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martedì 17 giugno 2014

Brazil 2014, la polizia addestrata dall'FBI



Vi posto oggi un articolo del sito Contropiano.org in cui si fa riferimento ad una notizia data da una agenzia di giornalismo brasiliana. Secondo tale agenzia, le forze dell'ordine brasiliane sarebbero state addestrate, al fine di fronteggiare gli annunciati scontri e rivendicazioni sociali di questi giorni, addirittura da agenti dell'FBI.

É quanto si apprende da un articolo apparso sul sito dell'agenzia di giornalismo d'inchiesta Agência Pública. Un mese prima dell'inizio delle partite, la Segreteria di Sicurezza Pubblica di Rio de Janeiro annunciò che era in atto un addestramento da parte degli agenti dell'FBI alle truppe “di choque”, i reparti antisommossa della polizia militare, e alle truppe del CORE, corpo speciale della polizia civile, per contenere le proteste previste per la Coppa del mondo di calcio.
Il corso di quaranta ore, frutto di una collaborazione offerta dall'ambasciata degli Stati Uniti, prevedeva la formazione per la gestione e il controllo delle folle, dei disordini civili, pianificazione delle operazioni, uso della forza, relazione con i media, uso di mezzi di intelligence e informazioni per identificare possibili atti e attori di vandalismo.
Il corso si è svolto anche in altre città del Brasile, come San Paolo, Brasilia e Fortaleza, oltre che, come si scopre grazie all'inchiesta, all'estero nel Centro di addestramento regionale a Lima, in Perù, e nell'Accademia internazionale per l'adempimento delle leggi (ILEA, in inglese)in El Salvador, entrambi centri di addestramento finanziati dagli USA.
La collaborazione si è scoperta essere parte in un piano di formazione della polizia per i grandi eventi, in vista dei mondiali e delle prossime Olimpiadi di Rio, cominciata nel 2012 e interamente pagata dagli Stati Uniti, al quale han partecipato più di ottocento poliziotti.
L'inchiesta ha rivelato inoltre che uno dei corsi, “controllo marittimo del terrorismo”, si è svolto in una sede di Academi, il nuovo nome della multinazionale Blackwater, la famosa agenzia di contractors statunitense.

Tra gli altri corsi, “relazioni con i media” con l'obiettivo di creare una collaborazione con la stampa per creare un “sentimento di fiducia nella società”, corso che ha visto la partecipazione di numerosi giornalisti; oltre che un corso di “investigazione digitale dei cellulari” tramite l'insegnamento sull'utilizzo di una tecnologia sviluppata da un impresa israeliana, la Cellebrite, creatrice del dispositivo UFED, capace di rubare tutti i dati dei cellulari di nuova generazione.
Le accademie internazionali ILEA, vennero create nel 1995 dal governo Clinton per rilanciare l'alleanza tra il Dipartimento di Stato americano e le polizie di vari paesi del mondo, con l'obbiettivo di difendere i cittadini statunitensi e gli affari di Washington.
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giovedì 22 maggio 2014

Il volto umano del renzismo



Vi posto un articolo del Collettivo Militant, sezione della rete comunista Noi Saremo Tutto. In questo articolo si parla del clima repressivo che si sta respirando a Roma (ma non solo), che si sta acuendo con l'approssimarsi delle elezioni europee. Elezioni che non servono a niente e che non cambieranno niente, visto che il Parlamento europeo non conta un cazzo e le decisioni vengono presi dalla Commissione. Invece di pensare a questa Europa, indecente e dannosa, pensiamo alle lotte sociali nei nostri territori, nei nostri quartiere, nelle nostre piazze, nelle nostre strade. Pensiamo al diritto all'abitare, alla lotta alle privatizzazioni, al contrasto ai licenziamenti, all'antifascismo e all'antirazzismo militante. NESSUNO pensa a queste cose. Non Renzi, non Berlusconi, non Grillo, non Vendola.

