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martedì 6 settembre 2011

Octopus: il simbolo del blog




Octopus, comunemente chiamato "polpo", è un animale di cui si conosce poco. Forse è questo il motivo principale per cui esso viene spesso denigrato, deriso, associato alla bruttezza e alla cecità.
Pochi, pochissimi sanno che l'Octopus è un animale intelligentissimo, cosa ancor più stupefacente visto che è un animale fondamentalmente solitario. Inoltre, l'Octopus ha ben tre cuori, cosa che gli consente di compiere sforzi notevoli e di sviluppare una forza enorme se confrontata con la sua stazza. Infine, recenti studi dimostrerebbero che è un animale essenzialmente monogamo.

Ho sempre creduto che gli animali siano esempi, per noi umani. Esempi di fedeltà, di astuzia, di grinta, di forza, di equilibrio. Ognuno di noi, forse, ha un animale con cui è spiritualmente e caratterialmente in simbiosi.

L'Octopus è come il redattore di questo blog.
Ha tre cuori: Onore, Amore, Gloria. Sono queste le tre cose che dovrebbero far battere i cuori di tutte le persone. A cosa serve vivere se non si ha una vita onorevole, piena d'amore e votata alla gloria (per le proprie opere e per la propria stirpe)?
Come l'Octopus, anche io ho otto tentacoli, cioè otto canali di trasmissione, di conoscenza, di formazione, di creazione.
Famiglia, Cultura, Oligarchia, Mentalità, Ribellione, Solidarietà, Identità, Indipendenza.

La Famiglia è la base, il fondamento, l'origine e lo scopo del nostro essere e del nostro agire. Non mi interessa se la famiglia è costituita da eterosessuali, omosessuali o single. L'importante è che la Famiglia sia creata, curata, sviluppata, difesa, sostenuta. Tutto il bagaglio ideale di un singolo come di un Popolo si trasmette tramite la Famiglia.

La Cultura è la conditio sine qua non. Chiunque può diventare Presidente del Consiglio o leader in qualche settore. Non è necessario avere una valida e ampia cultura; possono bastare i soldi di papà o gli aiuti di amici e conoscenti, di ogni risma. La Cultura, però, consente ad una persona di amare e di essere amata, di apprezzare l'arte e di vedere apprezzata la propria. La Cultura amplifica il potere dei nostri sensi, amplia i confini, allontana gli orizzonti, distrugge i muri. La Cultura è rivoluzionaria.

L'Oligarchia è una concezione politico-esistenziale: sono le minoranze a fare la Storia. Bisogna sempre diffidare dalle masse: esse sono volubili e facilmente influenzabili o comprabili. Pochi ma buoni, nella vita e nel lavoro. Se un libro è letto da milioni di persone non vuol dire che sia un capolavoro, anzi. Molto spesso è una boiata clamorosa che ha avuto successo commerciale solo perchè fondato sui principali istinti di pancia delle Masse. Un film campione di incassi non necessariamente è un'opera d'arte. Probabilmente, invece, è una cagata mostruosa zeppa di effetti speciali, luoghi comuni, trame scontate e qualche attore/attrice di grido. Essere eletto con milioni di voti non vuol dire essere un leader politico valido e utile alla comunità: i voti possono essere comprati e scambiati, e lo stesso Hitler fu democraticamente eletto (cosa che dovrebbe far riflettere i difensori della liberaldemocrazia e del suffragio universale).

La Mentalità è un modo di porsi rispetto agli eventi e alle persone che quotidianamente interagiscono con noi. Mentalità significa portare avanti i propri ideali, se si ritengono giusti, a tutti i costi e con coerenza. Quando non si ritengono giusti, la Mentalità impone di cambiarli e di sostituirli. Solo gli ottusi continuano nell'errore. Mentalità significa non scendere a compromessi per compiacere chicchessia: questo siamo, questo pensiamo, così agiamo e fanculo al mondo. Siamo noi a decidere se una cosa va fatta o no. Ascoltiamo tutti i consigli, ma noi decidiamo. E se una cosa è ingiusta, la combattiamo. Se una legge è sbagliata, disobbediamo. Mentalità.

La Ribellione è un mezzo espressivo. Ognuno di noi può eszprimersi tramite due canali: la moderazione e la ribellione. Lo status quo può piacerci o non piacerci. Nel secondo caso, possiamo provare a correggerlo o ad abbatterlo. Non c'è altra via, tertium non datur. La Ribellione, però, non è da intendersi come parossistico estremismo: anche, anzi soprattutto, nella Ribellione ci vuole equilibrio. Ribellarsi ai canoni del "vivere civile" e della "morale comune" è un dovere per chi vede quale grado di inciviltà e di immoralità ha raggiunto la nostra società. Non arretrare di un passo. Avanzare appena possibile ed ogni volta che c'è uno spiraglio, una breccia.

La Solidarietà è il sentimento di amore verso la propria comunità. Noi non saremmo quello che siamo senza i giganti che ci hanno preceduto. La nostra comunità non progredirà se non aiutiamo i nostri fratelli e i nostri figli in difficoltà. La Solidarietà non va declinata in senso altruistico: diffidate da chi vi dice "lo faccio per te". La vera Solidarietà, ci insegna Kropotkin, è fondamentalmente egoistica: lo faccio per noi. Perchè questa cosa fa bene a me e a te, alla comunità. Se una cosa fa bene solo a te, non è solidarietà: è privilegio.

L'Identità è il "conosci te stesso". Bisogna sempre essere orgogliosi di ciò che si è, non disconoscere ciò che si è stati (anche se abbiamo commesso errori) nè da dove proveniamo. Noi siamo figli dei nostri padri e siamo padri dei nostri figli. Abbiamo un bagaglio di tradizioni che va sempre rinverdirto, riattualizzato. Abbiamo un sangue nelle vene ed una terra da cui proveniamo o su cui siamo nati. Non siamo migliori o peggiori di nessuno. Noi siamo. Padroni di nulla e servi di nessuno.

L'Indipendenza è una lotta costante. Contro ogni forma di dipendenza, sia essa fisica o psicologica. Tutto ciò che ci dà dipendenza ci rende più deboli, più ricattabili, più comprabili. Non sto dicendo che bisogna smettere di fumare una canna o di bersi una birra. Sto dicendo che quando il bisogno di nicotina diviene opprimente, è il momento di smettere. L'Indipendenza va coltivata anche nei confronti degli altri, della religione, della politica. La nostra capacità di analisi deve sempre essere libera, equilibrata e lucida. Non dobbiamo pensare o fare secondo quanto ci viene detto o imposto dal partito, dal prete o dall'amico: noi non abbiamo bisogno che di noi stessi e della persona che amiamo.
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lunedì 5 settembre 2011

Come la vedo io





Ho un difetto: amo la radicalità, la contrapposizione, il ribellismo, l'estremismo, l'essere equilibrati senza essere moderati.




Se questo aspetto del mio carattere è visto da destra, vengo tacciato di essere comunista. Non mi offendo: ho avuto la tessera con la falce e il martello fino al 2008. Poi ho mandato tutti a fanculo.

Per i destri, sono comunista perchè credo che il fascismo-regime e il nazismo siano stati un male assoluto, perchè non ho senso dello Stato, perchè non mi riconosco nel concetto di Patria Italiana e perchè il tricolore non mi piace. Perchè il 17 marzo ero in piazza a manifestare CONTRO l'unità d'Italia. Forse perchè sono favorevole all'aborto e al divorzio, alle unioni tra gay. Forse perchè sono laico eticamente e socialista economicamente. Forse perchè ascolto i Nabat e i Los Fastidios.



Se il mio ribellismo viene visto da sinistra, vengo tacciato di essere fascista.

Forse perchè ho sempre apprezzato il programma di San Sepolcro. Forse perchè ho sempre provato fastidio nei confronti delle "Masse". Forse perchè sostengo che il suffragio universale sia un male, e che la liberaldemocrazia non sia una vera democrazia. Forse perchè ritengo che siano le minoranze a fare la Storia. Forse perchè sono un nazionalista terrone. Forse perchè credo che anche CasaPound abbia prodotto qualcosa di culturalmente interessante. Forse perchè ascolto gli ZetaZeroALfa.



Comunque vada, io non rientro nei canoni del komunista o del fascio.

La mia testa rasata e il mio bomber nero sono, per i primi, l'inequivocabile dimostrazione del mio essere fascista. Se poi spieghi loro come sia nato il movimento skin e cosa siano la S.H.A.R.P. e la R.A.S.H., forse capiscono e ti lasciano in pace.



Non rientro nei vostri canoni, cari fascisti del terzo millennio e Kompagni dai campi e dalle officine.

Io me ne sono fatto una ragione.

Fatevela pure voi.

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lunedì 23 maggio 2011

Capitalismo e sedicente Democrazia



Caro Simone,
innanzitutto complimenti per la tua militanza.
Ci conosciamo da tempo e, come sai, su molte cose la pensiamo in maniera simile, se non identica.

Il tema della Democrazia mi interessa da tempo, tanto è vero che il mio unico libro, IL GOVERNO DEI MIGLIORI, parlava proprio di questo.

Il sottotitolo era: Idee per una Nuova Democrazia. Con il termine "Nuova Democrazia" volevo indicare una democrazia senza aggettivi (liberale, socialista, cristiana), che affondava le radici nelle origini della democrazia ellenica (Sparta ed Atene, per capisci) ma che ovviamente si proponeva di attualizzare quel tipo di democrazia, che è L'UNICO tipo di democrazia.
Non è proponibile, hic et nunc, ricreare la struttura democratica ateniese. Però è possibile riattualizzarla, ad esempio sganciando la democrazia dalla struttura economica della società.

Quella che noi chiamiamo Democrazia Liberale, di stampo anglo-americano e fondata sul Capitalismo, è quindi una falsa democrazia, perchè non da' governo al Popolo (Demos) ma solo ad Oligarchie (economico-culturali)organizzate. Rafforzarla, quindi, non condurrà mai alla sconfitta ed al superamento del Capitalismo, ma al massimo può condurre ad un miglioramento delle condizioni di vita dei popoli e dei cittadini. Le Oligarchie si combattono con altre Oligarchie, uguali e contrarie. Per fare una rivoluzione non servono milioni di persone, ma solo qualche centinaio.

Quindi la scelta di fronte alla quale siamo posti è: vogliamo correggere i difetti del capitalismo? Allora la democrazia liberale ci offre tutti gli strumenti per farlo.
Vogliamo abbattere e superare il Capitalismo, cioè una struttura economica onnivora fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Allora dobbiamo abbandonare gli strumenti della liberaldemocrazia e (ri)fondare la vera ed unica Democrazia, la democrazia senza aggettivi che vide la luce nella Grecia di Pericle e Leonida. Dobbiamo organizzarci in minoranze attive pronte a combattere il capitalismo e la liberaldemocrazia in ogni luogo.

Pensare globale, agire locale.

A noi la scelta.
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martedì 1 marzo 2011

Da Oligarca ad Insorgente




L'oligarchia è una teoria politica fondata sul concetto che le minoranze attive, le elites, sono le uniche capaci di governare i processi economici, politici e culturali. In questa teoria credo fermamente, in quanto tutta la Storia è stata "storia di lotte tra elites": nell'antica Roma, ad esempio, non erano patrizi e plebei a lottare, ma rappresentanti dei patrizi (optimates) e rappresentanti dei plebei (populares) a combattere tra loro.

Oligarca è colui che fonda una oligarchia o che ne entra a far parte, accettandone e promuovendone gli ideali ed i valori.


Dal campo della teoria, però, è giunto il momento di passare al campo della prassi, della azione.
Qual è la pratica migliore per realizzare i concetti dell'Oligarchia? Come gli oligarchi che vogliono cambiare la sedicente democrazia liberale, abolendone l'infausto attributo e riattualizzando gli antichi valori democratici che dalla Grecia di Sparta e Atene sono arrivati fino all'illuminismo, possono agire nei territori in cui vivono, lavorano, operano?

L'insorgenza è, appunto, la pratica migliore perchè è fondata sul concetto che solo la lotta costante e senza quartiere contro il Sistema può condurre alla liberazione di tutti e di ciascuno. Insorgere significa essere consapevoli che il Sistema non è riformabile, modificabile, migliorabile, correggibile: il Sistema va cambiato, abolito, resettato.

Insorgente è colui che agisce secondo questi dettami e cerca di intessere una rete di relazioni con altri insorgenti, perchè sa che il solo individuo non può nulla contro il Sistema; nè la massa può, perchè facilmente corruttibile e amorfa; solo il Popolo può combattere e avere speranza, se non certezza, di vittoria. L'Insorgente sta nel Popolo e con il Popolo, cerca dentro al Popolo i nuovi insorgenti da formare e con cui lottare.
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martedì 28 dicembre 2010

