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martedì 25 settembre 2012

Laziogate e finto federalismo

 



Lo scandalo dei miliardi divorati dal Consiglio Regionale del Lazio, subito ribattezzato "Laziogate", è l'ennesimo - e forse più clamoroso - esempio di quanto il finto federalismo imposto dalla Lega Nord abbia prodotto solo danni e spese per il Sistema Italia. 
Le regioni italiane, una invenzione fondata solo su interessi economici, senza nessuna considerazione delle differenze storico-culturali, rappresentano una delle fette più grosse dell'ingente debito pubblico italico: dalla Lombardia al piccolo Molise, tutte le regioni producono ingenti costi di mantenimento e continuo sperpero di denaro pubblico. Il Laziogate non è altro che la punta di un iceberg prodotto da venti anni di leghismo sfrenato: l'idea che si potesse sostituire lo Stato Centrale e Centralizzato con le Regioni, soprattutto in settori fondamentali (trasporti, sanità, servizi). Risultato? I centri di spesa si sono moltiplicati, e invece di uno Stato Centrale e Centralizzato ci ritroviamo venti Stati Centrali e Centralizzati. Complimenti ai paladini del federalismo leghista!
Ci ritroviamo, oggi, la paradossale situazione che un consigliere regionale del Lazio o della Lombardia guadagni più del premier o del presidente della repubblica. I partiti politici, poi, si spartiscono bottini esagerati, attingendo ai fondi destinati alle infrastrutture, alla sanità, ai servizi. Proprio nel Lazio, ad esempio, la Giunta Polverini passerà alla storia per il taglio dei posti letto in ospedale, proprio mentre il consiglio regionale votava un aumento dei soldi ai partiti: da 1 milione a 14 milioni in un anno!
Non vale nemmeno il ragionamento che questi problemi sono riscontrabili solo in alcune regioni, perchè il problema sta a monte. Il bug è di Sistema: non andrebbe consentito ad un consiglio regionale di determinare tali aumenti di spesa e di costi di gestione! Un vero federalismo dovrebbe partire dai comuni, che devono essere il vero fulcro decisionale e gestionale; da qui, il pallone deve passare alle province, che devono intervenire in faccende che riguardano due o più comuni; da qui alle regioni, che andrebbero ricostituite in base a criteri storico-culturali e favorendo la costituzione di macroregioni omogenee. In questo, ad esempio, si inserisce il discorso, la prospettiva di una Macroregione meridionale che, in base all'art. 132 della Costituzione Repubblicana, può realizzarsi tramite referendum popolare.
Questo processo, necessariamente virtuoso perchè REALMENTE federale e federalista, fungerebbe anche da controllo per i centri di spesa, proprio perchè il "potere" decisionale e gestionale sta nella istituzione più vicina al cittadino.

giovedì 20 settembre 2012

Non meglio o peggio, ma differente.

 

Veleggiavo lungo le coste catalane quando mi accorsi che c'erano tantissime persone lungo il porto di Barcellona. Che cosa c'era? Una manifestazione? E di che cosa? Strambai e mi avvicinai alla banchina, ormeggiai e salutai il vecchio Pedro, un lupo di mare catalano che conosco da anni. "Cosa succede, Pdero?", gli chiesi. La risposta fu semplice, una sola parola: "Independencia!". Mi voltai e vidi una fiumana di gente clamorosa, che riempiva le strade, la Ramblas, il porto. Bandiere giallorosse e magliette del FC Barcelona, cori in uno spagnolo non spagnolo. "E' catalano!", mi spiegò Pedro, e allora capii: era una manifestazione per chiedere l'indipendenza della Catalunya dalla Spagna. 
Mi accesi la pipa e mi misi a posto il berretto mentre guardavo la gente passare, sorridere, gridare slogan, ballare. Un cartello carpì la mia attenzione:
"Catalunya non è Spagna. Non migliore o peggiore, ma DIFFERENTE!".
Ecco! E' tutta qui la differenza tra i veri popoli (catalani, baschi, irlandesi, duosiciliani) e i popoli innventati (i padani): NOI vogliamo essere liberi e indipendenti non perchè ci sentiamo migliori degli altri, ma perchè sappiamo di essere differenti; i sedicenti padani, invece, hanno bisogno di sentirsi e professarsi migliori per giustificare le rivendicazioni indipendentiste del loro non-popolo.

Buon vento.


martedì 11 settembre 2012

"Independencia" gridano un milione e mezzo di catalani.




Un milione e mezzo di persone per le vie centrali di Barcellona nella più grande marcia indipendentista mai vista finora nella città catalana. Lo ha scrive El Pais online che cita fonti della polizia, mentre gli organizzatori parlano di due milioni di persone scese per strada. I manifestanti portano bandiere indipendentiste, reclamando l'indipendenza della Catalogna, e accusano il governo di Madrid di fare cadere la regione del nord-est della Spagna nella spirale della crisi. Se Barcellona non riuscirà ad accordarsi con il governo di Madrid sulle condizioni del piano di aiuti e sul 'patto fiscale' si muoverà verso l'indipendenza nazionale, partendo dall'autonomia fiscale. Questa la minaccia di Artur Mas, presidente della regione più ricca di Spagna, costretta a negoziare con l'esecutivo guidato da Mariano Rajoy un finanziamento da 5 miliardi per poter ripagare un debito di 40 miliardi, pari al 20% di un'economia che conta per circa un quinto del Pil nazionale ed è da sola maggiore di quella del Portogallo.

Mas, leader del partito autonomista Convergenza e Unione, durante la manifestazione ha convocato una conferenza stampa per proclamare che «se non ci sarà un accordo sui termini economici, per la Catalogna la strada per la libertà sarà aperta». Il presidente catalano si riferisce, appunto, al 'patto fiscale', che impone alle regioni del paese che sforano il tetto di un rapporto deficit/Pil all'1,5% di attenersi a un programma di aggiustamento.


Secondo Mas, però, la Catalogna, che ha un deficit al 3,9%, riceve dal governo centrale meno di quanto dà e avrebbe quindi il diritto alla stessa autonomia fiscale concessa ai Paesi Baschi. «Non c'è battaglia più pressante, nessuna sfida più importante del raggiungimento della sovranità fiscale, mai come in questo momento» ha tuonato Mas, che ha affermato di non essersi unito alla manifestazione in virtù del suo ruolo istituzionale ma di condividere completamente le ragioni dei dimostranti. L'incontro tra Mas e il premier Rajoy è previsto per il 20 settembre.

Fonte: Il Sole 24 Ore



sabato 8 settembre 2012

Indipendenza... e poi?



Molte persone, sentendomi criticare spesso la sedicente unità d'italia e professare la necessità di autonomia e indipendenza delle terre e dei popoli meridionali, mi domandano spesso: "Una volta diventati indipendenti, cosa diventeremo?". Una repubblica federale? Uno stato centralizzato? Una monarchia, col ritorno magari dei Borbone-Due Sicilie?
Sono domande legittime, alle quali però non si può dare un'unica risposta. Perché sono domande sbagliate. Noi vogliamo la libertà, e poi già abbiamo deciso cosa diventare una volta liberi? Noi vogliamo l'autonomia, o magari l'indipendenza, e già sappiamo di che morta dobbiamo morire?
No, non è così che si fa. Noi dobbiamo essere liberi a prescindere dal sistema istituzionale che il Popolo sovrano deciderà di darsi, magari tramite un referendum popolare. Una volta libero, una volta indipendente, il Popolo deciderà se l'attuale Sud Italia (in cui, però, dobbiamo inglobare anche i territori del fu Regno delle Due Sicilie che ad oggi sono formalmente appartenenti a regioni non meridionali) dovrà essere una repubblica federale o un regno; se la Sicilia insulare dovrà essere federata o meno coi territori peninsulari. 
Noi dobbiamo conquistare la libertà, che è la possibilità di realizzare una libera associazione di donne e di uomini. Nessun sistema calato dall'alto: il Popolo sceglierà come unirsi.