Anche ieri, un’occupazione abitativa sgomberata a San Paolo, senza alcuna mediazione o trattativa possibile. Il giorno prima, l’arresto in piazza di Paolo Di Vetta e a seguire di Luca Fagiano, dirigenti dei movimenti di lotta per la casa, accusati di aver partecipato alla manifestazione del 12 aprile, violando per questo lo spirito delle misure cautelari ancora in corso. Per non dire dello sgombero della Montagnola, di Godot e delle altre occupazioni lo scorso mese, o gli arresti di febbraio. Il clima politico è quello della fine di ogni margine di trattativa, lo scontro è totale e la mediazione politica inesistente. I pochi assessori o consiglieri “amici” e “vicini ai movimenti” ogni volta si lavano le mani da un problema che dicono chiaramente non avere il potere di risolvere o mediare. In tutto questo, bisogna anche rilevare il ridimensionamento del ruolo della Digos quale apparato di mediazione tra intervento della polizia e movimenti. In piazza o sotto un palazzo occupato sta venendo meno anche quel livello di trattativa che il dialogo con la Digos permetteva, riuscendo ad evitare il confronto esclusivamente muscolare fra repressione e compagni, nonché impendendo – a volte e in determinati frangenti – l’accanirsi repressivo dei PM. Oggi il PM Albamonte rappresenta il simbolo di un potere repressivo che agisce senza più alcun vincolo, libero di calcare la mano senza alcuna remora, perché politicamente l’indicazione è quella di risolvere una volta per tutte la questione sociale della nostra città e del paese intero senza margini alla comprensione politica delle mobilitazioni. Se questo è il nuovo terreno che ci si presenta di fronte, la partita va giocata all’attacco ma senza avventurismi, perché questi non verranno più tollerati come in passato.

Che il responsabile politico di questo nuovo corso repressivo sia il PD ci sono pochi dubbi. Piuttosto, sta proprio nell’aver individuato coscientemente nel Partito Democratico il problema politico principale, che ha prodotto questa situazione. E’ l’aver portato avanti un discorso politico, e averlo trasformato in iniziativa politica contro il PD, che ha mutato l’ordine della cose. Il PD non può essere contestato perché rappresenta l’ossatura dello Stato e del discorso europeista, oggi l’unico collante politico di una serie di interessi molto più grandi del nostro piccolo paese, nonché l’unico argine alla deriva verso l’insignificanza internazionale dell’Italia. L’alternativa al PD oggi, per le classi dirigenti, non esiste. Di certo non costituiscono una possibile alternativa la Lega Nord sempre più fascistizzata di Salvini, o il partito di Berlusconi in via di disfacimento; men che meno, il poujadismo piccolo borghese di Grillo, che si è dimostrato nei fatti non avere la credibilità e la capacità di modificare alcunchè nel paese. Oggi il PD è l’ultima speranza per un pezzo di capitalismo italiano di restare ancorato alle dinamiche internazionali. Un ruolo ridimensionato e sottoposto, ma che garantisce quel posto al sole legato alla UE necessario al grande capitale italiano nel processo di concentrazione industriale portata avanti da anni. Criticare il PD, dunque, significa scontrarsi con lo Stato dunque, non più con una forza politica. E’ giusto che sia così, ma bisogna essere all’altezza della situazione. Non è più dialettica politica, quanto un discorso di potere. E’ bene comprenderlo subito, altrimenti la macchina repressiva spezzerà sul nascere ogni velleità antagonista dei nuovi movimenti.

Detto questo, oggi abbiamo deciso di annullare l’iniziativa di dibattito di Vota Nessuno. Impossibile continuare come niente fosse di fronte all’arresto di un partecipante all’iniziativa, ma soprattutto impossibile rimanere impassibili agli eventi di questi due giorni. E’ obbligatoria una risposta, e questa non può essere l’iniziativa come se niente fosse. E’ necessaria una presa di posizione militante, che avverrà oggi e che ci impedisce contemporaneamente di portare avanti il dibattito. In ogni caso viene mantenuto l’aperitivo-cena e la serata musicale dopo, perché la repressione ha un suo costo anche economico da sostenere, difficilissimo da onorare. Per tutto questo ci vedremo stasera al Lucernario Occupato, alla Sapienza, per condividere questi ragionamenti e molto altro ancora.

Paolo e Luca liberi!
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Il fallimento della tessera del tifoso



Pubblicato su Pagina99.it un interessantissimo articolo, a firma Luca Manes, in cui viene dimostrato il clamoroso e storico fallimento della famigerata Tessera del Tifoso, che non ha allontanato i violenti dal calcio ed ha solo favorito l'allontanamento degli sportivi (stadi vuoti, militarizzazione delle zone vicino agli stadi, caro biglietti, ecc...). Gli unici a rimanere con la schiena dritta, mentre tutto andava in rovina? Gli Ultras, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni.

