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venerdì 20 giugno 2014

Voci dall'Ucraina resistente



Pubblico oggi un articolo tratto dal blog sull'Espresso di Nicolai Lilin, scrittore famoso per "Educazione Siberiana" e per altri splendidi romanzi.
In questo articolo c'è la traduzione di una Intervista ad una ragazza ucraina (clicca) che sta combattendo nella resistenza popolare contro il regime di Kiev. Un regime, è bene ricordarlo, sostenuto e finanziato dagli USA; un regime che si serve di squadre nazifasciste per assassinare il proprio popolo, "colpevole" di non sostenere il colpo di stato filoeuropeo realizzato due mesi fa.

“Buongiorno, mi chiamo Elena, mi trovo nella città di Slavyansk. Io vivo in questa città, sono nata e cresciuta qui. Sono entrata nella difesa popolare perché non potevo più sopportare l’orrore delle aggressioni che stiamo subendo. Nella nostra città non c’è luce, nelle case non c’è acqua, le persone vanno a prenderla dalle fontane.

L’esercito ucraino ci sta bombardando ogni giorno, per ordine della giunta golpista di Kiev. Stanno usando contro di noi l’artiglieria, gli aerei da guerra. Buttano le bombe sulle zone abitate. I cittadini rimangono senza le loro case, non hanno niente da mangiare, costretti a vivere nelle cantine. Intere famiglie, anche con bambini piccoli, vivono sotto terra. Non tutti sono riusciti a lasciare la città, qui è rimasta gran parte dei cittadini civili. Fino a quando dovremo sopportare queste ingiustizie? Com’è possibile che il governo mandi contro il proprio popolo un esercito composto da non si capisce chi: estremisti del Settore Destro (organizzazione neonazista ucraina sponsorizzata dal governo attuale, ndt), mercenari o semplicemente delinquenti comuni.

La propaganda ucraina dice che tra noi ci sono dei mercenari, dei ceceni, soldati di Kadirov. Io non ho ancora visto nessuno di loro. Noi siamo persone semplici, cittadini di Slavyansk, difendiamo la nostra città. Vogliamo vivere, non esistere, ma vivere.

Qui accadono cose terribili. Qualche giorno fa un aereo militare ucraino si è nascosto dietro un aereo civile di linea. Quando è passato sopra la città si è abbassato, ha bombardato una zona abitativa nelle vicinanze, un paesino che si chiama Semyonovka, e poi si è nascosto di nuovo dietro l’aereo con i civili a bordo. Noi l’abbiamo visto ma non abbiamo potuto abbatterlo, perché avremmo sicuramente potuto colpire anche l’aereo civile. L’esercito ucraino vuole provocarci per creare un caso mediatico, per poter dire che siamo terroristi che abbattono gli aerei civili.

Qui non ci sono terroristi, ci sono le persone semplici che sono uscite dalle loro case per difendere la loro città. Persone che non riescono più a sopportare tutto questo orrore. Qui ci sono bambini, ci sono anziani, veterani della Seconda Guerra Mondiale che sono costretti a rivivere momenti drammatici. E’ possibile che al governo non sia rimasto più niente di umano?”
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martedì 17 giugno 2014

Brazil 2014, la polizia addestrata dall'FBI



Vi posto oggi un articolo del sito Contropiano.org in cui si fa riferimento ad una notizia data da una agenzia di giornalismo brasiliana. Secondo tale agenzia, le forze dell'ordine brasiliane sarebbero state addestrate, al fine di fronteggiare gli annunciati scontri e rivendicazioni sociali di questi giorni, addirittura da agenti dell'FBI.

É quanto si apprende da un articolo apparso sul sito dell'agenzia di giornalismo d'inchiesta Agência Pública. Un mese prima dell'inizio delle partite, la Segreteria di Sicurezza Pubblica di Rio de Janeiro annunciò che era in atto un addestramento da parte degli agenti dell'FBI alle truppe “di choque”, i reparti antisommossa della polizia militare, e alle truppe del CORE, corpo speciale della polizia civile, per contenere le proteste previste per la Coppa del mondo di calcio.
Il corso di quaranta ore, frutto di una collaborazione offerta dall'ambasciata degli Stati Uniti, prevedeva la formazione per la gestione e il controllo delle folle, dei disordini civili, pianificazione delle operazioni, uso della forza, relazione con i media, uso di mezzi di intelligence e informazioni per identificare possibili atti e attori di vandalismo.
Il corso si è svolto anche in altre città del Brasile, come San Paolo, Brasilia e Fortaleza, oltre che, come si scopre grazie all'inchiesta, all'estero nel Centro di addestramento regionale a Lima, in Perù, e nell'Accademia internazionale per l'adempimento delle leggi (ILEA, in inglese)in El Salvador, entrambi centri di addestramento finanziati dagli USA.
La collaborazione si è scoperta essere parte in un piano di formazione della polizia per i grandi eventi, in vista dei mondiali e delle prossime Olimpiadi di Rio, cominciata nel 2012 e interamente pagata dagli Stati Uniti, al quale han partecipato più di ottocento poliziotti.
L'inchiesta ha rivelato inoltre che uno dei corsi, “controllo marittimo del terrorismo”, si è svolto in una sede di Academi, il nuovo nome della multinazionale Blackwater, la famosa agenzia di contractors statunitense.

Tra gli altri corsi, “relazioni con i media” con l'obiettivo di creare una collaborazione con la stampa per creare un “sentimento di fiducia nella società”, corso che ha visto la partecipazione di numerosi giornalisti; oltre che un corso di “investigazione digitale dei cellulari” tramite l'insegnamento sull'utilizzo di una tecnologia sviluppata da un impresa israeliana, la Cellebrite, creatrice del dispositivo UFED, capace di rubare tutti i dati dei cellulari di nuova generazione.
Le accademie internazionali ILEA, vennero create nel 1995 dal governo Clinton per rilanciare l'alleanza tra il Dipartimento di Stato americano e le polizie di vari paesi del mondo, con l'obbiettivo di difendere i cittadini statunitensi e gli affari di Washington.
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domenica 15 giugno 2014

La cortina di ferro di Washington in Ucraina



Vi posto oggi un articolo sulla situazione in Ucraina, tratto da Iskrae.eu e scritto da Diana Johnstone, autrice "Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions" (La crociata dei folli: Jugoslavia, NATO, e deliri dell'Occidente)

I leader della NATO in questo momento stanno mettendo in scena in Europa una farsa mirata, diretta a ricostruire una cortina di ferro tra la Russia e l’Occidente.

Con sorprendente unanimità, i leader della NATO fingono sorpresa per eventi pianificati con mesi di anticipo. Gli eventi che essi hanno deliberatamente innescato vengono travisati come un’improvvisa, sorprendente, ingiustificata “aggressione russa”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno intrapreso un’aggressiva provocazione in Ucraina che sapevano che avrebbe costretto la Russia, in un modo o in un altro, a reagire in termini difensivi.

Non potevano essere esattamente sicuri su come il presidente russo Vladimir Putin avrebbe reagito quando ha visto che gli Stati Uniti stavano manipolando il conflitto politico in Ucraina per installare un governo filo-occidentale intenzionato ad aderire alla NATO. Questa non era una mera questione di “sfere di influenza” sui “vicini prossimi” della Russia, ma una questione di vita o di morte per la Marina russa, così come una grave minaccia alla sicurezza nazionale sul confine della Russia.

Così facendo era stata tesa una trappola a Putin. Sarebbe stato dannato se avesse agito, e dannato se non avesse agito. Poteva reagire debolmente, e tradire fondamentali interessi nazionali della Russia, consentendo alla NATO di far avanzare le sue forze ostili in una posizione di attacco ideale.

O avrebbe potuto reagire in modo eccessivo, inviando forze armate russe ad invadere l’Ucraina. L’Occidente era preparato a questo, pronto a urlare che Putin è “il nuovo Hitler” e a invadere la povera, indifesa Europa, che poteva essere salvata (di nuovo) solo dai generosi americani.

