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lunedì 14 maggio 2012

Applausi alle bandiere, fischi a Lavezzi



Ieri è stato emozionante vedere Del Piero, Inzaghi, Gattuso, Nesta, tutti commossi perchè la loro esperienza sportiva con quella squadra, di cui spesso sono stati simboli se non bandiere, è finita. E proprio per questo mi incazzo con gente come Lavezzi (o meglio, col suo procuratore) che quando prende l'aereo e arriva a Napoli parla di "amore eterno", poi riprende l'aereo e torna in Argentina e dice che Lavezzi vuole guadagnare 4 milioni all'anno e che il PSG è pronto a pagarli. I fischi a Lavezzi, ieri sera? La tifoseria partenopea si è spaccata: da una parte ci sono coloro che sostengono non sia giusto fischiare un giocatore che si impegna sempre, indipendentemente dal giusto desiderio di un professionista di guadagnare di più; dall'altra ci sono coloro che sono ancora legati ad una idea di calcio in cui il denaro, il conto in banca faraonico viene sempre DOPO l'amore viscerale per una maglia, per un Popolo, per una Città. Lo dico subito: io sono tra i secondi. Se abbiamo torto, siamo dalla parte del torto ed orgogliosi di starci.
I tifosi sono stanchi di gente che bacia la maglia e sta già pensando di andarsene. Totti, Del Piero, Buffon, Nedved, Maldini, ecc.... hanno baciato magliette a cui hanno dimostrato una fedeltà assoluta indipendentemente dallo stipendio e dalla categoria. E' questo il calcio che piace ai tifosi, che fa innamorare e sognare i bambini.
Chi accetta la logica del mercato (i calciatori sono professionisti che vanno dove conviene di più) ha tutto il diritto di professare il suo ideale di calcio-business. Sono un libertario: tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione nel rispetto delle opinioni altrui, quando queste opinioni non contrastano con la libertà di vivere, di pensare e di agire. Proprio per questo difendo il sacrosanto diritto a fischiare chi un giorno professa amore eterno e il giorno dice: "Se mi vendono, che posso farci?". E' lo stesso ragionamento fatto due anni fa da Quagliarella: se le due società sono d'accordo, io me ne vado. Ebbene no, non è così. L'ultimo caso è stato quello di Pato: Man City e Milan erano d'accordo, Pato ha deciso di non andarsene da Milano. Ed è rimasto. Stesso dicasi, qualche anno fa, per Kakà. Smettiamola con la favoletta dei calciatori "ostaggi" dei contratti: essi possono utilizzare i contratti anche per vedere riconosciuto un loro diritto, come quello di rispettare i termini del contratto stesso!
Altra motivazione addotta: Napoli è una di quelle città che non ti fa respirare, che non ti consente di scendere in strada e farti una passeggiata senza essere assalito dai tifosi. Sono d'accordo, ed infatti ho sempre condannato quei tifosotti che paralizzano una città perchè Lavezzi è andato a fare due passi col figlio. Però, diciamo la verità, anche in questo Napoli è migliorata, o sta migliorando. Ciò non toglie che un calciatore ha TUTTO IL DIRITTO di andarsene da una città che reputa eccessivamente soffocante. Basta indire una bella conferenza stampa, prendere il microfono e dire: "Dato che il mio modo di vivere ed intendere il calcio è molto diverso dal vostro, io me ne voglio andare in una città in cui il calcio è meno opprimente". E poi te ne vai a Parma, a Edimburgo, a Montpellier, o dove cazzo vuoi.

giovedì 26 aprile 2012

La logica del compromesso non serve a niente




Ho passato anni a moderare il mio carattere, convinto che posizioni più accomodanti e meno estremiste fossero una prova di maturità. Cercare di risolvere i problemi senza alzare un polverone, "lavare i panni sporchi in casa", era il mio obiettivo.
Obiettivo raggiunto, sia chiaro. E di questo devo essere felice, perchè è sempre importante raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo. Alla fine, però, bisogna anche capire se, una volta raggiunto l'obiettivo, ci sono stati risvolti positivi. La nostra vita è migliorata? Noi stessi siamo effettivamente diventati persone migliori?
Beh, la mia risposta è no. La mia esperienza personale mi porta a dire che non c'è stato miglioramento.

La vita è lotta. Lo so e lo dico da tempo. La vita è una barricata. Bene. Allora non c'è scampo per gli accomodanti e per i moderati: bisogna stare da una parte della barricata.
A chi condivide questa impostazione, dico: abbandonate la logica del compromesso. E' una strada che conduce al punto di partenza, in un circolo vizioso di routine.

sabato 14 aprile 2012

Filosofia del Guerriero - 6



- Hai un ostacolo davanti a te. Se non lo superi, rimarrai ciò che sei. Scegli tu.

- La paura serve solo se riesce a farti schivare prima il colpo.

- Chi ti dice che tutto ha un prezzo si è già venduto.

- Non è importante arrivare alla fine. L'importante è fare sempre un passo in più.

- Il problema non è piangere, ma essere rapidi ad asciugare le lacrime.

- La vita è un match in cui ogni giorno equivale ad un round.

