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giovedì 3 aprile 2014

La Crimea “infiamma” i fiamminghi

Il mio articolo per Insorgenza.it



L’esito del referendum in Crimea ha dato nuova linfa a molti, ma non a tutti, movimenti indipendentisti europei. Tanti si sono lasciati prendere dall’entusiasmo, o hanno semplicemente permesso allo stesso di serpeggiare tra le fila dei propri movimenti; altri, viceversa, hanno provato a evidenziare quanto poco di indipendentismo vi sia in un referendum che stabilisce semplicemente un cambio di padrone, abbandonando i nazi-europeisti di Kiev per abbracciare l’Oligarca di Mosca, al secolo Vladimir Putin.
Anche i fiamminghi, antico popolo che vive nelle terre settentrionali dell’attuale Belgio, hanno ripreso vigore.  Remi Vermeiren, leader del gruppo De Warande, think tank che riunisce imprenditori e personalità di spicco del mondo economico delle Fiandre, accomunati da simpatie separatiste, ha avanzato una proposta choc (per molti, non per noi): l’indipendenza delle Fiandre grazie al voto del Parlamento fiammingo, rafforzato da un referendum popolare.

La proposta di Vermeiren prende spunto da ciò che, qualche anno fa, accadde col Kosovo, che si dichiarò unilateralmente indipendente e fu riconosciuto tale dalla maggioranza degli stati UE, creando non pochi mal di pancia in Serbia e in Russia. Per non spaventare troppo gli eurocrati, Vermeiren si è affrettato a dire che tre nuovi stati sorti dalle ceneri del Regno del Belgio – oltre alle Fiandre, la Vallonia prevalentemente francofona e l’area metropolitana di Bruxelles – entrerebbero automaticamente a far parte dell’Unione Europea, poiché discendenti diretti di uno dei membri fondatori. Inoltre, l’area metropolitana di Bruxelles sarebbe da considerarsi una sorta di città-stato autonoma, in cui rimarrebbero tutti gli uffici e le attività politico-istituzionali dell’Unione Europea. Sul problema più spinoso, invece, il gruppo De Warande appare più sfumato e meno preciso: la suddivisione del debito. Esso avverrebbe secondo criteri legati al valore relativo del prodotto interno lordo rispetto al totale, al numero di abitanti e a un parametro, meno trasparente, che prende in considerazione “l’origine del debito”.  Da questo scenario, la Vallonia ne uscirebbe fortemente svantaggiata, appesantita da una zavorra che rappresenterebbe il 155% del suo PIL, divenendo in tal modo uno degli stati più indebitati dell’Unione. Per rendere più morbida la transizione, De Warande propone l’elargizione di una compensazione economica per un massimo di 5 anni.

Ci troviamo di fronte, quindi, ad una nuova sfaccettatura dell’indipendentismo europeo. I fiamminghi, infatti, possono essere considerati “indipendentisti pro-Europa”, e il loro partito di riferimento, il Niew Vlaamse Alliantie (Nuova alleanza fiamminga), punta ad una buona affermazione alle prossime elezioni europee di maggio. Sono lontani i tempi del Vlaams Blok, di chiara impostazione fascista, eppure il separatismo fiammingo continua a godere di buona salute e tenta di rappresentare “l’indipendentismo presentabile” agli occhi degli eurocrati.
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mercoledì 2 aprile 2014

Sputtanapoli

Lo sport "nazionale" (aggettivo non molto adatto all'Itaglia, che al massimo può essere definita "Stato") è parlar male di Napoli e del Sud. Persino i consolidati e antichi primati della nostra Terra vengono messi in discussione dalla "cultura italiana".


lunedì 31 marzo 2014

Eurocrazia e indipendenza (fumetto)


Dopo ieri, continuiamo con l'esperimento pseudofumettistico.
Il post di oggi riguarda il risveglio identitario ed indipendentista in Europa: a partire dai Catalani, passando per gli Scozzesi, e arrivando ai Siciliani, che ieri hanno realizzato una grandiosa marcia per l'indipendenza. E il Sistema? L'Eurocrazia? Se ne sbatte, minimizzando la rabbia dei popoli.





sabato 29 marzo 2014

Regno delle Due Sicilie, ovvero "la Germania d'Italia"



Pochi anni fa Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, spulciò tra gli archivi delle Borse di Anversa e Parigi per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Il motivo è semplice: nella storia dello stato moderno, di ispirazione giacobina, quella iniziata nel 1861 è l'esperienza più vicina al faticoso tentativo di dare maggiore consistenza e unità politica alla UE, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali (compresi i debiti sovrani) degli stati europei. "Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati" ricordava la studiosa. 
Dopo l'invasione del Regno delle Due Sicilie, i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean"). La Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro faticoso di raccolta dati dai database e dagli archivi originali per capire come si sono mosse le quotazioni. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo la sedicente Unità: quelli del Regno delle Due Sicilie (pari a un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). 
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno delle Due Sicilie economicamente stava all'Italia come la Germania oggi sta all'Eurozona. "Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto", scriveva la Collet, la quale ricordava che Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia e che le regioni del Sud avevano un'agricoltura fiorente (anche se basata sul latifondismo), una discreta struttura industriale e aree portuali commercialmente importanti.

Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi: esattamente lo stesso timore che oggi la Germania vive con gli eurobond. Nel 1862, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che la sedicente Unità era ormai irreversibile. "L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa" affermava Collet, prima di concludere il proprio lavoro e dimostrare, ancora una volta, quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, nel confronto con l'Europa di oggi, "la Germania d'Italia".
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giovedì 27 marzo 2014

Anche Bilbao sul punto di insorgere

Il mio articolo per Insorgenza.it 



La Spagna guidata da Mariano Rajoy continua ad essere una delle polveriere d’Europa.
A pochi mesi dal referendum indipendentista della Catalunya, anche i Paesi Baschi (più correttamente Euskadi, come i baschi chiamano la loro terra in lingua madre) hanno ricominciato a serrare le fila e ad alzare la voce contro il governo di Madrid. A meno di tre anni dal cessate il fuoco unilaterale deciso dall’ETA, la Spagna si ritrova di fronte ad un nuovo “problema basco”. Stavolta, però, non potrà far valere per tutti la generica accusa di “terroristi”, in quanto il fronte politico che chiede l’indipendenza dell’Euskadi dalla Spagna è molto variegato e va dalla sinistra radicale, figlia della diaspora seguita allo scioglimento di Batasuna, ai cristiano-sociali del Partito Nazionalista Basco (Euzko Alderdi Jeltzalea, EAJ). Difficile definire terroristi i democristiani baschi!

La prima prova di forza e di unità del nuovamente coeso movimento indipendentista basco, sempre più sostenuto dalla popolazione, si è avuta tre mesi fa, in occasione dell’annuale marcia tra le strade di Bilbao. Quest’anno si è registrata una partecipazione storica, “oceanica” secondo quanto riportato dai mass media spagnoli e europei, e l’alleanza tra le varie anime del nazionalismo basco ha ricalcato un po’ il sentiero tracciato dagli omologhi catalani, che sono riusciti a superare i vecchi steccati e ad anteporre l’interesse della Comunità alle piccole logiche di partito.

Il movimento basco ha trovato rinnovato vigore anche nella politica repressiva che il governo Rajoy ha realizzato contro i militanti indipendentisti: gli slogan a favore dei tanti baschi in carcere, sia in Spagna che all’estero, uniti agli slogan contro Rajoy e contro il governo madrileno, sono stati il punto di incontro tra le varie anime del separatismo basco. Anche i più moderati e conservatori hanno compreso che il Sistema Spagna, inserito nella gabbia Unione Europea, non può che peggiorare le condizioni di vita dei baschi.
Come ha reagito Rajoy? Con la solita chiusura mentale di chi, dopo aver già dichiarato “illegale e incostituzionale” il referendum indipendentista che si terrà in Catalunya in autunno, non lascia intravedere spiragli per una soluzione pacifica dell’antico problema basco.