Ovviamente, io ho delle preferenze. Proposte da fare.
Credo, ad esempio, che il primo passo verso l'indipendenza sia una forte autonomia delle regioni meridionali, da ottenere tramite la creazione di una Macroregione Sud, in base all'articolo 132 della Costituzione Italiana:
Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d'abitanti, quando ne facciano richiesta tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.


Si può, con referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un'altra. 
Una volta creata la macroregione si potrà procedere al "referendum scozzese": nel 2014, si terrà in Scozia un referendum sulla indipendenza dalla Gran Bretagna, pur continuando a riconoscere la Regina Elisabetta come  Capo di Stato (come avviene in Canada o Australia, ad esempio).
In Italia, non avendo una monarchia, si potrebbe pensare ad una trasformazione in senso confederale della Repubblica, con capitale Roma e con un Presidente della Confederazione Italica eletto dal Popolo.
All'interno di tale Confederazione, vi sarà uno Stato autonomo delle Due Sicilie, che tramite referendum popolare deciderà la forma istituzionale e di governo da darsi. Io opto per una Repubblica Federale delle Due Sicilie, con capitale Napoli. In questo caso, i popoli siciliani insulari e peninsulari sarebbero, appunto, federati e autonomi. Credo, infatti, che la Sicilia insulare debba essere autonoma, ma non indipendente dal resto delle Due Sicilie, proprio alla luce del bagaglio storico-culturale comune tra i popoli meridionali. Tutti.

Si realizzerà mai questo sogno?
Non lo so. L'unica possibilità per questo sogno di realizzarsi è smettere di essere un sogno, e diventare un progetto politico.

JATEVENNE!!!

giovedì 6 settembre 2012

"In Europa senza il Sud"

Non è l’ultima provocazione della Lega, ma un quesito referendario vero e proprio depositato dal carroccio in Cassazione. Oggi il leader leghista, Roberto Maroni, in conferenza stampa a Montecitorio ha detto che c’è bisogno di riorganizzare l’Eurozona in modo che ne facciano parte solo quelle aree europee che abbiano innanzitutto il requisito del pareggio di bilancio”. In sostanza, l’ex ministro dell’Interno parla di lasciare il Nord Italia dentro la moneta unica, tenendo fuori il Mezzogiorno, dove buona parte delle Regioni hanno i bilanci in profondo rosso. Maroni ha anche sottolineato come “altrimenti l’Europa va incontro al default. La prossima settimana – ha concluso – daremo via alla raccolta delle firme”.
Con la proposta referendaria, in pratica, la Lega ripropone una sorta di secessione in salsa europea, con l’obiettivo di sganciarsi dal Mezzogiorno (a loro dire) improduttivo. Certo, il testo del quesito non parla chiaramente del Sud, ma l’intento del partito di Umberto Bossi e compagni è palese.
Da chiedersi, allora, perché la Lega non presenti anche un referendum per chiedere l’annessione della Lombardia alla Svizzera, sarebbe più facile. Ovviamente il carroccio ha tutto l’interesse a rendersi autonomo dalla “palla al piede” meridionale, mantenendo però stressi i rapporti di politica economica coloniale. Vari studi, infatti, evidenziano che gran parte della produzione del Nord Italia viene venduta al Sud e, del resto, più volte Umberto Bossi ha sottolineato che il Sud doveva essere solo una colonia. Da questo punto di vista, va appoggiata la campagna di numerose associazioni che hanno a cuore il Sud che promuovono l’acquisto di prodotti esclusivamente del Mezzogiorno.
Pensiamoci, magari diamo una mano all’economia delle nostre terre e, se la Lega vuole “cacciarci” dall’Europa…chissene!
Dico la mia: mi sta bene. Fuori il Sud dall'Europa e dall'Euro... ma dopo che sarà sancita la nostra indipendenza dal Sistema Italia. Niente più tricolore, niente più esercito, niente più aziende settentrionali al Sud, niente più tasse.
Va bene, leghisti del cazzo???

mercoledì 21 settembre 2011

L'ignoranza leghista




Senza Umberto Bossi, i leghisti sarebbero ancora ciò che sempre sono stati: bifolchi razzisti e usuali frequentatori dei bar delle valli settentrionali. Umberto Bossi ha preso questi avventori da bar e li ha fatti diventare consiglieri, sindaci, ministri della Repubblica.
Il Padre del Trota, ormai sempre più sbiascicante, è un vero è proprio mito per quelle genti. Non ci sorprende, quindi, che le boiate secessioniste sbiascicante da Bossi sul palco della Festa dei Popoli Sedicenti Padani vengano prese sul serio da questi esemplari.

Ovviamente, pur di giustificare il loro leader, i leghisti utilizzano argomenti francamente imbarazzanti. L'ultimo colpo di genio è di quella ameba di Reguzzoni, che ha spiegato: Bossi è un vero democratico, perchè riconosce che la sovranità appartiene al Popolo ed è il Popolo che deve decidere sulla secessione; anche il Capo dello Stato deve attenersi alla volontà popolare.

Reguzzoni dimostra, con questa frase, di avere una profonda ignoranza costituzionale. Ed è il capogruppo del Carroccio a Monte Citorio! E' vero che la sovranità appartiene al Popolo, ma Reguzzoni dimentica di aggiungere "che lo esercita nei limiti della Costituzione". E la Costituzione un limite lo pone: l'Italia è una e indivisibile.

Non voglio passare per il difensore dell'Unità d'Italia, anche perchè da questa Unità solo il Nord ci ha guadagnato, mentre il Sud ci ha perso.
Voglio solo far capire ai bifolchi leghisti che la via referendaria non è percorribile: o ci si siede intorno ad un tavolo e si dà al CentroSud ciò che è stato depredato in 150 anni, o si prendano i fucili della Val Brembana e si faccia la rivoluzione.
Tertium non datur.
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lunedì 19 settembre 2011

Tra tricolore e sole delle alpi




Il Tricolore è la bandiera della Repubblica Italiana.
Il Sole delle Alpi è la bandiera della sedicente "repubblica federale di Padiania".
Umberto Bossi, leader di quel movimento politico illegale e xenofobo che risponde al nome di Lega Nord Padania, ieri ha annunciato, durante la Festa dei Popoli Sedicenti Padani, la volontà di raggiungere l'agnognata indipendenza ("secessione, secessione" gridavano i padano-celtici sotto il palco) tramite referendum costituzionale.
Questa dichiarazione contraddice (ma è tipico dello sbiascicante Padre del Trota dire cose contraddittorie e incomprensibili) le innumerevoli litanìe circa l'esercito di liberazione della Padania, i "trecentomila fucili" della Val Brembana, ed altri propositi secessionisti manu militari.

