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mercoledì 18 giugno 2014

Giulietto Chiesa: "L'Ucraina è una miccia ancora accesa"



Oggi vi posto un interessante articolo di Giulietto Chiesa, tratto dal suo blog personale. Chiesa traccia una riflessione interessante sul presente e, soprattutto, sul futuro dell'Ucraina, della Crimea, della Russia e dei rapporti tra il Cremlino e il cosiddetto Occidente.

La crisi ucraina è sparita dalle pagine, non solo dalle prime pagine dei giornali; è sparita anche dai telegiornali. Il pubblico occidentale, europeo, italiano, potrebbe pensare che sia finito tutto: finalmente, un problema in meno. Così si può tornare a trangugiare il beveraggio abituale di gossip.

Spiacente di comunicare che la crisi ucraina si sta avvitando ad alta velocità e, molto presto, tutti si troveranno di fronte alla necessità di doverne parlare, loro malgrado. Le ultime notizie sono campanelli d'allarme che trillano, sirene di avvertimento. Si misuri, per esempio, l'annuncio del facente funzione di ministro della Difesa ucraina, Mikhail Koval' nella riunione del Consiglio dei Ministri del 10 giugno: verranno istituiti "speciali campi di filtraggio" che dovranno permettere di individuare tutti coloro che hanno partecipato alle rivolte nel sud-est del paese (tutti i maggiorenni, maschi e femmine), per poi avviare la loro "ridislocazione" in altre zone del paese. In altri termini Kiev si prepara a costruire campi di concentramento, nei quali rinchiudere tutti i ribelli e, simultaneamente, prepara la deportazione di decine di migliaia di persone lontano dalle loro aree di residenza.

Nel frattempo è già terminata ogni illusione che il nuovo presidente Petro Poroshenko sia disposto a un qualsiasi cessate il fuoco e a un inizio di negoziato con i ribelli del Donbass e del Lugansk. L'offensiva militare contro il "nemico russo" continua, si intensifica, assume sempre di più il carattere di una guerra di sterminio della popolazione civile, oltre che dei difensori armati in rivolta. È un governo che, apparentemente in modo assurdo, bombarda e distrugge la propria popolazione, ma anche case, infrastrutture, beni pubblici e privati, cioè infliggendo un danno grave alla propria economia e alla propria ricchezza.

In realtà tutto ciò potrebbe non essere niente affatto assurdo se venisse interpretato come una premessa necessaria per una completa pulizia etnica del paese. Dietro questa linea c'è molto di più che una volontà di ripristinare lo status quo ante e l'unità dello stato ucraino qual era prima del 22 febbraio 2014. C'è una volontà di vittoria totale sulla componente etnica russa, ormai percepita come "nemico russo", i moskalì da estirpare, da neutralizzare e da costringere alla fuga dai territori storici di residenza. Questa volontà ha ormai il sostegno (più o meno consapevole degli effetti che è destinata a produrre, nazionalmente e internazionalmente), di una larga parte dell'opinione pubblica ucraina delle aree occidentali.



Su queste basi, e potendo godere del pieno sostegno degli Stati Uniti e di una parte importante dei paesi dell'Unione Europea, il governo di Kiev ha assunto, come fondante della sua "rivincita" storica, l'ideologia della "ucrainizzazione" totale dello stato e sta procedendo verso la costruzione forzata e violenta di uno stato etnocratico degli ucraini. Vedremo più avanti cosa questo significa per la Russia e quali problemi ciò aprirà sia davanti a Mosca, sia davanti a Bruxelles e a Washington.

Ma va tenuto conto anche - e in modo decisivo - che di questa linea è parte integrante la rivendicazione del territorio della Crimea. E qui la questione si complica e s'ingigantisce in modo preoccupante. La Crimea, diversamente dal Donbass, è ormai parte integrante del territorio statale della Federazione Russa, che vi ha istituito due nuovi soggetti federali, appunto la Repubblica di Crimea e la Città di Sebastopoli.