Dopo Barcellona ed Edimburgo, anche Bilbao ha visto incarnarsi le aspirazioni di libertà e autonomia dei popoli europei. Tra qualche giorno tocca a Palermo mettersi in marcia, per l’indipendenza della Sicilia.
L’Europa, e i vetusti stati nazionali che la compongono, non può più dormire sonni tranquilli.
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sabato 22 marzo 2014

Un museo che il Mondo ci invidia, e che l'itaglia abbandona.



Uno spazio quasi vuoto, indefinibile, dove tutto ciò che dovrebbe essere al suo interno ancora non c'è. Così, il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, progettato negli anni ’30 da Marcello Piacentini, appare ai visitatori: 4 piani di edificio che accoglie soltanto i due bronzi di Riace e pochissimi altri reperti. Rinviata innumerevoli volte, finalmente, nel dicembre 2011, con due anni di ritardo rispetto al previsto, ecco la tanto attesa riapertura.

A presenziare, l'allora ministro dei Beni e delle attività culturali, Massimo Bray: "I simboli del paese sono tornati in piedi. Le sfide sono il turismo e la cultura, con il Mezzogiorno, dobbiamo lavorare insieme. Bisogna ripartire da qui". Ma, dopo quattro anni e 33 milioni di euro spesi per i lavori di restauro, nei depositi dello storico museo ci sono centinaia di reperti in attesa di sistemazione.

L'appalto per i lavori definitivi, tali da permettere il riallestimento totale della struttura, era stato assegnato alla cordata facente parte alla società Set up live, Protecno e la cooperativa Gnosis che, avevano garantito la consegna ad aprile 2014. Finalmente Reggio Calabria aveva riportato i Bronzi al mondo ed ora si apprestava a fare lo stesso con le altre sue ricchezze artistiche, ma il consorzio Research ha contestato l’esito della gara vinta dalla cordata e ne ha chiesto la sospensiva. Il primo a pronunciarsi è stato il Tar, che ha respinto il ricorso. Non ha seguito la stessa linea il Consiglio di Stato che, invece, ha interrotto i lavori.

Tutto ciò nel momento in cui il presidente della Regione, Scopelliti, e l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio presentavano l’accordo per portare i turisti al museo di Reggio Calabria. La patata bollente passa adesso, di nuovo, al Tar che ha fissato l'udienza per luglio, spazzando via anche la minima speranza per la riapertura completa ad aprile 2014. Prima del 2015, nella migliore delle ipotesi, la situazione non si sbloccherà. Infatti, se il Tar dovesse dar ragione al consorzio Research, si dovrà rifare la gara.

Per caso, vi è capitato di ascoltare lo slogan dello spot pubblicitario, lanciato dalla Regione Calabria per il turismo? La voce è quella, inconfondibile, di Giancarlo Giannini. La frase che, il famoso attore ripete, è: "La Calabria ti sorprende sempre". Sante parole.

Tratto da Parallelo 41
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domenica 16 marzo 2014

Gli eurocrati temono le secessioni. Non le appoggiano.

Il mio articolo per Insorgenza.it 



Da qualche mese si rincorrono voci insistenti riguardanti un presunto appoggio dell’ Eurocrazia (lobbies economiche e militari, banche, massonerie) ai vari movimenti secessionisti che stanno creando subbuglio in Europa. La vulgata ha preso il via da un articolo apparso sul sito Hescaton, e ripreso dal portale Wall Street Italia. In questo articolo si parla di due modelli di Europa: l’Europa centripeta, che attira gli Stati nazionali verso di sè, e che ha lo scopo di creare uno Stato Europeo capace di competere con Usa, Russia, Cina e paesi sudamericani; l’Europa centrifuga, che favorirebbe i secessionismi al fine di far esplodere gli stati nazionali per meglio dominare i popoli.

E’ difficile credere che due processi totalmente opposti, e in contraddizione tra loro, possano essere stati partoriti e organizzati dalla stessa congrega di burocrati europei; ma tant’è, i media di regime si stanno dando da fare per far passare, negli ultimi messi, questo messaggio: i movimenti secessionisti sono appoggiati dagli eurocrati. Logica conseguenza di questo ragionamento: chi sostiene e chi milita in questi movimenti è un utile idiota nelle mani del Sistema globale. Conclusione: i secessionismi sono specchietti per le allodole e non sono la via d’uscita per i Popoli europei.

Inutile dire che tale ragionamento non ci convince affatto! Da quando l’Unione Europea avrebbe messo in preventivo la possibilità di abbandonare il progetto di superstato europeo, ripiegando sul classico “divide et impera” di romana memoria? In realtà, tutte le politiche messe in atto in questi anni dimostrano l’esatto contrario: il progetto di Europa Unita S.p.a.  non può essere messo in discussione in alcun modo, anche a rischio di ridurre alla fame i popoli degli Stati europei. E se i popoli si ribellano? Non interessa, il problema è dei governi-fantoccio che gli eurocrati hanno finanziato e imposto, arrivando persino a far ripetere le elezioni nel caso in cui il responso delle urne non fosse quello sperato (il caso Grecia è emblematico in tal senso).

Il tentativo di creare questo “spauracchio secessionista”, questo spettro che si aggira per la “splendida Europa” liberaldemocratica (e liberista), non può trovare sponda e va contrastato con forza. Se i popoli decidessero di frantumare gli Stati nazionali, giacobini per ispirazione e decisamente desueti, l’Eurocrazia non ne trarrebbe alcun vantaggio, bensì correrebbe il rischio di veder messo in discussione il suo strapotere liberticida e antidemocratico. A partire dallo strumento principe del dominio: l’Euro, una moneta talmente invisa che, qualora i secessionismi trionfassero, quasi sicuramente la toglierebbero dalla circolazione, sostituendola con monete nazionali a sovranità popolare. E a chi ci dice che le catene europee sono catene d’oro, noi rispondiamo: sono catene, vanno spezzate.
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sabato 15 marzo 2014

Così il Sud mantiene il nord



Vi sottopongo un articolo di qualche tempo fa, che dimostra inequivocabilmente quanto le boutade leghiste sul nord che mantiene il Sud siano semplici e gravissime menzogne. Il sito da cui è tratto l'articolo è Linkiesta, che non è un portale neoborbonico... eppure spiega, numeri alla mano, come in realtà sia il Sud a mantenere il nord e a pagare il prezzo più alto di questa sedicente Italia unita.
Buona lettura, si fa per dire...

