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sabato 3 maggio 2014

Primo Maggio, scontri a Torino: il comunicato della FAI


La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà a Marco “Boba” e a tutte le vittime dell'aggressione delle forze dell'ordine al corteo del Primo Maggio a Torino. Nonostante le violenze e le provocazioni, tantissime persone, che non intendono subire lo sfruttamento del lavoro salariato, che si oppongono al razzismo, alla violenza poliziesca, al TAV, che non accettano che si acquistino gli F35, che occupano le case sfitte, insomma che non chinano la testa, hanno dato vita ad un corteo che ha strappato la giornata del Primo Maggio alle forze istituzionali.
Quanto avvenuto il Primo Maggio a Torino è l'ennesimo episodio che segna l'accentuarsi della violenza da parte dei sedicenti tutori dell'ordine, dopo quanto avvenuto il 12 aprile ed i giorni seguenti a Roma, dopo gli applausi agli assassini di Federico Adrovandi, dopo la morte di Riccardo Magherini nelle mani dei carabinieri.
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana ribadisce l'impegno di tutta la Federazione per la riuscita della marcia popolare No TAV del 10 maggio a Torino, invitando tutti gli amanti della libertà a partecipare e a far partecipare; facciamo nostre le parole d'ordine della Federazione Anarchica Torinese:
Solidarietà a Marco, “Boba” arrestato nella Piazza del Primo Maggio. Una piazza di lotta. 
Lo vogliamo libero, vogliamo liberi tutti e tutte!
Vogliamo liberi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. 
Sabato 10 maggio marcia popolare No Tav a Torino
Appuntamento alle 14 in piazza Adriano.

Livorno 02/05/2014
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lunedì 23 settembre 2013

Mozioni approvate dal convegno nazionale della FAI



Tratto dal sito della Federazione Anarchica Italiana, le mozioni approvate dal Convegno nazionale della FAI, Livorno 7-8 settembre 2013


Mozione lotte sociali
Il convegno nazionale della Federazione Anarchica Italiana, riunito a Livorno il 7 e 8 settembre 2013, approva la seguente mozione: 

La situazione è caratterizzata da un attacco alle libertà, al reddito, all'occupazione; l'ultimo anno ha visto una modifica degli equilibri e delle regole all'interno del sindacalismo istituzionale, a cui si contrappone una risposta episodica e settoriale, capace comunque di ottenere risultati là dove i lavoratori adottino i metodi dell'autorganizzazione e dell'azione diretta. 

Per impedire la rinascita di un movimento dei lavoratori realmente conflittuale Confindustria e sindacati collaborazionisti hanno raggiunto un accordo sulla rappresentanza che punta ad eliminare il conflitto all'interno di un modello neocorporativo. 

Uno sciopero generale nazionale è un momento di lotta importante, anche se tardivo: ad ottobre ci troveremo di fonte ad un acuirsi della crisi, con cassa integrazione, mobilità, chiusure di fabbriche e licenziamenti, una situazione particolarmente difficile per l'efficacia di uno sciopero. 

Per rispondere a questa situazione, il convegno auspica una maggiore radicalità degli obiettivi e dei metodi di lotta, con pratiche quali l'occupazione e l'autogestione, da parte dei lavoratori, delle aziende in crisi. 

Gli anarchici federati lanciano un appello a tutti i lavoratori affinché la giornata del 18 ottobre si caratterizzi anche per una chiara opposizione alla guerra e al militarismo. 

Per quanto riguarda la legge sulla rappresentanza, l'adozione del metodo democratico significa dare voce ai crumiri, ai ruffiani, ai capetti: le decisioni devono essere prese dalle assemblee dei lavoratori in lotta. Il convegno ritiene utile aprire la discussione su una nuova forma di rappresentanza che unisca lavoratori sindacalizzati e no, diretti e indiretti, a tempo indeterminato e precari, basata su un mandato vincolante e revocabile. 

La scelta dei vertici sindacali di privilegiare manifestazioni nazionali è una scelta politica, che limita l'espressione di momenti di azione diretta territoriale. In una situazione di debolezza del movimento non ci illudiamo che la ripresa delle lotte possa avvenire a comando e a seconda delle scadenze dei nuovi soggetti politici. 

Il convengo invita le realtà federate a sostenere lo sciopero, contribuire alla definizione di contenuti propri da parte dei lavoratori, costruire appuntamenti locali che diano visibilità e sostegno alle lotte in corso e gettino le basi per una trasformazione reale della società.


Mozione Siria
Il Convegno nazionale della Federazione Anarchica Italiana, riunito a Livorno il 7 e l'8 settembre, si oppone ad ogni tipo di intervento militare in Siria, così come ad ogni guerra e ad ogni esercito. 

In Siria assistiamo ad uno scontro per rideterminare i rapporti di forza tra le potenze che hanno interessi nella regione, in un quadro internazionale in cui gli U.S.A. vedono il proprio ruolo egemone messo in discussione. Quelle stesse potenze che contribuiscono ad alimentare, ormai da due anni, una guerra civile che in Siria ha già provocato oltre centomila morti e cinque milioni di profughi, stanno preparando un nuovo massacro per la popolazione civile. 

