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lunedì 23 giugno 2014
Tre proposte comuniste su Lavoro, Europa e Nato
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sabato 31 maggio 2014
Tsipras: "Tocca a Juncker cercare una maggioranza"
Secondo il Trattato sull'Unione Europea il parlamento europeo ha il diritto di approvare, e quindi di non approvare, le nomine che gli vengono presentate dal Consiglio Europeo per la Presidenza della Commissione Europea.
Durante la recente campagna elettorale è stato chiesto ai cittadini dell'Europa di esprimere la loro scelta fra cinque candidati, ciascuno di essi scelti dai maggiori partiti europei. Come candidati abbiamo fatto campagna elettorale, abbiamo dibattuto e cercato il consenso dei cittadini europei.
La mia posizione è che il Consiglio Europeo non debba nominare alcun candidato per la Presidenza della Commissione che non abbia partecipato a questa competizione elettorale.
La mia posizione è che il Parlamento Europeo non debba approvare nessun candidato che non ha partecipato a questa competizione democratica.
Presentare qualsiasi altra nomina avrebbe l'effetto di screditare complessivamente le recenti elezioni, trasformandole, dopo un tale atto, in una pantomima.
Questo è un principio democratico basilare. È un obbligo morale del Consiglio Europeo di presentare il candidato che ha ricevuto il maggior consenso nelle elezioni europee.
Durante questa campagna elettorale io sono stato il candidato della Sinistra Europea. Mi sono opposto fermamente alle politiche del Partito Popolare Europeo e del suo candidato, il Sig. Jean-Claude Juncker. Questa opposizione rimane e rimarrà.
Ciononostante il Partito Popolare Europeo ha vinto queste elezioni; per cui è il Sig. Jean-Claude Juncker che deve cercare di formare la necessaria maggioranza parlamentare negoziando con gli altri gruppi politici.
Alexis Tsipras
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martedì 27 maggio 2014
La battutta di arresto pentastellata
"Il MoVimento 5 Stelle è il grande sconfitto di queste elezioni". E' questa la vulgata, da due giorni almeno. Non sono totalmente d'accordo: il M5S ha preso il 21%, cioè milioni di voti. Milioni di voti che, però, si sono già ridotti rispetto alle Politiche di un anno fa e che continueranno a ridursi se tutto il MoVimento, e non solo Grillo, non si renderà conto degli errori politici e comunicativi commessi in questi mesi.
Noto la totale incapacità di analisi del voto di moltissimi pentastellati. E me ne dispiaccio. Manca completamente una riflessione sull'astensionismo nelle regioni in cui sono forti, cioè nel Sud e nelle Isole. Come mai, per la prima volta, molti grillini hanno disertato le urne? Nessuna risposta.
Una prima analisi dei flussi dimostra quanto milioni di persone, che un anno fa avevano votato M5S, hanno votato PD. O meglio, hanno votato Renzi (perchè a mio avviso questa è una vittoria soprattutto di Renzi). Ciò significa che l'elettorato del M5S aveva una base di sinistra che non ha gradito il "congelamento" dei propri voti e la totale indisponibilità ad aprire uno spiraglio per un governo PD-M5S-Sel (o anche per un semplice patto di desistenza). E' stata fatta una valutazione su questo aspetto? No.
Negli ultimi anni c'è stato un forte astensionismo di sinistra, che in genere ha penalizzato soprattutto Sel e Prc. Qualcuno di questi astenuti sinistrorsi è tornato a votare: molti hanno votato PD, qualcuno ha votato Tsipras. Come mai così pochi hanno optato per il M5S, che invece risucchia voti soprattutto a Forza Italia? Non si sa.
La riflessione più alta è stata, più o meno: gli italiani sono vecchi e conservatori, si sono venduti per 80 euro e questo Paese è destinato a morire.
Sicuramente gli 80 euro possono aver inciso, ma di certo non portano un partito che aveva il 25% a superare il 40%, contando che moltissimi non avranno questi 80€ in busta paga. Renzi ha vinto perchè è riuscito ad incarnare le due storiche esigenze dell'elettorato italiano in tempi di crisi: necessità di cambiamento e pragmatismo. Si, perché l'Italia non ha mai avuto una rivoluzione. Un motivo ci sarà? Gli italiani - mi scuserete se uso questa categoria, ma lo faccio solo per capirci - non sono rivoluzionari: si dividono in conservatori, in gradualisti e in "strappisti". Gli "strappisti" sono coloro che auspicano un progresso per strappi, con forti accelerazioni e brusche frenate. Per usare una metafora sportiva: Valentino Rossi è uno strappista, la sua guida incarna alla perfezione questa caratteristica. Gli strappisti, in Italia, non sono maggioranza, ma sono molti di più di quanto si pensi. E in genere stanno a sinistra, anche a sinistra del PD. Un anno fa hanno votato M5S, mentre domenica hanno votato (in massa) il PD renziano e (in parte) la lista Tsipras, la quale ha proprio il compito di far rinascere la Sinistra fondandosi sugli strappisti.
L'incapacità di analisi del voto dei pentastellati è dimostrata anche dal fatto che, prima del videomessaggio di Grillo, nessuno ha preso la parola ed ha azzardato una bozza di analisi. Dopo il video del Capo, tutti si sono accodati. "Aspettiamo di avere i risultati ufficiali" è stata la dichiarazione più utilizzata dai pentastellati durante la notte elettorale, anche quando i risultati erano ormai chiari: il PD aveva doppiato il M5S. Punto, non c'era altro da attendere.
La politica è anche tattica, compromesso (al rialzo, si spera), capacità di analisi e di sintesi. Oltre che comunicazione. Cose in cui il M5S è mancato, almeno in questa tornata elettorale. E le elezioni amministrative di ieri stanno a dimostrare che il problema non è solo il voto d'opinione (che può premiarti oggi e punirti domani): è anche la sfiducia del "pueblo" nel fatto che votare M5S possa essere costruttivo, oltre che distruttivo. Proprio nelle amministrative il MoVimento era capace di raggiungere risultati incredibili; oggi è, quando va bene, la terza forza politica ed è abbastanza distante sia dal centrosinistra che dalla destra.
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lunedì 26 maggio 2014
Gioie e delusioni delle elezioni europee
Quando mi chiedono se preferisco sentire prima una notizia buona o una brutta, io scelgo sempre la brutta. Meglio partire male e poi riprendersi. Per questo oggi, in questo post sulle elezioni europee che si sono concluse ieri notte (o stamattina, più correttamente), voglio partire prima dalle cose che reputo negative, senza considerare troppo il dato dell'astensionismo (più alto delle passate Europee, ma più basso della media europea).
