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domenica 22 giugno 2014

La corruzione intrinseca del Capitalismo



Oggi vi posto un articolo di qualche giorno fa, firmato dal compagno Salvatore Vicario, militante del Partito Comunista, e pubblicato su Senza Tregua.
La sua riflessione sulla corruzione intrinseca al sistema capitalistico è molto interessante, perché smaschera uno dei principali luoghi comuni: la corruzione non è una anomalia, ma una caratteristica propria del Sistema.

Una breve riflessione sul fenomeno della corruzione. Nell’ultimo periodo uno dei temi più presenti nell’agenda politica e mediatica è stato proprio il “fenomeno corruzione” con grande risalto all’operosità del Governo Renzi che starebbe predisponendo il ”Decreto Anticorruzione” con relativo dibattito su di esso. Nel bel mezzo di questo sono “esplosi” però due grandi casi di corruzione: l’EXPO (Lombardia) e il MOSE (Venezia). Tutti i media sono sul pezzo con esimi intellettuali a pressare per una legge che faccia “pulizia” nel sistema, con politici o politicanti che si lanciano accuse a vicenda invocando l’etica e la diversità di ognuno, rispolverando perfino in modo grottesco la “questione morale” di berlingueriana memoria in senso giustizialista come fatto dal M5S. Questo fenomeno viene affrontato e analizzato semplicemente come un fatto di malcostume della classe (casta) dirigente politica che sarebbe ormai “fuori controllo” e addirittura espressione allo stesso tempo di un malcostume radicato nella società. Finendo inevitabilmente con l’inneggiamento alle manette della magistratura e alla necessità di leggi più stringenti. Questo metodo completamente fuorviante quanto inutile, ormai è prassi comune anche in una certa sinistra a cui andrebbe rispolverato al posto della “questione morale”, il richiamo di B. Brecht: “Compagni, parliamo dei rapporti di produzione”.
Il fenomeno corruzione non può esser estraniato dai rapporti sociali, pertanto è prettamente una “questione di classe”. Prima di tutto, l’attuale classe politica dirigente italiana non è “rappresentante” della società universalmente intesa (o peggio ancora di sé stessa), ma della grande borghesia monopolistica italiana e internazionale. Secondo, la corruzione si sviluppa con il capitalismo e fin dagli albori di questo modo di produzione non è stata altro che una modalità usata nel suo procedere storico, nel  tentativo di governare il conflitto tra le classi.
Engels a proposito affermava che nella “repubblica democratica […] la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura. Da una parte nella forma della corruzione diretta dei funzionari, della quale l’America è il modello classico, dall’altra nella forma dell’alleanza tra Governo e Borsa”.  
Come in altre occasioni, ogni grande scandalo è l’occasione per riproporre la truffa ideologica contro le masse lavoratrici e popolari, diffondendo l’idea che la corruzione sarebbe un “cancro” nel sistema, dovuto all’invadenza politica e dei partiti nell’economia e che una maggiore libertà nel mercato sarebbe garanzia del funzionamento del sistema. Nulla di più falso.
Le origini e motivi della corruzione vanno ricercati nel nucleo centrale del capitalismo, in una società che si basa sulla divisione sociale, lo sfruttamento, il saccheggio di risorse e la diseguaglianza. Il Capitalismo come espressione della sua Dittatura ha nella corruzione una delle forme di sfruttamento contro la classe operaia, i settori popolari e le sue risorse (in questo caso il capitale pubblico). La borghesia, oltre lo sfruttamento ottenuto nell’ambito della produzione, articola tutto un sistema di strutture clientelari, favori e pressioni per ottenere ancor più profitti. La corruzione in definitiva va affrontata come una delle forme per ottenere profitti dal lavoro, gravando ancor più sulle spalle dei lavoratori e sulla ricchezza prodotta dalla classe operaia.
La formazione capitalista italiana ha una lunga tradizione di strutture corrotte, pertanto, da una prospettiva storica si tratta di un processo costante e intrinseco al sistema socio-politico capitalista e liberal-democratico, dalla sua formazione statale e costituzionale post-guerra fino al suo sviluppo attuale. Tutti i partiti organici al potere della borghesia sono implicati in questi processi, senza alcuna differenziazione “morale” o “storica” tra partiti di “destra” “centro” “sinistra” borghese, come propriamente dimostrano (se ce ne fosse ancora bisogno) gli ultimi eventi di questi giorni prima citati. La classe che detiene il potere economico e politico costruisce con il suo personale politico una fitta rete di interscambio di favori (che necessita della corruzione) e in particolare nei momenti di crisi, dove il capitale ha profondi problemi nella riproduzione del suo tasso di profitto, gli imprenditori non esitano a fare ricorso ad ogni mezzo per cercare di migliorare lo sfruttamento e almeno a mantenere quello stesso tasso.
 La crisi strutturale del capitalismo, spinge le classi dominanti da un lato ad attaccare i diritti dei lavoratori e dall’altro a recuperare la “caduta tendenziale del saggio di profitto” attingendo soldi direttamente dalle casse pubbliche (parte del plusvalore estratto alla classe lavoratrice tramite le tasse), attraverso privatizzazioni, svendite di patrimonio pubblico, finanziamenti e appalti di lavori pubblici facendo leva direttamente sul loro Stato, istituzioni e apparati politici. E’ così che si realizza il trasferimento di capitali nelle tasche di una cerchia di grossi imprenditori legati a doppio filo con “uomini” politici nelle istituzioni che ricevono la loro quota per il servizio reso. Un fenomeno pagato dalla classe operaia, dai settori popolari e dalla gioventù col nostro lavoro e denaro, cui toccano solo sacrifici, con sempre maggiori ostacoli all’eccesso al diritto alla salute, all’istruzione, ad un trasporto pubblico di qualità ecc…
I “grandi scandali” sono solo la punta dell’iceberg su cui interviene la magistratura e si imposta il dibattito pubblico, spesso gestito in modo funzionale, come in passato già accaduto, solo per adeguare il sistema alle fasi storiche. Così fu ad esempio per “tangentopoli” e così sarà anche in questo caso: la classe padronale proseguirà nei suoi fini, perfezionando la macchina e assumendo sempre più direttamente la gestione politica ed eliminando gli intermediari.
Non saranno appelli moralistici ed etici, né le forche mediatiche su cui spesso si vogliono costruire le carriere politiche e giornalistiche, che scalfiranno questo fenomeno, essendo esso strutturale e intrinseco alla formazione sociale capitalista, sviluppandosi dai suoi rapporti e permeando l’intera società. Solo venendo meno le sue basi materiali si potrà eliminare il fenomeno della corruzione.
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giovedì 22 maggio 2014

Il volto umano del renzismo



Vi posto un articolo del Collettivo Militant, sezione della rete comunista Noi Saremo Tutto. In questo articolo si parla del clima repressivo che si sta respirando a Roma (ma non solo), che si sta acuendo con l'approssimarsi delle elezioni europee. Elezioni che non servono a niente e che non cambieranno niente, visto che il Parlamento europeo non conta un cazzo e le decisioni vengono presi dalla Commissione. Invece di pensare a questa Europa, indecente e dannosa, pensiamo alle lotte sociali nei nostri territori, nei nostri quartiere, nelle nostre piazze, nelle nostre strade. Pensiamo al diritto all'abitare, alla lotta alle privatizzazioni, al contrasto ai licenziamenti, all'antifascismo e all'antirazzismo militante. NESSUNO pensa a queste cose. Non Renzi, non Berlusconi, non Grillo, non Vendola.

