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sabato 21 giugno 2014

100 regole per il militante comunista



Vi posto un interessante documento, tratto dalla pagina facebook dei Maestri del Socialismo, in cui vengono elencate poco più di cento regole atte a forgiare e indirizzare il militante comunista.
Come si vedrà, sono regole semplici eppur fondamentali per chi decide di dedicare la propria vita alla lotta, al cambiamento sociale, alla libertà e all'eguaglianza nella solidarietà.

Quello che segue è una piccola dispensa di formazione con più di 100 idee che permetteranno di sviluppare la militanza di ogni sincero comunista al servizio dell'organizzazione proletaria rivoluzionaria. Scritti dalla UJCE (Unione delle Gioventù Comuniste di Spagna) e denominate "La cassetta degli attrezzi" quelli che seguono sono concetti utilissimi per servire da consigli - o semplici riflessioni - riguardo le modalità più adeguate di praticare una militanza quotidiana, così come di avere una buona cultura politica di base. Si ringrazia il compagno Francesco Delledonne, coordinatore dei Giovani Comunisti di Milano, per la traduzione (dal sito http://archivo.juventudes.org/) e diffusione.

IL CONCETTO DI ORGANIZZAZIONE
1. Organizzarsi è distribuire incarichi e mettersi al lavoro.
2. La nostra cultura è metodo di lavoro, metodo di organizzazione, metodo di intervento politico.
3. Tutti abbiamo un incarico di cui rendere conto.
4. In una organizzazione marxista-leninista non c'è distinzione dirigenza-base. Dal momento in cui assumi un incarico di cui rendere conto, fai già parte della dirigenza a un certo livello.
5. L'organizzazione non è un ente astratto, sono tutti e ciascuno dei suoi militanti. È una unità superiore alla somma delle parti, perché i militanti sono uniti da un progetto, da una strategia, una cultura e un metodo.
6. Il lavoro fondamentale dell'organizzazione politica è verso l'esterno, verso la società. Verso l'interno rimane solo il mantenimento e l'estensione dell'apparato e la formazione dei quadri.

LA MILITANZA E I QUADRI
7. Un quadro è uno che sa agire in qualsiasi circostanza e situazione all'interno della linea politica dell'organizzazione.
8. Un quadro non è un robot che fa quello che gli si ordina, né un pappagallo che ripete indicazioni lette nei libri o sentite da qualche parte. Un quadro non è un "monaco soldato" che combatte e indottrina.
9. Un quadro analizza la realtà che lo circonda a tutti i livelli, organizza le persone intorno a problemi e interessi concreti, cercando sempre soluzioni collettive, agisce per legarsi alle persone verso cui si dirige, non solo ai comunisti.
10. Ogni militante passa, inevitabilmente, attraverso varie crisi nella sua militanza. La prima di questa è la "crisi del primo anno (approssimatamente)", nella quale il militante inizia a rendersi conto del senso di ciò che sta facendo come militante comunista, al di là delle simpatie e dei desideri astratti di "fare delle cose". Solitamente si verifica la prima volta in cui dà la priorità al collettivo rispetto a qualcosa di personale.
11. La "sindrome della prima difficoltà", che non ha a che vedere con la "crisi del primo anno", si ha quando il militante si trova di fronte per la prima volta un compito importante e fallisce. Quindi si aprono diversi cammini: rinunciare, andare alla ricerca di responsabili [...] o analizzare gli errori commessi e impegnarsi a superarli individualmente e collettivamente. Quest'ultima opzione è quella che ci converte in quadri. Arricchirà l'organizzazione e ci arricchirà come persone.
12. La "sindrome dell'ultima tappa" si ha quando un militante ha esaurito un ciclo nell'organizzazione (che sia a livello di collettivo, regionale o centrale) e non vuole ammetterlo. Quando un militante esaurisce un ciclo e non è in grado di riconoscerlo, si converte in un problema. In questa sindrome operano difetti concreti come l'individualismo, il ritenersi indispensabile, il disprezzo e la sottovalutazione verso i nuovi quadri, credere che l'organizzazione sia di propria proprietà, ecc.



