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venerdì 11 aprile 2014

Madrid boccia il referendum catalano



Con 299 no, 47 si e un astenuto, il Parlamento spagnolo ha detto no al referendum indipendentista indetto unilateralmente dalla Generalitat della Catalogna e in programma il prossimo 9 novembre.

Nei giorni immediatamente precedenti, il premier spagnolo Rajoy aveva già fatto chiaramente capire quale sarebbe stato l’esito del voto del Parlamento di Madrid: “Catalunya libre” deve rimanere un semplice slogan e niente di più. “Non vi può essere nessun referendum indipendentista, ma solo una eventuale revisione della Costituzione”, ha dichiarato il premier di centrodestra, fingendo una apertura verso un blando autonomismo maggiormente accentuato rispetto a quello attuale.

Rajoy, però, non vuole sentire parallelismi con la Scozia, che tra qualche mese sarà chiamata ad un referendum indipendentista: “La Scozia ha presupposti storici o costituzionali molto diversi”. Beh, forse diversi dalla Catalogna, ma non molto diversi dai Paesi Baschi, verso i quali i governi spagnoli (compreso quello Rajoy) non hanno modificato di una virgola l’atteggiamento di contrasto totale ad ogni minimo spiraglio di libertà per Euskadi.
Il presidente catalano, Artur Mas, ha intanto fatto sapere che il referendum indipendentista del 9 novembre ci sarà comunque: “Andiamo avanti, il processo continua. Non ci può fermare la decisione del Parlamento spagnolo. Oggi si è perduta un’altra opportunità, l’ha persa il governo spagnolo. Non ci hanno voluto dare una mano, ma la nostra resterà tesa”. Inoltre, il presidente Mas ha anche lasciato trasparire l’ideale road map: chiudere l’attuale legislatura e indire elezioni anticipate, puntando su un consenso plebiscitario per i partiti indipendentisti catalani.

La battaglia pacifica, quindi, è al momento persa. Davanti agli indipendentisti catalani si aprono solo due strade, se si vuole vincere la guerra: o lavorare per un lento e faticoso cambiamento della Costituzione; o tenere comunque il referendum, vincerlo e mettere la Spagna davanti al dato di fatto che il popolo catalano vuole essere indipendente. Se davvero c’è supporto e adesione popolare alla causa indipendentista, si può riscontrare solo tramite un referendum partecipato e vincente. La via farraginosa e irta di ostacoli della revisione costituzionale difficilmente potrà condurre ai risultati sperati; molto più probabilmente spegnerà la fiamma indipendentista e, alla fine, rimarrà semplicemente un buco nell’acqua.
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giovedì 3 aprile 2014

La Crimea “infiamma” i fiamminghi

Il mio articolo per Insorgenza.it



L’esito del referendum in Crimea ha dato nuova linfa a molti, ma non a tutti, movimenti indipendentisti europei. Tanti si sono lasciati prendere dall’entusiasmo, o hanno semplicemente permesso allo stesso di serpeggiare tra le fila dei propri movimenti; altri, viceversa, hanno provato a evidenziare quanto poco di indipendentismo vi sia in un referendum che stabilisce semplicemente un cambio di padrone, abbandonando i nazi-europeisti di Kiev per abbracciare l’Oligarca di Mosca, al secolo Vladimir Putin.
Anche i fiamminghi, antico popolo che vive nelle terre settentrionali dell’attuale Belgio, hanno ripreso vigore.  Remi Vermeiren, leader del gruppo De Warande, think tank che riunisce imprenditori e personalità di spicco del mondo economico delle Fiandre, accomunati da simpatie separatiste, ha avanzato una proposta choc (per molti, non per noi): l’indipendenza delle Fiandre grazie al voto del Parlamento fiammingo, rafforzato da un referendum popolare.

La proposta di Vermeiren prende spunto da ciò che, qualche anno fa, accadde col Kosovo, che si dichiarò unilateralmente indipendente e fu riconosciuto tale dalla maggioranza degli stati UE, creando non pochi mal di pancia in Serbia e in Russia. Per non spaventare troppo gli eurocrati, Vermeiren si è affrettato a dire che tre nuovi stati sorti dalle ceneri del Regno del Belgio – oltre alle Fiandre, la Vallonia prevalentemente francofona e l’area metropolitana di Bruxelles – entrerebbero automaticamente a far parte dell’Unione Europea, poiché discendenti diretti di uno dei membri fondatori. Inoltre, l’area metropolitana di Bruxelles sarebbe da considerarsi una sorta di città-stato autonoma, in cui rimarrebbero tutti gli uffici e le attività politico-istituzionali dell’Unione Europea. Sul problema più spinoso, invece, il gruppo De Warande appare più sfumato e meno preciso: la suddivisione del debito. Esso avverrebbe secondo criteri legati al valore relativo del prodotto interno lordo rispetto al totale, al numero di abitanti e a un parametro, meno trasparente, che prende in considerazione “l’origine del debito”.  Da questo scenario, la Vallonia ne uscirebbe fortemente svantaggiata, appesantita da una zavorra che rappresenterebbe il 155% del suo PIL, divenendo in tal modo uno degli stati più indebitati dell’Unione. Per rendere più morbida la transizione, De Warande propone l’elargizione di una compensazione economica per un massimo di 5 anni.