- Puoi colpire forte quanto vuoi, ma se non sai anche incassare andrai al tappeto.

venerdì 6 aprile 2012

I 7 principi del Bushido e il Credo del Guerriero



Bushido è una parola giapponese composta da bushi (guerriero) e do (via). Letteralmente, quindi, significa Via del Guerriero, ma come ogni parola giapponese (ed, in genere, orientale) ha un significato diverso da come lo intendiamo noi occidentali. Innanzitutto, il Guerriero a cui fa riferimento il bushido non è solo il samurai, o il militare in genere: tutti noi siamo guerrieri, tutti noi combattiamo quotidianamente una guerra (interiori, familiari, sociali, politiche, economiche, culturali), quindi tutti noi possiamo vincere le nostre guerre seguendo la Via del Guerriero.
Il Bushido si compone di sette precetti o principi, trasmessi a noi da un'opera intitolata Hagakure kikigaki ("annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie"), meglio nota semplicemente come Hagakure. Autore dell'opera, pubblicata nel 1906 ma redatta due secoli prima, fu Yamamoto Tsunetomo, coadiuvato dal suo discepolo Tashiro Tsuramoto.

義, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Questo principio accomuna due valori, l'Onestà e la Giustizia. Non possono essere disgiunti: una giustizia non onesta è iniqua; una onestà non giusta è stupidità o malafede. Viene inoltre evidenziato che la Via del Guerriero conduce a tanti incroci: da una parte c'è ciò che è giusto, dall'altra ciò che è sbagliato. Entrambi sulla stessa strada. Ed il Guerriero deve sapere bene cosa scegliere. In questo, ovviamente, è possibile rintracciare l'influenza del Taoismo, della dottrina dello Yin e Yang, e del Buddismo Zen.


勇, Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

In questo principio viene enunciata la diffidenza che un Guerriero deve avere nei confronti delle masse, pavide per natura. Il Guerriero, quindi, assume i connotati del Risvegliato, dell'Illuminato: l'influenza della dottrina della Bodhisattva è palese. Colui che decide di seguire il Bushido deve elevarsi dalle masse e agire con coraggio e sprezzo del pericolo. Solo così vivrà una esistenza completa. Ovviamente, il coraggio non deve mai sfociare nell'incoscienza: come sempre, bisogna vivere e agire in equilibrio.


仁, Jin: Compassione
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

Altro principio fondamentale del Bushido riguarda la capacità del Guerriero di essere utile alla comunità. A cosa serve elevarsi dalle masse, diventare forte e svelto di mano e di pensieri, acquisire un potere notevole, se non si è utili al bene comune? Il Guerriero deve aiutare chi sta peggio di lui, in spirito e in sostanze. C'è sempre modo di essere utili: anche se non sembra, c'è sempre qualcosa da fare e bisogna impegnarsi affinchè sempre ci sia l'opportunità di operare.


礼, Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

Educazione e Rispetto sono due principi irrinunciabili per l'Uomo che ha deciso di porre la propria vita sulla Via del Guerriero. Se non si ha rispetto per gli altri, anche per i nemici, non si ha rispetto nemmeno per se stessi, e si è alla stregua delle bestie (nel senso peggiore del termine). Inoltre, avere rispetto incute rispetto. Comportiamoci in maniera educata con tutti, e sarà più facile ottenere educazione e rispetto dagli altri.


誠,Makoto o 信,Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

Non serve a nulla perder tempo in discorsi, proclami, minacce: la nostra parola è la nostra azione. Se compiamo atti di giustizia, parleremo di giustizia. Se saremo disciplinati, mostreremo a tutti cosa significa "disciplina". E' inutile parlare di onestà, se poi nei fatti rubiamo. Questo precetto risente evidentemente dell'influenza del Buddismo Zen, che critica la speculazione intellettuale anteponendole l'atto.


名誉, Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

Ognuno di noi è consapevole delle proprie azioni. Perciò nè è anche responsabile. Ognuno di noi sa se quell'atto è stato onorevole o disonorevole, giusto o iniquo, necessario o superfluo. Impariamo a conoscerci, a leggerci dentro: è inutile provare a fuggire da noi stessi. Ed è disonorevole, come ogni fuga. Non si fugge mai davanti a nulla e nessuno, soprattutto a se stessi.


忠義, Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Questo precetto è un compendio del precedente (infatti Onore e Lealtà possono essere considerati quasi sinonimi), ma aggiunge anche un altro principio: il Dovere. Il Guerriero DEVE essere leale, DEVE essere responsabile, DEVE essere fedele alle persone di cui si prende cura. Questo indica che non è una inclinazione naturale dell'Uomo essere leale: lo spirito di conservazione fa tendere spesso verso il disonore e la slealtà, pur di difendere se stessi. Per questo, chi decide di vivere secondo il Bushido ha anche e soprattutto dei doveri. Prima di pensare ai nostri diritti, pensiamo ai nostri doveri.

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In conclusione, dopo i Sette Principi riporto il Credo del Guerriero che osserva il Bushido:

Non ho genitori: faccio del cielo e della terra i miei genitori.

Non ho casa: il Tan T'ien (sorta di centro di gravità fisico, NdA)  e' la mia casa.

Non ho alcun potere divino: faccio dell'onestà il mio potere divino.

Non ho mezzi: faccio della Docilità i miei mezzi.

Non ho potere magico: faccio della personalità il mio magico potere.

Non ho nè vita nè morte: faccio di un "Um" (arte di controllare la respirazione, NdA) la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: faccio dello stoicismo il mio corpo.

Non ho occhi: faccio del lampo i miei occhi.

Non ho orecchie: faccio della sensibilità le mie orecchie.

Non ho membra: faccio della mia prontezza i miei arti.

Non ho leggi: faccio della mia difesa la mia legge.

Non ho strategia: faccio del diritto di uccidere e di ridare vita la mia strategia.

Non ho disegni: faccio della capacità di cogliere l'opportunità il mio disegno.

Non ho miracoli: faccio delle giuste leggi il mio miracolo.

Non ho principi: faccio dell'adattabilità, a tutte le circostanze, il mio principio.

Non ho tattiche: faccio del vuoto e della pienezza la mia tattica.