Sebbene al momento il governo Letta non abbia una posizione d'intervento nel conflitto, non intende mettere in discussione l'alleanza NATO. Anche se l'Italia non dovesse partecipare direttamente al'intervento, avrebbe comunque un ruolo strategico nel caso di una nuova guerra nel mediterraneo. 

Il Convegno si impegna quindi a lanciare una campagna antimilitarista e a sostenere tutte le iniziative locali di lotta contro la guerra.  

In questa prospettiva si ritiene necessario appoggiare il movimento NO MUOS e rilanciare la lotta per lo smantellamento delle basi militari, contro la produzione bellica e contro gli F-35. 

Azione diretta contro le basi militari e internazionalismo per gettare sabbia e non olio nei motori del militarismo.


Mozione lotte ambientali e repressione
Il convegno della FAI, tenutosi a Livorno nei giorni 7-8/9/2013, sostiene le lotte presenti sul territorio, contro le devastazioni ambientali e la predazione delle risorse. Esprime la propria piena solidarietà nei confronti di tutti coloro che sono stati colpiti da provvedimenti repressivi.

lunedì 2 settembre 2013

Malatesta e la necessità di sintesi



Vi sottopongo un testo di Errico Malatesta, pubblicato su "Il Risveglio" di Ginevra il 15 ottobre 1927. E' un testo molto interessante, che chiarisce le differenze tra anarchismo libertario e anarchismo comunista (o comunismo anarchico). Da un lato, la ricerca di una sintesi tra le varie anime dell'anarchismo; dall'altra, la necessità di una piattaforma - organizzativa e ideale - dei comunisti anarchici, che necessariamente esclude o mette in secondo piano tutte le altre correnti del pensiero libertario (individualisti, sindacalisti, socialisti) presentandosi come "unica via all'anarchia".
Personalmente, mi sento più vicino alle idee di Malatesta che di Machno, forse proprio perchè in passato ho sperimentato su me stesso l'inefficacia del piattaformismo. A mio avviso, solo la sintesi può condurre alla libertà, individuale e collettiva. Il testo qui proposto può essere molto utile, proprio per comprendere tali concetti.

Capita per caso nelle mie mani (si sa che oggi in Italia la stampa non fascista non può circolare) un opuscolo in francese dal titolo "Plateforme d'organisation de l'Union générale des anarchistes (Projet)", che tradotto in italiano significa: Progetto del Programma d'organizzazione dell'Unione generale degli anarchici.

È un progetto di organizzazione anarchica, pubblicato in nome di un "Gruppo di anarchici russi all'estero", che sembra diretto più specialmente ai compagni russi. Ma esso tratta di questioni che interessano egualmente tutti gli anarchici; ed è d'altronde evidente, anche per la lingua in cui è stato scritto, ch'esso ricerca l'adesione dei compagni di tutti i paesi. In ogni modo vale la pena di esaminare, per i russi come per tutti, se la proposta avanzata è in armonia coi principi anarchici e quindi se la sua realizzazione servirebbe realmente la causa dell'anarchismo.

L'anarchismo e l'organizzazione

I motivi dei compagni proponenti sono eccellenti. Essi giustamente lamentano il fatto che finora gli anarchici non hanno avuto e non hanno sugli avvenimenti politico-sociali un'influenza proporzionata al valore teorico e pratico delle loro dottrine nonché al loro numero, al loro coraggio, al loro spirito di sacrificio, e pensano che la ragione principale di questo relativo insuccesso sia la mancanza di un'organizzazione vasta, seria, fattiva.

E fin qui, in massima, io potrei essere d'accordo.

L'organizzazione, che poi non è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s'impone a tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppi di persone che hanno uno scopo comune da raggiungere. Non volendo e non potendo l'uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e soddisfare i suoi bisogni materiali e morali se non nella società e colla cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con coloro con cui hanno comunanza d'interessi e di sentimenti, subiscono l'organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli altri. E l'oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte degl'individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli. 

Per rimediare a questo stato di cose è sorto l'anarchismo, il cui principio fondamentale è l'organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la società umana. 

Da certe polemiche può sembrare che vi siano degli anarchici refrattari ad ogni organizzazione; ma in realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull'argomento, anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali, in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così avviene che dei compagni, che a parole sono i più avversi all'organizzazione, quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo. 

Io dunque non potrei che guardare con simpatia l'iniziativa di quei compagni russi, convinto come sono che un'organizzazione più generale, più affiatata, più costante di quante sono state finora realizzate dagli anarchici, se pure non riuscisse ad eliminare tutti gli errori e tutte le deficienze inevitabili forse in un movimento come il nostro, che precorre di tanto i tempi e che perciò si dibatte tra l'incomprensione, l'indifferenza e spesso la ostilità della maggioranza, sarebbe indubbiamente un elemento importante di forza e di successo, un mezzo potente per far valere le nostre idee.