13. La versione più grave della "sindrome dell'ultima tappa" si ha quando il militante deve lasciare l'organizzazione. A quel punto si manifesta come un acuto sentimento di credersi insostituibile o come una paranoia perfezionista che pretende di risolvere assolutamente tutti i problemi prima di lasciare l'organizzazione.
14. Quando militi in una organizzazione-scuola, gli sbagli, gli errori, sono inevitabili e necessari se vogliamo imparare qualcosa.
15. Ogni militante, non importa la sua esperienza, la sua formazione o la sua convinzione, è pieno di pregiudizi, di valori e di comportamenti propri dell'ideologia dominante.
16. Se con l'essere un militante comunista uno fosse già libero dai pregiudizi, se il lavoro militante fosse facile, se il rapporto fra rivoluzionari fosse semplice, la rivoluzione sarebbe già stata fatta da parecchi anni.
17. Il lavoro dei comunisti è sistematizzare, dare un senso all'interno di una strategia generale a tutte le lotte parziali, tutti i mezzi di lotta all'interno di una strategia generale, orientando tutto verso obiettivi concreti, all'interno di una fase concreta della rivoluzione.
18. Il legame del militante all'organizzazione è politico, non emotivo/emozionale.
19. È imprescindibile saper separare il personale dal politico.
20. L'organizzazione non esiste per cercare amicizie e relazioni amorose, anche se può succedere.
21. Un comunista non è mai solo: ha, da un lato, la solidarietà incrollabile dei suoi compagni; dall'altro, si lega ad ampi settori ed è un referente nel suo campo d'azione.
22. La pazienza è la virtù più grande del rivoluzionario.
23. La nostra cultura militante, il nostro concetto di militanza è quello dello sforzo e della responsabilità, non del sacrificio e della colpa.
24. Il sacrificio e la colpa sono valori cristiani. La militanza esige sforzi grandi e piccoli però, soprattutto, costanti e quotidiani.
25. Concepire la militanza come sacrificio presuppone concepire la lotta a partire dalla privazione, dalla costrizione, dal contenimento.
26. La Rivoluzione non è privazione, è creazione. Per questo noi "non renunciamo né alla Rivoluzione né all'allegria".
27. "L'allegria di fronte agli oppressori è la vittoria della resistenza". (Che Guevara)
28. La colpevolezza implica castigo, penitenza. La responsabilità collettiva implica solidarietà, autocritica, disciplina consapevole e miglioramento di sé.
29. Essere direzione, essere dirigente, vuol dire essere responsabile, dal momento in cui ci si assume un incarico al momento in cui si rende conto di esso.