Non ho talento: faccio della prontezza della mia mente il mio talento.

Non ho amici: io faccio della mia mente il mio amico.

Non ho alcun nemico: faccio dell'avventatezza il mio nemico.

Non ho alcuna armatura: faccio della mia benevolenza la mia armatura.

Non ho castello: faccio della fermezza della mia mente il mio castello.

Non ho spada: faccio della mia mente la mia spada

mercoledì 4 aprile 2012

Essere come l'acqua



Dobbiamo essere come l'acqua. Anche se l'acqua è leggera e debole, essa ha la capacità di erodere lentamente la roccia. Inesorabilmente. L'acqua è compatta e rimane sempre uguale a sé stessa, non si modifica pur adattandosi, a differenza del legno, la pietra o qualsiasi altro materiale che può essere suddiviso in pezzi. Essa può tuttavia riempire qualsiasi contenitore, ed in particolare riempire il VUOTO di ogni contenitore. L'acqua può assumere qualsiasi forma, andare dovunque, anche negli anfratti più piccoli. Quando si suddivide in tante gocce, l'acqua ha ancora la capacità di riunirsi. Anche noi uomini dobbiamo imparare a riunirci, quando ci dividiamo (o ci facciamo dividere).
La nostra azione deve essere equilibrata e deve tendere al mantenimento dell'equilibrio, interiore ed esteriore.
La natura ce lo dimostra ogni giorno: il divenire (o, in termini occidentali, lo sviluppo) avviene solo quando i cicli naturali non vengono interrotti, ma difesi, conservati e agevolati. Tutto ciò che interrompe il ciclo, anteponendo altri interessi (ad esempio economici) al divenire individuale e sociale, è destinato a crollare.

Come una diga costruita contro l'acqua, e non per essa.

domenica 1 aprile 2012

Il contrasto netto



Quante volte abbiamo pensato di metterci a dieta, oppure di smettere di fumare, o altro? Tantissime volte, ne sono certo. Ognuno di noi ciclicamente si ripromette di cambiare il proprio stile di vita, di abbandonare qualche vizio o di riorganizzare il proprio tempo.
Poi viene il dilemma: comincio subito dando "una botta netta", oppure procedo gradualmente? Smetto di fumare domani, o comincio a ridurre le sigarette? Cambio regime alimentare subito, o pian piano riduco le porzioni?

Queste ed altre domande me le sono fatte anche io. E vi dico che non è stato facile trovare la risposta. Però ci sono riuscito.
Anche in questo, mi ha aiutato la mia (superficiale, per carità!) conoscenza delle filosofie orientali, ed in particolare della dottrina dello Yin e Yang tipica del Taoismo. Questa dottrina insegna che non esistono il "bene puro" e il "male puro": bene e male sono complementari, come il freddo e il caldo, il maschile e il femminile, la notte e il giorno. La sofferenza nasce dall'eccesso di una delle due componenti. La felicità, o meglio la serenità, è conseguenza dell'equilibrio tra le due componenti.

Come raggiungere questo equilibrio? Provo a spiegarmi con un esempio:
Abbiamo una tinozza di acqua fredda. Dobbiamo far diventare quell'acqua tiepida, immettendo altra acqua. Cosa facciamo? Abbiamo due possibilità. Prendiamo una pentola di acqua bollente e la riversiamo nella tinozza, oppure cominciamo a riversare acqua sempre più calda fino al raggiungimento del tepore.
In realtà, solo una di queste strade conduce all'equilibrio: la prima. Perchè se seguissimo la seconda strada (palesemente più lenta) ci renderemo conto che, man mano che mettiamo acqua leggermente più calda della precedente, la stessa si raffredda col passare del tempo. Inoltre, aumenterebbe il livello di acqua fredda.
L'unico modo, quindi, è il "contrasto netto" al freddo, con una immissione di acqua bollente.

Ecco, la stessa cosa va fatta anche per la dieta, per il fumo, e per gli altri vizi o le altre abitudini sbagliate: cambiare subito strada, smettere immediatamente di continuare sui vecchi sentieri, è l'unico modo di ritrovare quanto prima l'equilibrio.


venerdì 30 marzo 2012

Contro la routine



Viviamo in una società organizzata nei minimi particolari. Il Sistema ha stabilito orari, tragitti, tempi di produzione e di consumo. Persino lo svago, il famoso e sempre più raro "tempo libero", è organizzato quasi quotidianamente: c'è chi va in palestra, chi legge un libro, chi guarda la tv. Addirittura ci sono persone che, prima di tornare a casa, DEVONO comprare le sigarette o passare per il fruttivendolo.
Milioni di persone vivono così. Si alzano ogni mattina alla stessa ora, entrano in ufficio o a scuola alla stessa ora, escono alla stessa ora, vanno a casa o a fare sport, e la sera si cena e poi tv. Tutti i giorni, per anni.

Questa vita è la morte della vita. Perchè questa vita segue una sola legge: la routine. L'ordine. La ripetizione meccanica. La certezza dell'abitudine. Questi atteggiamenti non possono che far piacere al Sistema.

Invece no. Bisogna rompere la routine. Dato che non abbiamo la possibilità di rendere speciale ogni giorno che viviamo, cerchiamo almeno di renderlo diverso. Da quello precedente e da quello seguente. Non leggiamo sempre lo stesso libro: cambiamo ogni sera, sul nostro comodino, la nostra lettura. Non ascoltiamo sempre lo stesso cd in auto: cambiamo cd, o ascoltiamo la radio. Facciamo in modo che le lampadine di casa nostra non si accendano sempre alla stessa ora. Viviamo la pausa pranzo in maniera diversa: una volta mangiamo vegetariano, un'altra andiamo a mangiare fuori, una terza volta mangiamo fuori orario.
Abituiamo il nostro corpo e, soprattutto, la nostra mente ad una "concezione ciclica irregolare": tutto si ripete, ma sempre in maniera diversa.

