venerdì 31 gennaio 2014

Il malloppo Fiat




Fiat addio, inglobata dal capitalismo mondiale. Sarà per questo che i portavoce di banche e poteri finanziari esultano, come si evince dalle prime pagine dei quotidiani economici italiani e stranieri. Si chiamerà “Fca”: Fiat Chrysler Automobiles il gruppo nato dalla fusione dell’azienda torinese e di quella di Detroit. E per pagare meno tasse e non sottostare all’oppressione dell’eurozona, avrà sede legale in Olanda, fiscale in Gran Bretagna e sarà quotata a Wall Street e Milano.
Per il principe ereditario di Gianni Agnelli, John Elkann, presidente di Fiat, “La nascita di Fiat Chrysler Automobiles segna l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia. Il viaggio che è iniziato più di dieci anni fa è culminato nell’unione di due organizzazioni, ognuna con una grande storia nel panorama automobilistico ma con caratteristiche e punti di forza geografici differenti e complementari. FCA ci permette di affrontare il futuro con rinnovata motivazione ed energia”. Esulta ovviamente il grande registra Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat e presidente e amministratore delegato di Chrysler Group: “Oggi è una delle giornate più importanti della mia carriera in Fiat e Chrysler. Abbiamo lavorato caparbiamente e senza sosta a questo progetto per trasformare le differenze in punti di forza e per abbattere gli steccati nazionalistici e culturali”.
L’Italia di governo e di lotta applaude, con qualche lievissimo dubbio sui destini dei lavoratori italiani sollevato dopo settimane di voci e conferme solo dalla leader della Cgil, Camusso. Gli altri sindacati si accodano alla claque, mentre a Pomigliano tra poche settimane e a Termini Imerese, a giugno, scadono le casse integrazioni degli operai Fiat.
Dopo tanti denari elargiti, insomma, a noi parrebbe il minimo che, almeno a livello sindacale, doveva essere chiarito il destino sui futuri livelli occupazionali del Paese e le ripercussioni, fiscali e salariali che si avranno a seguito dei trasferimenti all’estero della sede sia legale che fiscale della casa automobilistica torinese. Ma Letta e company, dopo aver ricevuto ieri Marchionne, non hanno ritenuto opportuno rilasciare dichiarazioni su questo.
Eppure, almeno dal 1975, gli stipendi degli operai italiani non sono stati pagati dalla Fiat ma dallo Stato italiano, ovvero da tutti noi. Cornuti e mazziati, dunque, con grande gioia degli eredi Agnelli, ieri immortalati a esultare con Marchionne ma non a dire un grazie al Paese che li ha mantenuti per decenni.
Si perché Fiat, in questi anni, è solo il nome che l'Italia ha dato all'assistenzialismo di Stato: si tratta, secondo dati elaborati dalla Uilm, di 200mila miliardi di soldi pubblici, che ne fanno l’azienda più assistita di sempre. 200mila miliardi, secondo il calcolo Uilm che includono le più variegate voci: dai contributi statali alle rottamazioni prodiane, dalla cassa integrazione per i dipendenti ai prepensionamenti, e ancora dalla mobilità lunga agli stabilimenti costruiti con i soldi pubblici (come quello di Melfi) o, di fatto, regalati dallo Stato (l’Alfa Romeo di Arese). Senza contare, in questi 200mila miliardi, delle “protezioni” del mercato dalla concorrenza straniera, o delle eccezionali agevolazioni fiscali, o ancora delle politiche di lungo corso sulla mobilità in Italia.
Il periodo nel quale è stata spalmata l’ingente cifra arriva ad oggi ma inizia nel lontano 1975, anno in cui la creatura degli Agnelli faceva registrare altri, più gloriosi record. Ad esempio lo stabilimento Mirafiori di Torino, con i suoi 50 mila operai, era allora il più grande del mondo e sfornava auto che avrebbero riempito le strade della Penisola (una su tutte, la “127”).
Dunque, secondo questi ingenti investimenti statali, oggi la Fiat avrebbe dovuto essere leader del mercato automobilistico mondiale, non emigrare altrove, spostare altrove la sua sede fiscale, la sua forza lavoro, i suoi investimenti.
