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martedì 17 giugno 2014

Brazil 2014, la polizia addestrata dall'FBI



Vi posto oggi un articolo del sito Contropiano.org in cui si fa riferimento ad una notizia data da una agenzia di giornalismo brasiliana. Secondo tale agenzia, le forze dell'ordine brasiliane sarebbero state addestrate, al fine di fronteggiare gli annunciati scontri e rivendicazioni sociali di questi giorni, addirittura da agenti dell'FBI.

É quanto si apprende da un articolo apparso sul sito dell'agenzia di giornalismo d'inchiesta Agência Pública. Un mese prima dell'inizio delle partite, la Segreteria di Sicurezza Pubblica di Rio de Janeiro annunciò che era in atto un addestramento da parte degli agenti dell'FBI alle truppe “di choque”, i reparti antisommossa della polizia militare, e alle truppe del CORE, corpo speciale della polizia civile, per contenere le proteste previste per la Coppa del mondo di calcio.
Il corso di quaranta ore, frutto di una collaborazione offerta dall'ambasciata degli Stati Uniti, prevedeva la formazione per la gestione e il controllo delle folle, dei disordini civili, pianificazione delle operazioni, uso della forza, relazione con i media, uso di mezzi di intelligence e informazioni per identificare possibili atti e attori di vandalismo.
Il corso si è svolto anche in altre città del Brasile, come San Paolo, Brasilia e Fortaleza, oltre che, come si scopre grazie all'inchiesta, all'estero nel Centro di addestramento regionale a Lima, in Perù, e nell'Accademia internazionale per l'adempimento delle leggi (ILEA, in inglese)in El Salvador, entrambi centri di addestramento finanziati dagli USA.
La collaborazione si è scoperta essere parte in un piano di formazione della polizia per i grandi eventi, in vista dei mondiali e delle prossime Olimpiadi di Rio, cominciata nel 2012 e interamente pagata dagli Stati Uniti, al quale han partecipato più di ottocento poliziotti.
L'inchiesta ha rivelato inoltre che uno dei corsi, “controllo marittimo del terrorismo”, si è svolto in una sede di Academi, il nuovo nome della multinazionale Blackwater, la famosa agenzia di contractors statunitense.

Tra gli altri corsi, “relazioni con i media” con l'obiettivo di creare una collaborazione con la stampa per creare un “sentimento di fiducia nella società”, corso che ha visto la partecipazione di numerosi giornalisti; oltre che un corso di “investigazione digitale dei cellulari” tramite l'insegnamento sull'utilizzo di una tecnologia sviluppata da un impresa israeliana, la Cellebrite, creatrice del dispositivo UFED, capace di rubare tutti i dati dei cellulari di nuova generazione.
Le accademie internazionali ILEA, vennero create nel 1995 dal governo Clinton per rilanciare l'alleanza tra il Dipartimento di Stato americano e le polizie di vari paesi del mondo, con l'obbiettivo di difendere i cittadini statunitensi e gli affari di Washington.
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martedì 20 maggio 2014

Ultras del Perugia raccolgono fondi per i bimbi ciechi



Ultras uguale violenti fascistoidi cerebrolesi? No, non ci stiamo. Negli ultimi anni l'equazione ha trovato sempre maggior sostegno nei media di regime, eppure gli esempi di ultras che si impegnano nel sociale e che vivono il loro Ideale ogni giorno, e non solo sulle gradinate di uno stadio, sono tantissimi e molteplici.
Oggi pubblichiamo un articolo del sito Umbria24.it, in cui si parla dei fondi raccolti dagli ultras del Perugia per i campi estivi per i bambini ipovedenti.
Ovviamente i pennivendoli che hanno riempito di inchiostro e merda sugli ultras le pagine dei giornaletti nelle ultime settimane hanno evitato di informare i cittadini di questo e di tanti altri esempi di ultras impegnati nel sociale.

La crisi che morde azzanna anche il portafoglio di associazioni come l’Uic. Una onlus, l’Unione italiana ciechi e ipovedenti, sempre vissuta sui contributi di enti pubblici e soggetti privati. Che negli anni le hanno destinato soldi, fondi e risorse. Che oggi scarseggiano. Che in certi casi «non arrivano proprio più». Emilio Vantaggi, presidente regionale dell’Uic, con la crisi e non solo combatte ogni giorno. E infatti a momenti gli scappava una lacrima quando gli ultras del Perugia – Ingrifati, Armata rossa e Brigata, più il gruppo «Quelli del Santa Giuliana» e i titolari del circolo «Il ritrovo del Grifo» – gli hanno consegnato l’assegno con su scritta la cifra raccolta venerdì alla festa-promozione organizzata all’antistadio.

