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lunedì 5 maggio 2014

Intervista a "Genny 'a carogna"



Tratto da Like24.it

«State sbagliando: non è di me che dovete preoccuparvi, ma del ragazzo che è stato ferito»: Genny la Carogna, o meglio Gennaro De Tommaso, parla pacato. Non si difende . Attacca. Trovarlo non è difficile: tra Forcella e piazza San Gaetano, dove è nato, lo conoscono tutti. E i messaggi corrono veloci: basta chiedere di lui, qualcuno accetta di chiamarlo e l’appuntamento è fatto.
Jeans e giubbino, mani in tasca e viso affranto, la Carogna offre un immagine che non ti aspetti. A cominciare dal nome: non è suo, raccontano nei vicoli, lo ha ereditato dal padre, e non indica cattiveria, ma sfortuna. E di quel nome lui non fa mistero e non si vergogna, anzi sorride dell’imbarazzo di chi lo pronuncia. E non è vero nemmeno che a suo carico sabato ci fosse un Daspo, una diffida con obbligo di firma: il provvedimento, spiegano quelli della curva A, è scaduto da tempo.

Seduto tra gli amici su una panchina del centro storico non è facile riconoscere Genny, anche se la sua immagine impazza sul web e una pagina Facebook che lo sostiene in poche ore ha già raggiunto i seimila «mi piace». Il ragazzo pacato che difende le ragioni sue e dell’intera Curva A somiglia poco a quello che ha sbalordito milioni di italiani in diretta Tv. Lo abbiamo visto tutti con la maglietta che inneggia Speziale, l’ultrà del Catania, condannato per l’uccisione di un poliziotto Raciti, mentre con le braccia alzate e coperte di tatuaggi sembra dare il via alla partita tenendo in pugno i sui compagni. E quindi la squadra. E quindi le forze dell’ordine. E quindi una capitale assediata. Ma lui smentisce categoricamente che tutto questo sia successo. E racconta una storia completamente diversa. A volte confusa, lacunosa. Ma che esclude assolutamente ogni patto con la squadra e con le forze dell’ordine.

Come è andata veramente sabato a Roma?
«Quelle che sono state scritte sono tutte sciocchezze. Hamsik è venuto da noi solo per rassicurarci sulle condizioni del nostro amico, per dirci che stava meglio, che poteva farcela. Lo stesso messaggio che ci hanno dato le forze dell’ordine. Noi abbiamo parlato con tutti con calma e rispetto, senza minacce o provocazioni. Non c’è stata alcuna trattativa tra la Digos e la curva partenopea sull’opportunità di giocare o meno la partita. Il resto sono invenzioni dei giornalisti».

Quindi nessuna trattativa?
«Ovviamente no. Quello che è successo sabato è inaudito, non era mai accaduto che qualcuno sparasse ai tifosi. Di tutto questo sembra non importare niente a nessuno. Ma a noi sì, a noi interessa. Ed è per questo che abbiamo deciso di rinunciare alla coreografia che avevamo organizzato e che ci era costata quindicimila euro. E la stessa cosa hanno fatto anche i supporter della Fiorentina. Come avremmo potuto srotolare gli striscioni, e cantare, e ballare quando uno di noi era in fin di vita? Ci siamo rifiutati di farlo. Ma non abbiamo minacciato nessuno e non abbiamo detto di non giocare. Né avremmo avuto il potere per farlo. Noi non possiamo decidere nulla».

Siete rimasti sugli spalti?
«No. Nessuno poteva costringerci a restare allo stadio e infatti subito dopo il primo gol molti di noi sono andati via. Più che del Napoli ci interessava di quel ragazzo in fin di vita. Perciò siamo rimasti tutta la notte in ospedale con la famiglia e con le forze dell’ordine».

Come è stato ferito il tifoso napoletano. Cosa è successo prima dell’ingresso allo stadio?
«Ci stavamo dirigendo verso la curva Nord dell’Olimpico scortati dalle forze dell’ordine. Poi è successo l’inferno, abbiano sentito i colpi e ci siamo accorti che tre di noi erano rimasti a terra. Una cosa del genere non si era mai vista, pure quando uccisero quel tifoso all’Olimpico, Paparelli: allora non spararono un colpo di pistola, ma un razzo che purtroppo gli finì in un occhio. Perciò i fatti di Roma sono gravissimi».