Io credo soprattutto necessario, urgente, che gli anarchici s'intendano, si organizzino il più ed il meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte per i miglioramenti e l'emancipazione. 

Oggi la più grande forza di trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la meta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni, fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza dell'oppressione in cui giacciono e dell'antagonismo che li divide dai loro padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire a conquistare quei miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere 1'utilità e l'importanza del movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all'eguaglianza, alla pace ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl'interessi materiali ed immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se manca il fermento, la spinta, l'opera concertata degli uomini d'idee, che combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere. 

Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei sindacati lottino per la realizzazione integrale dell'anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione. 

Ma è evidente che per conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell'anarchismo, e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che sappiano conciliare la libera azione degl'individui con la necessità ed il piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità d'iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l'ambiente in cui operano ed una preparazione morale e materiale per l'avvenire che desideriamo.

Risponde il progetto in discussione a questi requisiti?

A me pare di no. Secondo me, esso, invece di fare nascere negli anarchici un maggior desiderio di organizzarsi, sembra fatto apposta per avvalorare il pregiudizio di quei compagni i quali credono che organizzarsi significa sottomettersi a dei capi e aderire ad un organismo autoritario, accentratore, soffocatore di ogni libera iniziativa. Ed infatti in esso sono espressi appunto quei propositi che alcuni, contro la verità evidente e malgrado le nostre proteste, si ostinano ad attribuire a tutti gli anarchici qualificati organizzatori.

Una sola o diverse organizzazioni anarchiche?

Esaminiamo.

Prima di tutto a me pare sbagliata - ed in tutti i casi irrealizzabile - l'idea di riunire tutti gli anarchici in una "Unione generale", cioè, come dice il Progetto, in una sola collettività rivoluzionaria attiva.

Noi anarchici possiam dirci tutti dello stesso partito, se colla parola partito s'intende l'insieme di tutti coloro che stanno dalla stessa parte, che hanno cioè le stesse aspirazioni generali e che in un modo o nell'altro lottano per lo stesso scopo contro avversari e nemici comuni. Ma ciò non vuol dire che sia possibile - e forse nemmeno desiderabile - il riunirci tutti in una stessa determinata associazione. Troppe sono le differenze di ambiente e le condizioni della lotta, troppi i modi possibili di azione che l'uno o l'altro preferisce, troppe anche le differenze di temperamento e le incompatibilità personali, perché una Unione generale, se presa sul serio, non diventi, anziché un mezzo per coordinare e sommare gli sforzi di tutti, un ostacolo alla attività individuale e forse anche una causa di più aspre lotte intestine. Così per esempio, come si potrebbe organizzare nello stesso modo e collo stesso personale un'associazione pubblica fatta per la propaganda e l'agitazione in mezzo alle masse, ed una società segreta costretta dalle condizioni politiche del paese in cui lavora a nascondere al nemico i suoi propositi, i suoi mezzi, il suo personale? Come potrebbero adottare la stessa tattica gli educazionisti, i quali credono che basti la propaganda e l'esempio di alcuni per trasformare gradualmente gli individui e quindi la società, ed i rivoluzionari, i quali son convinti della necessità di abbattere colla violenza uno stato di cose che si regge per violenze e creare, contro la violenza degli oppressori le condizioni necessarie al libero esercizio della propaganda ed all'applicazione pratica delle conquiste ideali? E come tenere insieme delle persone che per ragioni particolari non si amano e non si stimano, e nulla meno possono essere egualmente buoni ed utili militanti dell'anarchismo?

D'altronde gli stessi autori del Progetto (Plateforme) dichiarano "inetta" l'idea di creare un'organizzazione che riunisca i rappresentanti delle diverse tendenze dell'anarchismo. Una tale organizzazione, essi dicono, "incorporando degli elementi teoricamente e praticamente eterogenei non sarebbe che un'accozzaglia (assemblage) meccanica d'individui che concepiscono in una maniera differente tutte le questioni riguardanti il movimento anarchico e si disgregherebbe infallibilmente appena messa alla prova dei fatti e della vita reale".

Sta benissimo. Ma allora, se essi riconoscono l'esistenza di anarchici di altre tendenze, dovranno pur lasciare a questi il diritto di organizzarsi a loro volta e di lavorare per l'anarchia nel modo che credono migliore. O pretenderanno di mettere fuori dell'anarchismo, di scomunicare, tutti coloro che non accettano il loro programma? Essi dicono bensì di voler raggruppare in una sola organizzazione tutti gli elementi sani del movimento libertario; e naturalmente avran tendenza a giudicare sani solo quelli che pensano come loro. Ma che ne faranno degli elementi non sani?