E' una legge della natura e della storia. Vi consiglio di seguirla.

Anche le onde del mare si ripetono sempre. Ma non sono mai uguali l'una all'altra. Basta cavalcarle per rendersene conto.

giovedì 12 gennaio 2012

Punto di scontro



Dico a te.
A te che hai questo scritto tra le mani.
Non so niente di te. Quanto guadagni. Per chi voti. Per chi tifi. Se indossi o meno una divisa. Se sei giovane o anziano. Se hai figli o se sei figlio. Non so niente di te, tranne una cosa: hai questo libro tra le mani. Ed è mio dovere avvisarti che al termine di questo scritto, se mai questo scritto avrà una fine visto che l’ho cominciato oggi, tu dovrai fare una scelta fondamentale. Che riguarderà te e solo te.

“E’ nelle sfumature che si cela il segreto dell’esistenza”. Sono in molti a crederlo. Io no. E ti spiego perché. Le sfumature sono una scusa. Il tentativo di dare ad un punto di incontro, ad un tacito accordo, ad un atto di moderazione una valenza superiore. Tutti i colori del mondo sono sfumature. Rosso, giallo, blu, verde. Sono tutte gradazione diverse di una medesima scala. Anche i partiti politici attuali sono così: tutte gradazioni diverse della scala del Sistema. Fingono di essere in conflitto tra loro, come il marrone col rosso. Alla fine, però, stanno tutti sulla stessa tavolozza. Tutti dalla stessa parte della barricata. E tu, su quella tavolozza, non ci sei. Non c’è posto per te. A meno che…non diventi una sfumatura anche tu. A meno che tu non sfumi la tua essenza e la tua esistenza, le tue idee e le tue azioni. Se riesci a sfumare e a sfumarti, allora il posto per te si trova. Tra i rossi, forse. O tra i verdi. Non importa dove: il Sistema ti concede un posto sulla tavolozza, a patto che tu ti sfumi, che smetti di avere contorni netti, ben marcati, fortemente delineati.

Io no. Io odio le sfumature. Perché amo la nettezza. Se i colori sono tutte gradazioni diverse di una medesima scala, tale scala ha un inizio ed una fine. Un bianco e un nero. Ecco, io sto tra i neri. Io sono l’assenza di colore, quindi il colore più puro. Ed amo me stesso e gli altri pochissimi neri che nella mia vita ho incontrato. E sai che ti dico? Amo anche i bianchi. I miei opposti. Perché sono puri. Di una purezza uguale e contraria alla mia. I bianchi e i neri non ci vogliono stare sulla tavolozza del Sistema. I bianchi e i neri stanno dalla stessa parte della barricata. I bianchi ed i neri si combattono, perché la loro vita è lotta. I bianchi e i neri non cercano un punto di incontro, ma un punto di scontro. Perché solo dallo scontro, dal conflitto, dalla lotta, può sorgere la forza pura. Quella che consente a me di dirti ciò che penso fregandomene altamente del tuo giudizio. Perché io non ho scritto questo libro per avere un tuo giudizio. Non ho scritto questo libro per convincerti che io ho ragione. Io voglio solo farti fare una cosa che il Sistema non ti fa fare più: pensare. Riflettere. In maniera AUTONOMA. Ecco la parolina magica: autonomia.

Alla fine di questo scritto tu dovrai fare una scelta. Prima di allora, io ti dirò delle cose. Sono tutte cose che ho vissuto o che ho visto vivere a persone a me vicine. Parenti ed amici. Compagni di squadra o di militanza. Non farò filosofia né utilizzerò il tipico lessico ricercato da professorone. Con questi ed altri vizi del passato ho chiuso. Ho edificato un muro, che separa ciò che ero da ciò che sono. Nessuna sfumatura, né via di passaggio: un muro alto e solido. Su questo muro ho messo del filo spinato. Ed una scritta, in tedesco: Liebe und Ehre. Amore e Onore. Ora capirai perché.

Miles Hilton-Barber: seeing is believing



"Un giorno ho capito che il problema non era la cecità, ma il mio atteggiamento verso la cecità, molta gente ha una visione perfetta, magari 20 su 20, ma è lo stesso cieca, perché non riesce a vedere il proprio potenziale. Tutti possiamo fare di più di quello che pensiamo".

Miles Hilton-Barber ha perso la vista a 25 anni a causa di una patologia degenerativa. A 55 anni si è cimentato in un volo da Londra a Sidney in ultraleggero, percorrendo un tragitto di circa 21.700 km; in seguito è stato il primo non vedente a tentare di raggiungere in slitta l'Antartide. Nel 1999 ha attraverso il deserto del Sahara. Ha gareggiato nella maratona Siberian Ice Marathon, tra i ghiacci siberiani. Ha attraversato il deserto del Qatar in 78 giorni. Ha stabilito il record per il giro più veloce per un non vedente nel Grand Prix di Malaysia, su una Lotus a 200 km/ora. Ha scalato il Monte Bianco e il Kilimangiaro. Ha fatto il giro del mondo utilizzando 80 diversi mezzi di trasporto. Ha completato più di 40 "skydives" (tuffi dall’aereo con il paracadute).

Miles Hilton-Barber è uno sportivo inglese.
Miles Hilton-Barber è un non vedente.

Miles Hilton-Barber è una dimostrazione.