E quella maglietta che inneggia all’assassino di Raciti, non è un gesto di sfida?
«No, anzi. L’unica cosa importante di questa storia ormai è diventata la maglietta che io e gli altri tifosi indossiamo. ”Speziale libero” c’è scritto. Ma attenti: la maglietta è in onore di una città dove abbiamo tanti amici e nei confronti di un ragazzo che sta chiedendo attraverso i suoi legali la revisione del processo. È una richiesta di giustizia, non un’offesa contro una persona deceduta o contro i suoi familiari».

Ma le tifoserie non ricattano, non minacciano, non tengono in pugno le società?
«Tutte favole».
L’intervista è conclusa. Intorno alla panchina di Genny restano quattro o cinque giovanotti, poi ogni tanto c’è chi va, c’è chi viene. Insieme hanno visto le partite in un pub e ora restano riuniti in piazza tra le scritte che inneggiano «Mastiffs».
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mercoledì 5 febbraio 2014

Fingono di sorprendersi della nostra rabbia

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Riescono persino a sorprendersi della rabbia sociale che monta ogni giorno di più. Fingono stupore di fronte agli eccessi, verbali e non, del Movimento 5 Stelle.

Agitano fantasmi di un passato lontano – i cui eventuali rigurgiti vanno giustamente combattuti, ma al momento non se ne vedono i prodromi – per mascherare gli orrori del passato recente e del presente che viviamo: disoccupazione, precarietà lavorativa che si traduce in precarietà di vita, accettazione supina dei dogmi della globalizzazione capitalista, imposizione di regimi fiscali iniqui al solo scopo di regalare miliardi alle banche, usura di Stato, razzismo, sessismo, aumento delle differenze tra Nord e Sud (d’Italia e del Mondo), negazione delle identità e delle specificità.

La caduta del muro di Berlino, che ha definitivamente sconfitto il comunismo realizzato consegnando al capitalismo liberista il monopolio pressoché mondiale, ha creato una enorme e distruttiva illusione su cui si sono fondate le strutture sociali, politiche e culturali degli Stati europei ed extraeuropei: il libero mercato (delle merci, delle idee e degli uomini) avrebbe permesso a tutti di realizzare i propri sogni, consegnando alle generazioni di fine Novecento un mondo certamente migliore.

Sono passati 25 anni dalla caduta di quel muro: il libero mercato delle merci ha immesso nel circuito prodotti di qualità incredibilmente scadente a prezzi altissimi, provenienti sempre dalle aree geografiche dove i diritti dei lavoratori sono considerati carta straccia; il libero mercato delle idee ha prodotto un Pensiero Unico globalizzante e universalista, totalitario fin dentro al midollo; il libero mercato degli uomini ha prodotto guerre tra poveri e un nuovo schiavismo.

L’Italia non si è sottratta a questo inganno, anzi vi ha aderito con forza e tenacia. La cosiddetta Seconda Repubblica, nata sulle ceneri della partitocrazia del Dopoguerra e sulle macerie del muro di Berlino, si è rivelata essere – in molti aspetti – peggiore della Prima Repubblica. I portaborse del PCI, della DC, del PSI, del MSI, sono diventati leaders di partito, ministri della Repubblica, uomini di Stato.

La loro incapacità, unita alla malafede e ad un’incredibile capacità di anteporre gli interessi personali e delle lobbies agli interessi della Comunità, in circa vent’anni è stata capace di fare terra bruciata di ogni minima conquista civile e democratica dei decenni precedenti, sia in campo socio-economico che in campo politico-culturale.

Era quindi inevitabile che, una volta raggiunto il punto di non sopportazione, il Popolo (che è cosa diversa dalla Massa) producesse una reazione, certamente radicale e talvolta anche violenta. In America Latina abbiamo visto l’affermazione di formazioni e personalità politiche che possiamo inserire nell’alveo della sinistra anticapitalista; nell’Europa dell’Est, viceversa, abbiamo assistito alla scalata di formazioni xenofobe, nazionaliste e fasciste.

L’Italia, che almeno in questo si è distinta, ha creato il Movimento 5 Stelle: una commistione originalissima di populismo e qualunquismo sommato al civismo tedesco (Piraten) e scandinavo, il tutto condito con una spruzzatina di autoritarismo destrorso che ricorda il bonapartismo e il peronismo. Tradotto in parole povere: una ammescafrancesca senza identità, in cui possono trovare posto i delusi della sinistra plurale e i nostalgici della destra dallo schiaffo facile.