Ci troviamo di fronte, quindi, ad una nuova sfaccettatura dell’indipendentismo europeo. I fiamminghi, infatti, possono essere considerati “indipendentisti pro-Europa”, e il loro partito di riferimento, il Niew Vlaamse Alliantie (Nuova alleanza fiamminga), punta ad una buona affermazione alle prossime elezioni europee di maggio. Sono lontani i tempi del Vlaams Blok, di chiara impostazione fascista, eppure il separatismo fiammingo continua a godere di buona salute e tenta di rappresentare “l’indipendentismo presentabile” agli occhi degli eurocrati.
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lunedì 31 marzo 2014

Eurocrazia e indipendenza (fumetto)


Dopo ieri, continuiamo con l'esperimento pseudofumettistico.
Il post di oggi riguarda il risveglio identitario ed indipendentista in Europa: a partire dai Catalani, passando per gli Scozzesi, e arrivando ai Siciliani, che ieri hanno realizzato una grandiosa marcia per l'indipendenza. E il Sistema? L'Eurocrazia? Se ne sbatte, minimizzando la rabbia dei popoli.





giovedì 27 marzo 2014

Anche Bilbao sul punto di insorgere

Il mio articolo per Insorgenza.it 



La Spagna guidata da Mariano Rajoy continua ad essere una delle polveriere d’Europa.
A pochi mesi dal referendum indipendentista della Catalunya, anche i Paesi Baschi (più correttamente Euskadi, come i baschi chiamano la loro terra in lingua madre) hanno ricominciato a serrare le fila e ad alzare la voce contro il governo di Madrid. A meno di tre anni dal cessate il fuoco unilaterale deciso dall’ETA, la Spagna si ritrova di fronte ad un nuovo “problema basco”. Stavolta, però, non potrà far valere per tutti la generica accusa di “terroristi”, in quanto il fronte politico che chiede l’indipendenza dell’Euskadi dalla Spagna è molto variegato e va dalla sinistra radicale, figlia della diaspora seguita allo scioglimento di Batasuna, ai cristiano-sociali del Partito Nazionalista Basco (Euzko Alderdi Jeltzalea, EAJ). Difficile definire terroristi i democristiani baschi!

La prima prova di forza e di unità del nuovamente coeso movimento indipendentista basco, sempre più sostenuto dalla popolazione, si è avuta tre mesi fa, in occasione dell’annuale marcia tra le strade di Bilbao. Quest’anno si è registrata una partecipazione storica, “oceanica” secondo quanto riportato dai mass media spagnoli e europei, e l’alleanza tra le varie anime del nazionalismo basco ha ricalcato un po’ il sentiero tracciato dagli omologhi catalani, che sono riusciti a superare i vecchi steccati e ad anteporre l’interesse della Comunità alle piccole logiche di partito.

Il movimento basco ha trovato rinnovato vigore anche nella politica repressiva che il governo Rajoy ha realizzato contro i militanti indipendentisti: gli slogan a favore dei tanti baschi in carcere, sia in Spagna che all’estero, uniti agli slogan contro Rajoy e contro il governo madrileno, sono stati il punto di incontro tra le varie anime del separatismo basco. Anche i più moderati e conservatori hanno compreso che il Sistema Spagna, inserito nella gabbia Unione Europea, non può che peggiorare le condizioni di vita dei baschi.
Come ha reagito Rajoy? Con la solita chiusura mentale di chi, dopo aver già dichiarato “illegale e incostituzionale” il referendum indipendentista che si terrà in Catalunya in autunno, non lascia intravedere spiragli per una soluzione pacifica dell’antico problema basco.

Dopo Barcellona ed Edimburgo, anche Bilbao ha visto incarnarsi le aspirazioni di libertà e autonomia dei popoli europei. Tra qualche giorno tocca a Palermo mettersi in marcia, per l’indipendenza della Sicilia.
L’Europa, e i vetusti stati nazionali che la compongono, non può più dormire sonni tranquilli.
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domenica 16 marzo 2014

Gli eurocrati temono le secessioni. Non le appoggiano.

