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sabato 31 maggio 2014

Tsipras: "Tocca a Juncker cercare una maggioranza"



Secondo il Trattato sull'Unione Europea il parlamento europeo ha il diritto di approvare, e quindi di non approvare, le nomine che gli vengono presentate dal Consiglio Europeo per la Presidenza della Commissione Europea.

Durante la recente campagna elettorale è stato chiesto ai cittadini dell'Europa di esprimere la loro scelta fra cinque candidati, ciascuno di essi scelti dai maggiori partiti europei. Come candidati abbiamo fatto campagna elettorale, abbiamo dibattuto e cercato il consenso dei cittadini europei.

La mia posizione è che il Consiglio Europeo non debba nominare alcun candidato per la Presidenza della Commissione che non abbia partecipato a questa competizione elettorale.

La mia posizione è che il Parlamento Europeo non debba approvare nessun candidato che non ha partecipato a questa competizione democratica.

Presentare qualsiasi altra nomina avrebbe l'effetto di screditare complessivamente le recenti elezioni, trasformandole, dopo un tale atto, in una pantomima.

Questo è un principio democratico basilare. È un obbligo morale del Consiglio Europeo di presentare il candidato che ha ricevuto il maggior consenso nelle elezioni europee.

Durante questa campagna elettorale io sono stato il candidato della Sinistra Europea. Mi sono opposto fermamente alle politiche del Partito Popolare Europeo e del suo candidato, il Sig. Jean-Claude Juncker. Questa opposizione rimane e rimarrà.

Ciononostante il Partito Popolare Europeo ha vinto queste elezioni; per cui è il Sig. Jean-Claude Juncker che deve cercare di formare la necessaria maggioranza parlamentare negoziando con gli altri gruppi politici.

Alexis Tsipras
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martedì 27 maggio 2014

La battutta di arresto pentastellata



"Il MoVimento 5 Stelle è il grande sconfitto di queste elezioni". E' questa la vulgata, da due giorni almeno. Non sono totalmente d'accordo: il M5S ha preso il 21%, cioè milioni di voti. Milioni di voti che, però, si sono già ridotti rispetto alle Politiche di un anno fa e che continueranno a ridursi se tutto il MoVimento, e non solo Grillo, non si renderà conto degli errori politici e comunicativi commessi in questi mesi.
Noto la totale incapacità di analisi del voto di moltissimi pentastellati. E me ne dispiaccio. Manca completamente una riflessione sull'astensionismo nelle regioni in cui sono forti, cioè nel Sud e nelle Isole. Come mai, per la prima volta, molti grillini hanno disertato le urne? Nessuna risposta.
Una prima analisi dei flussi dimostra quanto milioni di persone, che un anno fa avevano votato M5S, hanno votato PD. O meglio, hanno votato Renzi (perchè a mio avviso questa è una vittoria soprattutto di Renzi). Ciò significa che l'elettorato del M5S aveva una base di sinistra che non ha gradito il "congelamento" dei propri voti e la totale indisponibilità ad aprire uno spiraglio per un governo PD-M5S-Sel (o anche per un semplice patto di desistenza). E' stata fatta una valutazione su questo aspetto? No.
Negli ultimi anni c'è stato un forte astensionismo di sinistra, che in genere ha penalizzato soprattutto Sel e Prc. Qualcuno di questi astenuti sinistrorsi è tornato a votare: molti hanno votato PD, qualcuno ha votato Tsipras. Come mai così pochi hanno optato per il M5S, che invece risucchia voti soprattutto a Forza Italia? Non si sa.