Anche ieri, un’occupazione abitativa sgomberata a San Paolo, senza alcuna mediazione o trattativa possibile. Il giorno prima, l’arresto in piazza di Paolo Di Vetta e a seguire di Luca Fagiano, dirigenti dei movimenti di lotta per la casa, accusati di aver partecipato alla manifestazione del 12 aprile, violando per questo lo spirito delle misure cautelari ancora in corso. Per non dire dello sgombero della Montagnola, di Godot e delle altre occupazioni lo scorso mese, o gli arresti di febbraio. Il clima politico è quello della fine di ogni margine di trattativa, lo scontro è totale e la mediazione politica inesistente. I pochi assessori o consiglieri “amici” e “vicini ai movimenti” ogni volta si lavano le mani da un problema che dicono chiaramente non avere il potere di risolvere o mediare. In tutto questo, bisogna anche rilevare il ridimensionamento del ruolo della Digos quale apparato di mediazione tra intervento della polizia e movimenti. In piazza o sotto un palazzo occupato sta venendo meno anche quel livello di trattativa che il dialogo con la Digos permetteva, riuscendo ad evitare il confronto esclusivamente muscolare fra repressione e compagni, nonché impendendo – a volte e in determinati frangenti – l’accanirsi repressivo dei PM. Oggi il PM Albamonte rappresenta il simbolo di un potere repressivo che agisce senza più alcun vincolo, libero di calcare la mano senza alcuna remora, perché politicamente l’indicazione è quella di risolvere una volta per tutte la questione sociale della nostra città e del paese intero senza margini alla comprensione politica delle mobilitazioni. Se questo è il nuovo terreno che ci si presenta di fronte, la partita va giocata all’attacco ma senza avventurismi, perché questi non verranno più tollerati come in passato.

Che il responsabile politico di questo nuovo corso repressivo sia il PD ci sono pochi dubbi. Piuttosto, sta proprio nell’aver individuato coscientemente nel Partito Democratico il problema politico principale, che ha prodotto questa situazione. E’ l’aver portato avanti un discorso politico, e averlo trasformato in iniziativa politica contro il PD, che ha mutato l’ordine della cose. Il PD non può essere contestato perché rappresenta l’ossatura dello Stato e del discorso europeista, oggi l’unico collante politico di una serie di interessi molto più grandi del nostro piccolo paese, nonché l’unico argine alla deriva verso l’insignificanza internazionale dell’Italia. L’alternativa al PD oggi, per le classi dirigenti, non esiste. Di certo non costituiscono una possibile alternativa la Lega Nord sempre più fascistizzata di Salvini, o il partito di Berlusconi in via di disfacimento; men che meno, il poujadismo piccolo borghese di Grillo, che si è dimostrato nei fatti non avere la credibilità e la capacità di modificare alcunchè nel paese. Oggi il PD è l’ultima speranza per un pezzo di capitalismo italiano di restare ancorato alle dinamiche internazionali. Un ruolo ridimensionato e sottoposto, ma che garantisce quel posto al sole legato alla UE necessario al grande capitale italiano nel processo di concentrazione industriale portata avanti da anni. Criticare il PD, dunque, significa scontrarsi con lo Stato dunque, non più con una forza politica. E’ giusto che sia così, ma bisogna essere all’altezza della situazione. Non è più dialettica politica, quanto un discorso di potere. E’ bene comprenderlo subito, altrimenti la macchina repressiva spezzerà sul nascere ogni velleità antagonista dei nuovi movimenti.

Detto questo, oggi abbiamo deciso di annullare l’iniziativa di dibattito di Vota Nessuno. Impossibile continuare come niente fosse di fronte all’arresto di un partecipante all’iniziativa, ma soprattutto impossibile rimanere impassibili agli eventi di questi due giorni. E’ obbligatoria una risposta, e questa non può essere l’iniziativa come se niente fosse. E’ necessaria una presa di posizione militante, che avverrà oggi e che ci impedisce contemporaneamente di portare avanti il dibattito. In ogni caso viene mantenuto l’aperitivo-cena e la serata musicale dopo, perché la repressione ha un suo costo anche economico da sostenere, difficilissimo da onorare. Per tutto questo ci vedremo stasera al Lucernario Occupato, alla Sapienza, per condividere questi ragionamenti e molto altro ancora.

Paolo e Luca liberi!
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giovedì 15 maggio 2014

Sfruttamento made in Eataly



Vi posto la lettera che un ex dipendente di Eataly Roma ha scritto al sito di informazione L'Ultima Ribattuta. In questa lettera Gabriele Petta, questo il nome dell'ex dipendente, getta un enorme fascio d'ombra sulla scintillante luce con cui il boss Farinetti, creatore di Eataly e riferimento economico-culturale del premier Matteo Renzi, abbaglia i media e i cittadini italici da svariati anni.
Non è tutto oro quello che luccica, lo sappiamo. Adesso, però, sappiamo che non si tratta nemmeno di ottone... ma la fregature è molto più grande.


Caro Direttore,
sono Gabriele Petta un ex dipendete di Eataly Roma oltre che un vostro affezionato lettore. Vi scrivo questa lettera in relazione al decesso di Antonio il ragazzo di 23 anni morto ieri nel noto centro commerciale. Non ho paura di querele o denunce, lo faccio per amor di verità e per dare giustizia a una vita che non c’è  più. Vi scrivo con cognizione di causa, in quanto tutte le parole che trovate di seguito, sono suffragate da documenti, che sono disponibile ad inviarvi. Io stesso, sono stato costretto a svolgere mansioni di fatica, che non avrei potuto svolgere, in quanto a seguito di un incidente stradale occorso nel 2002, ho un mezzo di sintesi che inizia nel ginocchio e finisce nella caviglia, oltre a una pubalgia cronica e problemi di natura posturale, eppure ero inserito in un contesto di fatica, il tutto senza nemmeno aver fatto una visita medica pre-inquadramento. Visita che da contratto era obbligatoria. Per me, la morte di Antonio non è una casualità o il frutto del destino maledetto, i responsabili hanno nomi ben precisi: Oscar Farinetti, Nicola Farinetti e tutta la dirigenza dello Store di Ostiense, perché se si arrivati a queste situazioni, bisogna dire che il pesce puzza dalla testa. Troppo facile appellarsi ai ritardi dei soccorsi, a un malore improvviso e quant’altro. Una struttura del genere, dovrebbe essere obbligatoriamente dotata di postazione paramedica permanente, in modo da poter tutelare il benessere dei dipendenti e dei clienti. Detto questo, il Farinetti, da buon imprenditore, tende a risparmiare, nessun defibrillatore, nessuna postazione paramedica, tagli al personale e turni massacranti per i “fortunati” che sono riusciti a rimanere alle dipendenze di codesta azienda, che rappresenta alla perfezione l’Italia del 2014, arrivista a ogni costo senza curarsi del prossimo. Eppure…eppure, al momento della stipula dei contratti di assunzione, c’è una postilla chiarissima, che prevede l’assegnazione del posto, solo dopo aver passato una visita medica approfondita, come si conviene a ogni lavoro di fatica e come fanno tutte le aziende serie. Questa postilla c’è e una volta firmata l’assunzione, si declina ogni responsabilità dell’azienda in caso di malore o decesso sul posto di lavoro non direttamente riconducibile a malfunzionamenti delle attrezzature in dotazione al centro commerciale (anche qui ci sarebbe da discutere, in quanto ne risponderebbe comunque l’azienda fornitrice), quindi da tante belle parole scritte nero su bianco, si passa ai fatti. E i fatti ci dicono che da Eataly non vengo effettuate visite mediche preventive, quindi l’azienda è a tutti gli effetti fuorilegge. E allora i responsabili dovranno essere condannati per omicidio colposo, da Oscar Farinetti, passando per lo store Manager e tutti coloro tacciono compiacenti, facendo nulla da dietro una scrivania e lasciando il lavoro sporco e faticose a persone spesso impreparate con turni di lavoro massacranti, i quali poverini avendo bisogno di lavorare accattano senza protestare, ma poi i risultati sono questi, un ragazzo di 23 anni non c’è più, una famiglia piange un suo figlio, gli amici e colleghi piombano nel buio…mentre il Farinetti incassa…Meditate gente, meditate e soprattutto pretendete ciò che vi spetta.