Il mio articolo per Insorgenza.it 



Da qualche mese si rincorrono voci insistenti riguardanti un presunto appoggio dell’ Eurocrazia (lobbies economiche e militari, banche, massonerie) ai vari movimenti secessionisti che stanno creando subbuglio in Europa. La vulgata ha preso il via da un articolo apparso sul sito Hescaton, e ripreso dal portale Wall Street Italia. In questo articolo si parla di due modelli di Europa: l’Europa centripeta, che attira gli Stati nazionali verso di sè, e che ha lo scopo di creare uno Stato Europeo capace di competere con Usa, Russia, Cina e paesi sudamericani; l’Europa centrifuga, che favorirebbe i secessionismi al fine di far esplodere gli stati nazionali per meglio dominare i popoli.

E’ difficile credere che due processi totalmente opposti, e in contraddizione tra loro, possano essere stati partoriti e organizzati dalla stessa congrega di burocrati europei; ma tant’è, i media di regime si stanno dando da fare per far passare, negli ultimi messi, questo messaggio: i movimenti secessionisti sono appoggiati dagli eurocrati. Logica conseguenza di questo ragionamento: chi sostiene e chi milita in questi movimenti è un utile idiota nelle mani del Sistema globale. Conclusione: i secessionismi sono specchietti per le allodole e non sono la via d’uscita per i Popoli europei.

Inutile dire che tale ragionamento non ci convince affatto! Da quando l’Unione Europea avrebbe messo in preventivo la possibilità di abbandonare il progetto di superstato europeo, ripiegando sul classico “divide et impera” di romana memoria? In realtà, tutte le politiche messe in atto in questi anni dimostrano l’esatto contrario: il progetto di Europa Unita S.p.a.  non può essere messo in discussione in alcun modo, anche a rischio di ridurre alla fame i popoli degli Stati europei. E se i popoli si ribellano? Non interessa, il problema è dei governi-fantoccio che gli eurocrati hanno finanziato e imposto, arrivando persino a far ripetere le elezioni nel caso in cui il responso delle urne non fosse quello sperato (il caso Grecia è emblematico in tal senso).

Il tentativo di creare questo “spauracchio secessionista”, questo spettro che si aggira per la “splendida Europa” liberaldemocratica (e liberista), non può trovare sponda e va contrastato con forza. Se i popoli decidessero di frantumare gli Stati nazionali, giacobini per ispirazione e decisamente desueti, l’Eurocrazia non ne trarrebbe alcun vantaggio, bensì correrebbe il rischio di veder messo in discussione il suo strapotere liberticida e antidemocratico. A partire dallo strumento principe del dominio: l’Euro, una moneta talmente invisa che, qualora i secessionismi trionfassero, quasi sicuramente la toglierebbero dalla circolazione, sostituendola con monete nazionali a sovranità popolare. E a chi ci dice che le catene europee sono catene d’oro, noi rispondiamo: sono catene, vanno spezzate.
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mercoledì 12 marzo 2014

Sean Connery: "Referendum scozzese è occasione unica"

Il mio articolo per Insorgenza.it 



Un altro piccolo tassello sull’enorme mosaico dell’indipendenza scozzese. Il famoso attore scozzese Sean Connery, lo 007 che ha ammaliato milioni di spettatori (di entrambi i sessi…), noto per le posizioni antiunitarie sul Regno Unito, si schiera nettamente a favore del SI sul referendum indipendentista scozzese, in programma il 18 settembre. “E’ una occasione unica, da non perdere”, ha dichiarato l’83enne attore nato ad Edimburgo, “con la vittoria del SI ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci una opportunità senza precedenti per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa”.
Questa è solo l’ultima dichiarazione filoindipendentista di Sean Connery. In passato ha avuto modo di dichiarare: “Siamo una nazione piccola ma meritiamo di essere liberi”, oppure “Sostengo la lotta indipendentista da oltre quarant’anni perché credo nell’eguaglianza”. Sulle pagine di Repubblica, in un’intervista del 2012, ha affermato: “ Il primo passo è stato la conquista di un Parlamento autonomo, nel 1997. Il secondo è arrivato nel 2007, con l ́elezione di un governo guidato dallo Scottish National Party. Ora credo che la Scozia abbia ciò che serve per compiere il terzo passo [l'indipendenza, nda], e sono convinto che vi riuscirà nel corso della mia vita”.
Sean Connery ha collaborato attivamente con la campagna referendaria per il SI, dichiarando che ““la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”. Sul braccio dell’attore scozzese c’è persino un tatuaggio con la scritta Scotland Forever, risalente ai tempi in cui era membro della Marina britannica.
E proprio sul termine “britannico” si è realizzato lo scontro verbale con Roger Moore, altro grande interprete di James Bond. Moore si è sempre dichiarato “contrario alla secessione scozzese”, accusando Connery di soffiare sul fuoco separatista, nonostante sia diventato famoso interpretando “il più britannico dei personaggi”, cioè l’agente 007 di Sua Maestà. Roger Moore si è sempre definito “britannico, più che inglese”.
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sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

sabato 1 marzo 2014

Come funziona il federalismo tedesco

La Repubblica Federale di Germania è costituita da 16 Länder (regioni) che hanno una propria Costituzione, un'ampia sovranità e molti diritti di autonomia. Come funziona questo federalismo?