Un computo del totale dei finanziamenti statali alla Fiat è stato fatto anche dalla Cgia di Mestre che ha condotto uno studio per il periodo dal 1977 al 2009, arrivando al totale di 7,6 miliardi di euro. Negli anni Ottanta, quando il mercato automobilistico globale attraversò un periodo di ristrutturazione, l’azienda di Torino prese 5,1 mld di euro dallo Stato Italiano. Nel decennio successivo fu la volta di investimenti e ristrutturazioni: 1,279 miliardi di euro per gli impianti di Melfi e Pratola Serra e 272,7 milioni di euro per la ristrutturazione degli impianti di Melfi e Foggia tra il 1997 e il 2003.
Il capitolo “incentivi alla rottamazione” vede un totale di 465 milioni di euro versati dallo Stato, a cui si aggiungono 1,15 mld di euro per gli ammortizzatori sociali nel periodo tra il 1991 e il 2002, voce questa che è stata sostenuta anche dalla Fiat e dai suoi lavoratori. In nome dell’italianità, Fiat è stata per oltre 70 anni l’unico fornitore di automezzi alla Pubblica Amministrazione, godendo di un vantaggio unico.
Addirittura i progetti di ricerca e sviluppo della Fiat sono finiti nel Piano Operativo Nazionale (Pon) “Ricerca e competitività” mediante fondi in parte europei, in parte nazionali, Nel maggio 2011 sono arrivati oltre 50 milioni di euro da parte del Cipe per tre società del Lingotto: 22,5 milioni alla Fiat Powertrain di Verrone (Biella), 18,7 all’Iveco di Foggia e 11,2 milioni alla Sevel di Chieti.
Ci sono poi le vendite o “svendite” che hanno visto Fiat acquisire nel 1986 lo storico marchio Alfa Romeo, detenuto dall’IRI, dopo una lunga battaglia con Ford, unito nello stesso anno nell’Alfa-Lancia Industriale, dopo la chiusura di Lancia, già acquisita dal Lingotto: la riorganizzazione del gruppo ha poi portato alle divisioni dei due marchi all’interno del gruppo Fiat Group Automobiles.
Di italiano alla Fiat oggi invece non resterà manco il nome: a Londra, dove sarà la sede fiscale, il gruppo potrà pagare meno tasse sui dividendi, a causa di un sistema defiscalizzato. La nuova quotazione in Borsa a Wall Street porterà ricchezza al listino statunitense, a discapito di quello italiano. Il cambio di sede, lo ha ammesso candidamente Marchionne, e la trasformazione in una multinazionale che guarda più agli Usa che all’Italia, decreterà la nascita di posti di lavoro in altre nazioni dove la Fiat è stata delocalizzata in questi anni, vedi Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina, a discapito degli operai degli stabilimenti italiani. La nuova sede legale, in Olanda, ad Amsterdam, porterà un grande vantaggio per gli azionisti di maggioranza che avrebbero azioni con maggior valore in sede di assemblea, ma non certo all’Italia.
Del resto tutto questo non lo si scopre oggi e nulla è stato fatto per salvare almeno i livelli occupazionali italiani: due anni fa su Repubblica Federico Fubini spiegava che l’azienda di Torino versava meno contributi rispetto ai soldi erogati a suo favore per finanziare la cassa integrazione ai suoi lavoratori in mobilità. Nel 2012, sottolineava Fubini, c’era uno squilibrio di 1,6 miliardi nei conti di Inps per quanto riguarda la Cig: un buco saldato – manco a dirlo - dai soldi dei contribuenti. L’articolo de “La Repubblica” sottolineava infatti come questi soldi servissero sostanzialmente a finanziare la strategia di espansione all’estero del gruppo. Anche quello abbiamo pagato noi, insomma.
Se c’è da festeggiare, dunque, non è certo per il successo della Fiat, ma perché l’Italia si è liberata di uno dei più immondi baracconi industriali della sua storia, confermando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – l’assoluta inesistenza di una vera politica industriale, per cui oggi paghiamo ancora una volta le conseguenze di questo vulnus. Del resto la più importante fabbrica italiana che va via non è altro che lo specchio di questo Paese che non ci sta.