È evidente che, sebbene per la Russia la questione sia, politicamente e praticamente risolta (dopo il referendum stravinto senza alcun dubbio), invece, dal punto di vista giuridico e del diritto internazionale, ivi incluso il mancato riconoscimento da parte di tutti i paesi occidentali, essa rimarrà a lungo come una ferita aperta. E non è una ferita di poco conto, perché metterà la Russia in contrasto diretto con la Nato, essendo evidente che - come risultato del colpo di stato del 22 febbraio - l'Ucraina sarà prestissimo un membro effettivo dell'Alleanza Atlantica (uno degli obiettivi già centrato dagli Stati Uniti).

E qui si apre la questione del rapporto tra Russia e Occidente nel suo complesso. Qual è la frontiera lungo la quale sarà possibile convivere? Quale sarà il grado di autonomia di Poroshenko, sia verso il suo proprio "interno", sia verso i suoi consiglieri e mentori esterni, in primo luogo Stati Uniti e Polonia? E quale sarà la linea che Putin adotterà, di fronte a una serie assai grave di colpi già subiti e di altri che potranno essergli inferti (sanzioni economiche prima di tutto, accerchiamento energetico etc)? Senza dimenticare che il vertiginoso consenso da lui accumulato con il successo di Crimea e di Sebastopoli sarà nei prossimi mesi gravemente lesionato dalla necessità di subire il massacro e l'umiliazione, per non dire la deportazione, dei russi di Ucraina.

Tutti questi interrogativi irrisolti dicono che la battaglia per l'Ucraina sta entrando in una fase assai più pericolosa di quanto molti, sia in Occidente che in Russia, potessero pensare nei primi mesi del 2014. Si tratta di un vero e proprio conflitto internazionale. Che si trova già in uno stadio in cui Putin ha un numero limitato di gradi di libertà e, dunque, potrà fare poche o nulle concessioni ulteriori.

Una - la più importante di tutte - l'ha già fatta: facendo capire, in tutti i modi possibili, che la Russia non interverrà con le sue forze armate per proteggere le popolazioni del sud-est ucraino dall'operazione di pulizia etnica messa in atto dal governo di Kiev. Ma, anche in questo caso, non è detto che "tutto possa" praticamente colui che "tutto può" teoricamente.

La frontiera tra Russia e Ucraina è lunga e porosa anche se i satelliti vedono tutto. Se i resistenti di Novorossija riescono ad abbattere Iliushin 76 e caccia Sukhoi, la superiorità di Kiev va in fumo e la si dovrà integrare con molti mercenari di varia origine e provenienza, anche se pagati da un'unica ditta, quella della signora Victoria Nuland.

Tutti questi temi renderanno il conflitto lungo e tormentato, oltre che sanguinoso, tenendo tutti i protagonisti sulla corda, interni ed esterni. C'è tuttavia una prima constatazione: anche se Kiev proclama solennemente la sua intenzione di ricomporre l'unità territoriale del paese, un ritorno allo status quo ante il golpe è molto improbabile. Se vi si aggiunge l'intenzione di costruire un nuovo unitarismo sulla base della "ucrainizzazione totale", esso diventa impossibile. In ogni caso è un esito che diventa tanto più impraticabile - insopportabile per la Russia e per i russi - quanto più aumenta il bilancio delle vittime e delle distruzioni. E, quanto più aumenta la tensione internazionale, tanto più la base di Sebastopoli si carica del doppio significato di necessità militare-strategica e di bandiera dell'orgoglio nazionale russo, rispristinato e non più modificabile.

Ma guardiamo la questione dal punto di vista del Cremlino. Da quella parte si è già deciso di escludere un intervento militare a difesa delle popolazioni russe di Novorossija. Nello stesso tempo, per evidenti ragioni di diritto internazionale, una soluzione analoga a quella di Crimea è impossibile praticarla con le regioni ribelli del Donetsk e del Lugansk. Per molte ragioni. Una delle quali è la loro composizione etnica, dove la percentuale dei russi, pur largamente maggioritaria, è tuttavia significativamente inferiore a quella di Crimea. Soprattutto una tale soluzione equivarrebbe a un drastico incremento delle tensioni con l'Occidente: cosa che Putin vuole evitare.