La raccolta Duemilacentottanta euro e spiccioli: soldi che l’Uic utilizzerà per realizzare campi estivi riabilitativi di orientamento e mobilità per bambini ciechi di età compresa tra i tre e i sette anni. «Parliamo di circa quindici bimbi – specifica Vantaggi – che grazie al grande cuore degli ultras, per un’intera settimana, parteciperanno a laboratori didattici con operatori specializzati. E poi parliamo dei genitori che li accompagneranno, che verranno seguiti da un’equipe di psicologi». Tutto grazie, appunto, ai 2180.20 euro raccolti durante la festa autofinanziata dagli ultras del Grifo. «Spesso gli ultras vengono denigrati, accusati di atteggiamenti scorretti o violenti. In questo caso invece – continua Vantaggi – hanno dimostrato di essere altro. Penso che molti altri segmenti della società civile dovrebbero imparare da loro. Non ho parole per ringraziare i gruppi della Nord».

Pallone e maglia Oltre all’assegno, consegnato giovedì, i supporter biancorossi hanno donato all’Uic un pallone e una maglia ufficiale del Perugia. «Come è nata questa iniziativa? Semplice. Siamo stati contattati, ci è stato chiesto di dare una mano e lo abbiamo fatto. Abbiamo subito risposto: “Sì”. Ci siamo attivati, e alla fine siamo riusciti a coinvolgere un discreto numero di persone, circa un migliaio». Così, uno degli esponenti di spicco della tifoseria perugina. Un altro, a seguire, ha argomentato: «Questa volta abbiamo approfittato del momento di festa, della gioia provocata dalla promozione in B. Ma come Curva sono anni che ci impegnamo in iniziative (di solidarietà, ndr) del genere, a 360 gradi. Il nostro modo di vivere lo stadio, di essere ultras è anche questo. Lo facciamo coi nostri pregi e coi nostri difetti, anche se spesso viene dato eccessivo risalto, troppo, soltanto ai secondi…».
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sabato 10 maggio 2014

No Tav, colpevoli di resistere



Oggi si terrà una importante manifestazione in Valsusa. Come sempre, sarà un evento di Popolo: del popolo della Valle, ma anche del enorme popolo che da anni contrasta i progetti e i processi della globalizzazione capitalistica. Un popolo senza età e senza confini, variegato per lingue e colori, unito per una reale alternativa di società. In ogni territorio e con ogni mezzo, fino alla libertà.
Di seguito, il comunicato apparso oggi sul sito dei NoTav valsusini:

Siamo giunti al 10 maggio finalmente. Aspettavamo questa data in tanti perchè la voglia di ritrovarci tutti insieme per manifestare le nostre ragioni era veramente tanta. Oggi saremo in tanti e tante per esprimere la nostra solidarietà a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolo, incarcerati da dicembre con un’accusa assurda come quella di terrorismo. Siamo a Torino per Forgi e Paolo, per tutti gli oltre 1000 notav indagati in quattro anni . Sfileremo per una Torino che sappiamo comprendere le ragioni della lotta notav, ma domani sarà allarmata, terrorizzata ci viene da dire. Terrorizzata da l’ennesima blindatura attuata per far accrescere la nostra pericolosità agli occhi di tutti. Una strategia che ieri si è ben palesata con i betadefence intorno al palazzo di giustizia, con gli articoli di giornale, con l’elicottero della polizia che ha rovinato il bel tempo che maggio ci ha regalato.

4 ragazzi vengono accusati di terrorismo per, tutto da provare ancora, il danneggiamento di un compressore che ci risulta sia stato riparato e venduto, Vengono accusati loro quattro per spaventare un movimento intero, per far capire che opporsi a delle decisioni ingiuste e criminali può portarti in galera.

In questi anni la politica ha finito gli argomenti contro di noi, perdendo qualsiasi confronto. I tecnici favorevoli al Tav che hanno sempre rifiutato il confronto, hanno lasciato il passo agli esperti di ordine pubblico. In campo a rappresentare i governi di turno, quelli che hanno deciso democraticamente (!) la realizzazione della Torino Lione, ci sono le forze dell’ordine e i militari, con la magistratura che la fa da padrone indossando l’elmetto e diventando parte del conflitto.

Un’opera repressiva, una crociata, che ci sentiamo serenamente di dire che non sia disinteressata, basti pensare Alle strane amicizie del pm Rinaudo.

E’ senza paura, con coraggio e dignità che marceremo oggi per Torino, per chiedere la liberazione di tutti i notav, per ribadire il no ad un’opera inutile e dannosa, per il futuro di tutti.

Un’appello molto chiaro, Contro la vendetta di stato, per la giustizia. Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, per tutte e tutti noi, è stato sottoscritto da centinaia di persone tra scrittori, attori, musicisti, docenti, semplici cittadini.

Siamo consapevoli delle difficoltà che abbiamo e che avremo, e il nostro slogan da Sarà Dura è divenuto da tempo A l’è Dura!

