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sabato 14 luglio 2012

Giustizia?



Francesco Romeo ha appena ascoltato la sentenza e non ha dubbi. E' uno degli avvocati cassazionisti difensori di uno dei cinque imputati per cui dovrà essere ricelebrato il processo d'appello.
Ci spiega meglio la sentenza? Cinque persone vanno in carcere, tre con una riduzione minima di qualche mese su una pena di oltre dieci anni. Gli altri cinque sono stati nuovamente rimandati in appello, ma solo per vedere se potranno avvalersi di un'altra riduzione di pena che fa capo alla cosiddetta «suggestione di folla in tumulto».

Quanto potrebbe valere questa attenuante?Se riconosciuta, può comportare la riduzione di un terzo della pena, ma questo è tutto da vedere.

Potrebbero evitare il carcere?Ripeto, per saperlo dovremo attendere il responso del nuovo processo di appello.

E nel frattempo sono liberi?Restano in attesa di giudizio fuori dal carcere.

Com'è andata l'ultima udienza?La requisitoria del procuratore generale Pietro Gaeta ha chiesto di confermare le sentenze di appello e di rigettare tutti i ricorsi.

Non è stata una sorpresa.No, fa parte del suo ruolo.

Per chi non è un cassazionista, colpisce che Gaeta sia lo stesso rappresentante per l'accusa del processo contro gli uomini delle forze dell'ordine. Come si spiega?No, non c'è nulla di strano, può accadere.

Però il risultato è molto diverso.E' evidente la sproporzione, in termine di privazione della libertà: chi è stato accusato di danni contro le cose va in galera, chi invece ha torturato delle persone resta libero.

E' questo l'aspetto più preoccupante della sentenza?Anche il fatto che per tutti dieci gli imputati sia stato confermato il reato di devastazione e saccheggio. Questo costituisce un precedente grave. Negli ultimi dieci anni questo reato è stato applicato in 11 sentenze. In processi che riguardano fatti di tifoserie allo stadio ma anche manifestazioni politiche come quella dell'11 marzo 2006 in corso Buenos Aires a Milano. Nei 52 anni precedenti della Repubblica solo in dieci sentenze si sono condannati degli imputati per lo stesso reato. E' evidente che c'è un'accelerazione del ricorso a questa imputazione.

E voi avvocati della difesa come avete cercato di rispondere?Noi abbiamo opposto l'argomentazione che eventualmente il reato di devastazione e saccheggio non è applicabile in questi casi perché prevederebbe dei danneggiamenti e dei furti in una zona molto più ampia di quella di cui parla l'accusa, ossia alcune specifiche strade di Genova.

Come dire che non si può fare pagare a questi dieci tutto quello che è successo a Genova in quei giorni?Tanto più se le prove a carico sono fotografie e se si ricorre al ricorso morale. Cioè l'idea per cui basta essere ritratti nei pressi dei disordini per essere considerati complici.

Adesso c'è possibilità di altre azioni legali?Per i cinque che non devono rifare l'appello no. Finisce così.

Genova 2001, ingiustizia è fatta



Una settimana dopo la sentenza Diaz, è arrivato il verdetto definitivo di Cassazione per un altro grande processo del G8 di Genova, quello contro 10 manifestanti accusati di violenze di piazza nelle giornate di scontri del 20 e del 21 luglio 2001. I giudici sono entrati in camera di consiglio nel tardo pomeriggio. Poco fa la decisione: condanne più lievi per otto dei dieci imputati. La Prima Sezione Penale della Cassazione, invece, ha confermato in toto la condanna d’appello per soli due imputati. Tutti, però, sono stati riconosciuti responsabili del reato di devastazione e saccheggio. Contestualmente, inoltre, la Suprema Corte ha annullato con rinvio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Genova, la pena inflitta a cinque no-global affinché ci sia una nuova valutazione sul diniego dell’attenuante “di aver agito per suggestione di una folla in tumulto”. Si tratta di: Carlo Arculeo, Antonino Valguarnera, Luca Finotti, Dario Ursino e Carlo Cuccomarino. La loro posizione dovrà dunque essere riesaminata. Inoltre è stata annullata senza rinvio la condanna per Marina Cugnaschi, Vincenzo Vecchi, Luca Finotti e Francesco Puglisi per il solo reato di detenzione di molotov, con sconto di pena compreso tra un anno e nove mesi. Le uniche condanne confermate sono quelle di Ines Morasca (6 anni e 6 mesi) e Alberto Funaro (10 anni).

Il procuratore generale Pietro Gaeta – lo stesso che ha ottenuto le condanne per tutti i 25 poliziotti imputati per l’irruzione nella scuola genovese – aveva chiesto la conferma di tutte le pene comminate in appello il 9 ottobre 2009. Condanne pesantissime, dagli 8 ai 15 anni di reclusione, dovute alla contestazione del reato di devastazione e saccheggio. Proprio contro l’applicazione di questa fattispecie, raramente utilizzata prima del 2001, la “Campagna 10X100 Genova non è finita“ ha raccolto in un mese circa 30mila firme, consegnate oggi al direttore amministrativo della Corte di Cassazione.