sabato 10 maggio 2014

No Tav, colpevoli di resistere



Oggi si terrà una importante manifestazione in Valsusa. Come sempre, sarà un evento di Popolo: del popolo della Valle, ma anche del enorme popolo che da anni contrasta i progetti e i processi della globalizzazione capitalistica. Un popolo senza età e senza confini, variegato per lingue e colori, unito per una reale alternativa di società. In ogni territorio e con ogni mezzo, fino alla libertà.
Di seguito, il comunicato apparso oggi sul sito dei NoTav valsusini:

Siamo giunti al 10 maggio finalmente. Aspettavamo questa data in tanti perchè la voglia di ritrovarci tutti insieme per manifestare le nostre ragioni era veramente tanta. Oggi saremo in tanti e tante per esprimere la nostra solidarietà a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolo, incarcerati da dicembre con un’accusa assurda come quella di terrorismo. Siamo a Torino per Forgi e Paolo, per tutti gli oltre 1000 notav indagati in quattro anni . Sfileremo per una Torino che sappiamo comprendere le ragioni della lotta notav, ma domani sarà allarmata, terrorizzata ci viene da dire. Terrorizzata da l’ennesima blindatura attuata per far accrescere la nostra pericolosità agli occhi di tutti. Una strategia che ieri si è ben palesata con i betadefence intorno al palazzo di giustizia, con gli articoli di giornale, con l’elicottero della polizia che ha rovinato il bel tempo che maggio ci ha regalato.

4 ragazzi vengono accusati di terrorismo per, tutto da provare ancora, il danneggiamento di un compressore che ci risulta sia stato riparato e venduto, Vengono accusati loro quattro per spaventare un movimento intero, per far capire che opporsi a delle decisioni ingiuste e criminali può portarti in galera.

In questi anni la politica ha finito gli argomenti contro di noi, perdendo qualsiasi confronto. I tecnici favorevoli al Tav che hanno sempre rifiutato il confronto, hanno lasciato il passo agli esperti di ordine pubblico. In campo a rappresentare i governi di turno, quelli che hanno deciso democraticamente (!) la realizzazione della Torino Lione, ci sono le forze dell’ordine e i militari, con la magistratura che la fa da padrone indossando l’elmetto e diventando parte del conflitto.

Un’opera repressiva, una crociata, che ci sentiamo serenamente di dire che non sia disinteressata, basti pensare Alle strane amicizie del pm Rinaudo.

E’ senza paura, con coraggio e dignità che marceremo oggi per Torino, per chiedere la liberazione di tutti i notav, per ribadire il no ad un’opera inutile e dannosa, per il futuro di tutti.

Un’appello molto chiaro, Contro la vendetta di stato, per la giustizia. Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, per tutte e tutti noi, è stato sottoscritto da centinaia di persone tra scrittori, attori, musicisti, docenti, semplici cittadini.

Siamo consapevoli delle difficoltà che abbiamo e che avremo, e il nostro slogan da Sarà Dura è divenuto da tempo A l’è Dura!

Ma state sicuri che non ci arrenderemo, e non lasceremo intentata nessuna battaglia, e anche oggi lo urlemo con tutta la forza:

Siamo Tutti Colpevoli di Resistere!
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sabato 26 aprile 2014

Il senso di precarietà contagia la realtà



Anni fa dicevamo che la precarietà del lavoro si sarebbe tradotta in precarietà di vita. Ci rispondevano che eravamo disfattisti, conservatori, oppositori della modernità e del migliore dei mondi possibili. A nostra volta chiarivamo che un mondo migliore di questo fosse non solo possibile, ma persino necessario; e che di certo la precarietà come sistema di lavoro e di vita non poteva essere considerata "una innovazione progressista".
Abbiamo lottato, ben prima di Genova 2001 e anche negli anni seguenti. Abbiamo perso.

Oggi si legge, nascosto in qualche trafiletto della stampa di regime, di uno studio congiunto Confcommercio-Censis che dimostrerebbe quanto le famiglie italiane avvertano lo stato di precarietà: 8 famiglie su 10 "si sentono precarie".
Occhio alle parole: "si sentono" non vuol dire che "sono realmente" più precarie. Se ci pensiamo un attimo, questo dato è davvero preoccupante, in quanto il sentimento di un problema può condurre alle stesse conseguenze della reale esistenza dello stesso. Chi si sente precario si comporta esattamente come chi precario lo è davvero: esce poco di casa, sta attento a spendere, spesso compra roba e cibi scadenti (mettendo a rischio la propria salute e quella dei familiari), tende a chiudersi invece di socializzare, diventa egoista e conservatore. In una parola, si incattivisce. Otto su dieci significa 80 per cento: può un Paese fondarsi su una percentuale così alta di famiglie che si sentono a rischio, in pericolo, prive di stabilità? Anche i profeti del liberismo e della concorrenza, che stanno dalla parte opposta della barricata rispetto a me e a noi, non possono esimersi dal rispondere negativamente a questa domanda. 

Il fallimento delle politiche liberiste è sotto gli occhi di tutti. Chi lo nega ha seri problemi di comprendonio, oppure è in malafede. Tutto ciò che negli ultimi decenni ci hanno propinato come "innovazione", "progresso" e "riformismo", ci ha condotti a questo punto. Siamo fermi e abbiamo paura. 
Per questo non c'è da stupirsi se oggi o domani qualcuno reagirà, anche in maniera scomposta, a questo stato di cose.
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lunedì 14 aprile 2014

Questo Jobs Act è nato male



Partiamo da un presupposto: l'attuale mercato del lavoro è indecente. Se non abolito, andrebbe profondamente modificato. L'ultima idea in questo senso è il famoso - e famigerato - Jobs Act del governo Renzi. Esso è un tentativo di correggere alcune storture del mercato del lavoro italico, senza però intaccarne l'impianto strutturale e ideologico, visto che il liberismo che sottende tutte le riforme del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi") non viene minimamente messo in discussione. 
L'area anticapitalista, ovviamente, si è schierata contro questa ennesima (contro)riforma. Per pregiudizio ideologico? Chi non ci conosce, risponderebbe di si. Chi si informa tramite Repubblica o il Giornale, risponderebbe di si. Chi ci conosce, chi ci frequenta o magari milita nel campo anticapitalista (sia nelle componenti comuniste sia in quelle libertarie), risponderebbe di no: non è nostro costume criticare, con parole e azioni, senza prima aver spiegato PERCHE' una determinata riforma non ci piace.
Andiamo nel merito. Il dl 34/14, cioè il primo atto del Jobs Act renziano, prevede:

- che i contratti a termine potranno durare 36 mesi (e non più 12) e non sarà necessario giustificare le ragioni tecniche o produttive della temporalità del rapporto di lavoro;
- che, durante questi 36 mesi, i contratti potranno essere rinnovati fino a 8 volte (e non più una).
- che la percentuale di lavoratori a termine non potrà superare il 20% del totale, ma nei fatti questa limitazione viene facilmente aggirata grazie alle eccezioni previste nell'art. 10 del dl 368/011 (vedi nota 1).
- che, per i contratti di apprendistato, viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene inoltre eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”. 
- una retribuzione per gli studenti che svolgono l’apprendistato nell'ambito del proprio percorso formativo “per la qualifica e per il diploma professionale” pari al 35% di quella ordinaria (praticamente una miseria, quindi un incentivo per le aziende a far lavorare studenti sottopagandoli).