LO STILE DI LAVORO NEI FRONTI DI LOTTA
30. La militanza nella Gioventù Comunista non è nulla se non è accompagnata da lavoro di massa, da lavoro nei fronti di lotta.
31. Il lavoro dei comunisti è aprire fronti di massa all'interno della loro strategia.
32. Mettere le masse nell'organizzazione politica a discapito dei fronti è eurocomunismo.
33. Quando il partito può tutto e le masse solamente osservano e delegano, è eurocomunismo.
34. Mai si è costruita una avanguardia o si è conquistata egemonia vincendo una votazione congiunturale.
35. Non confondere l'avanguardia con l'andare da soli. L'avanguardia non è andare da soli, è andare avanti "con gli altri".
36. Il carattere di avanguardia si può conquistare e si può perdere, si può condividere o no, ma mai viene attribuito a tavolino.
37. Non confondere l'egemonia con l'egemonismo. Cercare la maggioranza aritmetica è egemonismo. Egemonia è unire un'ampia alleanza intorno alle proprie proposte, ai propri principi, ai propri valori, attraverso l'esperienza e la pratica.
38. Non confondere la firmezza negli obiettivi (strategia) con il massimalismo. Massimalismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere "tutto o niente, adesso o mai più... e se si è da soli, meglio."
39. Non confondere la flessibilità nelle "forme" (tattica) con il possibilismo. Possibilismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere tutto il possibile senza cambiare i rapporti di forza e perciò rendendo impossibile il cambiamento reale.
40. Essere minoranza in un movimento però rispettare gli accordi senza rompere con il movimento permette di ottenere il rispetto e la fiducia di TUTTO il movimento.
41. Le manifestazioni non appartengono a delle sigle né a chi le convoca, appartengono a ogni persona che faccia proprie le parole d'ordine che muovono la manifestazione, che faccia propria questa lotta.
42. Uno slogan non ha l'obiettivo di dimostrare quanto siamo "rossi", ma deve dimostrare che i problemi hanno una soluzione, che è possibile organizzarsi, combattere e vincere.
43. Gli slogan "comunisti" nelle manifestazioni sono solo validi nelle manifestazioni di soli comunisti.
44. Le manifestazioni di soli comunisti sono i congressi, le conferenze e la Festa del Partito.
45. Se il settarismo è mettere se stessi davanti agli interessi del movimento, [...] non c'è nulla di più settario del credere che l'organizzazione basti per se stessa per fare la rivoluzione.
46. Una manifestazione organizzata con altre persone si fa con delle parole d'ordine unitarie che vanno rispettate.
47. L'organizzazione subisce gli effetti dei cicli di mobilitazione e di conflitto sociale in grado più o meno forte in funzione della sua solidità organica, ideologica e politica.
48. Nei momenti critici di una mobilitazione, se l'organizzazione è orientata verso l'esterno si espande, cresce e incrementa notevolmente la sua militanza, rendendo il lavoro politico appassionante, creativo e vigoroso.
49. Quando si esaurisce il ciclo, i militanti occasionali si allontanano e il lavoro si fa più mediocre e pesante.
50. In momenti di calma, l'organizzazione si restringe, ma bisogna evitare che si ripieghi su se stessa. Ogni conflitto interno implica la ritirata.
51. I momenti di calma sono propizi per il lavoro di lungo termine: la stabilizzazione dei fronti di massa nati nel calore della mobilitazione, la formazione dei militanti perché il minor numero possibile se ne vada a casa, il rafforzamento dell'organizzazione. Sono periodi di accumulazione, di crescita lenta.
52. Nei momenti di calma, bisogna stabilizzare i fronti di lotta creati nel calore della mobilitazione, stabilizzare le alleanza e formare i quadri.
53. Se l'organizzazione si riduce nei momenti di calma è perché è debole, non [per forza] a causa di una direzione sbagliata.
54. Se i quadri abbandonano l'organizzazione durante i cicli di mobilitazione, questo indica una debolezza ideologica dell'organizzazione.
55. Se la propaganda piace solo ai militanti, vuol dire che è fatta male.
56. La propaganda deve convincere quelli non convinti, non riaffermare costantemente a quelli già convinti.

L'ORTODOSSIA: QUESTA GRANDE SCONOSCIUTA
57. Il marxismo non è un libro di ricette, è il metodo di analisi.
58. Il leninismo non è un libro di citazioni, è il metodo di lavoro esterno e interno.
59. La formazione è essenziale, però un'organizzazione incentrata nella formazione diventa un gruppo di studio.
60. Organizzazione-scuola significa apprendere lottando, non essere una scuola nel senso accademico.
61. Nessuno entra nella Gioventù Comunista essendo già marxista o comunista. Chi crede questo, si sbaglia.
62. Le competizioni fra chi è più di sinistra, più leninista o più ortodosso, sono infantili e nascondono sempre un'attitudine leggera nei confronti del lavoro politico.
63. La ortodossia nel marxismo, come diceva Lukács, è circoscritta a questioni di metodo.
64. La politica non è folklore.
65. Il folkore è per i bar.
66. L'ortodossia non è il folklore.
67. L'ortodossia, nel senso buono del termine, è il metodo di analisi, il metodo di intervento politico, lo stile di lavoro.