“Penso che la tessera del tifoso abbia fatto il suo tempo. Negli ultimi anni, salvo una leggera, recente, inversione di tendenza, c'è stato un sensibile decremento delle presenze negli stadi. Occorre rivisitare completamente i rapporti tra calcio e tifosi”. In questi termini netti e definitivi si è espresso il presidente del Coni Giovanni Malagò in un'intervista concessa all'inizio del 2014 al mensile della Polizia di Stato. Una sonante bocciatura, una quasi totale sconfessione della linea imposta dal ministro degli Interni Roberto Maroni nella seconda metà del 2009 e introdotta nella stagione 2010-11. Il problema, sempre secondo Malagò, è che per colpa “di poche persone ci sia una forte penalizzazione, in termini di complessità procedurali e burocratiche, a danno di un'intera comunità”. Concetto ribadito poche settimane fa, quando il capo dello sport italiano manifestò tutto il suo sdegno alla notizia che a Bergamo era stato negato l'accesso allo stadio a due bimbetti perché sprovvisti della tessera, in possesso invece del loro babbo che li accompagnava.

E proprio qui sta uno dei punti dolenti dello strumento: dopo uno dei tanti nadir del football nostrano, l'uccisione dell'ispettore Filippo Raciti durante gli scontri in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, con la tessera si voleva provare a isolare i violenti e a far tornare le famiglie nelle arene calcistiche italiane. Gli stadi, si disse all'epoca, si sarebbero di nuovo riempiti dopo anni di magre – per la verità causate non solo dalle intemperanze degli ultras. I dati hanno da subito smentito Maroni e il suo entourage. Se nell'ultima stagione senza tessera, la 2009-10, l'affluenza totale in Serie A fu di circa nove milioni e 200mila spettatori, con una media per match di 25.570 unità, nella scorsa stagione si è scesi a otto milioni e 400mila, per un dato a partita di 24.655 tifosi. Il 2013-14, che ormai sta chiudendo i battenti, dovrebbe presentare un leggero incremento, ma siamo ben lontani dai livelli dell'età dell'oro del calcio italiano. Se ci spostiamo in Serie B le cose vanno ancora peggio: 5mila spettatori a partita sono veramente pochini, soprattutto se paragonati agli oltre 17mila della serie cadetta inglese, tanto per volgere lo sguardo oltre confine. Ma d'altronde, sempre rimanendo nell'ambito dei principali campionati continentali, si nota che nella classifica delle dieci squadre con maggior seguito allo stadio non ne compare nemmeno una del Bel Paese, ma tante inglesi, spagnole e tedesche. Eppure l'Olimpico e San Siro, che ospitano squadre di primo piano del nostro calcio, hanno capienze intorno agli 80mila posti.

“Noi lo avevamo detto sei anni fa che la tessera non sarebbe servita a nulla, ma anzi avrebbe solo creato problemi alla stragrande maggioranza dei tifosi che si recavano allo stadio, in casa o in trasferta, per seguire la propria squadra del cuore” ha dichiarato a pagina99 l'avvocato Lorenzo Contucci, da anni in prima fila per la tutela dei diritti dei tifosi. Tuttavia Contucci non è troppo ottimista sugli sviluppi futuri. “Temo che possa cambiare ben poco e che gli annosi problemi del calcio italiani continueranno a non essere risolti”.

Probabile che qualche novità sul fronte governativo si materializzerà dopo le elezioni europee, quando anche i fatti della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina avranno abbandonato le prime pagine dei giornali.

Ma per quali ragioni la tessera del tifoso è stata percepita come uno strumento vessatorio, e non solo dalla eterogenea galassia degli ultras? In primis perché di fatto rappresentava una schedatura di massa, dal momento che viene rilasciata solo dopo il nulla osta da parte della questura di competenza – che la nega a persone soggette a Daspo in corso o che hanno ricevuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni. Senza la tessera, almeno inizialmente, non si aveva la possibilità di andare in trasferta o di acquistare abbonamenti. Oltre a uno strumento volto a garantire maggiore sicurezza negli stadi, agli occhi di tanti appassionati la creatura di Maroni è sembrata un enorme favore fatto ai club, che per fidelizzare i loro “tifosi-clienti” vendevano loro una carta di debito ricaricabile affidandosi ai principali circuiti bancari e alla Lottomatica. Sebbene poi anche su questo versante non tutto sia funzionato al meglio. 

“Ho vari amici e parenti che hanno ricevuto la tessera dopo un anno, con tutti i problemi che questo ha comportato”, ci ha raccontato Gianmarco Pirozzi, supporter del Napoli. I ritardi, che il club partenopeo addebita alla piattaforma scelta, la Postpay, in alcune occasioni hanno impedito l'acquisto dei biglietti, ma più spesso hanno causato problemi a chi seguiva la squadra lontano dal San Paolo. Una volta presentatisi ai tornelli sì con il biglietto, ma solo con la richiesta della tessera, i tifosi andavano incontro a infinite polemiche con gli steward e fastidiose lungaggini varie. E quello quello del Napoli non era un caso isolato.