Ripetiamo: stiamo parlando solo del primo provvedimento del Jobs Act renziano. Se queste, però, sono le premesse... figuriamoci gli atti finali!
La lotta sociale contro questa ennesima controriforma, che favorisce precarietà e diminuzione dei salari, va sostenuta con ogni sforzo. Altro che cambiamento: il Jobs Act si inserisce perfettamente nel solco antisociale e liberticida del Sistema politico ed economico imperante.


*nota 1: "Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi: a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici; b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell'elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni; c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; d) con lavoratori di eta' superiore a 55 anni .”
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lunedì 24 marzo 2014

Usa vs Russia: guerra fredda o guerra tiepida?

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



Secondo molti osservatori più o meno indipendenti, l’aumento della tensione tra Russia e USA (oppure tra Russia e Occidente, vacua e inconsistente categoria rispuntata fuori con prepotenza negli ultimi giorni) rischierebbe di portare il Mondo sull’orlo di una guerra.

In questo caso, però, non si tratterebbe della Terza Guerra Mondiale, da cui probabilmente non uscirebbe un vincitore; bensì, si tratta di una riedizione, aggiornata e corretta, della famosa e famigerata Guerra Fredda, che dal secondo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino è stata la ragione sociale della politica estera di ogni Paese.

Prima esistevano due blocchi (gli Stati Uniti e la Nato, capitalisti; l’Unione Sovietica e Yalta, socialisti), dichiaratamente avversari, per non dire nemici, e portatori di prospettive economiche e sociali praticamente antitetiche. Oggi esistono sempre due blocchi, visto che la Guerra Fredda presuppone l’esistenza degli stessi, ma le differenze sono meno acute: entrambi capitalisti, pur con le dovute differenze; entrambi autoritari e guerrafondai; entrambi infiltrati da mafie (rispettivamente, Cosa Nostra americana e Organizacija) e massonerie; entrambi paladini ad intermittenza della libertà e della indipendenza dei popoli.

Più che una nuova Guerra Fredda, quella che si sta prospettando all’orizzonte è una Guerra Tiepida, di cui l’esito del referendum “indipendentista” (difficile definirlo tale, visto che si è trattato solo di un cambio di padrone) in Crimea rischia di essere solo la scintilla più visibile, ma non la più pericolosa.

Fino a quando gli interessi economici degli USA e della Russia non entreranno in competizione o addirittura in conflitto, difficilmente la temperatura della guerra varierà, abbassandosi verso i glaciali livelli del secondo Novecento o addirittura alzandosi fino ai prodromi di un vero scontro militare. Ad oggi le aziende statunitensi e russe si sono spartite i mercati e talvolta si sono persino alleate, creando veri e propri trust in barba alle più elementari “norme” del liberismo globalizzante di cui sono entrambi ossequiosi osservatori.
Non tragga in inganno la rapidità con cui Putin si è annesso la Crimea, dichiarando assolutamente valido il responso del referendum; né destino preoccupazione le parole di John Kerry, l’ambasciatore dei “falchi obamiani”, categoria di recentissimo conio a cui si sono prontamente iscritti anche i vari leaders del progressismo europeo, non ultimo il tedesco Martin Schulz (ricordate? Berlusconi gli diede del “kapo”), candidato alla presidenza della Commissione Europea.
Non saranno queste scaramucce verbali a scalfire il tepore della guerra tra USA e Russia. I Popoli non cadano nell’errore di appiattirsi sui due blocchi, di farsi attrarre dai due presunti poli avversi: la libertà di tutti e di ciascuno è fuori da questo schema ingessato.
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venerdì 28 febbraio 2014

SISTRI, la Lega Nord chiede l'ennesimo aiutino per le imprese del Nord

La Lega Nord Padania, partito che ha fondato la propria esistenza sulla discriminazione razziale e territoriale, covo di trogloditi e di mariuoli d'alto livello, ha chiesto al Governo di esentare le imprese del Nord per un anno dal SISTRI, il sistema radar di tracciabilità dei rifiuti tossici. Sia chiaro: SOLO quelle del Nord, perchè le altre imprese, in particolare quelle presenti in Campania, non vanno assolutamente escluse dal SISTRI. Nonostante TUTTI i dati e le informative dimostrino quanto il Nord sia colpevole dello sversamento di rifiuti tossici al SUD, e quanto forti e duraturi siano i legami tra imprenditoria settentrionale e criminalità organizzata meridionale, viene perpetrata la favola dell'innocenza delle imprese del Nord, e quindi viene richiesta la loro ennesima tutela.
BASTA!!!


venerdì 21 febbraio 2014

Se si suicidano anche i colletti bianchi...

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Li Junjie aveva 33 anni. Era un banker, un banchiere junior. Lavorava alla JP Morgan di Hong Kong. Si è buttato dal trentesimo piano del grattacielo dove stava facendo quella sorta di stage che tutti i banchieri junior devono svolgere.
Li Junjie è il terzo banker morto nelle ultime settimane, per suicidio o comunque per case legate all’incredibile stress e ai ritmi massacranti a cui sono costretti persino questi colletti bianchi in erba. Il mese scorso, infatti, un banker di 39 anni si era gettato dal tetto della sede londinese di JP Morgan (che adesso ha il poco invidiabile record di banchieri suicidi); poco prima, un top manager della Deutsche Bank era stato trovato morto nel suo appartamento. Causa del decesso: infarto da stress.

Secondo recenti sondaggi, gli istituti bancari d’affari impongono agli stagisti, che hanno in genere un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, e ai banker, che sono di uno o due lustri più grandi, giornate di lavoro lunghe fino a 13-14 ore. Le ore settimanali di lavoro sono, quindi, non meno di 60, e possono arrivare persino a 90. Molto spesso questi ragazzi sono costretti anche a svolgere compiti poco qualificanti, e solo al fine di realizzare il sogno di un contratto da banker. Molti, però, non ce la fanno: il fisico, o soprattutto la mente, non riesce a sopportare sforzi così gravosi, e cede di schianto. Anche per questo, oltre che per la cattiva pubblicità, le principali banche d’affari stanno approntando interventi allo scopo di prevenire tali crolli psicofisici e conseguenti gesti insani: la Deutsche Bank concede 4 giorni liberi al mese durante i week end; Goldman Sachs ha annunciato la creazione di una task force atta a migliorare l’armonia tra vita privata e vita lavorativa dei dipendenti, e ha tagliato il lavoro nel weekend per gli analisti; Citygroup ha approntato politiche aziendali per migliorare la vita dei lavoratori; JP Morgan ha annunciato nuove assunzioni proprio per allegerire la mole di lavoro sulle spalle degli altri dipendenti.