La riflessione più alta è stata, più o meno: gli italiani sono vecchi e conservatori, si sono venduti per 80 euro e questo Paese è destinato a morire.
Sicuramente gli 80 euro possono aver inciso, ma di certo non portano un partito che aveva il 25% a superare il 40%, contando che moltissimi non avranno questi 80€ in busta paga. Renzi ha vinto perchè è riuscito ad incarnare le due storiche esigenze dell'elettorato italiano in tempi di crisi: necessità di cambiamento e pragmatismo. Si, perché l'Italia non ha mai avuto una rivoluzione. Un motivo ci sarà? Gli italiani - mi scuserete se uso questa categoria, ma lo faccio solo per capirci - non sono rivoluzionari: si dividono in conservatori, in gradualisti e in "strappisti". Gli "strappisti" sono coloro che auspicano un progresso per strappi, con forti accelerazioni e brusche frenate. Per usare una metafora sportiva: Valentino Rossi è uno strappista, la sua guida incarna alla perfezione questa caratteristica. Gli strappisti, in Italia, non sono maggioranza, ma sono molti di più di quanto si pensi. E in genere stanno a sinistra, anche a sinistra del PD. Un anno fa hanno votato M5S, mentre domenica hanno votato (in massa) il PD renziano e (in parte) la lista Tsipras, la quale ha proprio il compito di far rinascere la Sinistra fondandosi sugli strappisti.

L'incapacità di analisi del voto dei pentastellati è dimostrata anche dal fatto che, prima del videomessaggio di Grillo, nessuno ha preso la parola ed ha azzardato una bozza di analisi. Dopo il video del Capo, tutti si sono accodati. "Aspettiamo di avere i risultati ufficiali" è stata la dichiarazione più utilizzata dai pentastellati durante la notte elettorale, anche quando i risultati erano ormai chiari: il PD aveva doppiato il M5S. Punto, non c'era altro da attendere.

La politica è anche tattica, compromesso (al rialzo, si spera), capacità di analisi e di sintesi. Oltre che comunicazione. Cose in cui il M5S è mancato, almeno in questa tornata elettorale. E le elezioni amministrative di ieri stanno a dimostrare che il problema non è solo il voto d'opinione (che può premiarti oggi e punirti domani): è anche la sfiducia del "pueblo" nel fatto che votare M5S possa essere costruttivo, oltre che distruttivo. Proprio nelle amministrative il MoVimento era capace di raggiungere risultati incredibili; oggi è, quando va bene, la terza forza politica ed è abbastanza distante sia dal centrosinistra che dalla destra.
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lunedì 26 maggio 2014

Gioie e delusioni delle elezioni europee



Quando mi chiedono se preferisco sentire prima una notizia buona o una brutta, io scelgo sempre la brutta. Meglio partire male e poi riprendersi. Per questo oggi, in questo post sulle elezioni europee che si sono concluse ieri notte (o stamattina, più correttamente), voglio partire prima dalle cose che reputo negative, senza considerare troppo il dato dell'astensionismo (più alto delle passate Europee, ma più basso della media europea).

Partiamo dall'Europa: l'avanzata delle forze populiste e neofasciste è decisamente preoccupante. Probabilmente, gli europei hanno riversato su questi partiti il loro disgusto per ciò che l'Europa è diventata: una Unione monetaria e liberista, senza anelito di libertà e di comunità, senza solidarietà e troppo germanocentrica. Le forze populiste, si sa, hanno semplicemente bisogno di un nemico fabbricato ad hoc: lo straniero, l'ebreo, il diverso, o la Merkel. Il loro messaggio è passato, non c'è che dire. Gli argini "democratici" hanno tenuto a stento. L'orda nera rischia di creare un Vajont di dimensioni continentali.
Anche la tenuta della Merkel è alquanto preoccupante: i tedeschi hanno confermato il sostegno al governo (unici, insieme agli italiani, a sostenere il partito di maggioranza), e le voci antieuropeiste hanno raggiunto risultati importantissimi. Basti pensare che il neonato AfD è il quarto partito tedesco, e i neonazisti dell'NPD sono riusciti - prima volta nella storia - ad ottenere un seggio a Strasburgo.