Ma state sicuri che non ci arrenderemo, e non lasceremo intentata nessuna battaglia, e anche oggi lo urlemo con tutta la forza:

Siamo Tutti Colpevoli di Resistere!
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sabato 3 maggio 2014

Primo Maggio, scontri a Torino: il comunicato della FAI


La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà a Marco “Boba” e a tutte le vittime dell'aggressione delle forze dell'ordine al corteo del Primo Maggio a Torino. Nonostante le violenze e le provocazioni, tantissime persone, che non intendono subire lo sfruttamento del lavoro salariato, che si oppongono al razzismo, alla violenza poliziesca, al TAV, che non accettano che si acquistino gli F35, che occupano le case sfitte, insomma che non chinano la testa, hanno dato vita ad un corteo che ha strappato la giornata del Primo Maggio alle forze istituzionali.
Quanto avvenuto il Primo Maggio a Torino è l'ennesimo episodio che segna l'accentuarsi della violenza da parte dei sedicenti tutori dell'ordine, dopo quanto avvenuto il 12 aprile ed i giorni seguenti a Roma, dopo gli applausi agli assassini di Federico Adrovandi, dopo la morte di Riccardo Magherini nelle mani dei carabinieri.
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana ribadisce l'impegno di tutta la Federazione per la riuscita della marcia popolare No TAV del 10 maggio a Torino, invitando tutti gli amanti della libertà a partecipare e a far partecipare; facciamo nostre le parole d'ordine della Federazione Anarchica Torinese:
Solidarietà a Marco, “Boba” arrestato nella Piazza del Primo Maggio. Una piazza di lotta. 
Lo vogliamo libero, vogliamo liberi tutti e tutte!
Vogliamo liberi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. 
Sabato 10 maggio marcia popolare No Tav a Torino
Appuntamento alle 14 in piazza Adriano.

Livorno 02/05/2014
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lunedì 14 aprile 2014

Questo Jobs Act è nato male



Partiamo da un presupposto: l'attuale mercato del lavoro è indecente. Se non abolito, andrebbe profondamente modificato. L'ultima idea in questo senso è il famoso - e famigerato - Jobs Act del governo Renzi. Esso è un tentativo di correggere alcune storture del mercato del lavoro italico, senza però intaccarne l'impianto strutturale e ideologico, visto che il liberismo che sottende tutte le riforme del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi") non viene minimamente messo in discussione. 
L'area anticapitalista, ovviamente, si è schierata contro questa ennesima (contro)riforma. Per pregiudizio ideologico? Chi non ci conosce, risponderebbe di si. Chi si informa tramite Repubblica o il Giornale, risponderebbe di si. Chi ci conosce, chi ci frequenta o magari milita nel campo anticapitalista (sia nelle componenti comuniste sia in quelle libertarie), risponderebbe di no: non è nostro costume criticare, con parole e azioni, senza prima aver spiegato PERCHE' una determinata riforma non ci piace.
Andiamo nel merito. Il dl 34/14, cioè il primo atto del Jobs Act renziano, prevede:

- che i contratti a termine potranno durare 36 mesi (e non più 12) e non sarà necessario giustificare le ragioni tecniche o produttive della temporalità del rapporto di lavoro;
- che, durante questi 36 mesi, i contratti potranno essere rinnovati fino a 8 volte (e non più una).
- che la percentuale di lavoratori a termine non potrà superare il 20% del totale, ma nei fatti questa limitazione viene facilmente aggirata grazie alle eccezioni previste nell'art. 10 del dl 368/011 (vedi nota 1).
- che, per i contratti di apprendistato, viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene inoltre eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”. 
- una retribuzione per gli studenti che svolgono l’apprendistato nell'ambito del proprio percorso formativo “per la qualifica e per il diploma professionale” pari al 35% di quella ordinaria (praticamente una miseria, quindi un incentivo per le aziende a far lavorare studenti sottopagandoli).

Ripetiamo: stiamo parlando solo del primo provvedimento del Jobs Act renziano. Se queste, però, sono le premesse... figuriamoci gli atti finali!
La lotta sociale contro questa ennesima controriforma, che favorisce precarietà e diminuzione dei salari, va sostenuta con ogni sforzo. Altro che cambiamento: il Jobs Act si inserisce perfettamente nel solco antisociale e liberticida del Sistema politico ed economico imperante.


*nota 1: "Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi: a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici; b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell'elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni; c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; d) con lavoratori di eta' superiore a 55 anni .”
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lunedì 10 marzo 2014

Pure 'a Calabria mo s'è arrevutata...



La Calabria diventa sempre più attiva nella difesa del territorio. Di riunione in riunione aumentano sempre più comitati e associazioni pronti a battersi affinché si trovino soluzioni alternative alle discariche per lo smaltimento dei rifiuti. Pubblichiamo dunque il comunicato della riunione che si è svolta due giorni fa, che fa un appello a tutte le associazioni ambientaliste attive in Calabria in questo momento. Prossimo appuntamento è previsto la mattina del 10 marzo, quando una delegazione dei comitati presidierà il Consiglio regionale in concomitanza della riunione della IV Commissione: il pomeriggio conferenza stampa a Bisignano. Pubblichiamo integralmente l’ultimo comunicato con l’elenco di movimenti e associazioni che aderiscono alla lotta.