In realtà, la mossa difensiva russa è stata una via di mezzo molto ragionevole. Grazie al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea si sentivano russi, essendo stati cittadini russi fino a quando Krusciov con leggerezza conferì il territorio all’Ucraina nel 1954, è stata trovata una soluzione pacifica e democratica. Gli abitanti della Crimea hanno votato per il loro ritorno alla Russia in un referendum che era perfettamente legale secondo la legge internazionale, anche se in violazione della costituzione ucraina, che era ormai a brandelli essendo stata appena violata dal rovesciamento del presidente regolarmente eletto del paese, Victor Yanukovich, facilitato da milizie violente. Il cambiamento di status della Crimea è stato raggiunto senza spargimenti di sangue, col voto popolare.



Ciò nonostante, le grida di indignazione dell’Occidente sono state altrettanto istericamente ostili come se Putin avesse reagito in modo eccessivo e sottoposto l’Ucraina ad una campagna di bombardamenti in stile Usa, o invaso il paese a titolo definitivo – cosa che essi avrebbero potuto aspettarsi che facesse.

Il Segretario di Stato John Kerry ha capeggiato il coro di ipocrita indignazione, accusando la Russia di quel tipo di cose che il suo governo ha l’abitudine di fare. “Non invadete un altro paese con falsi pretesti per affermare i vostri interessi. Si tratta di un atto di aggressione che è completamente inventato sulla base di pretesti”, ha pontificato Kerry. “E’ davvero un comportamento del 19esimo secolo nel 21esimo secolo”. Invece di ridere di questa ipocrisia, media statunitensi, politici ed esperti hanno zelantemente fatto proprio il tema dell’inaccettabile aggressione espansionistica di Putin. Gli europei hanno fatto seguito con una debole, obbediente eco.

E’ stato tutto pianificato a Yalta

Nel settembre 2013, uno dei più ricchi oligarchi ucraini, Viktor Pinchuk, ha pagato per un’elitaria conferenza strategica sul futuro dell’Ucraina che si è tenuta nello stesso palazzo a Yalta, in Crimea, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per decidere il futuro dell’Europa in 1945. L’Economist, uno dei mezzi di comunicazione delle élite riferendo su quello che definiva una “dimostrazione di diplomazia brutale”, ha dichiarato che: “Il futuro dell’Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, e dell’Europa si stava decidendo in tempo reale”. Tra i partecipanti, Bill e Hillary Clinton, l’ex capo della CIA generale David Petraeus, l’ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers, l’ex capo della Banca Mondiale Robert Zoellick, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, Shimon Peres, Tony Blair, Gerhard Schröder, Dominique Strauss-Kahn, Mario Monti, il presidente lituano Dalia Grybauskaite, e l’influente ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski. Erano presenti sia il presidente Viktor Yanukovich, deposto cinque mesi più tardi, che Petro Poroshenko recentemente eletto come suo successore. L’ex segretario all’Energia Usa Bill Richardson era lì per parlare della rivoluzione dello shale-gas che gli Stati Uniti sperano di utilizzare per indebolire la Russia sostituendo le riserve di gas naturale della Russia con i prodotti del fracking [fracking: controversa tecnica di fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (shale gas), ndt]. Al centro della discussione c’era il “Deep and Comprehensive Free Trade Agreement” (DCFTA) [Accordo di libero scambio globale e approfondito] tra l’Ucraina e l’Unione Europea, e la prospettiva di integrazione dell’Ucraina nell’Occidente. Il tono generale era euforico riguardo la prospettiva di rompere i legami dell’Ucraina con la Russia a favore dell’Occidente.

Un complotto contro la Russia? Niente affatto. A differenza del Bilderberg, gli atti non erano segreti. Di fronte a una dozzina di vip americani e un vasto campione dell’élite politica europea c’era un consigliere di Putin di nome Sergei Glazyev, che ha reso la posizione della Russia perfettamente chiara.

Glazyev ha iniettato una nota di realismo politico ed economico nella conferenza. Forbes ha a suo tempo riferito della “netta differenza” tra i punti di vista russi e occidentali “non sull’opportunità dell’integrazione dell’Ucraina con l’UE ma sul suo probabile impatto“. In contrasto con l’euforia occidentale, il punto di vista russo si basava su “critiche economiche molto specifiche e mirate” circa l’impatto dell’Accordo di scambio sull’economia dell’Ucraina, notando che l’Ucraina aveva un enorme disavanzo dei conti esteri, finanziato con prestiti esteri, e che il conseguente significativo aumento delle importazioni occidentali poteva solo ampliare il disavanzo. L’Ucraina “o farà default per i suoi debiti o richiederà un ragguardevole salvataggio”.

Il giornalista di Forbes concludeva che “la posizione russa è molto più vicina alla verità del felice chiacchiericcio proveniente da Bruxelles e Kiev”.

Riguardo l’impatto politico, Glazyev ha sottolineato che la minoranza di lingua russa nell’Ucraina orientale potrebbe proporre una divisione del paese in segno di protesta contro il taglio dei legami con la Russia, e che la Russia sarebbe legittimata a sostenerli, secondo il Times di Londra.

In definitiva, mentre pianificavano di incorporare l’Ucraina nella sfera occidentale, i leader occidentali erano perfettamente consapevoli che questa mossa avrebbe comportato seri problemi con gli ucraini di lingua russa, e con la stessa Russia. Piuttosto che cercare di giungere a un compromesso, i leader occidentali hanno deciso di andare avanti e di incolpare la Russia per qualsiasi cosa sarebbe andata storta. Per iniziare è andato storto che Yanukovich si sia spaventato di fronte al collasso economico implicito nell’Accordo di scambio con l’Unione Europea. Ha rinviato la firma, sperando in un accordo migliore. Dal momento che niente di tutto questo è stato spiegato chiaramente al pubblico ucraino, ne sono seguite adirate proteste, che sono state rapidamente sfruttate dagli Stati Uniti… contro la Russia.

L’Ucraina come un ponte … o come il tallone di Achille

L’Ucraina, che significa zona di confine, è un paese senza confini storici chiaramente stabiliti che è stato esteso troppo sia verso est che verso ovest. Responsabile di questo è stata l’Unione Sovietica, ma l’Unione Sovietica non esiste più, e il risultato è un paese senza un’identità unitaria e che emerge come un problema per sé stesso e per i suoi vicini.

E’ stata estesa troppo verso est, incorporando un territorio che potrebbe anche essere stato russo, nel quadro di una politica generale per distinguere l’URSS dall’impero zarista, allargando l’Ucraina a scapito della sua componente russa e dimostrando che l’Unione Sovietica era davvero una unione fra repubbliche socialiste uguali. Finché tutta l’Unione Sovietica era gestita dalla leadership comunista, questi confini non erano troppo rilevanti.

E’ stato esteso anche troppo verso ovest alla fine della seconda guerra mondiale. La vittoriosa Unione Sovietica ha esteso il confine dell’Ucraina per includere le regioni occidentali, dominate dalla città variamente denominata come Lviv, Lwow, Lemberg o Lvov, a seconda che appartenesse alla Lituania, alla Polonia, all’Impero asburgico o all’URSS, una regione che era un focolaio di sentimenti anti-russi. Questa mossa è stata senza dubbio concepita come difensiva, per neutralizzare gli elementi ostili, ma ha creato la nazione fondamentalmente divisa e dalle acque agitate che è oggi.

Il rapporto Forbes citato prima ha sottolineato che: “Per la maggior parte degli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha praticamente fatto un doppio gioco, dicendo all’UE che era interessata a firmare il DCFTA mentre diceva ai russi che era interessata ad entrare nell’unione doganale”. O Yanukovich non sapeva decidersi, o stava cercando di cavare la migliore offerta da ambo le parti, o stava cercando il miglior offerente. In ogni caso, non è mai stato “l’uomo di Mosca”, e la sua caduta è senza dubbio dovuta in gran parte al suo ruolo nel contrapporre le due parti a suo vantaggio. Il suo era un gioco pericoloso nel mettere in concorrenza le maggiori potenze.