Lucilla Parlato, da Parallelo41

giovedì 30 gennaio 2014

Dopo oltre un secolo di sfruttamento, Fiat se ne va

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Adesso è ufficiale: nel 2014 nascerà Fiat Chrysler Automobiles (Fca), la nuova società sorta dalla fusione di Fiat e Chrysler. Avrà sede legale in Olanda e la residenza, a fini fiscali, nel Regno Unito. Sarà quotata alla borsa di New York, oltre che a Piazza Affari. Il CdA ha ratificato la decisione presa tempo fa da Marchionne: dopo aver sfruttato i denari, i territori e i cittadini della penisola italica, è giunto il momento propizio per andare a fare profitti altrove.

La Fabbrica Italiana Automobili Torino è stata una delle aziende private più aiutate dal Sistema Italia fin dalla nascita: si suole dire, senza esagerare, che l’Italia abbia “comprato la Fiat quattro volte”. In barba ad uno dei dogmi del capitalismo, cioè la non interferenza del Pubblico nell’economia e nella finanza, l’Italia ha riempito di miliardi le casse sempre agonizzanti del Lingotto. Come se non bastasse, ha creato e sostenuto un mercato interno che ha garantito alla Fiat introiti certi e una forte difesa dalla concorrenza.

Infine, ma potremmo dire “Innanzitutto”, la Fiat ha potuto sfruttare enormi fette di territorio (si pensi a Termini Imerese, splendida località prima dell’arrivo degli Agnelli, ed oggi ridotta a loco spettrale colmo di disperazione e disoccupazione) e un’ampia manodopera a basso costo, garantita da una emigrazione interna che possiamo considerare un vero e proprio esodo di popolo.

Eh si, perché se ci sono un territorio e un popolo che sono stati sfruttati maggiormente dal colosso automobilistico piemontese, quelli sono il Sud e i meridionali: calabresi, pugliesi, napoletani, siciliani, sono stati costretti ad abbandonare la Terra natìa e raggiungere il nord della penisola, per portare uno stipendio a casa dopo almeno otto ore di catena di montaggio a ciclo continuo.

Quelli più fortunati hanno potuto essere sfruttati vicino casa: Termini Imerese, Pomigliano, Cassino, Melfi, Val di Sangro sono stati luoghi di sfruttamento e di alienazione a chilometri zero. Ogni volta che una congiuntura sfavorevole non ha garantito introiti ritenuti soddisfacenti dagli Agnelli e dai vari ras che hanno guidato la Fiat, ecco partire le minacce in stile mafioso: “o ci date i soldi o buttiamo la gente in mezzo alla strada”.

E lo Stato Italiano si è sempre piegato, regalando vagonate di soldi e spingendo sul fronte degli incentivi, aumentando le tasse agli italiani o tagliando i servizi primari. I territori maggiormente in difficoltà della penisola, quindi, hanno sempre subito maggiormente questo “capitalismo di stato”, che può sembrare un ossimoro solo a chi non conosce bene la natura liberticida e antisociale dell’economia di mercato.

La storia è andata avanti così fino alla Marcia dei Quarantamila, quando il Sistema ha definitivamente sconfitto la lotta sindacale italiana (e da allora i sindacati italiani sono irriconoscibili…) servendosi dei colletti bianchi. Dopo il decennio degli Yuppies, di cui la Fiat e gli Agnelli sono stati un modello verso cui tendere per una intera generazione di giovani rampanti in doppiopetto, è ritornata la crisi, aggravata anche da alcune scelte aziendali e da alcuni modelli immessi sul mercato automobilistico che possiamo definire, senza timor di smentita, indecenti.

Serviva una sferzata “stile Valletta”: la Fiat ha trovato in Marchionne il novello sceriffo di Nottingham, che se ne fregava delle condizioni di vita dei cittadini pur di riempire le casse del sovrano. Mentre Termini Imerese veniva abbandonata, dicendo che non c’erano soldi, Marchionne comprava le azioni Chrysler, fino a che Fiat non è divenuta la controllante del colosso americano. La storia è poi divenuta cronaca: recenti, infatti, sono le battaglie di Melfi e Pomigliano. Lotte sociali e, ad un tempo, lotte di popolo che hanno consentito ai lavoratori Fiat di mantenere ancora un briciolo di dignità. Alla fine, ciò che anni fa era stato profetizzato si è avverato: Fiat abbandona l’Italia, dove lascerà qualche presidio di sfruttamento, e se ne va. Pagherà le tasse in Gran Bretagna. Penserà al mercato americano (sia del Nord che del Sud) e continuerà a sfruttare i territori e i popoli dell’Est Europa.

Tranquillamente, con l’orologio costoso sul polsino.
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Roma, al via il Piano Traffico



Abbattere le 135 milioni di ore che i romani perdono nel traffico, aumentare del 20% la velocità del trasporto pubblico, far lievitare del 20% gli utenti di bus metro e tram e far crescere il numero di ciclisti urbani. Sono questi alcuni degli obiettivi che hanno ispirato il piano del traffico presentato oggi dall'amministrazione Marino. "Quindici anni dopo", annuncia fiero il sindaco, "presentiamo un piano che punta a migliorare la vita dei cittadini". Una serie di provvedimenti che mirano a trasformare prima di tutto il modo di fruire la città, cercando di diminuire l'utilizzo dell'auto da parte dei romani.

Non è un caso che, ad esempio, si parli di bonus mobilità e non di ecopass. Traducendo: ogni romano avrà a disposizione una serie di ingressi in area delimitate al traffico. Solo se verrà superato questo bonus scatterà una sorta di pedaggio. Spiega l'assessore alla mobilità Guido Improta: "Tutte le targhe avranno associato un bonus ingressi che andremo a quantificare. Ad esempio a Milano con l'Eco-pass sono 40. L'uso di questo bonus se sarà virtuoso non determinerà un costo per i cittadini. Se invece il cittadino non accetterà di modificare i propri comportamenti e prenderà sempre l'auto dal lunedì al venerdì è evidente che sarà costretto a pagare".