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Le bandiere delle regioni della Germania


Quando e come nasce il federalismo tedesco?
La Germania è stata fondata nel 1871. Per convincere gli stati autonomi - la Prussia, la Baviera, la Sassonia e molti altri - che dovevano farne parte fu necessario lasciare loro molte funzioni amministrative con una notevole influenza sulla politica nazionale. Questo ordinamento federale della Germania è stato interrotto solo dallo stato rigidamente centralista dei nazionalsocialisti tra il 1933 e il 1945. 

I 16 Länder nella loro forma attuale sono stati fondati per lo più dopo il 1945 tenendo in parte conto delle vecchie affinità di popolazioni e dei confini storici. Prima della riunificazione dei due stati tedeschi nel 1990, la DDR (l'ex-Germania dell'est) era formata da 5 regioni, la Repubblica Federale (la Germania dell'ovest) aveva 10 regioni. Berlino (oggi la sedicesima regione) era spaccata in due tra Berlino-est eBerlino-ovest. 

L'obiettivo dichiarato del federalismo tedesco è garantire sia l'unità verso l'esterno che il rispetto e il mantenimento delle diversità regionali.

Le 16 regioni della Germania
foto: Bundesrat


Le regioni più forti devono aiutare quelle più deboli
I 16 Länder sono molto diversi tra di loro, per quanto riguarda superficie, numero di abitanti, risorse economiche e geografiche. Ci sono delle regioni economicamente più forti e ricche rispetto ad altre, in alcune regioni la disoccupazione è bassa, in altre è altissima, una crisi in un settore industriale può colpire duramente una regione, ma non le altre. 

Tutto questo crea squilibri tra le regioni e può influenzare il livello di vita dei loro abitanti. La costituzione della Germania dice esplicitamente che il Governo nazionale deve garantire l'omogeneizzazione delle condizioni di vita nelle varie parti della Germania. Per questo, ogni anno, secondo una chiave di distribuzione prestabilita (ma piuttosto complicata), le regioni più ricche devono aiutare economicamente quelle più deboli. Il federalismo non può vivere senza la solidarietà e questo è uno dei motivi per cui il federalismo in Germania funziona piuttosto bene ed è accettato da tutti.

Le 16 regioni in dettaglio
StemmaRegioneCapoluogoAbitantiSuperficie
(km2)
PIL / abitante (€)
Nordrhein-WestfalenDüsseldorf17.850.00034.09031.890
BayernMünchen12.540.0070.55035.550
Baden-WürttembergStuttgart10.750.0035.75034.940
NiedersachsenHannover7.920.0047.61028.310
HessenWiesbaden6.070.0021.12037.620
SachsenDresden4.150.0018.42022.970
Rheinland-PfalzMainz4.000.0019.85028.310
Berlin-3.460.0089029.150
Schleswig-HolsteinKiel2.830.0015.80025.970
BrandenburgPotsdam2.500.0029.48022.050
Sachsen-AnhaltMagdeburg2.340.0020.45022.340
ThüringenErfurt2.240.0016.17021.610
Hamburg-1.790.0076052.730
Mecklenburg-VorpommernSchwerin1.640.0023.19021.360
SaarlandSaarbrücken1.020.002.57030.060
Bremen-660.0042042.510


Quali sono i diritti di autonomia delle regioni?
Ogni regione ha il diritto di darsi una propria Costituzione, ha un proprio governo, un parlamento eletto ogni 4 o 5 anni, un Presidente del Consiglio, dei ministri e ministeri. Il parlamento può emanare delle leggi regionali e dei decreti. La Costituzione regionale e le leggi non possono però in nessun caso essere in contrasto con leggi nazionali. Spesso le leggi nazionali determinano una cornice unitaria, all'interno della quale le regioni stabiliscono le regole che ritengono giuste.

Le autonomie riguardano soprattutto:
  • la scuola, le università, la cultura
  • la polizia
  • la tutela del paesaggio e della natura
  • la legislazione che riguarda i comuni
  • una parte del diritto tributario
  • legislazione (in collaborazione con lo stato) in molti campi
  • quasi tutto il lavoro di amministrazione interna
In molti campi, p.e. nell'economia, lo stato e le regioni agiscono insieme in propri spazi predefiniti. In sostanza, solo gli affari esteri, una parte del diritto tributario, il settore valutario e monetario, il traffico aereo, la dogana e le forze armate sono di esclusiva competenza e amministrazione dello stato. Tutti i tribunali, con eccezione della Corte Costituzionale e delle Corti superiori, sono di competenza dei Länder. Per garantire, nonostante tutte le diversità, una certa omogeneità indispensabile, p.e. nel settore scolastico o anche in altri campi, i Länder fanno degli accordi tra di loro che, una volta approvati, sono vincolanti per tutti.