Tutte queste misure, però, servono e serviranno sempre a poco, fino a quando il paradigma liberista, che impone ritmi massacranti di lavoro sia per i dipendenti più “umili”, sia per gli aspiranti “colletti bianchi”, non verrà abolito. Si, abolito: perché non è possibile correggere le storture di un sistema di organizzazione del lavoro che fonda la propria esistenza sul massimo sfruttamento delle risorse a disposizione, siano esse umane o naturali, economiche o culturali. Sfruttare al massimo per trarre il maggior profitto possibile: questo è il disegno folle di una ideologia folle, che ha ormai infettato Destra e Sinistra indifferentemente. Chi pensava che questa ideologia malata creasse problemi solo ai lavoratori di basso livello, la cosiddetta “manovalanza”, deve ricredersi: questi recenti suicidi dimostrano che nessuno è immune a questo virus economico, che ormai ha assunto i connotati del morbo esistenziale.

Quando i tempi di lavoro equiparano o addirittura superano i tempi di vita, l’Uomo smette definitivamente di essere tale. E diventa Schiavo.
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lunedì 10 febbraio 2014

"Marchionne assassino", e i benpensanti si scandalizzano



"Uccidono diritti, salari, operai. Marchionne assassino. Uniti di vince". É quanto scritto su uno striscione esposto da componenti del Comitato di lotta cassaintegrati e licenziati Fiat di Pomigliano, e disoccupati dei movimenti di Acerra, sulla strada antistante gli ingressi della fabbrica. ”Il riferimento – spiegano gli autori dello striscione – è ai suicidi avvenuti in questi anni di cig, ultimo quello di tre giorni fa del 43enne che si è impiccato ad Afragola”.

I manifestanti gridano slogan contro la Fiat e chiedono lavoro. Ma, all’esposizione dello striscione, lungo circa 20 metri,la fuga dei sindacati: gli iscritti dello Slai Cobas sono andati via così come gli attivisti della Fiom (alcuni dei quali avevano abbandonato il presidio già prima). I manifestanti, alcune decine, hanno anche cercato di bloccare le auto ed un pullman diretti allo stabilimento, ma sono stati bloccati dalle forze dell’ordine che hanno creato un varco per consentire il deflusso del traffico veicolare.

Lo stiscione sarà anche choccante, ma francamente dare torto agli operai è difficile. Nessun livello occupazionale è stato garantito dall’americanizzazione Chrysler modello Marchionne. Anzi, nonostante le parole di Letta e company, nessuna parola di rassicurazione è suonata nell’aria in questi giorni. E la guerra tra poveri in atto da mesi e che ha portato al suicidio di un cassintegrato è inaccettabile.

Com’è che nessuno si scandalizza di questo? Perché più che striscione shock, a noi sciocca il suicidio di Giuseppe, cassintegrato che per disperazione si è tolto la vita qualche giorno fa. Senza contare che quasi nessuno ha sottolineato che mentre gli operai manifestavano, dentro si faceva salotto. Nello stabilimento di Pomigliano, infatti, era in corso la presentazione di modelli da immettere sul mercato europeo nei prossimi mesi, con le anticipazioni ai concessionari del gruppo di restyling di auto da portare al salone di Ginevra, alla presenza di 700 concessionari italiani e stranieri.  Per accogliere i concessionari, il Lingotto aveva organizzato tutto alla perfezione, facendo arrivare poltrone e megaschermi, e blindando il reparto scelto per la convention dove, pare, nessuno degli operai al lavoro è potuto accedere. Solo qualche indiscrezione è trapelata: tipo che si costruirà tal Panda X proprio a Pomigliano. Ma sono voci, che al momento non danno nessuna risposta e nessuna certezza agli operai, che ormai vivono da anni in condizioni penose, ridotti alla fame.

”Mentre i lavoratori si ammazzano per la disperazione – denuncia Luigi Aprea, ex Rsu in fabbrica – la Fiat organizza mega eventi, quasi a dire ‘vogliamo stupirvi con effetti speciali’. Lo ha fatto in passato, annunciando rilanci industriali per questa fabbrica, mai avvenuto, e lo fa oggi. Ma noi siamo qui, con il rammarico nel cuore per aver salutato il nostro compagno Giuseppe, che si è ammazzato solo pochi giorni fa. Questo dramma rispecchia tutta la disperazione dei cassaintegrati: loro festeggiano tra scenografie colossali mentre sterminano i cassaintegrati. Non ci stiamo”. Come dargli torto? Il valzer dell’ipocrisia generale è servito: tutti titolano sullo striscione, ma nessuno si è scandalizzato per l’operaio suicida.

E’ l’Italia bellezza, che ti aspetti?

Lucilla Parlato, dal sito Insorgenza.it

lunedì 3 febbraio 2014

Marinaleda, la città fuori dal Sistema

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Marinaleda è un comune andaluso di quasi 3.000 abitanti, non troppo distante da Siviglia. Il suo sindaco, Juan Manuel Sánchez Gordillo, è un militante del movimento nazionalista indipendentista andaluso, il CUT-BAI (Colectivo de Unidad de los Trabajadores - Bloque Andaluz de Izquierdas). Gordillo ha avuto un'idea geniale: alla luce della volontà di autogoverno degli andalusi e di contestuale stralcio dei vincoli centralisti che il governo di Madrid impone (per cercare di tenere unita la Spagna, percorsa da moti e movimenti autonomisti e indipendentisti in ogni angolo), il sindaco ha espropriato le terre, che sono passate al Comune; ha organizzato un  bando per assegnare le terre confiscate a coloro che si impegnavano a autocostruirsi la casa; ha chiesto in cambio un canone mensile minimo, che al momento si aggira intorno alle 2.550 pesetas al mese (all'incirca 15 euro mensili).
Inutile dire che l'iniziativa ha avuto un successo incredibile, prendendo la ribalta dell'informazione spagnola e mondiale, con grave aumento di bile per il Governo centrale, che per l'ennesima volta ha avuto la dimostrazione di cosa sia capace una comunità unita e autonoma. Questo ennesimo schiaffo al centralismo spagnolo è fondato su pochi, semplici principi: il terreno viene ceduto gratuitamente dal Comune all'autocostruttore; l'acquisto dei materiali da costruzione è agevolato da una convenzione con il governo regionale andaluso ed il cosiddetto P.E.R. (Plan de Empleo Rural); alcuni operai edili, disposti a seguire i cantieri, si mettono a disposizione gratuitamente; il progetto della casa, redatto da architetti, è gratuito; gli autocostruttori stabiliscono la quota mensile da pagare per divenire proprietari della casa che stanno edificando riunendosi in assemblea. Ad oggi sono quasi 400 le case costruite con questo sistema. Sono in genere trilocali con bagno, dotati di un giardino o patio di circa 100 mq. 

Questo modello di edilizia sociale, oltre ad essere affascinante, è soprattutto efficace e conveniente: permette a chiunque di poter realizzare il sogno di costruirsi da solo una casa, senza entrare nei gangli della speculazione edilizia e dello strozzinaggio mediante mutuo. Il comune di Marinaleda non è nuovo a iniziative di questo tipo. Qualche anno fa divenne un punto di riferimento sia per i movimenti politici di sinistra, sia per quelli autonomisti e indipendentisti, grazie alla propria originale organizzazione economica e sociale: i cittadini sono quasi tutti impiegati nella cooperativa Humar; la loro paga è, indipendentemente dalle mansioni, 47 ore al giorno; lavorano sei giorni a settimana, per 35 ore settimanale; lo stipendio mensile, quindi, supera di poco i 1.100 euro.

