Visualizzazione post con etichetta Movimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Movimenti. Mostra tutti i post

mercoledì 5 settembre 2012

"La Tav si farà". Allora non ci siamo capiti.



L'incontro tra Monti e Hollande ha evidenziato la volontà di realizzare una "grande sinergia" sui temi fondamentali dell'Europa: la crescita, l'euro, l'occupazione... e il Tav!
O meglio, LA Tav, come si ostinano a chiamare IL Treno ad Alta Velocità Torino-Lione. I bocconiani saranno anche dei geni in economia... ma con il volgare fiorentino a cui diamo il nome di "italiano" non hanno molta dimestichezza.
Ciò detto, Monti ha dichiarato che è un "segno concreto della volontà dei nostri paesi dare completa realizzazione a quell'opera di alto interesse che è la Tav tra Torino e Lione". Alto interesse per chi? Chi ci guadagna dal Tav? A questa domanda, Monti e i bocconiani di destra, di centro e di sinistra omettono di rispondere da decenni. Le popolazioni valsusine, viceversa, sono 20 anni che rispondono: "Non è nei nostri interessi!"; visto che abitano quei territori e li abiteranno anche dopo che avranno fatto un buco in una montagna zeppa di amianto, forse bisognerebbe ascoltarli. I nostri governanti, di ogni schieramento politico, si dicono e si autoproclamano convinti federalisti: è alquanto originale la visione di un federalismo che impone sui territori una scelta presa dal potere centrale! Ma i paladini del federalismo in salsa padana, i mariuoli leghisti, che dicono? Niente! Come ogni forza politica filosistema che si rispetti, la Lega appoggia il progetto-Tav e non ascolta le proteste e le proposte alternative delle popolazioni valligiane. 
Quale strada rimane ai valsusini? Nessuna, tranne l'opposizione dura e radicale alla violenza di Stato e di Sistema. Chiunque abbia proposto nel passato la strada del dialogo ha subito sconfitte clamorose nei fatti, perché le istituzioni si sono dimostrate indisposte ad ascoltare e a mettere in discussione questo infausto progetto.

Do svidanija

mercoledì 27 giugno 2012

Ripartire dal Sud e rivoltare il paese



Sabato in piazza a Napoli per “Ripartire dal Sud e rivoltare il paese”: Cremaschi: “Connettere le vertenze sociali e sindacali del Meridione”. Una manifestazione contro un dispositivo autoritario contro i settori popolari.

"Assume particolare importanza la manifestazione di Napoli, del prossimo Sabato 30 giugno, organizzata dal Comitato No/Debito nazionale in sinergia con centri sociali e organizzazioni del sindacalismo di base e conflittuale, nel quadro della mobilitazione permanente contro i variegati effetti antisociali del governo Monti in corso, da mesi, nel paese” così dichiara, Giorgio Cremaschi portavoce del Comitato No/Debito, il quale invita a sostenere la piattaforma rivendicativa “Ripartiamo dal Sud, rivoltiamo il paese” la quale mette a centro della mobilitazione di Napoli la necessità di connettere la tante vertenze sociali e sindacali che attraversano il territorio meridionale a partire dalla orgogliosa rivendicazione delle proteste contro il sistema/Equitalia che, particolarmente, nel Sud d’Italia, rappresenta un dispositivo autoritario rivolto, prevalentemente, contro i ceti sociali subalterni. Ritornare in piazza a Napoli sabato 30 giugno – conclude Giorgio Cremaschi, è una necessità urgente per articolare e generalizzare la mobilitazione che stiamo alimentando nel paese e che dovrà rafforzarsi sempre più anche in vista degli ulteriori affondi che i poteri forti del capitale, nazionale e multinazionale, stanno preparando per scaricare, con ancora più virulenza, i costi della crisi sulla pelle dei ceti popolari.