Dove vanno le tasse?
Le tasse che il cittadino paga sono suddivise in quattro categorie:
  • quelle che vanno allo stato,
  • quelle che vanno alle regioni,
  • quelle che vanno ai Comuni,
  • e quelle che vengono distribuite in vari modi tra queste tre entità federali.
Per tutti vale il principio: chi incassa, gestisce anche le spese, nella misura e nella maniera in cui le leggi (regionali e nazionali) lo permettono.

L'importanza dei Comuni
Anche i Comuni hanno dei propri spazi autonomi. La Costituzione della Germania garantisce espressamente l'autonomia amministrativa delle città. Il diritto comunale è di competenza dei Länder; le costituzioni comunali (p.e. anche il sistema elettorale) presentano grosse differenze tra una regione e l'altra, dovute anche a motivi storici. 

Lo spazio autonomo dei comuni riguarda soprattutto:
  • il traffico locale,
  • la costruzione di strade
  • il rifornimento di elettricità, luce, gas, etc.
  • l'urbanistica
  • la possibilità (regolata da leggi regionali) di applicare delle tasse e imposte proprie
  • costruzione e manutenzione di scuole ed ospedali, teatri, musei e campi sportivi
  • l'istruzione per adulti e l'assistenza ai giovani
Anche se i comuni possono applicare delle tasse e imposte proprie, la gestione dei compiti sopraindicati supera molto spesso le possibilità economiche dei comuni. Per questo, i comuni possono chiedere aiuti al distretto, l'entità territoriale successiva, alla regione o, in casi perticolari, anche allo stato.

Una seduta plenaria del Bundesrat, la camera delle regioni
foto: Bundesrat

Il "Bundesrat": lo strumento più importante dei Länder
Il "Bundesrat", la seconda camera del Parlamento, è una rappresentanza delle regioni. Questa camera ha69 membri che non sono eletti direttamente dal popolo, ma sono delegati dai governi delle regioni. Il numero di delegati di ogni regione dipende dalla sua grandezza, ma non in modo proporziionale: la regioneBrema con ca. 660.000 abitanti ha 3 membri, la Regione di Nordreno-Vestfalia con quasi 18 milioni di abitanti ne ha 6. Il Bundesrat deve essere coinvolto nella legislazione in tutti i casi in cui una legge tocca gli interessi regionali (cioè nella maggioranza dei casi). Una tale legge passa solo se viene approvata non solo dalla prima camera, il "Bundestag", ma anche dal "Bundesrat". In questo modo, le regioni hanno una notevole influenza sugli affari dello stato.
Nelle votazioni del Bundesrat, l'interesse dei Länder prevale spesso sugli interessi di partito, né i partiti di Governo, né quelli di opposizione (nella prima camera nazionale) possono essere sicuri che un Governo regionale formato dallo stesso partito ne segua tutte le direttive. Succede spesso che le alleanze del Bundesrat cambino a seconda dell'interesse regionale toccato.
Dato che un cambiamento nel Governo di una regione cambia automaticamente la sua rappresentanza nel Bundesrat può succedere che il partito di maggioranza nella prima camera vada in minoranza nella seconda camera (o viceversa). Ma questo non significa impossibilità di governare: le regioni sono molto orgogliose delle loro autonomie e l'esito di una votazione nel Bundesrat è spesso meno scontato di uno nella prima camera, nel "Bundestag".
Il Presidente del Bundesrat è per legge il Vicepresidente della Repubblica Federale. Dato che il Presidente del Bundesrat cambia, secondo un turno prestabilito, ogni anno, anche alle regioni più piccole tocca regolarmente questo incarico molto importante dello stato federale.

Tratto da Viaggio in Germania
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domenica 23 febbraio 2014

Provano ad impedire la secessione della Catalunya

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



272 favorevoli, 43 contrari e una astensione. Con questi voti è stata approvata dal Congresso spagnolo una mozione, presentata dal partito Union Progreso y Democracia (UPyD), che impegna il Governo spagnolo al “rifiuto categorico” del “piano secessionista” messo in campo dalla Catalunya, che il prossimo 9 novembre è chiamata ad esprimersi con un referendum sull’eventuale indipendenza della Generalitat catalana.

Il Congresso vuole, con questo voto, mostrare i muscoli contro il movimento indipendentista catalano, il cui parlamento aveva dichiarato la propria sovranità un anno fa, e da allora aveva iniziato a mettere in campo tutte le iniziative atte a realizzare il referendum indipendentista. A favore di questa mozione hanno votato i deputati di UPyD, del Psoe (socialisti) e quelli del Partido Popular (Pp, centrodestra); contro hanno votato i nazionalisti catalani di CiU, quelli dell’Erc, Esquerra Plural, Pnb e gli indipendentisti baschi di Amaiur. La mozione approvata esorta il Governo spagnolo a utilizzare “gli strumenti della Costituzione e l’ordinamento giuridico nel suo insieme per garantire che si compia la legalità”.