Meno auto in centro quindi, ma non solo. Arterie principali più libere ad esempio. Verranno infatti eliminati i parcheggi e il traffico sarà così fluidificato. Un obiettivo da raggiungere anche con l'ausilio dei vigili, più massicciamente impegnati a combattere la sosta selvaggia. E poi tariffe per la sosta a pagamento che verranno rimodulate, in maniera tale da scoraggiare al massimo l'utilizzo dell'auto. Meno tariffe agevolate, permessi per residenti più difficili dalla seconda auto in poi.

E ancora si punta poi ad una mobilità all'insegna della condivisione. Come? Più car sharing e più bike sharing, da rilanciare e potenziare soprattutto con l'istituzione di nuove isole ambientali. Aumenteranno poi i nodi di scambio con il Gra, provando a convincere i romani a lasciare l'auto fuori dal grande anello urbano.

Anche per questo la città è stata divisa in sei zone invece che quattro. Ci sarà l'area centrale-Mura Aureliane dove l'obiettivo, si legge nel documento, è quello di ridurre al massimo il traffico di veicoli privati. Qui sono previste delle vere e proprie isole ambientali, dove nessun veicolo potrà avere accesso.  L'anello ferroviario dove si prevede una regolamentazione degli accessi con mezzi privati, la riorganizzazione della rete distribuzione merci e del trasporto pubblico e lo sviluppo di sistemi di mobilità condivisa. C'è poi la circonvallazione esterna con la fluidificazione della viabilità sulle arterie principali che passerà attraverso l'implementazione delle corsie preferenziali e l'eliminazione dei parcheggi e la creazione di micro zone di scambio. E ancora il GRA, dove la parola d'ordine sarà intermodalità con bus e metro. Si cercherà poi di mettere in sicurezza fermate e percorsi di accesso al tpl. E  infine le ultime due zone Extra Gra e Ostia dove si prevede il potenziamento della ferrovia Roma-Lido.

Tratto da Roma Today

Sicuramente i primi tempi sarà dura, ma se stavolta noi cittadini ci faremo sentire subito, creando problemi se le cose promesse (più trasporto pubblico, più parcheggi di scambio, ecc...) non verranno realizzate PRIMA che parta il nuovo piano traffico, forse riusciremo ad ottenere qualcosa e subito. Se invece continueremo a subire queste scelte senza metterci in azione, allora non cambierà nulla. Anzi, tutto peggiorerà.
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martedì 28 gennaio 2014

Reggio Calabria muore: chiusi gli asili nido.



Scrivo con amarezza questo articolo. Per far capire fino a che punto una città come Reggio Calabria abbia toccato il fondo. Una volta parlare di Reggio voleva dire parlare dei Bronzi di Riace, del suo meraviglioso lungomare, definito da D’Annunzio “il chilometro più bello d’Italia”, parlare del teatro Cilea e del meraviglioso corso principale ricco di vetrine e con i negozi pieni di clienti. Oggi di Reggio Calabria è rimasto il fantasma.

Si vedono strade degradate e inondate dalla spazzatura, negozi semivuoti, ospedali con esubero di ricoveri, anziani che non arrivano a fine mese e racimolano dai cassonetti dell’immondizia qualcosa da poter portare a casa. Scene indecorose che descrivono lo stato di forte disagio e crisi economica. Ma al peggio non c’è mai fine e un altro mattone, bello pesante, si aggiunge al muro che rende sempre più netto il distacco della Calabria dal resto dell’Italia e dell’Europa. Gli asili sono chiusi.

Ebbene sì, In Italia, nel 2014, c’è una città in cui non esiste neanche un asilo nido pubblico. Questa città è Reggio Calabria, dove dal luglio 2013 anche l’ultima delle tre strutture è stata chiusa per mancanza di fondi. Assurdo, roba da prendere la Costituzione, stracciarla in mille pezzi e gettarla nei rifiuti.

La storia è questa. Nell’anno scolastico 2011-2012 erano soltanto due gli asili nido pubblici comunali, nei quartieri di Archi e Gebbione, a essere stati chiusi alla fine dell'anno scolastico, principalmente per problemi strutturali degli immobili. Problemi che si sarebbero potuti risolvere tranquillamente nel periodo estivo, ma il comune di Reggio Calabria viene sciolto per contiguità mafiosa nell’ottobre del 2012 e al suo posto si insedia una commissione straordinaria, che eredita un buco in bilancio pari a 121 milioni di euro. Non ci sono soldi per sistemare gli asili, bisogna tagliare le spese e quindi si chiudono. Si decide, inoltre, di far fronte al dissesto economico aumentando le tasse. La situazione, di per sé  molto complicata, peggiora nel luglio 2013, quando un asilo aziendale da 25 posti, struttura destinata a figli di dipendenti comunali e bambini provenienti dalle lista di attesa dei nidi comunali, sospende le attività per mancanza dei fondi necessari a pagare la cooperativa che lo gestiva.