SU DINAMICHE E GRUPPI DI LAVORO: CRITICA, AUTOCRITICA, FIDUCIA
68. Al principio marxista della critica spietata si deve aggiungere il principio leninista della fiducia incrollabile fra rivoluzionari.
69. I gruppi di direzione sviluppano le decisioni degli organismi di direzione a cui devono rendere conto, e assumono decisioni all'interno della linea politica dei congressi, delle conferenze e di questi.
70. Nessuna critica è legittima se non è accompagnata da soluzioni, lavoro e corresponsabilità.
71. Le differenze non generano inevitabilmente mancanze di fiducia.
72. Qualsiasi sfiducia, per piccola che sia, ben alimentata può portare a una scissione.
73. La maggior parte delle differenze e dei problemi interni hanno un'origine personale o giungono al punto di rottura quando si introduce l'elemento personale, la mancanza di fiducia.
74. Le differenze gravi sono di tipo politico, in particolare politico-ideologico e politico-strategico. Queste possono convertirsi facilmente in scontri, il resto no.
75. La sfiducia e le differenze personali tendono sempre a nascondersi dietro a differenze politiche gravi. Nella maggior parte dei casi la differenza politica è insignificante, ma la sfiducia la alimenta interessatamente.
76. Per superare una mancanza di fiducia, sono imprescindibili la sincerità e la responsabilità.
77. Un gruppo di lavoro si basa sulla fiducia reciproca. Senza di essa, diventa un CDA aziendale.
78. Il metodo di lavoro di un gruppo dirigente comunista è la fiducia, la corresponsabilità, la responsabilità individuale, la direzione collettiva, la solidarietà. Il metodo di lavoro in un gruppo dirigente di un'impresa è la mezza verità, la bella mostra personale, la competizione.
79. In un gruppo dirigente comunista, i quadri fanno il proprio lavoro e contribuiscono perché gli altri lo facciano per il bene dell'organizzazione. in un gruppo dirigente di un'impresa, i quadri fanno il proprio lavoro e si intromettono e criticano quello degli altri per interessi personali e di gruppo.
80. Di fronte a un errore collettivo, non si può dire "io ho fatto la mia parte, non ho colpa". Questo è individualismo.
81. Nel lavoro politico non c'è angoscia, c'è tensione.
82. La tensione aiuta il lavoro.
83. La tensione che non aiuta il lavoro è angoscia.

IL RAPPORTO DIREZIONE-BASE
84. Dirigere è gestire le contraddizioni: evitare che diventino conflittuali e trasformarle in complementari.
85. Ogni ricerca di punti di rottura nel seno dell'organizzazione, ogni atteggiamento che acutizza un confronto è una grave irresponsabilità.
86. Le direzioni in senso lato (tutti i quadri, tutti quelli con responsabilità, tutti i militanti) devono gestire le contraddizioni interne per neutralizzarle e superarle, non per alimentarle. Ognuno deve fare la propria parte.
87. La dinamica di costante discussione e dibattito negli organismi senza divisione di lavoro concreto è parlamentarismo.
88. La dinamica di critica costante, senza fornire soluzioni, è un tipo specifico di dinamica parlamentarista, il tipo di dinamica "governo-opposizione".
89. La dinamica interna "governo-opposizione" si nasconde sempre in un divorzio fra direzione e base.
90. La dinamica interna "governo-opposizione" distrugge il senso collettivo del lavoro e la corresponsabilità. Pone le basi per la frattura dell'organizzazione, anche se questo non è il suo obiettivo. È incompatibile con un'organizzazione centralista democratica, marxista-leninista.
91. Rompere le dinamiche parlamentariste non significa escludere la critica o le opinioni divergenti, ma renderle compartecipi del lavoro collettivo.
92. Quando una direzione si distacca dai collettivi, bisogna riconnetterla.
93. Le direzioni non sono infallibili, né tantomeno i compagni con responsabilità, se si sbagliano bisogna aiutare.
94. La direzione è collettiva, la responsabilità è individuale. Questo significa che gli incarichi concreti possono fallire individualmente, ma se l'organizzazione nel suo insieme va male, il problema è collettivo, politico.
95. Considerare un problema dell'organizzazione e quindi collettivo, politico, come una responsabilità o "colpa" esclusiva "della direzione" è fuori da una concezione collettiva dell'organizzazione. A meno che ci siano differenze politiche gravi (ideologiche e/o strategiche) nel qual caso l'organizzazione affronta una crisi.
96. Le contraddizioni interne si superano con lavoro, lavoro e ancora lavoro.
97. I metodi e il lavoro politico superano i problemi, i metodi amministrativi li nascondono.

IL VELENO O LA SEMINA DELLA SFIDUCIA
98. Osservato costantemente per mezzo di un microscopio, il lavoro di nessuno è molto brillante.
99. Nelle questioni politiche, ci si deve fidare prima di un compagno che di qualsiasi altro.
100. Mai parlare pubblicamente male di un compagno.
101. Quando c'è un qualunque tipo di problema con un compagno, bisogna parlarne direttamente con questa persona prima che con qualiasi altro.
102. I commenti che seguono a espressioni come "io non voglio dire nulla, però..." o "io non so nulla, però..." o "io non interferisco, però...", sono veleno.
103. Avvelenare, intossicare significa generare un clima di sfiducia verso i responsabili da parte degli irresponsabili.
104. Una volta immesso il veleno nell'organismo, intossicata l'organizzazione, nessuno può controllarlo. Solo fra tutti, collettivamente, si può trovare la cura, la disintossicazione.
105. Le verità responsabili, che aiutano l'organizzazione per quanto dure che siano, si dicono in faccia, i veleni invece vengono detti a lato o alle spalle.