Il prossimo 30 giugno, Napoli si candida dare un appuntamento di mobilitazione ampio con un corteo che vedrà la partecipazione di delegazioni anche di altre regioni ed a lanciare un messaggio chiaro e forte contro il Governo Monti, la Controriforma Fornero e per la chiusura di Equitalia. 
Le realtà sociali, politiche e sindacali che aderiscono sono ormai tante: dall’Unione Sindacale di Base alla rete Commons, dal Laboratorio occupato Insurgencia al Sindacato lavoratori in lotta, dai Precari Bros organizzati alla Rete dei Comunisti, da Rifondazione Comunista-Federazione della Sinistra al Comitato nazionale No debito nazionale. 
”Stop Equitalia, Stop precarietà”, è lo slogan che oggi hanno fatto proprio gli organizzatori in occasione della conferenza stampa che ha presentato il corteo del 30 giugno prossimo a Napoli. “Il nostro messaggio non è certo quello di non pagare le tasse - hanno spiegato - piuttosto chiediamo la dismissione dei metodi da usura e una sanatoria del debito per le fasce deboli della popolazione”. 
”Pretendiamo nuovi diritti e non una nuova precarietà”. Da qui al 30 giugno in una città che, contro Equitalia, ha già visto scontri anche duri, gli attivisti annunciano azioni a sorprese. Intanto, in occasione del corteo arriveranno a Napoli anche delegazioni da Puglia, Calabria, Abruzzo, Lazio.

Tratto da Contropiano.org

martedì 26 giugno 2012

Cinecittà, in fiamme il Corto Circuito



Il famoso centro sociale Corto Circuito, nato e sviluppatosi nel quartiere di Cinecittà, è andato a fuoco stamattina, verso le 5:30. Ancora non si conosce la causa dell'incendio: sulle prime, sembra un problema elettrico; ma gli attivisti del Corto non escludono nulla. La memoria, come è normale, corre al lontano 19 maggio 1991, quando alcuni fascisti appiccarono il fuoco al centro sociale e causarono la morte di Auro Bruni. Proprio questo precedente spinge tutti alla prudenza.
Intanto i militanti dello storico centro sociale capitolino si sono già messi all'opera per ricostruire la palestra, la mensa, e tutti gli spazi sociali autogestiti che hanno reso il Corto Circuito famoso negli anni. "Chiediamo a tutta la città, e non solo, una mano lanciando la campagna "Senza Corto non so stare". Per dare un contributo si può già sottoscrivere al conto bancario codice iban IT43O0301503200000000125925 causale ricostruzione cortocircuito".
Sabotag esprime la propria solidarietà ai militanti del Corto Circuito, e parteciperà alle iniziative che si metteranno in cantiere per favorire la ricostruzione, anzi la rinascita, del centro sociale di Cinecittà.

Domani sera, alle ore 20, si terrà una cena sociale per il finanziamento della ricostruzione.

martedì 19 giugno 2012

E' nato lo spazio sociale Roberto Scialabba


Occupati i locali di Via Calpurnio Fiamma 136: nasce lo spazio sociale Roberto Scialabba!


Perché una mattina ti svegli e sotto casa hanno aperto una sala scommesse…
Abbiamo occupato i locali di Via Calpurnio Fiamma 136 per ridarli al quartiere e  farne un laboratorio al servizio delle lotte e dell’autorganizzazione!
Monti e il suo stuolo di politicanti ( da PD a PDL) proseguono sulla via del massacro sociale: in nome del “pareggio di bilancio”, il governo delle banche e di Confindustria,  porta avanti  con un attacco senza precedenti, la sua politica di “risanamento” che per le famiglie, i giovani e gli anziani si traduce in perdita di posti di lavoro, aumento della precarietà e della disoccupazione, perdita dei servizi primari, dalla sanità all’istruzione al diritto alla casa. Mutui ed affitti insostenibili, nuove tasse ed Equitalia a regolare i conti.
Anche a Roma l’aumento del biglietto dei trasporti pubblici, i colpi di mano alla Costituzione per delegittimare il Referendum e svendere la gestione di Acea ai grandi signori delle speculazioni, e infine l’introduzione dell’IMU sono l’ennesimo inchino di Alemanno al governo degli affaristi, sulla pelle dei cittadini.
Oggi dire no a questa politica non basta più! Per opporci seriamente a questa deriva bisogna organizzarsi e rispondere a questi attacchi in maniera efficace, iniziare a ricostruire un tessuto sociale di solidarietà e sostegno reciproco a partire dai luoghi in cui viviamo.
Per questo abbiamo deciso di fare quello che le istituzioni non fanno e non hanno interesse a fare! Abbiamo deciso di  “aprire  una porta”  e restituire al quartiere e ai suoi cittadini uno dei tanti edifici abbandonati all’incuria dalle istituzioni togliendolo dal mirino di future speculazioni!
Il patrimonio pubblico immobiliare è un bene comune! Vogliamo valorizzarlo per migliorare le condizioni e la vivibilità del quartiere, per contrastare il degrado e la guerra fra poveri, per farne uno spazio di organizzazione, di aggregazione sociale e culturale per chiunque, in maniera sana e costruttiva, voglia darsi da fare per iniziare a cambiare le cose.
Dedichiamo l’intitolazione dello Spazio Sociale  di Via Calpurnio Fiamma 136 alla memoria di Roberto Scialabba, militante comunista caro alla memoria del quartiere, caduto sotto il piombo dei NAR il 28 Febbraio del 1978.
Facciamo appello alle realtà del movimento romano a solidarizzare con questa nascente occupazione, a sostenerla, a difenderla dalle avvisaglie di sgombero già manifestatesi. Invitiamo tutti all’aperitivo solidale che si terrà giovedì 21 giugno, ore 19.00 presso lo spazio sociale di Via Calpurnio Fiamma 136.
L’Assemblea dello Spazio Sociale “Roberto Scialabba”
Per contatti: spaziosociale136@yahoo.it