Comunicato del Movimento Zero





Movimento Zero era presente a Bologna lo scorso 18 dicembre all'assemblea nazionale chiamata a dare inizio al progetto “Uniti e diversi”.
Abbiamo accolto con favore, e tuttora appoggiamo, l'idea di creare un coordinamento e una collaborazione tra gruppi e movimenti che, pur mantenendo la loro specificità, condividano una piattaforma sulla base della quale elaborare iniziative congiunte e sviluppare un progetto comune.
Il documento costitutivo di “Uniti e diversi” ci pare ben riassuma le linee guida che rappresentano al contempo il collante tra le varie componenti di questo nuovo soggetto politico e le battaglie che lo stesso dovrebbe portare avanti.
Non ci hanno mai interessato le aree di provenienza di coloro che si avvicinano alle nostre idee e quindi non abbiamo alcun tipo di preclusione o di pregiudizio nei confronti di chi ha dato vita e ha aderito in buona fede al progetto “Uniti e diversi”.
Tuttavia, l'incontro di Bologna ha suscitato in Movimento Zero alcune perplessità, peraltro manifestate anche in tale occasione dal nostro Presidente Massimo Fini, che intendiamo in questa sede rilevare non per porre steccati o tirarci indietro rispetto alle intenzioni fin qui manifestate, ma per chiarire le nostre posizioni, favorire un dialogo costruttivo ed evitare incomprensioni e fraintendimenti.
Le nostre osservazioni concernono sia questioni di metodo che di sostanza.
Quanto alle prime, riteniamo inopportuno e fonte di infiniti quanto inutili problemi il tentativo di costituire un soggetto politico pretendendo di delegare a tutti gli aderenti la formulazione del suo manifesto costitutivo. A Bologna si è invece previsto che proprio tale ultimo documento, già elaborato e sul quale sono state raccolte le relative adesioni, possa essere emendato, costituendo a tal fine degli appositi gruppi di lavoro.
La nostra opinione è invece che qualsivoglia progetto politico non possa che nascere intorno alle idee guida elaborate da taluni e alle quali chiunque può aderire o meno. La partecipazione della “base” deve intervenire in una fase successiva, ovvero quando si tratta di approfondire e studiare le concrete modalità di attuazione delle suddette idee guida, nonché ovviamente di elaborare l'organizzazione interna al soggetto politico costituendo. In caso contrario, come a Bologna si è potuto constatare, è inevitabile che ciascuno desideri cucire il vestito a propria misura e si arrivi al punto – com'è successo – che persino uno degli elementi cardine del progetto “Uniti e diversi” - il paradigma della Decrescita – venga da taluni contestato.
Per quanto concerne invece le nostre riflessioni in ordine al contenuto del progetto politico in questione, siamo sorpresi che in un soggetto che aspira a uscire finalmente dai soliti schemi e paradigmi che caratterizzano la scena politica e proponga un radicale rovesciamento di principi consolidati anche a livello di coscienza collettiva, affiorino residui di impostazioni e strumenti caratteristici proprio della realtà che si vuole contestare e cambiare.
Movimento Zero, per essere più chiari, non intende far parte di progetti volti a convogliare le proprie energie per la costituzione dell'ennesimo partito che aspiri a portare i propri rappresentanti in Parlamento e, più in generale, che intenda muoversi rigidamente nell'alveo dei principi e delle leggi del sistema che si dovrebbe combattere. Riteniamo che decenni di storia “democratica” hanno dimostrato che l'accettazione di queste regole del gioco rende di per sé impossibile farne saltare il relativo tavolo, unico obiettivo che possa e debba interessarci.
Non abbiamo la presunzione di conoscere ed indicare quali siano le strade da percorrere, ma sicuramente ci sentiamo di escluderne alcune. Se, com'è nostra intenzione, “Uniti e diversi” deve rappresentare l'avanguardia di un progetto realmente di innovazione e di rottura con l'esistente, non può ricalcarne le stesse modalità operative.
A nostro giudizio, in questa fase, l'aspirazione degli aderenti al progetto politico in questione deve essere quella di approfondire le tematiche che ci accomunano, invece di perdersi nel tentativo di trovare elementi di condivisione su ogni tema esistente (processo, quest'ultimo, necessario proprio a chi invece aspiri a dar vita ad un partito che intenda entrare nelle istituzioni).
Condividere determinate battaglie sugli ideali che ci vedono vicini, unire i nostri sforzi nel perseguimento di specifici obiettivi comuni, sarebbe per noi già un grande risultato.
Tutto ciò altresì nella convinzione che i tempi non siano maturi per dare attuazione alle nostre idee e sia invece in questa fase storica necessario diffondere principi e paradigmi non veicolati alla collettività dal sistema politico ed informativo.

Comunicato di Movimento Zero
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mercoledì 20 ottobre 2010

Esempi di democrazia liberale

Ecco come il liberale e democratico Stato italiano tutela il diritto alla salute delle popolazioni vesuviane, in lotta perchè non vogliono l'ennesima discarica di munnezza nel loro territorio. Da notare che il Parco Nazionale del Vesuvio ha già 10 (dieci) discariche abusive non bonificate della camorra e 3(tre) discariche dello Stato. Quale parco nazionale AL MONDO ha 13 discariche??? Risposta: nessuno.
I "camorristi" che lottano contro la discarica sono, come vedete, donne disperate che vanno contro i manganelli dello Stato armate di rosario e lacrime.






Ecco, inoltre, come il liberale e democratico Stato italiano tutela la pastorizia in Sardegna, la cui economia è notoriamente fondata su turismo, industria e, appunto, pastorizia e prodotti tipici. I pastori sardi sono sul lastrico, e lo Stato cosa fa? Manda i poliziotti a pestare i "rivoltosi", i "guerriglieri", e a sparare AD ALTEZZA D'UOMO lacrimogeni.



Stiamo solo aspettando che ci scappi il morto???

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martedì 19 ottobre 2010

Chi è un Oligarca?




Oligarca è colui che non fa affidamento sulla Massa.

Oligarca è colui che è estraneo alla Massa.

Oligarca è colui che ha compreso che bastano poche persone per cambiare le cose.

Oligarca è colui che crede nella minoranza attiva.

Oligarca è chi crede che democrazia e liberalismo siano contrari, non sinonimi.

Oligarca è colui che si ribella, insieme a pochi altri.

Pochi altri oligarchi.
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mercoledì 6 ottobre 2010

La crisi dello stato liberaldemocratico




Lo stato moderno si è addentrato in una spirale di crisi, la storia attuale presenta il conto delle distorsioni socio-politiche causate dal sistema liberal-capitalista; stiamo vivendo una delle ennesime crisi economiche, di natura ciclica caratterizzanti la storia contemporanea. Si assisterà alla fine degli scenari geopolitici attuali? Gli eventi nel contesto, come quello odierno di un mondo globalizzato, mutano nel giro di pochi anni rispetto ad un secolo fa che avevano una natura più statica e i cambiamenti in senso economico e politico necessitavano un arco temporale più ampio per realizzarsi. Dal dopoguerra in poi, soprattutto l’Europa o meglio il mondo occidentale, intere generazioni di uomini e donne nell’avvicendarsi dei decenni e di molteplici legislature di governo di vario colore politico, hanno conosciuto nei loro paesi e relativamente nei rispettivi ambiti di vita lavorativa e non, le conseguenze sempre più o meno devastanti di crisi economiche caratterizzate da una continuità e conseguente incisività nel tessuto sociale come se queste fossero la normalità congiuntamente a un arrancare al limite della sopravvivenza da parte degli stessi cittadini.
Dalla caduta del muro di Berlino, dalla conseguente implosione dei sistemi politico economici comunisti, dall’autodeterminazione dei Paesi facenti parte dell’ex repubblica del blocco socialista-sovietico da parte di tutto il mondo si sperava in una rinascita e in una profusione degli effetti benefici del liberalismo democratico. La fine della contrapposizione di due scuole di pensiero quella liberale ad Ovest del mondo che prospettava un epoca di libertà, di democrazia, di pace, e quella collettivista ad est, faceva sperare in un futuro di prosperità per tutti i popoli, ma il verificarsi poi la persistenza consolidata di un’instabilità economica ha fatto si che quanto presagito fosse un’illusione. L’attuale crisi in Grecia, il primo Paese europeo, a cedere sotto la scure della dipendenza economica-monetaria del sistema-europa, rappresenta lo sfogo dell’immenso marasma causato dal pensiero liberal-democratico che ha dato manforte a un capitalismo senza freni e che ha condizionato l’operato e le scelte di ogni governo soprattutto del mondo occidentale.

La politica, l’indiziata principale per quanto accade oggi giorno, anziché assicurare la tutela delle persone ha assecondato, nel tempo, gli interessi delle leve capitaliste gestite dal sistema economico-bancario mondiale. Se il concetto di Stato fosse stato applicato nel suo reale senso ovvero in un espressione di eticità, questo sarebbe al servizio del cittadino e non viceversa in cui si assiste alla preponderanza oppressiva del sistema di potere Stato-banche sui popoli.

Uno stato etico sarebbe il regolatore di ogni squilibrio socio-politico, il mediatore tra le varie classi lavorative, l’equilibratore, con i suoi strumenti politici e sociali, di tutte le tensioni in seno alla società, tutto ciò si tradurrebbe, a titolo esplicativo, in una cancellazione degli enti inutili, nella riduzione degli sprechi, nel contenimento della burocrazia, nella lotta alla corruzione e alle complicità politico-finanziarie. Nella logica di uno Stato asservito al sistema capital-bancario mondiale in pratica in uno stato che uccide e divora i propri cittadini, assistiamo al taglio progressivo delle pensioni, al blocco degli aumenti salariali, allo smantellamento subdolo dello stato sociale, alle mancate assunzioni nella Pubblica Amministrazione, all’aumento delle tasse sulle imprese il tutto poi coincidente in una riduzione del potere d’acquisto dei redditi dei cittadini.

Di fronte a tutto lo scenario espresso, poco a nulla servono le misure correttive della spesa e gli interventi parziali di possibili liberalizzazioni al fine di assicurare una parvenza di pseudo-crescita dei Paesi. L’Europa costruendo un mercato comune su una moneta stampata e distribuita da una Banca Centrale incentiva al proprio interno la massiccia crescita di un debito nei confronti del sistema bancario stesso, il tutto causato da una progressiva spogliazione di una sovranità monetaria dei singoli Paesi decretata giuridicamente da Trattati come quello di Lisbona e di Maastrict.

Non sarebbe forse da chiedersi alla luce di quanto assistiamo oggi quale portata positiva ha generato ai cittadini europei una moneta nata senza le opportune garanzie di stabilità e benessere tanto paventato? Finché esistevano le monete nazionali uno stato era in grado di generare al proprio interno debiti che poteva coprire autonomamente con la cosidetta moneta sovrana; l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Giappone non operano ancora in tal senso nonostante la mole dei loro debiti interni? Con l’esposizione debitoria che ogni singolo Paese dell’Unione possiede si rende dipendente e soprattutto asservita alle disposizioni e ai dettami di una Banca Centrale.

A questo punto invece di porre l’attenzione di tutta la politica europea ai rapporti giuridici sarebbe necessario effettuare una seria riflessione sulla moneta dell’unione comprenderne i risvolti che hanno generato le contraddizioni socio-economiche dei Paesi aderenti e mascherato le incompetenze dei politici stessi che ne hanno contribuito la nascita, ma in particolar modo è opportuno soffermarsi ad analizzare sulla crisi dello stato moderno e della democrazia rappresentativa.



http://www.giovinezza.eu/

martedì 5 ottobre 2010

Tra pochi mesi sarà il Kaos!




Il becero trionfo della democrazia liberale

La democrazia liberale dovrebbe consentire ad un candidato e ad un partito (o ad una coalizione) di governare quando ottiene la metà più uno dei voti dei cittadini al momento delle elezioni, e la sua successiva stabilità attraverso eventuali voti di fiducia. Questa mera espressione quantitativa non esprime affatto una qualità tecnicista del governo: ottenere la maggioranza dei voti o la fiducia dei parlamentari (che in base all'attuale legge elettorale sono nominati dai segretari di partito, non eletti dai cittadini) non garantisce affatto sulla qualità esecutiva dell'azione di governo. E, non ultimo, l’attuale legge elettorale premia in maniera sproporzionata la coalizione che non ottiene nemmeno il 50%+1 della maggioranza dei voti espressi, con la puerile scusa di favorire l’arco bipolare e la stabilità politica.
Niente di più falso.
La nostra asserzione è stata palesemente dimostrata il 29 settembre scorso quando abbiamo assistito all'ennesima farsa della democrazia quantitativa e liberale: un voto di fiducia scontato, su linee programmatiche vecchie di 16 anni ripetute boriosamente come se fossero novità immanenti. La questione paradossale è che questo voto di fiducia ha finito per sfiduciare il Paese Italia. Solo chi non riesce ad uscire dalla dicotomia destra-sinistra può credere che questo governo possa sopravvivere fino al termine della legislatura, magari operando berlusconianamente fingendo di terminare i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria da qui fino al 2013, magari promulgando una pasticciata legge sul federalismo fiscale, o magari riuscendo a realizzare una riforma della Giustizia funzionale solo alle necessità del Principe di Arcore.
La domanda: "Si andrà ad elezioni anticipate?", dopo i discorsi di ieri, ha un esito scontato. I finiani hanno votato la fiducia, annunciando contestualmente la nascita di un nuovo partito: in pratica hanno comunicato a Re Silvio che hanno solo bisogno di tempo per strutturarsi e radicarsi, per poi intenzionalmente far cadere il governo, probabilmente in sede di approvazione della legge sulla giustizia. La famigerata quota 316 (altro dato puramente quantitativo) senza finiani e dissidenti non è stata raggiunta, quindi de facto il governo non ha la maggioranza. Ma visto il tatticismo perpetrato dai rappresentanti di Futuro e Libertà, tale strazio continuerà ai danni dei cittadini ancora per diversi mesi, in modo che l’opinione pubblica continui ad essere trattata come se fosse interamente composta da sudditi lobotomizzati (e cominciamo ad averne le prove...)
Solo Antonio Di Pietro, per il quale non abbiamo MAI simpatizzato né tantomeno votato, è riuscito a dire in maniera chiara (seppur becera) la situazione reale; paradossalmente il modo violento in cui si esprime finisce per delegittimarlo. Tutti gli altri, dal menzognero Berlusconi, passando per la servile maggioranza per arrivare infine alla finta opposizione Pd-Udc di matrice atlantica, sono stati esclusivamente attenti a proporre discorsi o asserzioni fattive soltanto a rimandare la problematica di alcuni mesi, come dire, bisogna tenersi il morto in casa anche se ormai è in avanzato stato di decomposizione. E purtroppo il morto in questo caso è lo Stato Italiano.
Ed infatti intanto il Paese va letteralmente a rotoli: la disoccupazione è salita ai livelli del 1999, gli stipendi sono fermi da 7 anni, la qualità della vita continua a peggiorare, il Meridione è completamente abbandonato a sè stesso e alle mafie, e soprattutto non c'è uno straccio di piano di sviluppo economico né industriale né turistico.
La democrazia della quantità, la liberaldemocrazia, ha trionfato.
Il Paese è sconfitto e continua a sprofondare ogni minuto, ogni secondo di più.




Marzo 2011: la madre di tutte le battaglie.