Ma Putin potrà adottare una linea morbida, non interventista, soltanto se Kiev non insisterà sulla linea della "ucrainizzazione" totale. Fino ad ora il presidente russo non ha tirato fuori un argomento che è apparso una sola volta in un suo discorso del 2013: quello della sorte delle decine di milioni di russi che si sono trovati, loro malgrado, al di fuori dei confini della Russia a partire dal 1991. Disse in quella occasione che la Russia non avrebbe più potuto restare indifferente di fronte alla violazione dei loro diritti, alla esistenza di discriminazioni, o addirittura a forme di violenza fisica nei loro confronti. Potrebbe essere costretto a farlo (per non trovarsi scoperto sul piano interno), ove l'offensiva antirussa assumesse il carattere di una vera e propria repressione di massa. Ripeto: fino ad ora questo argomento non è stato portato da Putin direttamente ed esplicitamente nel dibattito internazionale. Ma una tale possibilità incombe ed è direttamente proporzionale alla dimensione della violenza che Kiev eserciterà sulle popolazioni russe dell'Ucraina.

Semmai sarà utile tenere a mente che, dal 1991 in avanti, tutti e quattro i presidenti ucraini (Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Yanukovic, seppure con diverse intensità, hanno portato avanti, nel corso dei loro mandati, una politica di "ucrainizzazione" dello stato (e della popolazione russa di Ucraina) che ignorava il dato demografico, e cioè che i russi erano e sono una quasi paritetica minoranza e che la lingua e le tradizioni russe avevano e hanno una importanza e un peso straordinariamente alto nella società ucraina.

È altrettanto vero che i governi della Federazione Russa, succedutisi dopo la fine dell'Unione Sovietica, ignorarono il problema. In tutte le direzioni. Lo ignorarono tanto quando si presentò nelle repubbliche del Baltico, quanto nelle repubbliche dell'Asia centrale, quanto in Ucraina. Dove le sue dimensioni sono apparse con tutta la loro portata solo adesso, con l'esplosione dell'offensiva nazionalista e nazista del colpo di stato del 22 febbraio 2014: quando ben 20 milioni di russi si sono trovati non solo sbalzati fuori dall'Unione Sovietica, ma inseriti in uno stato che non li sopporta e che intende duramente disfarsene.

Un punto che sembra sfuggire ai leader europei (e totalmente alla leadership americana) è che il popolo russo di Ucraina ha dovuto sopportare un brusco risveglio, che gli è stato imposto dagli eventi. La risposta della Crimea è stato come un grido di angoscia collettivo, prima ancora che una scelta politica. E quel grido è risuonato fortissimamente in tutta la Russia, prima ancora che nelle regioni del Donbass e del Lugansk. Che infine, dopo qualche incertezza, si sono svegliate a tal punto da impugnare le armi.

Spegnere quel lamento e quella riscossa è ora impossibile. Certo la costrizione dei rapporti di forza internazionali impedisce ora a Putin di correre in loro difesa. E rende estremamente difficile, oltre che pericolosa per la pace internazionale, l'ipotesi di una loro accettazione come nuovo soggetto - la Novorossija - nella Federazione Russa. Ma questo non chiude affatto l'altra ipotesi: quella della costituzione di un terzo stato russo, la Novossija, dopo la Russia e la Bielorussia.

La possibilità di realizzazione di questa ipotesi è ora pressoché interamente dipendente dall'esito del conflitto militare in corso. Kiev non è in grado di risolverlo in proprio favore con l'uso della forza. Potrà tentarlo (anzi lo sta tentando) solo con un massiccio aiuto militare, di uomini, di mezzi, di armamenti, di denaro, da parte dell'Occidente, in primo luogo degli Stati Uniti, della Polonia e delle repubbliche del Baltico. E, anche in questa ipotesi, tenere insieme un paese in cui quasi metà della popolazione intende resistere alla violenza della nazionalità dominante e ostile, ai confini diretti del grande paese che è solidale con la minoranza oppressa, sarà impresa non solo difficilissima ma anche tale da minare alla radice l'esistenza di quello stato.

Stupisce che l'Europa non abbia previsto questa catena di conseguenze. Certo non ha previsto il "risveglio russo". Ma ci sarebbe ancora il tempo per una revisione della propria politica. Il che significherebbe segnalare a Petro Poroshenko, con la necessaria durezza, che deve cambiare direzione, anche contrastando gli ordini che vengono da Washington. Ma non è un tempo lunghissimo. Se si procede come sta avvenendo, con l'offensiva militare, non solo tutti gli ultimi ponti verranno tagliati, ma ci si dovrà preparare a qualche, nuovamente imprevista, contr'offensiva russa.