Certamente vi sono tra quelli che si dicono anarchici come in ogni collettività umana, elementi di vario valore; e quel che è peggio, vi è chi mette in giro in nome dell'anarchia delle idee che hanno con l'anarchismo una ben dubbia affinità. Ma come evitarlo? La verità anarchica non può e non deve diventare il monopolio di un individuo o di un comitato, né può dipendere dalle decisioni di maggioranze vere o fittizie. È necessario solo - ed è sufficiente - che tutti abbiano, ed esercitino, la più ampia liberta di critica, e che ciascuno possa sostenere le proprie idee e scegliersi i propri compagni. I fatti giudicheranno poi in ultima istanza, e daranno ragione a chi l'ha.

L'anarchismo e la responsabilità collettiva.

Lasciamo dunque l'idea di riunire tutti gli anarchici in una sola organizzazione, e consideriamo questa Unione generale che ci propongono i russi per quello che essa realmente sarebbe, cioè l'Unione di una certa frazione di anarchici; e vediamo se il modo di organizzazione proposto è conforme ai principi ed ai metodi anarchici e se potrebbe perciò giovare al trionfo dell'anarchia.

Ancora una volta, a me pare di no.

Io non dubito dei sinceri propositi anarchici di quei compagni russi: essi vogliono realizzare il comunismo anarchico e cercano il modo di giungervi al più presto possibile. Ma non basta volere una cosa: bisogna anche adoperare i mezzi opportuni, così come quando si vuol andare in un luogo bisogna prendere la via che vi conduce, altrimenti si giunge in tutt'altro luogo. Così la loro organizzazione essendo tipicamente autoritaria, ben lungi dal facilitare il trionfo del comunismo anarchico, a cui essi aspirano, non potrebbe che falsare lo spirito anarchico e portare a conseguenze contrarie alle loro intenzioni.

Infatti, la loro Unione generale consisterebbe di tante organizzazioni parziali che avrebbero dei segretariati che ne dirigono ideologicamente l'opera politica e tecnica; e per coordinare l'attività di tutte le organizzazioni aderenti vi sarebbe un Comitato esecutivo dell'Unione, incaricato della esecuzione delle decisioni prese dall'Unione e "della condotta ideologica e organizzativa delle organizzazioni conformemente all'ideologia ed alla linea tattica generale dell'Unione".

È anarchico questo? Questo, secondo me, è un governo ed una chiesa. Mancano, è vero, la polizia e le baionette, come mancano i fedeli disposti ad accettare l'ideologia dettata, ma ciò vuol dire semplicemente che il loro governo sarebbe un governo impotente ed impossibile, e la loro chiesa sarebbe un vivaio di scismi e di eresie. Lo spirito, la tendenza resta autoritaria e l'effetto educativo sarebbe sempre antianarchico.

Sentite se non è vero.

"L'organo esecutivo del movimento libertario generale - l'Unione anarchica- introduce nei suoi ranghi il principio della responsabilità collettiva; tutta l'Unione sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica di ogni membro; e ciascun membro sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica dell'Unione".

E dopo questo, che è la negazione assoluta di ogni indipendenza individuale e di ogni libertà d'iniziativa e di azione, i proponenti, ricordandosi di essere anarchici, si dicono federalisti e tuonano contro la centralizzazione "i cui risultati inevitabili - dicono - sono l'asservimento e la meccanizzazione della vita sociale e di quella dei partiti".

Ma se l'Unione è responsabile di quello che fa ciascun membro, come può lasciare ai singoli membri ed ai vari gruppi la libertà di applicare il programma comune nel modo che crede migliore? Come si può essere responsabile di un atto se non si ha la facoltà d'impedirlo? L'Unione dunque, e per essa il Comitato esecutivo, dovrebbe sorvegliare l'azione dei singoli membri e prescrivere loro quello che debbono fare o non fare; e poiché la disapprovazione dopo il fatto non può sanare la responsabilità previamente accettata, nessuno potrebbe fare alcunché prima di avere ottenuto il benestare, il permesso del comitato. E d'altra parte, può un individuo accettare la responsabilità delle azioni di una collettività prima di sapere quello che essa farà e se non può impedire ad essa di fare ciò che egli disapprova?

Di piú, gli autori del Progetto dicono che è l'"Unione" che vuole e dispone. Ma quando si dice volontà dell'Unione, s'intende forse la volontà di tutti i suoi membri? In tal caso, perché l'Unione potesse funzionare bisognerebbe che tutti avessero sempre e su tutte le questioni la stessa e medesima opinione. Ora, se è naturale che tutti sieno d'accordo sui principi generali e fondamentali, perché altrimenti non si sarebbero o non resterebbero uniti, non si può supporre che degli esseri pensanti sieno tutti e sempre dello stesso parere su quello che conviene fare in tutte le varie circostanze e sulla scelta delle persone a cui affidar le cariche esecutive e direttive.

L'anarchismo e il principio maggioritario.