Del teatrino politico di alcuni giorni fa che si è svolto a Montecitorio abbiamo dunque parlato. Sul “caso” della Barzelletta Arcoriana non dobbiamo certo aggiungere altro, se non che potremo orgogliosamente raccontare ai nostri nipoti di aver assistito per anni e anni al finto cognato di Gino Bramieri che ha rivestito la carica di Presidente del Consiglio portando alla rovina il paese. Ormai non abbiamo più epiteti per definire la situazione politica italiana con i suoi balletti e controballetti che un bipolarismo marcio fino al midollo ormai ci propone giornalmente e siccome non vogliamo sfociare del dipietrismo becero o nel grillismo populista proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere la prossima primavera, quando, a detta di tutti, si dovrebbe tenere una nuova tornata dei ludi cartacei.
Sic et simpliciter, il modo in cui potrebbe evolversi la situazione sul territorio nazionale potrebbe essere di seguire la via maestra segnata alcuni giorni fa da Raffaele Lombardo in occasione della presentazione del Lombardo Quater, ossia della quarta (!!!) versione del suo governo regionale, un record assoluto. Ma leggiamo le dichiarazioni di Lombardo: “Andrò fino in fondo per le riforme. E in questa direzione ho incontrato sulla mia strada Pd, Mpa, Fli e Api. Per quanto riguarda l’Udc non ho capito: non vorrei che si aprisse un problema di simbolo. Sarà ciascuno dei deputati a decidere ciò che ritiene. Io porto avanti la mia azione riformatrice. So che vado scontentando molta gente. Ma non mi fermano". Il governo regionale presentato da Lombardo si configura come un esecutivo tecnico centrista allargato al Partito Democratico, e che esclude totalmente il Pdl, oltre alla parte dell’Udc fedele all’ex governatore Totò Cuffaro e al Pdl-Sicilia capitanato da Gianfranco Micciché. Nel suo discorso Lombardo ha ribadito con decisione: “Il quarto governo dovrà puntare ad alcune riforme essenziali radicali. A partire da noi stessi: vale a dire la Regione che è un immenso motore immobile che pretende di regolare e autorizzare o negare tutto. Piena zeppa di leggi e regolamenti, circolari e decreti. Dobbiamo fare dimagrire questa regione, dobbiamo decentrare sul serio. Un decentramento effettivo perché non si sostituisca a un centralismo statale, un centralismo regionale. Poi l'altra grande riforma di una risorsa preziosa, enorme e costosa: quella del personale. E, ancora, la riforma delle tante aree industriale e degli innumerevoli enti, riducendo anche i componenti dei consigli di amministrazione. Basta enti in rosso con troppo personale". Quindi, l'agricoltura, e anche qui c'è da disboscare enti che dilapidano risorse che devono esser eindirizzate verso la qualità, la ricerca, la tracciabilità, i controlli, la promozione e la conquista dei mercati, intaccando lo strapotere della grande distribuzione. Occorre promuovere il nostro prodotto turistico. Ma bisogna dare un impulso straordinario alla spesa delle risorse disponibili".


Belle parole non c’è che dire, soprattutto per un governatore che rimescola i suoi collaboratori e la sua maggioranza per la Quarta volta. Ma, a parte, il casus belli che riguarda esclusivamente la regione Sicilia, dobbiamo obbligatoriamente analizzare questa situazione e proiettarla in ambito nazionale. Possiamo notare come si parli insistentemente di Riforme. Se immaginiamo questa futuribile ipotesi si genera da sé il paragone con le recenti dichiarazioni di esponenti dell’opposizione quali Bersani o Casini, che ripetutamente hanno espresso la necessita’ di un governicchio di unità nazionale per mettere mano alla legge elettorale modificandone radicalmente il meccanismo. Non solo: nelle ultime ore esponenti della Lega Nord hanno confermato ripetutamente l’alta probabilità di andare alle urne nel Marzo 2011.
Segnatevi questa data: sarà la madre di tutte le battaglie politiche, un evento epocale per chi crede, e noi non siamo tra questi, nella democrazia liberale, o meglio, liberalcapitalista.
Ma quali saranno i probabili schieramenti bipolari che si presenteranno ai prossimi ludi cartacei ?
Lo stesso Italo Bocchino si è espresso in questi termini.
Noi abbiamo formulato questa ipotesi:


POLO BERLUSCONIANO PADANO
Partito delle Libertà
Lega Nord
Alleanza Democratica
Parte dell’UDC Siciliano
PDL Sicilia di Miccichè
La Destra
Fiamma Tricolore
Movimentucoli destrorsi vari


POLO ATLANTICO DI EMERGENZA NAZIONALE
Partito Democratico
Futuro e Libertà
Udc
Api
Sinistra Vendoliana
Movimentucoli sinistrorsi vari
+ APPOGGIO ESTERNO DELL’ITALIA DEI VALORI


Appare abbastanza chiaro il Polo di Emergenza Atlantica vincerà le elezioni e si configurerà come un governo di unità nazionale che governerà il paese per almeno 2 anni, almeno fino all’agognata legge elettorale che abbatterà il Porcellum.
Ma come reagiranno Berlusconi e la Lega ?
Prevediamo in maniera scomposta.
Soprattutto la Lega potrebbe portare in piazza davvero centinaia di migliaia di persone in segno di protesta, provocando non pochi problemi al neonato governo. Ma a questo punto anche i pretoriani di Silvio, soprattutto quelli del Nord, dovranno obbligatoriamente schierarsi a fianco del Senatur per non perdere le roccaforti nordiste. Al centro, specialmente nel Lazio ed in Campania, esisterebbe, secondo noi, la forte possibilità che gli ex-colonnelli di Alleanza Nazionale possano tornare a Canossa e riaccasarsi con Fini. In certi momenti tutto è possibile.
Nelle ultime settimane abbiamo persino osservato un tristo ritorno di fiamma di un certo “terrorismo di basso profilo” sfociato, per ora, soltanto nel mancato attentato del Direttore Belpietro. Questo ci riporta indietro di alcuni decenni, ed e’ manifesto segno che nei sottoboschi sociali comincia a “montare” un vero e proprio disagio. Ad ipotesi di “finti attentati” non vogliamo nemmeno pensare benchè la storia italiana potrebbe esserne zeppa
E quale potrebbe essere la merce di scambio per la rinata pax sociale ?
Traducendo: come assecondare la Lega, e spartirsi l’Italia?
La divisione in Macroregioni di migliana memoria, e di cui vi abbiamo messo una futuribile cartina all’inizio dell’articolo. Oltre alle sguaiate propagande leghiste, anche da esponenti politici del Meridione si e’ sentito ripetere piu’ volte, la necessità di formare un vero e proprio Partito del Sud. Una divisione politica ed amministrativa (non sappiamo esasperata fino a che punto) garantirebbe questa spartizione di clientele e l’affossamento definitivo dell’Italia. Altro che federalismo totale, amministrativo o fiscale, altro che Lander tedeschi!
Scenario fantascientifico ?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Noi Socialisti nazionali, noi elettori Socialisti Nazionali non parteciperemo a questa mattanza popolar-italiota.



L'OLIGARCA

CENTRO STUDI CURSUS HONORUM

giovedì 30 settembre 2010

Il becero trionfo della democrazia liberale



La democrazia liberale consente ad un uomo o ad un partito o ad una coalizione di governare se ottiene la metà più uno dei voti dei cittadini (durante le elezioni) e dei deputati (attraverso i voti di fiducia). Questa mera espressione quantitativa non esprime affatto una qualità: ottenere la maggioranza dei voti o la fiducia dei parlamentari (che in base all'attuale legge elettorale sono nominati dai segretari di partito, non eletti dai cittadini) non garantisce affatto sulla qualità dell'azione di governo.
Ricordando che anche Hitler fu democraticamente eletto, ieri abbiamo assistito all'ennesima farsa della democrazia quantitativa e liberale: un voto di fiducia scontato, su linee programmatiche vecchie di 9 anni ripetute come se fossero novità. La cosa paradossale è che questo voto di fiducia... ha sfiduciato il Paese. Solo i più schierati possono credere che questo governo possa campare fino al termine della legislatura, magari finendo i lavori sulla Salerno - Reggio nel 2013, magari facendo il federalismo fiscale, magari riuscendo a realizzare una riforma della Giustizia.
Se posso permettermi di fare la quota di: "Si andrà ad elezioni anticipate?", dopo i discorsi di ieri non posso fare a meno di mettere il SI a quota 1,05. I finiani hanno votato la fiducia, annunciando contestualmente la nascita di un nuovo partito: in pratica hanno comunicato a Silvio che hanno bisogno di tempo per strutturarsi e radicarsi, poi faranno cadere il governo, magari sulla giustizia. La famigerata quota 316 (altro dato puramente quantitativo) senza finiani e dissidenti non è stata raggiunta, quindi de facto il governo non ha la maggioranza. Siccome, però, formalmente la maggioranza dei voti è ancora dalla parte del Governo, tale strazio continuerà ai danni dei cittadini ridotti sempre più a sudditi lobotomizzati.
Solo Antonio Di Pietro, per il quale non ho MAI votato, è riuscito a dire le cose come stanno, a chiamarle per nome, col suo stile un pò rustico ma di certo chiaro ed efficace. Tutti gli altri, dal menzognero Berlusconi alla servile maggioranza e alla finta opposizione Pd-Udc, sono stati attenti a dimostrare che la situazione è uno schifo, ma non c'è a breve una alternativa. Bisogna tenersi il morto in casa, anche se ormai è in avanzato stato di decomposizione.
Intanto il Paese va letteralmente a rotoli: la disoccupazione è ai livelli del 1999; gli stipendi sono fermi da 7 anni; l'inflazione continua a salire; il Meridione è completamente abbandonato (a se stesso o alle mafie); non c'è un piano industriale nè turistico.
La democrazia della quantità, la liberaldemocrazia, ha trionfato. Il Paese ha perso. E continua a perdere. Ogni minuto, ogni secondo.

lunedì 27 settembre 2010

InformAZIONE




Il titolo di questo post pone l'accento sulla caratteristica fondamentale dell'informazione italiana in questa particolare congiuntura storica. La vera informazione, in Italia, è soprattutto Azione, atto volontario di ricerca, approfondimento, analisi, sintesi, proposta.

Se per decenni l'informazione è stata fondamentalmente un atto passivo, una mera ricezione di notizie da parte di giornali e TG, oggi non è più possibile definire "informazione" tale procedura.

E' più corretto definirla Disinformazione, cioè "contraria alla informazione". Perchè lo scopo dell'informazione ufficiale non è informare, ma costruire opinione pubblica. Non far conoscere, ma far pensare tutti alla stessa maniera. La stessa Controinformazione, tanto importante negli anni 70, ormai è ridotta davvero male, pertanto la disinformazione di regime può assurgere al ruolo di vera ed unica informazione.

L'arrivo di Berlusconi sulla scena politica italiana ha imposto al Sistema una polarizzazione: non era più possibile propinare le solite balle in un unico senso, ma era necessario costruire un artificioso controcanto al fine di dimostrare che il pluralismo dell'informazione fosse salvo.

Questa costruzione ha consentito e consente ancora a Berlusconi di dire cose tipo: "L'informazione è in mano alla sinistra", "La rai è governata dai comunisti". In realtà, la contrapposizione (ad esempio) tra La Repubblica ed Il Giornale è una falsa contrapposizione ed è tutta interna al Sistema capitalistio: De Benedetti e Bersluconi, i due editori concorrenti fin dai tempi del Lodo Mondadori, sono anche su opposti schieramenti politici della Democrazia Unica Liberale.

Le voci dal coro, oggi, difficilmente le troviamo in tv o sui giornali: eccezion fatta per Il Fatto Quotidiano, che non ha un editore di riferimento, tutti gli altri giornali e tg seguono la linea editoriale dettata da questo o quel imprenditore.


L'unica possibilità di avere una VERA informazione è il web. E neanche del tutto: anche su internet, ormai, la disinformazione di regime incomincia ad occupare luoghi strategici, coadiuvata dalla polizia postale che impedisce quella che una volta sarebbe stata definita Controinformazione ed oggi invece è la Vera Informazione.

Quindi per sapere una notizia, per conoscere le varie chiavi di lettura, per vedere un'immagine o un video che nessuno (Rai, Mediaset, La7, ecc...) ti faranno MAI vedere, devi AGIRE. Ecco perchè l'informazione è divenuta azione: perchè per essere informati ed informare bisogna AGIRE. Dall'informazione si è passati all'InformAZIONE.

Nulla di ciò che ci è propinato ogni giorno è VERITA'. Perchè la verità è sempre rivoluzionaria... e al Sistema non conviene una rivoluzione.

venerdì 24 settembre 2010

Mai definirsi ANTI...



