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sabato 21 gennaio 2012

Parentopoli, la città di "Alemagno"






Due rinvii a giudizi per l'ennesimo scandalo delle "assunzioni facili" nelle aziende controllate dal comune di Roma. Dopo il "caso AMA" (871 spazzini e 75 funzionari assunti in tre anni) e il "caso Eur spa" (31 assunzioni per chiamata diretta in 18 mesi), che sono stati i più eclatanti, ora tocca all'ATAC, l'Agenzia per i Trasporti Autoferrotranviari del Comune di Roma. Secondo gli inquirenti, erano settanta i raccomandati a inserire nell’organico della società dei trasporti capitolina Me.tro spa, società che gestiva il servizio di metro e ferrovie nella capitale e che è stata assorbita da Atac. Rinviati a giudizio Riccardo Di Luzio, attuale responsabile del personale di Atac ed ex responsabile del personale di Me.tro spa, e Stefania Sangiovanni, responsabile della Manpower nella procedura di selezione del personale.
Secondo l'accusa, I due imputati tentarono di modificare le graduatorie di selezione affinché nel 2009 alla Metro fossero assunti 30 macchinisti e 40 operatori della manutenzione "amici". Qualcosa andò storto e le assunzioni pilotate saltarono un attimo rpima della firma sui contratti.
Secondo il pubblico ministero Ilaria Calò, titolare dell'indagine, Di Luzio avrebbe scelto la società interinale Manpower per selezionare 70 persone da inserire in organico. Di Luzio avrebbe scritto su un foglietto alla Sangiovanni i nominativi delle persone da far salire in graduatoria, così da poterle assumere. L'imbroglio sarebbe saltato all’ultimo momento quando la Manpower, durante un controllo, riscontrò la presenza di diverse irregolarità nella selezione dei lavoratori, e denunciò tutto.

Questo ennesimo scandalo capitolino pare dimostrare, ancora una volta, che il sindaco Alemanno sia solito utilizzare il più classico e bieco clientelismo per rafforzare la propria posizione ed il proprio peso politico a Roma. Dopo gli incarichi assegnati ad ex terroristi neri e a noti militanti neofascisti degli anni di piombo, il potere di "Alemagno" vuole estendersi a tutte le ramificazioni della città.
Ma di quale città parliamo? Di Roma, capitale d'Italia? O di Parentopoli?

giovedì 9 dicembre 2010

La parentopoli di Alemanno




ROMA - Non bastava la bufera esplosa sulla Parentopoli in Atac, la società del trasporto pubblico romano che dopo l'elezione di Gianni Alemanno in Campidoglio ha imbarcato più di 850 persone, tutte per chiamata diretta e legate da rapporti familiari o politici ad esponenti del centrodestra locale, dirigenti aziendali e sindacalisti. Ora, per il sindaco della capitale si apre un nuovo fronte: il reclutamento di un migliaio di nuovi dipendenti (sui 7mila totali) in un'altra ex municipalizzata, l'Ama, che si occupa di raccogliere e smaltire i rifiuti della città. Dove, partire dal 2008, sono stati assunti, tra gli altri, il genero dell'ad Franco Panzironi, braccio operativo della Fondazione alemanniana Nuova Italia; la figlia del caposcorta del sindaco, Giorgio Marinelli, il quale aveva già provveduto a piazzare il primogenito in Atac; la compagna dell'ex capogruppo pdl in Campidoglio, ora traslocato a La Destra, Dario Rossin; oltre alla solita pletora di mogli, cognati e cugini di vari pidiellini di secondo piano, ma assai utili in campagna elettorale.

La prova provata di come l'occupazione clientelare delle società controllate dal Comune sia ormai diventato un sistema. Ai confini del lecito. Tant'è che sia la Procura della Repubblica sia la Corte dei Conti hanno aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità sotto il profilo penale e del danno erariale.

Tutto parte da un'inchiesta di Repubblica che, da una decina di giorni, indaga sulla moltitudine di congiunti e sodali arruolati in Atac e in Ama nell'era del centrodestra. Nonostante le opposizioni abbiano subito chiesto la testa di Alemanno e dell'assessore ai Trasporti Sergio Marchi, finora l'unico a rimetterci è stato il caposcorta del primo cittadino che ieri si è dimesso dal suo incarico. Ad annunciarlo, lo stesso inquilino del Campidoglio: "Marinelli non è più il mio caposcorta, è ritornato in polizia", decisione assunta "in via precauzionale per evitare speculazioni sull'accaduto", ha spiegato Alemanno, negando tuttavia ogni suo coinvolgimento. "Non mi occupo di assunzioni, sull'Ama non mi risultano particolari scandali e poi non mi ricordavo neanche che quell'agente avesse una figlia", ha tagliato corto.