Cancellati quindi i 145 posti disponibili per i bambini, un numero irrisorio se si pensa che i bambini sono 5.090. L’anno scolastico2013-2014 non è iniziato per nessun bambino in città. Il commissario aveva promesso fondi per riprendere l’attività e permettere alle famiglie reggine di ritornare nelle strutture pubbliche. Intanto, prospera il business degli asili, mentre le famiglie sono disperate. Vista la forte crisi, l’asilo privato a 300-400 euro al mese a bambino non è di certo alla portata delle molte famiglie disagiate, che risolvono, si fa per dire, con l’aiuto di parenti o addirittura abbandonando il posto di lavoro. Dati Istat alla mano, si fa presto a capire che c'è una forte relazione tra accesso agli asili nido e disoccupazione femminile, tra partecipazione al mondo del lavoro delle donne e maternità: secondo le statistiche infatti oltre il 50% delle donne italiane dichiara di rimanere a casa con i figli (sotto i tre anni) per i costi proibitivi degli asili privati. Il 14 dicembre del 2013, la commissione straordinaria di Reggio Calabria presenta un “piano di intervento” non coinvolgendo i genitori, in gioco c’è uno stanziamento del ministero della Coesione Territoriale di circa 1.300.000 euro Per questo motivo, i genitori creano una petizione online destinata ai commissari di Reggio Calabria, per far sì che ascoltino le esigenze dei genitori, perché venga restituito ai bambini il diritto all'asilo. Oggi la petizione è arrivata  a 5.169 firme.

Pina Condò, da Parallelo 41

Continua lo scempio di diritti e di cultura nel Sud. Dal Lazio alla Sicilia, dagli Abruzzi alle Puglie, il Sistema Italia continua ad attentare ai fondamenti di un Popolo, di una Comunità.
Noi Insorgenti non possiamo nè vogliamo restare fermi a subire. Bisogna firmare assolutamente questa petizione, ma non basta. Purtroppo. Bisogna mettere in preventivo anche azioni di contrasto e di lotta maggiormente incisive e visibili.
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No al pedaggio sul tratto urbano della A24



Passo indietro sul pedaggio delle complanari dell'A24 o le vie legali saranno l'unica alternativa. E' chiaro il messaggio lanciato da Dario Nanni, presidente della commissione Lavori pubblici, in una conferenza stampa a cui hanno partecipato le rappresentanze dei Cdq del versante Prenestino, Collatino e Tiburtino e le associazioni dei consumatori.

Nanni ha annunciato l'intenzione di ricorrere al Tar del Lazio se non sarà convocata la concertazione, già prevista da un protocollo firmato dalle parti, al ministero dei Trasporti con i rappresentanti del Comune di Roma, della Provincia, della Regione e i rappresentati delle associazioni per la tutela dei lavoratori. Una presa di posizione dura che giunge dopo l'annuncio delle scorso settimane con il quale la strada dei parchi ha di fatto anticipato l'estensione del pedaggio da Portonaccio a Lunghezza.

LA VICENDA - L'A24, nel tratto urbano, attraversa l'intera periferia est della Capitale. Da Settecamini e a Lunghezza è oggi a pagamento. Da maggio 2011 sono in corso i lavori di costruzione delle complanari. Una speranza per i cittadini del versante prenestino che pensavano che l'apertura delle complanari coincidesse con l'azzeramento del pedaggio. Beffa delle beffe si è avuta però a ottobre quando un rappresentante di Strade dei Parchi, nel corso di una seduta di commissione, ha annunciato l'introduzione del pedaggio. Nel giro di 24 ore è montata la polemica e la stessa azienda di Toto è stata costretta a smentire. Lo stesso Dario Nanni però, non pago della smentita, ha presentato una mozione, poi approvata in Campidoglio, con cui impegna il sindaco contro l'introduzione del pedaggio. Sempre Nanni ha chiesto poi un parere legale un eventuale ricorso. Nel frattempo Strade dei parchi si è rimangiata quanto detto, tornando a parlare di pedaggio sull'ormai vitale arteria urbana.