Nessuna nostalgia della Prima Repubblica; non fa parte del nostro humus culturale e metapolitico e non intendiamo cibarcene. Ma appare chiaro a tutti che 18 anni di bipolarismo “malato” hanno innestato nell’elettorato politico italiano il morbo “demonizzatore”. E’ altresi’ chiaro che il motore propulsivo di questo nuovo modo di fare politica e’ stata la strategia mediatica ANTICOMUNISTA propugnata dal Cavalier Berlusconi, che, ripetutamente salito sugli scranni del Parlamento, non piu’ tardi di qualche settimana fa ha ribadito l’immantinente pericolo della deriva comunista al potere.
Sinceramente dove il Principe di Arcore veda i comunisti in Italia, lo sa solo lui.
Ma proprio perche’ sapientemente lo sa, ossia sa che dei comunisti non c’e’ piu’ nemmeno l’ombra, continua a sfruttare l’atavica paura di stampo atlantista (che ha le sue origini del dopoguerra italiano) per cementificare il proprio elettorato composto per la maggior parte di cittadini di bassa cultura.
Dall’altra parte della riva bipolare, invece di dedicarsi a costruire un’opposizione credibile, strutturata, propositiva, e visti i chiari agganci a certe “strutture atlantiste” di oltre oceano, l’Ulivo prima, l’Unione poi, e adesso il Partito Democratico hanno sempre basato la loro strategia politica ESCLUSIVAMENTE sull’Antiberlusconismo militante, con il risultato che andati 2 volte 2 al governo ne sono usciti dopo pochi mesi con le pive nel sacco e, a questo punto, diremmo anche fortunatamente visto i programmi smembrativi che volevano attuare i governi Prodi, sotto la protezione di eminenti personalità quali Ciampi, Amato, Draghi e Padoa Schioppa, ossia tutti rappresentanti dei tecnocrati atlantici; sara’ bene sempre ricordarsi che la privatizzazione delle aziende strategiche nazionali e’ dovuta a questi signori, ed e’ grazie a loro adesso siamo costretti a mendicare il petrolio da paesi come la Libia.
Ma torniamo al nostro discorso primario.
L’elettorato italiano e’ stato letteralmente bombardato per anni e anni dalla sindrome del Buono e del Cattivo. I mezzi mediatici e giornalistici, equamente distribuiti e rappresentati, nonostante qualcuno ci voglia far credere che l’informazione sia Unipolare, hanno massacrato i gia’ poco capienti cervelli italioti con la loro propaganda Bipolare, fatta di inchieste, talkshow, finti dibattiti, intercettazione di gusto gossipparo, il tutto condito dalle quotidiane dichiarazioni dei rappresentanti politici che hanno strategicamente contribuito a mantenere sempre alto e strategicamente becero il livello della discussione politica, con i risultati che sono sotto i nostri occhi: un paese ridotto con le pezze al sedere.
E sono TUTTI COLPEVOLI.
Anticomunista, antifascista, anti-antifascista, antidemocratico, antiberlusconiano, antidemocristiano, anticattolico, antipagano, anti-immigrazione, anti-islamico… ORA BASTA !
Pare che oggi, per definire la propria visione politica e morale, sia obbligatorio definirsi "anti" qualcosa. Si è persa totalmente la capacità di affermare se’ stessi in maniera positiva: io sono... penso... faccio...Si e’ perso il gusto di proporre, di pensare, di provocare in maniera costruttiva…la tendenza continua è quella di proporre se’ stessi in maniera negativa: io NON sono... o sono CONTRO... NON penso questo....LUI E’ SPORCO…etc…
Abbiamo messo su questo laboratorio da pochi giorni e alcune riflessioni che abbiamo ricevuto sono queste: "Ma non siete antifascisti?", "Ma non siete anticomunisti?", "Ma non siete antiberlusconiani?". Sinceramente siamo rimasti alquanto perplessi ma queste domande non hanno fatto che confermare il nostro pensiero. Gli elettori, ed ancor prima, i cittadini, sono completamente inebetiti dall’offerta politica e dai messaggi mediatici che li bombardano.
E notiamo, ormai giornalmente, che questo processo, logico e linguistico, è ormai una costante di ogni dibattito politico-culturale. Il paradosso è che la contrapposizione "pro" e "anti", nella malata democrazia liberale di stampo prettamente anglo-americano che in tutto il sedicente Occidente governa (sotto finte spoglie di bipolarismi contrapposti), non ha radicalizzato lo scontro politico, portando a crescere le ali estreme, bensì ha consolidato la moderazione e la corsa al centro, ed ha fatto in modo che le estremita’ antagoniste facciano a gara per salire sui 2 carrozzoni bipolari, portando allo stadio terminale anche quei partiti, che una volta si chiamavamo Antagonisti, e che ora si svendono per una poltrona di assessore o di sottosegretario.
All’aggettivo “ESTREMA” noi non diamo un’accezione NEGATIVA e VIOLENTA, bensi’ ALTERNATIVA. Quando il Centro e i suoi contigui cartelli stradali chiamati Destra e Sinistra, sono dichiaratamente malati, allora bisogna andare a cercare la soluzione guaritrice e di urgenza Estrema, ossia in una allocazione DIVERSA. Puo’ essere alta, bassa, diritta, storta, colorata, bianca e nera, che scelga il cittadino la definizione che piu’ lo aggrada, ma deve essere obbligatoriamente DIVERSA.
Tanto per essere chiari: questo pericoloso e continuo scontro bipolare che i politici ci propugnano, di pericoloso non ha proprio niente !!! Per il Sistema non rappresenta nessun pericolo, anzi è strumentale ed utile al mantenimento dello Status Quo; la strategia e’ fingere che sia in atto uno scontro politico quando in realtà entrambi i contendenti sono dirette derivazioni del Sistema. In Italia, che governi Berlusconi o il Partito Democratico, non cambia oggi nè cambierà mai niente: chi mangiava, continuerà a mangiare; chi pativa la fame, continuerà a patirla. Le differenze saranno avvertite solo dai gruppi di potere, dalle lobbies, dai palazzinari, dai tecnocrati e dalle banche, ecc... Se governa Berlusconi, si cibano alcuni gruppi di potere; se governera’ il Pd o i Centristi, mangeranno altri commensali.
Il Popolo?
Niente. Nemmeno le briciole.
Non ci interessano grillismi senza costrutto ne’ esternazioni antipolitichesi (appunto…), ne’ tematiche populiste care a partiti una volta antagonisti ma ora ben saldati alle proprie poltrone territoriali; adesso bisogna costruire un nuovo modo di fare politica e di discutere. Inutile parlare esclusivamente di temi attuali che ora tanto vanno di moda, se poi non si e’ capaci di governare le problematiche.
La struttura deve essere globale; deve parlare al sociale ma deve anche dare risposte immediate.
Ma non risposte ANTI bensi’ risposte PRONTE.
Il sistema implodera’ da solo, ma in qualche modo dobbiamo essere preparati.
Come si esce da questa situazione?
Come si denuncia e si smaschera questa falsa contrapposizione tra "pro" e "anti"?
Innanzitutto, terminando una volta per tutte di definirsi "pro" o "anti" nella esclusiva logica della demonizzazione dell’avversario, cercando di affermare se’ stessi non per negazione, ma in maniera propositiva.
Bisogna chiudere col Novecento e con sue le contrapposizioni del secolo "breve". Fascismo, NazionalSocialismo, Comunismo, Atlantismo (ancora ben saldo) sono esperienze storiche e politiche chiuse. Ognuno dei cittadini, specie quelli meno giovani, conservera’ nel proprio ambito personale i propri “santini ideologici” come e’ giusto e logico che sia, ma per Costruire bisogna proporre un messaggio che rappresenti qualcosa di diverso. Eventualmente dalle dottrine storiche possiamo estrapolare il Meglio, ascoltare le esperienze, valutare gli errori passati, ma sempre nell’ottica di un PROGETTO NUOVO.
Bisogna lavorare con il sudore di tutti per creare qualcosa di nuovo (politicamente, culturalmente, economicamente, socialmente) che riesca a rinverdire gli antichi valori ed ideali depurandoli dal nostalgismo novecentesco e dal simbolismo-feticismo.
Una Nuova Democrazia, appunto.
Che sia Estrema, Organica, Sociale e Popolare.

L’OLIGARCA
C.S. CURSUS HONORUM

mercoledì 8 settembre 2010

Proposte per le elezioni dei Rappresentanti del Popolo.




Con grande gioia pubblico il seguente post riguardante la necessità, per una Nuova Democrazia, di ridurre il bacino elettorale e di concedere solo al Popolo (cioè la parte minoritaria, consapevole e matura della Massa) la possibilità di partecipare al voto e di eleggere i propri Rappresentanti, i quali devono necessariamente avere alcuni requisiti espressi di seguito.

Il testo che vi sottopongo è stato scritto in maniera congiunta da me e dal fondatore del blog CENTRO STUDI CURSUS HONORUM (http://msdfli.wordpress.com/ ) ed è stato pubblicato in data odierna sul Laboratorio Tecnico di Politica Sociale (http://www.giovinezza.eu/ ).


Siamo sinceramente stufi, e con noi, crediamo (o meglio speriamo) anche una buona fetta di italiani. Il motivo principale che ci spinge a proporre qualcosa di ESTREMO deriva dal fatto che nutriamo ancora la fervida speranza che una parte della popolazione italiana, ancora non inebetita, sia stanca di sopportare questa classe politica composta da “inefficienti” che cavalcano l’onda emotiva del popolino ignorante per farsi di volta in volta eleggere. Una classe politica che OCCUPA il potere, che non lo UTILIZZA per il bene della Comunità, ma OCCUPA la poltrona a Roma, negli Enti Territoriali e a Strasburgo, laddove insomma la moralità e l’impegno dovrebbero essere una caratteristica imprescindibile. Questa classe dirigenziale non fa politica, non serve il popolo in quanto Rappresentanza Eletta (non è questo il luogo e il momento in cui vogliamo parlare del Porcellum), non e’ moralmente integerrima; l’unico collante della casta politica italiana sembra essere la ricerca continua e spasmodica del consenso per la rielezione e quindi l’occupazione continua delle cariche pubbliche.

Purtroppo, quella fascia di popolazione ancora “sveglia” che si rifiuta di accettare questa situazione, ultimamente (e a dire il vero giustamente) sceglie la via dell’Astensionismo, garantendo così la sopravvivenza di questi dinosauri. E gli innocenti-colpevoli dell’elezioni di questi FINTI rappresentanti, ossia le fasce più deboli e disagiate, e quindi culturalmente più vulnerabili, sono proprio coloro che forse non sarebbero in grado di ottenere l’abilitazione di cui andremo a parlare.

Ci è capitato più volte di soffermarci ad elaborare pensieri circa la necessità di formulare proposte per una Nuova Democrazia, una DEMOCRAZIA che chiameremo ESTREMA con l’accezione piu’ ampia. Il primo passo fattivo dovrebbe essere necessariamente quello di ridurre il bacino elettorale.

Considerando PER NOI FONDAMENTALE la distinzione tra Popolo e Massa, e valutando correttamente l’etimologia della parola “Democrazia” (Governo del Popolo), abbiamo ritenuto corretto di elaborare una proposta che consenta di far votare solo ed esclusivamente colui e colei a cui venga certificato un livello minimo e necessario di conoscenza delle elementari norme del vivere civile e del funzionamento delle nostre Istituzioni.


Esame di stato per conseguire il “Patentino di voto”, ed eliminazione totale della tessera elettorale a suffragio universale.
Con questa soluzione chi avrà conseguito il Patentino di Voto potrà esercitare il diritto di voto per le successive elezioni Amministrative, Europee e Politiche. L’Esame, un vero Esame di Stato, sarà composto da un test psico-attitudinale e da uno prettamente culturale – civico e sarà tenuto da speciali Commissioni da trovarsi in ambito Universitario o cmq di Scuola Superiore. L’accesso all’esame sarà consentito, senza discriminazioni di sesso o di militanza politica, a tutti i Cittadini Italiani incensurati compresi nella fascia di età tra i 25 e i 65 anni. Il Patentino avrà scadenza quinquennale.; al termine della suddetta scadenza, si avranno 6 mesi di tempo per “rinnovare” il patentino, attraverso il solito strumento dell’Esame di Stato, pena la decadenza del Diritto di Voto. In caso di elezioni che si tengano all’interno dei 6 mesi della “fascia di rinnovabilità” sarà comunque garantito il Diritto di Voto.

Questa la nostra proposta.

E questo sarà l’unico modo per togliere il diritto di voto a chi non è più o non è mai stato in grado di esercitarlo. Siamo stufi di sentire turpitudini quotidiane esternate dagli eletti della casta populista-nazionale.


Quale sarà il voto minimo per conseguire il patentino?

Il minimo sufficiente per affidare la responsabilità di voto a persone che conoscono come funziona il mondo che ci circonda, soprattutto conoscendo chi popola il mondo e chi governa il mondo.

Questo il punto da affrontare seriamente.

Chi ha l’intelligenza e la cultura minima per votare si dovrà sobbarcare l’onere del voto in modo da legittimare un governo che dovrà essere funzionale a tale scopo e degno di essere chiamato tale, un governo che si possa occupare anche dei problemi di chi non ha talune capacità ed il quale non deve essere gravato dell’onere di voto. Non si tratta di un discorso antropologico o discriminante, si tratta di una questione FUNZIONALE PER LA SOPRAVVIVENZA DEL NOSTRO PAESE.

Certe aberranti affermazioni che sentiamo quotidianamente, provengono da esponenti di partiti composti da industriali, faccendieri, lacchè, financo da politici iperpopulisti che fino a ieri andavano nei boschi a purificarsi con i riti celto-druidici ed ora improvvisamente sembrano diventati gli eredi di Goffredo da Buglione. Sia chiaro l’esame non dovrà avere certo intento persecutorio nei confronti di taluni partiti, che abbiamo preso solo come esempio visto che riempiono intere pagine di giornali con i loro deliri populisti. Nossignore. Dovranno avere come bersaglio bipolare sia l’elettorato di Destra che quello di Sinistra (categorie ormai culturalmente defunte) fino ad arrivare al Centro di democristiana memoria. Facciamo questa precisazione per sgombrare ogni dubbio; alcuni mesi fa, leggere un segretario Bersani che esulta per la vittoria del Partito Democratico Giapponese ci è sembrata una barzelletta tutta italiana.

L’istituzione del Patentino di Voto comporterà:

■l’immediato restrizione della Fascia di Popolazione Votante portandola dai 25 ai 65 anni.

Questo perché riteniamo inutile coinvolgere una popolazione italiana sempre più anziana nelle scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni, anche se garantendo il Diritto di Voto ad una fascia di popolazione più matura, si tutela comunque l’humus di una parte della comunità che teoricamente dovrebbe essere più esperta e più “saggia”. Allo stesso modo, attualmente resta difficile pensare di poter lasciare il diritto di voto sotto i 25 anni, vista la scarsa attitudine formativa delle giovani generazioni. Si potrà apportare una modifica in tal senso, abbassando la soglia minima di età, dopo una adeguata riforma scolastica e la sua rigorosa applicazione nel tempo.

Il terzo passo sarà:

■Esame di stato per conseguire il “Diploma di Candidato” .

Tale esame, oltre ad avere le stesse peculiarità di quelle previste per il Patentino di Voto, prevederà comunque un grado di difficoltà maggiore (tipico dei livelli della preparazione universitaria).

Tale diploma sarà necessario per chi si vorrà candidare come Deputato / Senatore / Parlamentare Europeo / Presidente di Consiglio di Enti Territoriali / Sindaco. L’esame, a cui saranno ammessi soltanto persone con il casellario penale immacolato e senza procedimenti penali pendenti, sarà da tenersi almeno 9 mesi prima delle elezioni, in modo che la campagna elettorale sia fatta con serenità da persone con cervello, e prevederà l‘eleggibilità massima per 2 candidature comprese nella fascia di età 30-60 anni.

Il conseguimento del Diploma assegnerà la qualifica di Rappresentante del Popolo (con le varie definizioni ad uopo) che, con un indennizzo di funzione che a seconda della responsabilità e della tempistica, non potrà comunque superare i 2500 euro mensili netti.

Vi abbiamo risparmiato dunque, i soliti deliri bipolari che ci vengono proposti continuamente da giornali, telegiornali, finti dibattiti, ministri in pectore, ministri ombra, portavoce, radical-chic, radicali antagonisti…etc

Noi vogliamo soltanto la Rinascita della Patria e questo dovrà passare attraverso un’adeguata riforma anche del Bacino Elettorale e dei suoi Rappresentanti del Popolo..

Con queste nuove modifiche cesserà l’immobilismo parlamentare della Seconda Repubblica.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere PARTECIPATIVA ma ELITARIA.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere POPOLARE ma non POPULISTA.

E questa selezione dovrà avvenire a maglie strette almeno nel primo periodo in cui serviranno anni di ricostruzione sociale, morale e culturale.