LO STILE DI LAVORO INTERNO
106. La direzione collettiva implica che i successi e gli errori sono collettivi: di fronte ad un errore, tutti devono partecipare alla soluzione.
107. La piena fiducia interna è sintomo inequivocabile di solidità organica e ideologica.
108. Le decisioni degli organi di direzione sono pubbliche, i dibattiti no.
109. Votare negativamente a un rapporto autocritico è linciaggio personale o disfattismo.
110. Votare negativamente o astenersi su una proposta che comprende se stesso è ipocrita.
111. I dibattiti sul metodo diventano burocratici quando si antepone la forma al contenuto in decisioni che non sono contrarie agli statuti o che non sono fuori dalla politica dell'organizzazione.
112. Il centralismo democratico non implica che l'organismo centrale faccia tutto, ma che tutte le strutture unifichino i propri sforzi, le proprie politiche, le proprie risorse.
113. Gli organi di direzione centrali lo sono di tutta l'organizzazione e dirigono la politica di tutte le strutture dell'organizzazione.
114. Un responsabile politico è un direttore d'orchestra, non un uomo-orchestra.
115. I responsabili, ad ogni livello, con qualsiasi incarico, aiutano il lavoro, non fanno tutto il lavoro.
116. Non ci si occupa di nessun problema se non c'è la volontà di trovare soluzioni.
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venerdì 6 giugno 2014

Correggere gli errori del passato, non immaginare futuri migliori



"Un altro mondo è possibile", si diceva fino a qualche anno fa. Chi lo diceva, ed io ero tra quelli, immaginava la possibilità di realizzare qualcosa che non si fosse mai vista. Un mondo giusto, equo, pacifico, perfetto.
Solo con l'età, e con l'esperienza, ho conosciuto quella che viene chiamata "l'eterogenesi dei fini", cioè la distanza tra il disegno ideale e la realizzazione fattuale di un progetto (politico, esistenziale, culturale). Ed ho capito una cosa importante: l'unico futuro che si può costruire è quello che affonda le radici in ciò che si è già realizzato.
Provo a spiegarmi meglio: non esiste un sistema politico e sociale che non sia la versione, corretta e aggiornata, del sistema precedente. Persino il comunismo è da considerarsi una evoluzione, che poi si traduce in rivoluzione, del sistema socioeconomico e politico nato col capitalismo. Senza capitalismo non ci sarebbe il comunismo, perché senza le ingiustizie che il capitalismo ontologicamente produce, per realizzare profitti privati e perdite sociali, non ci sarebbe bisogno di un sistema socioeconomico che combatta e abbatta queste ingiustizie.

Come è noto, si suole utilizzare il termine "comunismo" per indicare cose molto diverse tra loro, e ovviamente ognuno ritiene quel comunismo migliore di quell'altro. Pensiamo alle diatribe tra Rosa Luxemburg e Lenin, alla divisione tra bolscevichi e menscevichi, fino alla nota "guerra" tra stalinisti e trockijsti. Ognuna di queste posizioni rivendicava il primato di essere "il vero comunismo", ovvero il più degno erede del sistema economico e politico teorizzato da Marx ed Engels.
Di tutte queste posizioni, solo una si è realizzata, cioè quella che da Marx va a Lenin, fino a Stalin: l'Unione Sovietica. Dopo l'URSS, e grazie alla stessa, sono nate la Repubblica Popolare Cinese (Mao Tse Tung), la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Tito), e altre repubbliche, tra cui la famosa DDR (meglio nota col nome di Germania Est).
Il materialismo storico, che è critica e rivoluzione contro l'idealismo hegeliano, spiega che bisogna partire dalla realtà, da ciò che si è realizzato. Da un punto di vista materialistico, quindi, il vero comunismo è solo quello che si è realizzato, e non quello immaginato o filosoficamente professato ma che non si è mai incarnato in uno Stato, in una Repubblica.
Partiamo da ciò che è stato, correggendone errori e storture e superandone i limiti. Invece di perdere tempo nella ricerca di un paradiso terrestre ideale, ragioniamo su ciò che è stato, sui lati positivi e negativi che ogni realizzazione umana, sia essa individuale o collettiva, necessariamente produce. Partiamo da questi aspetti e lavoriamoci sopra.
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giovedì 5 giugno 2014