venerdì 15 giugno 2012

La valle e il nostro tempo. Autonomi in Val Susa



Tratto da http://quieteotempesta.blogspot.it/2012/06/la-valle-e-il-nostro-tempo-autonomi-in.html

Il 27 giugno, quando la polizia ha attaccato la Libera Repubblica della Maddalena, ero a Manhattan, dove abitavo da qualche tempo. Ho ascoltato la diretta dello sgombero in streaming, in una casa di Chinatown. Pochi giorni dopo ho preso un aereo e sono tornato in Italia, in quello che oggi è il Kiomontistan, territorio impervio per i difensori del neoliberismo in crisi, gli stessi che fanno i conti con Occupy Wall Street. Passare dai grattacieli al fogliame e alle fronde mi ha fatto davvero l’effetto di essere un soldato partito per il Vietnam, anche perché ho condiviso con i miei compagni ogni minuto della lotta nel nuovo scenario dell’occupazione militare: dalle ferite riportate sul campo agli arresti, dagli assedi al non-cantiere alla caduta di Luca, fino alla rabbia che ne è seguita. Essere No Tav è, per me, uno dei mille modi di essere ciò che sono: ho sempre vissuto tra le persone, nei luoghi più diversi, con il sogno di distruggere il mondo che ho ricevuto in eredità; ed è da loro, dai miei compagni, che ho imparato che un sogno simile, per divenire realtà, deve sapersi calare in ogni situazione e in ogni luogo in modo nuovo, misurando il peso delle scelte sulla bilancia dell’efficacia.
La polizia, i giornalisti, i leader di partito si interrogano su chi siamo noi, gli autonomi della Val di Susa, con differenti livelli di stupidità. Il nostro identikit sociale è semplice: precari, studenti-lavoratori, disoccupati ad intermittenza. Non versiamo contributi, non abbiamo né avremo tutele. Salariati in nero o in forma atipica nella ristorazione, nell’informatica, nella comunicazione, nell’industria della conoscenza, ci consideriamo i prototipi più azzeccati della nostra generazione e, al tempo stesso, i suoi nemici mortali; non per la presunzione di voler essere meglio del nostro tempo, ma per essere il nostro tempo al meglio: combattiamo, a nostro modo, la passività congenita a ogni classe oppressa. Siamo tanti, organizzati. Tra la nebbia dei lacrimogeni sappiamo orientarci giorno e notte, nei boschi o sulle autostrade, in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia. Quando l’assemblea decide il grande corteo popolare, contribuiamo alla sua riuscita; quando decide di arrivare alle reti, non ci spendiamo con minor sacrificio. Imprevedibilità e flessibilità ci caratterizzano, nel tentativo di conciliare la morale irreprensibile del rifiuto con il pragmatismo della sua declinazione diretta. Allergici alla retorica e ad ogni fanatismo, siamo lontani dall’individualismo ipocrita del liberalismo quanto da quello scolastico dell’anarchismo. È l’interesse comune, quello che si definisce in autonomia dalle istituzioni e dalle dinamiche di sfruttamento, il cavallo di Troia che abbiamo nascosto nel futuro.