Ho pensato, per assurdo: se ci fosse una guerra civile tra Italia e sedicenti padani, io che farei? Una domanda razionalmente legittima, ma la cui risposta era già stata trovata dal cuore: starei con l'Italia, senza dubbio. Perchè l'Italia non è stata nè è la causa dello sfruttamento del Sud, ma è stato ed è il mezzo di sfruttamento utilizzato dal Nord contro il Sud.
Credo sia importante questa distinzione: l'Italia non è la causa dei mali, ma il mezzo. La causa è il nord, inteso come coacervo di interessi politici e economici settentrionali. I "piemontesi" utilizzarono la chimera Italia per invadere e depredare il Sud. Ora che l'Italia non serve più, i "piemontesi" di oggi, rappresentati politicamente dalla Lega Nord, vogliono disfarsene.
Evito di parlare del fatto che ministri della Repubblica Italiana parlino di secessione: la dignità e l'onore politico e umano sono stati cancellati da Berlusconi e dal berlusconismo. Voglio parlare invece di cosa dovrebbero fare i meridionali: contrastare o agevolare i propositi secessionisti padani? Credo sia una domanda legittima, a cui io ho dato la mia personale risposta: contrastare i leghisti utilizzando, una volta tanto, l'Italia contro di loro.
Se vogliono la via "cecoslovacca", se la paghino. Abbiamo parecchio debito pubblico causato da 150 anni di politiche filonordiste. Se vogliono la via "jugoslava", preparino i fucili della val Brembana.
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venerdì 22 luglio 2011

D.d.L. dei senatori meridionali




DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

d’iniziativa dei senatori POLI BORTONE, VIESPOLI, CASTIGLIONE, CARDIELLO, CARRARA, MENARDI, PALMIZIO, PISCITELLI, SAIA, CHIAROMONTE e PETERLINI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 13 GIUGNO 2011

Modifiche alla Costituzione in materia di istituzione del Senato delle autonomie, riduzione del numero dei Parlamentari, soppressione delle province, delle città metropolitane e dei comuni sotto i 5000 abitanti, nonché perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale
Il presente disegno di legge prevede l’istituzione del Senato delle autonomie, la cancellazione del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la soppressione delle province e dei comuni sotto i 5000 abitanti ed il perfezionamento della riforma del federalismo fiscale.

Per quanto riguarda il primo profilo, una delle questioni di cui si è molto discusso è la trasformazione di una delle Camere (il Senato) in un’assemblea effettivamente rappresentativa dei territori. Si continua a sostenere, infatti, che una Camera deve avere connotati territoriali e questo sembra il momento più opportuno per attuare tale riforma, pur nel contesto della semplificazione del sistema. Il Senato delle autonomie, a nostro avviso, risponde pienamente a queste esigenze in quanto è espressione del suffragio espresso dai consiglieri comunali eletti in ciascuna regione e di un rappresentante designato da ciascun presidente di regione. Questa soluzione, che a nostro parere fotografa al meglio l’attuale fase di sviluppo del sistema autonomistico italiano, va inquadrata nella funzione stessa che ricoprirà il Senato delle autonomie.
È giunto il momento, infatti, di eliminare il bicameralismo perfetto il quale, se aveva ragion d’essere all’indomani del varo della Costituzione quando al Paese serviva una maggiore coesione sui valori costituzionali approvati dai Padri costituenti, oggi tende ad essere un elemento di freno allo sviluppo. In quel contesto storico-politico, infatti, il bicameralismo, il sistema elettorale proporzionale e la configurazione stessa del Presidente del Consiglio come un primus inter pares rispondevano all’esigenza di cementare la coesione sociale sui valori costituzionali, ma, a distanza di più di cinquanta anni, è giusto modernizzare la forma di Stato e di Governo, senza ovviamente dimenticare l’eccezionale valore che ancora riveste la nostra Carta costituzionale, una tra le migliori del mondo.
In questa prospettiva riteniamo che il legame fiduciario debba instaurarsi con la sola Camera dei deputati, mentre il Senato delle autonomie sarà competente ad approvare la legge di bilancio e potrà sollecitare il proprio intervento sulle altre leggi solo previa richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti, con l’avvertenza che in caso di mancata approvazione di un testo già approvato dalla Camera dei deputati, quest’ultima potrà riapprovare lo stesso testo non più a maggioranza semplice bensì a maggioranza assoluta.
La citata riforma permetterà un ingente risparmio di risorse sia per effetto della maggiore celerità con la quale si approveranno le leggi, sia per effetto della riduzione stessa del numero di deputati e senatori, sia, infine, grazie al diverso appannaggio assegnato ai Senatori i quali saranno retribuiti sulla base delle missioni effettivamente svolte.
Il Senato delle autonomie, in questo modo, acquisirà un ruolo diretto solo in materia di approvazione del bilancio, mentre in tutte le altre ipotesi manterrà un’importante funzione di persuasione e stimolo dell’altra Camera.
Grazie a questa modifica costituzionale, le regioni e le autonomie territoriali diverranno corresponsabili della gestione del Paese ed in ossequio al bisogno di autonomia delle periferie troncheranno ogni tentazione di fuga verso il secessionismo o l’egoismo localistico. In questo stesso contesto si inserisce la riduzione del numero dei parlamentari.
A tal fine, il presente disegno di legge intende rispondere ad un’istanza di innovazione del nostro ordinamento costituzionale da tempo avvertita dalla società civile e che deve ritenersi condivisa da una larghissima maggioranza delle forze politiche e parlamentari. In questo senso abbiamo previsto la riduzione dei deputati da seicentotrenta a trecentoquindici e dei senatori da trecentoquindici a centocinquantaquattro – compresi i senatori delle tre nuove regioni – ai quali si aggiungono ventiquattro senatori designanti dalle regioni. Per il Senato non sono più previsti quelli eletti all’estero che, invece, rimangono solo alla Camera. Nessuna regione può avere un numero di senatori inferiore a tre, il Molise ne ha due e la Valle d’Aosta uno.
Un passaggio obbligato riguarda inoltre il perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale. Tale obiettivo è realizzato in due modi: da un lato prevedendo in Costituzione che la compartecipazione ai tributi erariali (e più specificatamente all’I.V.A. come è stato deciso in sede di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione) tenga conto delle imprese che operano in aree diverse rispetto a quelle in cui hanno la sede legale, prevedendo che il fatturato prodotto su un territorio sia calcolato ai fini della quota della compartecipazione ai tributi erariali di quel territorio. In secondo luogo riteniamo che tali quote di compartecipazione debbano essere calcolate avendo presente i ritardi della cosiddetta perequazione infrastrutturale, i quali danneggiano soprattutto le aree del Sud. Se, infatti, è nella logica stessa del federalismo fiscale promuovere una sana competizione tra i territori ed un forte stimolo alla creazione di condizioni generative di ricchezza, se l’effetto di tale riforma dovrebbe essere quello di selezionare una classe dirigente effettivamente capace ed all’altezza, allora è cruciale che tutte le regioni siano poste sullo stesso piede di partenza, circostanza che oggi non si verifica a causa dei gap infrastrutturali ancora esistenti tra Nord e Sud del Paese.
In tale prospettiva il Sud Italia e le sue popolazioni non ritengono opportuno che tale dislivello sia colmato con interventi provenienti dalle regioni del Nord a favore di quelle del Sud così consolidando gli slogan, spesso filosecessionisti, che dipingono il Sud come un territorio a «rimorchio» del Nord. Riteniamo opportuno, a tal fine prevedere un aumento a loro favore della quota di I.V.A. prodotta sul territorio quale compensazione del gap infrastrutturale esistente e dunque sino a quando le opere sino ad oggi semplicemente programmate non saranno effettivamente realizzate.
È lampante come la vera ricchezza del Paese e del Sud in particolare siano le bellezze naturali ed i beni culturali e, quindi, la valorizzazione del turismo. Si tratta quindi di promuovere una politica di forte respiro che abbini questi due elementi e promuova la creazione di opere infrastrutturali idonee, ad esempio, a collegare gli aeroporti con i porti e le stazioni ferroviarie delle principali città e creare delle reti ferroviarie interne che colleghino in modo rapido ed efficiente i territori dell’entroterra, i quali, soprattutto al Sud, sono ricchi di beni culturali e bellezze naturali, spesso sconosciute al turismo straniero: è questa l’unica ricetta che può permettere al Meridione d’Italia di essere competitivo, attraendo turisti da ogni parte del mondo.
Questo surplus di risorse permetterebbe alle regioni del Sud di intensificare la realizzazione delle opere infrastrutturali necessarie a ridurre i dislivelli esistenti, concretizzando ulteriori opere di grande importanza quali le reti telematiche di comunicazione le quali differenziano marcatamente il Sud rispetto al Nord dove invece si è da tempo in perfetta conformità ai livelli fissati dalle direttive europee.
Nella stessa prospettiva, la dimensione dei territori regionali non dovrebbe più rispondere solo ad un criterio identitario bensì anche al criterio della vocazione economica, capace quindi di unire i territori aventi comune inclinazione in una mission politica di lunga prospettiva. Per l’istituzione di nuove regioni il presente disegno di legge prevede una procedura semplificata e rispettosa delle istanze della collettività. La nuova formulazione dell’articolo 132 della Costituzione, (articolo 5) se elimina il riferimento alle delibere degli enti territoriali ai fini dell’attivazione del procedimento di istituzione di nuova regione, nello stesso tempo trasforma il referendum delle popolazioni interessate da consultivo in confermativo del progetto di legge costituzionale approvato, e, pertanto, si fonda sulla volontà popolare degli abitanti della costituenda regione.
È immaginabile, quindi, che sulla scorta di queste indicazioni si possa cogliere l’opportunità di ridisegnare le dimensioni regionali in un quadro di insieme molto semplificato anche per effetto di un’altra riforma che abbiamo proposto: la cancellazione delle province e dei cosiddetti micro comuni (articolo 2). È paradossale, come l’abolizione delle province che, sul piano delle proclamazioni di principio, vedrebbe d’accordo quasi tutti i gruppi parlamentari, dal punto di vista delle azioni concrete non sia stata effettivamente avviata: nessuno compie concretamente un gesto in tal senso! Eppure oggi la provincia viene vissuta come un ente poco partecipato dai cittadini, astrattamente ancorato ad un impianto ordinamentale burocratico di stampo ottocentesco, un ente generatore di costi ingenti e non più sostenibili dalla comunità: si calcola che ben 16 miliardi di spese l’anno vengano assorbite dalle province, risorse che potrebbero essere orientate verso obiettivi concreti di pubblica utilità.
Analogamente, nonostante l’articolo 114 della Costituzione equipari i comuni alle regioni ed allo Stato sotto il profilo dell’autonomia costituzionale è lampante come tale disposizione non possa riferirsi a tutti gli 8.100 comuni italiani: una riduzione del loro numero, accorpando i comuni sotto i 5000 abitanti ai comuni più grandi, favorendo la fusione di comuni o le unioni di comuni, è, parimenti, un’esigenza impellente sia a fini di semplificazione amministrativa che di contenimento dei costi.
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lunedì 11 luglio 2011