Così il consigliere Nanni ha oggi annunciato il ricorso che se andrà a buon fine farà scattare anche una class action dei cittadini. "È diverso tempo - spiega Nanni - che stiamo combattendo questa battaglia. Le complanari dell' A24 vengono realizzate con quasi 2 terzi di soldi pubblici". Già, infatti i cittadini si aspettavano che l'allargamento dell'autostrada, con deflusso del traffico infernale sul 'tronchetto', coincidesse con l'azzeramento della gabella. Così non sembra.

"Esiste la delibera 567 del 2007 che prevede una concertazione sulla gestione della tratta urbana dell'autostrada A24 e A25. La società non può prendere decisioni autonomamente. Ho anche inviato una mia richiesta di parere di legittimità all' avvocatura capitolina per sapere se è possibile che, se il Comune ha sottoscritto un accordo con la società Strada dei parchi, non possa esigere dalla stessa il rispetto degli impegno presi e se non sia legittimo per Roma Capitale adire per vie legali. Anche il sindaco, però, dovrebbe muoversi".

"Noi paghiamo", dice Bruno Foresti, presidente del comitato di quartiere Ponte di Nona "il pedaggio per spostarci dentro Roma. L'A24 va dal Verano fino in Abruzzo. Fino al raccordo ci sono almeno 4 uscite usate da cittadini romani. Eppure la tratta la paghiamo sempre tutta, fino al Verano. E, per di più, aumenta di 10 cent all' anno. È l' unico caso in Italia di viabilità a carattere urbano a pagamento. Abbiamo iniziato una raccolta firme".

Tratto da Roma Today

Noi Insorgenti non possiamo che condividere la battaglia dei cittadini pontenonini e del quadrante orientale di Roma, in quanto siamo visceralmente contro ai pedaggi per le bretelle che non collegano due autostrade. Come per la tangenziale di Napoli, anche per il tratto urbano della A24 è inammissibile e inconcepibile far pagare un pedaggio ai cittadini romani residenti all'esterno del Raccordo Anulare, mentre quelli residenti all'interno dello stesso non pagano alcun pedaggio sulla medesima tratta stradale.
CONTRO LA CITTADINANZA DI SERIE B... INSORGERE E' GIUSTO!
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2014, l'anno dei referendum indipendentisti

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Per il mondo indipendentista e identitario, il 2014 sarà un anno fondamentale. I referendum sull’indipendenza della Scozia e della Catalunya rappresentano un evento importantissimo, perché si vede all’orizzonte la possibilità per i Popoli di sottrarsi al giogo degli Stati Nazionali, di derivazione giacobina, per via referendaria.

Il risultato, in entrambi i casi, sarà molto probabilmente negativo, ma non è questo il tema che ci interessa sottolineare. Va invece evidenziata la straordinaria partecipazione di popolo che questi due eventi necessariamente realizzeranno: non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che, nei prossimi mesi, non si interrogherà sugli aspetti positivi e negativi di una eventuale indipendenza; non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che non riscoprirà pagine della propria storia popolare volutamente dimenticate o omesse dagli Stati Nazionali in cui sono costretti a vivere, a lavorare, a pagare le tasse, a crescere i figli. Torneranno in auge canzoni e figure, tra lo storico e il leggendario, che solo la cultura popolare più antica e radicata ha permesso che non si smarrissero nel magma indistinto della globalizzazione europea e mondiale.

Va, però, precisato che i motivi alla base dei due referendum sono leggermente diversi: mentre per la Scozia c’è una questione storica, politica e culturale preminente, per la Catalunya (regione ricca e avanzata) il movente è soprattutto, ma non solo, economico. Il primo referendum indipendentista si terrà in Scozia, il 18 settembre. Gli scozzesi saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito “Dovrebbe la Scozia essere uno Stato indipendente?”. Bisogna subito notare l’uso del condizionale “dovrebbe” invece dell’indicativo “deve”: l’accordo tra Alex Salmond, Presidente del governo scozzese e leader dello Scottish National Party, e David Cameron, premier inglese conservatore, sancisce che il referendum non avrà effetti immediatamente vincolanti, perché bisognerà ridiscutere temi quali la solidità economica della Scozia, la difesa dello Stato, i rapporti con il Regno Unito e l'adesione a Unione Europea, NATO e altre organizzazioni sovranazionali.

E’ chiaro, però, che una vittoria del SI obbligherebbe Cameron, l’Inghilterra e il Regno Unito a scendere a patti con la Scozia, anche per scongiurare un nuovo “rischio Irlanda”. I sondaggi dicono che la maggioranza degli scozzesi è contraria all’indipendenza, però il fronte del SI cresce col passare dei mesi. La campagna mediatica ha ridato vigore alle tradizioni e alla cultura popolare degli scozzesi, dunque alla loro identità, e in tantissimi hanno cambiato idea, sposando l’idea indipendentista dopo un primo freddo NO.