Partito di massa e di opinione convivono, in essenza, nella nostra forma di organizzazione agile, figlia della critica della forma-partito come tale. Radicamento sociale e strategia mediatica si uniscono in un abbraccio scandaloso, nell’equilibrio millimetrico che sappiamo di dover trovare per non cedere spazi di linguaggio e di immaginario al nostro nemico. Il tutto con un unico, ossessivo obiettivo: valorizzare e organizzare il conflitto sociale, aggregare nuove ragazze e nuovi ragazzi, riprodurre ed estendere l’insubordinazione, allargare la critica. Perché? Perché il futuro, se vuole essere diverso dal presente, deve costituirsi sul nuovo. Senza l’autonomia sociale, politica e culturale dal potere non si vince, dura legge della storia, spietata con chi non la impara. Siamo militanti politici, una forma di essere umano sempre e necessariamente in guerra, anzitutto in tempo di pace, ma non abbiamo forze armate né piani militari; semmai, attraversiamo in modo conflittuale una miriade di piani sociali, tra metropoli e montagna. Incarcerati, ci mettono in isolamento; seguiti e pedinati, ci danno il foglio di via; allergici alle carriere e alle divise, ci muoviamo come volontari agli antipodi del volontariato.
Abbiamo fondato il primo comitato popolare contro l’Alta Velocità dodici anni fa e, da allora, nella corsa del movimento a diventare sempre più grande, non ci siamo mai fermati. I governi vanno e vengono, noi siamo sempre qui, per vincere. Qualcuno si meraviglia di come siamo visibili e irriconoscibili a un tempo; ma è normale per chi, come noi, si compiace di tentare la declinazione post-postmoderna del bolscevismo più originario. Allora dicono che siamo “nascosti” dentro il movimento, ma è l’esatto opposto: scriviamo sui siti e compariamo in televisione; venite a trovarci nelle assemblee, nelle feste popolari, nelle conferenze stampa. Non siamo una corrente interna, ma soggetti votati al potenziamento dell’insieme, del tutto; l’autonomia non è una fazione, è una necessità. Tra i fuochi delle barricate ci muoviamo senza ideologia. Quando i Cattolici per la Valle hanno voluto costruire una statua di Padre Pio accanto al nuovo presidio, dopo che la polizia ha loro sottratto il pilone votivo alla Madonna, non abbiamo obiettato: sappiamo quanto la fede può essere importante per una resistenza. Persino quando i leghisti venivano alle assemblee, anni fa, non li abbiamo cacciati; era chiaro fin da allora che avrebbero abbandonato in massa il loro partito.

E se una valligiana mi parla di energia della terra, di magia dei luoghi e dello spirito che abita le montagne, io – scettico per indole, materialista per vocazione – la ascolto pieno di fascino. Imparo da tutto e da tutti, in questo scenario folle e bellissimo, dove paganesimo e cristianesimo si incrociano con l’identità occitana e montana, mentre ragazzi di stadio della cintura torinese incrociano i destini dei pensionati di montagna e dei reduci della guerra, che a loro volta ascoltano rapiti le storie delle studentesse emigrate a Torino dalla Sicilia e dal Salento. Il potere organizza la tutela disciplinata e astratta delle differenze, noi ne coltiviamo il potenziale reale. Le vediamo crescere e rafforzarsi contro l’uniformazione coatta prodotta da un potere decrepito, lo stesso che ho visto all’opera nei quartieri di New York. Mi è costato abbandonare l’America, ma la valle è legata alla mia vita non meno della Grande Mela, e allora soffoco la nostalgia della giungla d’asfalto ammirando i colori della foresta reale, la poesia dei ciglioni dopo la nevicata, o respirando l’aria inconfondibile di cui vivono – e dovranno continuare a vivere – i nostri castagneti. 

Pubblicato su "Alfabeta2", 6 giugno 2012

mercoledì 13 giugno 2012

FAInformale? Ma quali anarchici...