Ci siamo riuniti a Lamezia Terme come uomini e donne calabresi, cittadini attivi – facenti parte di comitati ed associazioni di tutto il territorio calabrese – che non si rassegnano a vedere distrutti i loro territori, devastato il loro ambiente ed i loro Beni Comuni e messa a rischio la loro salute per una pericolosa (mal)gestione dei rifiuti, causata in tanti anni da una politica regionale “superficiale e collusa” e caratterizzata da “una cultura mafiosa”.

Come sostiene, il Sindaco di Cosenza, che frequenta e ben conosce i decisori politici attuali, questa (mal)gestione è predisposta e finalizzata a favorire delle imprese private che “hanno interesse nel verificarsi delle emergenze, perché è nel corso di queste crisi che si fanno i massimi profitti”.

Per questo ci stiamo organizzando per gridare la nostra rabbia e, soprattutto, per informare i cittadini calabresi sulla necessità di attivarsi e pretendere, in primis dai sindaci e poi dalla Regione, un ciclo virtuoso, interamente pubblico e partecipato, dei rifiuti.

Una gestione in cui si mettano in campo iniziative di prevenzione della produzione dei rifiuti, si applichi la raccolta differenziata spinta porta-a-porta con  piccoli impianti per il riuso ed il riciclo dei materiali raccolti e per il compostaggio dell’organico. Infine utilizzare poche e controllate discariche per il conferimento della parte residua inertizzata. Tutte pratiche facenti parte di una strategia più ampia: Rifiuti Zero.

Se ci riesce il Comune di Saracena, perchè gli altri Sindaci non riescono? E’ evidente che o, con superficialità, si disinteressano della vita e della salute dei loro cittadini o sono determinati a favorire solo gli interessi degli speculatori.

In Calabria, in barba alla normativa nazionale ed europea, qualcuno ha deciso di inviare il tal quale direttamente in discarica, non solo si prevedono di spendere 186 milioni di euro, con la scusa dell’emergenza, per inviare i rifiuti fuori regione, non solo si è deciso di spendere senza logica 250 milioni di euro in favore di discariche e mega-impianti ma, addirittura, si è deciso di legiferare per autorizzare abbanchi (e guadagni!)  nelle discariche private non autorizzate.

Per bloccare questo sistema perverso e per lanciare le nostre proposte alternative, la mattina del prossimo 10 marzo manifesteremo a Reggio Calabria, davanti alla sede del Consiglio regionale, e nel pomeriggio saremo tutti a Bisignano per una nostra conferenza stampa. Inoltre, stiamo predisponendo un  documento per una gestione alternativa dei rifiuti e, presto, elaboreremo una proposta di Legge sul “Riordino del servizio di gestione rifiuti urbani e assimilati in Calabria” che offriremo ai consiglieri regionali che vorranno farsene carico.

Per questo chiediamo a tutti i calabresi, alle tantissime associazioni, ad ognuna delle organizzazioni sociali, sindacali e politiche ed a tutti gli amministratori pubblici di attivarsi, alzarsi in piedi e scegliere da che parte stare: con chi vuole distruggere il nostro futuro e le nostre vite, o con chi non si è arreso e pretende di decidere sul proprio destino e su quello dei propri figli.

Comitato Difesa del Territorio – DONNICI, COSENZA (CS)
Comitato Ambientale Presilano – CELICO (CS)
Comitato per le bonifiche dei terreni, dei fiumi e dei mari della Calabria – PRAIA A MARE
Comitato No Di No discarica Giani – LAGO
Comitato civico spontaneo per il “NO” alla piattaforma rifiuti – BISIGNANO (CS)
Comitato Territoriale Valle Crati, Rifiuti Zero – TORANO CASTELLO (CS)
Comitato No Mega Discarica – CASTROLIBERO (CS)
Comitato anti discarica – SCALA COELI (CS)
Movimento Terra, Aria, Acqua e Libertà – CROTONE
Comitato per la Difesa dei Beni Comuni – ACRI (CS)
Associazione Paolab – PAOLA (CS)
Badolato in Movimento – BADOLATO (CZ)
Solidarietà e Partecipazione – CASTROVILLARI (CS)
Ass. il Riccio – CASTROVILLARI (CS)
Ass. La Piazza CLETO (CS)
Csoa Angelina Cartella – REGGIO CALABRIA
Cpoa Rialzo – COSENZA
Lsa Assalto – RENDE (CS)
Lsoa Ex Palestra – LAMEZIA TERME (CZ)
Ass. Le Lampare – CARIATI (CS)
Movimento Terra e Popolo – ROSSANO (CS)
Ass. Il Brigante – SERRA SAN BRUNO (VV)
Ass. Fratorel – CORTALE (CZ)
Ass. Net-left – SAN DONATO DI NINEA (CS)
Ass. Forum Ambientalista CALABRIA
Coordinamento Calabrese Acqua Pubblica “Bruno Arcuri” – CALABRIA
Rete per la Difesa del Territorio “Franco Nisticò” – CALABRIA

Tratto da Insorgenza.it 

giovedì 27 febbraio 2014

Corteo No Muos per contrastare la militarizzazione della Sicilia



A Niscemi, mentre proseguono le prove tecniche americane, non c’è tregua per gli attivisti. Continuano infatti manifestazioni e confronti, tra cui una fiaccolata “per la vita” organizzata a Caltagirone. Il 1 marzo si torna in piazza, tutti, per dire no alla militarizzazione dell’isola, con partenza alle 14 dal presizio NO MUOS di Contrada Ulmo con arrivo al Cancello 4 della base.