Almeno il 75% delle entrate fiscali raccolte sul territorio deve restare in casa nostra, tuona Roberto Maroni a poche settimane dal voto, indicando ai nuovi vecchi alleati del centrodestra e agli avversari politici la linea del Piave leghista. L’altro giorno il Corriere della Sera ha fatto una simulazione calcolando che il sogno del Carroccio, se applicato alla lettera, farebbe lievitare le risorse disponibili per i soli cittadini lombardo-veneti di circa 19 miliardi (16 in Lombardia e 3 in Veneto).«A quel punto potremmo abolire l’Irap, fare investimenti e aiutare le nostre imprese e le nostre famiglie», si sfrega le mani il segretario del Carroccio. Secondo gli esperti interpellati dal Corriere si tratta di una rivendicazione irrealizzabile, al massimo si potrebbe fare per l’Imu: «In questo caso viene tassato un bene che appartiene davvero a quel paese o città» mentre un’azienda milanese o vicentina ha entrate che nascono in tutta Italia.«Passeremmo dal federalismo direttamente alla secessione», attaccano dall’opposizione, prendendo per buono il nuovo mantra leghista.
In realtà la proposta, anche se irrealizzabile, è politicamente interessante perché rilancia una convinzione di fondo che circola sopra il Po ben oltre il perimetro del consenso leghista, fino a farsi senso comune: il cosiddetto paradigma dei«territori separati» alla cui base c’è un dogma. La Padania paga, il resto del paese scialacqua. C’è un settentrione che funziona (è solo in difficoltà congiunturale) e un Mezzogiorno buco nero. L’Italia in sostanza è un Paese duale, un po’ Germania e un po’ Grecia, in cui il Sud incarna la panacea di tutti i mali del Nord. Quindi se la Padania non si libera velocemente della palla al piede, rischia di sprofondare pure lei.
Politicamente la traduzione è immediata: se a fine anni Novanta il Carroccio non c’è riuscito con la secessione, e nei Duemila con la devolution e il federalismo, adesso ci si riprova con il diritto a trattenere una grossa quota dei propri soldi sul territorio. Tassativo.
Se però guardiamo l’evoluzione del modello di sviluppo italiano la vicenda è molto più sfaccettata. Entrata in crisi l’industrializzazione forzata nei settori di base (petrolchimica, automotive, siderurgia) promossa con il sostegno finanziario dello stato (in 60 anni lo stato ha speso al sud 115 miliardi di euro in agevolazioni), e chiusa la Cassa per il Mezzogiorno nel 1992, nel meridione non ha neppure funzionato la stagione dei Patti per lo sviluppo, la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni su cui puntava Carlo Azeglio Ciampi e tutto il Dipartimento del Tesoro, allora guidato da Fabrizio Barca. In troppi casi la gestione delle politiche di programmazione negoziata ha risposto a logiche di appartenenza politica più che di sviluppo. Neppure ha dato grandi risultati il cosiddetto «modello adriatico» di piccola impresa tanto decantato dal Censis, alternativo all’industrializzazione dei grandi poli e all’assistenzialismo pubblico. Sembrava il naturale pendant meridionale dei distretti, invece...
Invece «venendo meno una strategia per lo sviluppo, la spesa pubblica ha assunto via via un peso crescente nell’economia del mezzogiorno, con una connotazione più marcatamente assistenziale», spiega Carlo Trigilia nel suo prezioso libretto Non c’è nord senza sud. Perchè la crescita dell’Italia si decide nel mezzogiorno (Il Mulino).
I dati impressionano. Negli ultimi vent’anni la spesa discrezionale, per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In contemporanea sono cresciute le spese per i consumi delle famiglie, sorta di sostegno al reddito (con soldi pubblici) andato ad alimentare, almeno fino alla grande crisi del 2008, i consumi di beni e servizi prodotti dalle Pmi distrettuali e dai sistemi di sviluppo locale, radicati nei territori manifatturieri dove la Lega nasce e fa proseliti. Quindi più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture. «Un ruolo del sud piuttosto marginale dal punto di vista produttivo, ma rilevante per la domanda di beni di consumo prodotti dalle imprese del centro-nord», riassume Trigilia.
Se guardiamo ai flussi di prodotti manifatturieri scambiati per macroaree italiane (Stime Svimez-Irpet), l’interdipendenza resta forte. La quota che dal Nord Ovest viene venduta al Sud è pari al 38%, dal Nord Est è pari al 31% e dal Centro al 29 per cento. «Le imprese padane scambiano col Meridione merci per un valore complessivo di 32 miliardi annui, in un mercato dove vivono e consumano 20 milioni di persone e la domanda di beni e servizi è più forte dell’offerta», spiegano i ricercatori dello Svimez. «La dipendenza del mercato economico meridionale da quello del Centro Nord resta molto forte nella subfornitura, ben oltre la quota dei trasferimenti pubblici». Le stesse aziende settentrionali completamente tecnologizzate e globali, che possono permettersi di«saltare» il Mezzogiorno, per Bankitalia sono una minoranza: 180mila su 4,5 milioni di imprese attive. E ancora. I circa 45 miliardi di euro annualmente trasferiti dal Centro-Nord al Sud, il cosiddetto residuo fiscale cuore del risentimento padano, «hanno finanziato importazioni nette di questa area pari a 62 miliardi dall’interno e a 13 miliardi dall’estero», ha calcolato l’economista Paolo Savona in un saggio pubblicato l’anno scorso dalla rivista Formiche.«In molte regioni le esportazioni interne hanno un peso elevato: in Lombardia hanno toccato nell’ultimo decennio il 52% del Pil annuale. Ma su questi dati - continua Savona - si assiste a una vera congiura del silenzio».
Un imbianchino scrive lo slogan “Prima il Nord”, scelto da Maroni, sul muro di Via Bellerio
Fino a metà degli anni Ottanta «questa strana miscela di dinamismo locale al nord e di disordine pubblico al sud ha tenuto senza troppe proteste». Il sistema salta con la crisi finanziaria e il peggioramento dei conti pubblici; il boom delle tasse, esplose per sfamare il debito pubblico; Tangentopoli e la fine della Prima repubblica; lo stop alle svalutazioni competitive, l’ingresso nella moneta unica e la globalizzazione. Nel momento in cui il modello avrebbe bisogno di un sostegno per crescere in produttività (cresciuta tra il 1990 e il 2010 solo del 15% contro il 38% della Germania e il 34% della Francia) e fare vere innovazioni di processo e prodotto per competere sulla qualità, il paese si avvita, zavorrato da servizi pubblici inefficienti, un centralismo scassato e costoso, un carico fiscale proibitivo e un gap infrastrutturale che aumenta esponenzialmente i costi per quei sistemi produttivi e di mercato più esposti alla competizione internazionale. Da qui il revanchismo del nord e la ri-esplosione del dualismo territoriale.
Ma la logica dei «territori separati» rischia di essere una lettura fallace.«Il Sud infatti cresce quando cresce il Nord. Le interrelazioni economiche sono così profonde da condizionare i risultati di ciascun territorio», conferma lo Svimez. Negli anni del miracolo economico i tassi di crescita del 4-5% al nord sono corrispondenti a quelli del meridione. Nei Novanta post svalutazione della lira, il boom del Nord Est si sposa agli anni migliori del mezzogiorno. Addirittura nel quinquennio ‘96-2000 il sud cresce più del nord. Poi la Padania va in letargo e, di conseguenza, il sud. L’ultimo decennio, insieme al brusco stop nel processo di convergenza Nord-Sud, mostra una perdita di competitività dell’intero settentrione. Se misuriamo il Pil per abitante il Nordovest nel 1998 vale il 140% della media dei paesi Ue, nel 2008, ultimo anno pre crisi, era sceso al 127%. Mentre il Nord Est passa da 137 a 125. La bassa crescita è dunque un fattore comune del paese, che precede la grande crisi mondiale. Non solo perchè il sud è una palla al piede ma anche per i problemi congeniti al modello padano: il nanismo d’impresa, la quasi scomparsa delle grandi aziende, il deficit infrastrutturale, la fine delle svalutazioni competitive e la difficile trasformazione terziaria della sua economia.
Quella dello sviluppo italiano è insomma una lettura diversa dal mainstream leghista che sta dietro a proposte come quella del 75 per cento. Tanto più che, chiosa Trigilia, «le ragioni del legame nord-sud non rispondono solo a pulsioni etico-politiche o alla solidarietà dovuta in ogni ambito nazionale bensì sempre più alle sfide che l’Italia deve affrontare per effetto dei processi di integrazione europea e della globalizzazione dell’economia». 

mercoledì 12 marzo 2014

Sean Connery: "Referendum scozzese è occasione unica"