10 arresti, 24 indagati, 40 perquisizioni. Lo Stato contro i sedicenti anarchici della FAInformale. Dico sedicenti perchè definirli "anarchici" è un errore formale e sostanziale.
Lo avevo scritto subito. Appena la notizia della gambizzazione dell'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare aveva fatto il giro dei media, rivendicato dalla sigla "Federazione Anarchica Informale (FAI)". Questi non sono anarchici. Gli anarchici non gambizzano. Lo fanno i mafiosi o i brigatisti rossi e neri. Gli anarchici mettono bombe al Parlamento. Accoltellano tiranni e uccidono re o presidenti. Non gambizzano. E', quindi, con sommo piacere che constato quanto avessi visto giusto: la Federazione Anarchica Italiana,  cioè l'unica organizzazione libertaria che può fregiarsi dell'acronimo FAI, nonché la più antica organizzazione anarchica italiana, ha tenuto un convegno al termine del quale ha prodotto il seguente documento politico, in cui vengono prese nettamente le distanze dai sedicenti anarchici informali:

Della lotta armata e di alcuni imbecilli
Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni di un'involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di politiche disciplinari in risposta alle questioni sociali è segno che il tempo dei compromessi, delle socialdemocrazie sta tramontando. Potremmo dover fare i conti con il rischio che si impongano regimi decisamente autoritari. La criminalizzazione dei movimenti sociali e degli anarchici, prepara il terreno e nuovi dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti penali, una sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre maggior controllo militare del territorio. 


L'immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice lunga su quali sono le intenzioni dell'oligarchia al potere. Un atto vile, di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne, antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata, magari con origini greche o con contorno mafioso, con l'obiettivo palese della realizzazione dell'unità di tutti gli schieramenti in difesa dello Stato, un'unità che abbiamo visto all'opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, dell'arretramento sociale e culturale del paese. 



Anche il ferimento dell'AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione inviata al Corsera dal nucleo "Olga" della FAInformale dimostrano come azione e comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di specchi infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per coglierne l'intima trama.

I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra che l'esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero contro il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle lotte sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa ambientale, contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste e le politiche securitarie nel nostro paese.
Giornali, radio e televisioni, che nell'immediato non avevano alzato i toni, si scatenano dopo la rivendicazione.



Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli anni '80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e contrapposizioni, così oggi c'è chi intende rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva. 

D'altronde la situazione per governi e padroni non è facile: devono far digerire misure sempre più indigeste e in loro cresce la paura di una ribellione sociale. 
Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare, dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo "anarco-insurrezionalista", l'incombenza della minaccia terroristica di matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione sociale. 
Se l'operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi sempre nuove operazioni repressive. 
In una situazione dove l'aggressione alla qualità della vita della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove ci sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta l'intelligenza e della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un'organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l'attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. Soprattutto se l'enfasi mediatica con il quale vengono riportate queste azioni è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale, che ha investito pesantemente anche la Federazione Anarchica Italiana.
Non per caso il testo del nucleo "Olga" viene pubblicato integralmente dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono alla FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non è difficile. 
Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è dedicato alla propaganda: buona parte del documento è un attacco violentissimo al movimento anarchico nelle sue tante componenti. 
Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa proprio un anarchismo "ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di vita". Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle lotte sociali "lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia". Ossia per il mantenimento dell'ordine gerarchico. 
Chi legge ha l'impressione che lo scopo reale dell'azione non fosse tanto un monito ai signori dell'atomo, quanto l'ottenere l'audience adatta a far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
L'azione degli anarchici è descritta come mera attività ludica, "ascoltare musica alternativa" mentre il "nuovo anarchismo" nasce dal gesto di "impugnare la pistola", dalla scelta della "lotta armata".
Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone animato, che non amano "la retorica violentista ma con piacere" hanno "armato" le proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il nucleare è al momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai movimenti popolari. 
Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che è possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro i giganti dell'atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei blocchi dei trasporti nucleari tra l'Italia e la Francia, dove gli anarchici erano in prima fila. 
Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del territorio e per l'autogoverno, contro i padroni per la realizzazione di margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù salariata, contro la guerra e le produzioni militari, per una società senza eserciti e frontiere, contro il razzismo, il sessimo, la guerra ai poveri e alle donne. 
Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l'oppressione come tutti, a fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro lo stato e il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli, mirando a spezzare l'ordine materiale e, insieme, quello simbolico, consapevoli che non basta distruggere ma occorre saper costruire. Costruire senza timore che la casa venga abbattuta, sapendo che ogni spazio liberato, anche per pochi momenti, diviene luogo di sperimentazioni dove tanti assaporano il gusto di una libertà che non è astrazione poetica ma concreta edificazione di un ambito politico non statale. 
Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di segno diverso, che non si limitano al "sogno di un'umanità libera dalla schiavitù" perché il percorso di libertà non è un "sogno" ma la scommessa quotidiana dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a vivere e che vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli, perché l'umanità è fatta di persone in carne ed ossa, perché agire in nome di un'astratta "umanità" è tipico degli stati, delle religioni, persino del capitalismo che promette senza mantenere benessere e felicità. Non degli anarchici. 
La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma non si può certo imporre. 
Gli estensori del comunicato rifuggono il "consenso" e cercano "complicità". Se ne infischiano del fine e pensano solo al mezzo, di fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale anarchica. Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di pratica avanguardista e retorica estetizzante. 
Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi simbiotico. 
Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato descritti come "terroristi" o loro tifosi, dall'altro come burocrati inoffensivi.
Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del gesto, vi si appaga in un'estasi esistenziale in cui il bagliore di un attimo compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel silenzio e nell'attesa di un'altra occasione per far salire l'adrenalina. "Per quanto lieve sia questo bagliore – scrivono – la qualità della vita ne sarà sempre arricchita". Tra un pacco postale e una pallottola alle gambe potranno crogiolarsi nella fama di carta che i media pagati da padroni e partiti vorranno regalare loro. 