Adesso il voto di un qualunque cretino o di un qualsiasi disonesto vale esattamente come il voto di una persona onesta e di buonsenso. E’ sempre stato questo il problema dell’Italia. Ma adesso e’ giusto che chi venga chiamato a governare una Nazione, fin dai suoi più remoti uffizi, sia obbligatoriamente scelto da chi ha dimostrato di avere una comprovata intelligenza e cultura civica. Un test che misuri il quoziente intellettivo e che rilevi una cultura decente di base sarà necessario anche per debellare l’attuale funzione “convogliatrice di consenso” svolta dai mass media che sono in mano ad un pugno di oligarchi.

Questi i primi passi.

Sulla tipologia esatta del tipo di Repubblica che proponiamo, sulla Nuova Legge Elettorale, sulla struttura della Camera dei Rappresentanti e sulla funzione dei Partiti Politici, torneremo al momento giusto.

Ma adesso, il paese non si può più permettere una classe di politica di questo livello.

lunedì 6 settembre 2010

Il Patentino di voto




Lo scambio di opinioni è il sale di ogni vera democrazia.

Mi è capitato più volte di esporre il mio pensiero circa la necessità, per una Nuova Democrazia, di ridurre il bacino elettorale: considerando FONDAMENTALE la distinzione tra Popolo e Massa, e valutando correttamente l'etimologia della parola democrazia (Governo del Popolo), ho ritenuto e continuo a ritenere necessario consentire di votare solo a chi ha un minimo di conoscenza delle elementari norme del vivere civile e del funzionamento delle nostre Istituzioni.

Su un blog "amico", cioè affine per ideali e militanza, nonostante le ovvie e salutari differenze, è stato postato un articolo molto interessante, che vi sottopongo:


http://msdfli.wordpress.com/2010/09/04/il-patentino-di-voto/

IL PATENTINO DI VOTO

Esame di stato per conseguire il “Patentino di voto”, ed eliminazione totale della tessera elettorale a suffragio universale. Solo chi avrà diritto al Patentino di Voto potrà esercitare il diritto di voto per le elezioni amministrative, europee e politiche. Questa la nostra proposta. E questo sarà l’unico modo per togliere il diritto di voto a chi non è in grado di esercitarlo. Siamo stufi di sentire turpitudini quotidiane esternate dagli eletti della casta populista-nazionale.

Per questo proponiamo un esame di stato, un test psico-attitudinale-culturale per concedere il “patentino di voto”, con scadenza decennale come la patente di guida.

Oltre a ciò, l'immediato ristrengimento della fascia di popolazione votante portandola dai 25 ai 65 anni. Inutile coinvolgere una popolazione italiana sempre più anziana nelle scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni. Altresì difficile poter portare il diritto di voto sotto i 25 anni vista la scarsa attitudine formativa delle giovani generazioni. Si potrà apportare una modifica in tal senso, abbassando la soglia minima di età, dopo una adeguata riforma scolastica e la sua rigorosa applicazione nel tempo.

Da cosa derivano queste proposte così radicali ?

Dal fatto che la popolazione ancora non inebetita non riesce più a sopportare questa classe politica composta da analfabeti che cavalcano l’onda emotiva del popolino ignorante. Questa gente OCCUPA il potere, non lo UTILIZZA per il bene della comunità, ma OCCUPA la poltrona a Roma, negli Enti Territoriali e a Strasburgo. Questa classe non fa politica, non serve il popolo in quanto rappresentante eletto, ma cerca esclusivamente il consenso per la rielezione. Purtroppo questa fascia di popolazione ancora "sveglia" spesso sceglie, a dire il vero giustamente, l'astensionismo, garantendo così la sopravvivenza di questi dinosauri. E gli innocenti-colpevoli dell'elezioni di questi rappresentati sono proprio coloro che forse non sarebbero in grado di conseguire il Patentino di Voto, ossia le fasce più deboli e disagiate, e quindi culturamente più vulnerabili.

Certe affermazioni che sentiamo quotidianamente provengono da esponenti di partiti composti da industriali, faccendieri o lacchè, da politici populisti che fino a ieri andavano nei boschi a purificarsi con riti celtico-druidici e che ora improvvisamente sono diventati eredi dei Crociati di Goffredo da Buglione. Si passati dai Celti direttamente ai difensori del Santo Sepolcro e, magari, il prossimo salto li vedrà Rivoluzionari Francesi o indomiti sessantottini. Sia chiaro l'esame non deve certo avere valore persecutorio nei confronti di taluni partiti, che abbiamo preso solo come esempio visto che riempiono intere pagine di giornali con i loro deliri populisti. Nossignore. Deve valere sia per l'elettorato di Destra che per quello di Sinistra (categorie ormai culturalmente defunte). Perché alcuni mesi fa, leggere un Bersani che esulta per la vittoria del Partito Democratico Giapponese ci è sembrata una barzelletta tutta italiana. A cosa siamo arrivati ? Al confronto elettorale globale che polarizza consensi grazie alle elezioni vietnamite o senegalesi?

Vi risparmiamo dunque, i deliri bipolari che ci vengono proposti continuamente da giornali, telegiornali, finti dibattiti, ministri in pectore, ministri ombra, portavoce, radical-chic, radicali antagonisti...etc...etc...vogliamo soltanto la Rinascita della Patria e questo dovrà passare attraverso un'adeguata riforma anche del sistema elettorale.

Ecco perché necessiterà l’esame di stato per avere il “patentino di voto”.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere PARTECIPATIVA ma ELITARIA.
La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere POPOLARE ma non POPULISTA.

E questa selezione dovrà essere a maglie strette almeno nel primo periodo in cui serviranno anni di ricostruzione sociale, morale e culturale. Adesso il voto di un qualunque cretino vale come il voto di una persona di buonsenso. E’ sempre stato questo il problema dell’Italia. E’ giusto che chi viene chiamato a governare una Nazione venga scelto da chi ha una comprovata intelligenza e cultura. Un test che misuri il quoziente intellettivo e che rilevi una cultura decente di base è necessario anche per debellare l'attuale funzione "convogliatrice di consenso" svolta dai mass media che sono in mano ad un pugno di oligarchi.

Quale sarà il voto minimo per conseguire il patentino?

Il minimo sufficiente per affidare la responsabilità di voto a persone che conoscono come funziona il mondo che ci circonda, soprattutto conoscendo chi popola il mondo e chi governa il mondo.

Questo il punto da affrontare seriamente. Chi ha l’intelligenza e la cultura minima per votare si dovrà sobbarcare l’onere del voto in modo da legittimare un governo che dovrà essere funzionale a tale scopo e degno di essere chiamato tale, un governo che si possa occupare anche dei problemi di chi non ha taluni capacità e non deve essere gravato dell'onere di voto. Non si tratta di un discorso antropologico o discriminante, si tratta di una questione FUNZIONALE PER LA SOPRAVVIVENZA DEL NOSTRO PAESE.

Questi i primi due passi.

Il terzo passo sarà un esame e un test più approfondito per il conseguimento del DIPLOMA DI CANDIDATO per chi si vorrà candidare come Deputato o Senatore, da tenersi 6-12 mesi prima delle elezioni, in modo che la campagna elettorale sia fatta da persone con cervello, accompagnato dall'eleggibilità massima per 2 candidature nella fascia di età 30-60 anni.

Il paese non si può più permettere una classe di politica di questo livello.

B.W.



Oltre ad essere ovviamente felice per l'utilizzo della formula NUOVA DEMOCRAZIA (finalmente si incomincia a comprendere meglio cosa indica), voglio sottolineare che condivido il 99% di ciò che è scritto.

Le mie personali obiezioni, o più correttamente “suggerimenti”, sono le seguenti:

- la scadenza del patentino, secondo me, deve essere quanto una legislatura (5 anni), dopodichè bisogna rifare l’esame. Se si vuole. Se non si vuole, non si ha diritto di voto. Importante unire la VOLONTA’ dell’elettore al diritto di voto.

- concordo sui 25 anni e sulla riforma scolastica. Non concordo sui 65 anni di limite max per votare perchè credo sia giusto che anche gli anziani possano partecipare alla vita politica fino alla morte, come accadeva ai saggi nelle antiche Comunità o Polis.

- Il diploma di candidato è un’ottima idea. Deve inglobare anche: la fedina penali linda e pulita (eccezion fatta per i reati politici o di opinione, che non possono e non devono escludere un candidato) e l’accettazione ad una indennità di Rappresentante del Popolo (basta con parlamentari, consiglieri, assessori, ecc…) che non può superare i 2.000 – 2.500 euro mensili netti.


domenica 15 agosto 2010

Il regime comanda, Feltri e Belpietro obbediscono.



Gianfranco Fini doveva immaginarlo: andare contro il tele-duce di Arcore, mettendo in dubbio da destra la reale portata democratica e liberale del messaggio e delle metodologie berlusconiane, avrebbe avuto conseguenze nefaste per lui e per i suoi affetti, prima fra tutti la sua nuova compagnia, Elisabetta Tulliani.

La campagnia di odio e diffamazione messa su dai giornali di regime subito dopo la frattura tra Fini e Berlusconi puzza davvero di marcio. E non parliamo dell'oggetto della discussione (una villa monegasca donata da una anziana signora ad AN e "forse" affittata al fratello della Tulliani), in quanto non conosciamo le carte e non è nostro compito, bensì della magistratura, appurare eventuali irregolarità o reati. Qui si parla di politica, ma di quella bassa.

Non appena Fini e Berlusconi rompono il loro mai idilliaco accordo, più elettorale che politico, ecco che i giornalisti pagati dal premier hanno cominciato a stampare pagine e pagine contro Fini e la sua compagnia. Come mai questi articoli escono solo ora? E' legittimo il sospetto che, se Fini non avesse alzato la cresta contro il dittatore in doppiopetto, questa faccenda non sarebbe mai uscita sui giornali? E' legittimo. Anzi, è sicuro. Perchè giornalisti come Belpietro (passato alla storia per fare il doppiogioco con Montanelli e Berlusconi, salvo poi optare per il secondo quando questi gli chiese di tradire il suo direttore Indro) e Feltri (giusto per citare l'ultima: ha pubblicato documenti falsi riguardanti l'ex direttore dell'Avvenire, Boffo, il quale era colpevole di non appoggiare il governo Berlusconi e a seguito dello scandalo orchestrato ad arte si è dovuto dimettere) sono indegni di essere definiti tali. L'ordine dei giornalisti, ad esempio, ha aperto vari fascicoli su Feltri, considerato da tutti il Padre dei Pennivendoli. Belpietro è un povero leccapiedi, alla stregua di Sallusti.

Siccome a noi de L'Oligarca piace la QUALITA' , provate a leggere gli "editoriali" di Feltri e Belpietro e datene un giudizio qualitativo: anche i più berlusconiani non potranno dare più di una sufficienza risicata. Provate a paragonare i pezzi di Feltri e Belpietro con quelli di Montanelli, Scalfari, Biagi, Mieli, Augias, la stessa Fallaci: noterete una differenza QUALITATIVA devastante. Eppure Montanelli fu cacciato (o meglio, si dimise... da uomo degno quale fu) dalla direzione del Giornale; Biagi fu epurato dalla tv pubblica; Feltri e Belpietro dirigono giornali da anni, ed in particolare nell'ultimo anno si sono anche scambiati la direzione dei giornali di "famigghia" (Feltri, da Libero a Il Giornale; Belpietro, da Il Giornale a Libero).

Come definire Feltri e Belpietro, che sui loro giornali non hanno fatto nessuna inchiesta su Mangano, Cosentino, Verdini, Bertolaso... e invece su Fini e i suoi sodali (primo fra tutti, Italo Bocchino) hanno buttato e continuano a buttare fiumi di inchiostro?

Come definirli? Semplice: venduti.

mercoledì 4 agosto 2010

La speranza della sinistra italiana è Fini? Che delusione!

Che delusione!
La sinistra italiana continua a deludere ex elettori e militanti, oltre a non riuscire ad attrarne di nuovi.
Il governo Berlusconi, fallimentare su tutta la linea, e guidato da un personaggio, Berlusconi, che può essere considerato il peggior Presidente del Consiglio dall'infausta Unità d'Italia ad oggi, non è stato minimamente infastidito dalla opposizione di sinistra. Se non era per la crisi interna del Pdl, con la fronda interna guidata da Gianfranco Fini, il governo Berlusconi sarebbe ancora come la Scavolini: "il più amato dagli italiani".
Ma è mai possibile che l'unica opposizione a Berlusconi sia una opposizione DI DESTRA? Una destra liberale, certo. Democratica, sicuro. Europea ed europeista, of course. Ma pur sempre, una destra. E la sinistra? Il famigerato PD? La neaonata creatura vendoliana SEL? Gli ex-post-neo-comunisti della Federazione della Sinistra? Niente di niente. Non pervenuti.
Ogni tanto si sente Di Pietro, che di sinistra certo non è per storia personale e per formazione.
Non considero nemmeno "opposizione" quella svolta dall'UDC, che continua a stare con un piede a destra ed uno a sinistra, fingendo di fare opposizione salvo poi candidarsi INSIEME al Pdl nelle regioni "facili". Embè, la poltrona innanzitutto, e Pierferdy subito dopo.
Quindi, se non ci fosse Fini, non ci sarebbe opposizione in Italia al governo delle chiacchiere e della mignottocrazia.
E sentiamo un pò: nel caso in cui il governo cadesse, cosa si dovrebbe fare?
Su questo, i finiani non si esprimono: loro sono fedeli al mandato e al governo...
Lega e Pdl l'hanno già detto: si torna alle urne. La Lega è sempre in crescita, e l'inesistenza dell'opposizione rende sempre positivi i sondaggi privati del premier.
Pd e UDC? Loro sono per un governo tecnico, che cambi la legge elettorale. Personalmente credo sia la posizione più intelligente, ma ritengo sia dettata da un semplice fatto: sia Pd che Udc sanno bene che stanno "inguaiati" e le elezioni anticipate potrebbero rivelarsi un boomerang. Meglio attendere, come da 16 anni a questa parte.
Idv e SEL? Elezioni subito! Addirittura Vendola si candida alle primarie per eleggere il leader del centrosinistra e candidato a premier. Le primarie? Il centrosinistra? E su quali programmi? Con quali alleati? Ah già, nella vecchia democrazia liberale di stampo anglo-americano queste cose non sono importanti...
La Federazione della Sinistra? Boh, non si sa, non pervenuti, non si sentono, eutanasia.
Lo spettacolo indecoroso della "democrazia" italiana, sia della compagine governativa sia delle opposizioni, dimostra ANCORA UNA VOLTA che la crisi della vecchia liberaldemocrazia è irreversibile. A ciò si può rispondere solo con una Nuova Democrazia, una nuova concezione di Partito e Stato, una nuova metodologia politico-elettorale.

martedì 3 agosto 2010

Dalla Caduta dei Cieli al Ragnarok: saggio di mitologia norrena.