La novità è che alcuni comuni della provincia di Catania (S.Michele di Ganzaria, San Cono, Caltagirone, S.Alfio, e Mineo) insieme con quelli di Enna, Aidone (EN) e Ragusa hanno aderito “ad adiuvandum” al ricorso al TAR Sicilia presentato dal Comune di Niscemi già nel 2011 ed all’impugnativa presentata contro la “revoca delle revoca”, nei mesi scorsi, dal Movimento No Muos Sicilia, dal Movimento delle Mamme e da altri attivisti e liberi cittadini come il prof. Giuseppe Maida.

Altri tre sindaci, quello di Mirabella Imbaccari (CT) e quelli di Vittoria (RG), e Acate (RG) avevano già aderito formalmente, nei giorni scorsi, ai due ricorsi che verranno trattati nell’udienza pubblica di merito che si terrà il prossimo 27 marzo presso Il TAR e che rappresenta la fase “decisoria” del giudizio di primo grado. Gli 8 amministratori si son detti pronti a presentare le adesioni dei loro Comuni, visto che il termine ultimo per la consegna dei documenti sarà il prossimo martedì 25. Resta, comunque, il fatto – ha dichiarato Rossella Zizza, legale degli attivisti “ricorsisti”- che gli amministratori che si aggiungeranno dopo giorno 25, potranno in ogni caso intervenire con un provvedimento “tardivo”, che avrà comunque la sua efficacia.

Il prossimo 20 marzo è previsto un tavolo tecnico dove i No Muos chiedono la presenza di tutte le amministrazioni locali – pena la rottura dei rapporti di confronto con le istituzioni. Una data scelta non a caso, che precede di una settimana l’udienza del Tribunale Amministrativo Regionale. All’ultimo Tavolo organizzato a Mirabella Imbaccari, sui 50 amministratori invitati, erano presenti soltanto DUE sindaci e 5 rappresentanti di altrettanti 5 Comuni.

Venerdì 28 invece è prevista una tavola rotonda a Loano organizzata dal Meet Up Cinque Stelle, presso la sala congressi del Loano Village, sul Muos alla quale, oltre alla sottoscritta che parlerà per i No Muos, parteciperanno il professor Massimo Zucchetti e l’avvocato Giampiero Trizzino. L’appuntamento è alle 21.

martedì 25 febbraio 2014

Il falso bivio dell'Ucraina

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Sono giorni che i mass media di tutto il mondo dedicano pagine di giornale, servizi di cronaca e trasmissioni di approfondimento sulla “Situazione Ucraina”.

Le immagini degli scontri tra apparati del regime filorusso di Yanukovic e i manifestanti europeisti della variegata e destrorsa Opposizione scorrono davanti ai nostri occhi, generando brividi sulla pelle e nelle anime. L’informazione liberale e sedicente democratica sta imponendo una chiave di lettura che non lascia spazio ad altre interpretazioni: l’Ucraina è di fronte ad un bivio.

Da un lato, il regime di Yanukovic (democraticamente eletto, ma la storia ci insegna che non basta vincere le elezioni per essere democratici), appiattito sulle posizioni della Russia putiniana ed economicamente dipendente dalla stessa; dall’altra, l’Europa liberaldemocratica e liberista, dove è possibile realizzarsi ed emanciparsi definitivamente dal giogo sovietico, che la caduta del famigerato Muro di Berlino non avrebbe intaccato più di tanto.

L’arcinoto “American Dream” dei decenni passati sta lasciando posto, soprattutto nell’orizzonte dei popoli dell’Europa orientale, al “Sogno Europeo”: entrambi da considerarsi effimere chimere, fondate su un sistema liberticida ed antidemocratico, globalizzante e – per questo motivo – nemico di ogni identità. Le lobbies economiche che determinano le politiche del cosiddetto Occidente (a est e a ovest dell’Atlantico) stanno spingendo affinché la situazione ucraina abbia un solo sbocco accettabile: la fine del regime filorusso di Yanukovic e l’instaurazione  di un regime filoeuropeo, sempre più liberista e “occidentale”, retto da una accozzaglia di nazionalisti, populisti e liberali. Il bivio di fronte al Popolo ucraino è de facto un falso bivio: la scelta non è tra la tirannide e la libertà, ma tra un padrone e un altro. Le pressioni che Germania, Francia e Polonia stanno facendo a Yanukovic non sono mosse da alcun intento umanitario, ma solo dal desiderio di accelerare sul sentiero della transizione, garantendo a Yanukovic una sorta di lasciacondotto per i suoi innegabili crimini. Il tutto nel quadro di un maggiore isolamento della Russia putiniana, con cui sarebbe sempre più facile fare affari a prezzo ribassato.