Si può affermare con certezza che ciò di cui c’era bisogno era qualcosa che finora sembra mancare totalmente in Ucraina: una leadership che riconosce la natura divisa del paese e lavora diplomaticamente per trovare una soluzione che soddisfi sia le popolazioni locali e i loro legami storici con l’Occidente cattolico e con la Russia. In definitiva, l’Ucraina potrebbe essere un ponte tra Oriente e Occidente – e questa, per inciso, è stata proprio la posizione russa. La posizione russa non è stata di dividere l’Ucraina, tanto meno di conquistarla, ma di facilitare il ruolo del paese come ponte. Ciò comporterebbe un certo grado di federalismo, di governo locale, che finora è totalmente assente nel paese, con i governatori locali scelti non per elezione, ma dal governo centrale di Kiev. Una Ucraina federale potrebbe sviluppare relazioni sia con l’UE e mantenere i suoi vitali (e redditizi) rapporti economici con la Russia.

Ma questa intesa richiede la buona volontà occidentale a cooperare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno chiaramente posto il veto a questa possibilità, preferendo sfruttare la crisi per bollare la Russia come “il nemico”.

Piano A e Piano B

La politica Usa, evidente già nella riunione del settembre 2013 a Yalta, è stata condotta sul campo da Victoria Nuland, ex consigliere di Dick Cheney, vice-ambasciatore presso la NATO, portavoce di Hillary Clinton, moglie del teorico neocon Robert Kagan. Il suo ruolo di primo piano nelle vicende ucraine dimostra che l’influenza neo-con nel Dipartimento di Stato, stabilita sotto Bush II, è stata mantenuta da Obama, il cui unico contributo visibile al cambiamento in politica estera è stata la presenza di un uomo di origine africana alla presidenza, calcolato per impressionare il mondo con la virtù multiculturale degli Usa. Come la maggior parte degli altri recenti presidenti, Obama è lì come un temporaneo venditore di politiche realizzate ed eseguite da altri.

Come Victoria Nuland vantava a Washington, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza politica in Ucraina (la chiamano “promozione della democrazia”). Questo investimento non è “per il petrolio”, o per qualsiasi vantaggio economico immediato. I motivi principali sono geopolitici, perché l’Ucraina è il tallone d’Achille della Russia, il territorio con la maggiore capacità potenziale di causare problemi alla Russia.

Ciò che ha richiamato l’attenzione del pubblico sul ruolo di Victoria Nuland nella crisi ucraina è stato il suo uso di una parolaccia, quando ha detto all’ambasciatore Usa, “che si fotta l’Unione Europea”. Ma il polverone sul suo linguaggio scurrile ha fatto velo alle sue cattive intenzioni. La questione verteva su chi dovesse strappare il potere al presidente eletto Viktor Yanukovich. Con il partito del cancelliere tedesco Angela Merkel che promuoveva l’ex pugile Vitaly Klitschko come suo candidato. Lo sgarbato rifiuto della Nuland significava che gli Stati Uniti, non la Germania o l’Unione europea, dovevano scegliere il prossimo leader, e che non era Klitschko, ma “Yats”. Ed infatti è stato Yats, Arseniy Yatsenyuk, un tecnocrate di secondo piano sponsorizzato dagli Usa noto per il suo entusiasmo per le politiche di austerità del FMI e l’adesione alla NATO, che ha ottenuto il posto. Questo ha messo in piedi un governo sponsorizzato dagli Usa, spalleggiato nelle strade da una milizia fascista con poco peso elettorale ma un sacco di bestialità armata, nella condizione di gestire le elezioni del 25 maggio, da cui l’occidente russofono era in gran parte escluso.

Il piano A per il colpo di stato di Victoria Nuland era probabilmente di installare, rapidamente, un governo a Kiev che avrebbe aderito alla NATO, preparando così formalmente il terreno agli Stati Uniti per impossessarsi della base navale russa sul Mar Nero di Sebastopoli in Crimea, indispensabile per la Russia. La reintegrazione della Crimea nella Russia era la necessaria mossa difensiva di Putin per evitare ciò.

Ma la mossa Nuland era in realtà uno schema che prevedeva la vittoria in ogni caso. Se la Russia non fosse riuscita a difendersi, rischiava di perdere l’intera sua flotta meridionale – un disastro nazionale totale. Se, d’altra parte, la Russia avesse reagito, come era più probabile, gli Usa avrebbero avuto in tal modo una vittoria politica il che era forse il loro obiettivo principale. La mossa totalmente difensiva di Putin è presentata dai principali mezzi di informazione occidentali, a cui fanno eco i leader politici, come un ingiustificato “espansionismo russo”, che la macchina della propaganda paragona a Hitler che invade la Cecoslovacchia e la Polonia.

Così una sfacciata provocazione occidentale, utilizzando la confusione politica ucraina contro una Russia sostanzialmente difensiva, è riuscita sorprendentemente a produrre un cambiamento totale nello Zeitgeist artificiale prodotto dai mass media occidentali. Improvvisamente, ci viene detto che “l’Occidente amante della libertà” si trova di fronte alla minaccia del “aggressivo espansionismo russo”. Una quarantina di anni fa, i leader sovietici si illusero che questa loro pacifica rinuncia avrebbe potuto portare ad una collaborazione amichevole con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Ma quelli negli Stati Uniti che non hanno mai voluto porre fine alla guerra fredda si stanno prendendo la rivincita. Non importa il “comunismo”; se, invece di propugnare la dittatura del proletariato, l’attuale leader della Russia è per certi versi semplicemente vecchio stile, i mezzi d’informazione occidentali possono tirarne fuori un mostro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico da cui salvare il mondo.

Il ritorno del racket della protezione

Ma prima di tutto, gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia come un nemico, allo scopo di “salvare l’Europa”, che è un altro modo per dire, continuare a dominare l’Europa. I decisori politici di Washington sembravano preoccupati che lo slancio di Obama verso l’Asia e il disinteresse per l’Europa potesse indebolire il controllo Usa sui suoi alleati della NATO. Il 25 maggio le elezioni al Parlamento europeo hanno rivelato una grande disaffezione verso l’Unione Europea. Questa disaffezione, in particolare in Francia, è legata ad una crescente consapevolezza che l’UE, lungi dall’essere una potenziale alternativa agli Stati Uniti, è in realtà un meccanismo che incatena i paesi europei alla globalizzazione definita dagli Usa, al declino economico e alla politica estera degli Stati Uniti, alle guerre e a tutto il resto.

L’Ucraina non è l’unica entità che è stata sottoposta ad una tensione eccessiva. Così è stato per l’UE. Con 28 membri diversi per lingua, cultura, storia e mentalità, l’UE non è in grado di accordarsi su nessun’altra politica estera che non sia quella imposta da Washington. L’ampliamento dell’UE agli ex satelliti dell’Europa orientale ha completamente infranto qualsiasi profondo consenso che avrebbe potuto esserci tra i paesi della Comunità Economica originale: Francia, Germania, Italia e Benelux. La Polonia e gli Stati baltici vedono l’adesione all’UE come utile, ma i loro cuori sono in America – dove molti dei loro leader più influenti sono stati istruiti e formati. Washington è in grado di sfruttare la nostalgia anti-comunista, anti-russa e persino filo-nazista dell’Europa nord-orientale per agitare il falso grido che “i russi stanno arrivando!” al fine di ostacolare il crescente partenariato economico tra la vecchia UE, in particolare la Germania, e la Russia.

La Russia non è una minaccia.Ma per i rumorosi russofobi negli Stati baltici, nell’Ucraina occidentale e nella Polonia, l’esistenza stessa della Russia è una minaccia. Incoraggiata dagli Stati Uniti e dalla NATO, questa endemica ostilità è la base politica per la nuova “cortina di ferro” intesa a conseguire l’obiettivo enunciato nel 1997 da Zbigniew Brzezinski in La Grande Scacchiera: mantenere il continente eurasiatico diviso per perpetuare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. La vecchia guerra fredda serviva allo scopo, consolidando la presenza militare degli Usa e l’influenza politica nell’Europa occidentale. Una nuova guerra fredda può evitare che l’influenza Usa sia vanificata da buone relazioni tra l’Europa occidentale e la Russia.

Obama è arrivato in Europa ostentatamente promettendo di “proteggere” l’Europa basando più truppe in regioni il più possibile vicine alla Russia, e ordinando al tempo stesso alla Russia di ritirare le proprie truppe, sul proprio territorio, ancora più lontano dalla travagliata Ucraina. Questo sembra pensato per umiliare Putin e privarlo del sostegno politico interno, in un momento in cui stanno crescendo le proteste in Ucraina orientale contro il leader russo perché li abbandona ai killer inviati da Kiev.