M.C.Q.: Mens CorpusQue



Mi sono lasciato andare. Fisicamente, intendo. Non faccio attività sportiva da più di un mese. Non ho alzato un peso. Non ho tirato un pugno al sacco. Non ho fatto una partita di calcetto nè una corsetta. Per uno come me, abituato da anni a fare con continuità attività sportiva, singifica crollare. Significa cominciare ad accusare dolori vari, ad essere affaticato dopo ogni sforzo, seppur minimo.

Significa guardarsi allo specchio e vedere un trentenne grassoccio che ha poco da dire e ancor meno da fare.


La bilancia stamattina ha emesso la sentenza: 99 kg. Per uno alto 180 cm, decisamente troppi. Anche perchè non parliamo di tono muscolare, ma proprio di grasso. Devo riprendermi.

Il problema, però, è sempre lo stesso: ho quasi sempre fatto sport collettivi, sport di squadra. Sono quindi abituato a quel piccolo rituale che condisce ogni allenamento o ogni match: le chiacchiere prima e dopo la partita, le pacche sulle spalle o i rimproveri dei compagni, la gioia o la rabbia nello spogliatoio.

Questa "dipendenza" dagli altri è nociva, perchè conduce all'inattività. Tutti hanno una vita, e non è mica facile conciliare le esigenze di tutti. Se aspetto ancora di trovare un compagno con cui fare footing o un gruppo con cui giocare a calcetto s-i-s-t-e-m-a-t-i-c-a-m-e-n-t-e, rischio di ritrovarmi tra sei mesi pieno di dolori e di affanni, e incapace di giocare con mio figlio (che sta per nascere).


L'epoca degli sport di squadra è finita. La vita prende il sopravvento. E la mia vita non mi concede routine di sorta. Non mi concede, ad esempio, l'allenamento il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 20 alle 21.

Non posso più avere giorni fissi o orari fissi. Quindi non posso avere compagni di allenamento o di squadra fissi. Non posso più avere nulla di fisso, di determinato.

Devo adattarmi, come l'acqua del fiume quando incontra uno scoglio sul suo percorso.

Devo usare il cervello e cuore, certo, ma anche i muscoli. Perchè serve tutto, nella vita.

Serve tutto.


Mens CorpusQue. Mente e Corpo.

sabato 15 ottobre 2011

Il sole è tramontato



Una canzone dei 99 Posse iniziava che "il sole splende forte in Piazza Plebiscito".
Il sole, ora, è tramontato su Piazza San Giovanni, che è stata il teatro degli scontri più duraturi.
All'opera ancora i black bloc, che per qualcuno saranno sempre e comunque degli infiltrati che boicottano le manifestazioni e i cortei, e per altri saranno sempre e comunque gli unici veri combattenti contro il Sistema.
Io non mi iscrivo nè al primo partito, nè al secondo.
Io dico semplicemente questo: c'è chi crede che il Sistema si combatte con le raccolte di firme e gli scioperi della fame; chi crede che il Sistema si combatte con la resistenza passiva e la disobbedienza civile; chi crede che il Sistema si combatte anche con atti di vandalismo.
Ognuno scelga da che parte stare. Io l'ho scelto da tempo.

Il corollario scontatissimo di distinguo e di condanne da parte dei partiti istituzionali non mi sorprende affatto: di certo Berlusconi, Bersani, Bossi, Alfano, Gasparri, Cicchitto, Vendola, Schifani, Fini, Casini, non possono comprendere le ragioni (non giustificare, ma comprendere) che spingono alcune centinaia o migliaia di giovani a scendere in piazza e a realizzare atti che, secondo il lessico liberaldemocratici, sono "violenza da condannare, senza se e senza ma".
I figli di lor signori non sanno cosa significa lavorare per 500 euro al mese, avere contratti a 3 mesi, essere impossibilitati ad accendere un mutuo, a sposarsi, a mettere al mondo figli. E' facile chiedere sacrifici ai Popoli d'Europa quando si guadagnano parecchie migliaia di euro al mese!

Come sempre in questi casi, mi spiace anche per le forze dell'ordine, che in maggioranza sono composte da persone che fanno un lavoro di merda per 1200-1300 euro al mese. Sono "proletari in divisa", si sarebbe detto nel secolo scorso. Mi spiace perchè anche gli sbirri dovrebbero indignarsi per le condizioni in cui il Sistema li fa lavorare e vivere. Invece continuano imperterriti a difendere il Sistema e a difendere i loro colleghi che si rendono protagonisti di abusi stomachevoli (da Genova 2011 all'omicidio Cucchi, giusto per citare l'ultima decade).
Purtroppo quando il Sistema mette una barricata tra sè e i Popoli, le forze dell'ordine devono scegliere da che parte della barricata stare. E stanno sempre dalla parte del Sistema, ahimè.

E domani? Che si fa?
Io mi attiverò affinchè questo 15 ottobre sia un nuovo inizio, una nuova chance per l'Opposizione sociale al Sistema liberaldemocratico e capitalista. Non ho alcuna fiducia nei partiti che stanno in Parlamento e nei loro alleati/sostenitori extraparlamentari. La soluzione non è nel centrodestra nè nel centrosinistra.
La soluzione non è e non sarà mai una croce su una scheda elettorale.
Il sole è tramontato. Oggi.
Sta a noi farlo risorgere. Domani.
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domenica 2 ottobre 2011

La coincidenza degli opposti





Vi invito a riflettere su questo scritto.
Il mondo moderno e la cosiddetta "civiltà occidentale" ci hanno insegnato a vedere l'esistenza come una realtà manichea: o con me o contro di me; qui c'è il bene assoluto, lì c'è il male assoluto.
Le antiche culture, invece, ci insegnano che il Bene e il Male non esistono assoluti e puri, ma coesistono in un equilibrio dinamico. Il punto di scontro, non di incontro, tra bene e male è l'essenza dell'Essere nonchè il motore del Divenire.