Partiamo dall'Europa: l'avanzata delle forze populiste e neofasciste è decisamente preoccupante. Probabilmente, gli europei hanno riversato su questi partiti il loro disgusto per ciò che l'Europa è diventata: una Unione monetaria e liberista, senza anelito di libertà e di comunità, senza solidarietà e troppo germanocentrica. Le forze populiste, si sa, hanno semplicemente bisogno di un nemico fabbricato ad hoc: lo straniero, l'ebreo, il diverso, o la Merkel. Il loro messaggio è passato, non c'è che dire. Gli argini "democratici" hanno tenuto a stento. L'orda nera rischia di creare un Vajont di dimensioni continentali.
Anche la tenuta della Merkel è alquanto preoccupante: i tedeschi hanno confermato il sostegno al governo (unici, insieme agli italiani, a sostenere il partito di maggioranza), e le voci antieuropeiste hanno raggiunto risultati importantissimi. Basti pensare che il neonato AfD è il quarto partito tedesco, e i neonazisti dell'NPD sono riusciti - prima volta nella storia - ad ottenere un seggio a Strasburgo.
Veniamo ora alle dolenti note italiche. L'affermazione del PDR (Partito Di Renzi) è preoccupante: era dalla seconda metà degli anni 50 che un singolo partito - in quel caso fu la Democrazia Cristiana - non raggiungeva risultati elettorali così alti. Renzi ha ormai completato lo spostamento al centro del PD: il suo elettorato, oltre alla vecchia base orfana del Pci - Pds, è ormai moderato, interclassista, pragmatico e disponibile a piccole novità. Gli alleati di Renzi, che stanno tutti a destra del PD, hanno subito una clamorosa mazzata: NCD riesce a superare lo sbarramento solo grazie al voto nel sud e nelle isole; Scelta Europea è definitivamente estinta, con buona pace dei bocconiani e dei montiani.
Resiste ancora - ed è davvero incredibile - un elettorato berlusconiano e leghista: il 15% degli italioti è ancora disponibile a votare per il Ducetto di Arcore; la Lega di Salvini è riuscita a completare una rimonta difficilmente pronosticabile, ottenendo bei risultati nel nord e addirittura qualche voto al centro e al sud.
Diamo un'occhiata, adesso, alle buone notizie, prima in Europa e poi in Italia. In Europa assistiamo ad un bel risultato della Sinistra Europea, che ottiene una decina di seggi in più rispetto al risultato del 2009. Il merito è certamente di Syriza, la federazione di sinistra greca guidata da Tsipras: 27% e primo partito greco. Si conferma anche la Linke tedesca, che probabilmente è il primo possibile riferimento per una eventuale sinistra unita in Italia. Buoni anche i risultati del Front de Gauche francese, di Izquierda Unida in Spagna e del Bloqueo de Izquierda portoghese, oltre al KKE greco. Questi risultati dimostrano che a sinistra del PSE (e, in Italia, a sinistra del PD renziano) c'è un mondo che chiede ascolto e rappresentanza. Un mondo che spesso non vota o magari disperde il voto, ma che è pronto a ritornare quando una sinistra degna di questo nome si presenta nelle piazze, nelle istituzioni e nelle urne.
Chissà se la Sinistra italiana avrà recepito la lezione. Di certo, il risultato ottenuto dalla lista Altra Europa con Tsipras (4.03%, 3 seggi) va considerato come un qualcosa di straordinario e di inimmaginabile fino a due settimane fa, quando la stessa esistenza della lista era sconosciuta alla maggioranza degli italiani. C'è voglia di sinistra, in Europa come in Italia: una sinistra che sappia protestare ed essere conflittuale, ma anche candidarsi a governare. Pronta ad accordi tattici, non a compromessi al ribasso con chi ha attuato politiche economiche che hanno frantumato il tessuto sociale di tanti stati europei.
Capiranno Vendola, Ferrero e compagni che il tempo della divisione e della dispersione è finito? Ne dubito, ma ci spero.
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sabato 24 maggio 2014
Silenzio elettorale
Oggi non si parla di elezioni. Oggi si riflette. Ed io sto riflettendo. Andare o non andare a votare? Nel secondo caso, per chi votare? Negli ultimi giorni ho espresso chiaramente la posizione predominante, ma voglio concedermi ancora oggi per riflettere. Non tanto per i candidati e i partiti italiani che fanno parte della Sinistra Unitaria Europea: se fosse solo per loro, la decisione di non votare sarebbe già presa e confermata. Non me ne vogliano Moni Ovadia, Barbara Spinelli o Luca Casarini, ma credo che una forza anticapitalista, o quantomeno "di sinistra", dovrebbe candidare lavoratori, disoccupati, operai, bidelli, insegnanti, piccoli artigiani, esponenti dei movimenti e dei conflitti sociali che, dal Tav a Muos, hanno percorso questa sottospecie di Paese. Nella lista elettorale, invece, vedo molta intellighenzia e poca classe sociale.
Il dubbio, semmai, mi sorge pensando al partito europeo in cui gli eletti di questa lista siederanno: un partito in cui ci sono i compagni greci (Siriza e KKE) e portoghesi (Bloqo e Partido), i francesi del Nuovo Partito Anticapitalista (erede della Lega Comunista Rivoluzionaria) al Partito Comunista di Boemia e Moravia, e altre realtà politiche e sociali molto più combattive delle nostre Sel, Prc, e munnezza varia.
Votare la Lista Tsipras significa votare anche per i tanti compagni che, in tutta Europa, lottano davvero contro il capitalismo e il fascismo (a differenza della sinistra italiana, indecentemente non combattiva). Per questo motivo, oggi passo la "giornata di riflessione prima del voto" a pensare. Domani deciderò, se far prevalere il disgusto per la sinistra italiana o il sostegno agli anticapitalisti europei.
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venerdì 23 maggio 2014
Ce lo chiede l'Europa. Vota NESSUNO
Documento astensionista della rete comunista Noi saremo Tutto in vista delle elezioni europee.