Putin, non importa come lo si voglia considerare, ha sentito il "risveglio russo". E, nel momento in cui lo si vuole declassare da partner dell'Occidente a "dittatore" da liquidare, si troverà obbligato, anche per difendere se stesso, a rispondere. E la risposta - anche se non sarà un intervento militare diretto in Ucraina - sarà sia globale, cioè su tutti i fronti, a cominciare da quello energetico, da quello strategico militare, da quello dei legami molteplici di tipo economico, commerciale, industriale che sono rimasti molto forti nonostante tutte le operazioni di "ucrainiazzazione" degli ultimi 23 anni, fino all'esercizio della "influenza" russa lungo tutta la lunga frontiera comune.

Che tutto questo non conti, o conti poco, lo possono pensare a Washington, e sbagliano. Ma che non siano capaci di immaginarselo gli artefici brusselliani della cosiddetta "politica di buon vicinato europeo", è francamente sbalorditivo. E dimostrerebbe fino a che punto i dirigenti di questa Unione Europea hanno perduto contatto con la realtà.
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lunedì 24 marzo 2014

Usa vs Russia: guerra fredda o guerra tiepida?

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



Secondo molti osservatori più o meno indipendenti, l’aumento della tensione tra Russia e USA (oppure tra Russia e Occidente, vacua e inconsistente categoria rispuntata fuori con prepotenza negli ultimi giorni) rischierebbe di portare il Mondo sull’orlo di una guerra.

In questo caso, però, non si tratterebbe della Terza Guerra Mondiale, da cui probabilmente non uscirebbe un vincitore; bensì, si tratta di una riedizione, aggiornata e corretta, della famosa e famigerata Guerra Fredda, che dal secondo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino è stata la ragione sociale della politica estera di ogni Paese.

Prima esistevano due blocchi (gli Stati Uniti e la Nato, capitalisti; l’Unione Sovietica e Yalta, socialisti), dichiaratamente avversari, per non dire nemici, e portatori di prospettive economiche e sociali praticamente antitetiche. Oggi esistono sempre due blocchi, visto che la Guerra Fredda presuppone l’esistenza degli stessi, ma le differenze sono meno acute: entrambi capitalisti, pur con le dovute differenze; entrambi autoritari e guerrafondai; entrambi infiltrati da mafie (rispettivamente, Cosa Nostra americana e Organizacija) e massonerie; entrambi paladini ad intermittenza della libertà e della indipendenza dei popoli.

Più che una nuova Guerra Fredda, quella che si sta prospettando all’orizzonte è una Guerra Tiepida, di cui l’esito del referendum “indipendentista” (difficile definirlo tale, visto che si è trattato solo di un cambio di padrone) in Crimea rischia di essere solo la scintilla più visibile, ma non la più pericolosa.

Fino a quando gli interessi economici degli USA e della Russia non entreranno in competizione o addirittura in conflitto, difficilmente la temperatura della guerra varierà, abbassandosi verso i glaciali livelli del secondo Novecento o addirittura alzandosi fino ai prodromi di un vero scontro militare. Ad oggi le aziende statunitensi e russe si sono spartite i mercati e talvolta si sono persino alleate, creando veri e propri trust in barba alle più elementari “norme” del liberismo globalizzante di cui sono entrambi ossequiosi osservatori.
Non tragga in inganno la rapidità con cui Putin si è annesso la Crimea, dichiarando assolutamente valido il responso del referendum; né destino preoccupazione le parole di John Kerry, l’ambasciatore dei “falchi obamiani”, categoria di recentissimo conio a cui si sono prontamente iscritti anche i vari leaders del progressismo europeo, non ultimo il tedesco Martin Schulz (ricordate? Berlusconi gli diede del “kapo”), candidato alla presidenza della Commissione Europea.
Non saranno queste scaramucce verbali a scalfire il tepore della guerra tra USA e Russia. I Popoli non cadano nell’errore di appiattirsi sui due blocchi, di farsi attrarre dai due presunti poli avversi: la libertà di tutti e di ciascuno è fuori da questo schema ingessato.
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lunedì 30 luglio 2012