Guardare alla Grecia: non a Syriza, ma al KKE



Lo avevo scritto nella giornata di silenzio elettorale (Silenzio elettorale): andare a votare per la lista Altra Europa con Tsipras poteva avere senso solo se, tramite quella lista, si voleva dare forza al Partito della Sinistra Europea. Si, perché le elezioni erano europee e gli eventuali eletti della lista Tsipras sarebbero entrati nel gruppo Gue. Un gruppo, è bene ricordarlo, in cui ci sono anche il Partito Comunista Greco (KKE) e il Partito Comunista di Boemia e Moravia, due formazioni marxiste-leniniste, insieme ad altri movimenti politici post-comunisti (Linke) o a federazioni degli stessi (Syriza, Izquierda Unida, Bloco de Esquerda).
L'Italia è riuscita a eleggere tre eurodeputati in questo gruppo: un risultato "eccezionale", pensando alla lunga serie di sconfitte recenti. Di eccezionale, però, c'è stato anche il dopo voto. Ancora una volta, le sinistre italiane sono state capaci di dividersi invece di unirsi: il Prc (cioè Rifondazione COMUNISTA, se questa parola significa ancora qualcosa per Ferrero e co.) ha provato a guardare alla Grecia, focalizzandosi però su Syriza, che comunista non è, invece che sul KKE; Sel è stata capace di immaginare un contenitore comune col PD, cioè con un partito che di sinistra non è, col quale realizzare la famigerata "unità della Sinistra italiana" (ma allora Sel che è nata a fare? Non era già questa la sua missione?).
Ricapitolando: i comunisti italiani guardano a Syriza, e non al KKE; i post-comunisti guardano al Pd, al PSE, a Schulz. Ve lo immaginate Tsipras che guarda al Pasok per creare "un contenitore comune"? Io no, i greci men che meno.
Ero ragazzo e militavo in Rifondazione quando Bertinotti si spese per far nascere la Sinistra europea. I bertinottiani (Vendola, Migliore e particamente tutta la classe dirigente di Sel) sposarono quel progetto con convinzione. Oggi si definiscono "in quella terra di mezzo tra Tsipras e Schulz" che lascia basiti, per non dire disgustati.
E l'attuale Rifondazione? Un partito che vuole "rifondare il comunismo" guarda a Syriza o al KKE? Il segretario di Rifondazione, l'ex ministro di centrosinistra Paolo Ferrero, non lascia dubbi: "Mai stato filosovietico e stavo dalla parte di Solidarnosc". Se fossi romano, direi: "Ma de che cazzo stamo a parlà?".

I comunisti italiani, se proprio vogliono guardare alla Grecia, prendano esempio dal KKE, dalle sue posizioni, dal suo radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro e di conflitto. Lascino Syriza a chi è "di sinistra", ma non si considera comunista.
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lunedì 25 giugno 2012

Contro l'iniquità, per la libertà



Non solo si può essere contro la privatizzazione degli strumenti, dei beni e dei saperi; bisogna esserlo sempre, anche a rischio di apparire velleitari o utopisti. Noi crediamo che tutto vada messo in comune, in maniera orizzontale. Per questo siamo contro il copyright e contro la proprietà privata (del singolo, dell'azienda o dello Stato) degli strumenti di produzione della ricchezza economica e culturale di una comunità. Solo così realizzeremo la vera uguaglianza: dentro, e non contro, la libertà di tutti e di ciascuno. 
Dobbiamo essere liberi, perché uguali. Dobbiamo essere uguali, perché liberi. Dobbiamo essere in uno stato di parità, esercitando ciascuno le proprie libere inclinazioni ed aspirazioni senza compromettere il bene della comunità.
Combattere l'iniquità significa combattere per la libertà. In ogni luogo di lavoro e di vita. Autorganizzarsi e autogestirsi, senza delegare. La delega può esserci, sia chiaro: ma deve essere momentanea, a breve termine e sempre revocabile. Altrimenti diventa burocrazia: nel pubblico o nel privato, la burocrazia è sempre negativa. Perché trasforma la libertà in sopruso e l'uguaglianza in appiattimento. Perché alimenta il privilegio e  mortifica il merito e le capacità.