Eppure tra tutti i partiti presenti nel Parlamento italico, il Movimento 5 Stelle è di gran lunga il migliore: fedele fino al tafazzismo all’impegno della campagna elettorale (il famoso “Tutti a casa”); originale nelle proposte politiche ed economiche; irriducibile ai compromessi e alle logiche di Sistema; capace di interpretare la pancia dei cittadini (anche perché la quasi totalità dei cosiddetti pentastellati è costituita da cittadini che, con tutti i limiti e difetti, hanno vissuto e vivono sulla propria pelle le conseguenze delle politiche assassine dell’ultimo ventennio).

Non bisogna stupirsi, quindi, dell’incredibile successo elettorale ottenuto circa un anno fa, né bisogna sgranare gli occhi di fronte all’enorme sostegno popolare di cui godono le loro proposte e le loro azioni. Negli ultimi giorni, ad esempio, non c’è stato un sondaggio – anche quello proposto da noi – che non abbia evidenziato come, nello scontro tra M5S e sistema politico-istituzionale italiano, la stragrande maggioranza dei cittadini sia dalla parte dei “grillini”. Prima nella battaglia sulla cosiddetta ghigliottina, utilizzata alla Camera per la prima volta nella storia repubblicana; poi nella conseguente polemica con la Boldrini e Napolitano; infine, nella contrapposizione con l’intellighentia italiota, colma di borghesucci benpensanti e di verginelle pronte a scandalizzarsi per le facezie, invece che per le cose serie.

La Boldrini, ad esempio: si è detta stupita “dell’incredibile clima di odio verso le istituzioni italiane” e preoccupata per le “azioni eversive” di quel manipolo di “potenziali stupratori” pentastellati. Sia chiaro: le aberranti e deliranti frasi sessiste seguite al post di Beppe Grillo “cosa faresti se avessi la Boldrini in auto?” non possono essere derubricate a goliardia da spogliatoio di calcetto. Ciò premesso, non riusciamo a comprendere le ragioni dello stupore della Boldrini e del sistema (politico e mediatico) italiano, che si è affrettato a paragonare i grillini alle squadracce mussoliniane o al terrorismo rosso degli Anni di Piombo. I vari censori alla Augias – l’uomo dagli impronunciabili segreti che si assurge a moralista italico intervistato prontamente dalla Bignardi subito dopo l’intervista con Di Battista – hanno potuto sparlare dello “squadrismo sfascista” del Movimento 5 Stella senza che vi fosse la possibilità di una replica.

Prima i “grillini”, poi i “sinceri liberaldemocratici” moderati e rassicuranti, attivi nel criticare tutto ciò che era stato detto prima di loro: a questo schema si sono adattati tutti, dal genuflesso Fazio al bavoso Vespa. Persino pulci come il capogruppo Pd alla Camera, il tristissimo Speranza, hanno avuto un po’ di tosse, per non parlare dei moderatissimi cazzotti del questore Dambruoso sul volto di una deputata grillina. Vorremmo chiedere a questi signori: dopo tutto ciò che avete fatto in questi vent’anni e tutto ciò che state facendo ancora oggi, giorno dopo giorno, dalle regalie alle banche alla difesa di Marchionne e della Fiat, dalla continua settentrionalizzazione dell’economia (le piccole e medie imprese del Nord sono l’unico riferimento italiota) agli accordi negati o secretati con le mafie, avete ancora il coraggio di stupirvi della rabbia e del disprezzo nei vostri confronti? Ma jatevenneCi state togliendo tutto, pure la dignità. Ci rimane solo l’Odio.

domenica 20 ottobre 2013

Nessuno scontro? Nessuna notizia!



Ce li vedo, i giornalisti di regime. Nella tarda serata di ieri avranno certamente spento le telecamere, staccato i microfoni, chiuso i taccuini con quell'amarezza tipica di chi si aspettava lo scoop degli scontri furenti, delle camionette incendiate, dei vetri in frantumi, dei bancomat distrutti. Nulla di tutto questo. Quei cattivoni dei NoGlobal travestiti da NoTav travestiti da Black bloc travestiti da Autonomi non hanno fatto niente. Forse - e dico forse - c'è stato qualche scaramuccia nei pressi della sede di CasaPound, ma in generale nessuno spargimento di sangue, nessun terrorista da spedire in prima pagina, nessuno speciale di Porta a Porta sulla "galassia anatgonista".
Tutto ciò è un bene? Da un certo punto di vista, sicuramente si: ogni supposta per il Sistema e i suoi pennivendoli è sempre positiva. E sicuramente in molti, ieri, tifavano per gli scontri. Il problema, semmai, si pone il giorno dopo: quanto spazio ha avuto lo sciopero generale del 18 e il corteo del 19 ottobre sulla stampa nazionale e internazionale? Poco più di zero. Siccome è andato tutto bene, siccome i manifestanti sembravano delle pecorelle ammaestrate che andavano da un punto A a un punto B senza creare troppi problemi... che ne parliamo a fare? Chi ce lo fa fare di riempire le pagine dei giornali, e i servizi televisivi, che avevamo tenuto liberi per gli scontri annunciati? Magari dobbiamo riempirli pure con le reali motivazioni delle manifestazioni, con le rivendicazioni sociali di queste zecche comuniste e anarchiche! Poi il direttore si incazza, il padrone si infuria...
Allora hanno pensato bene di utilizzare l'assioma: nessuno scontro, nessuna notizia. Siccome non è successo ciò che il Sistema voleva, i media del Sistema non ne devono parlare.