In realtà - come risulta dallo stesso testo del Progetto - per volontà dell'Unione non può intendersi che la volontà della maggioranza, espressa per mezzo di congressi, che nominano e controllano il Comitato esecutivo e decidono su tutte le questioni importanti. I congressi, naturalmente, sarebbero composti da rappresentanti eletti dalle maggioranze dei gruppi aderenti, e questi rappresentanti deciderebbero sul da farsi, sempre a maggioranza di voti. Dunque, nella migliore delle ipotesi, le decisioni sarebbero prese della maggioranza di una maggioranza, la quale poi può benissimo, specie quando le opinioni in contrasto sono più di due, non rappresentare che una minoranza.

V'è da osservare inoltre che, date le condizioni in cui vivono e lottano gli anarchici, i loro congressi sono anche meno realmente rappresentativi di quello che sieno gli stessi parlamenti borghesi, ed il loro controllo sugli organi esecutivi, se questi hanno poteri autoritari, difficilmente riesce tempestivo ed efficace. Ai congressi anarchici va, in pratica, chi vuole e chi può, chi ha o trova i denari necessari e non ne è impedito da misure poliziesche; vi va tanto chi rappresenta solo se stesso o un piccolo numero di amici, quanto chi porta realmente le opinioni e i desideri di una numerosa collettività. E salvo le precauzioni da prendere contro i traditori e le spie anzi a causa stessa di quelle necessarie precauzioni è impossibile una seria verifica dei mandati e del loro valore.

In ogni modo siamo in pieno sistema maggioritario, in pieno parlamentarismo.

È risaputo che gli anarchici non ammettono il governo della maggioranza (democrazia), come non ammettono il governo di pochi (aristocrazia, oligarchia, o dittatura di classe e di partito), né quello di un solo (autocrazia, monarchia, o dittatura personale).

Gli anarchici hanno fatto mille volte la critica del cosiddetto governo della maggioranza, che poi del resto, nell'applicazione pratica, conduce sempre al dominio di una piccola minoranza.

Bisognerà rifarla ancora per uso dei nostri compagni russi? Certamente gli anarchici riconoscono che nella vita in comune è spesso necessario che la minoranza si conformi al parere della maggioranza. Quando c'è bisogno od utilità evidente di fare una cosa ed occorre per farla il concorso di tutti, i meno debbono sentire la necessità di adattarsi al volere dei più. Ed in generale, per vivere insieme pacificamente e in regime d'eguaglianza, è necessario che tutti sieno animati da uno spirito di concordia, di tolleranza, di arrendevolezza. Ma questo adattamento di una parte degli associati all'altra parte deve essere reciproco, volontario, derivante dalla coscienza della necessità e dal buon volere di ciascuno di non paralizzare con la sua ostinatezza la vita sociale; e non già essere imposto come principio e come norma statutaria. È questo un ideale che forse nella pratica della vita sociale generale sarà difficile a raggiungere in modo assoluto, ma è certo che in ogni aggruppamento umano si è tanto più vicini all'anarchia quanto più l'accordo tra maggioranza e minoranza è libero e spontaneo e scevro da ogni imposizione diversa da quella che deriva dalla natura delle cose.

Dunque, se gli anarchici negano il diritto della maggioranza a governare nella società umana generale in cui l'individuo è pur costretto ad accettare certe restrizioni, perché non può isolarsi senza rinunziare alle condizioni di una vita umana, e vorrebbero che tutto si facesse per libero accordo fra tutti, come mai sarebbe possibile che essi adottino il governo della maggioranza nelle loro associazioni essenzialmente libere e volontarie e comincino col dichiarare che si sottoporrano ai deliberati della maggioranza ancora prima di sapere quali essi saranno?

Si comprende che i non anarchici trovino che l'Anarchia, cioè l'organizzazione libera senza dominio della maggioranza sulla minoranza o viceversa, sia un'utopia irrealizzabile o realizzabile solo in un lontanissimo avvenire, ma è inconcepibile che chi professa idee anarchiche e vorrebbe fare l'Anarchia, o almeno avviarsi seriamente alla sua realizzazione, oggi piuttosto che domani, rinneghi i principi fondamentali dell'anarchismo, nell'atto stesso in cui si propone di combattere per il suo trionfo. 

Le basi dell'organizzazione anarchica.

Un'organizzazione anarchica deve essere fondata, secondo me, su basi ben diverse, da che si propongono quei compagni russi. 

Piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità, degl'individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl'impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.

Così i congressi in un'organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie e sui mezzi d'azione, a far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l'azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica - e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gl'interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finché le accettano. Gli organi amministrativi che essi nominano - Commissione di corrispondenza, ecc. - non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità per imporre le proprie vedute che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell'organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son d'accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, O di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti. 

In un'organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all'attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei. 

Certo la durata, la permanenza di un'organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d'altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinità spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia.

PER CONCLUDERE

Quei compagni russi troveranno forse che una organizzazione quale io la concepisco, e quale si è, più o meno bene, fatta in varie epoche, è poco efficace.