Per stringere la morsa Usa sull’Europa, gli Stati Uniti stanno usando la crisi artificiale per esigere che i suoi alleati indebitati spendano di più nella “difesa”, in particolare nell’acquisto di sistemi d’arma Usa. Sebbene gli Usa siano ancora ben lontani dall’essere in grado di soddisfare le esigenze energetiche dell’Europa dal nuovo boom Usa del fracking, questa prospettiva viene salutata come un sostituto alla vendita di gas naturale della Russia – stigmatizzato come “un modo di esercitare pressione politica”, qualcosa di cui le ipotetiche vendite energetiche Usa si presume siano esenti. Vengono fatte pressioni sulla Bulgaria e anche sulla Serbia per bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, che porterebbe il gas russo nei Balcani e nell’Europa meridionale.

Dal D-Day al Dooms Day

Oggi, 6 giugno, il settantesimo anniversario dello sbarco del D-Day viene rappresentata in Normandia come una gigantesca celebrazione della dominazione americana, con Obama alla testa di un cast stellare di leader europei. Gli ultimi anziani soldati e aviatori sopravvissuti sono presenti come i fantasmi di un’epoca più innocente, quando gli Stati Uniti erano solo all’inizio della loro nuova carriera di padroni del mondo. Essi erano reali, ma il resto è una farsa. La televisione francese è inondata dalle lacrime dei giovani abitanti dei villaggi in Normandia a cui è stato insegnato che gli Stati Uniti sono una specie di angelo custode, che ha inviato i suoi ragazzi a morire sulle coste della Normandia per puro amore per la Francia. Questa immagine idealizzata del passato è implicitamente proiettata sul futuro. In settant’anni, la guerra fredda, una narrazione dominante propagandistica e soprattutto Hollywood hanno convinto i francesi, e la maggior parte dell’Occidente, che il D-Day è stato il punto di svolta per la vittoria nella seconda guerra mondiale e che ha salvato l’Europa dalla Germania nazista.

Vladimir Putin è venuto alla celebrazione, ed è stato accuratamente evitato da Obama, auto-nominatosi arbitro della Virtù. I russi stanno rendendo omaggio all’operazione D-Day che liberò la Francia dall’occupazione nazista, ma essi – e gli storici – sanno ciò che la maggior parte dell’Occidente ha dimenticato: che la Wehrmacht fu sconfitta concretamente non dallo sbarco in Normandia, ma dall’Armata Rossa. Se il grosso delle forze tedesche non fosse stato inchiodato a combattere una guerra persa sul fronte orientale, nessuno celebrerebbe il D-Day come lo si celebra oggi.

Putin è ampiamente accreditato come “il miglior giocatore di scacchi”, che ha vinto il primo round della crisi ucraina. Egli ha senza dubbio fatto il meglio che ha potuto, di fronte alla crisi impostagli. Ma gli Usa hanno schiere intere di pedine che Putin non ha. E questo non è solo un gioco di scacchi, ma di scacchi combinati con il poker e con la roulette russa. Gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi rischi che i più prudenti leader russi preferiscono evitare… il più a lungo possibile.

Forse l’aspetto più straordinario della farsa attuale è il servilismo dei “vecchi” europei. A quanto pare abbandonando tutta la saggezza accumulata dall’Europa, tratta dalle sue guerre e dalle sue tragedie, e persino inconsapevoli dei propri interessi, gli attuali leader europei sembrano pronti a seguire i loro protettori americani verso un altro D-Day … dove D sta per Doom [Doomsday: fine del mondo o, in generale, evento catastrofico, ndt] .

Può la presenza in Normandia di un leader russo in cerca di pace fare la differenza? Basterebbe che i mezzi d’informazione di massa dicessero la verità, e quanto all’Europa che producesse dei leader abbastanza saggi e coraggiosi, perché l’intera macchina da guerra finta perda la sua lucentezza, e perché emerga la verità. Un’Europa pacifica è ancora possibile, ma per quanto tempo?


martedì 10 giugno 2014

Brasile 2014, le violenze fisiche e morali del Sistema



Centinaia di operai morti per costruire stadi che non saranno pronti in tempo. Il caro biglietti che preclude a milioni di persone la possibilità di andare allo stadio per assistere a una partita. Comunità di indios cacciate con la violenza dalla loro terra e dai loro luoghi sacri perché "ostacolano il progresso" rappresentato dal Mondiale. Azioni di polizia nelle favelas che assomigliano ad azioni di pulizia etnica.
Queste sono solo alcune sezioni della scenografia che sta dietro a quel grande carrozzone che si chiama Mondiali Fifa 2014. Le più visibili, forse. Le più stomachevoli, sicuro. Pur non volendo usare le categorie della morale, non possiamo però ignorare l'immoralità e la violenza che ampie fasce della popolazione brasiliana hanno dovuto subire per la realizzazione di questo circo (sempre più mediatico e pubblicitario, sempre meno sportivo e popolare) che, secondo la poco amata presidentessa Rousseff, rappresenta "una irripetibile occasione" per il Brasile.
Quando un politico lascia intendere, o dichiara apertamente, che l'organizzazione di un evento sportivo rappresenti una "irripetibile occasione di sviluppo" per un Paese, significa che la Politica è morta, lasciando spazio alla politica. Non è solo un gioco di maiuscole e minuscole: è l'essenza della struttura sociale dei paesi capitalistici, in cui la Politica deve cedere il passo all'Economia e alla Finanza. I mondiali in Brasile rappresentano una irripetibile occasione non per i brasiliani, non per gli esclusi, non per gli ultimi, non per i disoccupati, non per gli indios, ma per gli speculatori, gli sponsor, le multinazionali, la Fifa, il Sistema.

La scenografia, di per sé già disgustosa, aveva bisogno di un ulteriore schizzetto di merda. Ed eccolo servito. Mentre i portoghesi soffrono la fame, i calciatori della nazionale portoghese (tra cui il celeberrimo Cristiano Ronaldo) avranno camere ultralusso con specchi riscaldati e cuscini profumati di camomilla. Mentre l'Italia versa in condizioni economiche disastrose (stipendi fermi da anni, disoccupazione oltre il 13%, più del 60% dei giovani del Sud non ha lavoro), la spedizione azzurra in Brasile sarà quella più costosa tra le 24 che parteciperanno al mondiale. Giusto per fare qualche esempio: gli atleti italioti dormiranno in camere singole con letti matrimoniali al "modico" prezzo di 350 € a notte, avranno a disposizione ottanta asciugamani bianchi di pregio e nel ritiro azzurro saranno installati  esclusivamente televisori da 46 pollici.

E noi? Noi miliardi di poveri cristi che non possiamo permetterci i prezzi dei biglietti dello stadio e che non abbiamo i soldi per la pay tv? Noi non siamo stati invitati al Mondiale. Questo spettacolo non è per noi. Gli italiani, ad esempio, dovranno accontentarsi di vedere al massimo una partita al giorno in chiaro sulla RAI.
Quando ci saranno scontri di piazza in Brasile, non vi stupite. Non vi scandalizzate. Non fate i benpensanti. Adesso sapete il perché.
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domenica 1 giugno 2014

Turchia, riesplode la protesta a piazza Taksim



Vi posto un articolo di Contropiano.org sui fatti di ieri in Turchia. Per l'ennesima volta, il regime del premier Erdogan ha soffocato nella violenza di stato le manifestazioni popolari, indette per il primo anniversario della rivolta di Gezi park.

Ore e ore di scontri a Istambul, decine di feriti e centinaia di arresti: il pugno di ferro del premier turco Recep Tayyip Erdogan ha trasformato il primo anniversario della grande rivolta di Gezi Park in una giornata di violenza. 
La Piattaforma Taksim aveva invitato a manifestare pacificamente alle 19 nella Piazza simbolo e in molte altre città del Paese muniti di fiori e, simbolicamente, di libri per ricordare gli otto manifestanti uccisi durante le grandi proteste per più libertà e democrazia della primavera 2013. Ma il premier islamico ha vietato ogni concentrazione e questa mattina ha avvertito che chi avesse manifestato sarebbe stato arrestato: "Alle nostre forze di polizia sono state date istruzioni chiare. Faranno tutto ciò che è necessario".