Al di là dell'uso mediatico dell'attentato ad Adinolfi, resta il dato politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le seduzioni semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario, che culla l'illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano intollerabile il mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le cosiddette "nuove BR", persone lontanissime dall'anarchismo hanno manifestato entusiasmo per l'attentato di Genova. È l'apoteosi del mezzo, che non si cura del fine. Una sorta di trasversalità dell'agire colma l'apparente distanza dei progetti. In realtà questa distanza si dissolve allorché questa pratica si sviluppa in opposizione alle lotte sociali, inevitabilmente costrette in quello che il nucleo "Olga" chiama "cittadinismo". Con questo termine bollano le lotte popolari che in questi anni, con crescente radicalità organizzativa hanno più volte messo in difficoltà i governi che si sono succeduti, ledendo gli interessi delle grandi imprese ed inaugurando pratiche di partecipazione certo non anarchiche ma sicuramente lontane dalla triste abitudine alla delega in bianco elettorale. 

Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null'altro che il partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono dotati di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di affinità alla pratica di azioni violente. Prescindiamo dal fatto banale – anche se grave - che in tal modo si offre una sponda ad infinite operazioni repressive basate su reati associativi. Andiamo oltre anche al rischio palese che un giorno o l'altro Stato o fascisti possano usare la sigla per scopi propri, utilizzando la sponda loro ingenuamente offerta. 
Se l'esito è il partito, l'organizzazione che agisce dove altri non agirebbero, l'organizzazione che si pone in lotta privata con lo Stato e i padroni, allora quest'esito conduce direttamente fuori dall'anarchismo. 
L'anarchismo è altrove. L'anarchismo non si impone, ma si propone. Ogni giorno, giorno dopo giorno, nell'auspicio che si fa agire concreto perché gli sfruttati, se vogliono, possono creare le condizioni per fare a meno di chi li sfrutta, perché gli oppressi, se vogliono, possono lottare per liberarsi da chi li opprime. È questione di pratica, di ginnastica della rivoluzione, di sperimentazione del possibile e del desiderabile, di messa in gioco quotidiana. 
Nell'estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo che per gli anarchici sociali "unica bussola è il codice penale". Scrivono "costi quel che costi": gli anarchici il prezzo lo pagano ogni giorno. Anche, ma non è né un vanto né una lamentela, di fronte ai tribunali, che ci presentano il conto per le lotte cui partecipiamo. 



Gli autori del comunicato usano il termine "federazione" ma riducono il federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella pistola che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella volontà di costruire un ambito di relazioni che si impegni a coniugare libertà ed organizzazione. 