Avanguardie russe di domenica mattina



Domenica senza lavoro. Giornata ideale per andare a farsi un giro. E magari a cibare il cervello di un po' di cultura alternativa. Se "alternativa" è un aggettivo che ha ancora un senso.
All'Ara Pacis c'è una mostra sulle Avanguardie Russe. Si tratta solo di avanguardie artistiche, non di letterarie. Quindi troverete solo quadri e installazioni. Zero poesie. Zero prose. 
Arriviamo verso le 11.30. Roma è splendida la domenica mattina. Soleggiata e con poco traffico. Molti parcheggi disponibili. Che vuoi più dalla vita?
Attraversiamo il Tevere e giungiamo all'Ara Pacis. L'entrata della mostra è in Via Ripetta. Il costo del biglietto è di 10 euro, a meno che tu non abbia una tessera Feltrinelli, Fnac, o cose del genere. L'aria condizionata è una panacea.
Giriamo per un'ora circa. Opere di artisti famosi (Kandiskij, Chagall, Tatlin, Malevich, Goncharova) e di autori meno conosciuti al grande pubblico sono fianco a fianco. In un'atmosfera austera, eppure rivoluzionaria. Si sente profumo di diversità, di punti di vista alternativi, di distanza dalle brutture della quotidianità. Probabilmente è un inganno: l'arte è nata per ingannare. Il tempo o il Sistema, dipende dall'artista.

Do svidanija

sabato 21 luglio 2012

Aria (Ария), russian heavy metal band

Gli Iron Maiden Russi. Così sono soprannominati gli Aria (Ария), band heavy metal russa appartenente al filone NWOBHM. Secondo Wikipedia, la maggior parte delle loro canzoni sono scritte dal poeta Margarita Pushkinae da e Helen Alexander.

lunedì 30 agosto 2010

Rammstein - Moskau

Il 5 ottobre 1993 la neonata "democrazia" russa, con a capo il "liberale e democratico" Boris Eltsin, rispose così al popolo ridotto già alla fame.
Le riforme liberali di Eltsin causarono disoccupazione, fame, privatizzazioni.
Il Popolo protestò... e Eltsi reagì, bombardando la Duma e reprimendo nel sangue la protesta.
187 manifestanti uccisi.


mercoledì 7 luglio 2010

Russia chiave di volta del sistema multipolare



Dal sito di EURASIA - rivista di studi geopolitici
http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare

ho estratto alcuni brani di un articolo molto interessante. Questi brani dipingono in maniera esauriente gli scenari entro cui deve innestarsi la Nuova Democrazia di cui ha bisogno l'Europa (nazione-continente, come la Russia): democrazia qualitativa, organica e popolare.

Sicuramente, dalla lettura di questo articolo è possibile desumere i "punti programmatici" di una Nuova Democrazia:

Il nuovo sistema multipolare è in fase di consolidamento. I principali attori sono gli USA, la Cina, l’India e la Russia. Mentre l’Unione Europea è completamente assente ed appiattita nel quadro delle indicazioni-diktat provenienti da Washington e Londra, alcuni paesi dell’America meridionale, in particolare il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, l’Argentina e l’Uruguay manifestano la loro ferma volontà di partecipazione attiva alla costruzione del nuovo ordine mondiale. La Russia, per la sua posizione centrale nella massa eurasiatica, per la sua vasta estensione e per l’attuale orientamento impresso alla politica estera dal tandem Putin-Medvedev, sarà, verosimilmente, la chiave di volta della nuova struttura planetaria. Ma, per adempiere a questa funzione epocale, essa dovrà superare alcuni problemi interni: primi fra tutti, quelli riguardanti la questione demografica e la modernizzazione del Paese, mentre, sul piano internazionale, dovrà consolidare i rapporti con la Cina e l’India, instaurare al più presto una intesa strategica con la Turchia e il Giappone. Soprattutto, dovrà chiarire la propria posizione nel Vicino e Medio Oriente.

[...]

