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venerdì 11 maggio 2012

Libertà di bloggare!



Non serve procedere alla registrazione della “testata” presso il Tribunale della Stampa per gestire un blog di informazione con la conseguenza che non si configura il reato di “stampa clandestina” previsto dalla vecchia legge sulla stampa laddove un blogger faccia informazione online senza aver prima provveduto a tale arcaica formalità.
E’ una conclusione ovvia, scontata, normale per chiunque sia figlio di questo secolo ed abbia chiaro che fare informazione non è un privilegio di pochi, né una concessione dello Stato ma una libertà fondamentale di tutti, sancita sin dal 1789 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è del cittadino.
Meno ovvio, scontato e normale è che per veder affermato tale principio, nel nostro Paese, nel secolo della Rete, siano stati necessari oltre sei anni di processo, tre gradi di giudizio, migliaia di fogli di carta bollata ed una mobilitazione online con pochi precedenti nella storia del web.
Eppure è andata esattamente così.
Solo ieri i Giudici della Corte di Cassazione hanno, finalmente, fissato questo elementare principio, ribaltando le Sentenze di primo e secondo grado con le quali i Giudici del Tribunale di Modica e della Corte di Appello di Catania avevano condannato, per stampa clandestina, Carlo Ruta – giornalista, storico e blogger siciliano – per aver pubblicato il suo blog www.accadeinsicilia.net senza preventivamente preoccuparsi di registrare la relativa testata in Tribunale.
Alla notizia della Sentenza della Cassazione – le cui motivazioni non sono ancora note – in Rete sono partiti i festeggiamenti e si moltiplicano post e commenti nei quali si saluta con grande soddisfazione la decisione.
Reazione condivisibile e tentazione irresistibile quella di gioire dinanzi allo sgretolamento dell’ennesimo anacronistico tentativo di imbrigliare l’informazione sul web nei legacci e nella burocrazia pensati – oltre mezzo secolo fa – per i giornali di carta.
Non ci si può, tuttavia, non fermare a riflettere che, qualcosa [n.d.r. fosse solo qualcosa, potrebbe dire qualcuno] nel Paese non funziona, se centinaia di migliaia di cittadini si ritrovano “ridotti” a festeggiare una Sentenza che dice quanto in tutto il resto del mondo è ovvio e scontato.
Ma, soprattutto, guai a dimenticarsi che le precedenti Sentenze con le quali lo storico siciliano era stato condannato per stampa clandestina, affondano le proprie motivazioni in un quadro normativo – quello in materia di stampa ed editoria anche elettronica – pensato male e scritto peggio, che costituisce un indistricabile guazzabuglio di leggi e leggine che sembra disegnato ad arte per garantire ai soliti compagni di merende contributi e privilegi e per disincentivare e scoraggiare – al tempo stesso – chiunque altro dal fare informazione libera, specie fuori dal coro.
Sono, d’altra parte, le stesse leggi in forza delle quali la procura della Repubblica di Pordenone sta processando per esercizio abusivo della professione di giornalista l’amministratore di una società che gestisce una piattaforma di pubblicazione di contenuti audiovisivi realizzati dagli utenti e Telejato, tv comunitaria gestita da un’associazione non profit, rischia la chiusura non potendo migrare sulla piattaforma digitale terrestre sulla quale la legge ammette solo società commerciali.
Queste leggi vanno cambiate e vanno cambiate subito, se lo Stato ritiene, come dovrebbe, che la libertà di informazione – anche on line – costituisca volano indispensabile per il futuro del Paese.


tratto da Il Fatto Quotidiano

mercoledì 9 maggio 2012

Il lavoro dello Spin Doctor

Tratto da Wikipedia:


Lo Spin doctor viene definito dal dizionario della Oxford University Press come una "persona incaricata di presentare le scelte di un partito politico sotto una luce favorevole". Nel corso del novecento, il termine è andato assumendo un significato deteriore. Poiché spin è il termine usato nel gioco del baseball o di cricket per indicare il moto rotatorio o effetto impresso dal lanciatore alla palla, "spin doctor" è definizione che è venuta a indicare l'autore di raggiri o il manipolatore di parole o notizie. Con esso si indicano in politica sempre più spesso i portavoce e i consiglieri degli uomini politici e, a volte, gli stessi uomini politici.

Indice

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Introduzione storica [modifica]

Il primo spin doctor della storia è Ivy Lee (soprannominato Poison Ivy per via della sua spiccata capacità di "avvelenare" l'informazione), che nel 1906 pubblica la Dichiarazione dei principi delle pubbliche relazioni (PR). Benché ufficialmente seguisse una linea di onestà e trasparenza, è diventato famoso per aver protetto il magnate John D. Rockefeller dall'accusa di omicidio nel 1914. Rockefeller aveva infatti assoldato alcuni agenti della Guardia del Colorado per sedare uno sciopero: durante l'assalto al campo degli scioperanti rimasero uccise 20 persone. Lee diffuse una versione modificata dei fatti per coprire Rockefeller, dando origine alle moderne tecniche di spin.
Un altro esponente di spicco dello spin è stato Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud, che nel 1928 pubblica L'ingegneria del consenso, nel quale teorizza la pratica dello spin con lucida attenzione. Si distinse per la prima volta nella difesa dell'industria del tabacco nel 1929, durante la quale inventa la figura della femme fatale secondo una semplice equazione: fumo=emancipazione. Molte femministe tutt'oggi ignorano che l'ideale della donna fumatrice emancipata è stato creato a tavolino. Un secondo successo di Bernays fu la campagna a favore dei produttori di bacon statunitensi: le sue idee ebbero un tale successo che ancora oggi la colazione fatta con uova e pancetta è considerata un classico americano. Bernays sviluppò e affinò la tecnica detta "della terza parte", che prevede di rilasciare notizie prodotte da enti/personalità estranee (in apparenza) alla campagna in corso, ma in realtà sapientemente "istruite" su cosa devono dire. Per ironia della sorte uno dei maggiori estimatori di Bernays fu Paul Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler, che applicò alla lettera le sue teorie per creare consenso popolare attorno al regime nazista.
Meritano una menzione, nell'analisi del fenomeno, anche: Walter Lippman, autore nel 1922 del libro L'opinione pubblica, in cui critica aspramente la già diffusa abitudine dei governi di manipolare l'informazione; e Daniel Boorstin il quale, nel suo saggio L'immagine sancisce una sostanziale differenza fra quei fatti che lui chiama "creati da Dio" e quelli "creati dall'uomo". Nel 1962 conierà il termine pseudoeventi per definire quegli eventi orchestrati ad arte dai manipolatori dei media per distrarre l'attenzione del pubblico.

Compiti dello spin doctor [modifica]

I compiti dello spin doctor sono diversificati, ma tutti riconducibili ad una radice comune: "massaggiare il messaggio", cioè estrarre il meglio da qualsiasi situazione in cui sia implicato il suo committente, fornendo ai giornalisti e ai media una versione "aggiustata" di un evento-notizia in veste volta per volta di consigliere per la comunicazione, capo ufficio stampa, portavoce o campaign manager.
  1. Lo spin doctor sa gestire una crisi con messaggi o tattiche comunicative ad hoc, specialmente nel settore della politica, nei confronti ad esempio di una decisione impopolare, correggendo e smussando eventuali incaute prese di parola del politico che assiste, e fornendo ai media (e quindi all’opinione pubblica) l’interpretazione sexed up delle esternazioni del soggetto per cui lavora, al fine di evitargli critiche o comunque commenti malevoli.
  2. Un'altra attività dello spin doctor è fornire notizie "informali" ai giornalisti, facendole passare per "confidenze" o facendole filtrare come notizie "anonime".
  3. Altro compito dello spin doctor è promuovere l’immagine di un soggetto come se fosse un prodotto, utilizzando tecniche di marketing.
  4. A volte può succedere di dover "creare" un evento che possa dare interesse e convincere l'opinione pubblica: è il news management, ovvero l'informazione gestita.
Le attività dello spin doctor, quindi, in un certo senso riassumono e per altro verso travalicano gli incarichi del tradizionale addetto stampa e del consulente d’immagine.

La duplice natura dello spin doctor [modifica]

Lo spin doctor è senza dubbio un professionista, spesso con un curriculum ed un bagaglio culturale notevoli, solitamente proveniente dai ranghi dei consulenti di marketing.
Allo stesso tempo, proprio per la peculiare attività di "massaggiatore" dei messaggi o "creatore" di candidati elettorali (nell'ambito della cd. personalizzazione della competizione elettorale), deve essere indifferente alla verità dei fatti, e per di più essere in grado di manipolare tale verità, rendendola attraente all'occhio del pubblico.
Come Giano bifronte, lo spin doctor ha il duplice ruolo di professionista mediatore della comunicazione, e di "genio del male", una specie di ammaestratore di notizie, un regista degli effetti speciali creativo e al tempo stesso bugiardo, sempre comunque coerente con il proprio impegno lavorativo.
Lo spin doctor è ad esempio colui che suggerisce alla stampa di non titolare in prima pagina "Aumento delle tasse" ma "Riassetto fiscale".

Casi recenti [modifica]

Benché il termine sia stato usato già alla fine degli anni Settanta ed abbia poi visto designati in tal modo vari consiglieri di Reagan negli anni Ottanta (nonché lo stesso segretario di Stato James Baker sotto la presidenza di Bush padre), fino all'ingresso nell'universo mediatico di Tony Blair si può dire che lo spin doctor fosse un razionalizzatore a posteriori di decisioni assunte dal politico con cui egli lavorava.
Il decennio di Tony Blair come primo ministro britannico è apparso a molti come la vera rivoluzione, in questo approccio: molte delle decisioni, soprattutto di politica estera, sono state assunte proprio perché il "polso" dell'opinione pubblica era tenuto dallo staff di spin doctors di Blair, in cui primeggiavano l'addetto stampa Alastair Campbell ed il consigliere alle relazioni pubbliche Peter Mandelson. Giunti ad un livello di potenza ed influenza politica del tutto inedito, in una democrazia, offrivano al loro responsabile politico una linea d'azione ad alto rendimento nell'immediato, proprio perché erano in grado di discernere nell'andamento fluttuante della gente l'evento da seguire e sul quale dimostrare la capacità di incidere del vero statista.
La politica britannica verso la Bosnia dopo l'eccidio di Srebrenica ne fu un primo segnale, confermato dalla guerra del Kossovo; ma anche la scelta di Blair di incalzare la monarchia dopo la morte della principessa Diana pare aver risposto a questo medesimo intento (anche se è stata presentata assai più poeticamente nel film The Queen - La regina, che nel 2006 fu l'ultimo esempio di "spin-doctoring" della gestione blairiana dell'industria culturale).
Ma la linea d'azione degli 'spin doctors' blairiani fu anche nel senso opposto, in direzione cioè della vera e propria manipolazione dell'opinione pubblica per convincerla ad avallare decisioni già assunte per diversi ed inconfessabili motivi: è proprio a loro che si ascrive il successo di aver "surriscaldato" l'opinione pubblica contro il presunto possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein nel 2003, fino a portare come prevedibile conseguenza l'ingresso in guerra contro l'Iraq a fianco degli USA. Le commissioni d'inchiesta di Lord Hutton (2003) e di Lord Chilcot (2010), nell'indagare sulle origini della guerra in Iraq, offrirono uno squarcio abbastanza attendibile delle tecniche impiegate per "presentare" all'opinione pubblica le risultanze della comunità di intelligence come favorevoli all'intervento militare.