Nella requisitoria durata un’ora e mezzo, il pg Gaeta ha sottolineato che “l’ordine pubblico a Genova fu posto in pericolo”, dunque la Corte d’appello del capoluogo ligure ha inflitto le condanne “graduando perfettamente le pene anche nel giudizio di personalità, vale a dire tenendo ben presente i fatti specifici” di cui si resero protagonisti i dieci manifestanti, molti dei quali sfilarono con gruppi di “black bloc“, responsabili di decine di episodi di danneggiamento.
“Il concetto di devastazione è un atteggiamento sistematico tutt’altro che indeterminato” ha sostenuto Gaeta. “Mentre il reato più lieve di danneggiamento si esaurisce infatti nella lesione della proprietà individuale, la devastazione incide sull’ordine pubblico. Con la devastazione si vuole dimostrare la contrapposizione non negoziabile. Insomma, la devastazione è la messa in discussione dell’ordine civile. Dove c’è devastazione, non ci può essere altra manifestazione di pensiero”.
Il Pg ha ripreso la sentenza d’appello riguardo all’uso dei mezzi “per realizzare il danneggiamento: dal lancio delle pietre, al getto delle molotov, alla rimozione dei cassonetti… insomma, il danneggiamento non è stato un fatto isolato ma sistematico e preordinato”.
Da qui la pesantezza delle pene inflitte in appello, che se confermate, aprirebbero le porte del carcere per i condannati : Francesco Puglisi, 15 anni di reclusione; Vincenzo Vecchi, 13 anni; Marina Cugnaschi, 12 anni e 3 mesi; Alberto Funaro, 10 anni; Carlo Arculeo, 8 anni; Luca Finotti, 10 anni e 9 mesi; Antonino Valguarnera, 8 anni (leggi la sua intervista a ilfattoquotidianono.it); Carlo Cuccomarino, 8 anni; Dario Ursino, 7 anni; Ines Morasca, 6 anni e 6 mesi.
Nel processo di primo grado le condanne erano state 25, ma fin da subito era emersa una distinzione tra gli imputati appartenenti alle diverse “anime” del movimento: la contestazione del reato di devastazione e saccheggio per gli imputati accusati di far parte del blocco nero; la contestazione di relati più lievi, come il danneggiamento e la resistenza – via via caduti in prescrizione – per tutti gli altri. In particolare per chi reagì alla carica dei carabinieri al corteo dei Disobbedienti in via Tolemaide il 20 luglio, fino a quel momento pacifico. Una carica che le sentenze di primo e secondo grado hanno bollato come illegittima e arbitrariamente violenta, riconoscendo ai manifestanti una sorta di legittima difesa.
Decine di attivisti vicini al movimento “no global” attendono il verdetto della corte di Cassazione a Roma e in altre città, dove sono state indette manifestazioni. La campagna “Genova 2001 non è finita, 10X100 anni di carcere” ha già raccolto il sostegno di molti esponenti del mondo della cultura, tra i quali Erri De Luca, Ascanio Celestini, Daniele Vicari (regista, tra l’altro, del film “Diaz”), Giorgio Tirabassi, Valerio Mastrandrea, Elio Germano. In piazza Cavour, di fronte alla Cassazione, i militanti hanno srotolato uno striscione che recita: “Chi saccheggia è lo Stato. Tutti liberi. Chi devasta è il capitale”.
Con la sentenza di oggi si chiude il penultimo grande processo sul G8 del 2001. Deve ancora approdare in Cassazione quello relativo alle violenze sui manifestanti detenuti alla caserma di Bolzaneto. Il 6 marzo 2010 la Corte d’appello di Genova ha condannato per vari reati tutti e 44 gli imputati (tra forze di polizia e personale dell’amministrazione penitenziaria), anche se per 37 di loro è arrivata la prescrizione.

tratto da Il Fatto Quotidiano

lunedì 25 giugno 2012

L'omicidio Aldrovandi e i maiali



Vi sottopongo un interessante articolo de Il Fatto Quotidiano, al termine del quale vi invito a riflettere su questo: quali sono i veri maiali?


“La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!”. Sono le parole che si leggono su Facebook. Le firma tale Sergio Bandoli sulla bacheca di Prima Difesa Due, l’account dell’omonima associazione che si prefigge la difesa a oltranza delle forze dell’ordine. Nel processo Aldrovandi era presente sia in Appello che in Cassazione, dove ha portato addirittura il legale di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, a perorare la causa dei quattro poliziotti condannati con sentenza definitiva per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi.