Come se non bastasse, il 14 dicembre 2011 il Consiglio di Stato ha accolto un ricorso presentato dal Codacons e ha dichiarato illegittimo l'abbinamento obbligatorio della tessera con l'acquisto di carte di credito elettroniche, di fatto limitandone il potenziale commerciale. 

Insomma, le prime crepe si sono notate abbastanza presto, ma a scardinare in maniera forse definitiva il “sistema tessera” è stata la nuova Roma targata Usa. Nel marzo 2013, ha ottenuto il permesso dal Viminale di introdurre la sua fidelity card slegata da controlli e schedature, ma con gli stessi requisiti di emissione previsti per la tessera (quindi si può rilasciare solo ai tifosi “per bene”). Un esempio seguito da diverse società: Napoli, Fiorentina, Genoa, Parma, Bologna e Lazio. Come strutturata, la fidelity card è subito apparsa un prodotto più vicino alle membership delle squadre inglesi, che afferiscono solo al rapporto club-tifoso, lasciando fuori lo Stato. 

A Cesena, come ci ha spiegato Roberto Checchia, presidente del coordinamento dei club di supporter del team romagnolo, si è arrivati addirittura a dare la gestione diretta della tessera ai tifosi. “Insieme a Te”, lanciata lo scorso luglio, è anche essa svincolata dai circuiti bancari e dal vaglio preventivo della questura. Serve solo l'ok del Centro Elettronico Nazionale di Napoli, che controlla se i richiedenti siano soggetti a Daspo o abbiano ricevuto condanne per reati da stadio. “Nella prima stagione le cose sono andate bene, abbiamo emesso oltre 1.500 tessere e le persone si sono dette molto soddisfatte di questa nuova esperienza” afferma Checchia entusiasta.

Certo, il ministero degli Interni, tramite l'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, poteva sempre vietare le trasferte ai possessori delle nuove fidelity card. Ma lo stesso è accaduto in varie occasioni anche per chi aveva la tessera. Un altro dei tanti corto circuiti dello schema ideato dall'attuale governatore della regione Lombardia, il quale avrebbe “clonato” in malo modo un progetto già esistente. Ovvero la Carta del tifoso, ideata dall'imprenditore italo-inglese Anthony Weatherill. Dopo Calciopoli, altra pagina tristissima del football made in Italy, e la tragica scomparsa dell'ispettore Raciti, a Weatherill venne in mente che fosse indispensabile un mezzo per rinfocolare la passione dei normali fruitori del fenomeno calcio, non più visti unicamente come clienti da spremere, ma quali soggetti attivi e con voce in capitolo. “Lo sport reca in sé un insieme di valori molto alti, che dovrebbero essere presi ad esempio nel mondo attuale e che invece sono ignorati, o ancor peggio calpestati” ci ha detto Weatherill. 

“Il progetto Carta serviva a conservare questi elementi di grande rilievo, tuttavia le istituzioni sportive, che avrebbero dovuto apprezzare una tale iniziativa, hanno finito per stravolgere una pratica sportiva ultracentenaria. Se si vuole risolvere veramente i problemi del calcio bisogna ripartire dal rispetto dei valori da parte di tutti quelli che hanno a che fare con lo sport, nessuno escluso” ha aggiunto Weatherill, che ci ha illustrato come con il suo progetto sarebbero stati i tifosi a riempire di contenuti e servizi la carta, in base alle proprie esigenze. “Tutto sarebbe nato dal basso, e non calato dall’alto come è accaduto nell'ultimo periodo”, ha concluso l'imprenditore, profondamente deluso dallo “scippo subito” (per il quale è ricorso alle vie legali) e per come siano andate le cose in questi anni nel football nostrano. E non è l'unico. 
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martedì 20 maggio 2014

Criminalizzare le curve per lavarsi la coscienza



Vi posto un interessante articolo tratto da La Gazzetta Palermitana, in cui viene sviluppato un tema fondamentale: il bisogno, la necessità per i perbenisti italici (e non solo) di trovare un "altro" da cui prendere le distanze per tutelare la propria presunta integrità morale. Un capro espiatorio verso cui riversare odio: gli ultras rispondono perfettamente a questa necessità.

Arriva puntuale, in determinate stagioni, proprio come l’influenza. O come una moda che periodicamente ritorna. Parliamo della campagna di criminalizzazione del mondo delle curve italiane scatenata il 3 maggio, data della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Abbiamo già scritto su come i media hanno dimostrato maggiore irresponsabilità dei tifosi nel raccontare, con una incredibile e imbarazzante quantità di falsità, una giornata piena di tensioni. Poi sono stati i giorni dei processi pubblici sui giornali cartacei e online e nei talk show (Giletti imbattibile nel festival del luogo comune). Sul banco degli imputati, senza diritto di replica e difesa, è finito il variegato mondo delle curve. Gli ultras: il male assoluto, la causa di tutte le sventure dell’italica società. Noi de La Gazzetta Palermitana.it non ci siamo uniti a questo coro stonato.