Marinaleda, chiamata anche "Città dell'Utopia", è la dimostrazione reale di quanto non solo sia possibile, ma addirittura sia preferibile, vivere fuori dal Sistema capitalistico, fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sul dominio dell'economia e della finanza. Quando una comunità, soprattutto se di piccole dimensioni, si organizza in maniera libera e autonoma dal potere centrale e centralista dello Stato unitario (in questo caso, la Spagna), riesce a raggiungere un livello altissimo di qualità della vita. Per tutti e per ciascuno.

giovedì 19 dicembre 2013

Assedio al Lusso, una bella iniziativa



Sabato 21 dicembre alle ore 14,30 da Piazza San Marco a Firenze parte la manifestazione “Assedio al lusso” contro l’impoverimento generalizzato, le politiche di austerità anti-proletaria. Sarà una protesta che girerà nelle strade centrali della Firenze Vetrina nel pieno dello shopping natalizio.
La manifestazione è stata proposta dal Movimento Lotta per la Casa e definita in una serie di assemblee aperte dove hanno partecipato e si sono fatti coorganizzatori varie realtà tra cui l’USI FI e ha aderito l’Ateneo Libertario Fiorentino.
Come area liberaria fiorentina saremo in piazza con bandiere, uno striscione ad Hoc ed un nostro volantino. L’invito ovviamente è ai compagni delle altre località a partecipare con bandiere ed altro.
In allegato il nostro volantino, firmato da Ateneo Libertario F., USI FI e Individualità Anarchiche.

CONTRO IL LUSSO DI LOR SIGNORI
PER L’UNITA’ DI TUTTI GLI OPPRESSI E DI TUTTI GLI SFRUTTATI
Perché oggi siamo qui a manifestare la nostra rabbia contro il lusso invece di fare shoppimg?
1. Perché avremmo ben poco da comprare, Gli stipendi quando esistono sono fermi, mentre i prezzi volano. Il lavoro non c’è o quando c’è è precario, è a intermittenza, è a capriccio di Lor Signori! Più di un italiano su 10 è povero in canna, uno su 3 è sull’orlo della miseria. In Grecia questi numeri sono doppi. Tra i lavoratori immigrati i poveri sono la larga maggioranza.
2. Perché i beni di lusso vanno alla grande nonostante la crisi e questo dimostra che non siamo tutti sulla stessa barca. Al contrario ci sono in giro parecchi pescecani che sulla crisi si sono arricchiti ancora di più di quanto lo fossero già: grandi e medi imprenditori, banchieri, finanzieri, speculatori, politici, burocrati e lacchè di vario genere.
3. Perché molte delle merci che vengono vendute a prezzi esorbitanti nel centro di Firenze, sono prodotte grazie allo sfruttamento schiavistico e disumano dei lavoratori di etnie diverse dalla nostra, i quali spesso ci rimettono direttamente la vita! (vedi la recente tragedia dei lavoratori cinesi morti bruciati in una fabbrica tessile pratese).
4. Perché noi al contrario dei cosddetti “Forconi” non lottiamo per una “comunità nazionale” . Noi lottiamo per la comunità degli oppressi, degli sfruttati, indipendentemente dalla nazionalità, dall’etnia, dal colore della pelle. E lottiamo contro la “comunità” degli oppressori, degli sfruttatori, dei pescecani di ogni razza e colore.
5. Perché è da qui, dalla Città –Vetrina di Firenze, che è partita la scalata politica del ”ragazzo prodigio”, portatore di un modello sociale che esalta tutto lo schifo di questa sistema. Stiamo parlando di quel Matteo Renzi, sindaco di Firenze e neo –segretario del PD che si è fatto conoscere in questi anni a Firenze per gli sgomberi violenti della povera gente, per la svendita del patrimonio immobiliare oubblico, per le privatizzazioni selvagge (vedi l’ATAF) e per i tagli all’assistenza degli anziani e dei disabili. Quello stesso Renzi che come futuro premier promette fin da ora un lavoro ancora più precario di quello di oggi.
6. Perché siamo stanchi di consumi imposti, di un modello di vita che non ci appartiene,di una pubblicità che mostra un benessere inesistente, mentre intanto i tagli continui alla sanità costringono ormai le persone a pagarsi praticamente ogni tipo di diagnosi e cura, o in molti casi a rinunciare di curarsi.
7. Perché vogliamo una società diversa non più basata sul comando e sullo sfruttamento, ma sull’uguaglianza, sulla libertà, sull’autodeterminazione consapevole degli individui.
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lunedì 10 settembre 2012

Alcoa e l'arma del terrore poliziesco



Continua la lotta degli operai ex Alcoa. "Ex" nei fatti, perché formalmente sono ancora dipendenti Alcoa, nonostante i padroni dell'azienda abbiano già fatto sapere che, dopo decenni di profitti, yacth e vacanze di lusso, adesso non possono rischiare qualche spicciolo e quindi chiuderanno lo stabilimento.
Eppure la stampa liberaldemocratica italiana, sia di destra sia di non-destra (definirla "di sinistra" mi pare obiettivamente eccessivo), continua a definirli ex Alcoa, come se non fossero più qualcosa. E' vero, per molti operai l'azienda in cui hanno lavorato e lavorano rappresenta molto più di un posto di lavoro: è il luogo ove hanno covato sogni, fatto sacrifici, conosciuto persone che poi magari sono diventate amici, passato più ore che in famiglia. Per molti operai - grave errore! - l'azienda non è solo un luogo di sfruttamento, ma paradossalmente è anche un luogo di emancipazione.
Ebbene, se mai è stato così - ed io ne dubito fortemente - oggi non è più questa la condizione dei lavoratori: oggi le aziende chiudono strafregandosene altamente dei lavoratori, l'importante è che le perdite siano contenute. Tanto hanno anche il governo (da D'Alema a Monti, passando per Berlusconi) che promulga leggi atte a favorire licenziamenti facili, precarietà, sfruttamento, impoverimento.

Oggi dobbiamo tutti sentirci coinvolti nella battaglia degli operai dell'Alcoa, come ieri era per quelli del Sulcis, ieri l'altro per quelli di Taranto e domani per quelli che verranno. Pur con le sfumate differenze di ogni caso, la sostanza rimane sempre la medesima: una aggressione totale e senza quartiere al mondo del lavoro. Lo Stato, strumento repressivo per eccellenza, utilizza il suo braccio armato (polizia, carabinieri, guardia di finanza, ecc...) per caricare i manifestanti, per incutere terrore, per invitare le persone a non scendere in piazza, ma a starsene buoni buoni a casa. Perché in piazza ci vanno solo i violenti, che si beccano le giuste e sacrosante manganellate della Legge!

Stasera c'è Miss Italia. Buona fortuna.