Sceneggiature cinematografiche [modifica]

Indiscusso capolavoro cinematografico che ruota intorno a una figura di spin doctor (interpretata da Robert De Niro) è Sesso e potere di Barry Levinson, in cui per aiutare il Presidente degli Stati Uniti in una difficile fase pre-elettorale viene assoldato appunto uno spin doctor che ha un colpo di genio: "inventare" una guerra tutta virtuale fra USA e Albania, con tanto di filmati, inni, l'eroe, ecc. In questo caso lo spin doctor assolda addirittura un produttore di Hollywood (interpretato da Dustin Hoffman) per dare alla simulazione la massima "verosimiglianza" in termini di effetti speciali.
Più recentemente il film di Armando Iannucci In the Loop ha presentato uno scenario assai simile alla preparazione dell'intervento in Iraq, sotto forma di commedia satirica[1]: riconoscibile è il ruolo di spin doctor imputato ad Alastair Campbell.
Sempre su un piano comico e satirico, un buon esempio di resa cinematografica di questo tipo di personaggio è quella di Sergio Rubini nel film Qualunquemente, dove Rubini, richiamato per supportare la campagna elttorale di Cetto La Qualunque, svolge il suo ruolo in modo abile e spregiudicato.

martedì 17 gennaio 2012

La fregatura di Alemanno






Alemanno pone in salvo la sua squadra di governo firmando l'ordinanza con la quale scioglie e rinomina la sua Giunta, con gli stessi componenti attuali. Così facendo, la "nuova" giunta non sarà colpita dal ricorso al Tar sulle quote rosa, in quanto sarà necessario presentare un nuovo ricorso contro questa nuova giunta, identica in tutto e per tutto alla vecchia.
Questo stomachevole comportamento, che manifesta ancora una volta la sensibilità politico-istituzionale e morale di chi è abituato a piegare le regole piuttosto che a rispettarle, è stato ovviamente giustificato dal sindaco, che in una nota del Campidoglio dichiarava di aver assegnato maggiori deleghe a due donne della Giunta, il vicesindaco Sveva Belviso e l'assessore Rosella Sensi.
Al vicesindaco Belviso, oltre ad essere confermate le deleghe, è stato affidato il compito un coordinamento generale degli interventi in materia di politiche sociali e della sicurezza.
All'assesore Sensi, oltre ad essere confermate le deleghe, sono state affidate anche le deleghe per il nuovo assetto istituzionale di Roma Capitale, le relazioni internazionali oltre alla definizione e verifica degli indirizzi gestionali di Roma City Investment, l'agenzia per lo sviluppo territoriale.

Inutile dire che non serviva certo un rimpasto di Giunta, con revoca e nomina dei medesimi componenti, per mettere a punto l'azione di governo! E' palese il tentativo del sindaco Alemanno di "mettere in salvo" se stesso e la sua Giunta dal ricorso al TAR riguardante le quote-rosa, cioè la scarsa presenza femminile nella giunta capitolina.

Lavoratori tassisti, non schiavi



Pubblico un interessante comunicato di sostegno alla lotta dei tassisti contro la liberalizzazione delle licenze. Perchè interessante? Perchè non arriva dai soliti Cicchitto o Bersani, difensori dei tassisti e contemporaneamente difensori delle liberalizzazione (e delle privatizzazioni), bensì arriva da Comunisti - Sinistra Popolare, il movimento politico guidato dal'ex deputato dei Comunisti Italiani, Marco Rizzo.
Anche la sinistra più radicale manifesta sostegno alla battaglia dei tassisti. Ed è una cosa che colpisce parecchio, visto che tutti gli esponenti politici dei principali partiti d'Italia fanno dichiarazioni di sostegno nei confronti di questa categoria, salvo poi sedersi in Parlamento e votare le liberalizzazioni del governo bocconiano.

"La campagna d’odio costruita ad arte contro alcune categorie di lavoratori (tassisti, edicolanti, benzinai…) ha come unico scopo quello di far passare per ragionevole e necessario un decreto liberalizzazioni che punta allo smantellamento di interi settori lavorativi. L’obiettivo non è far ripartire la crescita dell’Italia o aumentare la qualità di alcuni servizi, ma piegare definitivamente il mondo del lavoro alla logica del capitale. Per questo motivo resistiamo all’ideologia delle liberalizzazioni, in primo luogo da comunisti. E poi in veste di tassisti, in difesa del nostro lavoro e del nostro futuro.

Si è parlato di lobby, di categoria chiusa e quindi di privilegiati, di evasori e di imbroglioni. Si è venuto a creare un vero e proprio “profilo sociologico” del tassista: ignorante, maleducato, arraffone. L’opinione pubblica forse in parte ci ha creduto, bombardata da continui servizi televisivi e articoli di giornale, ignara anzitutto di quale sia il nostro lavoro.

Il tassista è un lavoratore che trascorre in macchina dalle dieci alle dodici ore al giorno, sei e spesso sette giorni su sette. Lavora le domeniche, i giorni festivi, si alza prestissimo la mattina e copre i turni di notte. Non ha tutele né garanzie, non ha ferie né malattia retribuite, tredicesima o tfr. Un infortunio sul lavoro o un guasto all’automobile significano giorni di lavoro persi. Lavorare nel traffico caotico e compulsivo delle nostre città richiede una soglia di concentrazione molto alta, a garanzia dell’incolumità dell’autista e di chi vi è trasportato. Lo stress fisico e psicologico che ne deriva è notevole, tant’è che uno studio Inps ha indicato il lavoro di tassista tra i più usuranti al mondo.

Questi ritmi elevati non portano lusso, ricchezza o privilegi, ma sono necessari per raggiungere con dignità la fine del mese, specie se si considera che il nostro settore – come molti altri – è stato pesantemente colpito dalla crisi economica di questi ultimi anni. A ciò bisogna aggiungere i costi di gestione molto alti, tra continui aumenti del prezzo del carburante, tariffe delle assicurazioni, bolli, tagliandi, usura del veicolo e via dicendo.

Risulta evidente che questo non è il profilo di una feroce lobby di potere, ma quello di una categoria di lavoratori che vive del proprio lavoro e che offre un servizio importante all’intera collettività. Questo servizio spesso viene criticato e bollato come insoddisfacente; le obiezioni, per lo più pregiudiziali, ignorano la realtà dei fatti oltre che le enormi differenze tra i vari contesti locali.