Più di 25mila agenti appoggiati da 50 blindati Toma sono stati dislocati nel cuore di Istanbul per impedire qualsiasi manifestazione. Ma nonostante il divieto di Erdogan, decine di migliaia di persone a Istanbul, Ankara, Antalya, Adana e in altre città sono scese in piazza. Le forze anti-sommossa sono intervenute con brutalità su viale Istiklal, l'isola pedonale lunga due chilometri che rappresenta il cuore della Istanbul laica e progressista; ma anche a Cihangir, a Kadikoy, nel quartiere alevita di Gazi, con lacrimogeni, cannoni ad acqua e pallottole di gomma per impedire che i manifestanti si avvicinassero alla piazza.

La polizia ha stavolta preso di mira direttamente anche i giornalisti stranieri, dando di nuovo un'impressione di assoluta impunità. Ad Ankara un fotoreporter italiano, Piero Castellano, e' stato colpito da un candelotto lacrimogeno esploso dalla polizia turca che è intervenuta con la forza ieri pomeriggio. Il corrispondente della Cnn Ivan Watson è stato arrestato in diretta da un gruppo di poliziotti in borghese. 
Il cronista è stato strattonato per la giacca e portato via, in diretta, insieme a tutta la troupe. Sono stati liberati dopo mezz'ora. Watson ha detto di essere stato percosso. Altri giornalisti hanno denunciato violenze.

Questo è il regime turco che l'Occidente ha incensato per anni.
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giovedì 22 maggio 2014

Il volto umano del renzismo



Vi posto un articolo del Collettivo Militant, sezione della rete comunista Noi Saremo Tutto. In questo articolo si parla del clima repressivo che si sta respirando a Roma (ma non solo), che si sta acuendo con l'approssimarsi delle elezioni europee. Elezioni che non servono a niente e che non cambieranno niente, visto che il Parlamento europeo non conta un cazzo e le decisioni vengono presi dalla Commissione. Invece di pensare a questa Europa, indecente e dannosa, pensiamo alle lotte sociali nei nostri territori, nei nostri quartiere, nelle nostre piazze, nelle nostre strade. Pensiamo al diritto all'abitare, alla lotta alle privatizzazioni, al contrasto ai licenziamenti, all'antifascismo e all'antirazzismo militante. NESSUNO pensa a queste cose. Non Renzi, non Berlusconi, non Grillo, non Vendola.

Anche ieri, un’occupazione abitativa sgomberata a San Paolo, senza alcuna mediazione o trattativa possibile. Il giorno prima, l’arresto in piazza di Paolo Di Vetta e a seguire di Luca Fagiano, dirigenti dei movimenti di lotta per la casa, accusati di aver partecipato alla manifestazione del 12 aprile, violando per questo lo spirito delle misure cautelari ancora in corso. Per non dire dello sgombero della Montagnola, di Godot e delle altre occupazioni lo scorso mese, o gli arresti di febbraio. Il clima politico è quello della fine di ogni margine di trattativa, lo scontro è totale e la mediazione politica inesistente. I pochi assessori o consiglieri “amici” e “vicini ai movimenti” ogni volta si lavano le mani da un problema che dicono chiaramente non avere il potere di risolvere o mediare. In tutto questo, bisogna anche rilevare il ridimensionamento del ruolo della Digos quale apparato di mediazione tra intervento della polizia e movimenti. In piazza o sotto un palazzo occupato sta venendo meno anche quel livello di trattativa che il dialogo con la Digos permetteva, riuscendo ad evitare il confronto esclusivamente muscolare fra repressione e compagni, nonché impendendo – a volte e in determinati frangenti – l’accanirsi repressivo dei PM. Oggi il PM Albamonte rappresenta il simbolo di un potere repressivo che agisce senza più alcun vincolo, libero di calcare la mano senza alcuna remora, perché politicamente l’indicazione è quella di risolvere una volta per tutte la questione sociale della nostra città e del paese intero senza margini alla comprensione politica delle mobilitazioni. Se questo è il nuovo terreno che ci si presenta di fronte, la partita va giocata all’attacco ma senza avventurismi, perché questi non verranno più tollerati come in passato.

Che il responsabile politico di questo nuovo corso repressivo sia il PD ci sono pochi dubbi. Piuttosto, sta proprio nell’aver individuato coscientemente nel Partito Democratico il problema politico principale, che ha prodotto questa situazione. E’ l’aver portato avanti un discorso politico, e averlo trasformato in iniziativa politica contro il PD, che ha mutato l’ordine della cose. Il PD non può essere contestato perché rappresenta l’ossatura dello Stato e del discorso europeista, oggi l’unico collante politico di una serie di interessi molto più grandi del nostro piccolo paese, nonché l’unico argine alla deriva verso l’insignificanza internazionale dell’Italia. L’alternativa al PD oggi, per le classi dirigenti, non esiste. Di certo non costituiscono una possibile alternativa la Lega Nord sempre più fascistizzata di Salvini, o il partito di Berlusconi in via di disfacimento; men che meno, il poujadismo piccolo borghese di Grillo, che si è dimostrato nei fatti non avere la credibilità e la capacità di modificare alcunchè nel paese. Oggi il PD è l’ultima speranza per un pezzo di capitalismo italiano di restare ancorato alle dinamiche internazionali. Un ruolo ridimensionato e sottoposto, ma che garantisce quel posto al sole legato alla UE necessario al grande capitale italiano nel processo di concentrazione industriale portata avanti da anni. Criticare il PD, dunque, significa scontrarsi con lo Stato dunque, non più con una forza politica. E’ giusto che sia così, ma bisogna essere all’altezza della situazione. Non è più dialettica politica, quanto un discorso di potere. E’ bene comprenderlo subito, altrimenti la macchina repressiva spezzerà sul nascere ogni velleità antagonista dei nuovi movimenti.

Detto questo, oggi abbiamo deciso di annullare l’iniziativa di dibattito di Vota Nessuno. Impossibile continuare come niente fosse di fronte all’arresto di un partecipante all’iniziativa, ma soprattutto impossibile rimanere impassibili agli eventi di questi due giorni. E’ obbligatoria una risposta, e questa non può essere l’iniziativa come se niente fosse. E’ necessaria una presa di posizione militante, che avverrà oggi e che ci impedisce contemporaneamente di portare avanti il dibattito. In ogni caso viene mantenuto l’aperitivo-cena e la serata musicale dopo, perché la repressione ha un suo costo anche economico da sostenere, difficilissimo da onorare. Per tutto questo ci vedremo stasera al Lucernario Occupato, alla Sapienza, per condividere questi ragionamenti e molto altro ancora.

Paolo e Luca liberi!
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Il fallimento della tessera del tifoso



Pubblicato su Pagina99.it un interessantissimo articolo, a firma Luca Manes, in cui viene dimostrato il clamoroso e storico fallimento della famigerata Tessera del Tifoso, che non ha allontanato i violenti dal calcio ed ha solo favorito l'allontanamento degli sportivi (stadi vuoti, militarizzazione delle zone vicino agli stadi, caro biglietti, ecc...). Gli unici a rimanere con la schiena dritta, mentre tutto andava in rovina? Gli Ultras, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni.

“Penso che la tessera del tifoso abbia fatto il suo tempo. Negli ultimi anni, salvo una leggera, recente, inversione di tendenza, c'è stato un sensibile decremento delle presenze negli stadi. Occorre rivisitare completamente i rapporti tra calcio e tifosi”. In questi termini netti e definitivi si è espresso il presidente del Coni Giovanni Malagò in un'intervista concessa all'inizio del 2014 al mensile della Polizia di Stato. Una sonante bocciatura, una quasi totale sconfessione della linea imposta dal ministro degli Interni Roberto Maroni nella seconda metà del 2009 e introdotta nella stagione 2010-11. Il problema, sempre secondo Malagò, è che per colpa “di poche persone ci sia una forte penalizzazione, in termini di complessità procedurali e burocratiche, a danno di un'intera comunità”. Concetto ribadito poche settimane fa, quando il capo dello sport italiano manifestò tutto il suo sdegno alla notizia che a Bergamo era stato negato l'accesso allo stadio a due bimbetti perché sprovvisti della tessera, in possesso invece del loro babbo che li accompagnava.