Veniamo ora alle dolenti note italiche. L'affermazione del PDR (Partito Di Renzi) è preoccupante: era dalla seconda metà degli anni 50 che un singolo partito - in quel caso fu la Democrazia Cristiana - non raggiungeva risultati elettorali così alti. Renzi ha ormai completato lo spostamento al centro del PD: il suo elettorato, oltre alla vecchia base orfana del Pci - Pds, è ormai moderato, interclassista, pragmatico e disponibile a piccole novità. Gli alleati di Renzi, che stanno tutti a destra del PD, hanno subito una clamorosa mazzata: NCD riesce a superare lo sbarramento solo grazie al voto nel sud e nelle isole; Scelta Europea è definitivamente estinta, con buona pace dei bocconiani e dei montiani.
Resiste ancora - ed è davvero incredibile - un elettorato berlusconiano e leghista: il 15% degli italioti è ancora disponibile a votare per il Ducetto di Arcore; la Lega di Salvini è riuscita a completare una rimonta difficilmente pronosticabile, ottenendo bei risultati nel nord e addirittura qualche voto al centro e al sud.

Diamo un'occhiata, adesso, alle buone notizie, prima in Europa e poi in Italia. In Europa assistiamo ad un bel risultato della Sinistra Europea, che ottiene una decina di seggi in più rispetto al risultato del 2009. Il merito è certamente di Syriza, la federazione di sinistra greca guidata da Tsipras: 27% e primo partito greco. Si conferma anche la Linke tedesca, che probabilmente è il primo possibile riferimento per una eventuale sinistra unita in Italia. Buoni anche i risultati del Front de Gauche francese, di Izquierda Unida in Spagna e del Bloqueo de Izquierda portoghese, oltre al KKE greco. Questi risultati dimostrano che a sinistra del PSE (e, in Italia, a sinistra del PD renziano) c'è un mondo che chiede ascolto e rappresentanza. Un mondo che spesso non vota o magari disperde il voto, ma che è pronto a ritornare quando una sinistra degna di questo nome si presenta nelle piazze, nelle istituzioni e nelle urne.
Chissà se la Sinistra italiana avrà recepito la lezione. Di certo, il risultato ottenuto dalla lista Altra Europa con Tsipras (4.03%, 3 seggi) va considerato come un qualcosa di straordinario e di inimmaginabile fino a due settimane fa, quando la stessa esistenza della lista era sconosciuta alla maggioranza degli italiani. C'è voglia di sinistra, in Europa come in Italia: una sinistra che sappia protestare ed essere conflittuale, ma anche candidarsi a governare. Pronta ad accordi tattici, non a compromessi al ribasso con chi ha attuato politiche economiche che hanno frantumato il tessuto sociale di tanti stati europei. 

Capiranno Vendola, Ferrero e compagni che il tempo della divisione e della dispersione è finito? Ne dubito, ma ci spero.
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sabato 24 maggio 2014

Silenzio elettorale



Oggi non si parla di elezioni. Oggi si riflette. Ed io sto riflettendo. Andare o non andare a votare? Nel secondo caso, per chi votare? Negli ultimi giorni ho espresso chiaramente la posizione predominante, ma voglio concedermi ancora oggi per riflettere. Non tanto per i candidati e i partiti italiani che fanno parte della Sinistra Unitaria Europea: se fosse solo per loro, la decisione di non votare sarebbe già presa e confermata. Non me ne vogliano Moni Ovadia, Barbara Spinelli o Luca Casarini, ma credo che una forza anticapitalista, o quantomeno "di sinistra", dovrebbe candidare lavoratori, disoccupati, operai, bidelli, insegnanti, piccoli artigiani, esponenti dei movimenti e dei conflitti sociali che, dal Tav a Muos, hanno percorso questa sottospecie di Paese. Nella lista elettorale, invece, vedo molta intellighenzia e poca classe sociale.
Il dubbio, semmai, mi sorge pensando al partito europeo in cui gli eletti di questa lista siederanno: un partito in cui ci sono i compagni greci (Siriza e KKE) e portoghesi (Bloqo e Partido), i francesi del Nuovo Partito Anticapitalista (erede della Lega Comunista Rivoluzionaria) al Partito Comunista di Boemia e Moravia, e altre realtà politiche e sociali molto più combattive delle nostre Sel, Prc, e munnezza varia.
Votare la Lista Tsipras significa votare anche per i tanti compagni che, in tutta Europa, lottano davvero contro il capitalismo e il fascismo (a differenza della sinistra italiana, indecentemente non combattiva). Per questo motivo, oggi passo la "giornata di riflessione prima del voto" a pensare. Domani deciderò, se far prevalere il disgusto per la sinistra italiana o il sostegno agli anticapitalisti europei.
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venerdì 23 maggio 2014