Perché le liberalizzazioni non servono a migliorare il servizio del trasporto pubblico? Anzitutto perché – già ora – i singoli comuni hanno la facoltà di valutare l’efficienza o meno del trasporto pubblico e di intervenire, qualora lo ritenessero necessario, attraverso il rilascio di licenze gratuite. Negli anni passati molte città decisero di incrementarne il numero, rafforzando in la rete taxi esistente; oggi questa operazione non è necessaria perché nella maggior parte dei centri urbani il totale di macchine in servizio non solo soddisfa la domanda, ma è addirittura in esubero. È sufficiente gettare uno sguardo agli affollati parcheggi taxi per contare i veicoli in doppia e tripla fila. L’efficienza del servizio offerto, messa continuamente in discussione dalle pesanti critiche rivolte, viene illustrata da uno studio recente (Eurotest 2011#) che valuta Milano quale punta di eccellenza a livello europeo.

A favore delle liberalizzazioni si fa leva sulle presunte richieste del cittadino-consumatore, prima fra tutte quelle di vedere abbassate le tariffe taxi. Ma la privatizzazione del trasporto pubblico locale può portare davvero ad un effettivo abbassamento dei prezzi? Non si capisce come, specie se si considera che la tariffa viene stabilita in toto dai comuni. Ci si aspetta allora di innescare ad ogni corsa una contrattazione sul prezzo fra tassista e cliente? Un’asta nei parcheggi a chi offre di meno? Non pare ragionevole. Inoltre uno studio effettuato dalla CGIA di Mestre# – che ripercorre la storia delle liberalizzazioni in Italia dal 1994 ad oggi – evidenzia che nella maggior parte dei settori liberalizzati i prezzi hanno registrato una forte impennata. Sempre a questo proposito, secondo Euro test 2011 le tariffe del tanto vituperato servizio nazionale risultano essere tra le più basse d’Europa . Infine, pochi fanno notare che liberalizzare le licenze porterebbe a un notevole incremento dei veicoli in circolazione, congestionando ancora il traffico delle città, con evidenti disagi sia per i tassisti (che vedrebbero oltremodo crollare gli incassi) che per l’utenza. “Quando si è in coda alle casse di un supermercato il 23 di dicembre, tutti vorremmo che alle casse non vi fossero 5 o 6 persone ma qualche decina, ma tutti gli altri giorni in cui il numero di clienti è normale, cosa farebbero gli addetti alle casse in esubero? La stessa cosa vale per i taxi quando piove….”

Allora perché liberalizzare le licenze taxi? Le liberalizzazioni rappresentano, per i grandi interessi privati, la chiave di accesso all’interno di settori, il nostro compreso, ad essi ancora immuni. Il quadro che si prospetta per la categoria è facile da delineare: la svalutazione delle licenze e la cumulabilità delle stesse permetteranno a grandi compagnie, preferibilmente legate al mercato dell’automobile, di acquistare un numero considerevole di veicoli e metterci al volante autisti alle loro dipendenze. Essendo i costi di gestione molto alti, l’unico modo di abbattere i prezzi sarà quello di ridurre all’osso gli stipendi dei dipendenti fino a trasformarli in manodopera sottopagata. Il profilo del tassista muterà in breve tempo: da piccolo artigiano autonomo a dipendente sfruttato fino allo sfinimento. I taxi in circolazione si moltiplicheranno e gli incassi crolleranno, costringendo ad aumentare ulteriormente le ore di lavoro.

Insomma: l’odio di classe serve ad alzare quel muro dietro cui si nascondono i veri responsabili della crisi che oggi viviamo. Colpire i taxi è un simbolo: significa accanirsi – e fare accanire – contro quelle categorie la cui autonomia è ancora oggi garanzia di dignità, fino a renderli sfruttati, schiavizzati, asserviti alla logica del capitale.

Mentre la pessima destra fa finta di stare con i taxisti ma in Parlamento i suoi esponenti sono pronti a votare per i provvedimenti di Monti, la sedicente sinistra ha fatto delle liberalizzazioni la propria bandiera, facendosi complice di chi intende svilire e precarizzare il lavoro, piegare tutto e tutti alla logica del profitto e del consumo. Questa cultura non può in alcun modo far parte dei programmi di una vera sinistra, tantomeno di chi si richiama al comunismo. È qui che il contrasto all’ideologia delle liberalizzazioni supera gli interessi di una singola categoria e diventa il punto di forza di una vera forza comunista che difende il lavoro contro gli interessi del privato, dei banchieri, delle grandi multinazionali e del capitale".

sabato 7 gennaio 2012

"Non rompere e pensa alla famiglia"



Nicola Lopreiato è il capo servizio della Gazzetta del Sud a Vibo Valentia. Nicola Lopreiato è un giornalista, usa le parole per informare i cittadini e denunciare il malaffare. A questo cronista, sconosciuto ai più, è stata recapitata una lettera particolare: il mittente è Leone Soriano, attualmente detenuto nel carcere di Cosenza e ritenuto dagli investigatori il capobastone dell'omonima cosca di Filandari, in provincia di Vibo Valentia.
"Invece di rompere ogni giorno con la cosca Soriano, che non esiste e non è mai esistita, pensa di più alla tua famiglia che è meglio per tutti". Queste le parole usato dal Soriano per minacciare, neanche troppo velatamente, il giornalista della Gazzetta del Sud. Leone Soriano è stato arrestato il 2 luglio 2009 e condannato in cassazione, insieme al fratello Francesco, a sei anni di reclusione per detenzione illegale a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, ma è ancora accusato di tanti altri reati, tra cui associazione mafiosa.
Secondo gli inquirenti, la 'ndrina di cui Leone Soriano sarebbe il capo imponeva anche un dazio di 20 € a tutti i camion che passavano sulla A3 nella zona di Filandieri. Inoltre, alcuni esponenti di questa 'ndrina sono accusati di aver più volte minacciato i dirigenti e i lavoratori delle ditte impegnate nei lavori di ammodernamento della Salerno - Reggio Calabria: fucili a canne mozze in mano, i malavitosì puntavano le armi verso gli autisti dei camion, verso i lavoratori, e verso gli imprenditori della zona.
L'operazione che ha smascherato questi loschi traffici è stata chiamata, dalla DDA, Operazione Rotarico, dal nome del balzello di passaggio imposto nella antica città di Rota ai tempi dell’Impero romano.

martedì 3 gennaio 2012

Tutti contro Beppe Grillo. Mah.


Tutti contro Beppe Grillo. Il comico genovese, promotore del Movimento 5 Stelle, è accerchiato dal fuoco congiunto di destracentrosinistra istituzionale, per aver scritto sul proprio blog: "Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze".
Una atteggiamento di buonsenso, che andrebbe applicato a tutti i fenomeni umani: non limitiamoci a condannare chi, scioperando, ci rompe i coglioni, ma cerchiamo di capirne le ragioni; non fermiamoci nella critica alle violenze di piazza (cfr 15 ottobre 2011), ma cerchiamo di comprendere perchè c'è gente che sfonda vetrine o incendia auto.
Giustificare la violenza? Non pare che Grillo l'abbia fatto, nè in questo caso nè in altri casi. Ha semplicemente espresso un concetto semplicissimo, eppure rivoluzionario: anche chi sbaglia, anche chi incendia, anche chi frantuma vetrine, anche chi blocca le strade, anche chi blocca i lavori del TAV... potrebbero avere delle ragioni giuste. Il condizionale è d'obbligo, come sempre in questi casi e per evitare la facile strumentalizzazione del tipo "allora anche i mafiosi potrebbero avere ragione?".
Ammettere che dietro un sanpietrino, dietro una molotov, dietro un atto violento/vandalico possa esserci addirittura una ragione giusta, è inimmaginabile e spaventoso per chi detiene il potere economico-politico: significherebbe ammettere che i cittadini non vivono nel migliore dei mondi possibili.

lunedì 2 gennaio 2012

Napoli: sfregiato l'Angelo della Legalità



A Capodanno, ignoti vandali hanno sfregiato l'Angelo della Legalità, l'opera che l'artista giuglianese David Enea Esposito aveva regalato al sindaco De Magistris il 21 dicembre e che sarebbe tornata a Palazzo San Giacomo dopo le festività natalizie.
Colpisce che un'opera intitolata Angelo della Legalità, realizzata utilizzando solo rifiuti della differenziata, sia stata oggetto di un atto vandalico. La speranza è che a commettere questo brutto gesto siano stati semplici vandali, e non ci sia un "messaggio nascosto" dietro lo sfregio.

Cado in piedi






del sito collettivo Cado in piedi è possibile leggere i miei articoli che sono stati scelti e pubblicati dalla redazione nella sezione Ghostwriter
Invito tutti voi a frequentare Cado in piedi, un sito collettivo che alcuni definiscono "di controinformazione", ma che io preferisco semplicemente definire "di informazione", per il semplice motivo che è l'informazione ufficiale a fare controinformazione, anzi disinformazione!

lunedì 24 ottobre 2011

Niente scontri, nessuna notizia






Con dispiacere, anzi con rabbia, devo dire che il Blocco Nero ha ragione. Se non nella pratica, quantomeno nella teoria. Se si vuole far accendere i riflettori su una iniziativa, un corteo, una istanza, è necessario alzare il livello dello scontro.
I telegiornali di ieri, e i giornali di oggi, danno (loro sì!) ragione al Black Bloc: la manifestazione pacifica dei NoTav in Val di Susa, che è stata pacifica e non violenta, è passata quasi inosservata. Servizi di meno di un minuto, nessun approfondimento, notizia messa in coda.
Sabato scorso, la manifestazione di Roma in cui il Blocco nero ha sfondato vetrine ed incendiato macchine, ha avuto le aperture dei Tg, le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, approfondimenti e speciali (dall'Arena di Giletti alle Porte di Vespa...).
Delle istanze del "movimento degli indignati" (passatemi questa forzatura) si è parlato per giorni; di ciò che ieri volevano fare e denunciare i valsusini, tramite il simbolico taglio delle reti del cantiere, nessuno si è interessato.
Domenica 16 ottobre, TUTTI gli esponenti politici parlamentari avevano rilasciato dichiarazioni; domenica 23 ottobre, viceversa, c'è stato solo silenzio.

E' proprio questo atteggiamento dei media e della Politica a spingere le persone ad adoperare strumenti di lotta politica violenta e/o vandalica.
Tra i due estremi (violenza e non violenza) è possibile, anzi necessario, solcare il sentiero della Disobbedienza Civile: sit in, blocchi stradali, occupazioni, presidi, picchetti. Con le telecamere belle in vista, così da dimostrare che eventuali scontri saranno stati causati dall'intervento delle forze dell'ordine, cui ovviamente non tutti hanno intenzione di porgere l'altra guancia.
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lunedì 3 ottobre 2011

I brutti addormentati in città



Tutti conoscete la fiaba "La bella addormentata nel bosco", ma nessuno di voi conosce "I brutti addormentati in città". Ora ve la racconto:

C'era una volta una massa di ragazzi, precari o sottopagati, che si sta affacciando al mondo dei mutui da pagare, degli asili nido senza posto, della discarica sotto casa, dell'aumento di luce-acqua-gas, della tassa sui rifiuti, dell'impossibilità di conciliare lavoro e famiglia.
Questi ragazzi, ieri sera, durante l'intervallo del big match tra Juventus e Milan, hanno cambiato canale... e sono capitati su raitre. In quel momento, vi era un servizio della trasmissione Presa Diretta, che i grandissimi dirigenti della Rai hanno opportunamente piazzato in palinsesto la domenica sera, in concomitanza col posticipo dello sport nazionale (garanzia di grandi ascolti, eh?).
Questi ragazzi hanno scoperto che in Italia la "flessibilità" significa che i neolaureati hanno contratti da fame (li chiamano stage, in genere), e non hanno nessuna speranza di lavorare ed essere pagati per quello che hanno studiato. Hanno scoperto che in Germania (uno stato che ha perso DUE GUERRE MONDIALI!!!) esiste un sistema di welfare efficientissimo, in cui - ad esempio - una madre può andare all'università o al lavoro senza preoccuparsi di piazzare il proprio figlio in un asilo nido, perchè le università o le aziende forniscono ai dipendenti il servizio di baby parking! A quale costo? 175 euro l'anno!!! Avete letto bene!!!

Mi fermo qui, perchè voglio subito domandarmi e domandarvi: ma dove cazzo stavano questi ragazzi negli ultimi 15-20 anni? Vivevano in Italia? Si sono accorti ieri sera, facendo zapping durante l'intervallo del posticipo, che la situazione in Italia è pessima? PESSIMA?

Questi ragazzi mi fanno incazzare. Sono i brutti addormentati in città.
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giovedì 29 settembre 2011

Quanto è liberale questa democrazia






Da tempo vado ripetendo: liberalismo e democrazia, più che sinonimi, sono contrari. Serve una Nuova Democrazia che contrati liberismo e liberalismo sia sul terreno ideale sia sul terreno materiale.
Pertanto non mi sorprendo più di tanto nello scoprire che, proprio mentre si riparla di bavaglio del web (una legge che limiti fortemente la libertà di espressione su blog, siti, forum e social network), un ragazzo di 21 anni abbia scritto su facebook: "Montolivo brucia all'inferno".
Il riferimento al calciatore della Fiorentina fa capire che, probabilmente, il ragazzo che ha scritto questa frase (giusta o ingiusta, ognuno abbia la sua idea) sia uno dei tanti contestatori viola che, domenicalmente, fischiano Montolivo, reo di non aver voluto rinnovare il contratto con la Fiorentina.
Il ragazzo è stato denunciato, e rischia (udite udite) un DASPO! Una diffida! Come se avesse fatto scontri allo stadio! Come se avesse lanciato un petardo dalla curva!

Che ne pensate?
Io credo che solo proporre una pena del genere sia una follia: come si fa ad impedire ad una persona di entrare in uno stadio per 5 anni perchè ha scritto "Montolivo brucia all'inferno"!
E allora a Borghezio, Salvini e feccia varia cosa dovrebbero fare? Spedirli in un gulag?

Va bene! Allora riapriamo i Gulag, porca miseria!
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martedì 20 settembre 2011

Da Minzolini a Ferrara, in onda RaiRegime





Non so se vi è capitato di vedere RaiUno ultimamente. Io la vedo sempre meno spesso, però l'altra sera mi è capitato di guardarla. E di assistere ad una cosa indegna. Il peggior direttore del Tg1 nella storia, tal Augusto Minzolini, e l'intelligentissimo paraculo ex Kompagno Giuliano Ferrara, impegnati in una difesa del Duce di Arcore. Silvio è "un eroe", i magistrati sono "dei ragazzotti", le colpe di Berlusconi sono veniali atti di "sciatteria".
Mi rifiuto di pensare che una persona intelligente come Ferrara pensi davvero queste cose. Minzolini, viceversa, è un servo alla pari di Belpietro e Sallusti, quindi non mi sorprende la sua presa di posizione.
RaiUno, cioè la rete più vista del servizio pubblico, ha il Telegiornale più visto d'Italia: ed è proprio da lì che l'85 % degli italiano apprende le notizie. Subito dopo il TG1, va in onda Radio Londra, il programma di cinque minuti condotto da Giuliano Ferrara che rappresenta la risposta "di centrodestra" al fu Il Fatto di Enzo Biagi.

A quale livello di degrado umano e culturale è giunto il giornalismo italiano! Quanto servilismo verso il potere e il Sistema. Non vedo grande differenza tra berlusconiani e debenedettiani: entrambi servi del Sistema. L'unica differenza è nella decenza. E non è poco.
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lunedì 5 settembre 2011

Piazza Affari Camping





Hanno montato le tende a Piazza Affari. La pula li voleva sgomberare: due contusi tra i manifestanti. Ma le tende sono ancora lì. E saranno lì tutta la giornata, e probabilmente anche stanotte, fino allo sciopero generale di domani.

Mentre la Borsa brucia miliardi su miliardi, mentre "i mercati" continuano nello sciacallaggio e nella speculazione, i "Ribelli al debito" lanciano slogan e distribuiscono volantini in cui si chiede di mettere il "People Before Profit", srotolando uno striscione su cui è sccritto: "Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti".



Siete tutti invitati al Piazza Affari Camping! E' gratis (e di questi tempi è un'ottima cosa), goliardico ed è diverso dai soliti camping.

E' un campeggio Estraneo Alla Massa.

E va bene così.


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sabato 3 settembre 2011

45enne muore dopo manganellate dei carabinieri







L'ARENA è il quotidiano di quella città (innominabile) in cui gioca la squadra che più odio al mondo.

Il giorno 2 settembre, l'ARENA ha pubblicato un articolo in cui si parla di un 45enne, Roberto, tifoso della squadra locale, morto in maniera ancora inspiegabile.

La madre, Elsa Riva, racconta: “È tornato a casa dopo la partita e stava già male. Mi ha detto che c’era stata una rissa ed era stato picchiato dai carabinieri [...]. È tornato verso le 23 ed è andato a letto, ma non ha dormito tutta la notte perché stava male e così la mattina è andato all’ospedale di Borgo Roma [...]. Quando è tornato, mi ha detto che lo avevano visitato, ma era risultato negativo a tutti gli esami; anche quella notte, però, i dolori non lo hanno fatto dormire".

Il lunedì mattina, Roberto è stato trasportato da un'ambulanza all'Ospedale di Borgo Roma. All'una di notte, è morto.



Causa della morte? Non si sa, però si immagina.

Nessun telegiornale ha parlato di questo episodio.

Nessun "Pomeriggio 5" o "Vita in diretta" hanno dedicato un minuto a questa vicenda.

Le forze dell'(dis)ordine continuano impunemente ad operare, senza un numero distintivo sul casco o sulla divisa che consenta a noi di denunciare eventuali abusi o sorprusi.

E tutto continua, in un lento scorrere verso la decadenza più indecente.

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venerdì 22 luglio 2011

Isso, Indro




Isso era fascista, e io song contro ogni fascismo.
Isso era 'e destra, e io 'a destra 'a uso sulo pe' me rattà.
Isso era nazionalista italiano, e io song nazionalista meridionale.
Isso amava Milano, io non amo niente cchiù a nord 'e Roma.
Isso s'è accattato 'na mugliera 'e dudici anni. Io, mia moglie, l'ho corteggiata e conquistata.

Però isso era n'omm libbero.
E tanto basta per rendergli onore, in quest'Italia 'e servi.
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lunedì 11 luglio 2011

La questione meridionale OGGI






di Tiziana Gulotta



Dal 1861 ad oggi, il Pil del Mezzogiorno è cresciuto di 18 volte ma anche il divario tra Nord e Sud è aumentato, in particolare durante i primi 100 anni.
Svantaggio che è stato in parte recuperato dalle regioni meridionali nella cosiddetta ‘stagione aurea’ del secondo dopoguerra. Ed ancora, se nel 1861, il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni, nel 2009, i redditi del Mezzogiorno risultavano pari solo al 59% del Centro-Nord.

E ancora: mentre il tasso di occupazione meridionale nel 1951 era pari all’81% del Centro-Nord, quasi 50 anni dopo, era fermo al 68,9%. La dinamica Nord–Sud, dall’Unità d’Italia ad oggi, è stata ricostruita dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno nel volume intitolato 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud (1861-2011).

In un’intervista, il presidente della Svimez, Adriano Giannola, illustra com’è cambiato il quadro sociale ed economico del Paese in questo secolo e mezzo e spiega perché il Mezzogiorno oggi si pone come opportunità strategica per il sistema Italia.

Durante la cosiddetta ‘Età dell’Oro’, il Meridione mostra un’importante dinamicità nella performance economica.
Per la prima volta nella storia unitaria, il Mezzogiorno recupera almeno 20 punti del ritardo che aveva accumulato negli anni precedenti, a partire dagli inizi degli anni ’50 fino alla metà degli anni ‘70. Siamo nella fase dell’intervento dello Stato a supporto della realizzazione della riforma agraria e della politica di industrializzazione che, dal ‘57 in poi, viene sviluppata e che serve a tutto il Paese per costruire, sotto l’egida della politica regionale, un’industria di base fondamentale per il successo dell’industria manifatturiera del Centro-Nord.
In questo periodo si assiste ad una complementarietà tra la politica regionale che attiva l’economia del Mezzogiorno ed il successo dell’economia italiana che, grazie alla simbiosi tra Nord e Sud, permette il miracolo economico nazionale. Con un costo sociale rilevante dato dall’enorme migrazione interna.

Come si arriva alla crisi della crescita nelle due aree Nord-Sud?
Dagli anni ‘70 in poi, i vari shock petroliferi, valutari e salariali, hanno messo in grave crisi l’industria e si è registrata anche una carenza di soluzioni nelle politiche industriali. Il divario Nord-Sud è cresciuto fino ad oggi e si attesta sui 40 punti. Ma negli ultimi 20 anni, in particolare dal ‘98, abbiamo anche assistito ad una dinamica di crescita estremamente modesta sia al Nord che al Sud. Se andiamo ad osservare, infatti, l’industria manifatturiera, che è il cuore del sistema produttivo settentrionale, notiamo che ancor prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, c’è una perdita di produzione. Non è così per la Germania che è cresciuta del 14% e per la Francia del 10%.

In un ‘sistema Italia’ che non cresce, ha ancora senso parlare di dualismo?
Il meccanismo dualistico esiste ancora, mantiene cioè il divario ma la tendenziale stagnazione strutturale è simile al Nord e al Sud. Da qui l’esigenza, come sostiene il Governatore della Banca d’Italia, della ripresa della crescita. Nell’opinione pubblica il Mezzogiorno è considerato il luogo dello spreco, la palla al piede del Paese. Liberarsene consentirebbe al Nord una grande ripresa. Questa sarebbe una grande illusione pericolosa e una tentazione di chi interpreta il federalismo fiscale come strumento per attuare una strategia di liberazione della parte ricca dalla parte che lo starebbe traendo a fondo. Senza rendersi conto, però, che la parte ricca è in crisi proprio come quella meno ricca.

Quale ruolo dovrebbe avere il federalismo fiscale?
Il federalismo fiscale può essere uno strumento utile di razionalizzazione e responsabilizzazione ma non può essere visto come una strategia che risolva i problemi. Un sistema del tutto legittimo in regime di unione monetaria potrebbe essere la tanta evocata e mai nata ‘fiscalità di vantaggio’ nelle regioni meridionali viste come sistema.
In realtà la causa del declino non è l’esistenza di un Mezzogiorno che frena il Nord ma la perdita di competitività del nostro sistema produttivo che deve essere indirizzato meglio. Scambiare le cause per gli effetti è molto pericoloso.
Il federalismo può essere un utile strumento ma visto come strategia di soluzione è una pericolosissima illusione.

In un mondo globalizzato, il Mezzogiorno con la sua rappresentazione mediterranea, potrebbe diventare la frontiera di un nuovo ciclo di sviluppo?
Non è semplice mantenere la competitività nel mondo globale alle condizioni attuali. Ma ci troviamo nel Mediterraneo, divenuto il centro dei traffici mondiali, in una posizione logistica privilegiata per intervenire e intercettare le opportunità create da questa fase di sviluppo del commercio mondiale.
Se non ci muoviamo presto lo faranno la Spagna, la Francia mediterranea ed il Nord Africa. Sull’area euro-mediterranea dobbiamo presentarci come i leader: dai trasporti alla ricerca e alla logistica, per intercettare Cina e India, in modo da consentire ai nostri porti, se bene attrezzati, di essere il luogo dell’interscambio. Dobbiamo anche riposizionarci nei settori tradizionali, come quello della produzione energetica.
In Basilicata, potremmo raggiungere il 20% del fabbisogno nazionale di petrolio e attorno ad esso sviluppare anche ricerca e salvaguardia dell’ambiente. In sostanza, occorre reinterpretare il terri-torio in un mondo che è cambiato. Da questo punto di vista il Mezzogiorno è una grande opportunità per l’Italia.

Quali saranno i nodi che il Mezzogiorno dovrà sciogliere negli anni futuri?
I nodi da sciogliere sono quelli della ‘governance’. Le regioni del Mezzogiorno e lo Stato centrale devono coordinare una strategia che abbia e si dimostri coerente ad un disegno di interesse nazionale. Dobbiamo ritrovare una strategia coerente che metta gli interessi dei singoli territori in un disegno più ampio, in una visione di lungo periodo.