Ed ecco che si arriva alle notizie di queste ore: accordo siglato tra governo ucraino e opposizione; liberazione della Timoshenko (la quale aveva detto che “con Yanukovic non si tratta, chi lo fa è da considerarsi un traditore”); governo di unità nazionale; limitazione dei poteri del presidente e ritorno alla Costituzione del 2004; amnistia per tutti i manifestanti.

Tutto finito, insomma. I cattivi hanno perso e i buoni hanno vinto. Adesso un radioso futuro si apre all’orizzonte dell’Ucraina.  Un raggiante Sol dell’Avvenire. N’ata vota.
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lunedì 16 dicembre 2013

Giunta militare??? Ma jatevenne...



Sono giorni che vado ripetendo che la "rivolta dei forconi" ormai ha altri protagonisti. Di forconi ne sono rimasti pochi: la maggioranza è composta da gente incazzata, giovani studenti, precari più o meno organizzati e soprattutto tanti fascisti. Da CasaPound a Forza Nuova, passando attraverso altre sigle più o meno conosciute, è il fascismo a predominare nelle piazze. Prova ne sia il farneticante comunicato con cui il "movimento" auspica l'avvento di una giunta militare che ristabilisca l'ordine nella fase di transizione tra Seconda e Terza Repubblica. 
Si, avete letto bene: una giunta militare. Come i colonnelli in Grecia, come Pinochet in Cile, come la dittatura dei desaparecidos in Argentina. Sarà che sono un inguaribile libertario, nonché un antimilitarista convinto (da non confondere coi pacifisti e coi gandhiani; io sono contro gli eserciti degli Stati, non contro la violenza in genere), ma l'idea di una giunta militare non mi alletta affatto.
Non scambio una dittatura per un'altra. Combatto TUTTE le dittature e i regimi accentratori.
Lottare per cambiare padrone non è insorgere.
Ed io sono un insorgente.
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mercoledì 11 dicembre 2013

Forconi a Napoli: tricolore e estrema destra allontanano il Popolo



Quando insorgere è giusto!

Prima di cominciare devo raccontarvi un retroscena. Qualche giorno fa, aggirandomi su facebook, mi accorgo che un mio vecchissimo amico di scuola, Massimo Ostuni, è uno degli organizzatori del blocco indetto dai Forconi il 9 dicembre e siccome non lo vedevo né sentivo da anni e sulla sua pagina ho trovato traccia delle mie stesse battaglie, come la sovranità monetaria, l’ingiustizia del precariato, la dittatura Europea e la lotta alle lobby massoniche, decido di contattarlo. Gli domando come mai la decisione di portare come simbolo la bandiera italiana, cosa che per altro ha fatto scegliere, in modo sofferto, a noi di insorgenza, di non partecipare.

Lui mi spiega subito che è una imposizione dal coordinamento nazionale e che loro a Napoli non sono d’accordo, ma che l’importanza della protesta, secondo lui doveva superare anche questo. Decido di presentargli comunque Nando Dicè (che già ne aveva parlato nei giorni scorsi con Mariano Ferro, spiegandogli le ragioni della nostra non-adesione), per trovare un punto d’incontro. Nulla di fatto: anche se Nando e la gran parte del movimento di Insorgenza si trovavano d’accordo su tutti i principi del blocco, si era deciso che non si poteva accettare l’imposizione della bandiera.

Chi conosce il reale significato di quella bandiera non può sfilare impugnandola: per noi è il simbolo della distruzione e decadenza del sud, oltre ad essere di chiara creazione massonica. Che senso ha insomma sventolare la bandiera di questo stato, che noi combattiamo? Avremmo potuto dare supporto alla protesta, dicemmo dunque a Massimo, solo se il tricolore non fosse stato un’obbligo, ma il coordinatore di tutta la Campania, un romagnolo, non volle sentire ragioni: la bandiera italiana doveva esserci.

Il giorno del blocco io, per curiosità, scendo in piazza per vedere come stava andando la manifestazione ripromettendomi di non attivarmi e di non cedere alla mia facile voglia di protestare. Ero lì semplicemente per guardare: ma mi fu subito chiaro che purtroppo il plebiscito sperato dagli organizzatori non c’era stato, anzi incominciava a serpeggiare la sfiducia, condita coi soliti luoghi comuni: ” A Napoli non si riesce mai a fare niente “, “Qui in Campania siamo tutte pecore e non alziamo la testa” eccetera. E così scoppio, gridando la mia rabbia e rammentando che Napoli, invece, ha sempre risposto ai grandi appuntamenti.

Insomma, se solo avessero portato la memoria a qualche giorno prima avrebbero potuto ricordare i centomila di #fiumeinpiena (tra cui noi) e i sessantamila di terra dei fuochi (tra cui noi), e che forse era questa manifestazione che non parlava di Napoli nè ai napoletani.  E poi che ne può mai sapere un romagnolo, di come si fanno le cose a Napoli?