Do svidanija.


giovedì 6 settembre 2012

Il bocconiano Monti e il Sud

 
 
Il presidente del consiglio italiano, il bocconiano Mario Monti, è stato intervistato da quel pericoloso bolscevico che dirige Il Mattino, noto quotidiano napoletano. Virman Cusenza (si, si chiama così il direttore de Il Mattino) ha posto tante domande al bocconiano e varesino premier: sulla crescita e sul sud, sulle tasse e sullo sviluppo.
L'ultima domanda, in cui il Commissario del Popolo chiedeva a Monti se esiste ancora una "questione meridionale", ha avuto la seguente risposta:
"La questione meridionale si presenta oggi rovesciata. Affinché l’Italia cresca, contribuendo di par suo al rilancio europeo, il Sud deve cambiare più del resto del Paese. Il Sud è un’occasione e non un freno allo sviluppo".
Analizziamo la risposta. Partiamo dal concetto che la questione meridionale è oggi rovesciata: affinchè l'Italia cresca, il Sud deve cambiare più del resto del Paese. E qual è la differenza rispetto alla "vecchia" questione meridionale? Mah. La questione meridionale nasce proprio dal fatto che, per la crescita dell'Italia, il Sud ha dovuto subire cambiamenti clamorosi: dalla spoliazione delle riserve auree (il Regno delle Due Sicilie aveva, da solo, una riserva aurea maggiore di tutti gli stati preunitari messi insieme) all'indebitamento crescente (prima della sedicente unità d'italia, lo stato più indebitato era il Regno di Piemonte); dalla crisi dell'agricoltura al ritardo degli investimenti per l'industrializzazione; dall'impoverimento demografico (dovuto all'aumento dell'emigrazione verso il nord e verso l'estero) alla crescita esponenziale delle mafie (Rocco Chinnici ci insegnò che la mafia, come la conosciamo oggi, è un fenomeno nato con l'unità d'italia; prima era debole e dedita a piccola criminalità, totalmente gestibile e controllabile).
Come può vedere, caro varesino bocconiano Monti, il Sud sta cambiando più del resto del (suo) Paese da 152 anni a questa parte; eppure non vediamo crescita, sviluppo, miglioramenti. Se fossimo indipendenti, saremmo l'ultimo stato d'Europa; 152 anni fa, eravamo il terzo. E' un caso?
Ma continuiamo ad esaminare la risposta del dottor Monti: "Il Sud è un'occasione, non un freno". Alzi la mano chi non ha sentito, almeno cento volte in vita sua, la medesima frase. Ok, abbassate le mani adesso. Quanto è illuminante, il signor Monti! Quale grandissima e originale chiave di lettura dei problemi del Sud!
 
JATEVENNE!!!

giovedì 30 agosto 2012

Progresso e sviluppo sono incompatibili



Sono decenni, forse secoli, che ci insegnano una legge non scritta: lo sviluppo economico di un popolo è indice del progresso di quel popolo. Tradotto in soldoni: il popolo più ricco è quello più progredito; oppure, più correttamente, possiamo dire che il popolo che ha maggiore sviluppo economico in un dato periodo storico è anche il popolo più progredito.
Prima di smascherare questa fandonia, bisogna mettersi d'accordo sul significato che diamo alle parole. Partiamo da "popolo": lo sviluppo economico di un Sistema sociale equivale allo sviluppo economico del Popolo? Sistema sociale e Popolo sono la stessa cosa?
La risposta non può che essere negativa: Sistema sociale e Popolo non sono la stessa cosa. Il Sistema sociale governa il Popolo, impone a quest'ultimo le leggi e quasi sempre lo fa perché è legittimato dal voto "popolare", ottenuto tramite "libere elezioni" con le più disparate leggi elettorali. Dato che il Popolo elegge i propri governanti, questi hanno la libertà di legiferare perché, qualsiasi legge faranno, sarà fatta per il bene del Popolo. 
Basta analizzare la realtà italiana, spagnola, greca (per rimanere solo alle sedicenti liberaldemocrazie) per rendersi conto di quanto questo rapporto sia sconfessato de facto: i governanti fanno leggi che impoveriscono (economicamente, culturalmente, socialmente, politicamente) il Popolo, e lo fanno solo a salvaguardia del Sistema sociale e dei suoi reggenti/dipendenti, che viceversa tendono ad arricchirsi. 

Dimostrato, quindi, che il Popolo in realtà non ha nessun potere effettivo in questo Sistema sociale, ma che viceversa è il Sistema sociale a condizionare la vita del Popolo, passiamo ad analizzare gli altri termini della Lex non scripta. Parliamo dello "sviluppo" e del "progresso": siamo certi, ad esempio, che il rapporto deficit/pil sia il reale indicatore della salubrità di un popolo, di una comunità, di una società? Se così fosse, basterebbe confrontare la vita di un lavoratore cinese e quella di un lavoratore tedesco per notare che il primo vive meglio del secondo! Invece dal confronto si evince che è esattamente il contrario: maggiore è lo sviluppo economico del Sistema sociale, peggiore è la condizione di vita del Popolo o della Comunità. Per condizione di vita, sia chiaro, non intendiamo la capacità di acquistare cibo, vestiti, apparecchi tecnologici e quant'altro; intendiamo la qualità della vita, la salubrità dell'ambiente, la disponibilità di tempo libero extralavorativo, la vivacità della vita culturale, la capacità di gestire e risolvere problemi quali traffico e rifiuti, l'estensione dei diritti.
Come mai accade ciò? Per un semplicissimo motivo: non esiste un Sistema sociale capace di garantire grandi ricchezze e a tutti. Bisogna scegliere: o avere meno ricchezza economica, ma maggiore ricchezza sociale, culturale, ambientale (in questo caso, la ricchezza economica deve essere distribuita a tutti, generando un diffuso impoverimento economico cui faccia da contraltare una migliore qualità della vita); oppure avere maggior ricchezza economica nelle mani di poche persone, con conseguente diminuzione o perdita delle ricchezze non economiche (in questo caso, chi ha la fortuna o l'arrivismo per entrare nella cosiddetta Casta è salvaguardato mentre le sterminate masse che non entrano in tale Casta vivono in una condizione di impoverimento socioeconomico e culturale).

"Vuoi dire, forse, che economia e progresso sono incompatibili?". No. Voglio dire che "sviluppo economico" e "progresso" sono incompatibili. Sviluppo economico ed economia non sono sinonimi, in quanto una qualsiasi economia non necessariamente deve "svilupparsi" secondo i canoni contemporanei (pil, deficit, debito, sistema bancario, tassi di interesse, profitto, surplus, mercato, ecc...). Il progresso di una Comunità, anzi, si ottiene proprio quando l'economia raggiunge un punto di sviluppo oltre il quale si impoveriscono tutte le altre ricchezze di cui la Comunità ha maggior bisogno.

lunedì 23 luglio 2012

Non vi preoccupate dello spread




Non c'è un canale di informazione italiano che non stia osservando, con crescente preoccupazione, la caduta delle borse europee (tra cui la peggiore è Milano) e l'aumento dello spread tra Italia e Germania. La volontà di iniettare panico generalizzato sta cominciando a produrre frutti: non passa ora senza che qualcuno passi vicino a me commentando le oscillazioni della Borsa. Inutile precisare che NESSUNO di coloro che si preoccupano per la Borsa sono possessori di azioni o abili speculatori o quant'altro. Non avrebbero una ragione al Mondo per preoccuparsi, se non fosse che i media hanno fatto passare il seguente messaggio: se i mercati finanziari continuano ad andare così, andremo tutti in default. Tradotto: se i miliardari non continueranno a far miliardi, saranno costretti a licenziarvi e a far aumentare le tasse dal loro governo di fiducia. Stesso discorso, ovviamente, fa fatto per le banche: se lo Stato (cioè noi) non aiuta le banche private  (cioè loro) coi soldi pubblici (cioè coi nostri soldi), allora andremo in default.
Esattamente come è successo in Spagna, e prima ancora in Grecia, adesso anche in Italia stiamo notando come tutte le manovre, tutte le leggi, tutti i tagli, tutte le cosiddette riforme fatte in questi mesi dal governo bocconiano in combutta con la troika della Unione (bancaria) Europea, non sono servite ad una beneamata ceppa. I Greci e gli Spagnoli hanno obbedito a tutti i diktat europei, facendo manovre sanguinarie e realizzando controriforme degne del peggior fascismo. Risultato? Atene rischia il default in autunno; Madrid ha appena vissuto tre giorni di guerriglia urbana, ed il governo Rajoy ha appena comunicato che "nun ce sta na lira", quindi bisogna tagliare ancora gli stipendi, abolire la tredicesima e ridurre le ferie.