Ce lo chiede l'Europa. Vota NESSUNO



Documento astensionista della rete comunista Noi saremo Tutto in vista delle elezioni europee.

Il 25 maggio in Europa si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Si tratta di un organismo politico che si affianca ad un’altra serie di strutture decisionali dell’Europa. Il suo ruolo politico è presunto: fino ad oggi il Parlamento Europeo ha votato l’ottanta per cento delle proprie delibere all’unanimità per avere un maggior peso di contrattazione rispetto alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo. Da anni il Parlamento Europeo è governato da una alleanza ferrea tra i partiti di centro e il Partito Socialista Europeo. Anche questa volta tutti gli analisti prevedono che si formerà una alleanza tra il centro destra rappresentato dal Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo. In questo senso, le elezioni europee sono già finite. Il terzo posto si giocherà tra la sinistra europea e le destre che stanno recuperando consensi in tutta Europa, a partire dalla Francia di Marine Le Pen. Ma il vero risultato politico delle elezioni sarà un astensionismo molto elevato, al di là di qualsiasi proposta politica. Sarà un dato con cui occorrerà confrontarsi.

Non vogliamo con questo sostenere che i risultati saranno ininfluenti nel processo politico europeo. Siamo consci infatti che una vittoria del Front National in Francia, per fare un esempio, porterebbe ad una accelerazione non secondaria del processo di integrazione europea, pena il suo fallimento, e quindi allo sviluppo di contraddizioni significative all’interno del rapporto tra classe politica europeista francese e la sua popolazione, molto maggiori della precedente bocciatura della costituzione europa per via referendaria su cui il maggiore sindacato francese CGT si spese allora pubblicamente contro.

Il Parlamento Europeo è un ente sostanzialmente privo di capacità politiche reali: è la giustificazione “democratica” di un processo politico i cui contorni non sono ancora del tutto chiarificati a causa delle resistenze all’interno delle frazioni politiche in alcuni stati. La costruzione di quel che chiamiamo “blocco imperialista europeo” è infatti un processo in fieri, evidente ma non del tutto lineare a causa delle resistenze di alcuni settori sociali all’interno dei singoli paesi.

Il processo di riunificazione infatti ha avuto numerose conseguenze sugli strati sociali europei; queste conseguenze sono diventate evidenti e drammatiche dopo l’emergere dell’ultima ondata della crisi economica.

Il disastro sociale dei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) è sotto i riflettori di tutti. Il processo ha avuto una chiarificazione evidente soprattutto in Grecia, anche in conseguenza della resistenza del popolo ellenico.

In realtà il processo di integrazione europeo va avanti da anni a forza di ristrutturazioni sociali che non cominciano con l’euro ma sono state forzate dall’introduzione della moneta unica e dall’abbandono della sovranità monetaria. E’ un processo il cui ruolo guida spetta alla Germania. L’invadenza dei trattati europei (da Maastricht in poi) sulla vita dei cittadini e dei lavoratori si compone di manovre che portano a disastri salariali, precarietà, privatizzazione, dismissione del welfare sociale europeo. Le ricadute sono in grandissima percentuale a carico dei lavoratori salariati e dei giovani, ma colpiscono duramente anche alcuni settori perdenti della borghesia (piccole imprese, commercianti). Per essere applicate hanno bisogno di un consenso generale: dalla Commissione Europea arrivano le direttive, che Parlamento Europeo e Consiglio non potranno che avallare e che i governi nazionali applicano o riversano sugli enti locali. In tutto questo meccanismo nessun ingranaggio deve saltare, tutta la politica è forzata all’interno di uno schema predefinito.