In Catalunya, invece, si terrà il secondo fondamentale referendum indipendentista del 2014. Il 9 novembre i catalani saranno chiamati a rispondere ad un singolare quesito referendario diviso in due parti: "Volete voi che la Catalogna sia uno Stato?"; in caso di risposta affermativa, “Volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?". Tale formula rappresenta il miglior compromesso possibile raggiunto dalle due anime dell’indipendentismo catalano: quella moderata della CiU, favorevoli alla nascita della Stato Catalano ma possibilisti sulla possibilità di rimanere all’interno di una sorta di “Federazione Spagnola”; quella rivoluzionaria della sinistra repubblicana, l’ERC, che invece spinge sulla necessita per la Catalunya di diventare uno stato indipendente dalla Spagna.

Si è rischiato il naufragio, poi fortunatamente le due anime dell’indipendentismo catalano hanno trovato un accordo, anteponendo l’interesse comune al piccolo tornaconto di bottega. Che sia di auspicio e di esempio anche per gli altri indipendentismi europei, al loro interno spesso divisi perché incapaci di vedere che le cose che li uniscono sono molto di più di quelle che li dividono?
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lunedì 27 gennaio 2014

Dialogo nel Giorno della Memoria



‘A morte ‘o ssaje ched’e”?  Dipende dai vivi!


Io sono morto a Dachau

-Io sono morto a Fenestrelle.

Io sono stato deportato in treno

-Io sono stato deportato a piedi

Io avevo una moglie e due figli morti sotto le bombe.

- Anche io avevo una moglie e tre figli, fucilati tutti come briganti senza processo

Io sono stato gasato

- Io sono stato sciolto nella calce viva.

Io ero un calzolaio a Praga

- Io ero un Imprenditore a Mongiana

Io sono stato ucciso perché ero me stesso, perché di religione ebraica.

- Anche io ero me stesso e molti di noi furono uccisi proprio perché eravamo cattolici.

Io sono stato deportato solo per quel che ero secondo loro

- Io prima di te.

Io non ero un popolo, non avevo mai avuto la necessità di uno Stato, ma ero una nazione millenaria.

- Io facevo parte di una nazione, avevo uno Stato ed ero popolo da sempre.

Io dopo essere stato massacrato ho vinto la guerra, unico caso nella storia.

- A me dopo che mi hanno massacrato, mi hanno detto che mi massacravano per il mio bene. Strana storia….

Io dopo lo sterminio ho avuto il mio Stato.

- Io dopo lo Sterminio sono divenuto una colonia

I miei eredi oggi governo l’ONU, il FMI la FAO ed ho anche la bomba atomica.

- I miei non hanno nemmeno un lavoro, non ci caga nessuno e se sparo un “tric trac” ci arrestano pure.

Noi oggi abbiamo detto “basta” e possiamo fregarcene anche delle risoluzioni dell’ONU

- Di me L’ONU se ne frega e basta.

Il mio Stato era un deserto che è rifiorito col nostro lavoro

- Il mio Stato era un paradiso naturalistico, il giardino d’Europa, che le Multinazionali del nord hanno reso un deserto, ed il lavoro? Una barzelletta della costituzione.

I miei eredi oggi hanno uno Stato con disoccupazione zero , alta tecnologia e più nessuno pensa che siamo geneticamente diversi.

- I miei non hanno uno Stato e li hanno convinti che la disoccupazione è una eredità genetica e  sulla tecnologia….usiamo quella scartata dagli invasori e ce ne fanno anche una colpa.

Grazie al mio sacrificio i miei eredi hanno una pensione a vita che pagate voi

- Grazie al mio sacrificio il mio Stato mi chiede i soldi per pagare le pensioni pure a voi, mentre le toglie ai miei.

Grazie alla mia morte tutti gli ebrei del mondo sono ritornati a casa.

- Dopo la mia morte quasi tutti i meridionali sono emigrati per il mondo



Oggi nei luoghi del mio massacro si celebra la mia memoria.

- Oggi nei luoghi del mio massacro, si elogiano i miei massacratori

Nelle mie piazze ci sono solo gli eroi della nostra liberazione.

- Nelle mie piazze ci sono solo gli “eroi” dei miei massacratori

Chi ci ha geneticamente additati come inferiori è oggi messo alla berlina dalla scienza.

-  Chi ci ha geneticamente additati come inferiori ha musei dedicati, allievi famosi e sono normalmente studiati nelle università dello Stato che ci ha occupato.

I miei eredi oggi sono in tutte le banche e le agenzie di rating.

- I miei eredi non hanno nemmeno una banca e riempiono solo le agenzie di disoccupazione.

I miei eredi hanno il “giorno della memoria”.