Come frenare l’emigrazione di giovani dal Sud?
Sembra utopistico un significativo spazio per rilanciare in Italia il nucleare laddove abbiamo già delle potenzialità energetiche nel Mezzogiorno: la Basilicata rappresenta la ‘Mecca’ petrolifera; il Sud in generale quella delle fonti rinnovabili e sostenibili. Ed ancora, la Campania ed il Mezzogiorno tirrenico, rappresentano un’altra ‘Mecca’ inesplorata: quella della geotermia.
Tra gli svantaggi competitivi dell’industria italiana, infatti, c’è proprio l’alto costo dell’energia. Proprio su questo tipo di energie occorre investire in futuro. A partire da una fiscalità adeguata, di vero vantaggio per attira-re risorse dal Nord e dal resto del mondo.
Altre aree importanti sono la logistica con la capacità di collegare porti e ferrovie, interporti e retro porti. Ed ancora l’agroalimentare. La revisione di queste aree potrebbe frenare l’emigrazione dei giovani. Negli ultimi 15 anni, di fronte all’inesistenza di alternative, molta gente è andata via. Su questo occorre intervenire perché le proiezioni demografiche ci dicono che se non si inverte questa tendenza tra venti anni ci saranno 2 milioni di persone in meno ed il Mezzogiorno non sarà più la parte giovane del Paese ma la parte vecchia in tutto dipendente dal resto d’Italia

tratto da http://www.sudmagazine.it/blog/quando-il-sud-era-italiano/

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mercoledì 6 luglio 2011

La vera violenza





Così il Sistema utilizza le Forze dell'Ordine.
Il ragazzo e il cameraman stavano lanciando molotov???
NO, ovviamente no.
Però vengono pestati o gli si spara addosso.
E i media di regime tacciono.

Fino a quando la vostra violenza si chiamerà giustizia, la nostra Giustizia si chiamerà Violenza.
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giovedì 23 giugno 2011

Che ce frega del penale?



Da quando è uscito fuori l'affaire P4, è ricominciato il mantra dei "servi liberi": le intercettazioni non devono essere pubblicate, la gente non deve sapere cose che non sono penalmente rilevanti.
Perchè - chiedo io - deve interessarmi solo ciò che è penalmente rilevante?
Se un deputato vota contro una legge sulle coppie di fatto, motivandola dicendo che egli è a favore della famiglia frutto di un matrimonio, e poi si scopre che ha tre amanti, non commette qualcosa di penalmente rilevante... ma io lo devo sapere! Perchè devo avere la libertà democratica di non votarlo MAI PIU'!
Se un ex tangentista ha un ufficio a Palazzo Chigi, non commette alcun reato... ma io lo VOGLIO sapere!
Se Nicole Minetti si ritrova, a 26 anni, in consiglio regionale lombardo a guadagnare i soldi CHE IO PAGO, e poi scopro che sta lì perchè organizzava serate al Premier, non commette alcun reato... ma io LO DEVO SAPERE!
Se la Santanchè nega in diretta tv che Berlusconi faccia le seratine hard, e poi durante una intercettazione con Briatore si scopre che è tutto vero e che lei mente sapendo di mentire tutte le volte che va in tv, non commette alcun reato... MA IO LO DEVO SAPERE!

Che me ne frega del penale? Spetta alla magistratura evidenziare i REATI. Io, semplice cittadino ed elettore, voglio solo sapere i FATTI, ed in base a quelli votare o non votare un determinato esponente politico!
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lunedì 20 giugno 2011

The day after Pontida





Quando ero piccolo, e leggevo racconti o vedevo film che mi mettevano addosso uno stato di tensione e paura, ero solito andare da mio padre e dire: "Papà, ma i vampiri davvero succhiano il sangue?".
Egli mi rispondeva: "Tranquillo, i vampiri non esistono".

Ieri, prima di pranzo, mio padre ed io stavamo vedendo le immagini del raduno leghista di Pontida. Una piccola folla di maglie e cappellini verdi inneggiava alla "secessione", mentre Umberto Bossi sbiascicava il suo "Padania Libera" dal palco.
Mio padre, meridionale d'Italia, mi ha chiesto: "Antò, ma davvero un ministro della Repubblica, che ha giurato sulla costituzione italiana, può dire queste cose? Parlare di Padania libera e di secessione? UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA???"
Gli ho risposto: "Tranquillo Papà, la Padania è una invenzione. Non esiste".

N.B.:
Art. 5 della Costituzione Italiana
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
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Cambio di testata



IL GRIDO PROGRESSISTA fu un periodico che fondai insieme ad altri amici tanti anni fa. L'esperienza de IL GRIDO PROGRESSISTA durò poco più di due anni: un periodico completamente autofinanziato e distribuito gratis, che per molti è stato una palestra di idee e di stili.


Oggi ho deciso di chiamare il mio blog personale IL GRIDO. Ho tolto l'aggettivo "progressista" perchè, negli anni, questo aggettivo è stato accostato a personaggi e movimenti politici che, lungi dall'avere come fine il progresso materiale e spirituale di una comunità, hanno bombardato la già fragile democrazia italiana.


Avrei potuto mettere, come logo del blog, il celeberrimo URLO di Munch, anche perchè questo blog ha l'immodestia di volersi definire "espressionista". Ho preferito, invece, utilizzare l'immagine in bianco e nero di una macchina da scrivere, cambiando quindi la struttura cromatica e di impatto del blog.

Dal 11 luglio 2011, invece, il blog si chiama IL GRIDO BRIGANTE, e il logo è la fortezza di Gaeta, scenario della gloriosa resistenza del Regno delle Due Sicilie.


Proverò ad informare, dicendo sempre la mia. Cercerò di allontanarmi dalla presunta - e mai riscontrata - obiettività dei giornalisti (categoria all'interno della quale mi colloco, anche se un residuato fascista come l'ordine professionale dei giornalisti è sprovvisto del mio nominativo), e per far ciò proverò ad immergermi in un'otre di cinismo.


Ultima questione: qualcuno mi potrebbe chiedere perchè ho cambiato quattro volte il nome del blog nell'ultimo mese. A costui - o costoro - rispondo, derogando dalla buona educazione che impone di non rispondere ad una domanda con un'altra domanda: perchè no?


Buona lettura


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