Insomma in breve tempo la gente che era in piazza capisce che era stata usata, nel nome del tricolore, e per giunta da uno che non sapeva nulla delle nostre zone: in quel momento propongo di autorganizzarci , senza tricolore, inserendo tra le tematiche del blocco anche quella dei rifiuti.

Tutti d’accordo. Fatta eccezione per un piccolo gruppo: non molti, ma molto grossi, vestiti in un modo che non lasciava dubbi: erano ultrà vicini a Casapound. Mi si avvicinano con molto irruenza , e confesso di aver pensato: ecco è arrivato il momento d’escogitare una fuga repentina. Eppure, anche se c’è mancato poco, in barba a tutti i pronostici non sono stato malmenato. I tipi però erano veramente incazzati: io avevo dato voce a un malcontento serpeggiante della piazza. Il giochino con le bandiere tricolore era arrivato alla fine delle sue ore.  La gente che era lì aveva capito: Napoli per scendere in piazza vuole essere sovrana nelle sue scelte.

Quanto a Massimo, poi… be’, lui alla fine ha inviato una lettera al coordinamento nazionale. “In virtù della scarsa organizzazione locale, del mancato sostegno organizzativo nazionale (seppure con continue sollecitazioni) , dell’avvenuto presidio a Piazza carlo III non previsto originariamente (insieme ad altre zone di cui non è stata data comunicazione ALCUNA) e nonostante la buona fede dei tanti partecipanti che senza nessuna strumentalizzazione hanno dato l’anima, sono costretto a comunicare le mie dimissioni dal coordinamento 9 \12 di Napoli.

La scelte nazionali di “imporre” come simbolo la Bandiera Tricolore, ha permesso non solo la facile infiltrazione dai membri dell’estrema destra, ma ha anche sfavorito sul territorio Napoletano (e credo in tutto il sud) l’adesione dei tanti movimenti identitari che avrebbero voluto sostenere la protesta e l’obiettivo “COMUNE”, rendendo possibile anche alla città di Napoli la potenziale forte partecipazione.

Nel ringraziare tutti gli amici che hanno dal primo momento sostenuto l’evento e l’organizzazione, rinnovo tutta la mia adesione ai princìpi ispiratori della protesta, che mi hanno spinto con spirito libero e di giustizia a lottare per una causa che credevo questa volta possibile. Mi resta la soddisfazione di aver lottato sul territorio, aver incontrato persone perbene disposte a scendere in campo per tutelare i propri diritti, aver guardato negli occhi la speranza. Faccio a tutti i miei migliori auguri e spero vivamente riuscirete a realizzare tutti i vostri sogni, invitando pertanto alle persone interessate alla protesta a comunicare con gli altri referenti. Buona fortuna”.

Gigi Lista, tratto dal sito di Insorgenza Civile
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domenica 20 ottobre 2013

Nessuno scontro? Nessuna notizia!



Ce li vedo, i giornalisti di regime. Nella tarda serata di ieri avranno certamente spento le telecamere, staccato i microfoni, chiuso i taccuini con quell'amarezza tipica di chi si aspettava lo scoop degli scontri furenti, delle camionette incendiate, dei vetri in frantumi, dei bancomat distrutti. Nulla di tutto questo. Quei cattivoni dei NoGlobal travestiti da NoTav travestiti da Black bloc travestiti da Autonomi non hanno fatto niente. Forse - e dico forse - c'è stato qualche scaramuccia nei pressi della sede di CasaPound, ma in generale nessuno spargimento di sangue, nessun terrorista da spedire in prima pagina, nessuno speciale di Porta a Porta sulla "galassia anatgonista".
Tutto ciò è un bene? Da un certo punto di vista, sicuramente si: ogni supposta per il Sistema e i suoi pennivendoli è sempre positiva. E sicuramente in molti, ieri, tifavano per gli scontri. Il problema, semmai, si pone il giorno dopo: quanto spazio ha avuto lo sciopero generale del 18 e il corteo del 19 ottobre sulla stampa nazionale e internazionale? Poco più di zero. Siccome è andato tutto bene, siccome i manifestanti sembravano delle pecorelle ammaestrate che andavano da un punto A a un punto B senza creare troppi problemi... che ne parliamo a fare? Chi ce lo fa fare di riempire le pagine dei giornali, e i servizi televisivi, che avevamo tenuto liberi per gli scontri annunciati? Magari dobbiamo riempirli pure con le reali motivazioni delle manifestazioni, con le rivendicazioni sociali di queste zecche comuniste e anarchiche! Poi il direttore si incazza, il padrone si infuria...
Allora hanno pensato bene di utilizzare l'assioma: nessuno scontro, nessuna notizia. Siccome non è successo ciò che il Sistema voleva, i media del Sistema non ne devono parlare.