E proprio qui sta uno dei punti dolenti dello strumento: dopo uno dei tanti nadir del football nostrano, l'uccisione dell'ispettore Filippo Raciti durante gli scontri in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, con la tessera si voleva provare a isolare i violenti e a far tornare le famiglie nelle arene calcistiche italiane. Gli stadi, si disse all'epoca, si sarebbero di nuovo riempiti dopo anni di magre – per la verità causate non solo dalle intemperanze degli ultras. I dati hanno da subito smentito Maroni e il suo entourage. Se nell'ultima stagione senza tessera, la 2009-10, l'affluenza totale in Serie A fu di circa nove milioni e 200mila spettatori, con una media per match di 25.570 unità, nella scorsa stagione si è scesi a otto milioni e 400mila, per un dato a partita di 24.655 tifosi. Il 2013-14, che ormai sta chiudendo i battenti, dovrebbe presentare un leggero incremento, ma siamo ben lontani dai livelli dell'età dell'oro del calcio italiano. Se ci spostiamo in Serie B le cose vanno ancora peggio: 5mila spettatori a partita sono veramente pochini, soprattutto se paragonati agli oltre 17mila della serie cadetta inglese, tanto per volgere lo sguardo oltre confine. Ma d'altronde, sempre rimanendo nell'ambito dei principali campionati continentali, si nota che nella classifica delle dieci squadre con maggior seguito allo stadio non ne compare nemmeno una del Bel Paese, ma tante inglesi, spagnole e tedesche. Eppure l'Olimpico e San Siro, che ospitano squadre di primo piano del nostro calcio, hanno capienze intorno agli 80mila posti.

“Noi lo avevamo detto sei anni fa che la tessera non sarebbe servita a nulla, ma anzi avrebbe solo creato problemi alla stragrande maggioranza dei tifosi che si recavano allo stadio, in casa o in trasferta, per seguire la propria squadra del cuore” ha dichiarato a pagina99 l'avvocato Lorenzo Contucci, da anni in prima fila per la tutela dei diritti dei tifosi. Tuttavia Contucci non è troppo ottimista sugli sviluppi futuri. “Temo che possa cambiare ben poco e che gli annosi problemi del calcio italiani continueranno a non essere risolti”.

Probabile che qualche novità sul fronte governativo si materializzerà dopo le elezioni europee, quando anche i fatti della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina avranno abbandonato le prime pagine dei giornali.

Ma per quali ragioni la tessera del tifoso è stata percepita come uno strumento vessatorio, e non solo dalla eterogenea galassia degli ultras? In primis perché di fatto rappresentava una schedatura di massa, dal momento che viene rilasciata solo dopo il nulla osta da parte della questura di competenza – che la nega a persone soggette a Daspo in corso o che hanno ricevuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni. Senza la tessera, almeno inizialmente, non si aveva la possibilità di andare in trasferta o di acquistare abbonamenti. Oltre a uno strumento volto a garantire maggiore sicurezza negli stadi, agli occhi di tanti appassionati la creatura di Maroni è sembrata un enorme favore fatto ai club, che per fidelizzare i loro “tifosi-clienti” vendevano loro una carta di debito ricaricabile affidandosi ai principali circuiti bancari e alla Lottomatica. Sebbene poi anche su questo versante non tutto sia funzionato al meglio. 

“Ho vari amici e parenti che hanno ricevuto la tessera dopo un anno, con tutti i problemi che questo ha comportato”, ci ha raccontato Gianmarco Pirozzi, supporter del Napoli. I ritardi, che il club partenopeo addebita alla piattaforma scelta, la Postpay, in alcune occasioni hanno impedito l'acquisto dei biglietti, ma più spesso hanno causato problemi a chi seguiva la squadra lontano dal San Paolo. Una volta presentatisi ai tornelli sì con il biglietto, ma solo con la richiesta della tessera, i tifosi andavano incontro a infinite polemiche con gli steward e fastidiose lungaggini varie. E quello quello del Napoli non era un caso isolato.

Come se non bastasse, il 14 dicembre 2011 il Consiglio di Stato ha accolto un ricorso presentato dal Codacons e ha dichiarato illegittimo l'abbinamento obbligatorio della tessera con l'acquisto di carte di credito elettroniche, di fatto limitandone il potenziale commerciale. 

Insomma, le prime crepe si sono notate abbastanza presto, ma a scardinare in maniera forse definitiva il “sistema tessera” è stata la nuova Roma targata Usa. Nel marzo 2013, ha ottenuto il permesso dal Viminale di introdurre la sua fidelity card slegata da controlli e schedature, ma con gli stessi requisiti di emissione previsti per la tessera (quindi si può rilasciare solo ai tifosi “per bene”). Un esempio seguito da diverse società: Napoli, Fiorentina, Genoa, Parma, Bologna e Lazio. Come strutturata, la fidelity card è subito apparsa un prodotto più vicino alle membership delle squadre inglesi, che afferiscono solo al rapporto club-tifoso, lasciando fuori lo Stato. 

A Cesena, come ci ha spiegato Roberto Checchia, presidente del coordinamento dei club di supporter del team romagnolo, si è arrivati addirittura a dare la gestione diretta della tessera ai tifosi. “Insieme a Te”, lanciata lo scorso luglio, è anche essa svincolata dai circuiti bancari e dal vaglio preventivo della questura. Serve solo l'ok del Centro Elettronico Nazionale di Napoli, che controlla se i richiedenti siano soggetti a Daspo o abbiano ricevuto condanne per reati da stadio. “Nella prima stagione le cose sono andate bene, abbiamo emesso oltre 1.500 tessere e le persone si sono dette molto soddisfatte di questa nuova esperienza” afferma Checchia entusiasta.

Certo, il ministero degli Interni, tramite l'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, poteva sempre vietare le trasferte ai possessori delle nuove fidelity card. Ma lo stesso è accaduto in varie occasioni anche per chi aveva la tessera. Un altro dei tanti corto circuiti dello schema ideato dall'attuale governatore della regione Lombardia, il quale avrebbe “clonato” in malo modo un progetto già esistente. Ovvero la Carta del tifoso, ideata dall'imprenditore italo-inglese Anthony Weatherill. Dopo Calciopoli, altra pagina tristissima del football made in Italy, e la tragica scomparsa dell'ispettore Raciti, a Weatherill venne in mente che fosse indispensabile un mezzo per rinfocolare la passione dei normali fruitori del fenomeno calcio, non più visti unicamente come clienti da spremere, ma quali soggetti attivi e con voce in capitolo. “Lo sport reca in sé un insieme di valori molto alti, che dovrebbero essere presi ad esempio nel mondo attuale e che invece sono ignorati, o ancor peggio calpestati” ci ha detto Weatherill. 

“Il progetto Carta serviva a conservare questi elementi di grande rilievo, tuttavia le istituzioni sportive, che avrebbero dovuto apprezzare una tale iniziativa, hanno finito per stravolgere una pratica sportiva ultracentenaria. Se si vuole risolvere veramente i problemi del calcio bisogna ripartire dal rispetto dei valori da parte di tutti quelli che hanno a che fare con lo sport, nessuno escluso” ha aggiunto Weatherill, che ci ha illustrato come con il suo progetto sarebbero stati i tifosi a riempire di contenuti e servizi la carta, in base alle proprie esigenze. “Tutto sarebbe nato dal basso, e non calato dall’alto come è accaduto nell'ultimo periodo”, ha concluso l'imprenditore, profondamente deluso dallo “scippo subito” (per il quale è ricorso alle vie legali) e per come siano andate le cose in questi anni nel football nostrano. E non è l'unico. 
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martedì 20 maggio 2014

Criminalizzare le curve per lavarsi la coscienza



Vi posto un interessante articolo tratto da La Gazzetta Palermitana, in cui viene sviluppato un tema fondamentale: il bisogno, la necessità per i perbenisti italici (e non solo) di trovare un "altro" da cui prendere le distanze per tutelare la propria presunta integrità morale. Un capro espiatorio verso cui riversare odio: gli ultras rispondono perfettamente a questa necessità.

