della versione femminile del tradizionale 'monaciello', il dispettoso fantasmino delle antiche case napoletane: "Chissà cosa sperano di ripredendere....Al momento nessun turista ci ha chiesto del fantasma, qui di cose davvero meravigliose da vedere ce ne sono tante", conclude la Sampaolo.


venerdì 19 agosto 2011

Ci tolgono pure le feste!





Vorrei chiedere al Governo, a Berlusconi ed in particolare a Tremonti, quanto si pensa di risparmiare abolendo le feste.

Quanti soldi pensate di fare togliendo di mezzo il 25 aprile, il 1 maggio e i santi patroni?



Adesso ci tolgono pure le feste. Il 25 aprile, la Liberazione dal nazifascismo. Una festa che tutti gli abitanti della penisola italica dovrebbero sentire e festeggiare alla grande. Dopo anni di polemiche e di assenze di Berlusconi dalle celebrazioni del 25 aprile, adesso la vogliono proprio abolire.

E il 1 maggio? La festa dei lavoratori? Niente. Verrà accorpata alla domenica successiva. E' vero che in Italia la disoccupazione, specie nel sud, aumenta a dismisura... ma mi pare eccessivo abolire la festa dei lavoratori!!!

E i santi patroni? Pure coi santi ve la pigliate? Quanto potete risparmiare togliendo San Gennaro a noi napoletani, Santa Rosalia ai fratelli palermitani, i Santissimi Pietro e Paolo ai cugini romani?



Ci stanno togliendo tutto. Tutto.

Anche quello che non costa nulla.

Ci fanno andare in pensione tardi, mentre loro ci vanno dopo una legislatura. Ci danno il tfr dopo due anni, mentre loro hanno i vitalizi. Aumentano i biglietti dei treni, dei bus, dei tram, la tassa sui rifiuti, i ticket sanitari... mentre loro spendono 12 euro per mangiare a base di pesce a Palazzo Madama.



San Gennà, pienzaci tu!

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