Fin da piccolo ho sempre provato molta diffidenza nei confronti di quanti tracciano una frettolosa linea divisoria tra buoni e cattivi, senza alcuna possibilità di analisi, di approfondimento e di critica. Spesso i professori alla lavagna dell’argomento in questione ne sanno poco, molto poco. Qui nessuno vuole fare l’avvocato difensore delle curve. Chi conosce il mondo ultras sa quanto esso non ami i salamelecchi. Vogliamo soltanto rilevare come sia in atto in Italia una corale azione di purificazione attraverso la criminalizzazione delle curve.

In psicoanalisi si chiama “catarsi” che l’enciclopedia Treccani definisce così: “processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da sistemazioni conflittuali, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo (abreazione)”. La messa in scena della demonizzazione delle curve serve all’intera società italiana per lavarsi la coscienza dalle sue colpe.

Il mondo ultras è violento. Eppure siamo nel Paese dei femminicidi, soprattutto tra le mura domestiche, delle morti provocate da risse per futili motivi, dei mostri che puntualmente appaiono nelle nostre città, dai morti sul lavoro causati spesso dall’incuria dei datori di lavoro. Per non parlare di certi sadici picchiatori che non portano al collo una sciarpa ma indossano una divisa per conto dello Stato. Risposta alla provocazione: non tutti gli agenti sono mele marce. Nuova provocazione: non tutti i frequentatori delle curve sono mele marce.

 Il mondo ultras è infiltrato dalla criminalità organizzata. Siamo nel Paese dove la “mafia spa” è la prima azienda più produttiva con utili pari a cinque manovre finanziarie. L’economia è infiltrata, la politica è infiltrata, persino le confraternite religiose (come dimostra un recente fatto di cronaca a Palermo). Insomma perché stupirsi per la presenza in curva di parenti di boss nel Paese di mafiopoli?

 Il mondo ultras è corrotto per via delle scommesse illegali e le manipolazioni delle partite. Non mi sembra che la corruzione in Italia sia una novità da circoscrivere agli stadi ed al tifo organizzato.

 Mettere in scena gli “orrori” provocati dagli ultras, spesso ingigantiti e non contestualizzati, sembra servire a tutti per lavarsi la coscienza. Come se noi tutti fossimo esenti da quei mali. Ironia della sorte, a puntare il dito contro quegli “avanzi di galera” sono proprio i settori della società che hanno tanto da farsi perdonare. Criminalizzare gli ultras per illuderci che il male del nostro tempo possa essere recintato senza alcuna contaminazione.

Il mondo delle curve è più semplicemente lo specchio della società, nelle sue facce migliori e peggiori. Chi vuole parlare di questo mondo deve conoscerlo dall’interno perché troppo complesso per affibbiargli banali categorie. Nelle curve (come nel resto della società) troverete un coacervo di pulsioni spesso contraddittorie: onore e infamia, passione e psicosi, violenza becera e cavalleria di altri tempi, solidarietà e avversione. E se invece di avventurarci in superficiali analisi, tipiche di trasmissioni come L’Arena, scomodassimo qualche grande pensatore contemporaneo scopriremo perché le curve sono un micidiale polo di attrazione per i giovani. Nel nostro tempo della “società liquida”, descritta dal grande sociologo Zygmunt Bauman, l’uomo postmoderno cerca corpi solidi a cui legarsi. Le curve forniscono un naturale immaginario identitario (i colori sociali, la territorialità) che la società globalizzata nega con una violenza subliminale. Sono processi e dinamiche sociali di “resistenza identitaria”, delineate da un altro gigante del pensiero sociologico quale Manuel Castells, che prendono forme incontrollabili. Sono tutte tematiche delicate e complesse che certo giornalismo attrezzato culturalmente solo per commentare il Grande Fratello, o la classe politica che (da una parte e l’altra) sfoggia personaggi come Scajola e Genovese, non sono in grado di capire.

 Se qualche “novello solone” provasse a conoscere il folle e variegato mondo delle curve cambierebbe idea. Alcuni conoscendo i lati più negativi odieranno ancora di più gli ultras, altri inizieranno a comprendere le reali dinamiche di questo ambiente rischiando di provare qualche colpevole simpatia. Di riflesso, sicuramente, spegnerebbero la tv alla vista di Giletti.