Il mio articolo per Insorgenza.it 



Un altro piccolo tassello sull’enorme mosaico dell’indipendenza scozzese. Il famoso attore scozzese Sean Connery, lo 007 che ha ammaliato milioni di spettatori (di entrambi i sessi…), noto per le posizioni antiunitarie sul Regno Unito, si schiera nettamente a favore del SI sul referendum indipendentista scozzese, in programma il 18 settembre. “E’ una occasione unica, da non perdere”, ha dichiarato l’83enne attore nato ad Edimburgo, “con la vittoria del SI ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci una opportunità senza precedenti per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa”.
Questa è solo l’ultima dichiarazione filoindipendentista di Sean Connery. In passato ha avuto modo di dichiarare: “Siamo una nazione piccola ma meritiamo di essere liberi”, oppure “Sostengo la lotta indipendentista da oltre quarant’anni perché credo nell’eguaglianza”. Sulle pagine di Repubblica, in un’intervista del 2012, ha affermato: “ Il primo passo è stato la conquista di un Parlamento autonomo, nel 1997. Il secondo è arrivato nel 2007, con l ́elezione di un governo guidato dallo Scottish National Party. Ora credo che la Scozia abbia ciò che serve per compiere il terzo passo [l'indipendenza, nda], e sono convinto che vi riuscirà nel corso della mia vita”.
Sean Connery ha collaborato attivamente con la campagna referendaria per il SI, dichiarando che ““la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”. Sul braccio dell’attore scozzese c’è persino un tatuaggio con la scritta Scotland Forever, risalente ai tempi in cui era membro della Marina britannica.
E proprio sul termine “britannico” si è realizzato lo scontro verbale con Roger Moore, altro grande interprete di James Bond. Moore si è sempre dichiarato “contrario alla secessione scozzese”, accusando Connery di soffiare sul fuoco separatista, nonostante sia diventato famoso interpretando “il più britannico dei personaggi”, cioè l’agente 007 di Sua Maestà. Roger Moore si è sempre definito “britannico, più che inglese”.
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sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

sabato 1 marzo 2014

Come funziona il federalismo tedesco

La Repubblica Federale di Germania è costituita da 16 Länder (regioni) che hanno una propria Costituzione, un'ampia sovranità e molti diritti di autonomia. Come funziona questo federalismo?

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Le bandiere delle regioni della Germania


Quando e come nasce il federalismo tedesco?
La Germania è stata fondata nel 1871. Per convincere gli stati autonomi - la Prussia, la Baviera, la Sassonia e molti altri - che dovevano farne parte fu necessario lasciare loro molte funzioni amministrative con una notevole influenza sulla politica nazionale. Questo ordinamento federale della Germania è stato interrotto solo dallo stato rigidamente centralista dei nazionalsocialisti tra il 1933 e il 1945. 

I 16 Länder nella loro forma attuale sono stati fondati per lo più dopo il 1945 tenendo in parte conto delle vecchie affinità di popolazioni e dei confini storici. Prima della riunificazione dei due stati tedeschi nel 1990, la DDR (l'ex-Germania dell'est) era formata da 5 regioni, la Repubblica Federale (la Germania dell'ovest) aveva 10 regioni. Berlino (oggi la sedicesima regione) era spaccata in due tra Berlino-est eBerlino-ovest. 

L'obiettivo dichiarato del federalismo tedesco è garantire sia l'unità verso l'esterno che il rispetto e il mantenimento delle diversità regionali.

Le 16 regioni della Germania
foto: Bundesrat


Le regioni più forti devono aiutare quelle più deboli
I 16 Länder sono molto diversi tra di loro, per quanto riguarda superficie, numero di abitanti, risorse economiche e geografiche. Ci sono delle regioni economicamente più forti e ricche rispetto ad altre, in alcune regioni la disoccupazione è bassa, in altre è altissima, una crisi in un settore industriale può colpire duramente una regione, ma non le altre. 

Tutto questo crea squilibri tra le regioni e può influenzare il livello di vita dei loro abitanti. La costituzione della Germania dice esplicitamente che il Governo nazionale deve garantire l'omogeneizzazione delle condizioni di vita nelle varie parti della Germania. Per questo, ogni anno, secondo una chiave di distribuzione prestabilita (ma piuttosto complicata), le regioni più ricche devono aiutare economicamente quelle più deboli. Il federalismo non può vivere senza la solidarietà e questo è uno dei motivi per cui il federalismo in Germania funziona piuttosto bene ed è accettato da tutti.

Le 16 regioni in dettaglio
StemmaRegioneCapoluogoAbitantiSuperficie
(km2)
PIL / abitante (€)
Nordrhein-WestfalenDüsseldorf17.850.00034.09031.890
BayernMünchen12.540.0070.55035.550
Baden-WürttembergStuttgart10.750.0035.75034.940
NiedersachsenHannover7.920.0047.61028.310
HessenWiesbaden6.070.0021.12037.620
SachsenDresden4.150.0018.42022.970
Rheinland-PfalzMainz4.000.0019.85028.310
Berlin-3.460.0089029.150
Schleswig-HolsteinKiel2.830.0015.80025.970
BrandenburgPotsdam2.500.0029.48022.050
Sachsen-AnhaltMagdeburg2.340.0020.45022.340
ThüringenErfurt2.240.0016.17021.610
Hamburg-1.790.0076052.730
Mecklenburg-VorpommernSchwerin1.640.0023.19021.360
SaarlandSaarbrücken1.020.002.57030.060
Bremen-660.0042042.510


Quali sono i diritti di autonomia delle regioni?
Ogni regione ha il diritto di darsi una propria Costituzione, ha un proprio governo, un parlamento eletto ogni 4 o 5 anni, un Presidente del Consiglio, dei ministri e ministeri. Il parlamento può emanare delle leggi regionali e dei decreti. La Costituzione regionale e le leggi non possono però in nessun caso essere in contrasto con leggi nazionali. Spesso le leggi nazionali determinano una cornice unitaria, all'interno della quale le regioni stabiliscono le regole che ritengono giuste.

Le autonomie riguardano soprattutto:
  • la scuola, le università, la cultura
  • la polizia
  • la tutela del paesaggio e della natura
  • la legislazione che riguarda i comuni
  • una parte del diritto tributario
  • legislazione (in collaborazione con lo stato) in molti campi
  • quasi tutto il lavoro di amministrazione interna
In molti campi, p.e. nell'economia, lo stato e le regioni agiscono insieme in propri spazi predefiniti. In sostanza, solo gli affari esteri, una parte del diritto tributario, il settore valutario e monetario, il traffico aereo, la dogana e le forze armate sono di esclusiva competenza e amministrazione dello stato. Tutti i tribunali, con eccezione della Corte Costituzionale e delle Corti superiori, sono di competenza dei Länder. Per garantire, nonostante tutte le diversità, una certa omogeneità indispensabile, p.e. nel settore scolastico o anche in altri campi, i Länder fanno degli accordi tra di loro che, una volta approvati, sono vincolanti per tutti.

Dove vanno le tasse?
Le tasse che il cittadino paga sono suddivise in quattro categorie:
  • quelle che vanno allo stato,
  • quelle che vanno alle regioni,
  • quelle che vanno ai Comuni,
  • e quelle che vengono distribuite in vari modi tra queste tre entità federali.
Per tutti vale il principio: chi incassa, gestisce anche le spese, nella misura e nella maniera in cui le leggi (regionali e nazionali) lo permettono.

L'importanza dei Comuni
Anche i Comuni hanno dei propri spazi autonomi. La Costituzione della Germania garantisce espressamente l'autonomia amministrativa delle città. Il diritto comunale è di competenza dei Länder; le costituzioni comunali (p.e. anche il sistema elettorale) presentano grosse differenze tra una regione e l'altra, dovute anche a motivi storici. 

Lo spazio autonomo dei comuni riguarda soprattutto:
  • il traffico locale,
  • la costruzione di strade
  • il rifornimento di elettricità, luce, gas, etc.
  • l'urbanistica
  • la possibilità (regolata da leggi regionali) di applicare delle tasse e imposte proprie
  • costruzione e manutenzione di scuole ed ospedali, teatri, musei e campi sportivi
  • l'istruzione per adulti e l'assistenza ai giovani
Anche se i comuni possono applicare delle tasse e imposte proprie, la gestione dei compiti sopraindicati supera molto spesso le possibilità economiche dei comuni. Per questo, i comuni possono chiedere aiuti al distretto, l'entità territoriale successiva, alla regione o, in casi perticolari, anche allo stato.