Comprendo. Quei compagni sono ossessionati dal successo che hanno avuti i bolscevichi nel loro paese, e vorrebbero, a mo' dei bolscevichi, riunire gli anarchici in una specie di esercito disciplinato, che sotto la direzione ideologica e pratica di alcuni capi marciasse compatto all'assalto dei regimi attuali e dirigesse poi a vittoria materiale ottenuta, la costituzione della nuova società. E forse è vero che con quel sistema, se fosse possibile che gli anarchici vi si prestassero e i capi fossero uomini di genio, la nostra efficienza materiale diverrebbe più grande. Ma con quali risultati? Non avverrebbe dell'anarchismo quello che è avvenuto in Russia del socialismo e del comunismo?

Quei compagni sono ansiosi di successo e noi pure lo siamo; ma non bisogna per vivere e vincere rinunciare alle ragioni della vita e snaturare il carattere della eventuale vittoria.

Noi vogliamo combattere e vincere, ma come anarchici - per l'Anarchia.

Tratto da Nestor Machno (ITA)

martedì 10 luglio 2012

A-rivista anarchica risponde ai sedicenti anarchici informali





Cara vecchia anarchia, di Andrea Papi (http://www.arivista.org/)

Nel documento di rivendicazione della “gambizzazione” dell’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare, gli stessi autori marcano un abisso tra le loro “idee” e le nostre.

 «…una nuova anarchia è sbocciata al fianco di un anarch-ismo ideologico...». È il concetto portante di una delle frasi centrali del documento del neonato “nucleo Olga” (aderente alla F.A.Informale/F.R.I.), spedito via posta per rivendicare la gambizzazione (loro preferiscono scrivere di aver “azzoppato”) di Roberto Adinolfi, a.d. dell’Ansaldo Nucleare, avvenuta il 7 maggio scorso.
Una “rivendicazione” nella rivendicazione particolarmente significativa e parecchio eloquente. Chiarisce infatti in modo esplicito che l’azione di cui si dichiarano responsabili, come quelle che faranno, per scelta consapevole (consapevolezza reciproca come si chiarirà nel corso di quest’articolo) non hanno nulla da spartire con l’anarchismo del dopoguerra, che dopo la liberazione dal fascismo ha liberamente deciso di agire alla luce del sole, seppure in opposizione al di fuori delle istituzioni. In un certo senso li ringrazio, perché così dicendo aiutano a sgombrare il campo da ambiguità ed eliminano possibili fraintendimenti.
Nel concetto citato si nota subito un’incongruenza, per me particolarmente evidente. Com’è possibile che sia sorta una nuova anarchia? L’anarchia è l’insieme del senso e dei valori, politici etici ed esistenziali, che permettono di desiderare e di aspirare ad una convivenza sociale alternativa all’esistente, fondata sulla realizzazione delle libertà, sia individuali che collettive. L’anarchia non esiste se non come aspirazione e come ideale di riferimento per tutti quelli che ritengono validi e irrinunciabili il suo senso, i suoi valori e i metodi che propone. Se è vero che è nata una “nuova anarchia”, com’essi scrivono, diversa da quella che ha infiammato e infiamma i cuori e le menti di tantissimi/e compagni e compagne, bisogna che facciano anche sapere di che cosa si tratta. Ripudiano l’unica anarchia conosciuta, trasmessa storicamente, e affermano che ne è nata una nuova senza delinearne le caratteristiche.