Quando le persone vedono le cose come belle,
la bruttezza è creata.
Quando le persone vedono le cose come buone,
il male è creato.

Essere e non essere si producono a vicenda.
Difficile e facile si complementano a vicenda.
Lungo e corto si definiscono l’uno con l’altro.
Alto e basso si oppongono l’uno con l’altro.
Prima e dopo si seguono l’uno dopo l’altro.

Perciò il Saggio
può agire senza fare niente
e insegnare senza dire una parola.
Le cose giungono sulla sua via e lui non le ostacola;
le cose si allontanano e lui le lascia andare.
Egli ha senza possedere,
e agisce senza alcuna aspettativa.
Quando il suo lavoro è fatto, non si prende alcun merito.
È per questo che esisterà per sempre.

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sabato 1 ottobre 2011

Lezioni spirituali per giovani Indignati






Trovo in rete e pubblico.
Un punto di vista sfascista, caustico e originale su giovani Indignados italiani, fratelli scemi degli Indignados spagnoli.

Invece di indignarsi, bisogna incazzarsi.

Se c’è qualcosa di più avvilente dei bambini grassi che alle feste di compleanno fanno battute sul mangiarsi l’intera torta, è questo nuovo pseudomovimento degli Indignati.
Io sono sempre l’ultimo a sapere le cose, perché non parlo mai con nessuno. Anche perché se proprio devo parlare con qualcuno, prendo una tavoletta Ouija e parlo con i morti. Oppure semplicemente mi dimentico le cose (che mi raccontano i morti) per colpa del Tavernello. Quindi è oggi che realizzo consapevolmente l’esistenza di questi Indignati.
Una doccia fredda, inutile dirlo.

L’Italia sta sfornando una nuova generazione di giovani che la condurranno inevitabilmente in un baratro ancora più profondo di quello dove già agonizza. Dei giovani deboli, educati, politicamente corretti, buonisti, piagnoni, giustizialisti e ipocriti, vomitati fuori da vagine secche, imborghesite e finto-idealiste. L’onnipresente contrapposizione destra-sinistra che rompe le palle a tutti da decenni sta venendo risucchiata in un nuovo assetto politico di marca yankee, e questa nuova generazione di sfigati ci si butta anima e corpo, consapevole, forse, che il nuovo agone politico è una gara a chi chiede più legalità. Una dittatura di volemossebbene, arredata con poster di Shepard Fairey, campagne pro-voto di Mtv con Fabri Fibra, la magica parola “precario”, diritti, altri diritti, più diritti, ancora diritti, repressione, terzomondismo d’accatto, le delazioni delle Iene, l’infanticida Grillo, col suo popolo (?) Viola di bannati dal teatro, la pinguedine di Telese, il botulino della Gruber, le sale vuote della Guzzanti, i boxer di Travaglio, la corona di spine di Saviano (che è nascosto nel condotto d’areazione e quando passi ti fa “shhh!”), il conto in banca di De Benedetti, la fede bianconera di Idris (che non c’entra ma c’entra sempre), e tutta quella cricca là insomma, un odio ossessivo per Berlusconi, un odio ossessivo per tutti, un altro po’ di diritti, ed il desiderio malato di vedere chiunque in carcere, di metter fine ad ogni ingiustizia mandando tutti quanti bevuti. Una generazione di infami. Ma io dico, ma cazzo, ma come fai a essere così a vent’anni? Ma veramente ti fomenti coi magistrati? Ma che cazzo hai nella testa?
Sono indignato, è la risposta.
Ma anche qui: ma che è che t’indigni? Ma chi sei, mia zia? Chi sei, Tipper Gore?
Ma incazzati, al massimo.

Non capisco, ma mi sforzo di capire. Come Willy Pasini, nel suo Il Mein Kampf di Willy Pasini, dove tenta di spiegare e superare le infedeltà settembrine del ’43.
Dopo qualche Peroni, la rivelazione. In costoro alberga l’essenza del Kali Yuga, a cominciare dalle origini, che sono sempre decisive. Hanno mutuato il loro nome dagli spagnoli. I nostri cuginetti down. E hanno conosciuto gli spagnoli in Erasmus. Fare l’Erasmus in Spagna, capisci, non è un’esperienza, è una tara genetica. Vai fondamentalmente lì a scopare con le spagnole (che sono le italiane down) e a farti le canne. Così quando torni sai dire hola. Cioè per quello puoi anche andà a Bologna, o a Perugia. Ma no, andiamo in Spagna, che lì non c’è Berlusconi. Se avessi una figlia, piuttosto che mandarla in Erasmus in Spagna la stuprerei io.
Ma in Spagna, i nostri, hanno imparato molte cose, anzi, fondamentalmente tre: che i vecchi porci della politica italiana si sfondano le modelle a 70 anni suonati, mentre loro, i poveri studenti di scienze della comunicazione, giovani e nel pieno della vita e della salute, devono arrivare a Madrid e fare ubriacare una tizia brutta coi capelli zozzi. E che, a conti fatti, ha speso di meno il politicante con la sua mignotta (no, scusate, escort, abbiamo imparato anche questa parola nuova ed esotica) e si è fatto una bella scopata di classe, altro che una tizia semisvenuta colla zazzera tra le gambe e il coinquilino che scorreggia sopra sul letto a castello.
E poi vabè, dire hola.
Ora che ve l’ho svelato, qualsiasi cazzata si inventano, lo sapete: è solo per questo. Non esistono le questioni morali, esiste chi becca e chi no. E al massimo esiste l’avanguardia della repressione totale, che dal professore di lettere orfano del suo ’68 al magistrato in politica orfano di Mani Pulite ha trovato i suoi sbirri nell’Erasmus Generation.
Ma almeno, oh, non li mandano a morire in piazza, che ora le rivoluzioni si fanno con Twitter.