Una seduta plenaria del Bundesrat, la camera delle regioni
foto: Bundesrat

Il "Bundesrat": lo strumento più importante dei Länder
Il "Bundesrat", la seconda camera del Parlamento, è una rappresentanza delle regioni. Questa camera ha69 membri che non sono eletti direttamente dal popolo, ma sono delegati dai governi delle regioni. Il numero di delegati di ogni regione dipende dalla sua grandezza, ma non in modo proporziionale: la regioneBrema con ca. 660.000 abitanti ha 3 membri, la Regione di Nordreno-Vestfalia con quasi 18 milioni di abitanti ne ha 6. Il Bundesrat deve essere coinvolto nella legislazione in tutti i casi in cui una legge tocca gli interessi regionali (cioè nella maggioranza dei casi). Una tale legge passa solo se viene approvata non solo dalla prima camera, il "Bundestag", ma anche dal "Bundesrat". In questo modo, le regioni hanno una notevole influenza sugli affari dello stato.
Nelle votazioni del Bundesrat, l'interesse dei Länder prevale spesso sugli interessi di partito, né i partiti di Governo, né quelli di opposizione (nella prima camera nazionale) possono essere sicuri che un Governo regionale formato dallo stesso partito ne segua tutte le direttive. Succede spesso che le alleanze del Bundesrat cambino a seconda dell'interesse regionale toccato.
Dato che un cambiamento nel Governo di una regione cambia automaticamente la sua rappresentanza nel Bundesrat può succedere che il partito di maggioranza nella prima camera vada in minoranza nella seconda camera (o viceversa). Ma questo non significa impossibilità di governare: le regioni sono molto orgogliose delle loro autonomie e l'esito di una votazione nel Bundesrat è spesso meno scontato di uno nella prima camera, nel "Bundestag".
Il Presidente del Bundesrat è per legge il Vicepresidente della Repubblica Federale. Dato che il Presidente del Bundesrat cambia, secondo un turno prestabilito, ogni anno, anche alle regioni più piccole tocca regolarmente questo incarico molto importante dello stato federale.

Tratto da Viaggio in Germania
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domenica 23 febbraio 2014

Provano ad impedire la secessione della Catalunya

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



272 favorevoli, 43 contrari e una astensione. Con questi voti è stata approvata dal Congresso spagnolo una mozione, presentata dal partito Union Progreso y Democracia (UPyD), che impegna il Governo spagnolo al “rifiuto categorico” del “piano secessionista” messo in campo dalla Catalunya, che il prossimo 9 novembre è chiamata ad esprimersi con un referendum sull’eventuale indipendenza della Generalitat catalana.

Il Congresso vuole, con questo voto, mostrare i muscoli contro il movimento indipendentista catalano, il cui parlamento aveva dichiarato la propria sovranità un anno fa, e da allora aveva iniziato a mettere in campo tutte le iniziative atte a realizzare il referendum indipendentista. A favore di questa mozione hanno votato i deputati di UPyD, del Psoe (socialisti) e quelli del Partido Popular (Pp, centrodestra); contro hanno votato i nazionalisti catalani di CiU, quelli dell’Erc, Esquerra Plural, Pnb e gli indipendentisti baschi di Amaiur. La mozione approvata esorta il Governo spagnolo a utilizzare “gli strumenti della Costituzione e l’ordinamento giuridico nel suo insieme per garantire che si compia la legalità”.

Noi insorgenti non possiamo che schierarci contro questa infausta decisione presa dal Congresso spagnolo, che vuole solo tentare un estremo tentativo centralista per scongiurare gli eventuali esiti negativi del referendum indipendentista catalano. Una vittoria del “fronte indipendentista” in Catalunya darebbe maggior vigore alle altre istanze secessioniste (pensiamo ai Baschi), in un anno che prevede anche un referendum “autonomista” in Scozia. Barroso aveva detto, pochi giorni fa: “Una Scozia indipendente è fuori dall’Europa”. Chissà se l’Unione Europea sarà egualmente categorica anche nei confronti della ricca Catalunya.

I popoli europei, costretti in involucri liberticidi e antidemocratici quali sono gli Stati nazionali, oppressi anche dal cappio europeista, hanno deciso di ribellarsi e di liberarsi. Solo gli “ultimi giapponesi” del liberismo e del centralismo possono pensare di usare queste misure per fermare i movimenti di Popolo.
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domenica 16 febbraio 2014

'A paura fa 90 - La tradizione del Lotto



Il gioco della tombola fu ideato a Napoli intorno al 1735 al tempo del famosissimo padre predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco (Napoli, 4 ottobre 1700 †Napoli, 2 agosto 1782); tale frate domenicano, molto noto sia tra il popolo che a corte, si prodigò a Napoli e provincia in opere di assistenza e di apostolato per alleviare la sofferenza di poveri ed emarginati e combattere il vizio in tutte le sue forme e facendo leva sulla grande la considerazione che gli veniva attribuita indusse nel sovrano Carlo di Borbone [(Madrid, 20 gennaio 1716 – †Madrid, 14 dicembre 1788) che fu, con il nome di Carlo I, dal 1731 al 1735, duca di Parma e Piacenza e poi dal 1735 al 1759 re di Napoli e Sicilia senza numerazioni; avrebbe dovuto essere Carlo VII secondo l'investitura papale, ma non usò mai tale ordinale), e dal 1759 fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) nome con cui fu poi ricordato anche a Napoli che gli intitolò la piazza antistante la costruzione di cui qui di sèguito dico.

Il padre domenicano Gregorio Maria Rocco, dicevo, indusse nel sovrano Carlo l’idea della costruzione del Real Albergo dei Poveri (1751-1829) su progetto dell'architetto Ferdinando Fuga (Firenze, 1699 – †Roma, 1782), per dare ricovero ai diseredati. Notissima poi la sua l'iniziativa dell'illuminazione delle strade napoletane, fino allora inesistente, per contrastare i banditi che sul far del buio assaltavano i viandanti.

La situazione già critica al tempo del vice regno spagnolo, si era fatta insostenibile dappoiché s’era dimostrato persino vano il tentativo di illuminare le strade con delle lampade ad olio che venivano subito rimosse dai malintenzionati; il padre Rocco ricorse allora ad un gesto astuto; facendo leva sul sentimento religioso popolare, aveva fatto apporre immagini sacre sui muri delle case,soprattutto su quelle ai cantoni delle viuzze e vicoletti, sollecitando i fedeli ad accendere a sera uno o piú lumini innanzi alle effigi; se ne ricavò una illuminazione stradale insufficiente forse, ma funzionale che mantenne il suo scopo fino a tutto il 1° Gennaio 1817 con le prime tracce del gas a Napoli allorché il re Ferdinando I Borbone (Napoli, 12 gennaio 1751 –† Napoli, 4 gennaio 1825) concesse a Pietro Andevel di Montpellier un "privilegio" per fornire la città di un’illuminazione a gas idrogeno. Ma non divaghiamo!