Su questo tema il "movimento" deve riflettere, con urgenza. Ci riflettano tutti i movimenti: quelli dei lavoratori e quelli per il diritto all'abitare, quelli contro le discariche a quelli contro le opere inutili. Cosa vogliamo, dal punto di vista comunicativo? Vogliamo che le nostre battaglie abbiano risonanza mediatica? O vogliamo provare ad ingrossare le fila dei nostri cortei, puntando sui social network e sulla controinformazione?
Nel primo caso, gli atti vandalici e gli eventuali scontri violenti sono una necessità imprescindibile. Non avremmo conosciuto il problema del TAV in Valdisusa, nè il tentativo di sversare altra munnezza a Terzigno, nè tante altre cose se non avessimo assistito a scontri e persino ad atti di sabotaggio. I riflettori della "informazione" non arrivano se non c'è carne sul fuoco, e la stragrande maggioranza delle persone si informa dai canali mainstream.
Si pone, ovviamente, un problema pratico: più le piazze diventano roventi, più le persone si spaventano e magari preferiscono stare a casa invece di partecipare a cortei, assemblee, iniziative e altro. E qui arriviamo al secondo caso: una piazza tranquilla, goliardica, colorata è sicuramente più invitante di una rissosa e arrabbiata. E' facile pronosticare che una manifestazione pacifica avrà una partecipazione maggiore, e gli ultimi cortei del 18 e, soprattutto, del 19 ottobre (più di 70mila persone, completamente autorganizzatesi, senza partiti o sindacati confederali a gestirli) stanno lì a dimostrarlo. Ma chi ha saputo i motivi delle mobilitazioni? Coloro che ieri sera o stamattina hanno visto il TG1 o il TG5 (i due telegiornali più visti in italia), adesso conoscono la piattaforma rivendicativa di chi è sceso in piazza? Sanno perchè 70 mila persone sono scese in strada ieri?
No, non lo sanno. E se non si mettono su internet a cercare di informarsi, non lo sapranno mai. E' su questa scelta tattica che si decide il presente e il futuro di tutti i movimenti antisistemici.

domenica 8 settembre 2013

Malatesta, anarchia e violenza



Vi sottopongo un testo molto interessante scritto da Errico Malatesta.
In questo testo, l'anarchico napoletano chiarisce il rapporto tra Libertà e Violenza, che spesso - per non dire sempre - sono in antitesi tra loro. Malatesta non vuole giustificare la violenza anarchica, ma vuole aiutare a comprendere le ragioni di questa violenza: "La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione". In pratica, Malatesta spiega che l'uso della violenza, per i libertari, è una triste necessità, che deve cessare non appena cessano i motivi che hanno generato tale violenza. Malatesta e i libertari aborriscono il "terrore rivoluzionario" di stampo roberspierrano o, più recentemente, staliniano.
La violenza dei libertari non deve mai avere come fine l'instaurazione di un nuovo regime, sia pure la "dittatura del proletariato".

Anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio dell'uo­mo sull'uomo, non-imposizione per forza della volontà di uno o di più su quella di altri. È solo mediante l'armonizzazione degli interessi, me­diante la cooperazione volontaria, con l'amore, il rispetto, la reciproca tolleranza, è solo colla persuasione, l'esempio, il contagio e il vantaggio mutuo della benevolenza che può e deve trionfare l'anarchia, cioè una società di fratelli libe­ramente solidali, che assicuri a tutti la massima libertà, il massimo sviluppo, il massimo benessere possibili. Vi sono certamente altri uomini, altri partiti, altre scuo­le tanto sinceramente devoti al bene generale quanto pos­sono esserlo i migliori tra noi. Ma ciò che distingue gli anar­chici da tutti gli altri è appunto l'orrore della violenza, il desiderio e il proposito di eliminare la violenza, cioè la for­za materiale, dalle competenze tra gli uomini. 

