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mercoledì 5 settembre 2012

"La Tav si farà". Allora non ci siamo capiti.



L'incontro tra Monti e Hollande ha evidenziato la volontà di realizzare una "grande sinergia" sui temi fondamentali dell'Europa: la crescita, l'euro, l'occupazione... e il Tav!
O meglio, LA Tav, come si ostinano a chiamare IL Treno ad Alta Velocità Torino-Lione. I bocconiani saranno anche dei geni in economia... ma con il volgare fiorentino a cui diamo il nome di "italiano" non hanno molta dimestichezza.
Ciò detto, Monti ha dichiarato che è un "segno concreto della volontà dei nostri paesi dare completa realizzazione a quell'opera di alto interesse che è la Tav tra Torino e Lione". Alto interesse per chi? Chi ci guadagna dal Tav? A questa domanda, Monti e i bocconiani di destra, di centro e di sinistra omettono di rispondere da decenni. Le popolazioni valsusine, viceversa, sono 20 anni che rispondono: "Non è nei nostri interessi!"; visto che abitano quei territori e li abiteranno anche dopo che avranno fatto un buco in una montagna zeppa di amianto, forse bisognerebbe ascoltarli. I nostri governanti, di ogni schieramento politico, si dicono e si autoproclamano convinti federalisti: è alquanto originale la visione di un federalismo che impone sui territori una scelta presa dal potere centrale! Ma i paladini del federalismo in salsa padana, i mariuoli leghisti, che dicono? Niente! Come ogni forza politica filosistema che si rispetti, la Lega appoggia il progetto-Tav e non ascolta le proteste e le proposte alternative delle popolazioni valligiane. 
Quale strada rimane ai valsusini? Nessuna, tranne l'opposizione dura e radicale alla violenza di Stato e di Sistema. Chiunque abbia proposto nel passato la strada del dialogo ha subito sconfitte clamorose nei fatti, perché le istituzioni si sono dimostrate indisposte ad ascoltare e a mettere in discussione questo infausto progetto.

Do svidanija

martedì 28 agosto 2012

La nostra generazione se la passa male



La nostra generazione se la passa male. Non abbiamo i residui di una guerra mondiale sulle spalle, non abbiamo conosciuto la fame e i vestiti passati di fratello in fratello, non abbiamo festeggiato quando c'era la carne a tavola. La nostra generazione, però, se la passa male lo stesso.
Abbiamo i cellulari di ultima generazione e gli indumenti griffati, abbiamo tutti l'automobile e l'impianto stereo, abbiamo la possibilità di informarci in tempo reale e gratis, abbiamo gli effetti speciali al cinema e anche gli occhialini 3D. Eppure la nostra generazione se la passa male.
Abbiamo la possibilità di viaggiare, girare l'Europa con l'interrail o con i voli low cost, visitare luoghi che i nostri genitori vedevano solo in viaggio di nozze, e i nostri nonni in qualche cartolina di parenti emigrati. La nostra generazione, intanto, se la passa male lo stesso.
Abbiamo conosciuto la neve sotto uno snowboard d'inverno nonostante fossimo nati in paesi di mare. Abbiamo mangiato talmente tanto che tutti siamo a dieta. Abbiamo gli abbonamenti in palestra e spendiamo fette dei nostri stipendi in prodotti di bellezza. Abbiamo i centri commerciali in cui fa caldo d'inverno e si sta freschi d'estate, dove possiamo comprare tutto ciò che ci serve senza preoccuparci del parcheggio dell'auto o delle nuvole grigie che, all'orizzonte, minacciano pioggia.
Eppure, la nostra generazione se la passa male. Lavori precari e sottopagati. Diritti ridotti o inesistenti. Prospettive di costruire una famiglia pari a zero. Traffico e inquinamento aumentati in maniera proporzionale al costo della benzina. Servizi sociali e sanitari insufficienti. Monopolio culturale del pensiero unico. Partito unico benpensante moderato liberista. Anche la musica dura è diventata abbastanza morbida da piacere ai figli di papà. Anche le rivoluzioni si organizzano su facebook, e i rivoluzionari si limitano a mettere "mi piace".

A volte mi guardo intorno alla ricerca di una risposta alla domanda: perché ce la passiamo così male? E non riesco a darmi una risposta che non sia un'altra domanda:
Abbiamo lottato?

Do svidanija

martedì 19 giugno 2012

Tagliamo le ferie di Polillo e dei bocconiani



"Una settimana di vacanze in meno per avere un punto di Pil in più". Il sottosegretario Polillo non è nuovo a proposte del genere. L'economista romano, ex consigliere economico del PdL, aveva sostenuto l'idea di una tassa sugli animali domestici. Inoltre, si era anche augurato l'elezione diretta di Berlusconi al Quirinale, visto che il Cavaliere ha "salvato la democrazia italiana" con la sua discesa in campo. Non dimentichiamo nemmeno la difesa delle banche contro i conto correnti gratis per i pensionati: "Un notevole danno per le banche, potrebbero causare un’ulteriore stretta creditizia". Una minaccia in stile mafioso-bocconiano.
Adesso, il buon Polillo ne spara un'altra: per aumentare il Pil, bisogna lavorare di più e rinunciare ad una settimana di ferie. E lo stipendio? Le ferie non godute vengono retribuite? Ovviamente no, si affretta a spiegare Polillo, senza che un suo collega del governo bocconiano gli dica di smetterla di dire stronzate. Infatti Polillo rincara la dose: "Sia gli industriali che i settori più illuminati del sindacato, compresa la Cgil, non sono pregiudizialmente contrari a questa ipotesi".
In attesa delle smentite secche ed indignate di Camusso, Bonanni e Angeletti, evidenziamo il punto di partenza della riflessione di Polillo: "Lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve". Analizziamo questa frase: dire che tutti noi lavoriamo in media 9 mesi l'anno vuol dire che c'è chi lavora più di 9 mesi e chi lavora meno. E i due gruppi devono essere abbastanza omogenei, visto che altrimenti la media sarebbe sfalsata. Quindi, visto che i lavoratori dipendenti (tra ferie estive, malattie e permessi) si assentano dal lavoro per circa un mese, un mese e mezzo all'anno, vuol dire che vi sono tantissime persone che lavorano circa sette mesi all'anno! E chi sono? Che lavori fanno? Quanto guadagnano? Polillo omette di dirlo. Forse parla di se stesso, e dei tanti Polillo che vivono in Italia in maniera poco più che parassitaria rispetto ai tantissimi lavoratori dipendenti (pubblici e privati).
Polillo dia l'esempio: rinunci ad una bella settimana di ferie, insieme ai suoi colleghi di governo e ai parlamentari. Restino al lavoro senza una lira in più, visto che le loro retribuzioni sono talmente alte da non farli rischiare la povertà.


venerdì 15 giugno 2012

La valle e il nostro tempo. Autonomi in Val Susa



Tratto da http://quieteotempesta.blogspot.it/2012/06/la-valle-e-il-nostro-tempo-autonomi-in.html

Il 27 giugno, quando la polizia ha attaccato la Libera Repubblica della Maddalena, ero a Manhattan, dove abitavo da qualche tempo. Ho ascoltato la diretta dello sgombero in streaming, in una casa di Chinatown. Pochi giorni dopo ho preso un aereo e sono tornato in Italia, in quello che oggi è il Kiomontistan, territorio impervio per i difensori del neoliberismo in crisi, gli stessi che fanno i conti con Occupy Wall Street. Passare dai grattacieli al fogliame e alle fronde mi ha fatto davvero l’effetto di essere un soldato partito per il Vietnam, anche perché ho condiviso con i miei compagni ogni minuto della lotta nel nuovo scenario dell’occupazione militare: dalle ferite riportate sul campo agli arresti, dagli assedi al non-cantiere alla caduta di Luca, fino alla rabbia che ne è seguita. Essere No Tav è, per me, uno dei mille modi di essere ciò che sono: ho sempre vissuto tra le persone, nei luoghi più diversi, con il sogno di distruggere il mondo che ho ricevuto in eredità; ed è da loro, dai miei compagni, che ho imparato che un sogno simile, per divenire realtà, deve sapersi calare in ogni situazione e in ogni luogo in modo nuovo, misurando il peso delle scelte sulla bilancia dell’efficacia.
La polizia, i giornalisti, i leader di partito si interrogano su chi siamo noi, gli autonomi della Val di Susa, con differenti livelli di stupidità. Il nostro identikit sociale è semplice: precari, studenti-lavoratori, disoccupati ad intermittenza. Non versiamo contributi, non abbiamo né avremo tutele. Salariati in nero o in forma atipica nella ristorazione, nell’informatica, nella comunicazione, nell’industria della conoscenza, ci consideriamo i prototipi più azzeccati della nostra generazione e, al tempo stesso, i suoi nemici mortali; non per la presunzione di voler essere meglio del nostro tempo, ma per essere il nostro tempo al meglio: combattiamo, a nostro modo, la passività congenita a ogni classe oppressa. Siamo tanti, organizzati. Tra la nebbia dei lacrimogeni sappiamo orientarci giorno e notte, nei boschi o sulle autostrade, in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia. Quando l’assemblea decide il grande corteo popolare, contribuiamo alla sua riuscita; quando decide di arrivare alle reti, non ci spendiamo con minor sacrificio. Imprevedibilità e flessibilità ci caratterizzano, nel tentativo di conciliare la morale irreprensibile del rifiuto con il pragmatismo della sua declinazione diretta. Allergici alla retorica e ad ogni fanatismo, siamo lontani dall’individualismo ipocrita del liberalismo quanto da quello scolastico dell’anarchismo. È l’interesse comune, quello che si definisce in autonomia dalle istituzioni e dalle dinamiche di sfruttamento, il cavallo di Troia che abbiamo nascosto nel futuro.
Partito di massa e di opinione convivono, in essenza, nella nostra forma di organizzazione agile, figlia della critica della forma-partito come tale. Radicamento sociale e strategia mediatica si uniscono in un abbraccio scandaloso, nell’equilibrio millimetrico che sappiamo di dover trovare per non cedere spazi di linguaggio e di immaginario al nostro nemico. Il tutto con un unico, ossessivo obiettivo: valorizzare e organizzare il conflitto sociale, aggregare nuove ragazze e nuovi ragazzi, riprodurre ed estendere l’insubordinazione, allargare la critica. Perché? Perché il futuro, se vuole essere diverso dal presente, deve costituirsi sul nuovo. Senza l’autonomia sociale, politica e culturale dal potere non si vince, dura legge della storia, spietata con chi non la impara. Siamo militanti politici, una forma di essere umano sempre e necessariamente in guerra, anzitutto in tempo di pace, ma non abbiamo forze armate né piani militari; semmai, attraversiamo in modo conflittuale una miriade di piani sociali, tra metropoli e montagna. Incarcerati, ci mettono in isolamento; seguiti e pedinati, ci danno il foglio di via; allergici alle carriere e alle divise, ci muoviamo come volontari agli antipodi del volontariato.
Abbiamo fondato il primo comitato popolare contro l’Alta Velocità dodici anni fa e, da allora, nella corsa del movimento a diventare sempre più grande, non ci siamo mai fermati. I governi vanno e vengono, noi siamo sempre qui, per vincere. Qualcuno si meraviglia di come siamo visibili e irriconoscibili a un tempo; ma è normale per chi, come noi, si compiace di tentare la declinazione post-postmoderna del bolscevismo più originario. Allora dicono che siamo “nascosti” dentro il movimento, ma è l’esatto opposto: scriviamo sui siti e compariamo in televisione; venite a trovarci nelle assemblee, nelle feste popolari, nelle conferenze stampa. Non siamo una corrente interna, ma soggetti votati al potenziamento dell’insieme, del tutto; l’autonomia non è una fazione, è una necessità. Tra i fuochi delle barricate ci muoviamo senza ideologia. Quando i Cattolici per la Valle hanno voluto costruire una statua di Padre Pio accanto al nuovo presidio, dopo che la polizia ha loro sottratto il pilone votivo alla Madonna, non abbiamo obiettato: sappiamo quanto la fede può essere importante per una resistenza. Persino quando i leghisti venivano alle assemblee, anni fa, non li abbiamo cacciati; era chiaro fin da allora che avrebbero abbandonato in massa il loro partito.

E se una valligiana mi parla di energia della terra, di magia dei luoghi e dello spirito che abita le montagne, io – scettico per indole, materialista per vocazione – la ascolto pieno di fascino. Imparo da tutto e da tutti, in questo scenario folle e bellissimo, dove paganesimo e cristianesimo si incrociano con l’identità occitana e montana, mentre ragazzi di stadio della cintura torinese incrociano i destini dei pensionati di montagna e dei reduci della guerra, che a loro volta ascoltano rapiti le storie delle studentesse emigrate a Torino dalla Sicilia e dal Salento. Il potere organizza la tutela disciplinata e astratta delle differenze, noi ne coltiviamo il potenziale reale. Le vediamo crescere e rafforzarsi contro l’uniformazione coatta prodotta da un potere decrepito, lo stesso che ho visto all’opera nei quartieri di New York. Mi è costato abbandonare l’America, ma la valle è legata alla mia vita non meno della Grande Mela, e allora soffoco la nostalgia della giungla d’asfalto ammirando i colori della foresta reale, la poesia dei ciglioni dopo la nevicata, o respirando l’aria inconfondibile di cui vivono – e dovranno continuare a vivere – i nostri castagneti. 

Pubblicato su "Alfabeta2", 6 giugno 2012

martedì 12 giugno 2012

Li chiamavano liberisti



Finalmente hanno gettato la maschera. Ci son voluti venti anni, ma alla fine hanno mostrato il loro vero volto: parassiti sociali, pronti a lamentarsi dell'ingerenza del "pubblico" in economia, salvo poi attingere alla mammella pubblica per salvare le loro banche.
L'ultimo, eclatante episodio di immissione di denaro pubblico (cioè mio, cioè tuo) per salvare le banche spagnole è davvero incredibile: nel bel mezzo di una crisi europea generata dall'eccessiva "finanziarizzazione e bancarizzazione" dell'economia, ci ritroviamo con l'Unione Europea che decide di destinare 100 miliardi di euro per salvare le banche spagnole.
Ma come! Le aziende licenziano i lavoratori e chiudono; le banche non erogano credito alle attività produttive; i servizi sociali vengono tagliati a causa della riduzione dei fondi; e i buontemponi di Bruxelles pensano bene di dare soldi alle banche?

Non c'è stato un liberale e liberista italiano che si sia scandalizzato. Non ho letto sul Pompiere della Sera i soliti strali antistatalisti (che sono giusti nel merito, perchè lo statalismo è un male; pessimi nel metodo, perchè il liberismo è peggio dello statalismo) delle varie penne liberali, nè ho ascoltato i neocons in salsa italiana criticare l'intromissione pubblica, nè ho visto il Sole 24 Ore e Milano Finanza pubblicare editoriali di condanna. Li chiamavano liberisti, si chiamavano liberisti, e poi abbiamo scoperto che non lo erano manco per niente: nemmeno loro hanno fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del mercato; neanche loro credono che il mercato si autoregolamenti, realizzando una sorta di darwiniana evoluzione della specie. Chi si evolve o si adatta, sopravvive; chi non ce la fa, viene salvato dai soldi pubblici.
Gli spagnoli hanno tassi di disoccupazione altissimi e uno stato sociale fortemente debilitato. Qualora essi, a seguito di questo salvataggio delle banche, scendessero in piazza e facessero ciò che anni fa fecero i greci (assalti alle banche, incendi di bancomat, scontri di piaza, guerriglia urbana), sarebbero ancora da considerare "violenti antidemocratici"? Qualora gli spagnoli decidessero di trasformarsi da Indignados ad Incazzados, andrebbero colpevolizzati? Qualora i popoli europei cominciassero ai loro governi e al super governo centralista europeo, esercitando il sacrosanto diritto alla resistenza, sarebbero dei terroristi antidemocratici?

"Noi riteniamo che …tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti….che ogni qualvolta una determinata forma di governo giunga a negare tali fini, sia diritto del popolo il modificarla o l’abolirla, istituendo un nuovo governo che ponga le basi su questi principi…Allorchè una lunga serie di abusi e di torti…tradisce il disegno di ridurre l’umanità ad uno stato di completa sottomissione, diviene allora suo dovere, oltre che suo diritto, rovesciare un tale governo…".
Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, 5 luglio 1776

"Contro le leggi in contrasto con la morale e l’umanità sussiste un diritto di resistenza".
Art. 6 della Costituzione del Lander di Brandeburgo del 31.1.1947

"Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti ed il più imperioso dei doveri”.
Costituzione Francese

giovedì 7 giugno 2012

Sabotare



RADIO SABOTAG - TRASMISSIONE N.3

Questo mondo non piace a nessuno. Gli unici che riescono a farselo piacere sono quelli che comandano, che hanno i conti correnti gonfi, che non hanno problemi di lavoro. Tutti gli altri campano male. Alcuni resistono, pochi lottano, molti si lamentano ma non muovono un dito.
Il Sistema non è modificabile, correggibile, migliorabile. Il Sistema va resettato. Punto.
Come fare? Alcuni pensano che basti mettere una croce su un simbolo elettorale ogni cinque anni per cambiare le cose. Sbagliano.
Altri pensano che bisogna mettere le bombe a destra e a manca. Sbagliano.
Altri ancora ritengono che è necessaria una rivoluzione. O un colpo di stato. O una bella dittatura che rimetta le cose a posto. Sbagliano.
Sbagliano tutti quelli che credono che ci sia una sola strada percorribile: la via elettorale e legalitaria; la via terroristica; la via rivoluzionaria o reazionaria. Errore madornale. Perchè se questo Sistema ha fatto qualcosa di buono è stato generare coloro che lo distruggeranno. E ha dato a costoro tutti i mezzi, da quelli legali a quelli illegali, per realizzare quest'opera di distruzione.

Vorrei chiedere a quelli la cui attività politica si riduce all'espressione del voto: pensate davvero che basti? O bisogna impegnarsi ogni giorno, in ogni luogo, senza limitarsi a votare per il partito X o il candidato Y?
Vorrei chiedere a quelli che sparano, gambizzano, mettono bombe: pensate davvero che sia sufficiente per far crollare il Sistema? La paura allontana il Popolo da voi e dalle piazze, dai luoghi di confronto e dai luoghi di conflitto.
Vorrei chiedere a quelli che parlano di rivoluzione delle masse o di dittatura dell'ordine e della disciplina: vedete le masse interessate alla prospettiva rivoluzionaria? Il Sistema non è già abbastanza ordinato e disciplinato, tanto dal lobotomizzare le masse impedendogli di diventare Popolo?

E' una questione di tattica, fratelli e sorelle, non di strategia. L'obiettivo strategico è sempre lo stesso: cambiare il mondo, abolire lo stato di cose presente, realizzare una comunità di Uomini Liberi e Eguali. Questo obiettivo può essere raggiunto in ogni modo, basta che la modalità prescelta non sia realizzata in via esclusiva. Non c'è SOLO la via elettorale, oppure SOLO la via terroristica o SOLO la via rivoluzionaria. Altrimenti si rischia di scadere nel parlamentarismo, nel brigatismo/stragismo, nel velleitarismo. E nessuna di queste tre cose cambierà mai il Sistema, anzi gli darà nuova forza. Il parlamentarismo consentirà al Sistema di dimostrare di essere democratico, perchè concede l'esistenza di una minoranza su cui la maggioranza esercita una dittatura; il brigatismo/stragismo consentirà al Sistema di realizzare ed applicare leggi repressive e di imporre politiche antipopolari, in nome della "sicurezza" e della "salvaguardia della libertà"; il velleitarismo accenderà gli animi per un poco, vincerà qualche battaglia ma perderà alla lunga la guerra. Perchè la guerra al Sistema è una guerra di trincea: lenta, costante, inesorabile. Una guerra di Resistenza e di Liberazione.

L'unico modo conosciuto per vincere guerre così lunghe è il sabotaggio. Bisogna sabotare il Sistema. Ci consentono di presentarci alle elezioni? Presentiamoci. Ci permettono di candidarci e magari essere eletti e di usare le loro tribune per parlar male di loro? Facciamolo. Ci danno un muro dove affiggere manifesti? Tappezziamolo di slogan incendiari. Ci fanno usare il web? Usiamolo contro il Sistema, creando blog e informando i cittadini. Costruiscono un palazzo o una piazza? Occupiamola. Ci caricano con la polizia? Resistiamo e reagiamo. Distruggono il lavoro? Opponiamoci. Licenziano i lavoratori e ledono i diritti? Scioperiamo. Fanno le parate? Alziamo le barricate. Ci tappano la bocca? Urliamo più forte. Ci arrestano o ci uccidono? Rendiamo libere e immortali le nostre idee.

Fanno il deserto e lo chiamano Pace? Sabotiamoli.



giovedì 19 aprile 2012

Di Pietro: "Monti semina vento. Raccoglierà tempesta"



Il presidente del consiglio si complimenta con se stesso e dichiara che, grazie alle scelte del suo governo, l’Italia ha evitato uno shock distruttivo.

Ma di cosa parla, e chi vuole prendere in giro? Mentre lui evitava gli shock, negli ultimi tre mesi, 146.368 aziende chiudevano i battenti. Il saldo rispetto a quelle che invece sono entrate sul mercato è pesantemente negativo: 26.090 imprese in meno. Un bilancio in rosso che è triplo rispetto a quello del primo trimestre dell’anno scorso. Questo esecutivo continua a colpire gli onesti cittadini, lascia intatti i privilegi della casta e fa prosperare indisturbati gli evasori e i corruttori. Ogni giorno, davanti a Montecitorio, ci sono manifestazioni di protesta, di gente che soffre e con dignità chiede alla politica di restituire loro il maltolto: ieri gli specializzandidi medicina, oggi i cassaintegrati di alcune aziende collegate al fotovoltaico e domani si vedrà.

Questa è la realtà della società italiana, questa è la fotografia di cosa è diventata l’Italia oggi.

Il governo continua ad ignorarla e ripete che tutto sta andando bene.
Si comporta come Nerone che suona la cetra mentre per le strade impazza la disperazione e inizia a infuriare la protesta. Ormai i disoccupati si contano a milioni ma se le stime fossero oneste e trasparenti ne registrerebbero moltissimi in più. In media, nei tre mesi in cui Monti ha salvato l’Italia, si sono suicidate due persone al giorno: lavoratori disoccupati o imprenditori rovinati. Il miracolo dello spread si è rivelato un trucco da saltimbanchi: il tetto che tutti i commentatori, nessuno escluso, definivano catastrofico l’estate scorsa era di 400 punti. Dopo che Monti ha evitato lo shock gira intorno ai 380, e anche questo solo grazie agli acquisti massicci dei titoli di Stato italiani da parte della Bce. Presto, se le cose continuano così e non si attivano veri tagli agli sprechi e provvedimenti economici strutturali per la crescita e l’occupazione, questa protesta smetterà di essere pacifica.

Siamo a un passo dalla rivolta sociale e chi soffia sul fuoco non è chi, come noi dell’Italia dei Valori, chiama le cose con il loro nome ma chi fa finta di non vedere e di non capire. Se vogliono evitare la rivolta, sostengano i lavoratori, lascino perdere l’articolo 18 e curino anche gli interessi della povera gente e delle imprese oltre che quelli dei banchieri. Non se la prendano con noi che ci limitiamo a dire la verità e a denunciare un pericolo.

venerdì 23 marzo 2012

Governo vs cittadini: il ring è la (contro)riforma del lavoro


Un governo che va contro il volere dei cittadini è un governo da contrastare.
Tutti i sondaggi proposti sui vari quotidiani o siti di informazione nazionali dimostrano che la (contro)riforma del mercato del lavoro non piace agli italiani. Siano essi di destra, centro o sinistra. Nessuno vuole una riduzione drastica dei diritti, dopo che ha già subito un aumento della tassazione (dati di ieri confermano che gli italiani sono i più tassati d'Europa) e dopo che la forbice tra "ricchi e poveri" si è ulteriormente allargata in questi anni, anche a seguito dell'aumento dell'inflazione che divora gli stipendi e della assenza di una tassazione equa e progressiva sulle grandi rendite e gli stipendi alti. E' vero: la politica non si fa coi sondaggi, perchè essi potrebbero essere indirizzati, se non plagiati, a seguito di un assalto mediatico che spinge l'opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un'altra. Il problema, però, è proprio questo: tutti i mass media italiani, ad eccezione di rari encomiabili casi, sostengono più o meno caldamente il governo Monti. Gli stessi giornali dell'ex presidente Berlusconi sono passati dall'iniziale contrarietà ad un più moderato scetticismo, fino al recente possibilismo (dovuto anche al fatto che il PdL appoggia il governo Monti in maniera costante e decisiva).

Il governo Monti non è stato eletto da nessuno. Questo semplice dato tecnico dovrebbe già spingerlo ad una maggior prudenza. Sappiamo tutti, e lo stiamo constatando quotidianamente, che questo governo sta semplicemente facendo "il lavoro sporco", cioè quelle controriforme che i politici di professione non hanno avuto il coraggio di fare (per motivi prettamente elettorali) nonostante le lobbies che li foraggiano costantemente abbiano spinto più volte nella direzione della distruzione del tessuto sociale italiano.
Proprio quelle lobbies oggi gioiscono, nel vedere ciò che il governo Monti sta facendo o ha in progetto di fare.

giovedì 8 marzo 2012

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere



Si è abbassto lo spread. Il differenziale coi Bund tedeschi è sceso sotto la soglia dei 300 punti. Quindi l'Italia pagherà meno interessi.
Tutti i principali quotidiani italiani celebrano la notizia come la fine del tunnel della crisi. Adesso ci aspetta una lenta, ma inesorabile risalita. Addirittura Monti arriva a sperare "che non aumenti lo spread tra i partiti", certificando con una battuta che le differenze tra Pd, Pdl e Terzo Polo (le tre componenti che sostengono l'attuale governo) sono davvero minime.

Lo spread tra cittadini e Potere è in aumento. Costantemente. E non accenna a diminuire, anzi: il governo bocconiano non sta facendo assolutamente nulla per diminuire questo divario. I cittadini continuano ad avere stipendi tra i più bassi d'Europa, una tassazione spaventosa, una precarietà lavorativa che si traduce sempre più spesso in precarietà di vita. Il Potere continua a speculare sulla crisi, a sostenere e a tutelare le solite lobbies, a mettere in discussione diritti acquisiti, a giustificare nefandezze di ogni tipo con la scusa "di evitare di fare la fine della Grecia".
E' di questi giorni la conferma che i precari della scuola non saranno assunti, mentre l'IVA raggiungerà il 23% e il costo della benzina sfiorerà a breve i due euro a litro. Come si vede, i costi della crisi vengono spostati dalle imposte dirette (come quelle sul reddito, ad esempio) alle imposte indirette. Con la conseguenza di colpire i più deboli e poveri e di tutelare i più forti e più ricchi. Tutto in puro stile bocconiano, visto che in quella famosa e famigerata università italiana si insegna esattamente questo.

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere anche nella moralità e nell'austerità: aumenta quella dei cittadini, diminuisce quella del Potere. Le notizie di questi giorni (dal "caso Caltagirone" al "caso Boni", senza dimenticare Lusi e Penati, o la legge anticorruzione che non si riesce a fare) fanno da contraltare alla riduzione dei consumi delle famiglie italiani, che non solo non fanno più vacanze, ma addirittura stanno riducendo i consumi alimentari! Quindi: il Potere continua sulla strada del berlusconismo, che è la vera cifra di una Seconda Repubblica che sta facendo la stessa fine della Prima; i cittadini provano a ridimensionare le loro vite nonostante il continuo bombardamento consumistico che li spinge ad acquistare meno carne per poter comprare, il mese prossimo, lo smartphone di grido.

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere per quanto concerne i servizi: i Potenti sfrecciano nelle auto blu sulla corsia d'emergenza, mentre noi siamo imbottigliati nel traffico di una Capitale, Roma, che ha solo due linee metro ed un trasporto pubblico imbarazzante; il Potere si serve di cliniche private finanziate dal Potere stesso, noi moriamo su una barella al Policlinico dopo 4 giorni senza aver ricevuto una cura.
Asili nido? Non hanno problemi a trovare posto. Noi si.

Invece di interessarsi solo dello spread economico, un governo degno di questo nome dovrebbe interessarsi dello spread civile che sta portando davvero l'Italia verso il default.

mercoledì 7 marzo 2012

Contro Monti, ma non per l'Italia



Moltissimi giornali (soprattutto quelli sovvenzionati da Berlusconi) stanno attaccando Monti per l'eccessivo europeismo e per la scarsa considerazione degli interessi nazionali. Un governo, detto in soldoni, troppo europeo e poco italiano (dando per scontato, quindi, che il governo Berlusconi tutelasse nella forma e nella sostanza il buon nome dell'Italia).

Questo patriottismo de noantri crea più danni che benefici. Basta guardare la vicenda Alitalia, che NON DOVEVA assolutamente andare ad Air France secondo i vari soloni nazionali. Soluzione? La CAI ha licenziato più lavoratori di quelli previsti nel piano Air France. Però Alitalia è rimasta italiana, eh....

Io contrasto nettamente Monti perchè egli ha difeso e difende gli ideali liberaldemocratici e liberisti che io contrasto senza sosta. Da bocconiano classico, il sig. Monti sta realizzando quelle politiche antisociali e antipopolari che manco Berlusconi è stato capace di fare. Il tutto in nome di un non meglio precisato "spauracchio Grecia", che viene sventolato a destra e, soprattutto, a manca (vedasi la condizione penosa e stomachevole del PD, che ormai è ufficialmente un partito NON di sinistra).
Monti è un uomo che ha in mente una idea di Europa OPPOSTA alla mia, visto che fondamentalemte Monti difende l'Unione BANCARIA e MONETARIA Europea, senza parlare di diritti europei, salari europei, ministeri europei, esercito europeo... insomma, Stato Europeo (cosa ontologicamente diverso dall'Europa-nazione tanto cara ai destrorsi).

E' chiaro: la caratura e la competenza di Monti e del suo governo sono DI GRAN LUNGA SUPERIORI al troiaio e all'ammasso di servi del precedente governo. Ciò non impedisce, però, di criticare aspramente questo governo. Il fatto che non sia stato eletto non rappresenta, per me, un problema: da amante della Costituzione, so bene che essa consente governi del genere, quindi mi va più che bene. Il problema non è il governo tecnico, bensì è l'insieme dei partiti che sostengono questo governo e le politiche che esso propone.

Infine, credo che il dialogo non ci possa essere con chi non vuole dialogare, o con chi mette le mani avanti: se vogliamo dialogare, rinunciate ai diritti (art. 18, ad esempio). Si può dialogare SOLO CON CHI vuole far pagare la crisi a coloro che l'hanno prodotta e a coloro che hanno di più. Altrimenti, non c'è dialogo possibile, ma solo scontro.
E scontro sia.

mercoledì 9 novembre 2011

Prima vi massacro, poi mi dimetto.




Silvio Berlusconi, alias Il Peggior Primo Ministro nella storia repubblicana d'Italia, ha annunciato le sue dimissioni dopo l'approvazione del DDL Stabilità, cioè il pacchetto di manovre che devono rispondere ai diktat europei.
Le dimissioni si danno, non si annunciano. Specie quando è palese che ad oggi non c'è più una maggioranza in Parlamento e che solo il soccorso di qualche altro transfugo (penso ai Radicali) potrebbe consentire a questo governo di sopravvivere.
Il problema, però, è un altro: più giorni campa questo governo, più problemi ci sono per gli italiani. E non parlo solo di spread ed altre amenità economiciste: parlo di un Paese fermo, paralizzato, in cui tutti hanno paura di tutti, in cui non c'è fiducia nella politica, nella magistratura, nelle forze dell'ordine, nei datori di lavoro e nei lavoratori.
Berlusconi ha rotto il Paese. Lo ha spaccato in due: o con me o contro di me. E chi si trova contro di lui è un traditore dell'Italia, nonchè comunista, nonchè sovversivo, nonchè golpista.

Le dimissioni di questo losco figuro, però, non saranno una liberazione. Esse infatti, se vi saranno, seguiranno l'approvazione del DDL Stabilità. E cosa prevede, questo testo di legge? Al momento c'è solo una bozza, perchè il Governo e la (fu) maggioranza che lo sostiene ancora non lo hanno scritto:
- Ci sarà un taglio di mille impiegati amministrativi a partire dall’anno scolastico 2012-2013.
- Tagli per 60 milioni di euro a Carabinieri e Polizia nei prossimi due anni. Alla faccia della tanto decantata "sicurezza innanzitutto".
- Tassa sui concorsi: arriva un contributo tra i 10 e i 15 euro come “diritto di segreteria” per partecipare a determinati concorsi pubblici.
- Stretta alle spese di funzionamento dell’Inps, dell’Inpdap e dell’Inail per il 2012 e gli anni successivi.
- Mobilità per i dipendenti statali.
- Vendita di immobili del patrimonio pubblico (leggi in particolare alla voce Difesa)
- Binari di privatizzazione volontaria delle partecipate degli enti locali
- Riforma e liberalizzazioni delle professioni.
Tutto questo condito da un regalino alla Lega Nord: "Al fine di consentire il completamento delle operazioni di protezione civile in atto, il Consiglio ha prorogato lo stato d'emergenza già deliberato per gli eventi atmosferici eccezionali che hanno colpito il territorio della Regione Veneto nell'ottobre dello scorso anno".

Come si può vedere, un massacro sociale: meno posti nelle scuole, meno soldi alla sicurezza, più tasse anche sui concorsi (quindi su chi cerca lavoro!), meno soldi per previdenza e assistenza, mobilità per i dipendenti pubblici, privatizzazioni (in barba al referendum appena votato!).
A ciò si aggiunga che ancora non sappiamo, ma il timore c'è, se verranno inserite norme come il famigerato articolo 8 (cioè la possibilità di licenziare senza giusta causa PER TUTTE LE AZIENDE, indipendentemente dal numero dei dipendenti), oppure se sarà varata l'ennesima revisione degli scaloni e delle finestre pensionistiche.

Prima ci massacra, e poi si dimette.
E noi, per attendere le sue dimissioni, dobbiamo subire tutto ciò? Non esiste proprio! Se la sedicente opposizione parlamentare, pur di levarsi dai coglioni Berlusconi, dovesse far passare queste norme, saranno corresponsabili del disastro e della macelleria sociale.

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martedì 8 novembre 2011

Elezioni vicine? L'Uomo della Strada se ne frega!


Non passa giorno, anzi ora, senza che qualche arguto giornalista o qualche loquace esponente politico non annunci le elezioni politiche prossime venture. La probabile caduta del Governo Berlusconi, cioè il peggior governo della storia repubblicana italiana, pone avanti a noi due strade: governo "tecnico" che obbedisca ai dettami antipopolari della BCE e distrugga definitivamente il mondo del lavoro, oltre a fare una legge elettorale decente; elezioni anticipate, con questa legge.

Parlando un pò con l'Uomo della Strada, mi rendo conto che le sue priorità sono ben altre: lavoro, stipendio, pensione, servizi sociali, ambiente. Mentre il PD si barcamena tra la ricerca di un alleanza che unisca l'ex comunista Vendola con l'ex fascista Fini, l'Uomo della Strada si barcamena tra contratti precari (altro che flessibili), stipendi che non crescono da 10 anni, la chimera di una pensione che non vedrà mai, l'assenza di posti negli asili nido per il figlio, la pessima situazione della sanità e della scuola, i rifiuti sotto casa e la discarica vicino casa, le catastrofi naturali che l'opera dell'uomo rende sempre più intense e frequenti.

L'Uomo della Strada non sa se andare a votare o meno. Probabilmente andrà, anche se adesso dice di no. Secoli di liberalismo sedicente democratico lo hanno convinto che le elezioni, anche se servono a poco, sono comunque un diritto che è meglio esercitare. E non fa niente che il suo voto rappresenti la legittimazione di questo o quel partito filosistema (in quanto i partiti antisistema non ci sono, o stupidamente non si presentano alle elezioni): c'è sempre un "meno peggio" da sostenere, turandosi il naso.

L'Uomo della Strada che conosco io vuole le mie stesse cose: vuole l'abolizione della Legge 30, lotta all'evasione fiscale, aumento delle tasse su rendite e patrimoni, nazionalizzazione di banche e aziende strategiche.

Esiste un partito che propone queste quattro cose?
Se si, ditecelo ed noi (l'Uomo della Strada e io) lo voteremo.
Altrimenti: astensione e lotta sociale.

Fatevele voi queste elezioni. Pappatevi i miei soldi tramite i contributi elettorali. Siete i miei nemici, e non da oggi.
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mercoledì 26 ottobre 2011

Articolo 8, ovvero la distruzione del lavoro






Da un'inchieta di La Repubblica, ecco cosa prevede il famigerato articolo 8 inserito nell'ultima manovra finanziaria:

"Tra le pieghe della manovra correttiva settembrina, il Governo ha inserito un articolo, l'articolo 8, che poco ha a che fare con la salute dei conti pubblici e molto con la salute del diritto del lavoro. Nei mesi del declassamento del debito pubblico italiano e dei conti in rosso, il Ministro Sacconi non rinuncia a mettere le mani su Contratto Collettivo Nazionale e Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. L'articolo 8 prevede la possibilità di derogare, con intese a livello territoriale, sia ai contratti collettivi nazionali di lavoro che alla legge, su un ampio ventaglio di materie: dal licenziamento, agli orari di lavoro, alla regolamentazione del part-time, alle mansioni e agli inquadramenti, fino alla disciplina delle assunzioni e dei rapporti di lavoro.

Concretamente significa che i diritti dei lavoratori sanciti dalla Legge e le condizioni previste nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro potrebbero non valere più. O, almeno, non per tutti, non ovunque. I contratti di "prossimità" (questa la dicitura utilizzata per le intese da attivare a livello aziendale o territoriale) potrebbero stabilire cose anche molto diverse tra luogo e luogo. Titolati a firmare queste intese i sindacati "comparativamente più rappresentativi" anche sul piano territoriale o aziendale: un sindacato presente in una sola impresa, magari perché gradito all'azienda e quindi magari meno autonomo dagli interessi dell'impresa, è, insomma, investito dello stesso ruolo di un sindacato nazionale.

Addio al principio di eguaglianza di trattamento tra lavoratori? Addio allo Statuto dei Diritti dei Lavoratori? Questa è la posta in gioco? Lo si vedrà a partire dalle (presumibilmente) numerose cause di lavoro che partiranno non appena questa norma farà i primi passi. Sì, perché la norma, oltre ad essere stata fin da subito molto contestata in ambito sindacale, tanto da scatenare una dura reazione della CGIL partita con lo sciopero generale del 6 Settembre 2011, è anche particolarmente confusa, ragion per cui è diventata oggetto di una pioggia di critiche da parte di una consistente porzione di giuslavorasti.

In realtà ciò che ispira l'articolo 8 sembra essere la generalizzazione a tutto il mondo del lavoro delle condizioni e del trattamento oggi riservate ai lavoratori precari. Per questo il modo migliore per raccontare le possibili ripercussioni di quella norma è raccontare la condizione di vita e di lavoro dei così detti "atipici", ormai sempre più numerosi, ormai sempre più "tipici".

Licenziamenti, mansioni e inquadramenti, orario di lavoro, compenso, malattia, disciplina: sono tutti temi sui quali a chi ha un contratto precario non è data alcuna garanzia, né alcuna certezza, come denuncia la campagna Giovani NON+ disposti a tutto della Cgil, che sulla condizione dei lavoratori precari e sui rischi dell'articolo 8 della manovra economica ha promosso la campagna "La precarietà non paga".

E' ipotizzabile, dunque, che un "contratto di prossimità" preveda che, a seguito di un licenziamento senza giusta causa, non ci sia la reintegra nel posto di lavoro, ma solo un indennizzo, magari irrisorio. Ecco che l'instabilità dei lavoratori precari irrompe anche nella vita di tutti gli altri.

Oppure ci si può attendere che a livello aziendale vengano attribuiti ai lavoratori mansioni e inquadramenti a prescindere dai titoli e dall'esperienza. Ed ecco quindi l'iper-qualificato a cui viene chiesto di svolgere compiti di segreteria o il dirigente con venti anni di anzianità spostato all'ufficio timbri. Oppure, il contrario: un lavoratore inquadrato a un basso livello cui viene chiesta un'assunzione di responsabilità sproporzionata. Esattamente come avviene oggi per quell'esercito di parasubordinati e lavoratori a termine a cui viene chiesto di far di tutto e di più pur di assicurarsi il rinnovo del contratto.

Si tratta degli stessi soggetti per cui lo stipendio lo decide, quasi sempre, il datore di lavoro. Ora, con l'articolo 8, rischiano di essere in larga compagnia. La retribuzione potrebbe diventare per tutti, anche per chi ha un contratto collettivo di riferimento, una variabile su cui intervengono i contratti di prossimità: stipulare intese sull'inquadramento del personale, infatti, potrebbe comportare anche un abbassamento della retribuzione, senza alcun rispetto per la professionalità e le competenze del lavoratore.

Ma l'articolo 8 interviene anche nel concreto svolgimento della propria prestazione di lavoro: sull'orario di lavoro, per esempio, si rischia di dire addio al limite delle 40 ore settimanali, così come sarà possibile una stretta sulle pause, sui riposi giornalieri e settimanali o sul lavoro notturno. Uno scenario simile a quanto accaduto nella nota vicenda della Fiat di Pomigliano (a cui l'articolo 8 della manovra dà il suo imprimatur) e a quello dei lavoratori precari costretti a lavorare con orari che lasciano poco spazio alla programmazione della propria esistenza, chiamati senza preavviso a coprire turni improvvisamente vaganti o a svolgere lavoro extra a parità di retribuzione.

Una stretta è assai probabile anche sul part-time, su cui potrebbe accadere quasi di tutto: il tempo di lavoro potrebbe essere organizzato a seconda delle esigenze dell'impresa e distribuito in modo variabile da periodo a periodo. Qualcosa di simile a quanto avviene oggi ai lavoratori con contratto "a chiamata": una delle tipologie contrattuali introdotte con la legge 30 e ritenute tra le più "precarizzanti".

E ancora, nell'universo delle possibili ripercussioni della nuova norma, ritroviamo la tutela della malattia, potenzialmente soggetta a restrizioni, e tutto ciò che attiene alla "disciplina del rapporto di lavoro", che significa uno spettro particolarmente ampio di ambiti: dal possibile allungamento del "periodo di prova" (oggi di massimo 6 mesi da previsione legislativa) producendo anche per questa via una surrettizia eliminazione dell'articolo 18; alla drastica riduzione degli scatti d'anzianità; all'ampliamento a dismisura dello spettro di sanzioni disciplinari possibili, alla limitazione dei diritti sindacali. Tutte cose che i precari non hanno sostanzialmente mai conosciuto."


Come si vede, questo articolo DISTRUGGE il sistema lavorativo italiano. DISTRUGGE le tutele dei lavoratori, conquistate negli anni a seguito di lunghe e faticose (talvolta anche tragiche) lotte. DISTRUGGE il Contratto Collettivo Nazionale, ponendo al centro i contratti "di prossimità" (aziendali e territoriali). DISTRUGGE le prospettive di crearsi una famiglia, di acquistare casa, di vivere una vita "borghesemente" onesta.
Mentre vi scandalizzate per la DISTRUZIONE di una vetrina o l'incendio di un auto, riflettete sulla DISTRUZIONE del lavoro e della vita che il Sistema realizza quotidianamente.

La violenza del Popolo è SEMPRE CONSEGUENZA della violenza del Sistema.

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martedì 18 ottobre 2011

L'incapacità del Sistema





Cos'è uno Stato? E' uno strumento del Sistema economico-finanziario che, tramite esso, determina le politiche e le vite dei Popoli.
Lo Stato italiano non si sottrae a questa ferrea legge della Liberaldemocrazia. Dopo gli avvenimenti di sabato 15 ottobre, la "risposta premeditata" dello Stato non si fa attendere. Diciamo "risposta premeditata" perchè era una risposta già pronta, da essere servita sul piatto dei media solo a seguito degli inevitabili scontri che ci sarebbero stati. Perchè credo che nessuno, nemmeno il più imbecille o il più addormentato dei notisti politici, può dirsi sorpreso per ciò che è accaduto.
Se gli scontri di sabato avessero davvero sorpreso lo Stato, ciò significherebbe che il nostro apparato di intelligence e le nostre forze dell'ordine sono totalmente inefficienti e impreparate: inefficienti, perchè non hanno saputo prevedere e prevenire ciò che stava per avvenire, nonostante i chilometrici rapporti dei servizi segreti al Copasir, nonostante le note infiltrazioni tra i gruppi più antagonisti, nonostante gli sviluppi di nuove tecnologie di monitoraggio e controllo, soprattutto del web; impreparati, perchè un manipolo di qualche centinaio di Black blockers è stato capace di tenere sotto scacco per mesi i servizi segreti e per ore le forze dell'ordine.

E lo Stato liberale italiano cosa fa?
Non essendo capace di tutelare il diritto dei manifestanti pacifici a fare un corteo, vieta i cortei a Roma. Alemanno consente solo sit in.
Non essendo capace di isolare i manifestanti "cattivi" dai manifestanti "buoni", pensa di tornare alla legge Reale, anzi fare una legge Reale 2.
Un pò come succede negli stadi: dato che lo Stato non riesce a garantire il diritto dei tifosi di assistere a partite di calcio in sicurezza, chiude gli stadi.

Questo atteggiamento, secondo lor signori, dovrebbe essere un deterrente? Ne dubitiamo, anche perchè chi propone queste cose rappresenta e difende un Sistema, la liberaldemocrazia, che impoverisce, sfrutta, invade, occupa, sequestra, uccide. Tutto per un solo motivo: Profitto.
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sabato 24 settembre 2011

Opposizione Sociale



Non è più possibile immaginare che l'attuale Opposizione Parlamentare possa riuscire nell'intento di far cadere il Governo Berlusconi e dar vita ad una serie di riforme sociali di cui possano beneficiare lavoratori, precari, pensionati, cittadini in genere.
Solo una Opposizione Sociale, avulsa e in certi casi avversaria anche dell'Opposizione Parlamentare, può tentare di fermare questa locomotiva mercatista che ci sta conducendo sull'orlo del baratro.
Quando parlo di Opposizione Sociale, non parlo delle indistinte "masse lavoratrici" che dovrebbero insorgere contro lo status quo, ma che non lo faranno mai, dato che sono beotamente interessate alle nomination dell'ultimo reality di grido; parlo di gruppi di militanti che, in barba ad ogni schematismo novecentesco, decidono di opporsi radicalmente al Sistema, senza farsi ingabbiare dalle logiche elettorali dei politicanti del Palazzo.
Parlo di una alleanza tra tutte le persone e i movimenti che non si riconoscono in nessuno dei partiti attualmente in Parlamento, e che non condividono gli ammiccamenti sia della "estrema sinistra" (ad es., la Federazione della Sinistra implora per una alleanza con Pd, IdV e Sel), sia della "destra radicale" (ad es., La Destra e CasaPound sempre pronte a soccorrere il Pdl in varie parti d'Italia, specie a Roma). Una struttura tentacolare, che contrasti la Piovra del Sistema adoperandosi in tutti i campi della società (istituzioni, sport, cultura, ecc...). Solo così l'opposizione al Sistema (berlusconiano o meno) può essere totale e sociale.

Utopia? Può darsi, anche se reputo più utopistico pensare che Bersani possa rappresentare, per un lavoratore precario o per un abitante della Val di Susa, una alternativa reale a Berlusconi. E' molto più utopistico pensare che il PD abolisca la Legge 30. E' molto più utopistico pensare che il PD ritiri le truppe dall'estero e diminuisca le spese militari.

Ci pisciano addosso e dicono che piove.
Utopia è credere che questa "pioggia" non puzzi se usiamo l'ombrello.
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lunedì 5 settembre 2011

Piazza Affari Camping





Hanno montato le tende a Piazza Affari. La pula li voleva sgomberare: due contusi tra i manifestanti. Ma le tende sono ancora lì. E saranno lì tutta la giornata, e probabilmente anche stanotte, fino allo sciopero generale di domani.

Mentre la Borsa brucia miliardi su miliardi, mentre "i mercati" continuano nello sciacallaggio e nella speculazione, i "Ribelli al debito" lanciano slogan e distribuiscono volantini in cui si chiede di mettere il "People Before Profit", srotolando uno striscione su cui è sccritto: "Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti".



Siete tutti invitati al Piazza Affari Camping! E' gratis (e di questi tempi è un'ottima cosa), goliardico ed è diverso dai soliti camping.

E' un campeggio Estraneo Alla Massa.

E va bene così.


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