Il 25 maggio in Europa si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Si tratta di un organismo politico che si affianca ad un’altra serie di strutture decisionali dell’Europa. Il suo ruolo politico è presunto: fino ad oggi il Parlamento Europeo ha votato l’ottanta per cento delle proprie delibere all’unanimità per avere un maggior peso di contrattazione rispetto alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo. Da anni il Parlamento Europeo è governato da una alleanza ferrea tra i partiti di centro e il Partito Socialista Europeo. Anche questa volta tutti gli analisti prevedono che si formerà una alleanza tra il centro destra rappresentato dal Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo. In questo senso, le elezioni europee sono già finite. Il terzo posto si giocherà tra la sinistra europea e le destre che stanno recuperando consensi in tutta Europa, a partire dalla Francia di Marine Le Pen. Ma il vero risultato politico delle elezioni sarà un astensionismo molto elevato, al di là di qualsiasi proposta politica. Sarà un dato con cui occorrerà confrontarsi.
Non vogliamo con questo sostenere che i risultati saranno ininfluenti nel processo politico europeo. Siamo consci infatti che una vittoria del Front National in Francia, per fare un esempio, porterebbe ad una accelerazione non secondaria del processo di integrazione europea, pena il suo fallimento, e quindi allo sviluppo di contraddizioni significative all’interno del rapporto tra classe politica europeista francese e la sua popolazione, molto maggiori della precedente bocciatura della costituzione europa per via referendaria su cui il maggiore sindacato francese CGT si spese allora pubblicamente contro.
Il Parlamento Europeo è un ente sostanzialmente privo di capacità politiche reali: è la giustificazione “democratica” di un processo politico i cui contorni non sono ancora del tutto chiarificati a causa delle resistenze all’interno delle frazioni politiche in alcuni stati. La costruzione di quel che chiamiamo “blocco imperialista europeo” è infatti un processo in fieri, evidente ma non del tutto lineare a causa delle resistenze di alcuni settori sociali all’interno dei singoli paesi.
Il processo di riunificazione infatti ha avuto numerose conseguenze sugli strati sociali europei; queste conseguenze sono diventate evidenti e drammatiche dopo l’emergere dell’ultima ondata della crisi economica.
Il disastro sociale dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) è sotto i riflettori di tutti. Il processo ha avuto una chiarificazione evidente soprattutto in Grecia, anche in conseguenza della resistenza del popolo ellenico.
In realtà il processo di integrazione europeo va avanti da anni a forza di ristrutturazioni sociali che non cominciano con l’euro ma sono state forzate dall’introduzione della moneta unica e dall’abbandono della sovranità monetaria. E’ un processo il cui ruolo guida spetta alla Germania. L’invadenza dei trattati europei (da Maastricht in poi) sulla vita dei cittadini e dei lavoratori si compone di manovre che portano a disastri salariali, precarietà, privatizzazione, dismissione del welfare sociale europeo. Le ricadute sono in grandissima percentuale a carico dei lavoratori salariati e dei giovani, ma colpiscono duramente anche alcuni settori perdenti della borghesia (piccole imprese, commercianti). Per essere applicate hanno bisogno di un consenso generale: dalla Commissione Europea arrivano le direttive, che Parlamento Europeo e Consiglio non potranno che avallare e che i governi nazionali applicano o riversano sugli enti locali. In tutto questo meccanismo nessun ingranaggio deve saltare, tutta la politica è forzata all’interno di uno schema predefinito.
In maniera forse troppo schematica, ma sicuramente attinente alla realtà, si può definire il processo europeo come una ristrutturazione neoliberale a carico dei lavoratori con ricadute su una parte di borghesia perdente. All’interno dei singoli stati europei si rimodellano quindi le alleanze favorendo l’unità tra le forze politiche che rappresentano gli interessi del capitale che ha tutto da guadagnare da una guida tedesca (in Italia questa frazione politica ha come perno il PD con i suoi alleati) e le forze della borghesia perdente che lasciano trapelare una crescente insoddisfazione verso la struttura dell’Europa (in Italia queste forze vengono rappresentate dalla destra berlusconiana e post fascista). I colpiti dal progetto di integrazione trovano spesso sponda solo nel populismo che anche quando riprende giuste rivendicazioni sociali o si muove in un’ottica interclassista (movimento 5 stelle) oppure razzista o reazionaria (Lega Nord, destre neofasciste europee).
In questo quadro la sinistra europea (con alcune differenze nei vari paesi) ripete sostanzialmente un ritornello sganciato da ogni realtà. L’Europa dei popoli è un progetto che, se è mai stato nella testa di qualche pensatore, non ha nessuna possibilità di essere perseguito all’interno di una cornice che in questi anni si è chiarita definitivamente.
Le privatizzazioni, le delocalizzazioni nei paesi a basso costo del lavoro, le ristrutturazioni salariali, le diminuzioni delle tutele e delle garanzie dei lavoratori, il mantenimento di un enorme esercito industriale di riserva, non sono un passaggio temporaneo dovuto alla prevalenza di alcune forze di destra neoliberale, ma sono insite nel processo di integrazione stesso. In questo senso non si darà alcun avanzamento delle classi sociali subalterne senza la rottura di quella che abbiamo definito la gabbia dell’Unione Europea.
Su questo tema, non siamo isolati, in quanto molte forze sociali antagoniste e comuniste cominciano a fare i conti con questa realtà. Stupisce però come tutto questo ragionamento venga espulso dal dibattito politico sulle elezioni, ridotte a mero teatrino in cui tutti gli attori recitano una parte che espelle dalla discussione la natura del processo che si vorrebbe influenzare con le elezioni. Basti pensare all’omissione della questione Ucraina, quando in realtà, una delle partite più importanti sul futuro dell’Europa si gioca su quel territorio e dove, dopo le elezioni, potrebbe diventare all’ordine del giorno un più risoluto intervento militare.
Tutto questo con particolare evidenza in Italia dove nessuno, nella sinistra, analizza il ruolo guida del Partito Democratico in questo processo e dove il malcontento sociale si riversa in forze lontane anni luce dal movimento operaio e comunista.
In questo senso la scelta dell’astensionismo attivo per noi è uno strumento politico e di chiarificazione. Il ruolo dei comunisti non può prescindere da una analisi strutturale dei compiti da svolgere e dall’individuazione dei soggetti sociali che si intende rappresentare. Non si tratta di una scelta dogmatica, ma di una scelta di campo necessaria all’interno di uno sforzo ineludibile per la ricostruzione di un soggetto politico anticapitalista che non potrà uscire dall’unione di ceti politici residuali e pezzi di borghesia intellettuale, ma solo dalla chiarezza degli obiettivi e dall’individuazione delle forme organizzative in cui muoversi nell’attuale fase politica.