La Cina, l’India e la Russia, in quanto nazioni-continente a vocazione terrestre, ambiscono a svolgere le loro rispettive funzioni macroregionali nell’ambito eurasiatico sulla base di un comune orientamento geopolitico, peraltro in fase avanzata di strutturazione. Tali funzioni, tuttavia, vengono condizionate da alcune variabili, tra le quali evidenziamo:

1.le politiche di modernizzazione;

2.le tensioni dovute alle disomogeneità sociali, culturali ed etniche all’interno dei propri spazi;

3.la questione demografica che impone adeguate e diversificate soluzioni per i tre paesi.

Per quanto riguarda la variabile relativa alle politiche di modernizzazione, osserviamo che essendo queste troppo interrelate per gli aspetti economico-finanziari con il sistema occidentale, in particolare modo con gli USA, tolgono alle nazioni eurasiatiche sovente l’iniziativa nell’agone internazionale, le espongono alle pressioni del sistema internazionale, costituito principalmente dalla triade ONU, FMI e BM (2) e, soprattutto, impongono loro il principio dell’interdipendenza economica, storico fulcro della espansione economica degli USA. In rapporto alla seconda variabile, notiamo che la scarsa attenzione che Mosca, Beijing e Nuova Delhi prestano verso il contenimento o la soluzione delle rispettive tensioni endogene offre al loro antagonista principale, gli USA, occasioni per indebolire il prestigio dei governi ed ostacolare la strutturazione dello spazio eurasiatico. Infine, considerando la terza variabile, riteniamo che politiche demografiche non coordinate tra le tre potenze eurasiatiche, in particolare quelle tra la Russia e la Cina, potrebbero, nel lungo periodo creare contrasti per la realizzazione di un sistema continentale equilibrato.

I rapporti tra i membri di questa classe decidono le regole principali della politica mondiale.

In considerazione della presenza di ben 4 nazioni-continente (tre nazioni eurasiatiche ed una nordamericana) è possibile definire l’ attuale sistema geopolitico come multipolare.


[...]


GLI INSEGUITORI



L’appartenenza dell’Unione Europea a questa classe di attori è dovuta alla sua situazione geopolitica e geostrategica. Nell’ambito delle dottrine geopolitiche statunitensi, l’Europa è sempre stata considerata, fin dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, una testa di ponte protesa verso il centro della massa eurasiatica (5). Tale ruolo condiziona i rapporti tra l’Unione Europea e i Paesi esterni al sistema occidentale, in primo luogo la Russia e i Paesi del Vicino e Medio Oriente. Oltre a determinare, inoltre, il sistema di difesa della UE e le sue alleanze militari, questo particolare ruolo influenza, spesso anche profondamente, la politica interna e le strategie economiche dei suoi membri, in particolare quelle concernenti l’approvvigionamento di risorse energetiche e di materiali strategici, nonché le scelte in materia di ricerca e sviluppo tecnologico. La situazione geopolitica dell’Unione Europea pare essersi ulteriormente aggravata con il nuovo corso impresso da Sarkozy e dalla Merkel alle rispettive politiche estere, volte più alla costituzione di un mercato transatlantico che al rafforzamento di quello europeo.

Le variabili che potrebbero permettere, nell’attuale momento, ai paesi membri dell’Unione Europea di passare alla categoria degli emergenti concernono la qualità ed il grado di intensificazione delle loro relazioni con Mosca in rapporto alla questione dell’approvvigionamento energetico (North e South Stream), alla questione sulla sicurezza (NATO) ed alla politica vicino e mediorientale (Iràn, Israele). Che quanto appena scritto sia possibile è fornito dal caso della Turchia. Nonostante l’ipoteca NATO che la vincola al sistema occidentale, Ankara, facendo leva proprio sui rapporti con Mosca per quanto concerne la questione energetica, ed assumendo, rispetto alle direttive di Washington, una posizione eccentrica sulla questione israelo-palestinese, è sulla via dell’emancipazione dalla tutela nordamericana.



[...]



Gli elementi che hanno permesso alla Russia di riaffermare la sua importanza nel contesto eurasiatico, molto schematicamente, sono:

1.riappropriazione da parte dello Stato di alcune industrie strategiche;

2.contenimento delle spinte secessionistiche;

3.uso “geopolitico” delle risorse energetiche;

4.politica volta al recupero dell’ “estero vicino”;

5.costituzione del partenariato Russia-NATO, quale tavolo di discussione volto a contenere il processo di allargamento del dispositivo militare atlantico;


6.tessitura di relazioni su scala continentale, volte ad una integrazione con le repubbliche centroasiatiche, la Cina e l’India;

7.costituzione e qualificazione di apparati di sicurezza collettiva (OTSC e OCS).