Torniamo al padre G.M.Rocco che nel 1735, adducendo l’immoralità del giuco del Lotto, ottenne da Carlo III che détto gioco (peraltro ammesso come monopolio del Regno per sostenere le casse dell’erario), fosse sospeso durante il periodo natalizio; il popolo ovviamente gradí poco il divieto e si organizzò in proprio, evitando altresí che il Lotto finisse nelle mani della camorra, ideando un giuoco familiare molto simile al Lotto, ma esente dal gravame fiscale, giuoco da farsi durante le festività natalizie in luogo del sospeso Lotto, gioco quest’ultimo molto praticato a Napoli e provincia sebbene fosse giuoco non originariamente partenopeo, ma fósse nordico, precisamente ligure e segnatamente genovese, la tombola. Del suo ideatore tal Cristoforo Taverna, mancano esatte notizie biografiche: chi lo dice milanese, chi genovese, ma tutti concordono sul fatto che fosse un banchiere che intorno al 1450 ideò un giuoco a premi (giuoco delle Borse), giuoco in cui v’erano sette premi (o borse) determinati mediante l’ estrazione a sorte di cinque numeri su novanta; gli originarî sette premi [che furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napolistratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina] furono poi portati ad otto con l’introduzione di un’ottava borsa intermedia détta cadenza che premiava chi indovinasse la decina con maggior presenza nei cinque numeri estratti, ed il giuoco dell’otto borse divenne giuoco del lotto o piú semplicemente lotto), nelle tombole domestiche si sostití la borsa della cadenza e fu premiato chi indovinasse quindici numeri (‘a chiena), per cui i premi del lotto domestico (tombola) furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napoli stratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina – chiena.
Raffaele Bracale Brak, dal sito di Insorgenza.it

venerdì 14 febbraio 2014

Perchè Sardigna Natzione non parteciperà alle Regionali sarde



A poco meno di un mese dalle elezioni regionali, il fronte degli indipendentisti e sovranisti risulta ancora una volta frammentato e diviso. Da una parte il Psd’Az appoggerà nuovamente Ugo Cappellacci, da un’altra iRS, Partito dei Sardi e Rossomori appoggeranno Francesco Pigliaru; da un lato Fortza Paris, Unidos e Soberania appoggerano Mauro Pili e dall’altro Gigi Sanna è supportato dalla sua lista di movimento per la zona franca; poi ancora Meris portata da Cristina Puddu, la coalizione Sardegna Possibile che candida Michela Murgia e infine il Fronte Unidu Indipendentista supportato da Pierfranco Devias. In tutto questo marasma di liste che si richiamano all’indipendenza dell’isola, una delle più note e delle più storiche come Sardigna Natzione – Indipendentzia, non correrà per le elezioni. Le motivazioni di questa scelta le spiega, raggiunto da ‘Controlacrisi’, proprio il segretario nazionale Bustianu Cumpostu. 

Perché la mancata presentazione delle liste di Sardigna Natzione in occasione delle elezioni regionali? 
E’ stata una decisione politica. Abbiamo deciso di non presentarci per creare un trauma all’interno del mondo indipendentista che non è riuscito a riunirsi in una proposta univoca al fine di creare un soggetto politico che potesse essere realmente alternativo ai partiti italiani. Abbiamo tentato in tutti i modi, fino all’ultimo momento, fino anche ad arrivare alla presentazione di un simbolo in cui erano presenti altre liste; abbiamo offerto questa proposta alla coalizione Sardegna possibile, la cui candidata presidente è Michela Murgia, ma non è stato realizzabile. Una parte degli indipendentisti, poi, si è accodata al centrosinistra ma noi, indipendentisti storici, non potevamo seguirli. Abbiamo scelto questa volta di rimanere fuori dalla competizione elettorale e di non dare indicazione di voto, quindi dire alla gente di votare strettamente i lavoratori e i rappresentanti delle imprese della Sardegna che si candidano all’interno delle liste sparse: dai zonafranchisti alle liste indipendenti. 

Riguardo al simbolo che avevate presentato, insieme ad iRS, perché il progetto con Gavino Sale non è andato in porto?
Loro hanno fatto la scelta di appoggiare la coalizione di centrosinistra, noi non potevamo seguirli in questa scelta. Noi siamo indipendentisti sardi…

E col Fronte Unidu Indipendentista, nessuna trattativa? 
Il Fronte Unidu fa un’analisi di classe dell’indipendentismo. Esso ha lanciato, intanto, il progetto in maniera unilaterale: quando gli è stato chiesto di metterlo in condivisione non lo ha voluto fare e poi ‘ha aperto i gulag’ perché “a Manca Pro s’Indipendentzia” ha creato il Fronte ma dentro non ci voleva iRS, non ci voleva il PSd’Az , non ci voleva Sardigna libera e non ci voleva nemmeno il Partito dei sardi. Al suo interno voleva solo Sardigna Natzione ma come ospite, non come condivisore del progetto politico! Il progetto era il loro e non si sono neanche presentati alle assemblee di confronto che abbiamo avuto: hanno snobbato tutto. Il Fronte aveva il suo progetto e dovevano decidere loro del proprio destino. Un progetto così non potrà da sua parte! È un progetto che rimane vecchio, perché pensano che la questione nazionale di un popolo sia soltanto una prerogativa della gente di sinistra, ma il popolo tutto subisce l’umiliazione della sudditanza: non è che coloro che stanno a sinistra subiscono una sudditanza maggiore rispetto a quelli di destra o di centro. Noi siamo un popolo normale in cui c’è gente di tutti i tipi. Se dividiamo il popolo con dinamiche interne e non capiamo che, invece, il confronto della Natzione Sarda con lo Stato Italiano è una dinamica esterna, abbiamo già perso in partenza: stiamo mettendo come obiettivo non l’indipendenza bensì la lotta all’indipendenza.

Dunque, l’indipendentismo deve poter essere trasversale all’interno del popolo sardo? 
Ma è normale! Perché se non sei trasversale hai già perso! O rispondiamo come popolo con tutta la forza che esso può avere, sennò abbiamo già perso.

Quindi, non ci sarà, da parte di Sardigna Natzione, neanche un’indicazione di voto? 
Noi non diamo indicazione di voto perché non c’è un progetto. Ad esso ci abbiamo lavorato tanto, parecchio e se noi dessimo indicazione di voto a questo o quel candidato, vuol dire che quello è il progetto da noi condiviso, ma non è così! Pensiamo, invece, ad un soggetto collettivo, che venga da un cervello collettivo dell’indipendentismo, che sia condiviso. Anche facendo passi indietro, da parte di tutti: io sono leader di questo movimento dal 1995, prima c’era Angelo Caria, ma tutto il processo ha radici da Su Pobulu Sardu. Ho vissuto tutte le fasi, da SardignaColonia all’autodeterminazione, poi alla dichiarazione di indipendenza. C’è stata tutta una fase di maturazione che è avvenuta anche a partire dai rapporti instaurati coi baschi, coi catalani, coi corsi: ci siamo sentiti patrioti della stessa patria, delle patrie oppresse.

Prima faceva riferimento al Psd’Az e agli indipendentisti all’interno del centrosinistra. I sardisti hanno compiuto più di una giravolta: prima in consiglio con il Pdl e Cappellacci, poi le trattative con la Barracciu e il centrosinistra e ora di nuovo centrodestra. Sembra quasi uno schiaffo all’indipendentismo… 
Ma no, assolutamente! Il Psd’az non sta facendo altro che fare quello che sta facendo Jordi Puyol (Presidente della Generalitat de Catalunya) in Catalogna! Certo, con tutte le particolarità del caso per cui Puyol non entrava nella proposta organica della coalizione ma faceva accordi di governo ex-post, certo che era anche diversa la legge elettorale. Comunque sia, il Psd’Az è inserito nella logica di Puyol: non si pongono il problema di centrodestra o centrosinistra. Questo delle giravolte e del voltagabbanismo, è un ragionamento proprio della cultura politica italiana. Se ragioniamo attraverso quei sistemi, allora sì: i sardisti sono dei voltagabbana; se ragionassimo con altre categorie, quelle di un popolo oppresso, il Psd’Az fa accordi con chi gli conviene, superando gli steccati sul fatto di essere di destra e di sinistra. Anche perché, poi, queste categorie coincidono: sono uguali! In Sardegna, non c’è alcuna differenza fra destra e sinistra.