Arriva puntuale, in determinate stagioni, proprio come l’influenza. O come una moda che periodicamente ritorna. Parliamo della campagna di criminalizzazione del mondo delle curve italiane scatenata il 3 maggio, data della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Abbiamo già scritto su come i media hanno dimostrato maggiore irresponsabilità dei tifosi nel raccontare, con una incredibile e imbarazzante quantità di falsità, una giornata piena di tensioni. Poi sono stati i giorni dei processi pubblici sui giornali cartacei e online e nei talk show (Giletti imbattibile nel festival del luogo comune). Sul banco degli imputati, senza diritto di replica e difesa, è finito il variegato mondo delle curve. Gli ultras: il male assoluto, la causa di tutte le sventure dell’italica società. Noi de La Gazzetta Palermitana.it non ci siamo uniti a questo coro stonato.

Fin da piccolo ho sempre provato molta diffidenza nei confronti di quanti tracciano una frettolosa linea divisoria tra buoni e cattivi, senza alcuna possibilità di analisi, di approfondimento e di critica. Spesso i professori alla lavagna dell’argomento in questione ne sanno poco, molto poco. Qui nessuno vuole fare l’avvocato difensore delle curve. Chi conosce il mondo ultras sa quanto esso non ami i salamelecchi. Vogliamo soltanto rilevare come sia in atto in Italia una corale azione di purificazione attraverso la criminalizzazione delle curve.

In psicoanalisi si chiama “catarsi” che l’enciclopedia Treccani definisce così: “processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da sistemazioni conflittuali, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo (abreazione)”. La messa in scena della demonizzazione delle curve serve all’intera società italiana per lavarsi la coscienza dalle sue colpe.

Il mondo ultras è violento. Eppure siamo nel Paese dei femminicidi, soprattutto tra le mura domestiche, delle morti provocate da risse per futili motivi, dei mostri che puntualmente appaiono nelle nostre città, dai morti sul lavoro causati spesso dall’incuria dei datori di lavoro. Per non parlare di certi sadici picchiatori che non portano al collo una sciarpa ma indossano una divisa per conto dello Stato. Risposta alla provocazione: non tutti gli agenti sono mele marce. Nuova provocazione: non tutti i frequentatori delle curve sono mele marce.

 Il mondo ultras è infiltrato dalla criminalità organizzata. Siamo nel Paese dove la “mafia spa” è la prima azienda più produttiva con utili pari a cinque manovre finanziarie. L’economia è infiltrata, la politica è infiltrata, persino le confraternite religiose (come dimostra un recente fatto di cronaca a Palermo). Insomma perché stupirsi per la presenza in curva di parenti di boss nel Paese di mafiopoli?

 Il mondo ultras è corrotto per via delle scommesse illegali e le manipolazioni delle partite. Non mi sembra che la corruzione in Italia sia una novità da circoscrivere agli stadi ed al tifo organizzato.

 Mettere in scena gli “orrori” provocati dagli ultras, spesso ingigantiti e non contestualizzati, sembra servire a tutti per lavarsi la coscienza. Come se noi tutti fossimo esenti da quei mali. Ironia della sorte, a puntare il dito contro quegli “avanzi di galera” sono proprio i settori della società che hanno tanto da farsi perdonare. Criminalizzare gli ultras per illuderci che il male del nostro tempo possa essere recintato senza alcuna contaminazione.

Il mondo delle curve è più semplicemente lo specchio della società, nelle sue facce migliori e peggiori. Chi vuole parlare di questo mondo deve conoscerlo dall’interno perché troppo complesso per affibbiargli banali categorie. Nelle curve (come nel resto della società) troverete un coacervo di pulsioni spesso contraddittorie: onore e infamia, passione e psicosi, violenza becera e cavalleria di altri tempi, solidarietà e avversione. E se invece di avventurarci in superficiali analisi, tipiche di trasmissioni come L’Arena, scomodassimo qualche grande pensatore contemporaneo scopriremo perché le curve sono un micidiale polo di attrazione per i giovani. Nel nostro tempo della “società liquida”, descritta dal grande sociologo Zygmunt Bauman, l’uomo postmoderno cerca corpi solidi a cui legarsi. Le curve forniscono un naturale immaginario identitario (i colori sociali, la territorialità) che la società globalizzata nega con una violenza subliminale. Sono processi e dinamiche sociali di “resistenza identitaria”, delineate da un altro gigante del pensiero sociologico quale Manuel Castells, che prendono forme incontrollabili. Sono tutte tematiche delicate e complesse che certo giornalismo attrezzato culturalmente solo per commentare il Grande Fratello, o la classe politica che (da una parte e l’altra) sfoggia personaggi come Scajola e Genovese, non sono in grado di capire.

 Se qualche “novello solone” provasse a conoscere il folle e variegato mondo delle curve cambierebbe idea. Alcuni conoscendo i lati più negativi odieranno ancora di più gli ultras, altri inizieranno a comprendere le reali dinamiche di questo ambiente rischiando di provare qualche colpevole simpatia. Di riflesso, sicuramente, spegnerebbero la tv alla vista di Giletti.

Un tedesco, tale Johann Wolfgang Goethe, scriveva: “non si possiede ciò che non si comprende”.
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sabato 10 maggio 2014

No Tav, colpevoli di resistere



Oggi si terrà una importante manifestazione in Valsusa. Come sempre, sarà un evento di Popolo: del popolo della Valle, ma anche del enorme popolo che da anni contrasta i progetti e i processi della globalizzazione capitalistica. Un popolo senza età e senza confini, variegato per lingue e colori, unito per una reale alternativa di società. In ogni territorio e con ogni mezzo, fino alla libertà.
Di seguito, il comunicato apparso oggi sul sito dei NoTav valsusini:

Siamo giunti al 10 maggio finalmente. Aspettavamo questa data in tanti perchè la voglia di ritrovarci tutti insieme per manifestare le nostre ragioni era veramente tanta. Oggi saremo in tanti e tante per esprimere la nostra solidarietà a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolo, incarcerati da dicembre con un’accusa assurda come quella di terrorismo. Siamo a Torino per Forgi e Paolo, per tutti gli oltre 1000 notav indagati in quattro anni . Sfileremo per una Torino che sappiamo comprendere le ragioni della lotta notav, ma domani sarà allarmata, terrorizzata ci viene da dire. Terrorizzata da l’ennesima blindatura attuata per far accrescere la nostra pericolosità agli occhi di tutti. Una strategia che ieri si è ben palesata con i betadefence intorno al palazzo di giustizia, con gli articoli di giornale, con l’elicottero della polizia che ha rovinato il bel tempo che maggio ci ha regalato.

4 ragazzi vengono accusati di terrorismo per, tutto da provare ancora, il danneggiamento di un compressore che ci risulta sia stato riparato e venduto, Vengono accusati loro quattro per spaventare un movimento intero, per far capire che opporsi a delle decisioni ingiuste e criminali può portarti in galera.

In questi anni la politica ha finito gli argomenti contro di noi, perdendo qualsiasi confronto. I tecnici favorevoli al Tav che hanno sempre rifiutato il confronto, hanno lasciato il passo agli esperti di ordine pubblico. In campo a rappresentare i governi di turno, quelli che hanno deciso democraticamente (!) la realizzazione della Torino Lione, ci sono le forze dell’ordine e i militari, con la magistratura che la fa da padrone indossando l’elmetto e diventando parte del conflitto.

Un’opera repressiva, una crociata, che ci sentiamo serenamente di dire che non sia disinteressata, basti pensare Alle strane amicizie del pm Rinaudo.

E’ senza paura, con coraggio e dignità che marceremo oggi per Torino, per chiedere la liberazione di tutti i notav, per ribadire il no ad un’opera inutile e dannosa, per il futuro di tutti.

Un’appello molto chiaro, Contro la vendetta di stato, per la giustizia. Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, per tutte e tutti noi, è stato sottoscritto da centinaia di persone tra scrittori, attori, musicisti, docenti, semplici cittadini.

Siamo consapevoli delle difficoltà che abbiamo e che avremo, e il nostro slogan da Sarà Dura è divenuto da tempo A l’è Dura!