In Italia non siamo ancora a questi livelli? Beh, qualche settimana fa un sottosegretario del governo bocconiano, tale Paolillo, ha comunicato a tutti gli italici che bisogna lavorare di più (taglio delle ferie) e guadagnare meno (taglio dei salari e delle tredicesime) se si vuole evitare il default.
Sono di ieri due notizie interessanti: gli stipendi sono fermi da 10 anni; solo due assunzioni su dieci avvengono a tempo indeterminato.
Quindi possiamo dirlo: tecnicamente siamo già in default.

Allora, cari concittadini, piantatela di dar retta ai messi di informazione parziale di massa dietro cui vi sono famosi gruppi economico-finanziari che fanno azione di lobby. Smettetela di preoccuparvi della Borsa, dello spread, dei bund tedeschi. Sono cose da miliardari, da padroni. E se i padroni si vorranno vendicare con noi perché le loro speculazioni non sono più redditizie, perché i loro conti correnti non sono più gonfi come prima, noi abbiamo solo una cosa da fare: reagire.
E solo di questo ci dovremmo preoccupare, perché è palese che non siamo minimamente pronti a reagire, ma solo e soltanto a subire.

Do svidanija

mercoledì 6 giugno 2012

Prima firma, poi puoi morire



RADIO SABOTAG - TRASMISSIONE N.2

La Cgil denuncia che alcune aziende emiliane, che non hanno la certificazione per la ripresa produttiva e l'agibilità dei capannoni, fanno firmare liberatorie individuali ai lavoratori e li fanno lavorare. Così facendo, declinano ogni responsabilità circa eventuali incidenti o morti sul lavoro nel caso in cui vi fossero altre scosse di terremoto in futuro. “Stiamo ricevendo segnalazioni su alcune aziende che cercano di baipassare l’ordinanza del dipartimento della protezione civile, facendo firmare ai lavoratori liberatorie individuali sulla responsabilita’ civile e penale nel caso di danni provocati dal terremoto” dichiara la CGIL, per il quale “non ci sono aggettivi per giudicare un atteggiamento del genere se non quelli della irresponsabilita’ e dell’indecenza”.
In realtà, gli aggettivi ci sarebbero eccome! Luridi, indecenti, vergognosi, stomachevoli. L'aggettivo più corretto, però, è sempre e solo uno: capitalisti. Perchè gli imprenditori che hanno affisso ai cancelli delle fabbriche, mentre la terra ancora tremava, sinistri (anzi, destri) cartelli in cui si intimava ai lavoratori di riprendere prontamente il lavoro, pena la messa in libertà o la detrazione delle ferie, non sono altro che capitalisti. Sfruttatori del lavoro altrui. Persone che antepongono il profitto personale al bene della comunità. Padroni che, con il pretesto dei danni subiti dal sisma, coglieranno l’occasione per delocalizzare le produzioni, facilitati in questo compito anche dal credito negato da parte delle banche e per nulla ostacolati dallo Stato, correo in questa come in altre occasioni (vedasi il caso della Fiat di Termini Imerese). Nessuna pietà per i lavoratori, per quella carne da macello sacrificabile sull'altare del profitto. Lavoratori sempre sotto comando e sotto ricatto, terrorizzati dall'idea di finire ad ingrossare quel mare melmoso di precariato che è la cifra esistenziale dell'economica capitalistica moderna. Lavoratori che si ritrovano ad ingrossare le fila di un esercito di riserva in una guerra tra poveri. Lavoratori che muoiono sotto le macerie di una fabbrica o di un capannone, che era rimasto aperto e attivo mentre tutto (scuola, uffici, borghi e centri storici) era stato chiuso, svuotato e transennato. Perchè la logica del profitto non si ferma davanti a nulla, figurarsi davanti a qualche grado della Scala Richter.




domenica 15 aprile 2012

Londra 2012, altro che olimpiadi etiche! Adidas sfrutta i lavoratori!



In questo articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano
è possibile avere conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che le multinazionali dello sport sfruttano i lavoratori in varie parti del mondo e poi ci riempiono di spot sul fairplay e sull'onestà e la generosità.
Kathy Marks, corrispondente dal sudest asiatico del quotidiano britannico The Independent, si è recata in Indonesia, dove l'Adidas sfrutta i lavoratori, che lavorano fino a 65 ore settimanali con paghe misere e che subiscono vessazioni verbali e fisiche. Questo ha trovato la giornalista inglese. E questo vogliamo denunciare.

Altro che spirito olimpico! Il CIO non dovrebbe consentire a queste multinazionali di essere partner di un evento come le Olimpiadi!

martedì 28 febbraio 2012

Luca Abbà e Mario Monti




Il giorno che Luca Abbà, militante No Tav e proprietario di uno dei terreni interessati dai lavori per l'alta velocità, cade da un traliccio a seguito di un contatto coi fili dell'alta tensione durante una manifestazione per il sacrosanto diritto del popolo della valle di non avere un'opera costosa, inquinante ed inutile sul proprio territorio, un sondaggio di Repubblica informa che la fiducia nei confronti di Monti è in aumento.
Le due cose, si dirà, non sono collegate tra loro: una persona può condividere la lotta dei No Tav e contemporaneamente sostenere il Governo Monti e le sue azioni per salvare l'Italia dalla crisi. Non è vero, o almeno non lo è del tutto. Perchè le politiche che Monti ha sempre difeso e applicato, sia come Commissario Europeo sia come Premier italiano, sono le medesime politiche alla base del TAV: iperliberismo, preminenza delle decisione europee rispetto alle volontà dei territori, anteposizioni degli interessi economici rispetto a quelli sociali e ambientali. E' quindi paradossale che il governo che meglio incarna i dettami dell'Unione (Bancaria) Europea sia così apprezzato dai cittadini italiani.
Se il movimento No Tav è diventato uno dei paradigmi principali della contrapposizione ai governi dei burocrati, dei banchieri e della finanza che dominano in Europa, lo si deve principalmente al fatto che questo movimento è riuscito e sta riuscendo ad unire tutti coloro che sanno quanto pericolosa sia la situazione: chi ci governa, nella nostra nazione come in Europa, è sordo e cieco rispetto a quanto noi, cittadini o Popolo che dir si voglia, continuiamo ad urlare e a mostrare. Per quanto riguarda il TAV in particolare, non dimentichiamo che sono numerose le inchieste di questi anni, sia italiane che estere, che dimostrano quanto sia dannosa la realizzazione dell'alta velocità in Val di Susa.
I gesti estremi come quello di Luca Abbà ricordano quello di Thích Quảng Đức, ed è triste che ancora oggi bisogna immolarsi (o rischiare di farlo) affinchè qualcuno ci stia a sentire. Sono questi episodi che dimostrano quanto la democrazia liberale abbia fatto il suo tempo.