Io che sono oramai vetusto rimpiango i bei vecchi tempi, dove non c’erano l’Erasmus e il blog di Grillo, ma solo l’eroina e gli 883. E non c’era questa tendenza a fare i ribelli, c’era solo un vuoto cosmico e totalizzante, neanche disimpegno, proprio il Maelstrom. Ma almeno ti facevi in vena ascoltando Sei un Mito, mica facevi il ribelle all’università dei codardi, il ribelle che è d’accordo col padre, col professore, con i quotidiani, con i conduttori televisivi, con i giudici, il partigiano delle mezze stagioni in mobilitazione perenne per… cosa? Quello che dicono tutti? Quello che è universalmente accettato? Ma quanto sei stronzo? A vedere dittature ovunque mentre invochi carcere e reati ideologici per ogni cazzata? E tutto questo perché ti scopi solo tizie fatte col pube afro?

Io con la tua democrazia a scacchi mi ci pulisco il culo mentre mi sfascio di Jim Beam con Mauro Repetto che balla convulso su Remix ’94.

Da oggi la Curva del Male predica la forma mentis dell’hooligan (di Innsmouth) come dipinto dai giornalisti, aka ‘sti cazzi della partita, vojo solo fa casino.

Hola.

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giovedì 29 settembre 2011

Sulla perfezione



La perfezione non può essere un obiettivo, una meta.
La perfezione deve essere una tendenza, un anelito.

Cos'è la perfezione? Per un artista classicista, è l'equilibrio della forma. Per un artista contemporaneo, è l'imperfezione del gesto d'arte. Per uno scrittore, è il romanzo completo nello stile e nel contenuto. Per un poeta, è una poesia che emoziona. Per un musicista, è il suono di uno strumento o di una orchestra. Per un cantante, è l'acuto inimitabile.

Per l'uomo saggio, la perfezione non può che essere l'armonia. La ricerca della perfezione, la tendenza alla perfezione, non può che realizzarsi nell'armonia: tra il suo spirito e il suo corpo, tra il suo IO e gli altri, tra lui e la natura.
Armonia non significa ordine. L'uomo saggio non deve tendere all'ordine, quello è compito dei politici (anzi, dei politicanti): le dittature erano l'impero dell'ordine, eppure non vi era in esse un briciolo di armonia. Stesso dicasi per le liberaldemocrazie capitaliste: ordinate e disarmoniche.

L'armonia è in un gesto, in un suono, in un respiro, in un bacio, in un pranzo, in un soffio di vento, in uno scritto, in una nota musicale.
L'uomo saggio sa che solo passeggiando sui sentieri dell'Armonia è possibile tendere alla Perfezione. Senza raggiungerla mai. Perchè la perfezione non si può raggiungere.

La perfezione non può, anzi non deve, essere una meta.
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martedì 27 settembre 2011

Come cominciare la rivoluzione






C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente.
(Jiddu Krishnamurti)

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giovedì 22 settembre 2011

Sulla saggezza



La saggezza nè si prende in prestito nè si compra; e penso che, se fosse in vendita, non troverebbe compratori: la stoltezza, invece, si compra ogni giorno.

(Seneca, Ad Lucilium)

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venerdì 27 maggio 2011

Orientamenti ispanici












Dai cartelli degli indignados alla Puerta del Sol:


Ci pisciano in testa e dicono che piove.


La democrazia liberale ti costringe a votare chi ti fa schifo per evitare che vada al potere chi ti fa paura.