Un tedesco, tale Johann Wolfgang Goethe, scriveva: “non si possiede ciò che non si comprende”.
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martedì 13 maggio 2014

‘Speziale libero’: lo striscione-manifesto negli stadi di tutta Europa (e alla Fiat)




Tratto da Il Fatto Quotidiano

Un’onda che attraversa l’Europa dal Portogallo alla Macedonia, unendo le curve e gli operai. Gli ultras fanno fronte comune contro la condanna a 5 anni di daspo di Genny ‘a Carogna anche per aver indossato la t-shirt ‘Speziale libero’. E nei settori del tifo organizzato si moltiplicano gli striscioni che invocano giustizia per il ragazzo catanese condannato a 8 anni per l’omicidio dell’ispettore di Polizia Filippo Raciti. Non solo Germania, dunque. Nel corso del week end le prese di posizione sono arrivate anche nel resto d’Europa e ovviamente da parte del tifo organizzato italiano. A Salerno, Vicenza e Sassari sono comparsi striscioni su alcuni cavalcavia. I tifosi della squadra veneta, impegnata nei playoff promozione contro il Savona, hanno alzato dei fogli con il testo dell’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di espressione e la copertina del libro ‘Il caso Speziale’, pubblicato dal giornalista Simone Nastasi che ripercorre le tappe di un processo sul quale – secondo molti – permangono zone d’ombre.

Quello che il mondo delle curve contesta è l’interpretazione della maglia indossata dal capoultras dei Mastiffs in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Non si tratta a loro avviso di un’offesa alla memoria di Raciti ma della richiesta di giustizia per una sentenza ritenuta sbagliata. I tifosi dell’Andria hanno espresso il concetto con ironia: “Scajola libero… ci diffidate tutti?”. Situazione simile sugli spalti del Savoia e allo Jacovone di Taranto: “Articolo 21… libertà di espressione ma in questa nazione è solo contraddizione”. Anche a San Siro, prima di Inter-Lazio, la curva nerazzurra ha esposto uno striscione per contestare la decisione contro Gennaro De Tommaso: “Dateci il daspo a vita. Verremo a casa vostra a vedere la partita. Siamo tutti un po’ carogne”. Senza mezzi termini, gli ultras della Nocerina: “Per Speziale è chiedere verità… applaudire assassini pura infamità”, un chiaro riferimento ai cinque minuti di applausi riservati agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi durante il congresso del Sap.

Quasi tutte le curve hanno ricordato anche Ciro Esposito, il ragazzo ferito a colpi di pistola prima di Napoli-Fiorentina. Mentre la curva della Roma ha omaggiato Daniele De Santis, l’uomo che avrebbe sparato al tifoso partenopeo. Ma è in Europa che il fenomeno è entrato prepotentemente nelle curve, spingendo il presidente del Coni Giovanni Malagò a definirsi “frastornato, come se ci fosse uno sdoganamento di certi ragionamenti fuori dai nostri confini”. “Speziale libero” è comparso in quattro campi del Portogallo, comprese le curve di Sporting Lisbona e Porto. In Germania la richiesta di giustizia per Speziale ha toccato gli spalti del Borussia Monchengladbach fino ad arrivare alle serie minori, oltre a Bayern, Borussia e Hertha Berlino, i cui tifosi hanno sintetizzato così il loro pensiero: “Italia è piena di vergogna ma si pensa alla Carogna”. Striscioni sono comparsi anche tra gli ultras norvegesi (Aalesund e Staebek) e austriaci (Innsbruck e Vienna) fino all’Europa dell’est, dove hanno manifestato solidarietà con il ragazzo catanese anche le curve di Slovan Bratislava, Dinamo Tblisi, Skopje, Spartak Trnava e Galatasaray.

E in mattinata la richiesta pro Speziale è arrivata anche davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, mischiandosi con le rivendicazioni operaie. Un gruppo di lavoratori del Comitato di lotta, che protesta davanti all’ingresso 2 per chiedere il ritorno al lavoro a tempo pieno di tutti i dipendenti, ha indossato una t-shirt con lo slogan “Speziale libero. Marchionne dimettiti” e ha esposto dei cartelli con un fotomontaggio dove appare il corpo di Gennaro De Tommaso e la testa dell’ad della Fiat, oltre alla scritta “Marchionn… chi è ‘a carogn?”.
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lunedì 16 luglio 2012

Il Sistema non è riformabile. Va sabotato.




L'Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana, quella che Bersani ama definire "la più bella Costituzione del mondo", salvo poi dimenticarsela puntualmente quando si tratta di votare leggi contro i lavoratori, i pensionati, le donne, gli omosessuali, ecc..., recita così:

"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni."