- Io miei non hanno un giorno di pace e se per questo nemmeno la memoria.

Oggi posso dire ai miei…. Che non sono morto invano

- Oggi posso dire ai miei: Si sono rubati pure “la Livella” E dipende da voi se sono morto invano….

AVANTI SUD… RISORGERE è GIUSTO!

Nando Dicè

La canzone del bambino nel vento



Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento....

Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento...

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento...

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento...

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà..


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lunedì 6 gennaio 2014

Famiglia e Politica: l'esempio di Sigmar Gabriel



Se sei il segretario della SPD, vicecancelliere di Germania, ed hai una riunione fondamentale con la Merkel per la composizione del neonato governo tedesco, devi assolutamente andarci. Nulla ti può tenere lontano da questo impegno.
Siete d'accordo con questa affermazione? Io no. Ci possono sempre essere motivi più importanti di una riunione di governo. Persino più importanti dello stesso governo. Ad esempio, andare a prendere tua figlia, perché tua moglie - per motivi di lavoro - non può. La politica è importante, è fondamentale, ma la famiglia e l'amore (per un figlio/a, per una moglie/marito) vengono prima di tutto.
"Anke ha bisogno di tempo per il suo lavoro, dunque è giusto che io dia una mano [...] Mercoledì tocca a me andare a prendere Marie al Kindergarten, e occuparmi di lei, e ne sono felice". Anke e Marie sono rispettivamente la moglie e la figlia del vicecancelliere tedesco, che seguirà la riunione con lo smartphone e dialogherà con la Merkel e gli altri via sms.
Una cosa folle, fuori dal mondo? Per moltissime persone, certamente. Perché la moglie e la figlia possono aspettare, quando ci sono di mezzo affari importanti - addirittura il governo della Germania!

E' una questione di priorità. Nella vita di una persona, cosa c'è al primo posto? Credo che siamo tutti d'accordo: gli affetti. E la famiglia è - mi correggo, deve essere - il Tempio degli affetti. 
Solo nel Sistema in cui viviamo, la scelta di Sigmar Gabriel può fare notizia. Gabriel ha fatto la cosa più naturale per un padre ed un marito. Non è un eroe: è un Uomo.
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sabato 4 gennaio 2014

Che razza di blog è questo?




Questo è il primo post del 2014.
Mi sono preso una meritata vacanza, che ho usato per riflettere sulla domanda che molti mi fanno: "Ma che razza di blog è il tuo?". Ho provato a rispondere.
Un blog di politica? No. Sicuramente la politica è l'argomento principale, ma non è l'unico. Si guardi alle poesie, alle canzoni, alle interviste, alle prose. No, L'Insorgente non è un blog di politica, ma un blog che fa politica.
Un blog di informazione? No. Anche se tra gli scopi di questo blog c'è quello di (contro)informare le persone, sicuramente un blog di informazioni ha una regolarità nei post che questo blog non può avere.
Un blog di letteratura? No. Anche se la poesia, la canzone e la prosa sono ingredienti fondamentali di questo blog, non possiamo certo definire L'Insorgente un blog di letteratura.
Un blog di storia? Decisamente no. Anche se molti post riguardano l'analisi di fatti storici più o meno recenti, non è questo lo scopo del blog.
Un blog di Filosofia. Ecco cosa vuole essere l'Insorgente. Un blog che esprime una filosofia di vita applicata ad ogni campo: al lavoro, alla politica, alla letteratura, all'arte, alla musica, alla storia, all'informazione. Un blog per insorgenti, cioè per quelle persone che un giorno hanno deciso di alzare la testa, di distinguersi dalla massa beota non per spirito aristocratico, ma per una decisa volontà d'azione: essere contro ciò che è, combattendo per cambiarlo o distruggerlo. Ognuno può insorgere, nel proprio ambito: il lavoratore che si è rotto di farsi sfruttare, il cittadino che vuole informarsi davvero e mobilitarsi, l'artista che non vuole piegarsi alle logiche del mercato, il magistrato che ha deciso di lottare per la Giustizia e non per la Legge, il politico ormai disgustato dai "partiti nazionali", persino - utopia - lo sbirro che decide di ribellarsi, di disobbedire.
In pratica, L'Insorgente vuole essere un blog in cui venga esposta una filosofia fondata sull'assioma: "La vita non va vissuta. Va combattuta."

N.B. ora che ho chiarito lo spirito di questo blog, spero che voi capirete perché non viene aggiornato quotidianamente.
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mercoledì 1 gennaio 2014

Flogging Molly - The Worst Day Since Yesterday



Buon anno!
E con l'auspicio che ogni giorno sia migliore del precedente... vi posto con ironia questa splendida canzone dei Flogging Molly!