Tratto da ControLaCrisi

Essere meridionalisti oggi



La scorsa settimana il quotidiano Repubblica ha pubblicato un video che ha suscitato in poco tempo un tam tam di repliche sui social network. Una telecamera di sorveglianza ha registrato lo scippo di una donna nel Centro Storico del Capoluogo campano ad opera di un giovane alla guida di un motorino, nella semi-indifferenza dei passanti. Solamente un ragazzo, non italiano, avrebbe aiutato la donna e tentato di rimediare al borseggiamento.
I commenti del web sono stati immediati e molti di questi si sono sostanziati in accuse ed offese ai passanti, colpevoli di non aver aiutato la donna, ed ai napoletani in genere: “camorristi”, “gentaglia”, “rovina dell’Italia”. Un reportorio vario e ripetitivo.
Il pregiudizio nei confronti delle popolazioni del Sud ha una lunga storia: già pochi anni dopo l’Unità d’Italia, il Nord ricco e sviluppato si contrapponeva al Sud considerato arretrato e tradizionalista, attraverso fenomeni di discriminazione dei meridionali. E’ questo il periodo nel quale nasce a Torino, cuore del regno d’Italia, il Museo Lombroso o Museo di Antropologia Criminale: appoggiandosi alle teorie della razza, gli studi di Lombroso sostenevano la differenziazione dell’Italia in razze e l’appartenenza delle popolazioni del Sud alla razza “negra ed africana”, considerata inferiore e più incline al crimine ed al vagabondaggio.
Questo retaggio storico ha continuato ad adombrare dei toni del razzismo le migrazioni interne degli abitanti del Sud verso il Nord nei primi decenni del secondo dopoguerra, sino a culminare nei famosi “non si affitta ai meridionali”.
Un passato che sembra non riuscire definitivamente a passare e che ancora oggi alimenta discussioni sul Sud, su Napoli, sui meridionali. In risposta a queste tendenze storiche sono nati nelle città del Sud diversi gruppi meridionalisti, il cui obiettivo principale risiede nella “rivendicazione dell’identità del popolo napoletano” contro un sistema statale che “sfrutta e discrimina il Sud”e che spesso viene paragonato ad un nuovo colonialismo. La particolarità dei movimenti meridionalisti, che rimangono comunque molto diversificati fra loro, è la considerazione dello Stato italiano come di un invasore e la necessità di “liberare” le popolazioni del Sud.
Mediaxpress ha intervistato Donato Meoli, responsabile del gruppo Giovani di Insorgenza Civile.

Cosa significa essere meridionalisti nell’era della globalizzazione e della crisi economica?
Rispetto alla globalizzazione significa riuscire a determinare un futuro che rispecchi in coerenza ed in continua evoluzione le proprie tradizioni, rispetto alla crisi economica, riuscire a difendersi dalla devastante omologazione massificante facendo appello ai propri punti di forza. Un popolo che conosce se stesso non teme crisi economiche, un popolo che segue la via scelte da altri con una economia scelta da altri, rischia sempre delle crisi economiche.

La messa in discussione dell’Unità d’Italia è solitamente il punto di partenza delle riflessioni meridionaliste. Quale credete sia l’utilità di ‘rispolverare’ il Risorgimento nell’attuale situazione politica?
Innanzi alla scelta Unità d’Italia o disoccupazione strutturale dei nostri figli, credo che ripartire dalla verità storica sulla propria storia e quindi comprendere come nasce la disoccupazione al sud, cioè con l’Unità, sia solo un punto di partenza.
Sulla seconda parte della domanda , non saprei che rispondere, noi non ‘rispolveriamo’ il Risorgimento, ma lo studiamo senza i filtri agiografici dell’italianizzazione, proprio per comprendere come siamo arrivati alla situazione drammatica di oggi.

Sostenete un progetto di indipendenza del Sud?
Sosteniamo tutti i progetti che possono ridare al nostro popolo la propria sovranità, in linea con tutti i popoli europei che hanno capito che gli Stati-Nazione sono falliti. Troppo piccoli per i grandi problemi, troppo grandi per i piccoli problemi.

Credete che l’Indipendenza possa essere la soluzione ai nostri problemi?
I nostri problemi nascono con l’annessione forzata ad un modello di sviluppo imposto e non in linea con le nostre tradizioni: risolvere i nostri problemi significa sciogliere quel nodo scorsoio che è stata per noi l’annessione risorgimentale.
L’Indipendenza ci permetterebbe di rompere tutti i trattati commerciali, economici e monetari contrattati a nostro nome da una casta oligarchica non eletta e con nessun mandato popolare, che oggi rappresentano il vero problema di tutti i popoli Europei.

Quali sono i vostri rapporti con i movimenti neo-borbonici?
Cordiale amicizia.

Non credete che sostenere il ritorno della Monarchia sia una posizione anacronistica e forse controproducente ai fini della rilevanza della “questione meridionale”?
La scelta Monarchia o repubblica di per sè non offre nessuna garanzia di risoluzione delle problematiche imposte attraverso crisi cicliche ed ad orologeria dalle lobby finanziarie internazionali. La forma costituzione di per se , in merito alla questione Meridionale che nasce per l’applicazione di un sistema di sfruttamento differenziato tipico delle colonizzazioni moderne, è altrettanto ininfluente.
Noi siamo Insorgenti, quindi  tendenzialmente repubblicani . Però rifiutiamo il binomio semplicistico monarchia uguale arretratezza, anche perché dovrebbe essere applicato anche all’Inghilterra che è tutt’ora una monarchia. A me sinceramente tutte le moine che i media “progressisti” hanno fatto alla nascita del Royal Baby, hanno fatto ridere.

Parlate spesso di rivendicazioni identitarie del Popolo napoletano contro il sistema delle banche e dei padroni. Ma non è una battaglia che dovrebbero far tutti, da Nord a Sud? O addirittura in tutta Europa?
Tutti respirano, ma ognuno respira in maniera ed in quantità differente. Il fatto che tutti i popoli hanno perso la sovranità monetaria e la possibilità di incidere e di decidere liberamente nelle scelte di politica commerciale internazionale, non significa che tutti i popoli reagiscono o reagiranno alla stessa maniera.
Rispondere ad un problema imposto dalla modernità giacobina, cioè alla globalizzazione ed al dominio della finanza imposta in maniera uguale tutti, per tutti ed in tutto il mondo, presupponendo una battaglia uguale e contraria è proprio quello che l’alta finanza vuole.
Il nemico è lo stesso, ogni popolo reagirà coordinandosi con gli altri, nella maniera e nella misura che riterrà giusto. Ma presupporre che ci sia un solo modo di reagire uguale per tutti, sostituirebbe semplicemente un dominio mondialista con un altro.

Tratto da Media X Press

giovedì 13 febbraio 2014

Addio, Lugano bella…

Il mio articolo, pubblicato su Insorgenza.it 



Partiamo dal principio: i cittadini di uno Stato sovrano si sono espressi su un tema fondamentale quale è l’immigrazione grazie ad uno strumento di democrazia diretta come il referendum. Non è cosa da poco, in questa Europa che impone trattati e politiche monetarie senza mai chiedere ai Popoli di esprimersi. Anzi, tutte le volte che i Popoli si sono espressi – sconfessando clamorosamente le decisioni degli eurotecnocrati – l’Unione Europea ha cambiato le carte in tavola, in puro stile italiano: ricordate il ministero dell’Agricoltura, abolito da un referendum popolare, e sostituito dal ministero delle Politiche Agricole?
Ora analizziamo i dati: ha vinto il fronte favorevole ad una limitazione dei flussi migratori con il 50,3%, mentre il fronte del NO ha raggiunto il 49,7%. In pratica, meno di 25mila voti hanno determinato la vittoria delle formazioni politiche euroscettiche e di destra (l’aggettivo “nazionalista” poco si addice ad una realtà come la Svizzera). Notevoli sono le differenze da cantone a cantone: in quelli di lingua francese hanno prevalso i NO, mentre nel Canton Ticino hanno stravinto i SI. Il contatto con i frontalieri lombardi ha decisamente stancato e infastidito i ticinesi, il cui partito politico – la Lega dei Ticinesi, una sorta di Lega Nord – è diventato famoso per i manifesti in cui i lombardi venivano rappresentati come topi. La Lega dei Ticinesi è stato tra i partiti maggiormente attivi nella campagna referendaria, insieme all’Unione Democratica di Centro.
La vittoria del “referendum antimigranti” (così è stato ribattezzato dai media europei di regime) è stata accolta negativamente dagli Eurotecnocrati, difensori a spada tratta del trattato di Schengen. Può sembrare paradossale, ma non lo è affatto: la libera circolazione delle merci è sempre stata anteposta alla libera circolazione degli individui, fin dagli albori di questa farsa chiamata Unione Europea; era facilmente pronosticabile che, invece di ampliare la libertà di circolazione delle persone limitando quella delle merci, i movimenti popolari avrebbero generato una reazione esattamente contraria. Così infatti è stato, e così sarà se si continuerà a seguire i dettami della globalizzazione capitalista fregandosene delle identità, delle specificità, dei territori. Questa Europa fa paura ai popoli e alle comunità. La sentono distante, quando va bene; nemica, quando va male. Come dargli torto? Un cittadino avverte la presenza dell’Europa sia quando si tratta di stabilire le quote latte o il numero di semini dentro le arance, sia quando vengono decise, a livello continentale e transcontinentale, le politiche regressive e liberticide in campo economico e sociale dei prossimi decenni. Per il resto, l’Europa è una utopia mai realizzata e, conservando le fondamenta liberiste e universaliste, sarà sempre più irrealizzabile. 
Il voto svizzero non va analizzato né giudicato utilizzando le categorie del progressismo e del conservatorismo, ma va considerato per quello che è: la reazione dei cittadini di un piccolo Stato nel cuore dell’Europa, i quali hanno osservato terrorizzati le immagini provenienti dalla Grecia, dalla Spagna e da Lampedusa. Cittadini che hanno appena cominciato ad avere la schiena ferita dalle frustate del Sistema Europa.  
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domenica 9 febbraio 2014