“Prima difesa tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle Forze dell’Ordine e Forze Armate, noi tuteliamo i primi difensori” scrive nella presentazione la presidente Simona Cenni, che in un post di commento alla sentenza della Cassazione del 21 giugno “grida” in maiuscolo il proprio disappunto – qui usiamo noi un eufemismo – per l’intervista di Patrizia Moretti, la madre del ragazzo ucciso nel settembre del 2005 a Ferrara: “Avete sentito la mamma di Aldrovandi… fermate questo scempio per dio… vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere… io sono una bestiaaaaa”.

L’amo è lanciato. Il primo ad abboccare è questo iscritto al gruppo, Sergio Bandoli. Avatar con foto e cappello di alpino con penna nera. Ma la penna che gli fa paragonare Federico a un “cucciolo di maiale” riesce a gelare le vene ai polsi. I commentatori continuano sulla stessa lunghezza d’onda, fino a uno dei poliziotti condannati, Paolo Forlani, che interviene direttamente.

“Che faccia da culo che aveva sul tg – così descrive la madre orfana del figlio su cui lui e i suoi colleghi hanno rotto due manganelli -… una falsa e ipocrita… spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (il risarcimento da parte dello Stato, ndr) possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…”.

Forlani fortunatamente premette di avere “massimo rispetto per Federico”, ma sui suoi genitori usa il pugno duro. Come ha fatto d’altronde con loro figlio: “non vi auguro nulla di simile – scrive sulla pagina di Prima Difesa – ma vi posso dire che siamo stati calpestati nei nostri diritti e ripeto prima di parlare dovete leggere gli atti e non i giornali […], io sfido chiunque a leggere gli atti e trovare un verbale dove dice che Federico e morto per le lesioni che ha subito… […] noi paghiamo per le colpe di una famiglia che pur sapendo dei problemi del proprio figlio non hanno fatto niente per aiutarlo e stiamo pagando per gli errori dei genitori”.

Quanto agli atti, forse bastano le sentenze per rispondere all’agente. In quella di primo grado il giudice Caruso parlò di “grossolanità, incontrollato e abnorme uso della violenza fisica da parte degli agenti, dissociata da effettive necessità”; “un furioso corpo a corpo tra gli agenti di polizia e Federico, durante il quale vennero rotti due manganelli, con i quali colpirono l’Aldrovandi in varie parti del corpo, continuando dopo che lo stesso era stato costretto a terra e qui immobilizzato al suolo, nonostante i verosimili ma impari tentativi del ragazzo di sottrarsi alla pesante azione di contenimento che ne limitava il respiro e la circolazione”.

Stesso discorso per gli atti del secondo grado: i giudici della Corte d’Appello sottolinearono la “manovra di arresto, contenimento e immobilizzazione” attuata “con estrema violenza e con modalità scorrette e lesive, quasi volessero ‘punire’ Aldrovandi”.

Ora si aprirà inevitabilmente un altro capitolo della vicenda, con la querela per diffamazione che la Moretti ha depositato oggi pomeriggio davanti ai carabinieri di Ferrara. Destinatari Forlani, Bandoli e Cenni.

giovedì 1 marzo 2012

Abuso di Polizia



In questi giorni caldi in cui si solidarizza con un carabiniere chiamato "pecorella" da un manifestante No Tav (disarmato e a volto scoperto), l'informazione di regime evita di mostrare il vero volto della repressione. Un esempio è il video sopra postato, che testimonia l'ENNESIMO abuso di cui si sono resi protagonisti i poliziotti. Guardate e valutate.
Non voglio generalizzare: sicuramente tra le forze dell'ordine vi sono persone serie e competenti, che provano un ribrezzo ancora maggiore del mio nel vedere quali abusi sono capaci di realizzare i loro colleghi.
Va però detto che, per l'ENNESIMA VOLTA, questo abuso resterà impunito: non vi sono numeri identificativi su caschi e divise, pertanto i presenti non potranno far altro che denunciare "contro ignoti" questo episodio.
E tutto ciò si ripete ogni santo giorno, in Val di Susa come in piazza, allo stadio come in corteo. Abusi su abusi, senza che i colpevoli vengano mai beccati e condannati.

Una cosa, però, devo dirla. A tutta la sinistra e a tutti i sinistri: Pasolini ha scritto una CAZZATA nella poesia "Il PCI ai giovani"!
Sicuramente i poliziotti e i carabinieri saranno proletari e figli di proletari... ma hanno fatto una scelta di vita: servire il Potere. E se il Potere (come in Grecia) decide di dissanguare un Popolo, le forze dell'ordine si mettono CONTRO il Popolo. Se il Potere ha deciso che bisogna fare un'opera inutile, costosa e inquinante in Val Susa, per far pappare ai soliti noti i miliardi europei, e il Popolo che vive quelle terre si oppone... le forze dell'ordine si mettono CONTRO il Popolo.

Quindi, cari poliziotti e cari carabinieri: non ve lo ha detto il medico di fare questo mestiere. Se avete deciso di servire un Potere che ammazza, dissangua, distrugge con l'ingiustizia e il malaffare ogni speranza di democrazia e libertà, poi non vi lamentate dell'ostilità dei cittadini nei vostri confronti.