Pertanto mi appello all'articolo 21 per dire quanto segue:

Dopo le condanne per reati di devastazione e saccheggio inflitte a ragazzi che erano a Genova durante il G8 del 2001, e confrontando le stesse con le tenui condanne inflitte ai dirigenti di polizia che causarono "la più grande sospensioni delle libertà democratiche in un paese occidentale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale" (cfr Amnesty International), posso senz'altro affermare che lo stato di diritto, in Italia, non esiste più. Non c'è equità tra le pene inflitte, né criterio di proporzionalità. Erano anni, anzi decenni, che questa situazione si protraeva: questa è l'ennesima, ultima goccia che fa traboccare il vaso. Genova è stata, per la mia generazione, la dimostrazione della violenza e del fascismo liberale e liberista del Sistema. Dopo undici anni posso affermare senza timor di smentita che non c'è stata giustizia.
Il Sistema ha vinto. Così come nel 1925 il Fascismo vinse definitivamente la sua battaglia sul piano istituzionale, e fu necessario organizzare la resistenza sul piano extraistituzionale.

Pertanto ritengo sia necessario lottare con ogni mezzo contro questo Sistema oppressivo, che ormai ha raggiunto dimensioni planetarie. Che ognuno organizzi la lotta come meglio crede: con la parola (come fa questo blog) o con altri mezzi. Socializzi, collettivizzi, costruisca reti di relazioni e di lotta. Quando un Sistema opprime i cittadini è sempre una dittatura. Esistono le dittature nazifasciste, le dittature staliniste, e le dittature liberali, che si autodefiniscono democratiche eppure violentano la democrazia a proprio uso e consumo.

Ognuno contrasti il Sistema, in ogni luogo e con ogni metodo. Ognuno operi per il sabotaggio sistematico di ogni ganglio del Sistema. Anche mettere una croce su un simbolo elettorale può essere un canale di espressione e di ribellione al Sistema. L'importante è non credere MAI che sia sufficiente l'espressione di un voto per essere e sentirsi liberi. Chiunque creda che la lotta politica si possa esplicare SOLO tramite gli strumenti che il Sistema mette a disposizione (elezioni, raccolta firme, referendum) è un folle utopista. Allo stesso modo: chiunque creda che l'unica soluzione sia imbracciare un fucile o lanciare una bomba, è un velleitario utopista. Ed io, di questi cazzo di utopisti, ne ho piene le palle.

E adesso, arrestateci tutti.

domenica 2 gennaio 2011

Il derby che seppellì la tessera del tifoso




Il caso della partita Lecce-Bari rischia di smascherare le falle del provvedimento di Maroni per arginare la violenza negli stadi. Così il ministro dell'Interno chiede alle autorità pugliesi di rivedere la loro decisione di far giocare l'incontro a porte chiuse
Il prefetto di Lecce tira, il ministro dell’Interno respinge d’istinto. E rilancia l’azione. Se fosse calcio giocato, potrebbe riassumersi così il botta e risposta tra Mario Tafaro e Roberto Maroni in merito alla decisione di far giocare a porte chiuse il derby pugliese di Serie A tra Lecce e Bari, in programma il 6 dicembre nel capoluogo salentino. Una partita sentita (e quindi ad alto rischio incidenti), un appuntamento che le tifoserie aspettano sin dalla stesura del calendario 2010-2011 (nella massima Serie le due squadre non di affrontano dal 31 marzo 2001), alcuni precedenti non beneauguranti (disordini nel 2008 e 2000), due relazioni delle Questure a segnalare movimenti sospetti delle opposte fazioni ultras: tutti sintomi che hanno spinto il Prefetto di Lecce a ritenere troppo alto il pericolo per l’incolumità pubblica.