Mentre nel bacino mediterraneo la cultura classica elaborava le proprie concezioni religiose spesso modellandole sulle proprie esigenze politiche, nel grande nord, abitato da antichissimi popolazioni celtiche e dalle relativamente più recenti popolazioni scandinave, l’assenza di strutture statali strettamente codificate e stabili lasciava mano libera allo sviluppo di religioni, inizialmente legate alla natura, solo apparentemente “semplici” o assimilabili all’antropomorfizzazione deistica greco-latina, ma, in realtà, di una complessità e profondità simbolica stupefacente.

Né, d’altra parte, ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di diverso da un popolo come, ad esempio, quello dei Celti che, a buon diritto si può considerare alla base di gran parte delle concezioni archetipiche del mondo occidentale[1].

Per quanto riguarda la loro religione, il primo concetto da tener ben presente per comprenderla realmente è che, per circa un terzo della loro storia (per tutto il periodo che possiamo definire “protostoria”), i Celti sono stati nomadi impegnati in una lenta e lunghissima migrazione dall’India settentrionale verso occidente. Di conseguenza, il loro sistema spirituale si è sviluppato relazionandosi a tale stile di vita e basandosi su esso.

Forse soprattutto da questo deriva la formazione di una religiosità fondata sul contatto con la natura, sul suo rispetto e sul sentirsi sua parte integrante, in un abbandono quasi fatalista al suo corso naturale[2]. D’altra parte, è questa una caratteristica tipica di numerose civiltà non stanziali dell’età del bronzo e non sembra affatto un caso che la religione celtica mostri moltissime affinità con altre religioni di culture indoeuropee con cui i Celti erano sicuramente venuti a contatto, in particolare con quella scita.

Gli elementi principali su cui tutto il sistema si fonda sembrano apparentemente piuttosto semplici: la reincarnazione della vita, la rigenerazione, la resurrezione e la sacralità di alcune piante, viste come tramite con il firmamento e separazione tra uomo e dei celesti (non a caso attorno ad ogni villaggio c’erano boschi sacri, detti “drynemeton” dove avevano luogo i riti sacri).

Ovvio corollario di una tale “naturalità” religiosa (e del nomadismo che, essenzialmente, ne è causa fondante) è la mancanza di edifici di culto: spesso pensiamo che menhir, dolmen e cromlech sparsi per l’Europa siano state costruzioni celtiche, ma, in realtà, tali strutture furono di almeno 1000 anni precedenti alla penetrazione protoceltica e, semplicemente, i Celti si limitarono a utilizzare ciò che trovarono sul loro cammino, assimilando tali edificazioni liturgiche (in effetti, comunque, la loro primaria funzione religiosa rispetto a possibili altre funzioni, probabilmente di stampo scientifico-astronomico, è tuttora oggetto di studio) a una sorta di “bosco sacro” in pietra, unione tra dei e uomini[3].

Questo, come detto, non ci deve far minimamente pensare di essere di fronte ad una religiosità di tipo primitivo. Le concezioni di fondo sono solo apparentemente elementari, ma, in radice, si fondano su speculazioni filosofiche di livello tale da dover essere semplificate per adattarsi al popolo minuto: abbiamo, così, due livelli religiosi ben distinti, uno popolare ed uno alto.

Per quanto riguarda la religiosità popolare, essa era costituita da una mitologia accessibile e da una serie di riti che avevano pian piano inglobato anche alcuni elementi arcaici risalenti al neolitico e provenienti da culti solari, tellurici e lunari. Come proprio della maggior parte dei culti indoeuropei, veniva praticato il politeismo, con un pantheon formato addirittura da 374 divinità. In effetti, molte erano copie di altre, per cui possiamo in effetti parlare di circa 60 dei veri e propri, per lo più impersonificazioni di eventi naturali.

Il dio più importante di tutti era Lug (in onore del quale vennero fondate Lione e Leida), un dio-druida in grado di suonare l’arpa, lavorare il ferro, combattere da valoroso, fare magie. Da lui, in una fase di difficile determinazione, derivò il culto di una triade di suoi (presunti) discendenti Teutate, Eso e Tarani (Teutate era il più potente e si placava con sacrifici di sangue, Eso era identificato con il toro, anche egli assetato di sangue e Tarani era il dio della guerra e, per i sacrifici a lui offerti, preferiva il rogo), che ricorda molto da vicino la trinità divina germanica Wotan-Odino, Donar-Thor, Ziu-Tyr, ma che non necessariamente ha punti di origine comuni con essa (il concetto di trinità è, in effetti, molto ricorrente nelle religioni dei popoli di origine orientale). Successivamente, comunque, Lug assunse una prevalenza definitiva su tutti gli altri dei e, nel culto popolare, venne sempre più affiancato da eroi locali divinizzati (il più importante sarà l’irlandese Cu Chulainn)[4]. Agli dei, nei boschi sacri, contraddistinti da recinzioni, o presso pozzi appositamente scavati e forse collegati al culto della terra, si sacrificava di tutto, dagli oggetti (presso alcuni pozzi sono state trovate anche armi e vasellame) agli esseri umani (nemici, schiavi e, in qualche caso, anche uomini liberi), sia nel tentativo di ingraziarseli, sia in quello di ottenere predizioni (la divinazione era la pratica magico-religiosa più diffusa), sia, infine, in quello di mitigare i numerosissimi “geasa” (tabù) che limitavano la vita di chiunque[5].

Ben differente era la religiosità “alta”, propria delle classi intellettuali (bardi, indovini e, soprattutto, druidi e sacerdotesse druide): l’idea di fondo era che la vita, con il suo fluido, la sua forza chiamata “oiw”, permeasse ogni cosa. Tutte le manifestazioni della natura, anche quelle più violente, erano vissute come un’ incarnazione di tale energia assoluta che presiedeva alla creazione e alla distruzione del mondo, in un processo ciclico di nascita e morte che si rinnovava continuamente e da cui derivava il concetto della reicarnazione. Da questa concezione ciclica dei tempi e degli eventi e non dalla paura o dalla superstizione (comunque ben presente a livello popolare) nasceva l’assoluto rispetto per la natura, vista, in un’ottica che con la sua prossimità all’induismo non può che avvalorare una origine asiatica dei celti, come possibile sede di reincarnazione[6].

In realtà, comunque, più che di ciclicità vera e propria sarebbe più consono parlare di continua evoluzione.

Il divino stesso era visto come un principio in perenne evoluzione che si manifestava in quattro stadi (o mondi) diversi: dal centro (Oiw assoluto) si passava, attraverso cerchi concentrici, allo stadio della conoscenza spirituale, poi al mondo fisico, infine allo stato della materia incorporea inanimata. Più che alla trasmigrazione da un corpo all’altro, allora, i celti credevano in un passaggio tra stadi di conoscenza e consapevolezza diversi, ottenibile tramite iniziazione. Il corpo del defunto entrava nel mondo dell’ invisibile dove manteneva la memoria dell’ esistenza terrena e grazie a questa, poteva entrare in contatto con i vivi, in particolari momenti dell’anno (Samhain); poi la memoria andava via via affievolendosi fino all’oblio definitivo, che apriva le porte o all’immortalità o di nuovo al mondo fisico. Da questo processo traeva senso la divinazione, spesso ottenuta tramite trance: il veggente, in uno stato di coscienza alterata, entrava in contatto con i morti o con gli dei, che, nel continuum spazio-temporale celtico, vivevano semplicemente in uno spazio parallelo (ctonio per i morti, empireo per gli dei, con i quali il contatto era possibile anche tramite l’osservazione degli astri) da cui era possibile vedere ciò che alla vista umana era precluso (pur essendo comunque già esistente, con una concezione del futuro simile ad una sorta di “presente prossimo”)[7].

Naturalmente, per scavalcare le barriere naturali e seguire le vie dell’oiw, era necessaria una grande sapienza ed una profondissima preparazione, riservata unicamente alla classe sociale più elevata della società celtica, quella druidica.

E’ proprio questa preminenza della sfera religiosa su quella politica che dà ragione della completa “spiritualizzazione” della vita sociale dei Celti, una spiritualizzazione che, però, a differenza di quella delle popolazioni mesopotamiche ed egiziane, mantiene nettamente separate le funzioni relative ai due ambiti, pur ammantando di spirito religioso tutte le azioni, incluse quelle relative alle attività belliche e di governo: in sostanza, pur essendo entrambe espressioni dell’oiw (come, d’altra parte, ogni altra cosa), religione e politica rimangono espressioni differenti, atte a persone differenti, da un lato i druidi, dall’altra i guerrieri.

Il corollario di ciò è la relativa libertà espressiva del culto e della costruzione mitologemetica, che non devono dare conto delle proprie posizioni ad alcun potere politico superiore, ma che, a loro volta, non finiscono con l’omogeneizzarsi con tale potere.

La conseguenza, in ambito escatologico, è la piena libertà di costruire un sistema a sé stante, il cui unico vincolo è l’osservazione druidica della realtà e della natura dell’oiw così come visibile nelle sue manifestazioni più evidenti[8].

E ciò che appare chiaro a chiunque osservi anche distrattamente i cicli della natura è che tutto ciò che ha un inizio deve per forza avere una fine e che, dunque, anche l’universo, avendo cominciato ad esistere in qualche momento imprecisato del continuum spazio-temporale, dovrà necessariamente un giorno avere termine allorché l’oiw stesso, che pure infonde la vita ad ogni creatura esistente, esaurirà la propria carica vitale.

Proprio sulla base di una tale osservazione di principio, i druidi costruirono una intera strutturazione mitologico-cosmogonica che desse conto proprio dell’inevitabile esaurirsi dei tempi.

Purtroppo, però, a differenza dei Greco-Latini, con la loro ricchissima letteratura, i Celti, che avevano una cultura prettamente orale, non ci hanno lasciato testimonianze scritte relative alle loro credenze e le uniche fonti a nostra disposizione sono quelle di seconda mano del mondo classico e quelle tarde di monaci cristiani gallesi e irlandesi[9]. Attraverso di esse, nonostante le palesi limitazioni che impongono alla nostra analisi, possiamo farci un’idea piuttosto precisa del sistema cosmologico celtico.

Per quanto riguarda la creazione, possiamo arguire che il dio Esus (o figure corrispondenti, come Lug, in altre aree della cultura celtica), secondo il mito più diffuso, facesse accovacciare, in compagnia della “Triplice Dea” (qui in forma di uccello), il “toro cosmico” sotto l’albero del mondo e dal suo corpo la terra e l’ordine delle cose avesse origine.

Da quel momento in poi, come accennato anche nel Mabinogion[10], diversi dei contribuirono all’aspetto attuale della terra (dall’abbeverarsi di una dea alle fonti sacre nacquero i fiumi, dal lancio di massi da parte dei giganti le montagne, etc.)

Successivamente, alcune fonti riportano la presenza di una sorta di “Guerra nei cieli” (presente anche nella mitologia greco- romana e norrena) tra i “Fomori” (qui nelle vesti di una sorta di titani) e i “Tuatha Dé Danann” (gli dei veri e propri, guidati da Lug), probabile retaggio di qualche antica faida tra grandi clan (e, infatti, nel Mabinogion, quella che probabilmente è la stessa vicenda viene legata alla guerra tra le famiglie dei Llŷr/Annwfn e la famiglia dei Dôn), la qual cosa ci dice di quanto della religiosità popolare celtica derivi anche dalla mitizzazione di eventi storici reali.

Fondamentale (anche se non abbiamo certezze assolute e definitive a tale riguardo) all’interno dell’architettura universale doveva essere anche la concezione di “Albero del mondo” (una sorta di versione celtica dello Yggdrasil norreno), detto “Bile”, lungo il quale correva l’asse del mondo, che sosteneva i “tre reami” tradizionali (terra, mare e cielo), simmetricamente riflessi nel mondo dell’aldilà, cioè nell’area di passaggio in cui le anime dovevano soggiornare prima della reincarnazione e da cui, come possiamo presumere attraverso l’interpretazione simbolica di alcuni miti, gli esseri umani dovevano originariamente provenire[11].

La concezione dell’”albero del mondo” ci introduce nel nebuloso mondo dell’escatologia celtica.

Anche riguardo a questo argomento specifico, non possiamo non lamentare la scarsità delle fonti dirette. L’unico testo tradizionale che ci parli di situazioni escatologiche è, infatti, il La Seconda Battaglia di Magh Turedh, in cui, subito dopo che i Tuatha Dé Danann hanno sconfitto i Fomori, Morrigan fa una profezia riguardo alla fine del mondo:

“Io non vedrò un mondo che mi sarà caro:

le estati saranno senza fiori,

il bestiame senza latte,

le donne senza modestia,

gli uomini senza valore,

i sudditi senza un re,

i boschi senz’alberi,

il mare senza pesci.

I vecchi non sapranno più giudicare,

gli avvocati porteranno false prove,

ogni uomo sarà traditore,

ogni ragazzo sarà riottoso,

il figlio entrerà nel letto del padre

e il padre nel letto del figlio,

ciascuno sarà cognato di suo fratello…

I tempi saranno malvagi:

il figlio tradirà il padre,

la figlia la madre.“[12]

Siamo qui di fronte ad una tipica descrizione di una situazione di caos sociale, il che ci potrebbe far pensare ad un classico meccanismo retributivo/punitivo presente in pressoché ogni costruzione escatologica: il male esiste e continuerà a crescere fino al momento in cui gli dei, stanchi dell’umanità, decideranno di porre fine all’umanità degenerata. Purtroppo, però, nulla ci assicura che quanto espresso in questo brano sia effettivamente ciò che i Celti comunemente pensavano e non una semplice opinione dell’anonimo estensore del testo.

Fortunatamente, come detto, abbiamo altre fonti, per quanto indirette, a nostra disposizione, anche se esse appaiono piuttosto contraddittorie.

Strabone scrive: “Non solo i druidi, ma anche il popolo comune ritiene che l’anima umana e l’universo siano indistruttibili, sebbene un giorno il fuoco e l’acqua prevarranno su di essi“[13], mentre lo storico greco Arriano, trattando di Alessandro Magno, afferma che quando il re chiese a un gruppo di Celti noti per la loro ferocia che cosa temessero, essi rispose “Niente al mondo, se non che i cieli potessero cadere sulla loro testa“[14].