La questione meridionale OGGI






di Tiziana Gulotta



Dal 1861 ad oggi, il Pil del Mezzogiorno è cresciuto di 18 volte ma anche il divario tra Nord e Sud è aumentato, in particolare durante i primi 100 anni.
Svantaggio che è stato in parte recuperato dalle regioni meridionali nella cosiddetta ‘stagione aurea’ del secondo dopoguerra. Ed ancora, se nel 1861, il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni, nel 2009, i redditi del Mezzogiorno risultavano pari solo al 59% del Centro-Nord.

E ancora: mentre il tasso di occupazione meridionale nel 1951 era pari all’81% del Centro-Nord, quasi 50 anni dopo, era fermo al 68,9%. La dinamica Nord–Sud, dall’Unità d’Italia ad oggi, è stata ricostruita dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno nel volume intitolato 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud (1861-2011).

In un’intervista, il presidente della Svimez, Adriano Giannola, illustra com’è cambiato il quadro sociale ed economico del Paese in questo secolo e mezzo e spiega perché il Mezzogiorno oggi si pone come opportunità strategica per il sistema Italia.

Durante la cosiddetta ‘Età dell’Oro’, il Meridione mostra un’importante dinamicità nella performance economica.
Per la prima volta nella storia unitaria, il Mezzogiorno recupera almeno 20 punti del ritardo che aveva accumulato negli anni precedenti, a partire dagli inizi degli anni ’50 fino alla metà degli anni ‘70. Siamo nella fase dell’intervento dello Stato a supporto della realizzazione della riforma agraria e della politica di industrializzazione che, dal ‘57 in poi, viene sviluppata e che serve a tutto il Paese per costruire, sotto l’egida della politica regionale, un’industria di base fondamentale per il successo dell’industria manifatturiera del Centro-Nord.
In questo periodo si assiste ad una complementarietà tra la politica regionale che attiva l’economia del Mezzogiorno ed il successo dell’economia italiana che, grazie alla simbiosi tra Nord e Sud, permette il miracolo economico nazionale. Con un costo sociale rilevante dato dall’enorme migrazione interna.

Come si arriva alla crisi della crescita nelle due aree Nord-Sud?
Dagli anni ‘70 in poi, i vari shock petroliferi, valutari e salariali, hanno messo in grave crisi l’industria e si è registrata anche una carenza di soluzioni nelle politiche industriali. Il divario Nord-Sud è cresciuto fino ad oggi e si attesta sui 40 punti. Ma negli ultimi 20 anni, in particolare dal ‘98, abbiamo anche assistito ad una dinamica di crescita estremamente modesta sia al Nord che al Sud. Se andiamo ad osservare, infatti, l’industria manifatturiera, che è il cuore del sistema produttivo settentrionale, notiamo che ancor prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, c’è una perdita di produzione. Non è così per la Germania che è cresciuta del 14% e per la Francia del 10%.

In un ‘sistema Italia’ che non cresce, ha ancora senso parlare di dualismo?
Il meccanismo dualistico esiste ancora, mantiene cioè il divario ma la tendenziale stagnazione strutturale è simile al Nord e al Sud. Da qui l’esigenza, come sostiene il Governatore della Banca d’Italia, della ripresa della crescita. Nell’opinione pubblica il Mezzogiorno è considerato il luogo dello spreco, la palla al piede del Paese. Liberarsene consentirebbe al Nord una grande ripresa. Questa sarebbe una grande illusione pericolosa e una tentazione di chi interpreta il federalismo fiscale come strumento per attuare una strategia di liberazione della parte ricca dalla parte che lo starebbe traendo a fondo. Senza rendersi conto, però, che la parte ricca è in crisi proprio come quella meno ricca.

Quale ruolo dovrebbe avere il federalismo fiscale?
Il federalismo fiscale può essere uno strumento utile di razionalizzazione e responsabilizzazione ma non può essere visto come una strategia che risolva i problemi. Un sistema del tutto legittimo in regime di unione monetaria potrebbe essere la tanta evocata e mai nata ‘fiscalità di vantaggio’ nelle regioni meridionali viste come sistema.
In realtà la causa del declino non è l’esistenza di un Mezzogiorno che frena il Nord ma la perdita di competitività del nostro sistema produttivo che deve essere indirizzato meglio. Scambiare le cause per gli effetti è molto pericoloso.
Il federalismo può essere un utile strumento ma visto come strategia di soluzione è una pericolosissima illusione.

In un mondo globalizzato, il Mezzogiorno con la sua rappresentazione mediterranea, potrebbe diventare la frontiera di un nuovo ciclo di sviluppo?
Non è semplice mantenere la competitività nel mondo globale alle condizioni attuali. Ma ci troviamo nel Mediterraneo, divenuto il centro dei traffici mondiali, in una posizione logistica privilegiata per intervenire e intercettare le opportunità create da questa fase di sviluppo del commercio mondiale.
Se non ci muoviamo presto lo faranno la Spagna, la Francia mediterranea ed il Nord Africa. Sull’area euro-mediterranea dobbiamo presentarci come i leader: dai trasporti alla ricerca e alla logistica, per intercettare Cina e India, in modo da consentire ai nostri porti, se bene attrezzati, di essere il luogo dell’interscambio. Dobbiamo anche riposizionarci nei settori tradizionali, come quello della produzione energetica.
In Basilicata, potremmo raggiungere il 20% del fabbisogno nazionale di petrolio e attorno ad esso sviluppare anche ricerca e salvaguardia dell’ambiente. In sostanza, occorre reinterpretare il terri-torio in un mondo che è cambiato. Da questo punto di vista il Mezzogiorno è una grande opportunità per l’Italia.