In maniera forse troppo schematica, ma sicuramente attinente alla realtà, si può definire il processo europeo come una ristrutturazione neoliberale a carico dei lavoratori con ricadute su una parte di borghesia perdente. All’interno dei singoli stati europei si rimodellano quindi le alleanze favorendo l’unità tra le forze politiche che rappresentano gli interessi del capitale che ha tutto da guadagnare da una guida tedesca (in Italia questa frazione politica ha come perno il PD con i suoi alleati) e le forze della borghesia perdente che lasciano trapelare una crescente insoddisfazione verso la struttura dell’Europa (in Italia queste forze vengono rappresentate dalla destra berlusconiana e post fascista). I colpiti dal progetto di integrazione trovano spesso sponda solo nel populismo che anche quando riprende giuste rivendicazioni sociali o si muove in un’ottica interclassista (movimento 5 stelle) oppure razzista o reazionaria (Lega Nord, destre neofasciste europee).

In questo quadro la sinistra europea (con alcune differenze nei vari paesi) ripete sostanzialmente un ritornello sganciato da ogni realtà. L’Europa dei popoli è un progetto che, se è mai stato nella testa di qualche pensatore, non ha nessuna possibilità di essere perseguito all’interno di una cornice che in questi anni si è chiarita definitivamente.

Le privatizzazioni, le delocalizzazioni nei paesi a basso costo del lavoro, le ristrutturazioni salariali, le diminuzioni delle tutele e delle garanzie dei lavoratori, il mantenimento di un enorme esercito industriale di riserva, non sono un passaggio temporaneo dovuto alla prevalenza di alcune forze di destra neoliberale, ma sono insite nel processo di integrazione stesso. In questo senso non si darà alcun avanzamento delle classi sociali subalterne senza la rottura di quella che abbiamo definito la gabbia dell’Unione Europea.

Su questo tema, non siamo isolati, in quanto molte forze sociali antagoniste e comuniste cominciano a fare i conti con questa realtà. Stupisce però come tutto questo ragionamento venga espulso dal dibattito politico sulle elezioni, ridotte a mero teatrino in cui tutti gli attori recitano una parte che espelle dalla discussione la natura del processo che si vorrebbe influenzare con le elezioni. Basti pensare all’omissione della questione Ucraina, quando in realtà, una delle partite più importanti sul futuro dell’Europa si gioca su quel territorio e dove, dopo le elezioni, potrebbe diventare all’ordine del giorno un più risoluto intervento militare.

Tutto questo con particolare evidenza in Italia dove nessuno, nella sinistra, analizza il ruolo guida del Partito Democratico in questo processo e dove il malcontento sociale si riversa in forze lontane anni luce dal movimento operaio e comunista.

In questo senso la scelta dell’astensionismo attivo per noi è uno strumento politico e di chiarificazione. Il ruolo dei comunisti non può prescindere da una analisi strutturale dei compiti da svolgere e dall’individuazione dei soggetti sociali che si intende rappresentare. Non si tratta di una scelta dogmatica, ma di una scelta di campo necessaria all’interno di uno sforzo ineludibile per la ricostruzione di un soggetto politico anticapitalista che non potrà uscire dall’unione di ceti politici residuali e pezzi di borghesia intellettuale, ma solo dalla chiarezza degli obiettivi e dall’individuazione delle forme organizzative in cui muoversi nell’attuale fase politica.
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mercoledì 2 ottobre 2013

Video di Nando Dicè sull'importanza delle prossime elezioni Europee



 Il video di Nando Dicè, presidente del Movimento di Insorgenza Civile, in cui il leader insorgente parla delle novità virtuali e reali di Insorgenza, e in cui apre la lunga campagna elettorale per le Europee 2014.