Probabilmente, però, la contraddizione tra le due versioni è solo apparente. Tenendo conto che la caduta dei cieli dovrebbe essere provocata dal crollo del “Bile”, dell’asse del mondo, la domanda che ci dobbiamo porre riguarda le cause che dovrebbero provocare tale evento. Ancora una volta, non abbiamo dati certi, ma possiamo solo fare supposizioni.

Come avremo modo di analizzare, nel Ragnarok germanico-norreno, troviamo una seconda battaglia tra dei e titani, l’incendio dello Yggdrasil, la lotta tra Thor e il serpente “infernale” e, probabilmente, un nuovo mondo che promana dal caos, in una idea sostanzialmente ciclica della natura del cosmo che ricorda da vicino le teorie induiste della fine del Kali Yuga: per similarità possiamo ritenere che proprio ad un’epoca di stravolgimenti naturali si riferisca Strabone e che questa epoca provochi la distruzione del “Bile” e la conseguente caduta del cielo[15].

Una inferenza di questo genere è possibile proprio sulla base della evidente consonanza tra la mitologia religiosa hindu e quella celtica (ricordiamo che i Celti provenivano originariamente dal nord dell’India), una consonanza tale per cui, ad esempio, le vicende di Lug Lamhfhada appaiono chiare riprese di vicende analoghe di Vishnu, anche per quanto riguarda l’essere entrambi guardiani proprio dell’albero del mondo ed essere coloro che, nei rispettivi eschaton, gli daranno fuoco, mentre il ruolo della divinità gallica Smertrios, il dio della guerra che, alla fine dei tempi, uccide il serpente primigenio, richiama da vicino quello del dio del tuono indiano Indra, che uccide il dragone Vritra in circostanze analoghe (e del dio scandinavo Thor, che, vedremo, nell’Edda perisce uccidendo l’enorme serpente Jormungand durante il Ragnarok, mostrando una netta matrice comune dei tre sistemi mitologici)[16].

A questo punto possiamo cominciare a tirare le somme delle evenienze dell’eschaton celtico.

Il primo dato di cui dobbiamo tener conto è la netta distinzione tra mondo religioso e mondo laico, una distinzione che, quasi paradossalmente, promanando dalla spiritualizzazione di ogni ambito della vita e, conseguentemente, dalla superiorità del primo sul secondo, permette un notevole libertà elaborativo-escatologica da parte dei druidi. Tale libertà elaborativa risulta nella oggettiva osservazione della finitezza del reale e, a livello alto, si articola nella semplice constatazione della possibilità di esaurimento dell’oiw, cioè della forza generativo-vitale universale.

A livello popolare, tale constatazione, di per sé non ulteriormente specificata, deve essere ammantata mitologicamente e ciò avviene attraverso una sorta di ripresa di elementi primigeni di radice indo-europea che portano a specificazioni ulteriori di stampo etico-morale, inutili per la classe sacerdotale ma fondamentali per l’ammaestramento del popolo.

Così, l’intera teorizzazione escatologica si configura, a livello popolare, come una sorta di grande parabole morale che vede l’esaurimento dell’oiw come conseguenza della progressiva perdita dei valori edenici originali di etica sociale e, quindi, sostanzialmente, come un sistema retributivo collettivo di stampo molto prossimo a quello dell’escatologia ellenica, con la sua conseguente valenza ordinativa del caotico.

Di particolare interesse, è proprio questa sorta di doppia valenza dell’eschaton celtico, di osservazione naturale moralmente neutra per la “casta” druidica e di memento morale per il popolo, una doppia valenza che ci dice di una religione con connotazioni pesantemente esoterico-iniziatiche, volte probabilmente alla perpetuazione del potere sociale del nucleo spirituale dominante, svincolato dai comuni legami etici che accompagnano ogni situazione di orientamento retributivo[17].

Un sistema “ab origine” piuttosto similare è riscontrabile anche all’interno della strutturazione religiosa norrena, ma, nel quadro di una società improntata ad un maggior grado di democraticità, tipico delle popolazioni di stirpe germanica, la distinzione tra gruppi sociali si fa, anche in termini religiosi ed escatologici, più labile.

Per rendercene conto, diamo uno sguardo d’insieme al sistema spirituale germanico-norreno-vichingo.

Come visto per la religione celtica, la religione vichinga classica (a detta di alcuni sviluppata al termine dell’Età del Bronzo e piuttosto differente dai sistemi spirituali nordici precedenti[18]), che con ogni probabilità proprio da essa (e, conseguentemente, dai culti indoeuropei, con origini relative all’area scita-iranica) ha subito sin dalla sua nascita pesanti influenze, si struttura come un sistema di pensiero fortemente realistico, presentando numerose commistioni con il mondo reale vissuto dal popolo e numerosi riferimenti alla vita quotidiana ed agli elementi naturali che accompagnavano la vita quotidiana.

Al suo interno, il corrispettivo dei druidi era dato dai sacerdoti o “rusii”, detti “attiba” che, però non risultavano essere gli unici depositari di un sapere superiore e il cui compito era, essenzialmente, solo quello di svolgere i riti sacrificali durante le cerimonie. Questi avevano luogo all’aperto, in pieno stile celtico, e venivano costituiti da sacrifici di animali ed esseri umani, i cui cadaveri erano esposti appesi ad alberi. Tali alberi, richiamati anche simbolicamente dall’utilizzo di pietre megalitiche su cui venivano apposte scritture runiche, rappresentavano l’albero sacro, l’enorme frassino Yggdrasil che aveva le radici negli inferi e la sommità nel cielo e che, insieme al Bifrost, il bellissimo ponte che univa l’Asgard celeste e il Midgard terrestre, stava a significare la continuità tra la due realtà cosmiche[19].

Tali realtà erano parte del grande piano universale descritto nella grande cosmo-teogonia narrata nell’antichissimo poema Voluspa[20]. Secondo il Voluspa il primo essere animato a comparire fu il gigante Ymir, nato dallo scontro tra il ghiaccio del mondo settentrionale, detto “Niflheim”, ed il fuoco del mondo meridionale, detto “Muspelheim”. Ymir abitava nella Terra di Nessuno ed ebbe come compagna una mucca, Audumla. Da questi nacque la prima coppia di giganti che ebbero come figlia Bestla. Questa si unì a Bor, nato da Audumla e dai due nacquero Odino, Vili e Ve, che uccisero Ymir e fecero il mondo: con il cranio del gigante fu fatta la volta celeste, con il cervello le nuvole, con il sangue il mare e con la carne e le ossa la terra. Essi inizialmente andarono ad abitare tra il cielo e gli inferi, nel Midgard (Terra di Mezzo), mentre ai giganti assegnarono l’Utgard (Terra alla Periferia), ma poi, alla nascita del genere umano, a cui il Midgard venne lasciato, si trasferirono nell’Asgard (Terra Superiore). Qui vi era una sala enorme, ove gli dei potevano fumare, bere idromele, giocare a scacchi e osservare il mondo da loro affidato ai discendenti di Askr ed Embla, i due primi esseri umani, da essi creati soffiando sull’Yggdrasil[21].

Da religione realistica e sviluppata da un popolo che teneva le questioni militari in altissimo conto, la spiritualità vichinga non poteva non prevedere una sorta di archetipo bellico, rappresentato da uno scontro epico iniziale tra due fazioni di divinità: gli dèi Asi e i Vani. Sempre secondo il Voluspa questa guerra si concluse con un’insperata pace e un accordo che prevedeva uno scambio di ostaggi tale per cui alcuni Vani, il padre Njörd, suo figlio Freyr e sua figlia Freyja (divinità queste simboleggianti ciascuna: la fertilità della terra, la vita sessuale e la vita amorosa) si trasferirono a vivere ad Asgard, presso gli Asi.

Secondo la leggenda, per sigillare la pace i due gruppi sputano di comune accordo su di un recipiente e da esso venne plasmato un uomo, Kvasir, di straordinaria saggezza, il cui destino, però, fu presto segnato: due nani lo uccisero, distribuendo il suo sangue in tre recipienti diversi, in cui vi mescolano del miele formando così “l’idromele di poesia e di saggezza“[22], per poi raccontare agli dèi che Kvasir era soffocato nella propria saggezza, non essendovi stato alcuno capace di esaurirla con le sue domande[23].

Molti studiosi propendono col ritenere che questa guerra tra gli dèi Asi e Vani sia lo specchio di un analogo conflitto tra due popolazioni umane, laddove i Vani corrispondono ad una stirpe più originaria e pacifica, mentre gli Asi ad una venuta dopo e decisamente più guerresca[24].

Lo studioso di religioni francese Georges Dumézil, invece, non è di questo avviso. Questi frappone alla tesi storicizzante la sua tesi strutturalista[25], secondo la quale Asi e Vani sono divinità che si presuppongono reciprocamente come complementari, cosicché gli uomini hanno bisogno di affidarsi sia agli uni che agli altri: anche se Dumézil stesso non nega una certa veridicità della tesi storicizzante, che riflette davvero un mondo che esisteva già prima degli Indoeuropei, poi divenuti Germani, ritiene che persino le popolazioni più antiche necessitassero sia di un tipo di divinità pacifiche che di altre bellicose, a cui rivolgere i loro tributi a seconda dei casi.

Di fatto, comunque, quasi tutte le principali divinità appartenenti al pantheon nordico erano del gruppo degli Asi: Odino (considerato signore del cielo, seduttore, duce nelle battaglie con il suo cavallo Sleipnir, dio dei morti, poeta, mago, conoscitore dei misteri dopo che aveva dato uno sguardo alla fonte della conoscenza, cosa che gli costò la perdita di un occhio, personaggio cupo e malinconico, amante della poesia e della musica), Thor (conosciuto come Tur dai normanni, il dio più venerato dai nordici, perché più vicino alle loro esigenze e non aristocratico come Odino, uomo possente che dimorava in un palazzo di 140 sale, mangiava molto e beveva barili di idromele, spesso dipinto come invincibile grazie ad una cintura che gli raddoppiava la forza, a guanti di ferro e ad un martello di ferro chiamato “Mjolnir”, facilmente irritabile ma anche protettore dei contadini, dei lavoratori e dei marinai), Ty o Tyr (presidente dell’assemblea dell’Asgard, particolarmente venerato in Danimarca e invocato nei Thing, durante la stesura dei contratti, nei matrimoni e nei tornei), Loki (personificazione del male, conosciuto come “mezzo dio e mezzo diavolo”, adottato nell’Olimpo perché fratello di Odino ma senza cuore e senza morale, e dunque tollerato solo fino a che uccise il dio buono Baldr e, in seguito, incatenato ad una rupe), Baldr (l’esatto contrario di Loki, quindi rappresentante della bontà e della purezza, tanto che tutti gli esseri viventi avevano giurato di non fargli mai male), Heimdal (guardiano di Asgard e rappresentazione di tutte le virtù militaresche).

Sotto Asgard, la terra è, nella strutturazione cosmologica norrena, circondata dal grande oceano, dimora del serpente di Midgard. Sulla sponda più lontana dell’oceano si trovano le montagne dei titani, Jötunheim, dov’è situata la loro cittadella, Utgard, mentre negli abissi della terra è celata la landa desolata dei morti, Hel.

Come detto, oltre al Bifrost, ad unire i due mondi di Asgard e Midgard si trova l’albero di frassino Yggdrasil, caricato di innumerevoli significati simbolici: accanto a Yggdrasil si trovano due fontane, la fontana della saggezza di Mimi e l’altra del destino di Urd e mentre quattro cervi insidiano le sue radici, facendolo languire e rischiare di marcire, le tre Norne Urd, Vernandi e Skuld (vale a dire le tre dee rispettivamente: del Passato, del Presente e del Futuro) lo innaffiano in continuazione e si prendono cura dei suoi germogli.

Da quanto detto, è evidente che la religione runica fosse molto personalizzata: il popolo sentiva il bisogno di avere delle divinità vicine e per questo gli dei presentavano delle imperfezioni, erano mortali e facevano le stesse cose degli uomini[26]. L’altro lato della medaglia di questo contatto così diretto con il divino era che per i vichinghi il mondo era il palcoscenico della magia: essi credevano di essere guidati da esseri arcani e avversati da spiriti maligni spesso veicolati dal sangue, pensavano che nei capelli e nelle unghie, come in tutte le parti sporgenti del corpo, si celasse una fonte inesauribile di energia, ritenevano che le mani avessero un immenso potere taumaturgico e che spiriti buoni proteggessero i pascoli ed i raccolti e spiriti maligni li mettessero in pericolo.

Numerose erano anche le presenze di elementi naturali nella religione: cavalli, lupi, draghi e leoni accompagnavano gli uomini nelle saghe e nelle leggende, elfi e gnomi abitavano i boschi e regnavano nella notte, apportando sventura e paura, nonché tempeste e terremoti, mentre alcune donne “magiche”, le Disen, proteggevano dai malanni e dalla morte e venivano venerate in pubbliche feste.

I momenti “magici” per eccellenza erano le grandi feste del solstizio d’inverno e del solstizio d’estate: in particolare il primo era visto come simbolo di rigenerazione, di vigore, di forza nel combattimento, della fecondità e vi si offrivano doni agli dei, spesso sacrificali, condividendo in alcuni casi il sangue, in base ad uno stile dionisiaco, ubriacandosi e mangiando in abbondanza[27].

Tutto questo, comunque, non deve far pensare ad una religione semplicistica, di puro stampo naturalistico-panistista e antropomorfico-politeista: dietro ogni aspetto “letterale” dei vari miti, si nascondevano simboli filosoficamente molto profondi (un esempio per tutti: si pensi alla perdita dell’occhio di Odino, che simboleggia non solo il costo umano del raggiungimento del sapere, ma anche i rischi connessi all’addentrarsi troppo nella conoscenza dei misteri del creato …), così come di livello intellettualmente altissimo appare oggi la scienza divinatoria basata, con un sistema che, mutatis mutandis, oggi definiremmo “ghematriaco”, sull’interpretazione delle sacre rune, cioè della disposizione delle lettere nella formazione di un determinato testo.

Come accennato, comunque, a differenza della religione celtica, non risulta che il livello interpretativo più alto fosse precluso ad alcuno: la scelta del grado di profondità da attribuire alla propria comprensione religiosa spettava al singolo, indipendentemente dal suo livello sociale all’interno della categoria degli “uomini liberi”, sulla base di un sistema sostanzialmente egualitario interno ad ogni tribù.

La stessa pluralità semantica rinvenibile in qualunque tratto mitologico dell’odinismo, si riscontra, naturalmente, anche nell’escatologia norrena, ampiamente descritta nell’Edda Maggiore[28] e il cui ruolo è assolutamente fondamentale nel sistema di pensiero religioso in cui s’inserisce, dal momento che il paradiso è concepito dai vichinghi come una battaglia senza posa in attesa del giorno finale del giudizio: il Ragnarök, dove si regoleranno tutti i conti lasciati in sospeso fra gli dei buoni e quelli malvagi.