E pazienza che l'azienda dei rifiuti abbia sostanzialmente confermato il numero dei dipendenti (954) arruolati a partire dal "9 agosto 2008, giorno di insediamento della nuova amministrazione", e ammesso di aver effettuato, "come prevede la normativa vigente", delle semplici selezioni affidate ad agenzie per l'impiego pubbliche e private. Per il sindaco sotto assedio ora è tempo di cambiare: "Bisognerebbe rendere obbligatoria la pratica dei concorsi anche per le municipalizzate, così come si fa al Comune, in modo da superare il problema delle chiamate dirette o dalle selezioni fatte da agenzie interinali", dice ora che dalle sue parti tutto il sistemabile è stato sistemato.

Ma le opposizioni, che sul tema hanno già presentato interrogazioni in Parlamento e in Campidoglio, non intendono mollare. "Dopo l'Atac, le assunzioni clientelari all'Ama", tuona il deputato ed ex assessore pd Jean Leonard Touadi. "Fino ad oggi Alemanno ha fatto finta di nulla: ora basta. Ha il dovere di rendere conto alla città di come lui e la sua amministrazione hanno gestito una materia tanto delicata". Durissimo il segretario regionale dell'Idv Vincenzo Maruccio: "Cosa deve ancora emergere perché Alemanno si rassegni le dimissioni?". E mentre il senatore dipietrista Stefano Pedica minaccia che "di qui a pochi giorni renderò noti gli elenchi delle assunzioni negli ultimi cinque anni alla Provincia, alla Regione, al Comune e in tutti gli enti controllati perché la Parentopoli, in un momento di crisi del lavoro, è uno schiaffo a tutti i cittadini onesti che fanno concorsi", il capogruppo pd in Campidoglio profetizza: "Stavolta non sarà facile per il sindaco convincere i romani che lui non c'entra nulla. Ora chieda scusa".

giovedì 18 novembre 2010

Il figlio di Lady Bondi? Lavora al Ministero della Cultura




Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi, lavori per il ministero dei Beni culturali nella direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in Gerusalemme a Roma? E possibile, come si sussurra, che rassicuri i giovani produttori, prometta felici finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema romano? Per verificare l’ipotesi, una commistione di lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a lui intestato.

Risponde al secondo squillo: “È lei Fabrizio Indaco?” “Certo”, “Volevamo chiederle se è davvero figlio dell’onorevole Repetti”. È qui, che il giovane Indaco, laureando in architettura (corso iniziato nel 2002, qualche lentezza nel percorso), viene assalito da un’amnesia, la sindrome Scajola: “Stavo proprio per andare via, se vuole ne parliamo domani”. Insistiamo: “Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze”. Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento la conversazione.

Ci viene qualche dubbio che proviamo a fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali. In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi Ligure, non si nasconde. “Fabrizio è mio figlio certo”. Come mai lavora nel ministero diretto dal suo compagno?”. Qualche secondo di pausa: “Eh, come mai, ci lavora, ecco”. Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel prossimo: “Ha un contratto interinale, in scadenza, se vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente a lui”. “Con noi non ha voluto parlare”, spieghiamo: “Eh vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere”. Con tutta l’umana empatia del caso, non possiamo fare a meno di domandare ancora: “Onorevole, per quale ragione un ragazzo laureato in Architettura lavora alla direzione generale cinema, non le sembrano campi d’applicazione inconciliabili?”. Repetti dice di parlare come una qualunque madre preoccupata per il futuro della propria prole. “Non si è laureato, ha finito gli esami, sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a fare qualche cosa. Il suo contratto al Centro sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo, sta per scadere”. Il Csc, vive grazie ai soldi del Fus. Quasi 10 milioni di euro l’anno, non proprio un ente autonomo dal ministero, in ogni caso. “Non so quanto duri l’assunzione temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c’è niente da nascondere”. Si irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: “Non mi ponga domande come se mi trovassi davanti all’inquisizione”. La rassicuriamo: “Le pare appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero, offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio? Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai” e lei traballa: “Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe essere per tanti ragazzi nella sua posizione, non ci vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non penso abbia potuto avere facilitazioni”. Il ministro non si è mai preoccupato? “Non vedo come una stranezza che un ragazzo lavori”. Pausa: “Ho capito che è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza lavorativa, tutto qui”. È affranta.

Stesso tono di voce quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli, direttore generale del ministero, sezione cinema. “Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con il Centro sperimentale di cinematografia, con loro abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella mani di ragazzi come Indaco”. Quali esattamente, direttore? “Fabrizio affianca i servizi della direzione generale per la realizzazione della piattaforma on line per la presentazione delle domande di finanziamento che sarà messa in rete entro fine mese”. Trasecoliamo. Presentazione delle domande? Magari di film sulla ricostruzione de L’Aquila o invisi al governo? Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi di garanzia? “Esattamente, per accedere ai vari contributi e alle istanze amministrative”. Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: “Le devo dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal Centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro sperimentale è una nostra eccellenza e nell’apporto a questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e un’altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che dopo aver rilevato l’Eti, non rinnoveremo la convenzione con i ragazzi del Centro sperimentale”. Un’altra buona notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.

Da il Fatto quotidiano del 18 novembre 2010