Noi insorgenti non possiamo che schierarci contro questa infausta decisione presa dal Congresso spagnolo, che vuole solo tentare un estremo tentativo centralista per scongiurare gli eventuali esiti negativi del referendum indipendentista catalano. Una vittoria del “fronte indipendentista” in Catalunya darebbe maggior vigore alle altre istanze secessioniste (pensiamo ai Baschi), in un anno che prevede anche un referendum “autonomista” in Scozia. Barroso aveva detto, pochi giorni fa: “Una Scozia indipendente è fuori dall’Europa”. Chissà se l’Unione Europea sarà egualmente categorica anche nei confronti della ricca Catalunya.

I popoli europei, costretti in involucri liberticidi e antidemocratici quali sono gli Stati nazionali, oppressi anche dal cappio europeista, hanno deciso di ribellarsi e di liberarsi. Solo gli “ultimi giapponesi” del liberismo e del centralismo possono pensare di usare queste misure per fermare i movimenti di Popolo.
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venerdì 14 febbraio 2014

Perchè Sardigna Natzione non parteciperà alle Regionali sarde



A poco meno di un mese dalle elezioni regionali, il fronte degli indipendentisti e sovranisti risulta ancora una volta frammentato e diviso. Da una parte il Psd’Az appoggerà nuovamente Ugo Cappellacci, da un’altra iRS, Partito dei Sardi e Rossomori appoggeranno Francesco Pigliaru; da un lato Fortza Paris, Unidos e Soberania appoggerano Mauro Pili e dall’altro Gigi Sanna è supportato dalla sua lista di movimento per la zona franca; poi ancora Meris portata da Cristina Puddu, la coalizione Sardegna Possibile che candida Michela Murgia e infine il Fronte Unidu Indipendentista supportato da Pierfranco Devias. In tutto questo marasma di liste che si richiamano all’indipendenza dell’isola, una delle più note e delle più storiche come Sardigna Natzione – Indipendentzia, non correrà per le elezioni. Le motivazioni di questa scelta le spiega, raggiunto da ‘Controlacrisi’, proprio il segretario nazionale Bustianu Cumpostu. 

Perché la mancata presentazione delle liste di Sardigna Natzione in occasione delle elezioni regionali? 
E’ stata una decisione politica. Abbiamo deciso di non presentarci per creare un trauma all’interno del mondo indipendentista che non è riuscito a riunirsi in una proposta univoca al fine di creare un soggetto politico che potesse essere realmente alternativo ai partiti italiani. Abbiamo tentato in tutti i modi, fino all’ultimo momento, fino anche ad arrivare alla presentazione di un simbolo in cui erano presenti altre liste; abbiamo offerto questa proposta alla coalizione Sardegna possibile, la cui candidata presidente è Michela Murgia, ma non è stato realizzabile. Una parte degli indipendentisti, poi, si è accodata al centrosinistra ma noi, indipendentisti storici, non potevamo seguirli. Abbiamo scelto questa volta di rimanere fuori dalla competizione elettorale e di non dare indicazione di voto, quindi dire alla gente di votare strettamente i lavoratori e i rappresentanti delle imprese della Sardegna che si candidano all’interno delle liste sparse: dai zonafranchisti alle liste indipendenti. 

Riguardo al simbolo che avevate presentato, insieme ad iRS, perché il progetto con Gavino Sale non è andato in porto?
Loro hanno fatto la scelta di appoggiare la coalizione di centrosinistra, noi non potevamo seguirli in questa scelta. Noi siamo indipendentisti sardi…

E col Fronte Unidu Indipendentista, nessuna trattativa? 
Il Fronte Unidu fa un’analisi di classe dell’indipendentismo. Esso ha lanciato, intanto, il progetto in maniera unilaterale: quando gli è stato chiesto di metterlo in condivisione non lo ha voluto fare e poi ‘ha aperto i gulag’ perché “a Manca Pro s’Indipendentzia” ha creato il Fronte ma dentro non ci voleva iRS, non ci voleva il PSd’Az , non ci voleva Sardigna libera e non ci voleva nemmeno il Partito dei sardi. Al suo interno voleva solo Sardigna Natzione ma come ospite, non come condivisore del progetto politico! Il progetto era il loro e non si sono neanche presentati alle assemblee di confronto che abbiamo avuto: hanno snobbato tutto. Il Fronte aveva il suo progetto e dovevano decidere loro del proprio destino. Un progetto così non potrà da sua parte! È un progetto che rimane vecchio, perché pensano che la questione nazionale di un popolo sia soltanto una prerogativa della gente di sinistra, ma il popolo tutto subisce l’umiliazione della sudditanza: non è che coloro che stanno a sinistra subiscono una sudditanza maggiore rispetto a quelli di destra o di centro. Noi siamo un popolo normale in cui c’è gente di tutti i tipi. Se dividiamo il popolo con dinamiche interne e non capiamo che, invece, il confronto della Natzione Sarda con lo Stato Italiano è una dinamica esterna, abbiamo già perso in partenza: stiamo mettendo come obiettivo non l’indipendenza bensì la lotta all’indipendenza.