 Ma l’anarchia non è un fatto

Non può esser sufficiente la frase: “Il nostro sogno è quello di un’umanità libera da ogni forma di schiavitù, che cresca in armonia con la natura.” Questo panorama utopico è già perfettamente contenuto da sempre nell’insieme di senso e di valori della, per loro, “vecchia anarchia”, ripudiata con una buona dose di supponenza. Nulla di nuovo dunque al di là delle dichiarazioni altisonanti scritte con ostentato disprezzo. 
Viene da chiedersi come mai se non si riconoscono più nell’anarchia continuano ad usarne il nome? Chiamino in altro modo le aspirazioni che ritengono nuove, così riuscirebbero a distinguersi meglio e al contempo ci farebbero il piacere di non offrire al potere un’altra occasione per denigrare e colpire gli anarchici. Viene il sospetto che in realtà non vogliano distinguersi, tanto è vero che hanno scelto lo stesso acronimo della Federazione Anarchica Italiana, che nulla ha a che fare con loro. Non vedo altra spiegazione che quella di voler creare confusione.
Di differente dal “vecchio anarchismo” invece c’è la rappresentazione e la narrazione di ciò che hanno fatto ed hanno intenzione di fare. Almeno per quello che si è visto fino ad ora, non può certamente essere gabellata per “nuova” l’azione conclusa, come pure quelle intenzionali che hanno dichiarato di voler attuare. Come può essere “nuova” una classica gambizzazione, copiata pari pari dal logoro lottarmatismo? La rivendicazione del “nucleo Olga” è certamente diversa da come si esprimevano Br, Nap, Prima Linea e quant’altri, mentre il rituale è più o meno lo stesso ed anche le motivazioni fattuali.
Anche il contorno teorico giustificativo dell’azione, terreno di viaggio nell’ideologia, anche se ne vorrebbero essere esenti avendo scritto che è ideologico solo il vecchio anarchismo, è senz’altro differente dal vecchio lottarmatismo marxista-leninista. Non è invece differente il rituale pragmaticamente necessario, dai presunti pedinamenti al momento in cui hanno premuto il grilletto, come pure la scelta di esprimere un giudizio inappellabile che decide unilateralmente, con conseguente condanna inappellabile, colpevole e colpa. Tutto trito e ritrito. Ha tristemente il sapore del tribunale del popolo, o roba simile. No, mi sbaglio! Forse è il tribunale della “nuova anarchia”. Su questo punto gli estensori non si sono espressi in modo chiaro. Non si capisce a nome di chi o di che cosa hanno deciso di condannare e punire i responsabili individuati. Tutto ciò mi appare solo squallido.
Una spiegazione c’è. “Le idee nascono dai fatti…” esordiscono nella loro rivendicazione. Siccome non possono e non riescono ad avere idee oltre i fatti, dal momento che l’anarchia non è un fatto di conseguenza sembrano non averne idea. Anche l’idea della gambizzazione, evidentemente, non poteva che nascere da fatti precedenti. Così, forse, hanno evocato (con nostalgia?) quelli che il potere definì “anni di piombo”, orrendo neologismo inventato apposta per mistificare e nascondere la vera ricchezza socio-culturale di quegli anni. Purtroppo per riuscire a capire le diversità dei contesti temporali, culturali e sociali, quindi per farsi un’idea che aiuti a ipotizzare come agire, bisogna essere anche creativi, cioè pensare prima e al di là dei fatti per cercare di determinarli in modo adeguato e fecondo. Sono una mentalità e un metodo che si conquistano accettando di non essere dogmatici e di autocorregersi sperimentando.
Di diverso, più che di nuovo, c’è l’enfasi spropositata del piacere dell’uso delle armi, riproposta in più parti. Forse nelle intenzioni avrebbe voluto essere un’esaltazione dei sentimenti, mentre è risultata una comica ostentazione di una contraddizione palese. “Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore.” Se non è retorica violentista questa? Dicono di non amarla, ma poi si lasciano scivolare con grande leggerezza in un ampolloso lirismo che esalta il piacere di predisporsi ad usare la violenza. Benedetta Tobagi (la Repubblica, domenica 13 maggio 2012) vi ha visto il Toni Negri che esalta il piacere di calarsi il passamontagna sul viso. Personalmente mi ha subito ricordato alcuni opuscoli degli anni settanta, che fra le altre cose esaltavano il piacere di colpire il nemico godendo dei danni provocati dalla pallottola che penetra nelle carni.
È uno sfoggio di godimenti che rimanda ad esaltazioni da estrema destra più che a sentimenti in qualche modo riconducibili all’anarchismo. Per noi anarchici “vecchi” e “superati”, che veniamo dalla scuola dei Malatesta, dei Fabbri, dei Berneri, per citare gli anarchici italiani più noti, l’insurrezione e l’uso della violenza sono una triste necessità, mezzi e strumenti che siam pronti ad usare all’occorrenza, ma che non hanno mai e poi mai rappresentato il momento fondamentale dell’approccio anarchico alla ribellione. Anzi! Per l’anarchismo come per l’anarchia l’ideale da raggiungere è l’armonia sociale, il rifiuto più totale dell’uso della violenza come mezzo di regolazione sociale, quindi delle armi e di corpi armati militarizzati,. Una società più si avvicina all’anarchia e meno è violenta. La violenza c’è oggi, dove l’anarchia è assente e trionfano gli stati, gli oligarchi e i militarismi, cioè il suo contrario.
Nella retorica violentista del “nucleo Olga” troviamo invece quasi una mistica dell’uso delle armi, presentato come elemento di discrimine per identificare chi ha scelto di smettere di essere alienato. Si vantano di essere nichilisti, «…nostra rivolta anarchica e nichilista…» e inneggiano al superamento della paura come elemento che qualifica il vero anarchico, accusando di cedere alla paura gli anarchici che non sono come loro. «…sempre pronti a trovare infinite giustificazioni ideologiche pur di non ammettere le proprie paure.» Questa esaltazione della violenza e del superamento della paura, proposti come discriminanti per giudicare chi sono i compagni, è solo ridicola e, insisto, è tipica di culture e comportamenti che provengono dalla destra estrema. Le scelte di militanza e l’adesione agli ideali sono al contrario dettate dal modo di pensare e dall’identificazione del senso. All’occorrenza, gli anarchici, tutti, hanno sempre saputo dare il loro contributo.
L’originalità vera di questo documento è che per una buona metà della sua stesura serve per attaccare il movimento anarchico, presentato come «…quell’anarch-ismo infuocato solo a chiacchiere e intriso di gregarismo.» col quale «...vogliono segnare definitivamente un solco…» E di questo li ringrazio di nuovo. Strana come rivendicazione! Non hanno neppure fatto come facevano quei “burocrati” delle br, che nelle loro rivendicazioni indicavano sempre alcuni momenti specifici dell’azione che potevano sapere solo quelli che l’avevano compiuta, dimostrando così di essere stati veramente loro ad eseguirla. Senz’altro sarà autentica, però sta di fatto che avrebbe potuto scriverla chiunque, sia effettivo partecipe oppure no.