Si potrebbe dire perciò che l'idea specifica che distingue gli anarchici è l'abolizione del gendarme, l'esclusione dai fattori sociali della regola imposta mediante la forza, bru­tale, legale o illegale che sia. Ma allora, si potrà domandare, perché nella lotta attua­le, contro le istituzioni politico-sociali, che giudicano op­pressive, gli anarchici hanno predicato e praticato, e predi­cano e praticano, quando possono, l'uso dei mezzi violenti che pur sono in evidente contraddizione coi fini loro? E questo al punto che, in certi momenti, molti avversari in buona fede han creduto, e tutti quelli in mala fede han fin­to di credere, che il carattere specifico dell'anarchismo fos­se proprio la violenza? La domanda può sembrare imbarazzante, ma vi si può rispondere in poche parole. Gli è che perché due vivano in pace bisogna che tutti e due vogliano la pace; ché se uno dei due si ostina a volere colla forza obbligare l'altro a la­vorare per lui e a servirlo, l'altro se vuol conservare dignità di uomo e non essere ridotto alla più abbietta schiavitù, malgrado tutto il suo amore per la pace e il buon accordo, sarà ben obbligato a resistere alla forza con mezzi ade­guati.
L'origine prima dei mali che han travagliato e travaglia­no l'umanità, a parte s'intende quelli che dipendono dalle forze avverse della natura, è il fatto che gli uomini non han compreso che l'accordo e la cooperazione fraterna sarebbe stato il mezzo migliore per assicurare a tutti il massimo be­ne possibile, e i più forti e i più furbi han voluto sottomet­tere e sfruttare gli altri, e quando sono riusciti, a conqui­stare una posizione vantaggiosa han voluto assicurarsene e perpetuarne il possesso creando in loro difesa ogni specie di organi permanenti di coercizione. Da ciò è venuto che tutta la storia è piena di lotte cruen­ti: prepotenze, ingiustizie, oppressioni feroci da una parte, ribellioni dall'altra. Non v'è da fare distinzioni di partiti: chiunque ha voluto emanciparsi, o tentare di emanciparsi, ha dovuto opporre la forza alla forza, le armi alle armi. Però ciascuno, mentre ha trovato necessario e giusto adoperare la forza per difendere la propria libertà, i propri interessi, la propria classe, il proprio paese, ha poi, in no­me di una morale sua speciale, condannata la violenza quando questa si rivolgeva contro di lui per la libertà, per gli interessi, per la classe, per il paese degli altri. Così quegli stessi che, per esempio qui in Italia, glorifi­cano a giusta ragione le guerre per l'indipendenza ed eri­gono marmi e bronzi in onore di Agesilao Milano, di Felice Orsini, di Guglielmo Oberdan e quelli che hanno sciolto in­ni appassionati a Sofia Perovskaja e altri martiri di paesi lontani, han poi trattati da delinquenti gli anarchici quan­do questi sono sorti a reclamare la libertà integrale e la giu­stizia uguale per tutti gli esseri umani e hanno francamen­te dichiarato che, oggi come ieri, fino a quando l'oppres­sione e il privilegio saran difesi dalla forza bruta delle baio­nette, l'insurrezione popolare, la rivolta dell'individuo e del­la massa, resta il mezzo necessario per conseguire l'eman­cipazione. Ricordo che in occasione di un clamoroso attentato anarchico, uno che figurava allora nelle prime file del par­tito socialista e tornava fresco fresco dalla guerra turco-gre­ca, gridava forte, con l'approvazione dei suoi compagni, che la vita umana è sacra sempre e che non bisogna attentarvi nemmeno per la causa della libertà. Pare che facesse ecce­zione la vita dei turchi e la causa dell'indipendenza greca.
Illogicità, o ipocrisia?
Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustifica­bile, la sola che non sia criminale. Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i carat­teri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca e irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibi­lità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle in­giustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui. La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è tempe­rata dalla coscienza che gl'individui presi isolatamente so­no poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l'eredità e l'ambiente; essa non è ispirata dall'odio ma dall'amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri. Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà, si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella vio­lenza... ed è riuscito a renderle incapaci a ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Tura­ti ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès. Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di so­stituirsi a quelle di oggi. Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pen­sare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non li­bertà, s'intende — e si prega i comunisti di non equivocare — non libertà di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri.