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venerdì 31 agosto 2012

Il Sabotatore - num. 9

Il Sabotatore



E' uscito oggi il numero 9 de Il Sabotatore - Bollettino settimanale del Network Autonomo Sabotag. Si torna alle quattro pagine, come prima delle vacanze agostane.
Su questo numero troverete un articolo di Arcadianet in prima pagina sul mondo del lavoro; un articolo e una prosa di Sabotag; l'esordio di un nuovo collaboratore meridionalista, Spartaco, che commenta un indegno articolo apparso su Il Giornale ; una poesia ermetica di Bukowski.

Il link ove leggere l'ultimo numero de Il Sabotatore è
http://www.youblisher.com/p/415315-Il-Sabotatore/

mentre gli altri numeri de Il Sabotatore sono visibili al seguente link:
http://www.youblisher.com/s/il+sabotatore/

Do svidanija

martedì 28 agosto 2012

La nostra generazione se la passa male



La nostra generazione se la passa male. Non abbiamo i residui di una guerra mondiale sulle spalle, non abbiamo conosciuto la fame e i vestiti passati di fratello in fratello, non abbiamo festeggiato quando c'era la carne a tavola. La nostra generazione, però, se la passa male lo stesso.
Abbiamo i cellulari di ultima generazione e gli indumenti griffati, abbiamo tutti l'automobile e l'impianto stereo, abbiamo la possibilità di informarci in tempo reale e gratis, abbiamo gli effetti speciali al cinema e anche gli occhialini 3D. Eppure la nostra generazione se la passa male.
Abbiamo la possibilità di viaggiare, girare l'Europa con l'interrail o con i voli low cost, visitare luoghi che i nostri genitori vedevano solo in viaggio di nozze, e i nostri nonni in qualche cartolina di parenti emigrati. La nostra generazione, intanto, se la passa male lo stesso.
Abbiamo conosciuto la neve sotto uno snowboard d'inverno nonostante fossimo nati in paesi di mare. Abbiamo mangiato talmente tanto che tutti siamo a dieta. Abbiamo gli abbonamenti in palestra e spendiamo fette dei nostri stipendi in prodotti di bellezza. Abbiamo i centri commerciali in cui fa caldo d'inverno e si sta freschi d'estate, dove possiamo comprare tutto ciò che ci serve senza preoccuparci del parcheggio dell'auto o delle nuvole grigie che, all'orizzonte, minacciano pioggia.
Eppure, la nostra generazione se la passa male. Lavori precari e sottopagati. Diritti ridotti o inesistenti. Prospettive di costruire una famiglia pari a zero. Traffico e inquinamento aumentati in maniera proporzionale al costo della benzina. Servizi sociali e sanitari insufficienti. Monopolio culturale del pensiero unico. Partito unico benpensante moderato liberista. Anche la musica dura è diventata abbastanza morbida da piacere ai figli di papà. Anche le rivoluzioni si organizzano su facebook, e i rivoluzionari si limitano a mettere "mi piace".

A volte mi guardo intorno alla ricerca di una risposta alla domanda: perché ce la passiamo così male? E non riesco a darmi una risposta che non sia un'altra domanda:
Abbiamo lottato?

Do svidanija

martedì 17 luglio 2012

La lotta comincia dalla porta di casa tua



Quando non avevo ancora la barba bianca sul mento, e militavo nei Giovani Comunisti di Pozzuoli (NA), durante una assemblea sentii una frase: "Pensa globale e agisci locale". Era una frase del Subcomandante Marcos, il leggendario capo della guerriglia zapatista.
Quella frase mi ha "perseguitato" in tutti questi anni, ed è ancora la ragione sociale del mio agire politico. Il problema, forse, è che siamo ancora in pochi a conoscerla e ad agire di conseguenza. La società, politica e civile, è piena di persone che discutono e si adoperano su questioni molto lontane dalla realtà che quotidianamente viviamo oppure non riescono a ragionare e ad attivarsi su temi che vadano oltre il proprio giardino di casa.
Ad entrambe le categorie dico: la lotta comincia dalla porta di casa. Mi spiace dirlo, ma è inutile perdere tempo in un corteo di solidarietà - ad esempio - ai cinque companeros cubani. Meglio dedicarsi al proprio territorio, inteso come un nodo del Sistema che ci opprime e contro cui tutti siamo chiamati alla lotta, consapevoli o meno. Non possiamo, però, nemmeno chiuderci gli orizzonti di riflessione e di azione al hic et nunc, qui ed ora, come se non esistesse nulla oltre questo luogo e questo momento. E' sull'equilibrio - non sulla moderazione, si badi bene - tra queste due componenti che si gioca il futuro della politica e della Democrazia in rete.

Come combattere questa lotta? Non esiste un'arma migliore dell'altra. Io ho scelto la Parola, che risveglia le coscienze, ispira gli spiriti e denuncia le malefatte. Non è sufficiente, sia chiaro, però è importante. Le parole sono molotov che bruciano dentro.
Bisogna, però, prima decidere la tattica: battaglia campale o guerriglia? Cioè, traducendo dal gergo militaresco: battaglia ampia e di massa su un campo vasto oppure battaglia di piccoli nuclei in zone ristrette, vicoli e vicoletti del Sistema? Su questo non ho dubbi: la seconda. Il nemico che ci troviamo ad affrontare quotidianamente nei nostri uffici e nelle nostre strade, nei nostri luoghi di lavoro o nei bar che frequentiamo, è un enimo enorme, armato fino ai denti e potentissimo. E noi non disponiamo di un esercito vasto e preparato. 

Usciamo di casa e prepariamoci alla battaglia. Denunciamo, scriviamo, leggiamo, informiamoci ed informiamo, partecipiamo ed organizziamo. 
Che ognuno diventi il nodo di una rete di sabotatori del Sistema.

lunedì 16 luglio 2012

Disgusto e sabotaggio




Lo ammetto: la notizia della condanna dei 10 militanti antagonisti protagonisti, secondo la pubblica accusa e la Cassazione, di atti di "devastazione e saccheggio" mi ha destabilizzato. Ho sempre fatto propaganda di equilibrio (e mai di moderazione), eppure stavolta ho seriamente rischiato di perdere l'equilibrio e di scivolare verso una deriva che, almeno verbalmente, non si può non definire "insurrezionale" o "terroristica". Il disgusto è talmente elevato che comprime lo stomaco e le tempie, impedendomi di ragionare e di respirare. Sapere che un Paese che si definisce democratico si dimostri così iniquo mi fa letteralmente uscire di senno. Basta confrontare le condanne dei vertici della polizia (pensa massima, 3 anni e 6 mesi) e quelle dei manifestanti (pena massima, 15 anni) per comprendere l'iniquità: chi ha usato violenza contro le persone ha avuto una pena di gran lunga minore rispetto a chi ha commesso atti di vandalismo. Deprecabili quanto si vuole, per carità, ma rompere una mascella sarà sempre più grave che rompere una vetrina. 
Non è evidentemente così per la Magistratura italiana, altro ganglio di quel Sistema liberale e liberista che si dice democratico, ma che nei fatti è una dittatura legalizzata. Un Sistema che addirittura impone l'esportazione di questa presunta democrazia, proprio come esporta le ricette ultraliberiste che si traducono in misure antisociali e antipopolari in ogni angolo del globo. E l'Italia non fa eccezione, come sempre nella sua storia. Il servilismo di cui questa non-nazione si è resa protagonista dalla caduta dell'Impero Romano ad oggi (ad eccezione di qualche stato preunitario, come il Regno delle Due Sicilie, che era all'avanguardia per quanto concerne la cultura e l'economia) continua ad appestare la penisola italica. L'Unione Bancaria Europea ordina, e i bocconiani eseguono. Peggioramento della riforma delle pensioni? Done. Taglio dei diritti dei lavoratori? Done. Miliardi regalati alle banche, le quali poi non erogano credito? Done.

Questa è la situazione. Tutti stanno male, tutti si lamentano, ma nessuno si ribella. Tutti chiusi nelle proprie case, comprate con mutui dai tassi usurai, in quartieri dormitorio privi dei più elementari servizi. E appena uno alza la voce o spacca una vetrina, sono tutti pronti a dargli addosso. "Eh no! Questo non si fa!", come se si stesse facendo la ramanzina ad uno beccato con le mani nella nutella.
Più passano i giorni, i mesi e gli anni, e più mi convinco che solo una grande pars destruens, seguita da una altrettanto gloriosa pars costruens, può cambiare le cose. E siccome non sono come quei fatalisti che attendono che le Masse si ribellino, così come non sono come quelli che credono che basti una raccolta firme o una croce sul simbolo per cambiare le cose, non mi accodo.

L'ho detto e lo ripeto: non è possibile correggere il Sistema, né c'è una rivoluzione sociale alle porte. Noi possiamo solo compiere opera di sabotaggio.

Passo e chiudo.

lunedì 18 giugno 2012

Tecniche di sabotaggio antico

ComeSiFa.jpg



[La casa editrice Manni ha pubblicato un volumetto, piccolo ma corposo, a cura di Franco "Bifo" Berardi e Valerio Monteventi. Si intitola Come si fa. Tecniche e prospettive di rivoluzione (pp. 256, € 12,00). Così è presentato dall'editore: "I movimenti di protesta si stanno diffondendo in tutto il mondo. Ma le battaglie di opposizione al sistema sembrano non aver ancora trovato gli strumenti per un’azione efficace. Alcune proposte arrivano da questo volume che analizza teorie e metodi alla base delle rivolte del ventesimo secolo: lo sciopero e il sabotaggio, il guevarismo, la resistenza e la guerriglia, il boicottaggio e le pratiche dell’obiettivo, la non violenza, il media-attivismo e l’info-hacking, il subvertizing e le occupazioni, fino alla creazione di reti di solidarietà e al suicidio. Obiettivo finale: capire il passato per proporre una forma nuova e adeguata della rivoluzione oggi." I contributi raccolti sono di Franco "Bifo" Berardi, Valerio Monteventi, Lucia Berardi, Arturo Di Corinto, Tommaso De Lorenzis, Valerio Evangelisti, Andrea Gropplero, Antonio Moscato. Riportiamo l'intervento di Valerio Evangelisti.]


di Valerio Evangelisti, tratto da http://www.carmillaonline.com/archives/2012/06/004339.html

Esiste una forma di lotta che ha gli effetti di uno sciopero di massa, pur se attuata da un numero esiguo di lavoratori o, in certi casi, persino da uno solo? Sì, esiste, e si chiama sabotaggio. Era comune, e teorizzata da alcune forze sindacali, nei primi decenni del secolo scorso, soprattutto in Francia, in Inghilterra e in America. A quei tempi, in Italia, era praticata principalmente nelle campagne. Tornò di moda, da noi, negli anni Settanta. Noto è il caso, ai tempi della catena di montaggio, del cosiddetto “salto della scocca” nella industria automobilistica. La vettura completata mancava di qualche pezzo piccolo ma essenziale, e ciò la rendeva inservibile. Un danno economico altissimo per il padrone. Nel 1984 vi fu un processo contro alcuni operai dell’Alfa Romeo colpevoli del sabotaggio. A sorpresa, i magistrati condannarono l’azienda e assolsero i lavoratori. Una sentenza che, in certi ambienti e sulla stampa mainstream, fece scandalo. Provocò anche una breve crisi tra i sindacati, favorevoli alla decisione del giudice, e il PCI, risolutamente contrario.
Non conosco altre sentenze così esplicite, ma non voglio occuparmi qui del sabotaggio in toto, che ha avuto mille altre espressioni (anche recentissime). Intendo invece chiarire perché un secolo fa alcuni sindacati importanti, come la CGT in Francia, gli IWW in America e altri ancora, un po’ in tutto il mondo, ritenevano il sabotaggio un mezzo di lotta legittimo, per quanto ritenuto dalla legge un atto criminale.
Partiamo dalla definizione. Il testo fondamentale, tradotto in molte lingue, è Il sabotaggio di Émile Pouget (un dirigente della CGT di tendenza anarco-sindacalista), pubblicato in Italia nel 1911. Sua è la formula che riassume il concetto: “A cattiva paga, cattivo lavoro”. Il prefatore italiano, che si firma Notari, offre una definizione sintetica ma più ampia:

“Il sabotaggio si divide in due grandi rami. Il primo comprende il sabotaggio delle industrie, e consiste (…) nel ridurre la macchina, o qualsiasi altro strumento di lavoro, in istato di inattività impedendo, così, che l’arma escogitata dalle classi padronali – il krumiraggio – possa spuntare quella delle classi operaie – lo sciopero.
Il secondo comprende il sabotaggio applicato ai commerci il quale consiste (…) nel fare l’interesse del cliente, e non quello del padrone: nel dare, cioè, il peso giusto della merce richiesta, nell’offrire quella di migliore scelta e di migliore fattura, anziché quella avariata od imperfetta.”

Tralascio la seconda forma di lotta, meno attuale, che pure trova in certe azioni degli anni Settanta – primi anni Ottanta alcune analogie (tipo la scelta degli autoferrotranvieri, durante le loro vertenze, di far viaggiare i passeggeri senza biglietto, invece di astenersi dal lavoro). Quanto alla prima, fu ufficialmente adottata, creando uno scandalo enorme, dal congresso di Tolone della CGT francese del 1897, ribadita dal congresso di Rennes l’anno successivo, poi sancita a Parigi nel 1900. Il motivo della risoluzione è ben spiegato da Pouget:

“Bisogna che i capitalisti sappiano che il lavoratore non rispetterà la macchina se non quando questa sia divenuta per lui un’amica che abbrevia il lavoro, invece di essere, come oggi è, la nemica che gli ruba il pane e lo uccide.”
Simili idee, che oggi possono apparire datate e persino oltraggiose, conobbero una diffusione stupefacente. Del resto si rifacevano a prassi già adottate spontaneamente dalla classe operaia. Comprendevano forme varie, che andavano dall’osservanza pedissequa dei regolamenti (usata dai ferrovieri francesi già prima del congresso di Tolone) al ricorso a espedienti capaci di bloccare un ingranaggio, e con esso tutti quelli collegati, a monte e a valle. L’azione di uno solo, o di pochi, era davvero sufficiente a interrompere un’intera catena produttiva. Talora bastava togliere un bullone o versare un liquido colloso sulle pulegge. Impossibile, o quasi, scoprire il colpevole, tra la folla degli operai manifatturieri.

Dalle teorizzazioni di Pouget si passò alla pratica fatta propria dal sindacalismo rivoluzionario, e in particolare dagli Industrial Workers of the World americani. Un dirigente degli IWW, Ben H. Williams, sconsigliava nel 1911 la distruzione diretta delle macchine. I lavoratori non l’avrebbero capita, e forse avrebbero finito per giudicarla barbara. Meglio la tattica dei ferrovieri francesi. Dopo un accordo tra i militanti del sindacato, provocare un guasto qui, un guasto là, fino a rendere l’intera rete – pubblica e privata – inaffidabile e ingestibile. I padroni avrebbero finito per abbandonare la loro tracotanza e sarebbero scesi a patti spontaneamente. Come in effetti accadde in Francia, nel 1895.
Altri teorici degli IWW, a partire da Frank Bohn per arrivare a molti altri, incluso il leader “Big Bill” Haywood, approfondirono le modalità di questo tipo di lotta. Cerco di ricapitolare il loro discorso.

- Il sabotaggio è valido quale forma di conflittualità estrema, in presenza di situazioni eccezionali. In condizioni “normali”, i proletari lo ripudierebbero.
- Le situazioni eccezionali comprendono il ricorso ai crumiri, il rifiuto di ammettere le rappresentanze sindacali, l’impossibilità dello sciopero.
- Necessaria al sabotaggio detto “industriale” è la presenza di masse cospicue di lavoratori, tra le quali non sia possibile scovare uno o più colpevoli, se non colti sul fatto.
- Il sabotaggio ha per bersaglio le cose, non le persone. L’inverso della repressione del potere, che punta invece alle persone, non alle cose.

Simili concetti furono adottati dall’intero sindacalismo rivoluzionario mondiale, ai primi del Novecento. Gli IWW li teorizzarono più che praticarli. Una realizzazione molto concreta ebbe luogo principalmente nella California degli anni Dieci-Venti del Novecento. Braccianti precari ed esasperati, ridotti alla fame da salari sempre più bassi, cominciarono a dare fuoco alle trebbiatrici che toglievano loro il lavoro. Il compositore Joe Hill adattò a esaltazione di quel gesto una canzoncina popolare, Ta-Ra-Ra Boom De-Ay, in cui un proprietario terriero accettava di negoziare dopo avere assistito alla distruzione delle macchine agricole comperate per risparmiare manodopera.
Furono casi comunque isolati, e non paragonabili al galletto rosso praticato negli stessi anni dagli operai agricoli di molti paesi europei, a partire dai braccianti della Russia per arrivare a quelli, pure inquadrati in organizzazioni sindacali riformiste, dell’Emilia-Romagna. Consisteva semplicemente nel dare fuoco ai campi di cereali, e richiedeva un grado accentuato di alienazione dal lavoro. Difficilmente i piccoli proprietari contadini avrebbero accettato quella tattica. La facevano propria masse precarie che passavano da un lavoro all’altro, e non avevano nulla che le legasse al suolo, né al lavoro in sé.
Negli Stati Uniti, di norma, non si arrivò a tanto. Sta di fatto che il sabotaggio, o per meglio dire il suo elogio, fu tra i pretesti usati nel 1919 per mettere fuori legge gli IWW, tra deportazioni forzate e condanne a lunghi periodi di carcerazione. Nulla faceva rabbrividire chi deteneva il comando dell'economia e del potere quanto l’idea che un piccolo nucleo di operai potesse, con una “disattenzione” difficilmente imputabile, causare in pochi minuti una perdita di profitti maggiore di quella provocata da una settimana di sciopero – senza poter sapere a chi sospendere la paga o chi licenziare.
La parola d’ordine “A cattiva paga, cattivo lavoro” scomparve in seguito dal novero degli slogan sindacali. Riapparve per un poco in Italia, negli anni Settanta, nella forma “A salario di merda, lavoro di merda”. Nei decenni successivi fu travolta dal decentramento produttivo, dagli appalti a lavoratori o agenzie presunti autonomi, dalla delocalizzazione. Dopo la condanna per legge di un’altra tradizionale arma sindacale, il “boicottaggio” (tu non rispetti i tuoi dipendenti e io ti boicotto; chiunque avrà a che fare con te sarà boicottato a sua volta, persino sul piano dei rapporti umani), si sono susseguite per ogni dove misure legislative, forme di sorveglianza, modalità organizzative che rendessero il sabotaggio impraticabile. Ma si può dire che la bestia sia domata? Per scatenarsi richiede un precariato diffuso, la conseguente estraneità ai fini dell’impresa, la mancata accettazione del “normale” rapporto sindacale da parte del padrone. Sull’altro versante esige coscienza dei fini, coraggio e disinvoltura nella scelta dei mezzi. Forse è sul secondo fronte che attualmente si avvertono le carenze maggiori.

Come che sia, credo opportuno riportare un brano delle conclusioni del congresso di Tolone della CGT, che adottò il sabotaggio come arma legittima:
“Noi vi abbiamo già dimostrato come istintivamente il lavoratore abbia risposto al capitalista feroce diminuendo la produzione, ossia offrendo un lavoro proporzionato alla miserabilità del salario.
Occorre augurarci che i lavoratori si rendano conto che il sabotaggio, per divenire un’arma poderosa, deve esser praticato con metodo e con coscienza.
Spesso basta la semplice minaccia del sabotaggio, per ottenere utili risultati.
Il congresso non può entrare nei particolari della tattica. Questi particolari debbono partire dalla iniziativa e dal temperamento di ciascuno di voi e sono subordinati alla varietà delle industrie.
Non possiamo che porre la massima e augurarvi che il sabotaggio entri nell’arsenale di lotta dei proletari contro i capitalisti, analogamente allo sciopero, e che l’orientazione del movimento sociale abbia sempre più la tendenza all’azione diretta degli individui e a una maggiore coscienza della propria personalità.”
Sono parole, quelle della CGT, che potrebbero avere senso ancora oggi? Non lo so, mi sono limitato a un semplice e semplificato excursus storico. Certo che in tempo di reti e di interconnessioni, l’idea di un omino – o donnina – in tuta che può bloccare tutto quanto, conseguendo gli effetti di uno sciopero generale prolungato, non può che affascinare.