Cacciamo gli sciacalli dalle nostre fila. Re(si)stiamo uniti.


Il dramma della Terra dei Fuochi, il danno a quell'ambiente, il danno a quella popolazione, il danno al settore economico legato al prodotto agro alimentare e non solo, non è un danno delle sole province di Napoli e Caserta. Salernitani, avellinesi, beneventani mostrate tutti di appartenere alla Campania Felix e non alla Campania Jena Ridens. Rifiutate di fare lo sciacallaggio, non solo per un etica economica, ma soprattutto per quello spirito di solidarietà e comunanza di lotta che può renderci forti e vincitori. Sciacallando otterrete piccole, miserrime e temporanee vittorie e resteremo per sempre una colonia. Una colonia al servizio di chi ci ha massacrato e ci usa.

Ferdinando Luisi, tramite Facebook

lunedì 3 febbraio 2014

Marinaleda, la città fuori dal Sistema

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Marinaleda è un comune andaluso di quasi 3.000 abitanti, non troppo distante da Siviglia. Il suo sindaco, Juan Manuel Sánchez Gordillo, è un militante del movimento nazionalista indipendentista andaluso, il CUT-BAI (Colectivo de Unidad de los Trabajadores - Bloque Andaluz de Izquierdas). Gordillo ha avuto un'idea geniale: alla luce della volontà di autogoverno degli andalusi e di contestuale stralcio dei vincoli centralisti che il governo di Madrid impone (per cercare di tenere unita la Spagna, percorsa da moti e movimenti autonomisti e indipendentisti in ogni angolo), il sindaco ha espropriato le terre, che sono passate al Comune; ha organizzato un  bando per assegnare le terre confiscate a coloro che si impegnavano a autocostruirsi la casa; ha chiesto in cambio un canone mensile minimo, che al momento si aggira intorno alle 2.550 pesetas al mese (all'incirca 15 euro mensili).
Inutile dire che l'iniziativa ha avuto un successo incredibile, prendendo la ribalta dell'informazione spagnola e mondiale, con grave aumento di bile per il Governo centrale, che per l'ennesima volta ha avuto la dimostrazione di cosa sia capace una comunità unita e autonoma. Questo ennesimo schiaffo al centralismo spagnolo è fondato su pochi, semplici principi: il terreno viene ceduto gratuitamente dal Comune all'autocostruttore; l'acquisto dei materiali da costruzione è agevolato da una convenzione con il governo regionale andaluso ed il cosiddetto P.E.R. (Plan de Empleo Rural); alcuni operai edili, disposti a seguire i cantieri, si mettono a disposizione gratuitamente; il progetto della casa, redatto da architetti, è gratuito; gli autocostruttori stabiliscono la quota mensile da pagare per divenire proprietari della casa che stanno edificando riunendosi in assemblea. Ad oggi sono quasi 400 le case costruite con questo sistema. Sono in genere trilocali con bagno, dotati di un giardino o patio di circa 100 mq. 

Questo modello di edilizia sociale, oltre ad essere affascinante, è soprattutto efficace e conveniente: permette a chiunque di poter realizzare il sogno di costruirsi da solo una casa, senza entrare nei gangli della speculazione edilizia e dello strozzinaggio mediante mutuo. Il comune di Marinaleda non è nuovo a iniziative di questo tipo. Qualche anno fa divenne un punto di riferimento sia per i movimenti politici di sinistra, sia per quelli autonomisti e indipendentisti, grazie alla propria originale organizzazione economica e sociale: i cittadini sono quasi tutti impiegati nella cooperativa Humar; la loro paga è, indipendentemente dalle mansioni, 47 ore al giorno; lavorano sei giorni a settimana, per 35 ore settimanale; lo stipendio mensile, quindi, supera di poco i 1.100 euro.

Marinaleda, chiamata anche "Città dell'Utopia", è la dimostrazione reale di quanto non solo sia possibile, ma addirittura sia preferibile, vivere fuori dal Sistema capitalistico, fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sul dominio dell'economia e della finanza. Quando una comunità, soprattutto se di piccole dimensioni, si organizza in maniera libera e autonoma dal potere centrale e centralista dello Stato unitario (in questo caso, la Spagna), riesce a raggiungere un livello altissimo di qualità della vita. Per tutti e per ciascuno.

sabato 1 febbraio 2014

Nasce Insorgenza Civile Roma



Un muro invisibile divide l'Italia in due. Dal Lazio agli Abruzzi, dal Reatino al Tronto, questo muro diviene ogni giorno più alto e invalicabile. A Sud di questo muro ci sono sempre meno lavoro, meno salubrità ambientale, meno servizi al cittadino, meno viabilità, meno prospettive, meno investimenti in infrastrutture e know how. In poche parole: da Roma a Siracusa c'è sempre meno. Il Sistema Italia, nato nel 1860 con l'invasione del Regno delle Due Sicilie e stabilizzato con la breccia di Porta Pia, continua ad ampliare, ogni giorno di più, la distanza tra il Sud e il Nord della penisola.

In questo quadro, la città di Roma è ormai da considerare una città del Sud: sia perché i cittadini romani di origine meridionale o imparentati con meridionali sono tantissimi; sia perché Roma vive sulla propria pelle gli stessi problemi di Napoli, Bari, Reggio Calabria o Palermo (dalla gestione dei rifiuti alla infiltrazione della criminalità, dalla speculazione edilizia al traffico soffocante, dalla disoccupazione in aumento all'emigrazione verso nord); sia perché Roma e i Romani sono da decenni oggetto di un razzismo settentrionale simile a quello che subiscono i meridionali ("Roma ladrona", "Sono porci questi romani"). E la finta alternanza tra centrosinistra e centrodestra, alleato della Lega Nord, non ha fatto altro che aggravare la situazione.

Per questi motivi è nata anche a Roma la delegazione di Insorgenza Civile, movimento politico meridionalista e identitario. Facciamo appello ai cittadini romani, ed in particolare a quelli di origine meridionale: è giunto il momento di rompere il giogo del finto bipolarismo partitocratico e di riprendersi i territori, che vanno tutelati e sviluppati con politiche alternative a quelle messe in campo negli ultimi decenni. C'è bisogno di una politica che ritorni nelle strade e nelle piazze, compiendo un salto di qualità rispetto alla "partecipazione da tastiera" di tanti cittadini.

Se ci convincono che nulla può cambiare, nulla cambierà. Insorgere è giusto.
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