Da qui la decisione, comunque dolorosa: far disputare la gara senza gente sugli spalti. Mario Tafaro, però, non aveva fatto i conti con il ministro dell’Interno, il padre putativo della tessera del tifoso. Per Maroni, infatti, il derby pugliese a porte chiuse rappresenterebbe la sconfitta più amara per la sua adorata creatura, che in estate ha provocato l’ira delle tifoserie organizzate ma che, nonostante qualche falla normativa, i suoi frutti li stava dando. E così il ministro è passato al contrattacco, prima dichiarandosi perplesso per la scelta del Prefetto, poi annunciando di volerlo ascoltare per comprendere i motivi della sua presa di posizione e, dulcis in fundo, rimettendo la palla in gioco. Come? Chiedendo alle autorità pugliesi di riunirsi per rivedere la decisione. L’appuntamento è già stato fissato: il 3 gennaio i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica di Bari e Lecce si incontreranno nel capoluogo regionale per fare una nuova valutazione in merito alla possibilità di far giocare la partita a porte aperte (o almeno parzialmente chiuse). La morale della favola è come il famoso bicchiere dell’ottimismo: mezzo pieno per Maroni e per i tifosi – che vedono aprirsi uno spiraglio – , mezzo vuoto per gli addetti alla sicurezza, che avevano analizzato con cura quanto riferito loro dalle Questure. Secondo quella di Bari, nelle ultime tre settimane i supporters biancorossi avrebbero sottoscritto tra le cinquemila e le seimila tessere del tifoso appositamente per assistere alla sfida del Via del Mare, con il rischio concreto di un maxi esodo di quasi sedicimila unità.

Non solo. A quanto pare, le frange più violente del tifo di Bari avrebbero programmato un appuntamento per il 5 gennaio nella pineta di Torre dell’Orso per organizzare una spedizione punitiva di massa nel centro di Lecce. La notizia, però, non sarebbe stata troppo segreta, visto che nel capoluogo salentino gli ultras avrebbero già messo a punto le contromisure. Per chi deve garantire la sicurezza il rischio era solo uno: un pomeriggio di guerriglia urbana e ordinaria follia. Da qui la decisione di chiudere lo stadio, esigenza che anche ieri dalla Prefettura di Lecce hanno continuato a difendere, nonostante la discesa in campo di Maroni e le rimostranze dei sindaci delle due città (Michele Emiliano se l’è presa con Alfredo Mantovano, che dopo gli incidente del 2008 aveva promesso che i tifosi del Bari non sarebbero andati a Lecce per molto tempo). Insomma, nella guerra tra poteri e a prescindere da come andrà a finire, chi ci ha perso è solo l’immagine del calcio italiano.

martedì 21 dicembre 2010

La nostra violenza è una reAzione alla violenza del Sistema





Va chiarito una volta per tutte: la tanto stigmatizzata violenza di piazza di studenti, lavoratori, disoccupati, terremotati, cittadini pieni di immondizia, ecc... è sempre e solo una reAzione alla violenza (fisica, economica, sociale, culturale, psicologica ed esistenziale) del Sistema.
Quale Sistema? Quello che consente a due schieramenti politici falsamente alternativi (i cosiddetti centrodestra e centrosinistra) di governare in difesa dei poteri forti e contro gli interessi dei lavoratori e delle famiglie; quello che considera più grave il lancio di un sanpietrino rispetto ai milioni di disoccupati e precari che non riescono ad arrivare a fine mese; quello che viene incontro alle richieste dei vari Marchionne di turno ed ignora puntualmente quelle degli anonimi lavoratori; quello che non da' risalto alle manifestazioni di protesta dei cittadini solo se queste sfociano in atti di vandalismo e violenza.
E le forze dell'ordine, loro malgrado, sono i difensori del Sistema, quindi sono avversari di chi contrasta il Sistema. E le forze dell'ordine difendono un Sistema che li sfrutta, li umilia, e li fa odiare da tanta gente.

Non si sa ancora se, dopo i proclami e le gasparrate del Regime Berlusconiano, la manifestazione di domani sarà un successo o un insuccesso, sarà pacifica o vedrà qualche scontro. Quindi lo diciamo subito: eventuali atti di vandalismo o violenza sono da intendersi come CONSEGUENZA della violenza che il Sistema produce su ognuno di noi quotidianamente, in ogni aspetto della nostra vita individuale e comunitaria.
Non vogliamo sentire i soliti "soloni" pronti a solidarizzare con le forze dell'ordine e a criticare i manifestanti. Vogliamo sentire qualcuno che, indipendentemente dai risvolti pacifici e/o violenti dei cortei, focalizzi l'attenzioni sulle RAGIONI che spingono migliaia di persone a scendere in piazza a manifestare.
Detto in parole povere: non vogliamo più critiche su COME si manifesta, ma vogliamo un giudizio sul PERCHE' si manifesta.
Chiaro???
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martedì 16 novembre 2010

Denunciate questo funzionario!

Come è possibile che questo esemplare continui a dirigere una azione di polizia? Mentre c'è un confronto, dopo aver minacciato di caricare i cittadini "colpevoli" di solidarizzare con gli immigrati sulla gru, il suddetto funzionario ordina di caricare i cittadini e CATTURA un manifestando decidendo, con questo atto UNILATERALE, di alzare la tensione.
Chiediamo ai cittadini bresciani di denunciare questo individuo, il cuo volto è ben visibile.