venerdì 15 giugno 2012

Anonymous, cacciati i responsabili dell'attacco a BeppeGrillo.it



Anonymous Italia, cioè la community italiana che fa capo al movimento hacker più famoso del mondo, ha cacciato "con ignominia" i responsabili dell'attacco contro il sito di Beppe Grillo. Un amministratore e due hackers hanno testato una nuova botnet sul sito di Beppe Grillo, che è stato oscurato per 10 ore. Inoltre, hanno anche pubblicato un post in cui spiegavano perché hanno dossato il sito di Grillo, accusato di essere un populista sfascista eccetera eccetera.
Oggi sono stati espulsi, ed un membro anziano della community ha spiegato: "erano in minoranza, e non possiamo accettare che qualcuno decida contro il parere della maggioranza".

Quando una settimana fa ho saputo dell'attacco al sito di Grillo, sinceramente sono rimasto stupito: non riuscivo a capire perché Anonymous dovesse attaccare proprio Grillo, cioè una persona che ha più volte manifestato notevoli convergenze con gli ideali di Anonymous. Inoltre, lo stesso Movimento 5 Stelle, di cui Grillo è il padre fondatore, ha nel proprio programma politico molte proposte condivisibili dagli Anonymous italiani.
La decisione presa dalla maggioranza di Anonymous Italia di cacciare i responsabili di questo attacco incomprensibile mi trova quindi d'accordo. Mi spiace, però, che vi siano ancora le concezioni di Maggioranza e Minoranza a farla da padrone, anche in un movimento come Anonymous. So bene che a volte è necessario arrivare a contarsi per stabilire una linea, ma ciò va fatto solo dopo che si è cercata la sintesi tra le posizioni. Utilizzare il metodo del consenso è ben più democratico del mero calcolo delle teste, perchè il rischio che la democrazia diventi una dittatura della maggioranza è sempre forte.

lunedì 4 giugno 2012

Diventa un Sabotatore! Collabora e partecipa al Network Autonomo Sabotag!



Vuoi scrivere un articolo per Il Sabotatore? Vuoi realizzare una trasmissione su Radio Sabotag? Vuoi fare un reportage fotografico o video da pubblicare su Sabotag TV? Vuoi organizzare assemblee, incontri, volantinaggi, blocchi, occupazioni, sit in, mostre... insomma, vuoi fare attività politico-culturale Autonoma e Antagonista al Sistema?

Allora collabora e partecipa al Network Autonomo Sabotag. Devi semplicemente difendere e professare tre valori: libertà, giustizia e solidarietà. Nessun pensiero e nessuna aziona che tenda a limitare la libertà, la giustizia e la solidarietà tra le persone può essere accettato nel Network. Tutto il resto è lecito.

Il Network Autonomo Sabotag non ha capi, non ha dirigenti, non ha scala gerarchica, non ha tessere d'iscrizione. Tutti possono farne parte, senza distinzione di età, sesso, etnia, censo, orientamento religioso o sessuale. Il progetto del network è la creazione della net-democracy, intesa non solo come "democrazia della rete", ma anche e soprattutto come "democrazia in rete". Una democrazia orizzontale, fondata sulla condivisione e sulla pratica del consenso, sulla libertà individuale e la giustizia collettiva. 

Se vuoi collaborare o partecipare in qualunque modo, scrivi a ant.lucignano@libero.it

N.B. Tutte le collaborazioni sono da intendersi come completamente volontarie, perciò gratuite. Tutte le opere pubblicate sui canali del network saranno rese disponibili a tutti, secondo la filosofia del copyleft.