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domenica 6 aprile 2014
L'UE ha approvato il prelievo forzoso dai nostri conti correnti
Il mio articolo per Insorgenza.it
Pochi giorni fa, il 19 marzo, l’Unione Europea ha messo nero su bianco la più grande truffa ai danni dei risparmi dei cittadini europei mai immaginata. Come hanno fatto? Semplice: il Consiglio, la Commissione e il Parlamento europei hanno raggiunto un compromesso sull’unione bancaria europea, da realizzarsi tramite il Meccanismo di Risoluzione Unico (SRM), che sarà operativo dal 2015. In pratica, due terzi dei 55 miliardi di euro del Fondo di Risoluzione Unico (SRF) possono essere usati dall’inizio e il 70% dopo tre anni. E da chi sarà finanziato il fondo? Dalle banche, ma non è chiaro se solo dalle 128 banche che fanno parte dell’Unione Bancaria o da tutte. Le casse di risparmio e le banche cooperative hanno già messo le mani avanti perché non intendono salvare le grandi banche.
Questo, però, è solo il “secondo passo” per la realizzazione dell’unione bancaria. Il primo passo, invece, sarà attivo già da novembre di quest’anno: il Meccanismo di Supervisione Unico (SSM), che sarà indipendente dai governi nazionali. Si, avete letto bene: indipendente. Ciò significa che il Consiglio europeo sarà interpellato solo se lo decide la Commissione e solo nel caso in cui la Commissione disapprovi le decisioni prese dalla BCE e dal Consiglio del SRM. Detto in parole povere: mai. Come è facile notare, il Parlamento europeo (dove risiederebbe la volontà popolare, secondo i liberaldemocratici di ogni ordine e grado) non viene minimamente interpellato, non esprime pareri vincolanti.
E i soldi dei cittadini, che stanno in queste banche? Senza porsi problemi o limiti, l’accordo prevede la possibilità di prelievo forzoso dei soldi dei cittadini, in quest’ordine: le azioni, le obbligazioni e i risparmi al di sopra dei centomila euro. E se questi non bastano? Si scende, oppure si chiede un prestito alla Troijka europea. I governi nazionali non possono fare nulla per impedirlo, e i deputati europei che tra due mesi saremo chiamati a eleggere a Bruxelles non saranno nemmeno interpellati su questi temi.
A posto così.
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lunedì 31 marzo 2014
Eurocrazia e indipendenza (fumetto)
Dopo ieri, continuiamo con l'esperimento pseudofumettistico.
Il post di oggi riguarda il risveglio identitario ed indipendentista in Europa: a partire dai Catalani, passando per gli Scozzesi, e arrivando ai Siciliani, che ieri hanno realizzato una grandiosa marcia per l'indipendenza. E il Sistema? L'Eurocrazia? Se ne sbatte, minimizzando la rabbia dei popoli.
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giovedì 27 marzo 2014
Anche Bilbao sul punto di insorgere
La Spagna guidata da Mariano Rajoy continua ad essere una delle polveriere d’Europa.
A pochi mesi dal referendum indipendentista della Catalunya, anche i Paesi Baschi (più correttamente Euskadi, come i baschi chiamano la loro terra in lingua madre) hanno ricominciato a serrare le fila e ad alzare la voce contro il governo di Madrid. A meno di tre anni dal cessate il fuoco unilaterale deciso dall’ETA, la Spagna si ritrova di fronte ad un nuovo “problema basco”. Stavolta, però, non potrà far valere per tutti la generica accusa di “terroristi”, in quanto il fronte politico che chiede l’indipendenza dell’Euskadi dalla Spagna è molto variegato e va dalla sinistra radicale, figlia della diaspora seguita allo scioglimento di Batasuna, ai cristiano-sociali del Partito Nazionalista Basco (Euzko Alderdi Jeltzalea, EAJ). Difficile definire terroristi i democristiani baschi!
La prima prova di forza e di unità del nuovamente coeso movimento indipendentista basco, sempre più sostenuto dalla popolazione, si è avuta tre mesi fa, in occasione dell’annuale marcia tra le strade di Bilbao. Quest’anno si è registrata una partecipazione storica, “oceanica” secondo quanto riportato dai mass media spagnoli e europei, e l’alleanza tra le varie anime del nazionalismo basco ha ricalcato un po’ il sentiero tracciato dagli omologhi catalani, che sono riusciti a superare i vecchi steccati e ad anteporre l’interesse della Comunità alle piccole logiche di partito.
Il movimento basco ha trovato rinnovato vigore anche nella politica repressiva che il governo Rajoy ha realizzato contro i militanti indipendentisti: gli slogan a favore dei tanti baschi in carcere, sia in Spagna che all’estero, uniti agli slogan contro Rajoy e contro il governo madrileno, sono stati il punto di incontro tra le varie anime del separatismo basco. Anche i più moderati e conservatori hanno compreso che il Sistema Spagna, inserito nella gabbia Unione Europea, non può che peggiorare le condizioni di vita dei baschi.
Come ha reagito Rajoy? Con la solita chiusura mentale di chi, dopo aver già dichiarato “illegale e incostituzionale” il referendum indipendentista che si terrà in Catalunya in autunno, non lascia intravedere spiragli per una soluzione pacifica dell’antico problema basco.
Dopo Barcellona ed Edimburgo, anche Bilbao ha visto incarnarsi le aspirazioni di libertà e autonomia dei popoli europei. Tra qualche giorno tocca a Palermo mettersi in marcia, per l’indipendenza della Sicilia.
L’Europa, e i vetusti stati nazionali che la compongono, non può più dormire sonni tranquilli.
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domenica 16 marzo 2014
Gli eurocrati temono le secessioni. Non le appoggiano.
Il mio articolo per Insorgenza.it
Da qualche mese si rincorrono voci insistenti riguardanti un presunto appoggio dell’ Eurocrazia (lobbies economiche e militari, banche, massonerie) ai vari movimenti secessionisti che stanno creando subbuglio in Europa. La vulgata ha preso il via da un articolo apparso sul sito Hescaton, e ripreso dal portale Wall Street Italia. In questo articolo si parla di due modelli di Europa: l’Europa centripeta, che attira gli Stati nazionali verso di sè, e che ha lo scopo di creare uno Stato Europeo capace di competere con Usa, Russia, Cina e paesi sudamericani; l’Europa centrifuga, che favorirebbe i secessionismi al fine di far esplodere gli stati nazionali per meglio dominare i popoli.
E’ difficile credere che due processi totalmente opposti, e in contraddizione tra loro, possano essere stati partoriti e organizzati dalla stessa congrega di burocrati europei; ma tant’è, i media di regime si stanno dando da fare per far passare, negli ultimi messi, questo messaggio: i movimenti secessionisti sono appoggiati dagli eurocrati. Logica conseguenza di questo ragionamento: chi sostiene e chi milita in questi movimenti è un utile idiota nelle mani del Sistema globale. Conclusione: i secessionismi sono specchietti per le allodole e non sono la via d’uscita per i Popoli europei.