Il Ragnarök verrà preceduto dal “Fimbulvetr” (ulteriormente diviso in un “tempo di spada” e un “tempo di lupi”), un inverno terribile della durata di tre anni, in seguito al quale avverrà la sfascio dei legami sociali e familiari, in un vortice di sangue e violenza al di là di ogni legge e regola. Poi, come scrive Brøndsted nel suo I Vichinghi: “I galli canteranno nel palazzo di Odino, nello Hel e nelle selve dei sacrifici. Cresceranno orrore e paura. È l’epoca dei mostri giganteschi: il cane infernale Garm abbaierà; il lupo Fenrir, rotte le catene, scorrazzerà libero con le sue fauci che vanno dalla terra al cielo; il serpente di Midgard sferzerà l’oceano facendolo spumeggiare e sputando veleno sulla terra. Il gigante Hrym solcherà i mari con la sua nave Naglfar, costruita con le unghie dei morti; i figli di Muspel vi s’imbarcheranno e partiranno agli ordini di Loki“[29] .

“[...] Spariranno quindi Sól (il Sole) e Máni (la Luna): i due lupi (Sköll e Hati) che, nel corso del tempo, perennemente inseguivano i due astri finalmente li raggiungeranno, divorandoli, privando il mondo della luce naturale. Anche le stelle si spegneranno. L’albero Yggdrasil tremerà, il cielo si spaccherà, le rupi crolleranno. In Jötunheim si sentirà un rombo, i nani strilleranno. Odino starà in allarme, Heimdal suonerà il suo corno, il ponte Bifröst crollerà, e il gigante Surtr avanzerà vomitando fuoco. [...]“[30]

Alla fine dei tempi, dunque, tutte le creature del caos attaccheranno il mondo: Fenrir il lupo verrà liberato dalla sua catena, mentre il Miðgarðsormr emergerà dalle profondità delle acque, la nave infernale Naglfar leverà le ancore per trasportare le potenze della distruzione alla battaglia, al timone il dio Loki, i misteriosi Múspellsmegir cavalcheranno su Bifrost, il ponte dell’arcobaleno, facendolo crollare. Heimdal, il bianco dio guardiano, soffierà nel suo corno, il Gjallarhorn, per chiamare allo scontro finale Odino, le altre divinità, e i guerrieri del Valhalla, gli Eihnerjar. Nel grande combattimento finale, che avverrà nella pianura di Vígríðr, ogni divinità si scontrerà con la propria nemesi, in una distruzione reciproca. Il lupo Fenrir divorerà Odino, che quindi sarà vendicato da suo figlio Víðarr, Thor ucciderà il serpente di Midgard ma morirà a causa del veleno di questi, Tyr e il cane infernale Garm si ammazzeranno a vicenda, Surtr abbatterà Freyr.

L’ultimo duello sarà tra Heimdallr e Loki, tra i quali la spunterà il primo, quindi il gigante del fuoco Surtr, proveniente da Múspellsheimr, darà fuoco al mondo con la sua spada fiammeggiante.

Di seguito, dalle ceneri, il mondo risorgerà: i figli di Odino, Víðarr e Váli, e i figli di Thor, Móði e Magni, erediteranno i poteri dei padri, Baldr, il dio della speranza e Höðr suo fratello, torneranno da Hel, il regno della morte. Essi troveranno, nell’erba dei nuovi prati, le pedine degli scacchi con cui giocavano gli dèi scomparsi e la stirpe umana verrà rigenerata da una nuova coppia originaria, Líf e Lífþrasir, sopravvissuti nascondendosi nel bosco di Hoddmímir o nel frassino Yggdrasill a seconda dei culti. La rinascita del mondo sarà tuttavia adombrata dal volo, alto nel cielo, di Níðhöggr, il serpe di Niðafjoll, misteriosa creatura tra le cui piume porterà dei cadaveri[31].

Il dato che immediatamente emerge dall’analisi di questo sistema è che in una società come quella norrena, a bassa tasso di strutturazione gerarchica, il meccanismo escatologico di base, ordinativo e retributivo, può emergere in tutta la sua completezza.

Lasciando da parte teorie alquanto discutibili[32] su una configurazione escatologica fortemente debitrice della penetrazione cristiana (con la sua Apocalissi di S. Giovanni), ipotesi basata unicamente sul fatto che la mitologia norrena sia stata codificata quasi interamente in seguito all’arrivo del cristianesimo nell’Europa settentrionale (senza tenere conto che tale codifica è avvenuta, comunque, sulla base di racconti della tradizione orale ben precedenti) e, di conseguenza, priva di qualunque reale verifica storico-scientifica, gli elementi che risultano più chiaramente dalla costruzione escatologica norrena sono tre:

- tentativo di dare senso al caotico;

- nostalgia edenica e senso di colpa per il “possibile perduto”;

- spinta verso una risoluzione retributiva.

Si tratta di elementi che, in situazioni parzialmente diverse, si incontrano in ogni escatologia.

In sostanza, l’essere umano, calato in un contesto dominato, come in ogni tempo e luogo, da elementi di ingiustizia e sopraffazione, cerca un senso ultimo da dare alla sua vita e alla vita dell’intera umanità, a partire dalla ricerca delle cause prime del “male” che osserva quotidianamente e che, a prima vista, apparirebbe insensato.

La risposta che ricava è che l’umanità vive un processo di progressiva decadenza che, a partire da una situazione edenica, porta ad un sempre maggior grado di perdita del senso sociale che culmina nella totale scomparsa persino dei valori di affettività primaria (si pensi al “Fimbulvetr”) che risultano elemento coesivo dell’intera struttura cosmica. Con la perdita di tali valori, l’essere umano, in un certo senso, arriverà all’autodistruzione, di cui il “Ragnarök” è rappresentazione esaustiva. L’attribuzione della lotta finale tra forze del bene (Asi e Vani) e forze del male (ognuno dei compagni di Loki, male assoluto, per qualche verso paragonabile al diavolo cristiano, è rappresentazione di un “peccato umano”, dalla violenza, all’ingordigia, alla cupidigia) è unicamente funzionale: in un sistema di fortissima antropomorfizzazione del divino come quello in esame, gli dei sono solo paradigmi comportamentali (in alcuni casi addirittura plurisimbolici) umani, cosicché il senso ultimo del racconto deve essere riportato sul piano terrestre per assumere di senso.

Perché tutto ciò avviene? Fondamentalmente perché il male è nella natura umana “ab origine”, come ben rappresentato, a livello simbolico-cosmogonico, dall’atto di patricidio antropofagico che sta alla base dell’intera strutturazione gerarchica che porta alla supremazia di Odino (che rappresenta l’ordine sociale esistente) e che, come già l’atto analogo di Zeus nella cosmogonia olimpica, si presta ad un duplice livello di significazione: da un lato il superamento (comunque superegoicamente inglobante) del legame parentale tipico dell’esperienza umana di crescita, dall’altro, la rottura dei vincoli etico-morali in vista dell’ottenimento del nuovo valore imperante del potere assoluto[33]. A partire da questo punto, da questa sorta di “peccato originale”, si opera la frattura tra orizzonte della saggezza e della sapienza ed esperienza del reale (non vi è posto per “Kvasir”, il saggio e sapiente frutto di un atto razionale di pacificazione sociale), ma non si tratta di una frattura indolore: il senso di colpa e di perdita dell’orizzonte edenico permane e richiede, a livello socio-psicologico, un meccanismo retributivo che si sviluppi come “risarcimento futuro” e tratto ontologicamente riordinativo. Da questa necessità si sviluppa l’idea di eschaton: gli esseri umani parzialmente (salvo Baldr, nessun dio è completamente “buono”, in quanto portatore delle stesse debolezze degli uomini) o completamente corrotti dovranno sparire, in vista di una palingenesi rigenerativa che porterà ad una umanità nuova (i figli di Odino, il cui ruolo è importantissimo, rappresentando, come esseri non corrotti, la sola speranza realmente escatologico-retributiva degli uomini[34]), guidata, questa volta, unicamente da quei sentimenti di “bontà e socialità” negati nel ciclo precedente (e da qui il ritorno di Baldr).

Se questo è il senso ultimo dell’escatologia norrena, poco importa, in fondo, che, a livello narrativo e popolare tale senso si sia dovuto ammantare con miti che, come giustamente sottolineato da Dumézil[35], derivano dal substrato indo-europeo e, conseguentemente, dalla mitologia hindu (con il Ragnarök futuro che riprende stilemi dell’analoga battaglia epocale tra Pāndava e Kaurava del Mahābhārata nel passato): ciò che conta è il meccanismo psicologico che si trova alla base e che, nella costruzione leggendaria vichingo-germanica trova la sua più completa rappresentazione.



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[1] J. Layard, I Celti – alle Radici di un Inconscio Europeo, Xenia, Milano 1995, pp. 28-42

[2] O.Davies, T.O’Loughlin, Celtic Spirituality (Classics of Western Spirituality), Paulist Press 2002, pp. 17-21.

[3] L.Laing, J.Laing, Celtic Britain and Ireland: Art and Society, Palgrave Macmillan, Manchester 1995, pp. 83 ss.

[4] A. Macbain, Celtic Mythology and Religion, Cosimo Classics, Edimborough 2005, passim

[5] B.Cunliffe, The Ancient Celts, Penguin, London 1999, pp. 207-218

[6] P. Berresford Ellis , Celtic Myths and Legends, Running Press 2002, pp.23-28

[7] O.Davies,T.O’Loughlin, Citato, pp. 86-102

[8] J. Markale, The Druids: Celtic Priests of Nature, Inner Traditions 1999, pp. 98 ss.

[9] P. Berresford Ellis, The Celts: a History, Running Press 2003, p. 18

[10] P.Ford, “Lludd and Lleuelys.” The Mabinogi and Other Welsh Tales, University of California Press 1977, pp.121-124.

[11] P.MacCana, Celtic Mythology, Hamlyn Publishing Group 1973, passim ss.

[12] R. A. S. Macalister (trad.), The Book of Invasions, IV, Irish Texts Society 1938-1956, pp.37-38

[13] Strabone, Geographia, II

[14] Flavio Arriano, Anabasi di Alessandro, IV

[15] B.Maier, Dictionary of Celtic Religion and Culture, Boydell 1997, p.43

[16] P. Berresford Ellis , Citato, pp.93-97

[17] P. Berresford Ellis , A Brief History of the Druids, Running Press 2002, p. 21

[18] V. Vikernes, Germansk Mytologi og Verdemsanskuelse, Norke 2000, p.46

[19] G. Jones, A History of the Vikings, Oxford University Press 2001, passim

[20] Per una trattazione esaustiva sul testo di questo poema fondamentale della mitologia norrena cfr. J.Johansson, S. Harnesson, The Voluspa, Coxland Press 1992

[21] Qui e in seguito, cfr. T.DuBois, Nordic Religions in the Viking Age, University of Pennsylvania Press 1999, passim

[22] Volupsa, III

[23] G.Dumézil, Gli Dèi dei Germani, Adelphi 1991, pp. 44-49. Kvas era anche il nome di una bevanda in uso presso i popoli slavi, che donava l’ebbrezza. Questo mito germanico presenta una palese analogia con un mito indiano: come gli Asi e i Vani della mitologia germanica, anche nella mitologia indiana vi è un conflitto originario dello stesso tipo tra gli dèi Indra e quelli Nâsatya. All’interno del conflitto, un’asceta alleato dei Nâsatya fabbrica con la forza della sua ascesi un mostro: “Ebbrezza”, “Mada”, che minaccia d’inghiottire tutto il mondo. Indra, spaventato, subito cede e stipula la pace coi Nâsatya. Per questi ultimi, però, a questo punto si pone il problema di come sbarazzarsi del mostro che non è altro che la personificazione dell’ebbrezza. Sicché l’asceta suo artefice si sbarazza della sua mostruosa creazione, facendolo in quattro pezzi, che vanno poi a distribuirsi nei quattro elementi che da quel momento in poi inebrieranno gli uomini: la bevanda, le donne, il gioco, la caccia. In questa analogia tra i due miti – germanico e nordico – è possibile rintracciare oltre che la diversa accezione – nel primo positiva e nel secondo, invece, negativa – che si dà dell’ebbrezza, anche una comune accezione – per entrambi positiva – di come all’origine dell’iniziale conflitto, seguito poi ad una pronta riconciliazione, tra divinità della fertilità e divinità della guerra vi sia l’esaustivo punto di approdo per un’armoniosa collaborazione delle classi sociali.

[24] Tra gli altri H. O’Donoghue, From Asgard to Valhalla: The Remarkable History of the Norse Myths, I. B. Tauris 2008, pp. 46-49 e J. Grant, An Introduction to Viking Mythology, Chartwell Books 2002, passim

[25] G.Dumézil, Citato, pp. 28-30

[26] J.Grant, Citato, pp. 21-35 passim

[27] P. Colum, W. Pogany, Nordic Gods and Heroes, Dover Publications 1996, passim

[28] L’Edda Maggiore o Edda Poetica è una raccolta di poemi in norreno, tratti dal manoscritto medioevale islandese Codex Regius. Insieme alla Edda in prosa di Snorri Sturluson, l’Edda poetica rappresenta la più importante fonte di informazioni a nostra disposizione sulla mitologia norrena e sulle leggende degli eroi germanici. Per un’analisi di tale testo, si consiglia: H. A. Bellows, The Poetic Edda: The Mythological Poems, Dover Publications 2004

[29] J. Brondsted, I Vichinghi, Einaudi 2001, pp. 268-269

[30] Ivi, pp. 273-274

[31] H. A. Bellows, Citato, pp. 207 ss.

[32] Tra i sostenitori più recenti della quale, ricordiamo I. Donnelly , Ragnarok: The Age of Fire and Gravel, Forgotten Books 2007, passim

[33] Sui significati psicologici dei miti cosmogonici vd. P. Cousineau, Once and Future Myths: The Power of Ancient Stories in Modern Times, Conari Press 2001, passim

[34] Non è un caso che gli unici superstiti del Ragnarök saranno quegli dei-uomini che più simboleggiano le virtù perdute.

[35] G.Dumézil, Citato, pp. 111 ss.

tratto da http://www.centrostudilaruna.it/dalla-caduta-dei-cieli-al-ragnarok-i-miti-cosmologico-escatologici-nordici.html