I detrattori dell'anarchismo sostengono che è impossibile coniugare libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione, poiché identificano l'organizzazione con la gerarchia, con lo Stato, con l'imposizione violenta di un ordine sociale che limita la libertà e trasforma l'uguaglianza in uno scheletro formale senza base materiale. 
I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la libertà vada limitata, perché, al di là della retorica sul potere popolare, non vedono la libertà come il segno distintivo di un'umanità che si emancipa dalla sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come pericolo da ingabbiare. Per i democratici l'unico modo di regolare i conflitti, la giungla sociale, è nell'imposizione violenta di regole fissate in base al principio di maggioranza. 
Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il gusto d'agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione sull'etica della responsabilità, sulla necessità morale e politica di costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere. Un agire che basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza i quali, piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non la rivoluzione. Nel loro scritto proclamano "il piacere di aver realizzato pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra' rivoluzione". In questo modo la rivoluzione sociale si riduce ad una pratica autoerotica in club privé. 



L'anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle: esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.

L'efficacia dell'azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile all'interno del processo di trasformazione rivoluzionaria.
La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato. 



La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire ambiti di relazione politica e sociale, che, con il loro stesso esistere, prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame organizzativo amplifica la libertà del singolo. L'anarchismo sociale non è permeato da alcuna pretesa che esista la formula definitiva per la società anarchica, ma si interroga e interrogandosi prova a praticare una relazione tra diversi che miri alla sintesi possibile, nel rispetto delle differenze di ciascuno e ciascuna. Siamo consapevoli che solo una società omologata e, quindi, intrinsecamente autoritaria se non totalitaria, può immaginare di espungere il conflitto dalle relazioni sociali: per questa ragione consideriamo l'anarchia un orizzonte costantemente in costruzione, dove la rivoluzione sociale che abolisce la proprietà privata ed elimina il governo, è il primo passo non l'ultimo di un percorso di sperimentazione sociale, che è nostro sin da ora.


I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Italiana riuniti a convegno il 2 e 3 giugno 2012

martedì 5 giugno 2012

No alla discarica di Riano: la voce dei comitati

Il teorema Bertolaso, cioè la logica emergenziale che spinge ad attendere senza far nulla per poi imporre alla cittadinanza scelte folli, giustificate dalla arcinota formula "siamo in emergenza, dobbiamo agire in fretta", continua a mietere vittime. Dopo Corcolle, adesso tocca a Riano. Hanno deciso che una discarica a Roma va fatta, anche perchè bisogna chiudere Malagrotta (ma come? E' ancora aperta? Eppure Alemanno aveva giurato nel 2008 che l'avrebbe chiusa subito!). Invece di pensare a smaltire i rifiuti fuori regione e fuori Italia, e di sfruttare l'emergenza per imprimere una accelerazione sul terreno della differenziata porta a porta, del riciclo e del riuso, lo Stato e le varie lobbies spingono per continuare la realizzazione di discariche e, magari, di inceneritori.
Dobbiamo dire NO a questo disegno criminale, e sostenere in ogni modo la lotta dei comitati e dei cittadini.
La discarica NON DEVE ESSERE REALIZZATA!