Karl Kaphyer

venerdì 20 aprile 2012

Elezioni: se fossi a Pozzuoli, voterei Mauro Serpico



Dal 2007 vivo e lavoro a Roma. Qui ho la mia residenza, qui faccio politica, e qui esprimo il mio voto. Ma se abitassi ancora a Pozzuoli, non avrei dubbi su chi votare alle prossime elezioni comunali: Mauro Serpico. Perchè? I motivi sono centinaia, migliaia, ma proverò a sintetizzarne alcuni.

Conosco Mauro Serpico da quando ancora non mi facevo la barba. Non l'ho conosciuto in una delle tantissime e sterili riunioni in politichese a cui ho partecipato, nè nei finti cortei che qualche politicante organizzava per poi fregare i lavoratori. L'ho conosciuto sotto un canestro, tra le gocce di sudore di una gioventù che oggi è più nel cuore che nel fisico (ci stiamo facendo vecchi, abbiate pietà). L'ho conosciuto con una palla di basket sotto la sella di un motorino mezzo scassato, gli ho fatto qualche blocco che lui ha tradotto immancabilmente in canestro, oppure ho sfruttato qualche suo assist al bacio. Nonostante Mauro fosse abbondantemente più forte di me e dei tanti ragazzi che giocavano, non ha mai lesinato un passaggio dietro la schiena o una pacca sulla spalla. Allora, però, già si capiva qualcosa del suo orientamento politico: bastava parlargli cinque minuti, per capire da che parte della barricata stava. E il suo schema cestistico preferito - consentitemi lo scherzo - era il "pugno chiuso".

Mauro Serpico è un cittadino, un padre, un compagno. Non è un politico. Non ha un curriculum di Assessore alla Supercazzola o di Consigliere comunale municipale condominiale sindacale. Mauro Serpico fa sport e aiuta i ragazzi a fare sport: perchè i proletari, sia chiaro, possono emanciparsi anche tramite lo sport. E se l'obiettivo di un comunista è emancipare i proletari, Mauro Serpico lo persegue ogni giorno e da anni. 
Se in questi anni avete frequentato il Consiglio Comunale puteolano, non l'avete visto mai: non era solito leccare il culo a qualche pseudopolitico che - da destra a sinistra - ha portato Pozzuoli nello stato di degrato civile, politico, culturale ed economico in cui versa da anni. 
Non ha mai portato borse che non fossero borsoni da basket, non ha mai scritto delibere che favorivano lobbies ma solo schemi contro la 1-3-1. Questo significa che non ha esperienza? Tutt'altro! Ha l'esperienza di chi deve portare avanti una famiglia insieme alla compagna e sa cosa significa lavorare, tirare la cinghia, sudare quotidianamente, barbamenarsi nel traffico, vedere la propria città (un piccolo gioiello) ridotta ad una cloaca, assistere alla partenza di tanti amici che sono andati via da Pozzuoli per lavorare.

Mauro Serpico sa tutte queste cose. Se gli darete il voto, le tradurrà in delibere, in mozioni, in interrogazioni, in lotte. Ne sono certo.

mercoledì 5 gennaio 2011

L'Austria ricorda il soldato Ivan





MOSCA. L’Austria, nel segno di una sincera revisione storica, restituisce nome ed onore a quei 60.000 soldati dell’Armata Rossa che caddero sul territorio austriaco durante la seconda guerra mondiale. Non tutti morti in combattimento: alcuni morti di stenti o di malattia nei campi di concentramento, altri giustiziati sommariamente dopo un tentativo di fuga. Nella capitale austriaca c’è un monumento, nella piazza Schwarzenberg, che ricorda i tanti Ivan caduti.

Ma ora il governo di Vienna ha provveduto ad un “censimento” di tutti quei sovietici morti nella battaglia per la liberazione del Paese. L’ha fatto con un lavoro di ricerca a tutto campo curato dallo storico austriaco Stefan Karner e dai collaboratori del Boltzmann Institut für Kriegsfolgenforschung. Le ricerche sul territorio e negli archivi sono durate 12 anni e hanno portato alla pubblicazione di un libro (anche in versione digitale) con l’elenco completo delle vittime e con le informazioni relative alla loro sepoltura.