Ma state sicuri che non ci arrenderemo, e non lasceremo intentata nessuna battaglia, e anche oggi lo urlemo con tutta la forza:

Siamo Tutti Colpevoli di Resistere!
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sabato 3 maggio 2014

Primo Maggio, scontri a Torino: il comunicato della FAI


La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà a Marco “Boba” e a tutte le vittime dell'aggressione delle forze dell'ordine al corteo del Primo Maggio a Torino. Nonostante le violenze e le provocazioni, tantissime persone, che non intendono subire lo sfruttamento del lavoro salariato, che si oppongono al razzismo, alla violenza poliziesca, al TAV, che non accettano che si acquistino gli F35, che occupano le case sfitte, insomma che non chinano la testa, hanno dato vita ad un corteo che ha strappato la giornata del Primo Maggio alle forze istituzionali.
Quanto avvenuto il Primo Maggio a Torino è l'ennesimo episodio che segna l'accentuarsi della violenza da parte dei sedicenti tutori dell'ordine, dopo quanto avvenuto il 12 aprile ed i giorni seguenti a Roma, dopo gli applausi agli assassini di Federico Adrovandi, dopo la morte di Riccardo Magherini nelle mani dei carabinieri.
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana ribadisce l'impegno di tutta la Federazione per la riuscita della marcia popolare No TAV del 10 maggio a Torino, invitando tutti gli amanti della libertà a partecipare e a far partecipare; facciamo nostre le parole d'ordine della Federazione Anarchica Torinese:
Solidarietà a Marco, “Boba” arrestato nella Piazza del Primo Maggio. Una piazza di lotta. 
Lo vogliamo libero, vogliamo liberi tutti e tutte!
Vogliamo liberi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. 
Sabato 10 maggio marcia popolare No Tav a Torino
Appuntamento alle 14 in piazza Adriano.

Livorno 02/05/2014
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venerdì 25 aprile 2014

Riflessione su questo 25 aprile



Cerchiamo di capirci subito: riflettere su questo 25 aprile non significa riflettere sul 25 aprile in generale. Il significato della giornata in cui si festeggia l'insurrezione contro gli occupanti nazifascisti, e la liberazione dal fascismo inteso come sistema di governo e di Stato, non cambia di anno in anno: rimane immutabile, come la gloria imperitura che meritano i nostri partigiani, gli unici veri eroi dell'italia unita.
Rifletto oggi su questo 25 aprile che ha avuto qualche momento di tensione nel corteo romano (alcuni sionisti hanno protestato per la presenza, nel corteo dell'Anpi, delle bandiere palestinesi), ma che in generale è passato tranquillo e quasi non ci siamo accorti che si trattava di una festa "nazionale". Anni fa, quando ancora bazzicavo gli ambienti partitico-istituzionali della cosiddetta "sinistra radicale", in ogni comune italiano venivano organizzati eventi e iniziative per rinverdire il ricordo e il messaggio della Resistenza, della Liberazione, della lotta partigiana, dell'antifascismo. Ricordo partiti come Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, persino i DS intenti ad organizzare cortei, convegni, concerti, assemblee, cineforum, incontri con reduci. I muri dei quartieri e dei piccoli centri erano tappezzati di manifesti che annunciavano una iniziativa. 
Oggi non più. Nel mio quartiere (Ponte di Nona, estrema periferia orientale di Roma) non c'è un solo manifesto del PD, di SEL o di qualsiasi altra realtà sociale e di movimento che inneggi al 25 Aprile. Vedo i manifesti coi faccioni di Giovanni XXIII e di Giovani Paolo II, che tra due giorni saranno santificati; osservo, con un brivido di intimo sbigottimento, i manifesti del Ministero della Difesa che glorificano la Liberazione. Nient'altro che questo. Né un manifesto comunista, né un volantino anarchico, né una iniziativa dell'Anpi di zona o di qualche movimento territoriale di sinistra.

Negli anni passati avevo già notato una diminuzione di iniziative e, in generale, di affezione. Esclusi noi irriducibili (comunisti, anarchici, antifascisti e antiautoritari), da un po' di anni non si avverte più un comune sentire coi milioni di italiani che dovrebbero, con orgoglio e gratitudine, festeggiare questa giornata. I partiti della sinistra istituzionale, ormai, non dedicano energie ad organizzare qualcosa per questa giornata; le altre realtà subiscono una fase di riflusso (chi più e chi meno, perché non tutti la subiscono in egual misura), dovuta forse ad una diminuzione di momenti di radicalità e conflitto, perché nessuna lotta sociale ha raggiunto livelli pari a quella No Tav, che ad oggi può essere considerata la madre di tutte le battaglie d'attualità.
L'anno scorso ho festeggiato il 25 Aprile al Pigneto, quartiere popolare di Roma con una forte e radicata tradizione antifascista e di sinistra. Ebbene già in quell'occasione avevo visto una diminuzione sensibile di presenze e di iniziative: dalle semplici bancarelle con libri o bandiere ai luoghi di ristoro, dai tavoli per la raccolta firme a momenti culturali o musicali. Quest'anno, se possibile, ho avvertito ancora maggior partecipazione, reale e emotiva.

Non è il momento - se mai lo è stato - delle analisi approfondite e delle riflessioni articolate. E', e sempre sarà, innanzi tutto il momento dell'azione. Va, però, considerata necessaria una seppur minima riflessione su cosa sta accadendo dentro il mondo antifascista e, in generale, antagonista. Si può fare qualcosa di più? Certo. Si deve fare qualcosa di più? Assolutamente di più. Cosa? Bisogna "fare", nel senso che bisogna agire, dedicare quel poco di tempo libero che ognuno ha a creare, in maniera orizzontale e realmente democratica, momenti di condivisione e di azione collettiva.
L'antifascismo, così come l'anticapitalismo, è innanzi tutto azione reale. Purtroppo anche la nostra comunità (mi perdoneranno i puristi se utilizzo questa espressione) soffre di "viralismo": troppo facebook e poca strada.
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lunedì 14 aprile 2014

Questo Jobs Act è nato male



Partiamo da un presupposto: l'attuale mercato del lavoro è indecente. Se non abolito, andrebbe profondamente modificato. L'ultima idea in questo senso è il famoso - e famigerato - Jobs Act del governo Renzi. Esso è un tentativo di correggere alcune storture del mercato del lavoro italico, senza però intaccarne l'impianto strutturale e ideologico, visto che il liberismo che sottende tutte le riforme del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi") non viene minimamente messo in discussione. 
L'area anticapitalista, ovviamente, si è schierata contro questa ennesima (contro)riforma. Per pregiudizio ideologico? Chi non ci conosce, risponderebbe di si. Chi si informa tramite Repubblica o il Giornale, risponderebbe di si. Chi ci conosce, chi ci frequenta o magari milita nel campo anticapitalista (sia nelle componenti comuniste sia in quelle libertarie), risponderebbe di no: non è nostro costume criticare, con parole e azioni, senza prima aver spiegato PERCHE' una determinata riforma non ci piace.
Andiamo nel merito. Il dl 34/14, cioè il primo atto del Jobs Act renziano, prevede:

- che i contratti a termine potranno durare 36 mesi (e non più 12) e non sarà necessario giustificare le ragioni tecniche o produttive della temporalità del rapporto di lavoro;
- che, durante questi 36 mesi, i contratti potranno essere rinnovati fino a 8 volte (e non più una).
- che la percentuale di lavoratori a termine non potrà superare il 20% del totale, ma nei fatti questa limitazione viene facilmente aggirata grazie alle eccezioni previste nell'art. 10 del dl 368/011 (vedi nota 1).
- che, per i contratti di apprendistato, viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene inoltre eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”. 
- una retribuzione per gli studenti che svolgono l’apprendistato nell'ambito del proprio percorso formativo “per la qualifica e per il diploma professionale” pari al 35% di quella ordinaria (praticamente una miseria, quindi un incentivo per le aziende a far lavorare studenti sottopagandoli).

Ripetiamo: stiamo parlando solo del primo provvedimento del Jobs Act renziano. Se queste, però, sono le premesse... figuriamoci gli atti finali!
La lotta sociale contro questa ennesima controriforma, che favorisce precarietà e diminuzione dei salari, va sostenuta con ogni sforzo. Altro che cambiamento: il Jobs Act si inserisce perfettamente nel solco antisociale e liberticida del Sistema politico ed economico imperante.


*nota 1: "Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi: a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici; b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell'elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni; c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; d) con lavoratori di eta' superiore a 55 anni .”
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