(IN GRASSETTO SONO ELENCATI INTERESSANTISSIMI SPUNTI PER LA NUOVA DEMOCRAZIA DA COSTRUIRE IN EUROPA, n.d.A.)

Se la gestione prima di Putin ed ora di Medvedev dell’aggregato di elementi sopra considerati ha mostrato, nelle presenti condizioni storiche, il ruolo della Russia quale spina dorsale dell’Eurasia, e dunque quale area gravitazionale di qualunque processo volto all’integrazione continentale, tuttavia non ne ha messo in evidenza un carattere strutturale, importante per i rapporti russo-europei e russo-giapponesi, quello di essere il ponte eurasiatico tra la penisola europea e l’arco insulare costituito dal Giappone.

La Russia considerata come ponte eurasiatico tra l’Europa e il Giappone obbliga il Cremlino ad una scelta strategica decisiva per gli sviluppi del futuro scenario mondiale, quella della destrutturazione del sistema occidentale. Mosca può conseguire tale obiettivo con successo, nel medio e lungo periodo, intensificando le relazioni che coltiva con Ankara per quanto concerne le grandi infrastrutture (South Stream) e avviandone di nuove in rapporto alla sicurezza collettiva. Accordi di questo tipo provocherebbero di certo un terremoto nell’intera Unione Europea, costringendo i governi europei a prendere una posizione netta tra l’accettazione di una maggiore subordinazione agli interessi statunitensi o la prospettiva di un partenariato euro-russo (in pratica eurasiatico, considerando i rapporti tra Mosca, Pechino e Nuova Delhi), più rispondente agli interessi delle nazioni e dei popoli europei. Una iniziativa analoga Mosca dovrebbe prenderla con il Giappone, inserendosi quale partner strategico nel contesto delle nuove relazioni tra Pechino e Tokyo e, soprattutto, avviando, sempre insieme alla Cina, un appropriato processo di integrazione del Giappone nel sistema di sicurezza eurasiatico nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.


[...]



Tra gli elementi sopra considerati, relativi al ruolo globale che la Russia potrebbe svolgere, la politica vicino e mediorientale del Cremlino sembra essere quella più problematica. Ciò a causa dell’importanza che questo scacchiere rappresenta nel quadro generale del grande gioco mondiale e per il significato particolare che ha assunto, a partire dalla crisi di Suez del 1956, in seno alle dottrine geopolitiche statunitensi. Come si ricorderà, la politica russa o meglio sovietica nel Vicino Oriente, dopo un primo orientamento pro-sionista degli anni 1947 – 48, peraltro trascinatasi fino al febbraio del 1953, quando si consumò la rottura formale tra Mosca e Tel Aviv, si volse decisamente verso il mondo arabo. Nel sistema di alleanze dell’epoca, l’Egitto di Nasser divenne il paese fulcro di questa nuova direzione del Cremlino, mentre il neostato sionista rappresentò lo special partner di Washington. Tra alti e bassi la Russia, dopo la liquefazione dell’URSS, mantenne questo orientamento filoarabo, seppur con qualche difficoltà. Nel mutato quadro regionale, determinato da tre eventi principali:


a) inserimento dell’Egitto nella sfera d’influenza statunitense;

b) eliminazione dell’Iraq;

c) perturbazione dell’area afgana che testimoniano l’arretramento dell’influenza russa nella regione e il contestuale avanzamento, anche militare, degli USA, il paese fulcro della politica vicino e mediorientale russa è rappresentato logicamente dalla Repubblica islamica dell’Iràn.

Mentre ciò è stato ampiamente compreso da Pechino, nel quadro della strategia volta al suo rafforzamento nella massa continentale euroafroasiatica, lo stesso non si può dire di Mosca. Se il Cremlino non si affretta a dichiarare apertamente la sua scelta di campo a favore di Teheran, adoperandosi in tal modo a tagliare quel nodo di Gordio che è costituito dalla relazione tra Washington e Tel Aviv, correrà il rischio di vanificare il suo potenziale ruolo nel nuovo ordine mondiale.