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sabato 5 marzo 2011

The Fighter: un bel film sulla boxe e sulla vita




Ieri sera sono andato al cinema a vedere il film THE FIGHTER di David Russel.
La pellicola è ispirata alla vita e alla storia sportiva del pugile americano di origine irlandese Micky Ward (interpretato da un ottimo Mark Wahlberg), e del suo fratellastro, pugile per un breve periodo e allenatore di Ward, Dicky Eklund (interpretato da un dimagrito e spettacolare Christian Bale).
I due fratelli sono figli della stessa madre ma di due padri diversi, ed hanno anche 7 sorelle. Una famiglia alquanto disastrata in cui Dicky, fratello maggiore ed ex leggenda locale del pugilato per aver combattuto e messo KO Ray Sugar Leonard, è un tossicodipendente incallito: fuma crack con frequenza notevole.
Il canale televisivo HBO decide di fare un film su Dicky, mostrando come il crack distrugga la vita delle persone, anche di quelle un pò famose come "l'orgoglio di Lowell", soprannome di Dicky, che intanto continua ad allenare maldestramente il fratellastro Micky, pugile potenzialmente interessante.
Dopo l'ennesima sconfitta di Micky, costretto a combattere contro un pugile di 10 kg più pesante solo perchè spinto dalla madre (sua manager) e dal fratellastro (che ha sempre bisogno di soldi per farsi di crack), la vita di questa strana famiglia viene sconvolta: Micky pensa di trasferirsi a Las Vegas, dove verrebbe pagato per allenarsi; Dicky vuole che il fratello rimanga lì con lui, e allora cerca di racimolare i soldi per farlo allenare a Lowell. Purtroppo, però, Dicky ne combina un'altra delle sue: fingendosi poliziotto rapina persone che vanno a prostitute, ma viene scoperto, inseguito ed arrestato dalla polizia.
Al momento dell'arresto, Micky interviene per tutelare il fratello ma viene arrestato e pestato dalla polizia, che con un manganello gli frattura volontariamente una mano.
Siccome la fedina penale di Dicky è lunga, egli rimane in carcere per nove mesi e con una cauzione di 25 mila dollari; Micky, invece, che non aveva avuto problemi con la giustizia, viene rilasciato sulla parola.
Micky allora ri avvicina a Charlene, la sua fidanzata conosciuta in un bar, la quale gli apre gli occhi sulla sua condizione esistenziale e familiare: Micky si convince a ricominciare a boxare, ma questa volta senza il fratello e senza la madre - manager.
Prima di un incontro importante, però, Micky va a fare visita a Dicky nel carcere, e quest'ultimo gli consiglia la tattica da seguire per il prossimo incontro. Nonostante i rapporti tra i due fratellastri siano tutt'altro che buoni, Micky esegue ed incredibilmente vince l'incontro, potendo così sperare di competere per il titolo mondiale del pesi leggeri.
Quando Dicky esce dal carcere, i nodi tornano al pettine: madre e fratellastro si riavvicinano, Charlene si allontana. Fortunatamente, però, Dicky capisce che il fratello ha sì bisogno di lui, ma anche e soprattutto ha bisogno di Charlene: va a casa della ragazza, e la convince a tornare.
Ritrovata una piccola serenità familiare, Micky comincia ad allenarsi seriamente col fratello Dicky, fino al giorno dell'incontro. Dopo varie riprese di sofferenza, Dicky fa un discorso al fratello durante il minuto di riposo tra una ripresa ed un'altra: "Tutta la merda che hai dovuto ingoiare in questi anni, sputala fuori sul ring, addosso a quello stronzo del tuo avversario". E' questo il senso del discorso. Mickey si rialza e maciulla l'avversario, sconfiggendolo e diventando campione del mondo.

Questo film, come molti altri film sulla boxe, fa capire che questo sport non è solo pugni, ma anche mentalità, grinta, fame, rivalsa sociale, filosofia di vita. La boxe è come la vita: non si sa mai come va a finire. Mentre stai perdendo pesantemente, puoi tirare un montante e mettere ko il tuo avversario; mentre stai vincendo facilmente, potresti ricevere un colpo fatale e crollare al tappeto. Bisogna sempre stare in guardia, allenare la mente ed il corpo, sapere che Amore e Onore sono i fari dell'esistenza.
The Fighter mostra benissimo queste cose, e lo consiglio a tutti.
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martedì 1 marzo 2011

Da Oligarca ad Insorgente




L'oligarchia è una teoria politica fondata sul concetto che le minoranze attive, le elites, sono le uniche capaci di governare i processi economici, politici e culturali. In questa teoria credo fermamente, in quanto tutta la Storia è stata "storia di lotte tra elites": nell'antica Roma, ad esempio, non erano patrizi e plebei a lottare, ma rappresentanti dei patrizi (optimates) e rappresentanti dei plebei (populares) a combattere tra loro.

Oligarca è colui che fonda una oligarchia o che ne entra a far parte, accettandone e promuovendone gli ideali ed i valori.


Dal campo della teoria, però, è giunto il momento di passare al campo della prassi, della azione.
Qual è la pratica migliore per realizzare i concetti dell'Oligarchia? Come gli oligarchi che vogliono cambiare la sedicente democrazia liberale, abolendone l'infausto attributo e riattualizzando gli antichi valori democratici che dalla Grecia di Sparta e Atene sono arrivati fino all'illuminismo, possono agire nei territori in cui vivono, lavorano, operano?

L'insorgenza è, appunto, la pratica migliore perchè è fondata sul concetto che solo la lotta costante e senza quartiere contro il Sistema può condurre alla liberazione di tutti e di ciascuno. Insorgere significa essere consapevoli che il Sistema non è riformabile, modificabile, migliorabile, correggibile: il Sistema va cambiato, abolito, resettato.

Insorgente è colui che agisce secondo questi dettami e cerca di intessere una rete di relazioni con altri insorgenti, perchè sa che il solo individuo non può nulla contro il Sistema; nè la massa può, perchè facilmente corruttibile e amorfa; solo il Popolo può combattere e avere speranza, se non certezza, di vittoria. L'Insorgente sta nel Popolo e con il Popolo, cerca dentro al Popolo i nuovi insorgenti da formare e con cui lottare.
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lunedì 21 febbraio 2011

Non voglio sentirvi più




La prossima volta che sento una persona lamentarsi di Berlusconi o Bersani, di Alemanno o della Jervolino, di Marchionne o del sindacato, le chiederò: "nell'ultimo anno, a quanti cortei, scioperi, volantinaggi, attacchinaggi, hai partecipato?".
Se la risposta sarà "a nessuno", sarò legittimato a prenderlo a cinghiate.

Mi hanno rotto le persone che si lamentano e che non fanno niente, non partecipano a niente, siano pure le associazioni sportive o culturali.

Che il Sistema faccia schifo, siamo in tanti a pensarlo. Che il Sistema abbia fregato e continui a fregare i meridionali e i proletari, siamo in tanti a pensarlo. Però poi, appena si cerca di mettere su una realtà diversa e attiva, si è sempre in pochi. Sempre i soliti quattro gatti.

Ecco perchè sono un Oligarca: perchè credo nell'Oligarchia. Poche persone, ma convinte e pronte alla lotta. E gli oligarchi sono gli unici che hanno diritto di lamentarsi, perchè sono gli unici che fanno, che si attivano, che lottano.
Tutti gli altri devono mettersi la lingua in culo e non rompere più i coglioni.
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