Dunque, l’indipendentismo deve poter essere trasversale all’interno del popolo sardo? 
Ma è normale! Perché se non sei trasversale hai già perso! O rispondiamo come popolo con tutta la forza che esso può avere, sennò abbiamo già perso.

Quindi, non ci sarà, da parte di Sardigna Natzione, neanche un’indicazione di voto? 
Noi non diamo indicazione di voto perché non c’è un progetto. Ad esso ci abbiamo lavorato tanto, parecchio e se noi dessimo indicazione di voto a questo o quel candidato, vuol dire che quello è il progetto da noi condiviso, ma non è così! Pensiamo, invece, ad un soggetto collettivo, che venga da un cervello collettivo dell’indipendentismo, che sia condiviso. Anche facendo passi indietro, da parte di tutti: io sono leader di questo movimento dal 1995, prima c’era Angelo Caria, ma tutto il processo ha radici da Su Pobulu Sardu. Ho vissuto tutte le fasi, da SardignaColonia all’autodeterminazione, poi alla dichiarazione di indipendenza. C’è stata tutta una fase di maturazione che è avvenuta anche a partire dai rapporti instaurati coi baschi, coi catalani, coi corsi: ci siamo sentiti patrioti della stessa patria, delle patrie oppresse.

Prima faceva riferimento al Psd’Az e agli indipendentisti all’interno del centrosinistra. I sardisti hanno compiuto più di una giravolta: prima in consiglio con il Pdl e Cappellacci, poi le trattative con la Barracciu e il centrosinistra e ora di nuovo centrodestra. Sembra quasi uno schiaffo all’indipendentismo… 
Ma no, assolutamente! Il Psd’az non sta facendo altro che fare quello che sta facendo Jordi Puyol (Presidente della Generalitat de Catalunya) in Catalogna! Certo, con tutte le particolarità del caso per cui Puyol non entrava nella proposta organica della coalizione ma faceva accordi di governo ex-post, certo che era anche diversa la legge elettorale. Comunque sia, il Psd’Az è inserito nella logica di Puyol: non si pongono il problema di centrodestra o centrosinistra. Questo delle giravolte e del voltagabbanismo, è un ragionamento proprio della cultura politica italiana. Se ragioniamo attraverso quei sistemi, allora sì: i sardisti sono dei voltagabbana; se ragionassimo con altre categorie, quelle di un popolo oppresso, il Psd’Az fa accordi con chi gli conviene, superando gli steccati sul fatto di essere di destra e di sinistra. Anche perché, poi, queste categorie coincidono: sono uguali! In Sardegna, non c’è alcuna differenza fra destra e sinistra.

Tratto da ControLaCrisi

martedì 28 gennaio 2014

2014, l'anno dei referendum indipendentisti

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Per il mondo indipendentista e identitario, il 2014 sarà un anno fondamentale. I referendum sull’indipendenza della Scozia e della Catalunya rappresentano un evento importantissimo, perché si vede all’orizzonte la possibilità per i Popoli di sottrarsi al giogo degli Stati Nazionali, di derivazione giacobina, per via referendaria.

Il risultato, in entrambi i casi, sarà molto probabilmente negativo, ma non è questo il tema che ci interessa sottolineare. Va invece evidenziata la straordinaria partecipazione di popolo che questi due eventi necessariamente realizzeranno: non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che, nei prossimi mesi, non si interrogherà sugli aspetti positivi e negativi di una eventuale indipendenza; non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che non riscoprirà pagine della propria storia popolare volutamente dimenticate o omesse dagli Stati Nazionali in cui sono costretti a vivere, a lavorare, a pagare le tasse, a crescere i figli. Torneranno in auge canzoni e figure, tra lo storico e il leggendario, che solo la cultura popolare più antica e radicata ha permesso che non si smarrissero nel magma indistinto della globalizzazione europea e mondiale.

Va, però, precisato che i motivi alla base dei due referendum sono leggermente diversi: mentre per la Scozia c’è una questione storica, politica e culturale preminente, per la Catalunya (regione ricca e avanzata) il movente è soprattutto, ma non solo, economico. Il primo referendum indipendentista si terrà in Scozia, il 18 settembre. Gli scozzesi saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito “Dovrebbe la Scozia essere uno Stato indipendente?”. Bisogna subito notare l’uso del condizionale “dovrebbe” invece dell’indicativo “deve”: l’accordo tra Alex Salmond, Presidente del governo scozzese e leader dello Scottish National Party, e David Cameron, premier inglese conservatore, sancisce che il referendum non avrà effetti immediatamente vincolanti, perché bisognerà ridiscutere temi quali la solidità economica della Scozia, la difesa dello Stato, i rapporti con il Regno Unito e l'adesione a Unione Europea, NATO e altre organizzazioni sovranazionali.