Tratto da Il Fatto Quotidiano Tv

martedì 17 gennaio 2012

Blitz di Action sotto la casa "popolare" del ministro Patroni Griffi

Filippo Patroni Griffi è l'attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione. Ha comprato una casa di 109 metri quadrati vista Colosseo per 177 mila euro. Poco più di 1600 euro a metro quadro. Inutile dire che questo prezzo è completamente fuori mercato, vista la zona in cui sorge questo appartamento. Eppure l'arcano è facilmente spiegato: la casa è accatastata A/4, abitazione popolare.
Stamattina vi è stata una iniziativa di Action insieme a Unione inquilini, Inquilini senza titolo e Point Break. E' stato occupato simbolicamente l'atrio del palazzo dell'abitazione del ministro Patroni Griffi, in via di Monte Oppio 12.
"Inps: case svendute ai ricchi, diritti negati ai cittadini". Questo è stato scritto sullo striscione esposto dai manifestanti, i quali denunciano "uno scandalo colossale, rappresentato dalla gestione degli immobili da parte degli enti previdenziali e sulla vicenda della loro dismissione, affidata alla Scip (Società di cartolarizzazione degli immobili pubblici) che aveva come unico obiettivo di fare cassa. Obiettivo peraltro non centrato visto che nel febbraio del 2009 il governo provvedeva alla liquidazione della Scip rimettendo il patrimonio in mano all'Inps. Risultato: un buco da 1,7 miliardi di euro e il blocco delle vendite e dei rinnovi dei contratti. Siamo all'assurdo: molti immobili di pregio sono stati svenduti a vip mentre nelle periferie più disagiate, pensionati e lavoratori dipendenti a basso reddito, ancora aspettano che venga garantito anche a loro di acquistare o affittare ad un canone sociale l'alloggio in cui vivono da decine di anni e molte famiglie rischiano lo sfratto e lo sgombero coatto".

I manifestanti dichiarano:
"DELL´INPS, DUE PESI E DUE MISURE: SVENDUTE AI RICCHI MENTRE I CITTADINI VENGONO SGOMBERATI E ASPETTANO ANCORA IL RISPETTO DEI LORO DIRITTI
Non bisogna fermarsi all´apparenza. La vicenda del Ministro Patroni Griffi, simile a quella di altri inquilini vip dell´INPS e di altri enti previdenziali, va indagata fino in fondo per gettare un cono di luce su uno scandalo colossale, rappresentato dalla gestione degli immobili da parte degli enti previdenziali e sulla vicenda della loro dismissione, affidata alla Scip (Società di cartolarizzazione degli immobili pubblici), il destino nel nome, si potrebbe ironizzare.
Tutto nasce con la finzanza creativa di Tremonti, quando un immenso patrimonio pubblico è stato "cartolarizzato" cioè ceduto alla "scip", una scatola vuota non controllata da nessuno che aveva come unico obiettivo quello di fare cassa. Obiettivo peraltro non centrato visto che nel febbraio del 2009 il governo provvedeva alla liquidazione della scip rimettendo il patrimonio in mano all'Inps. Risultato: un buco da 1,7 miliardi di euro e il blocco delle vendite e dei rinnovi dei contratti.
Siamo all´assurdo che molti immobili di pregio, tutti localizzati nel centro di Roma, attraverso arzigogolate procedure giudiziarie, sono stati svenduti a vip (con tutti i dubbi sulla trasparenza e la regolarità delle assegnazioni) mentre nelle periferie più disagiate, pensionati e lavoratori dipendenti a basso reddito, ancora aspettano che venga garantito anche a loro di acquistare o affittare ad un canone sociale l´alloggio in cui vivono da decine di anni e molte famiglie rischiano lo sfratto e lo sgombero coatto.
Mentre a Patroni Griffi e altri venivano svendute a quei prezzi le case al centro di Roma, in periferia sono ancora circa 10 mila le famiglie, inquilini dei medesimi enti previdenziali, che attendono invano il rispetto del propri diritti di prelazione (malgrado ci sia una legge che lo prevede esplicitamente).
A queste si aggiungono almeno altre 1000 famiglie, con redditi bassissimi, formalmente senza titolo, che aspettano una regolarizzazione da anni e che sono a rischio di sgombero.
Come al solito la casta vechia e nuova gode dei privilegi e i cittadini normali vedono negati i loro diritti.
GOVERNO, PARLAMENTO, ENTI PREVIDENZIALI SONO CHIAMATI A RISOLVERE QUESTA EVIDENTE SPEREQUAZIONE CHE GRIDA VENDETTTA.. LO SI PUO' FARE A PARTIRE DAL DECRETO MILLE PROROGHE.
IL DIRITTO ALLA CASA VA GARANTITO ALLE FAMIGLIE CON REDDITI BASSI E AI PRECARI, A CHI AVREBBE DIRITTO A UNA CASA POPOLARE E NON L'INVERSO IN CUI CHI LE CASE DEGLI ENTI PUBBLICI, CHE DOVREBBERO AVERE COME DESTINATARI PROPRIO QUEI SOGGETTI, INVECE VENGONO SVENDUTE A CHI E' GIA' RICCO E GODE DI PRIVILEGI E POTERE".