Quali saranno i nodi che il Mezzogiorno dovrà sciogliere negli anni futuri?
I nodi da sciogliere sono quelli della ‘governance’. Le regioni del Mezzogiorno e lo Stato centrale devono coordinare una strategia che abbia e si dimostri coerente ad un disegno di interesse nazionale. Dobbiamo ritrovare una strategia coerente che metta gli interessi dei singoli territori in un disegno più ampio, in una visione di lungo periodo.

Come frenare l’emigrazione di giovani dal Sud?
Sembra utopistico un significativo spazio per rilanciare in Italia il nucleare laddove abbiamo già delle potenzialità energetiche nel Mezzogiorno: la Basilicata rappresenta la ‘Mecca’ petrolifera; il Sud in generale quella delle fonti rinnovabili e sostenibili. Ed ancora, la Campania ed il Mezzogiorno tirrenico, rappresentano un’altra ‘Mecca’ inesplorata: quella della geotermia.
Tra gli svantaggi competitivi dell’industria italiana, infatti, c’è proprio l’alto costo dell’energia. Proprio su questo tipo di energie occorre investire in futuro. A partire da una fiscalità adeguata, di vero vantaggio per attira-re risorse dal Nord e dal resto del mondo.
Altre aree importanti sono la logistica con la capacità di collegare porti e ferrovie, interporti e retro porti. Ed ancora l’agroalimentare. La revisione di queste aree potrebbe frenare l’emigrazione dei giovani. Negli ultimi 15 anni, di fronte all’inesistenza di alternative, molta gente è andata via. Su questo occorre intervenire perché le proiezioni demografiche ci dicono che se non si inverte questa tendenza tra venti anni ci saranno 2 milioni di persone in meno ed il Mezzogiorno non sarà più la parte giovane del Paese ma la parte vecchia in tutto dipendente dal resto d’Italia

tratto da http://www.sudmagazine.it/blog/quando-il-sud-era-italiano/

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giovedì 7 luglio 2011

Pessima manovra: altro che federalismo!


di Antonella Sferrazza, da Il Sud

La manovra economica del ministro, Giulio Tremonti, rischia di fare saltare in aria il già delicato equilibrio tra governo nazionale e regioni. Il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Vasco Errani parla di un vero e proprio “conflittto istituzionale che puo’ essere recuperato solo con l’intervento del premier al quale chiediamo un incontro urgentissimo e la disponibilita’ a modifiche della manovra”. Nel mirino i tagli che valgono 9,6 miliardi nel biennio 2013-2014 e rischiano di abbattersi sui servizi pubblici e sull’assistenza. Le regioni, in buona sostanza, accusano Tremonti di avere scaricato tutto il peso della manovra agli enti locali: “Le misure pesano per “il 49% solo sulle Regioni mentre gia’ la manovra della scorsa estate aveva insistito sulle autonomie per l’80%”. In tal modo, ha ribadito Errani, “non c’e’ nessuna possibilita’ di gestire servizi fondamentali” ha aggiunto. A rischio, soprattutto trasporti pubblici e sanità.

Non a caso già ieri, Errani insieme con il presidente dell’Upi (Unione delle Province italiane), Giuseppe Castiglione, ha inviato una lettera a Berlusconi invocando una serie di modifiche necessarie a salvare le amministrazioni dal baratro in cui rischiano di sprofondare. “Il governo”, insistono Errani e Castiglione, deve assumersi “la responsabilità delle ricadute sui servizi fondamentali per il Paese, sui livelli essenziali di sanità e assistenza sociale, su trasporto pubblico locale e sulle politiche di sostegno alle imprese e per gli investimenti”.
La protesta è assolutamente bipartisan e abbraccia tutti i livelli delle amministrazioni. Sindaci, presidenti di Provincia e governatori scendono insieme sul sentiero di guerra contro la manovra correttiva dei conti pubblici. I Comuni sospenderanno la partecipazione a qualsiasi attività inerente al federalismo fiscale e a incontri politici, ha annunciato il presidente dell’Anci, Osvaldo Napoli (Pdl) che non esclude un ricorso alla Corte Costituzionalle.
E anche le Regioni sono della stessa idea: “Di fatto la manovra così com’è non assicura la possibilità del governo territoriale e vanifichi il percorso del federalismo fiscale. Ne chiediamo una radicale modifica partendo da una differenziazione equa della riduzione di spesa dei diversi comparti della Pubblica amministrazione”.

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giovedì 23 giugno 2011

Ottimo intervento di Raffaele Lombardo

Un ottimo intervento del Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo:



Credo che questa sia la posizione PERFETTA per il nuovo meridionalismo, che abbandoni le solite e ritrite rivendicazioni storiche per affrontare i problemi della contemporaneità.
Un unico appunto: la fandonia dei miliardi che lo Stato centrale ha dato al Sud è da smentire, se è vero come è vero (fonte Pino Aprile) che in 40 anni lo Stato ha dato al Sud tramite la Cassa del Mezzogiorno UN DECIMO di quanto la Germania Ovest ha dato all'Est in 20 anni (1989 - 2009).
A parte questo, assolutamente condivisibile l'intervento di Lombardo.
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lunedì 20 giugno 2011

The day after Pontida





Quando ero piccolo, e leggevo racconti o vedevo film che mi mettevano addosso uno stato di tensione e paura, ero solito andare da mio padre e dire: "Papà, ma i vampiri davvero succhiano il sangue?".
Egli mi rispondeva: "Tranquillo, i vampiri non esistono".

Ieri, prima di pranzo, mio padre ed io stavamo vedendo le immagini del raduno leghista di Pontida. Una piccola folla di maglie e cappellini verdi inneggiava alla "secessione", mentre Umberto Bossi sbiascicava il suo "Padania Libera" dal palco.
Mio padre, meridionale d'Italia, mi ha chiesto: "Antò, ma davvero un ministro della Repubblica, che ha giurato sulla costituzione italiana, può dire queste cose? Parlare di Padania libera e di secessione? UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA???"
Gli ho risposto: "Tranquillo Papà, la Padania è una invenzione. Non esiste".

N.B.:
Art. 5 della Costituzione Italiana
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.
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venerdì 25 marzo 2011

Banca del Sud... affare del Nord




di Lino Patruno

Per favore, fateci capire sulla Banca del Sud. Ci vogliono entrare le Banche popolari del Nord, e allora uno dice: finalmente si sono convinti che al Sud si può lavorare bene. Poi però si apprende che pretendono il 60 per cento: cioè appropriarsene.

Le Banche popolari del Nord sono quelle che curano gli interessi delle piccole e medie imprese settentrionali. Atroce sospetto: la Banca del Sud cavallo di Troia per venire ancòra una volta a fare affari al Sud. Magari come 150 anni fa, quando vennero per “portare” la libertà e finirono per “portarsi” il territorio.

Ma a pensare male si fa peccato. Poi però si apprende inoltre che il candidato alla guida di questa Banca del Sud è Massimo Ponzellini, presidente della Banca popolare di Milano, città più vicina alle Alpi che al Mediterraneo, anche se, udite udite, è la città che ospita la Conferenza sul Mediterraneo. Devono aver scambiato l’acqua salata con la neve. Merito principale di Ponzellini, oltre a tutto il suo curriculum vitae ecc. ecc., essere gradito a tal Umberto Bossi, che così si candida a mettersi alla testa anche del Mezzogiorno. Bisogna però ammirare la coerenza storica. Anche la Cassa per il Mezzogiorno fu una Cassa per il Mezzogiorno ma fece tornare quasi tutti i soldi al Nord: Cassa per il Settentrione. Una partita di giro per l’acquisto di prodotti del Nord, per i lavori pubblici che le imprese del Nord vennero a eseguire al Sud, per gli incentivi che le medesime si presero al Sud senza che nessuno controllasse mai se i capannoni che innalzavano diventavano industrie (si dovrebbe organizzare un viaggio nei cimiteri meridionali delle industrie mai nate).