E’ chiaro, però, che una vittoria del SI obbligherebbe Cameron, l’Inghilterra e il Regno Unito a scendere a patti con la Scozia, anche per scongiurare un nuovo “rischio Irlanda”. I sondaggi dicono che la maggioranza degli scozzesi è contraria all’indipendenza, però il fronte del SI cresce col passare dei mesi. La campagna mediatica ha ridato vigore alle tradizioni e alla cultura popolare degli scozzesi, dunque alla loro identità, e in tantissimi hanno cambiato idea, sposando l’idea indipendentista dopo un primo freddo NO.

In Catalunya, invece, si terrà il secondo fondamentale referendum indipendentista del 2014. Il 9 novembre i catalani saranno chiamati a rispondere ad un singolare quesito referendario diviso in due parti: "Volete voi che la Catalogna sia uno Stato?"; in caso di risposta affermativa, “Volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?". Tale formula rappresenta il miglior compromesso possibile raggiunto dalle due anime dell’indipendentismo catalano: quella moderata della CiU, favorevoli alla nascita della Stato Catalano ma possibilisti sulla possibilità di rimanere all’interno di una sorta di “Federazione Spagnola”; quella rivoluzionaria della sinistra repubblicana, l’ERC, che invece spinge sulla necessita per la Catalunya di diventare uno stato indipendente dalla Spagna.

Si è rischiato il naufragio, poi fortunatamente le due anime dell’indipendentismo catalano hanno trovato un accordo, anteponendo l’interesse comune al piccolo tornaconto di bottega. Che sia di auspicio e di esempio anche per gli altri indipendentismi europei, al loro interno spesso divisi perché incapaci di vedere che le cose che li uniscono sono molto di più di quelle che li dividono?
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martedì 29 ottobre 2013

La via identitaria è l'unica che conduce alla Libertà



Quando i Catalani scesero in piazza per chiedere l’indipendenza della Catalunya dalla Spagna, mostrarono le loro bandiere nazionali e alcuni cartelli in cui erano scritte parole d’ordine e rivendicazioni del movimento.

Un cartello mi colpì, anche perché, in tutto quel fiorire nazionalistico che si traduceva anche nello scrivere e nel parlare in Catalano invece che in Castigliano (lo Spagnolo ufficiale), era scritto in inglese: “Not better, not worse: just different!”.

Tradotto: non migliore né peggiore, ma differente. Semplicemente differente. Possiamo dire che il fondamento dell’Identitarismo, e quindi del meridionalismo identitario di cui Insorgenza Civile è l’incarnazione, è riassumibile in questo assunto: i Popoli non sono migliori o peggiori di altri, ma sono differenti.

Noi Napulitani, che con fierezza non riconosciamo lo Stato unitario italiano come nostro “stato nazionale”, non lo facciamo perché ci sentiamo migliori dei toscani, dei liguri o dei sardi. Il nostro orgoglio identitario non nasce dal desiderio di non “mischiarci con quelli”, perché noi “non ci abbiamo nulla da spartire”; nasce, viceversa, proprio dalla consapevolezza che, fino a quando le varie comunità nazionali saranno costrette dentro uno Stato unitario che per storia e cultura non poteva né doveva nascere, la libertà di tutti e di ciascuno sarà una chimera irraggiungibile, mentre la realtà sarà sempre fatta di catene economiche e culturali che il Sistema (nel nostro caso, il Sistema Italia, espressione degli interessi economici del nord) imporrà e difenderà, con la forza del poliziotto, col voto del parlamentare ascaro e con la penna del giornalista.

“Ragionate come la Lega” è l’altra accusa che spesso viene mossa. Accusa a cui è fin troppo facile rispondere: la Lega non è altro che il frutto di un provincialismo estremizzato, che ha chiuso le menti invece di aprirle, che ha ceduto all’egoismo del Sistema liberista e colonialista e l’ha difeso, invece di combatterlo. La Lega ha inventato una nazione (la Padania), mentre noi abbiamo avuto sette secoli di unità nazionale, prima dell’invasione piemontese; noi non dobbiamo inventarci una storia, noi abbiamo una storia.

Il leghismo esiste solo in funzione di un nemico (Roma Ladrona e i Terroni mantenuti), mentre la nostra Identità è a prescindere, direbbe Totò. La via identitaria è l’unica che può condurre alla libertà di tutti e di ciascuno, perché è l’unica fondata sull’accettazione, e non sulla negazione, delle differenze, senza dare a nessuno l’etichetta di “migliore”.