Tutto questo avviene perché di quelle vittime sconosciute si era perso il ricordo, tanto da non sapere più chi fossero né dove fossero sepolti i loro corpi. Una situazione speculare, in un certo senso, rispetto a ciò che era capitato in Russia ai soldati dell’Armir. Ma ora i caduti dell’Armata Rossa in Austria hanno un nome e un cognome e si sa dove sono sepolti.

Un gesto estremamente significativo che Mosca saluta inserendolo nel quadro di un clima di rinnovata distensione nel cuore del continente. Intanto sono in arrivo nella capitale russa la ministra degli Interni austriaca, Maria Fekter, e lo stesso Karner (l’autore della ricerca) con l’obiettivo di consegnare l’intero elenco al presidente russo Medvedev. In questo modo le famiglie dei caduti potranno consultare l’elenco, che sarà disponibile anche su internet, e sapere finalmente dove riposano i loro caduti.

Forse non sarà possibile per essi andare fino in Austria e portare un fiore sulla tomba dei congiunti ritrovati, ma sarà almeno loro di conforto, dopo tanto tempo, poter guardare la carta geografica dell’Austria e sapere che lì, in qualche città o in qualche villaggio, si trova la loro tomba.

L’Austria - si nota con soddisfazione a Mosca - è il primo Paese in Europa ad aver condotto una simile ricerca sulle vittime di guerra dell’ex Unione Sovietica e ad averla messa a disposizione della Russia. Naturale, quindi, che la consegna dell’elenco a Medvedev costituirà anche una sorta di ringraziamento alle autorità russe per aver aperto negli anni ’90 gli archivi di Mosca e consentito di far luce sulla sorte di migliaia di soldati austriaci della Wehrmacht, fatti prigionieri durante la campagna di Russia o durante la ritirata.

Gli storici russi, in questo clima di distensione e di ricerca della verità storica, ricordano che quando sul finire della seconda guerra mondiale l’Armata Rossa giunse sul territorio austriaco, mancava ormai soltanto poco più di un mese alla capitolazione del Reich. Eppure bastarono quei pochi giorni per lasciare sul terreno decine di migliaia di morti, tanto cruenti furono i combattimenti, casa per casa, strada per strada (18.000 caduti sovietici soltanto nella battaglia di Vienna), voluti fino all’ultimo da Hitler. Alla fine il conto delle perdite russe fu, appunto, di 60.000 caduti.

Erano i giorni in cui le armate sovietiche concludevano la Liberazione della Slovacchia e si muovevano in direzione dell'odierna Repubblica Ceca, quelli in cui l'Armata Rossa combatteva valorosamente anche nelle strade di Vienna. Dal Marzo del 1938, dai giorni della forzata annessione alla Germania, l'Austria faceva parte del criminale Reich nazista.

Gli austriaci ne condivisero o ne subirono le colpe e la sorte, prima di essere liberati dagli Alleati e riconquistare la propria sovranità e indipendenza, benché condizionate alla "neutralità" sancita per loro a Yalta. Fu il generale Blagotatov ad effettuare la presa della capitale mentre le truppe tedesche del gruppo “Sud” ripiegavano. Le cronache di quei giorni ricordano a tutti che fu alle ore 14 del 13 aprile 1945 che le truppe sovietiche occuparono completamente Vienna.

Ed ora alla tv russa compare quella piazza Schwarzenberg, dove in cima all'alta colonna svetta la statua del soldato sovietico, stretto attorno alla sua bandiera vittoriosa. Alla base del monumento, è inciso il testo del decreto ? 334, firmato da Stalin il 13 aprile del 1945, giorno della Liberazione di Vienna. E' l'omaggio ai valorosi reparti del 2° e del 3° Fronte Ucraino e la cronaca delle loro gesta: 130.000 prigionieri tedeschi, 11 divisioni corazzate annientate, 1.345 carri e pezzi d'artiglieria, 2.250 mortai distrutti o sottratti al nemico. Ai lati, i nomi degli eroi. Attorno l'ampio colonnato, sul cui frontone sono incise le parole della gratitudine e della memoria: "Gloria eterna agli eroi dell'Armata Rossa, caduti in combattimento contro gli invasori nazifascisti, per la libertà e l'indipendenza dei popoli dell'Europa".

Tratto da Altrenotizie.org
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