Su questo tema il "movimento" deve riflettere, con urgenza. Ci riflettano tutti i movimenti: quelli dei lavoratori e quelli per il diritto all'abitare, quelli contro le discariche a quelli contro le opere inutili. Cosa vogliamo, dal punto di vista comunicativo? Vogliamo che le nostre battaglie abbiano risonanza mediatica? O vogliamo provare ad ingrossare le fila dei nostri cortei, puntando sui social network e sulla controinformazione?
Nel primo caso, gli atti vandalici e gli eventuali scontri violenti sono una necessità imprescindibile. Non avremmo conosciuto il problema del TAV in Valdisusa, nè il tentativo di sversare altra munnezza a Terzigno, nè tante altre cose se non avessimo assistito a scontri e persino ad atti di sabotaggio. I riflettori della "informazione" non arrivano se non c'è carne sul fuoco, e la stragrande maggioranza delle persone si informa dai canali mainstream.
Si pone, ovviamente, un problema pratico: più le piazze diventano roventi, più le persone si spaventano e magari preferiscono stare a casa invece di partecipare a cortei, assemblee, iniziative e altro. E qui arriviamo al secondo caso: una piazza tranquilla, goliardica, colorata è sicuramente più invitante di una rissosa e arrabbiata. E' facile pronosticare che una manifestazione pacifica avrà una partecipazione maggiore, e gli ultimi cortei del 18 e, soprattutto, del 19 ottobre (più di 70mila persone, completamente autorganizzatesi, senza partiti o sindacati confederali a gestirli) stanno lì a dimostrarlo. Ma chi ha saputo i motivi delle mobilitazioni? Coloro che ieri sera o stamattina hanno visto il TG1 o il TG5 (i due telegiornali più visti in italia), adesso conoscono la piattaforma rivendicativa di chi è sceso in piazza? Sanno perchè 70 mila persone sono scese in strada ieri?
No, non lo sanno. E se non si mettono su internet a cercare di informarsi, non lo sapranno mai. E' su questa scelta tattica che si decide il presente e il futuro di tutti i movimenti antisistemici.

giovedì 3 ottobre 2013

Perchè il 18 ottobre bisogna scioperare



Venerdì 18 ottobre ci sarà uno sciopero generale indetto dai sindacati di base e a cui aderisocno i tantissimi movimenti politici e sindacali che non si riconoscono in nessuno dei partiti "istituzionali" e dei sindacati confederali.
Quel giorno, con ogni probabilità, anch'io sarò in piazza. Perchè? Perchè mi sono rotto i coglioni di come il Sistema ci fa lavorare e vivere. Le condizioni di lavoro continuano a peggiorare, seguendo il trend degli ultimi decenni; la disoccupazione aumenta, creando tantissima domanda di lavoro, anche a basso costo e senza le tutele contrattuali; la precarietà di lavoro si è ormai tradotta in precarietà di vita. Come se non bastasse, assistiamo ad aziende che inquinano ampie fette di territorio, ma fanno profitti da capogiro; la partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale è una chimera sempre più lontana; la gerarchia aziendale si impone con forme ormai dittatoriali e mafiose (basti pensare ai veri e propri ricatti padronali); moltissime aziende chiudono da un giorno all'altro senza dir nulla ai lavoratori, che si vedono recapitare una letterina che dice loro di recarsi in Polonia, se non vogliono perdere il lavoro.
Non solo il lavoro, però, è diventato un inferno. Anche la qualità della vita di tutti i giorni è peggiorata clamorosamente: i servizi basilari sono insufficienti per quantità e qualità; la privatizzazione costante di molti settori strategici non ha portato alcun beneficio; le famiglie hanno sempre meno soldi da spendere, e quelli che spendono valgono sempre di meno grazie a parolacce come "Inflazione", "Spread", ecc...; moltissime donne lasciano il lavoro per poter accudire i figli; il traffico congestiona ormai tutte le grandi città italiane, senza che vi sia un investimento deciso su altre forme di mobilità, meno inquinanti; la salubrità dell'ambiente e dei prodotti della terra è ormai compromessa da discariche, inceneritori, e soprattutto dalla trasformazione dello splendido SUD in discarica d'Italia, ove le aziende del nord sversano rifiuti chimici e tossici (in combutta con le mafie).
Tutto ciò - e non solo questo - senza che nessuno muova un dito e faccia qualcosa.

Allora sia chiaro: tocca al Popolo, alle Comunità, agli Uomini tutti cominciare a lottare, organizzandosi in maniera orizzontale e non gerarchica, autogestita e dal basso. I partiti "di governo" hanno dimostrato di essere incapaci - o in malafede - e il MoVimento 5 Stelle non potrà mai incidere fino a quando rimarrà chiuso e ancorato in una sterile opposizione, in attesa di un irraggiungibile 50 per cento più uno. Rifiutando la critica alla struttura economica del Sistema (il capitalismo) e ragionando solo sulla possibilità di riformare pacificamente lo stesso, il M5S sta solo perdendo tempo e lo sta facendo perdere ai tantissimi che, in buona fede, avevano riposto in esso una grande speranza.