Inutile dire che tale ragionamento non ci convince affatto! Da quando l’Unione Europea avrebbe messo in preventivo la possibilità di abbandonare il progetto di superstato europeo, ripiegando sul classico “divide et impera” di romana memoria? In realtà, tutte le politiche messe in atto in questi anni dimostrano l’esatto contrario: il progetto di Europa Unita S.p.a. non può essere messo in discussione in alcun modo, anche a rischio di ridurre alla fame i popoli degli Stati europei. E se i popoli si ribellano? Non interessa, il problema è dei governi-fantoccio che gli eurocrati hanno finanziato e imposto, arrivando persino a far ripetere le elezioni nel caso in cui il responso delle urne non fosse quello sperato (il caso Grecia è emblematico in tal senso).
Il tentativo di creare questo “spauracchio secessionista”, questo spettro che si aggira per la “splendida Europa” liberaldemocratica (e liberista), non può trovare sponda e va contrastato con forza. Se i popoli decidessero di frantumare gli Stati nazionali, giacobini per ispirazione e decisamente desueti, l’Eurocrazia non ne trarrebbe alcun vantaggio, bensì correrebbe il rischio di veder messo in discussione il suo strapotere liberticida e antidemocratico. A partire dallo strumento principe del dominio: l’Euro, una moneta talmente invisa che, qualora i secessionismi trionfassero, quasi sicuramente la toglierebbero dalla circolazione, sostituendola con monete nazionali a sovranità popolare. E a chi ci dice che le catene europee sono catene d’oro, noi rispondiamo: sono catene, vanno spezzate.
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martedì 25 febbraio 2014
Il falso bivio dell'Ucraina
Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it
Sono giorni che i mass media di tutto il mondo dedicano pagine di giornale, servizi di cronaca e trasmissioni di approfondimento sulla “Situazione Ucraina”.
Le immagini degli scontri tra apparati del regime filorusso di Yanukovic e i manifestanti europeisti della variegata e destrorsa Opposizione scorrono davanti ai nostri occhi, generando brividi sulla pelle e nelle anime. L’informazione liberale e sedicente democratica sta imponendo una chiave di lettura che non lascia spazio ad altre interpretazioni: l’Ucraina è di fronte ad un bivio.
Da un lato, il regime di Yanukovic (democraticamente eletto, ma la storia ci insegna che non basta vincere le elezioni per essere democratici), appiattito sulle posizioni della Russia putiniana ed economicamente dipendente dalla stessa; dall’altra, l’Europa liberaldemocratica e liberista, dove è possibile realizzarsi ed emanciparsi definitivamente dal giogo sovietico, che la caduta del famigerato Muro di Berlino non avrebbe intaccato più di tanto.
L’arcinoto “American Dream” dei decenni passati sta lasciando posto, soprattutto nell’orizzonte dei popoli dell’Europa orientale, al “Sogno Europeo”: entrambi da considerarsi effimere chimere, fondate su un sistema liberticida ed antidemocratico, globalizzante e – per questo motivo – nemico di ogni identità. Le lobbies economiche che determinano le politiche del cosiddetto Occidente (a est e a ovest dell’Atlantico) stanno spingendo affinché la situazione ucraina abbia un solo sbocco accettabile: la fine del regime filorusso di Yanukovic e l’instaurazione di un regime filoeuropeo, sempre più liberista e “occidentale”, retto da una accozzaglia di nazionalisti, populisti e liberali. Il bivio di fronte al Popolo ucraino è de facto un falso bivio: la scelta non è tra la tirannide e la libertà, ma tra un padrone e un altro. Le pressioni che Germania, Francia e Polonia stanno facendo a Yanukovic non sono mosse da alcun intento umanitario, ma solo dal desiderio di accelerare sul sentiero della transizione, garantendo a Yanukovic una sorta di lasciacondotto per i suoi innegabili crimini. Il tutto nel quadro di un maggiore isolamento della Russia putiniana, con cui sarebbe sempre più facile fare affari a prezzo ribassato.
Ed ecco che si arriva alle notizie di queste ore: accordo siglato tra governo ucraino e opposizione; liberazione della Timoshenko (la quale aveva detto che “con Yanukovic non si tratta, chi lo fa è da considerarsi un traditore”); governo di unità nazionale; limitazione dei poteri del presidente e ritorno alla Costituzione del 2004; amnistia per tutti i manifestanti.
Tutto finito, insomma. I cattivi hanno perso e i buoni hanno vinto. Adesso un radioso futuro si apre all’orizzonte dell’Ucraina. Un raggiante Sol dell’Avvenire. N’ata vota.
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lunedì 17 febbraio 2014
Renzi's italian job
Il mio articolo per Insorgenza.it
Renzi silura Letta come D’Alema silurò Prodi. Andare a Palazzo Chigi senza essere eletti (nel caso di Renzi, senza nemmeno essere deputati).
Come vede il Mondo questa ennesima “fregatura all’italiana”? Basta sfogliare le pagine o navigare sui siti dei principali organi di stampa esteri per scoprirlo. L’ironia regna sovrana, a cui viene aggiunto quel pizzico di cattiveria che insaporisce da sempre i giudizi dei giornalisti europei e mondiali.
Chi tratta con serietà la questione dell’avvicendamento a Palazzo Chigi tra il pisano Letta e il fiorentino Renzi, si divide in un bivio: c’è chi evidenzia l’ennesimo episodio di instabilità politica italiana e chi, al contrario, sottolinea i tratti gattopardeschi di questo “Italian Job”. Tutto deve cambiare, affinché nulla cambi? Beh, l’avvento di Renzi pare proprio rispondere a questo principio (che, in alcuni club di potere, diventa una vera e propria necessità).
Il Wall Street Journal dice che “il premier italiano si dimette dopo l’ammutinamento” del suo partito. Con freddezza e distacco, il WSJ fa capire che la notizia sposta davvero poco: va data perché va data, ma i lettori del principale quotidiano finanziario statunitense possono stare tranquilli sulla continuità delle politiche sociali ed economiche in Italia…
Geniale il titolo dello spagnolo La Razon: “Renzusconi fulmina Letta e lo costringe alle dimissioni” ponendogli contro tutto il suo partito. ABC sottolinea che quello di Renzi sarà “il terzo governo in due anni”, sottolineando l’instabilità della situazione italiana. Mentre il Financial Times e El Pais pongono l’accento sulla fragilità della coalizione che ha sostenuto il Governo Letta e che sosterrà il Governo Renzi, El Mundo fa notare che “Renzi forza le dimissioni di Letta” per andare al governo senza elezioni. La Voz dice semplicemente che Letta rinuncia ad essere primo ministro, mentre City A.M. sottolinea la “crisi dei politici italiani”, di cui le dimissioni forzate di Letta rappresentano solo l’ennesimo episodio. La Vanguardia chiama Renzi “emergente leader italiano”; El Periòdico evidenzia “il nuovo episodio di instabilità politica a Roma”: si consuma un’altra guerra nella “Izquierda italiana” (la Sinistra italiana, perché per molti il PD è ancora un partito di sinistra…), e il sindaco di Firenze “sarà il nuovo Primo Ministro e aspira a governare fino al 2018″. Ottimista, invece, è Les Echos, che parla di Renzi come di “un nuovo uomo forte in Italia per accelerare le riforme”. E gli svizzeri? Oltre ad essere sempre più convinti del risultato referendario sull’immigrazione, sottolineano con ironia le vicissitudini italiche. Addirittura Il Corriere del Ticino commenta la rottamazione di Letta come “la spallata del maschio Alfa”…
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giovedì 13 febbraio 2014
Addio, Lugano bella…
Partiamo dal principio: i cittadini di uno Stato sovrano si sono espressi su un tema fondamentale quale è l’immigrazione grazie ad uno strumento di democrazia diretta come il referendum. Non è cosa da poco, in questa Europa che impone trattati e politiche monetarie senza mai chiedere ai Popoli di esprimersi. Anzi, tutte le volte che i Popoli si sono espressi – sconfessando clamorosamente le decisioni degli eurotecnocrati – l’Unione Europea ha cambiato le carte in tavola, in puro stile italiano: ricordate il ministero dell’Agricoltura, abolito da un referendum popolare, e sostituito dal ministero delle Politiche Agricole?
Ora analizziamo i dati: ha vinto il fronte favorevole ad una limitazione dei flussi migratori con il 50,3%, mentre il fronte del NO ha raggiunto il 49,7%. In pratica, meno di 25mila voti hanno determinato la vittoria delle formazioni politiche euroscettiche e di destra (l’aggettivo “nazionalista” poco si addice ad una realtà come la Svizzera). Notevoli sono le differenze da cantone a cantone: in quelli di lingua francese hanno prevalso i NO, mentre nel Canton Ticino hanno stravinto i SI. Il contatto con i frontalieri lombardi ha decisamente stancato e infastidito i ticinesi, il cui partito politico – la Lega dei Ticinesi, una sorta di Lega Nord – è diventato famoso per i manifesti in cui i lombardi venivano rappresentati come topi. La Lega dei Ticinesi è stato tra i partiti maggiormente attivi nella campagna referendaria, insieme all’Unione Democratica di Centro.
La vittoria del “referendum antimigranti” (così è stato ribattezzato dai media europei di regime) è stata accolta negativamente dagli Eurotecnocrati, difensori a spada tratta del trattato di Schengen. Può sembrare paradossale, ma non lo è affatto: la libera circolazione delle merci è sempre stata anteposta alla libera circolazione degli individui, fin dagli albori di questa farsa chiamata Unione Europea; era facilmente pronosticabile che, invece di ampliare la libertà di circolazione delle persone limitando quella delle merci, i movimenti popolari avrebbero generato una reazione esattamente contraria. Così infatti è stato, e così sarà se si continuerà a seguire i dettami della globalizzazione capitalista fregandosene delle identità, delle specificità, dei territori. Questa Europa fa paura ai popoli e alle comunità. La sentono distante, quando va bene; nemica, quando va male. Come dargli torto? Un cittadino avverte la presenza dell’Europa sia quando si tratta di stabilire le quote latte o il numero di semini dentro le arance, sia quando vengono decise, a livello continentale e transcontinentale, le politiche regressive e liberticide in campo economico e sociale dei prossimi decenni. Per il resto, l’Europa è una utopia mai realizzata e, conservando le fondamenta liberiste e universaliste, sarà sempre più irrealizzabile.
Il voto svizzero non va analizzato né giudicato utilizzando le categorie del progressismo e del conservatorismo, ma va considerato per quello che è: la reazione dei cittadini di un piccolo Stato nel cuore dell’Europa, i quali hanno osservato terrorizzati le immagini provenienti dalla Grecia, dalla Spagna e da Lampedusa. Cittadini che hanno appena cominciato ad avere la schiena ferita dalle frustate del Sistema Europa.
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domenica 15 dicembre 2013
L’Europa degli inciuci: anche la Germania applica il “modello italiota”
Il mio articolo pubblicato sul sito di Insorgenza Civile
Che i tedeschi siano stati gli inventori della Grosse Koalition è risaputo. Che il sistema tedesco ormai non riesca a produrre, da varie legislature, maggioranze chiare e distinguibili è una anomalia, che pare ispirata all’Italia.
Sì, è una “anomalia italiana” visto che proprio l’Italia è famosa per la cronica incapacità di dar vita a governi forti e a maggioranze coese persino quando le elezioni favoriscono nettamente un candidato (l’ultimo governo Berlusconi poteva contare sulla maggioranza più ampia della storia repubblicana, eppure…).
Figuriamoci, poi, quando le urne danno un responso di sostanziale parità tra due o tre poli: la paralisi totale, ciò che il sistema finanziario europeo e mondiale non può assolutamente permettersi.
E’ assolutamente necessario dar vita a governicchi, persino a grosse coalizioni o larghe intese, affinché “si tuteli la stabilità”, si metta mano “alle riforme urgenti di cui ha bisogno il Paese”, e altre amenità del genere.
La grande coalizione tedesca permetterà alla Merkel di diventare, per la terza volta, cancelliere della repubblica federale (eguagliando Adenauer e Kohl), nonostante il suo partito, la CDU, non avesse vinto le elezioni. A darle una mano ci penseranno quei fenomeni della SPD, sempre più dediti all’autolesionismo tipico del PD nostrano.
L’ultima volta che la SPD hanno realizzato una grande coalizione con la Merkel, hanno raggiunto il secondo peggior risultato della loro storia (parliamo di un partito centenario…). E allora? Cosa facciamo? Cambiamo marcia e la piantiamo di sostenere governi indecenti, che garantiscono solo i potentati economico-finanziari e demoliscono le condizioni di lavoro e di vita dei tedeschi (e degli europei, visto che la Germania è la “padrona del vapore” in Europa)? Ovviamente no! Facciamo un’altra volta una grande coalizione, e inventiamoci pure una sorta di primarie del programma di governo (notare l’ascendenza del tafazzismo piddino, danke); facciamo votare i nostri iscritti dicendogli che l’alternativa all’alleanza con la Merkel è il baratro dello stallo, con conseguenti nuove elezioni (perché allearsi coi pericolosi bolscevichi della Linke e coi Verdi non è nemmeno in discussione); prendiamo un plebiscito e diciamo alla Merkel: “Ok, la nostra base è favorevole”.
Secondo voi, questo governo sarà nel segno dell’alternativa o della continuità con le politiche di austerity che stanno condannando i popoli europei alla canna del gas? Questo governo sosterrà o contrasterà le decisioni del Bildeberg e della commissione Trilaterale? Questo governo favorirà la nascita di una Europa federale dei popoli o garantirà la sopravvivenza di una Unione Europea avvertita come nemica dai cittadini europei? Non è necessario attendere i posteri, per l’ardua sentenza…
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mercoledì 20 giugno 2012
Truffa elettorale in salsa greca
Subito dopo le elezioni greche, i pennivendoli del Sistema si sono affrettati a dire che la Grecia aveva evitato il baratro. Votando per Nuova Democrazia e per Pasok, cioè per i due partiti che hanno governato negli ultimi anni e che hanno causato la crisi greca, i cittadini ellenici avevano scelto di rimanere in Europa, accettando le future manovre antipopolari e antisociali (circa 11 miliardi di euro di tasse in più, oltre a 150 mila licenziamenti). Tutti i principali giornali italiani ed europei hanno esultato: quelli di destra hanno apprezzato la vittoria di Nuova Democrazia, evitando di citare l'incredibile risultato di Syriza, la sinistra unita, che ha raggiunto il più alto risultato degli ultimi 25 anni; quelli di centrosinistra hanno apprezzato l'idea di grande coalizione tra ND e Pasok (una sorta di PD italiano), ennesimo esempio di inciucio da proporre come panacea di tutti i mali.
Ed ecco arrivare la sorpresa: solo una legge elettorale folle (un proporzionale puro con premio di maggioranza) consente a ND e Pasok di fare la grande coalizione e di governare la Grecia.
Come inequivocabilmente dimostra la foto qui sopra, la maggioranza degli elettori greci ha votato CONTRO i partiti che sostenevano le "ricette" economiche della troika Bce-Fmi-Ue.
Nuova Democrazia e Pasok hanno preso, insieme, il 41,94% dei voti. Gli "antieuropeisti" hanno preso il 45,82% dei voti. Che significa? Significa che la maggioranza dei greci NON SOSTIENE i partiti che realizzeranno le misure antisociali in cantiere. Può dirsi democratico un governo che realizza politiche osteggiate dalla maggioranza della popolazione? No, ovviamente. Eppure la democrazia liberale consente queste amenità: un premio di maggioranza di 50 seggi, consegnato al partito di maggioranza relativa, consente la formazione di una maggioranza filoeuropeista nel parlamento greco. Nuova Democrazia ha ottenuto, in base ai voti, 79 seggi a cui vanno aggiunti i 50 del premio di maggioranza. Totale 129 seggi. In pratica, il 40 % dei seggi assegnati a Nuova Democrazia non sono frutto dei voti ottenuti!
E veniamo all'Italia: scommettiamo che verrà proposta da Pd e PdL una legge elettorale simile nel metodo di ripartizione dei seggi?
La Grecia è molto più vicina di quanto l'Adriatico dimostri.
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sabato 10 marzo 2012
"L'alternativa all'Europa è l'Europa" pubblicato su Cado in Piedi
Vi ripropongo il mio articolo "L'alternativa all'Europa è l'Europa", pubblicato oggi sul sito Cado in Piedi:
http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/09/lalternativa_alleuropa_e_leuropa.html
http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/09/lalternativa_alleuropa_e_leuropa.html
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mercoledì 7 marzo 2012
Contro Monti, ma non per l'Italia
Moltissimi giornali (soprattutto quelli sovvenzionati da Berlusconi) stanno attaccando Monti per l'eccessivo europeismo e per la scarsa considerazione degli interessi nazionali. Un governo, detto in soldoni, troppo europeo e poco italiano (dando per scontato, quindi, che il governo Berlusconi tutelasse nella forma e nella sostanza il buon nome dell'Italia).
Questo patriottismo de noantri crea più danni che benefici. Basta guardare la vicenda Alitalia, che NON DOVEVA assolutamente andare ad Air France secondo i vari soloni nazionali. Soluzione? La CAI ha licenziato più lavoratori di quelli previsti nel piano Air France. Però Alitalia è rimasta italiana, eh....
Io contrasto nettamente Monti perchè egli ha difeso e difende gli ideali liberaldemocratici e liberisti che io contrasto senza sosta. Da bocconiano classico, il sig. Monti sta realizzando quelle politiche antisociali e antipopolari che manco Berlusconi è stato capace di fare. Il tutto in nome di un non meglio precisato "spauracchio Grecia", che viene sventolato a destra e, soprattutto, a manca (vedasi la condizione penosa e stomachevole del PD, che ormai è ufficialmente un partito NON di sinistra).
Monti è un uomo che ha in mente una idea di Europa OPPOSTA alla mia, visto che fondamentalemte Monti difende l'Unione BANCARIA e MONETARIA Europea, senza parlare di diritti europei, salari europei, ministeri europei, esercito europeo... insomma, Stato Europeo (cosa ontologicamente diverso dall'Europa-nazione tanto cara ai destrorsi).
E' chiaro: la caratura e la competenza di Monti e del suo governo sono DI GRAN LUNGA SUPERIORI al troiaio e all'ammasso di servi del precedente governo. Ciò non impedisce, però, di criticare aspramente questo governo. Il fatto che non sia stato eletto non rappresenta, per me, un problema: da amante della Costituzione, so bene che essa consente governi del genere, quindi mi va più che bene. Il problema non è il governo tecnico, bensì è l'insieme dei partiti che sostengono questo governo e le politiche che esso propone.
Infine, credo che il dialogo non ci possa essere con chi non vuole dialogare, o con chi mette le mani avanti: se vogliamo dialogare, rinunciate ai diritti (art. 18, ad esempio). Si può dialogare SOLO CON CHI vuole far pagare la crisi a coloro che l'hanno prodotta e a coloro che hanno di più. Altrimenti, non c'è dialogo possibile, ma solo scontro.
E scontro sia.
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lunedì 5 marzo 2012
L'alternativa all'Europa è l'Europa
Con questo articolo voglio inaugurare una nuova fase di questo blog. Voglio dedicare maggior attenzione a temi sui quali, in effetti, questo blog è stato abbastanza carente. Mi riferisco, in particolare, alle tematiche di politica estera e, in generale, alla geopolitica intesa come scienza che tratta il divenire delle forze sociali, economiche, politiche e culturali in un determinato spazio.
Dato che lo spazio in cui vivo è l'Europa (in quanto credo nel superamento dell'ormai desueto concetto ottocentesco di Stato nazionale, quindi non mi riconosco nell'Italia), voglio cominciare con l'interessarmi dell'Europa, per poi passare agli Stati Uniti, all'America Latina, all'Africa mediterranea, al Vicino Oriente, alla Russia, all'Asia.
L'ALTERNATIVA ALL'EUROPA E' L'EUROPA
In questa fase storica è davvero difficile dirsi europeisti. Se questa crisi (finanziaria, poi economica, infine sociale) ha assunto le proporzioni che tutti sappiamo, sicuramente è anche colpa dell'incapacità dimostrata dalle istituzioni europee di affrontarla in tempo e con efficacia. Ciò ha generato sfiducia nei confronti dell'Europa, che in breve tempo si è tradotta in aperta ostilità. Le decisioni che la Troika ha preso per risolvere la "questione Grecia" hanno spaventato tutti i popoli europei, convinti che anche i loro governi nazionali utilizzeranno lo spauracchio della Grecia per imporre scelte economiche antisociali. E tutto ciò avviene a pochi anni dai referendum sul Trattato di Lisbona che, dove furono tenuti, videro sempre la sconfitta del fronte europeista.
Questa Europa non piace, c'è poco da fare. Ed è difficile dar torto a chi non si fida di questa Unione Europea che sembra essere sempre più una unione economica, anzi monetaria, succube delle banche internazionali, e non una unione di popoli.
Il problema, però, non è rinunciare all'Europa in nome di un ritorno ai vecchi stati nazionali, o peggio ancora alle famigerate "piccole patrie" in nome delle quali si sono avute tragedie e divisioni. Chiunque immagini un ritorno al passato, fatto di piccoli nazionalismi di bottega o di nuovi micronazionalismi in salsa padano-celtica, dimostra di non essere capace di accettare le sfide della contemporaneità. Sfide che si combattono sempre più su scala continentale, prima ancora che globale.
Il problema, quindi, è come realizzare "un'altra Europa". Anche su questo tema si sono avute le più romantiche dissertazioni su "un'altra Europa è possibile" o sulla "Europa dei popoli": belle parole che, però, sono prive di un progettualità politica. Perchè è inimmaginabile contare qualcosa sullo scenario internazionale quando non si ha una sola e unica voce (per capirci, un unico ministro degli esteri europeo); è impensabile avere una unione monetaria senza una convergenza tra diritti, salari e stipendi, trattamenti pensionistici tra i lavoratori europei; è incomprensibile continuare a mantenere tutti questi eserciti, tra loro diversi per formazione ed equipaggiamento, senza puntare invece sun un esercito europeo; è impossibile far nascere un "sentimento nazionale" europeo senza un investimento costante sulla Cultura europea, che va insegnata nelle scuole e promossa e fomentata dai mass media.
Non c'è nessun ritorno al passato da realizzare, nè è possibile continuare sulla strada dell'Unione Bancaria Europea. Bisogna, viceversa, creare uno Stato europeo, che abbia tutte le strutture di uno stato unitario.
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martedì 28 febbraio 2012
Luca Abbà e Mario Monti
Il giorno che Luca Abbà, militante No Tav e proprietario di uno dei terreni interessati dai lavori per l'alta velocità, cade da un traliccio a seguito di un contatto coi fili dell'alta tensione durante una manifestazione per il sacrosanto diritto del popolo della valle di non avere un'opera costosa, inquinante ed inutile sul proprio territorio, un sondaggio di Repubblica informa che la fiducia nei confronti di Monti è in aumento.
Le due cose, si dirà, non sono collegate tra loro: una persona può condividere la lotta dei No Tav e contemporaneamente sostenere il Governo Monti e le sue azioni per salvare l'Italia dalla crisi. Non è vero, o almeno non lo è del tutto. Perchè le politiche che Monti ha sempre difeso e applicato, sia come Commissario Europeo sia come Premier italiano, sono le medesime politiche alla base del TAV: iperliberismo, preminenza delle decisione europee rispetto alle volontà dei territori, anteposizioni degli interessi economici rispetto a quelli sociali e ambientali. E' quindi paradossale che il governo che meglio incarna i dettami dell'Unione (Bancaria) Europea sia così apprezzato dai cittadini italiani.
Se il movimento No Tav è diventato uno dei paradigmi principali della contrapposizione ai governi dei burocrati, dei banchieri e della finanza che dominano in Europa, lo si deve principalmente al fatto che questo movimento è riuscito e sta riuscendo ad unire tutti coloro che sanno quanto pericolosa sia la situazione: chi ci governa, nella nostra nazione come in Europa, è sordo e cieco rispetto a quanto noi, cittadini o Popolo che dir si voglia, continuiamo ad urlare e a mostrare. Per quanto riguarda il TAV in particolare, non dimentichiamo che sono numerose le inchieste di questi anni, sia italiane che estere, che dimostrano quanto sia dannosa la realizzazione dell'alta velocità in Val di Susa.
I gesti estremi come quello di Luca Abbà ricordano quello di Thích Quảng Đức, ed è triste che ancora oggi bisogna immolarsi (o rischiare di farlo) affinchè qualcuno ci stia a sentire. Sono questi episodi che dimostrano quanto la democrazia liberale abbia fatto il suo tempo.
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sabato 3 dicembre 2011
Euro 2012
Europeo difficile per l'Italia, se non ridurrà il debito.
Si sono tenuti ieri i sorteggi per Euro 2012, l'ultimo con la moneta unica.
Euro 2012, la Merkel: "Si giocherà in Ucraina e in un'altra nazione che non esiste".
Europei 2012. L'Italia pesca Irlanda, Spagna e Croazia. Giocheranno nel girone bCe.
Europei 2012. L'Italia pesca Irlanda, Spagna e Croazia. Probabili scontri tra indignados.
N.B. Euro 2012: l'Italia giocherà contro Spagna, Irlanda e Croazia.
D'oggi in poi chiamatemi Nilin O'Connors.
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