Coerenza storica ma anche continuità storica. Nei giorni scorsi, “La Stampa” di Torino ha avuto l’ammirevole onestà di riportare quanto ogni anno il Nord esporta al Sud: circa il 70 per cento della sua produzione. Se ci aggiungiamo i servizi (esempio la spesa delle Regioni meridionali per i ricoveri al Nord) e i costi dell’emigrazione (un laureato costa al Sud circa 100 mila euro e ne emigrano 80 mila all’anno), si arriva a 96 miliardi di euro che il Sud trasferisce ogni anno al Nord.

Dal Nord al Sud scendono invece 50 miliardi all’anno (il famoso “Sacco del Nord”). Anzi non scendono dal Nord al Sud, ma da chi è più ricco e paga più tasse (diciamo) a chi è meno ricco: scendono insomma anche da un lombardo benestante a un lombardo malestante. Principio di solidarietà alla base di tutti i moderni Stati democratici. Anche se fa dire al suddetto Bossi che il Sud vive a spese del Nord (titolo della “Padania” per la festa dell’unità: “Il Nord paga, il resto d’Italia festeggia”).

Il Sud si deve fare restituire 46 miliardi all’anno. Anzi di più. Perché non solo nel frattempo la spesa pubblica dello Stato continua a essere maggiore al Nord (lo dice il ministero di Tremonti). Ma bisogna aggiungerci i 25 miliardi (almeno) di fondi Fas destinati appunto alle aree svantaggiate e finiti invece a coprire il taglio dell’Ici in tutt’Italia, la cassa integrazione soprattutto per le aziende del Nord, le multe ai lattivendoli padani che hanno prodotto più del pattuito fregando per primi i colleghi altrettanto padani. Ma per loro Bossi ha un debole.

Perciò crede ancora alla Befana chi teme che la Lega Nord voglia la secessione staccandosi dal resto d’Italia. Saranno un po’ rustici ma non fessi. L’articolo uno del loro statuto parla di “indipendenza” della Padania, cioè appunto di secessione. Ma non aggiunge se deve essere secessione statale o economica. E’ sufficiente quella economica. Cioè quella che si sta realizzando e sarà definitiva col federalismo: ciascuno si tiene il suo. Ma già il Nord, come abbiamo visto, si tiene quello del Sud. Il quale starà ancòra peggio perché, essendo più debole, non potrà che aumentare le tasse per dare almeno stessi asili e bus di ora.

E però la parola d’ordine è la solita: col federalismo il Sud starà meglio. Bisognerebbe sospettarne solo perché lo dicono Calderoli e compagni, notori malefattori del Sud. Il Sud dovrebbe stare meglio perché si dovrebbe governare meglio. Detto da chi, col Paese terzo indebitato del mondo, continua ogni anno ad aumentare la spesa pubblica invece di diminuirla.

Inutile aggiungerci contorni. Caro carburante: le addizionali regionali penalizzano il Sud. Assicurazione obbligatoria auto: il 50 per cento in più di costo al Sud perché, teorizzano, più a rischio truffe (ma anche se uno non ha mai fatto incidenti paga di più rispetto a uno altrettanto “buono” del Nord). Ci sono troppi alpini meridionali, mandiamoli via. E gli insegnanti meridionali al Nord devono cedere il posto a quelli locali anche se questi sono somari e loro bravi. Infine viene il cantante Grignani a Bari e di fronte a un impianto audio difettoso che il suo stesso staff aveva controllato dice: siamo in Puglia non a Bergamo. Anzi Berghèm.

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 25 marzo 2011
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giovedì 24 marzo 2011

La forza energetica di un Sud autonomo







A sentir parlare i padroni del vapore, siano essi politici settentrionali o politici meridionali al soldo dei potentati economici del Sistema Nord, la forza energetica dell'Italia può crescere solo tramite il ritorno all'energia nucleare. Il recente decreto approvato dal governo in data 3 marzo, il cosiddetto Decreto Romani (dal nome del ministro per lo sviluppo) subito ribattezzato "Ammazarinnovabili", ha sancito una volta di più che questo governo è ostaggio delle facoltose lobbies nucleariste. L'Italia deve tornare al nucleare, nonostante un referendum abbia sancito più di venti anni fa l'abbandono di questa pericolosa fonte di energia.
Le ultime vicende in Giappone hanno spinto il Governo Berlusconi alla prudenza: una moratoria di un anno sul nucleare era ed è il minimo che si dovesse fare. Il problema, però, rimane: può l'Italia, una penisola soggetta a frequenti attività sismiche e bagnata per tre quarti dal mare, abbandonare l'energia solare, eolica, idroelettrica e termica, per ritornare al nucleare? Questa domanda ha una sola risposta: no, non può. E se mai si decidesse di rispondere "si", allora bisognerebbe spiegare dove si comprerebbero e quanto costerebbero l'uranio e il plutonio (visto che l'Italia ne è sprovvista), dove si costruirebbero le centrali nucleari (visto che la parte meridionale della penisola è universalmente ritenuta quella a più alto rischio sismico ed idrogeologico di Europa), dove verrebbero stoccate le scorie. Un programma energetico serio dovrebbe dire tutte queste cose, perchè le Regioni, anzi le Province ed i Comuni dovrebbero potersi esprimere.
Facile profezia: la sindrome N.I.M.B.Y. (Not In My Back Yard, non nel mio giardino) porterebbe tutti i cittadini attualmente favorevoli al nucleare a dire "no, non lo voglio qui da me... fate la centrale lì". E così facendo, il nucleare fallirebbe de facto, oltre ad essere fallimentare per principio.

In Germania, dove vi sono 16 centrali nucleari, due studi diversi, del 2008 e del 2010, hanno portato a queste conclusioni:
"Esaminando tutti i 16 impianti nucleari presenti sul territorio tedesco in relazione all'incidenza dei tumori tra i bambini è emersa una correlazione diretta tra il rischio di essere colpiti da leucemia in bambini con meno di cinque anni. I bambini che vivono entro 5 km dai reattori sono soggetti ad un incremento del 76% del rischio di contrarre una leucemia rispetto ai coetanei che vivono almeno a più di 50 km." (Bundesamtes fur Strahlenschutz (BfS) - Childhood Cancer and Nuclear Power Plants);
"La disparità nella nascita di maschi e femmine è aumentata a livello globale dopo i test di esplosioni atomiche nell'atmosfera, ed in Europa dopo il disastro di Chernobyl; c'è un aumento di tumori infantili nelle vicinanze delle centrali nucleari; la disparità nella nascita di maschi e femmine aumenta nei pressi di impianti nucleari in un modo che potrebbe essere associato al rilascio di radiazioni durante le operazioni di routine di tali impianti" (http://ibb.gsf.de/homepage/hagen.scherb/KusmierzVoigtScherbEnviroInfoBonn2010.pdf ).

Per quanto concerne le rinnovabili, esse sono l'unica speranza... anzi, l'unica prospettiva energetica per il Sud. Ed il Sistema Nord lo sa talmente bene che ha spinto fortemente affinchè il decreto Romani fosse redatto ed approvato. Non basta il furto del petrolio lucano, per il quale alle popolazioni viene corrisposto un misero 7%. Non bastano i tagli del Decreto Romani, che mettono in ginocchio l'80% delle imprese che hanno investito nel fotovoltaico, la maggior parte delle quali sono al Sud. Non basta che il Governo abbia presentato ricorso alla Corte costituzionale chiedendo l'annullamento delle leggi regionali approvate da tre Regioni meridionali (Puglia, Basilicata e Campania) che vietano unilateralmente l'insediamento di impianti nucleari. Adesso il Sud deve diventare il luogo ove sperimentare il nucleare e ove stoccare le scorie.

Vi sono anche studi recenti che dimostrerebbero come sia possibile sfruttare il moto delle correnti marine per produrre energia attraverso l’utilizzo di turbine sommerse. Per non parlare poi delle biomasse che, diversamente da quanto si dice , emettono un percentuale di CO2 in atmosfera assorbibile dalle piante senza alterare gli equilibri del nostro pianeta.
Bisogna entrare nell'ordine di idee che il nostro pianeta ha un equilibrio energetico, ovvero produce e rilascia energia. Le scorie nucleari che, seppur inattive, producono energia, messe nel sottosuolo aumentano l’energia prodotta dalla terra, generando un eccesso di energia prodotta. Possiamo pensare che i continui assestamenti, terremoti e tsunami sono il modo che la Terra trova per bilanciare il proprio equilibrio energetico?


Per questi motivi, tutte le regioni meridionali devono unirsi in una battaglia comune che conduca il Sud ad essere autonomo dal punto di vista energetico, in attesa di una autonomia politica di cui si sente sempre più la necessità e l'urgenza.
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lunedì 21 marzo 2011

Federalismo e obiettivi per il Sud




Il federalismo leghista è un falso federalismo anche perchè non puoi far correre una ferrari (il nord) ed una 500 (il sud) sulla stessa pista.
A parità di auto, vediamo chi vince: ed io scommetto sul Sud.
Quindi: solo quando la disoccupazione calabrese sarà pari a quella lombarda, solo quando un treno percorrerà Roma - Milano nello stesso tempo in cui percorrerà Napoli - Reggio Calabria, solo quando esisteranno banche a capitale meridionale di numero pari al Sud e al Nord, solo quando la rete infrastrutturale tra i due territori sarà equilibrata... SOLO ALLORA sarà possibile attuare il federalismo leghista.

Quindi io sono, in linea di pricnipio, un federalista (anzi, un confederalista). De facto, sono contrario a questo falso federalismo.

Sugli obiettivi per il Sud, la mia posizione personale è:

- obiettivo a breve: alleanza politica, economica, energetica e sociale tra tutte le regioni meridionali (inclusa il Lazio, perchè i territori a sud di roma sono meridionali e perchè la stessa Roma, ormai, è abitata da circa 1,5 milioni di meridionali di nascita o di sangue);
- obiettivo a medio termine: in base all'articolo 132 della Costituzione, creazione di una Macroregione del Sud.
- obiettivo a lungo termine: creazione di una Repubblica Federale del Sud, la quale possa essere parte di una Confederazione Italica oppure no.
Chi possa realizzare questi obiettivi? Sono di parte, e quindi dico Insorgenza Civile. Credo, però, che la strada da percorrere sia duplice: o il primo partito che otterrà risultati elettorali importanti riuscirà ad attrarre gli altri; oppure i vari partiti e movimenti decideranno di federarsi in una alleanza (prima elettorale, poi politica) che dia vita, fin da subito, a liste meridionaliste in tutta italia.
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mercoledì 2 marzo 2011

Federalismo leghista: una fregatura imposta al Sud




Il governo ha posto la fiducia sulla risoluzione di maggioranza sul decreto per il federalismo municipale. La votazione è in programma domani alle 19.30 a Montecitorio. Su un passaggio ritenuto evidentemente cruciale, il governo non si sente sicuro e, così, ha deciso di blindare il provvedimento. Si tratta, però, di una decisione odiosa, soprattutto per il Mezzogiorno: il federalismo dovrà essere accettato così come è, senza alcuna possibilità di dibattito. C’è da chiedersi come mai, proprio ora che la maggioranza ha aumentato il numero dei parlamentari, abbia bisogno della fiducia. Evidentemente, il pacchetto del federalismo, così come è stato pensato da Bossi e compagni, non piace a tutti i deputati del centrodestra. Insomma, meglio non rischiare su un provvedimento che potrebbe far allontanare la Lega da Berlusconi e, quindi, far cascare il governo.

Peccato, però, che il federalismo così si traduce in una riforma che il Sud – silentemente – dovrà subire. A pochi giorni dalle festa dell’unità, viene da dire che per il Mezzogiorno il federalismo è una nuova spedizione dei Mille: non richiesta eppur subita. Ora, a priori la riforma dello Stato in senso federale non è il male assoluto, ma bisogna vedere come viene applicata, se vengono prese in considerazione le esigenze di tutto il Paese e non di una sola parte. L’opposizione ha criticato l’atteggiamento del governo, parlando di debolezza. A chi ama il Meridione non interessano la forza o meno dell’esecutivo o le schermaglie tra schieramenti, ma solo che per l’ennesima volta il Sud non subisca il pacco e contropacco del sogno di un Paese migliore.


La Cgia di Mestre ha fatto i conti sul federalismo municipale e, secondo gli artigiani veneziani, a guadagnarci saranno soprattutto i sindaci del Nord. A fronte di circa 11,243 mld di euro di trasferimenti che saranno soppressi a tutti i Comuni italiani, l’Erario devolverà a questi ultimi lo stesso importo proveniente dal gettito dell’Irpef sui redditi fondiari, da quello proveniente dall’imposta di bollo e di registro sui contratti di locazione, dal 30% del gettito delle imposte sui trasferimenti immobiliari, dalla quota del 21,7% della cedolare secca sugli affitti e dalla compartecipazione Iva.

La differenza tra questi due voci (trasferimenti soppressi e imposte devolute ai Comuni), afferma la Cgia, ”ci consente di dire che da questa operazione ne trarranno vantaggio i Sindaci del Nord”. Milano, secondo questi calcoli, sarà il Comune più premiato da questa operazione con un vantaggio economico di 211 euro pro capite, seguono Monza, con 201, Parma con 144, Imperia con 141 e Siena con 132. Male, invece, la situazione al Sud. Tra le realtà più penalizzate segnaliamo Foggia, con una differenza negativa di 192 euro pro capite, L’Aquila, con meno 208 euro, Taranto con meno 215, Cosenza meno 269, Napoli con 327. ”Il risultato emerso da questa analisi – commenta il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – è ancora molto parziale, visto che con l’istituzione del Fondo sperimentale di riequilibrio, così come previsto dal decreto stesso, queste disparità territoriali dovranno essere eliminate”.

Da www.ilsud.eu
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mercoledì 23 febbraio 2011

Roma: iniziativa di Insorgenza sul federalismo




Sarà l'Hotel Golden Tulip Bellambriana (via Luca Passi 6, Roma) a ospitare sabato 26 alle ore 18 il confronto sul Federalismo. Partecipa al dibattito Nando Dicè, presidente di Insorgenza civile. "Sia chiaro - spiega - il Sud non teme il ” far da sè “. Ma teme un nuovo Risorgimento tradito. E soprattutto respinge le bugie sulle quali il Nord della Lega vuole imporgli il federalismo". Una per una certe bugie vanno smontate. Anzitutto non è vero che il Sud non sa utilizzare i soldi a sua disposizione. Questi soldi sono i Fas (Fondo aree sottoutilizzate) e i Fondi europei. I Fas li gestisce il governo. In secondo luogo non è vero che tanti soldi passano dal Nord al Sud, quindi ” i soldi del Nord restino al Nord “. E’ vero che ogni anno 50 miliardi scendono dal Nord al Sud, ma non da un territorio all’altro, bensì da chi più può a chi meno può: come in tutti gli Stati civili moderni. Passano anche dall’industriale all’operaio lombardo (sempre che l’industriale dichiari più dell’operaio). Ma poi la Banca d’Italia rivela che ogni anno tornano dal Sud al Nord 70 miliardi per prodotti e servizi del Nord acquistati dai meridionali. Quindi Sud in credito di 20 miliardi l’anno. Non è vero che il federalismo non farà aumentare le tasse e la spesa. Con meno di fondi da parte dello Stato, i Comuni dovranno aumentare le loro tasse. Però lo Stato dovrebbe diminuire le sue. Lo spiega bene Lino Patruno in un articolo sul federalismo: "Ma chi pagherà i 70 miliardi l’anno di soli interessi sul debito pubblico? E come potrà rinunciare a parte delle sue entrate uno Stato schiacciato dal peso di due Camere uguali, di quattro Polizie, delle Province, di un numero infinito di Authority (dalla concorrenza alla trasparenza), di quattro sistemi giudiziari (civile, penale, Tar, Consiglio di Stato), di migliaia di enti inutili, delle casse integrazione, del buco pensionistico? E quanti dipendenti pubblici passeranno dallo Stato alle Regioni e ai Comuni, distribuendo le funzioni invece di raddoppiarle? Non è vero che il divario fra Sud e Nord ( meno 33% di reddito, meno 30% di infrastrutture, il triplo della disoccupazione) potrà essere compensato dal fondo di perequazione. Nessuno ha finora saputo di quanto sarà. E se la perequazione non ha funzionato finora, figuriamoci dopo. Nessuno conosce neanche quanti saranno gli investimenti in infrastrutture al Sud. E il federalismo fiscale non può partire da basi così diseguali, i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non è vero che lo Stato spenda più al Sud. E che se il Sud nonostante questo non è cresciuto, sono problemi suoi ma ora basta. Cliccare su Internet, ministero di Tremonti: spesa dello Stato più al Nord che al Sud, cioè l’antiperequazione. E dal governo Amato in poi, mai rispettata la percentuale stabilita del 45% della spesa al Sud, non andata oltre il 36-37 per cento. Non è vero che i ” costi standard “sono il mezzo per evitare che una siringa costi 5 in Lombardia e 10 al Sud. I costi li fa il mercato. E possono dipendere dalla quantità di siringhe acquistate, dai fornitori, dal sistema di pagamento, dall’efficienza dei trasporti. Se ci sono abusi, li giudica la magistratura non un piano di tipo sovietico che fissa i prezzi per tutti. Detto questo, non è vero che il federalismo fiscale risolverebbe tutti i problemi italiani. Risolverebbe al massimo quelli del Nord".
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martedì 8 febbraio 2011

Federalismo: le 7 bugie a danno del Sud.




di Lino Patruno

Il pareggio in Commissione significa che mezza Italia vuole il federalismo e mezza no. Mezzo Paese può fare una riforma del genere contro l’altro mezzo? Una riforma che è un nuovo Risorgimento, un’altra Italia 150 anni dopo? E si può farla come allora, con mezza Italia che conquista l’altra e l’assoggetta? E si possono ripetere tutte le belle conseguenze che ancòra oggi subiamo? Si può condizionare il domani con una riforma che non sia quanto più condivisa possibile? E come si comporterebbero dopo le due Italie una verso l’altra? E si può dividere l’Italia proprio mentre si celebra il compleanno della sua Unità? E può diventare il federalismo un mercato arabo in cui ciascuno tenta di strappare quanto più possibile a danno degli altri? E come funzionerebbe un siffatto nuovo Paese, cioè una Repubblica fondata sul colpo di mano?

Vedremo cosa succederà ora, voto non voto e dintorni. Il direttore De Tomaso ha spiegato ieri perché questo federalismo è un futuro peggiore del passato. Essenziale è però sapere che il Sud non teme il ” far da sè “. Ma teme un nuovo Risorgimento tradito. E soprattutto respinge le bugie sulle quali il Nord della Lega vuole imporglielo. Senza le bugie, si può discutere quanto si vuole.

Anzitutto, non è vero che il Sud non sa utilizzare i soldi a sua disposizione. Questi soldi sono i Fas (Fondo aree sottoutilizzate) e i Fondi europei. I Fas li gestisce il governo: se sono stati inutilizzati, utilizzati male, utilizzati non per il Sud, prego rivolgersi allo stesso governo. I fondi europei sono a compartecipazione dei privati e dello Stato. Quindi per i progetti occorre una quota dei privati e una dello Stato. Questa molto spesso è mancata, o ha ritardato fino a far perdere il finanziamento. Se a utilizzarli male sono state le Regioni, vedere quante volte non si sono aggiunti alla spesa ordinaria dello Stato (quella fatta sia al Nord che al Sud) ma l’hanno dovuta sostituire. E quanto agli sprechi, che pure ci sono, prego controllare l’aumento continuo della spesa pubblica da parte di quello stesso Stato che bacchetta il Sud.

Due. Non è vero che tanti soldi passano dal Nord al Sud, quindi ” i soldi del Nord restino al Nord “. E’ vero che ogni anno 50 miliardi scendono dal Nord al Sud, ma non da un territorio all’altro, bensì da chi più può a chi meno può: come in tutti gli Stati civili moderni. Passano anche dall’industriale all’operaio lombardo (sempre che l’industriale dichiari più dell’operaio). Ma poi la Banca d’Italia rivela che ogni anno tornano dal Sud al Nord 70 miliardi per prodotti e servizi del Nord acquistati dai meridionali. Quindi Sud in credito di 20 miliardi l’anno.

Tre. Non è vero che il federalismo fiscale costringa alla responsabilità: chi spende male e troppo, è giudicato dai suoi cittadini e non più rieletto. Un sindaco può spendere male al secondo mandato quando non è rieleggibile e quindi fregarsene. Ma due capisaldi del federalismo municipale sono la tassa sulla seconda casa e la tassa di soggiorno. La seconda casa ce l’ha in genere chi viene da fuori. E anche la tassa di soggiorno la paga il non residente. Entrambi cioè non votano lì. E quanto alla responsabilità, una cosa è sprecare, un’altra è dover spendere se troppe sono le necessità della gente, come normalmente avviene al Sud. E infine in Italia non si è mai visto (purtroppo) nessuno cacciato per eccesso di spesa più che di risparmio.

Quattro. Non è vero che il federalismo non farà aumentare le tasse e la spesa. Con meno di fondi da parte dello Stato, i Comuni dovranno aumentare le loro tasse. Però lo Stato dovrebbe diminuire le sue. Ma chi pagherà i 70 miliardi l’anno di soli interessi sul debito pubblico? E come potrà rinunciare a parte delle sue entrate uno Stato schiacciato dal peso di due Camere uguali, di quattro Polizie, delle Province, di un numero infinito di Authority (dalla concorrenza alla trasparenza), di quattro sistemi giudiziari (civile, penale, Tar, Consiglio di Stato), di migliaia di enti inutili, delle casse integrazione, del buco pensionistico? E quanti dipendenti pubblici passeranno dallo Stato alle Regioni e ai Comuni, distribuendo le funzioni invece di raddoppiarle?

Cinque. Non è vero che il divario fra Sud e Nord ( meno 33% di reddito, meno 30% di infrastrutture, il triplo della disoccupazione) potrà essere compensato dal fondo di perequazione. Nessuno ha finora saputo di quanto sarà. E se la perequazione non ha funzionato finora, figuriamoci dopo. Nessuno conosce neanche quanti saranno gli investimenti in infrastrutture al Sud. E il federalismo fiscale non può partire da basi così diseguali, i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Sei. Non è vero che lo Stato spenda più al Sud. E che se il Sud nonostante questo non è cresciuto, sono problemi suoi ma ora basta. Cliccare su Internet, ministero di Tremonti: spesa dello Stato più al Nord che al Sud, cioè l’anti-perequazione. E dal governo Amato in poi, mai rispettata la percentuale stabilita del 45% della spesa al Sud, non andata oltre il 36-37 per cento.

Sette. Non è vero che i ” costi standard “sono il mezzo per evitare che una siringa costi 5 in Lombardia e 10 al Sud. I costi li fa il mercato. E possono dipendere dalla quantità di siringhe acquistate, dai fornitori, dal sistema di pagamento, dall’efficienza dei trasporti. Se ci sono abusi, li giudica la magistratura non un piano di tipo sovietico che fissa i prezzi per tutti.

Sette. Detto questo, non è vero che il federalismo fiscale risolverebbe tutti i problemi italiani. Risolverebbe al massimo quelli del Nord. Appunto.
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