 Uno scontro armato?

Da un punto di vista politico, oltre ad attaccare durissimamente l’anarchismo, in nome di una “nuova anarchia” che non si sa bene che cosa effettivamente sia, (il potere statuale non sarebbe stato altrettanto efficace), questo documento di rivendicazione ha tutta l’aria di volersi presentare come un’autentica dichiarazione di guerra. Non a caso chiama alle armi e dice di agire per «…l’idea di sociale in lotta… è quella di un popolo in armi contro ogni forma di oppressione statale, politica, economica.». Come mai proponete questa idea che non è legata a nessun fatto? Dov’è il popolo in armi tanto chiamato e conclamato?
In realtà, non solo il popolo non è in armi, bensì per ora sta rifiutando ciò che proponete. Appena vi siete mostrati sono già cominciate le manifestazioni contro la logica armata che tentate di proporre. E ci potete giurare che ci sarà più d’una manifestazione. Ciò che in realtà si percepisce è che siete voi ad aver dichiarato guerra allo stato e che siete voi che state tentando di condurla. Ma rassegnatevi. È una guerra di elite, anche perché la proponete esclusivamente sul piano militare. Ciò che a voi interessa non è la rivoluzione sociale, cioè la radicale trasformazione rivoluzionaria dal basso della società, con i sottomessi che, non solo si ribellano, ma che finalmente cominciano a costruire l’alternativa direttamente e autonomamente, in modo autogestito. Ciò che a voi interessa è scatenare uno scontro armato contro lo stato. Agli anarchici invece interessa il contrario: la rivoluzione sociale che si organizza attraverso democrazia diretta e forme di autogestione a tutti i livelli della società. Se per realizzare e difendere questa conquista vissuta da tutti in prima persona ci costringeranno a uno scontro armato, lo affronteremo con tutta l’energia e la solidarietà necessarie.
Ma pensare e riproporre a priori la logica militare della rivoluzione armata come unico necessario e necessitante sbocco rivoluzionario è assurdo, oltre che stupido perché controproducente. La vostra scelta, che ne siate consapevoli o no, che lo vogliate o no, non potrà che avere un unico sbocco. Di trascinare le forze disponibili (non è difficile prevedere che non si tratta affatto del popolo in armi, ma di una piccolissima minoranza), potenzialmente sovversive, in uno scontro militare devastante, in cui l’unico vincente sarà lo stato. 
In questo modo il potere dominante sarà riuscito a castrare le possibilità di azioni politiche libertarie di costruzione dal basso dell’alternativa, che è sempre più viva e si manifesta ogni giorno di più. Il conflitto militare è ormai rimasto l’unica possibilità che ha il potere di fermare l’ondata di rivolta che sta avanzando in tutto il mondo. Mi sembra ben poco anarchico aiutare lo stato, consapevolmente o no ha poca importanza, a realizzare questa guerra civile per annientare e rendere inoperanti i sovversivi e le potenzialità sovversive della società.

mercoledì 13 giugno 2012

FAInformale? Ma quali anarchici...



10 arresti, 24 indagati, 40 perquisizioni. Lo Stato contro i sedicenti anarchici della FAInformale. Dico sedicenti perchè definirli "anarchici" è un errore formale e sostanziale.
Lo avevo scritto subito. Appena la notizia della gambizzazione dell'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare aveva fatto il giro dei media, rivendicato dalla sigla "Federazione Anarchica Informale (FAI)". Questi non sono anarchici. Gli anarchici non gambizzano. Lo fanno i mafiosi o i brigatisti rossi e neri. Gli anarchici mettono bombe al Parlamento. Accoltellano tiranni e uccidono re o presidenti. Non gambizzano. E', quindi, con sommo piacere che constato quanto avessi visto giusto: la Federazione Anarchica Italiana,  cioè l'unica organizzazione libertaria che può fregiarsi dell'acronimo FAI, nonché la più antica organizzazione anarchica italiana, ha tenuto un convegno al termine del quale ha prodotto il seguente documento politico, in cui vengono prese nettamente le distanze dai sedicenti anarchici informali:

Della lotta armata e di alcuni imbecilli
Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni di un'involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di politiche disciplinari in risposta alle questioni sociali è segno che il tempo dei compromessi, delle socialdemocrazie sta tramontando. Potremmo dover fare i conti con il rischio che si impongano regimi decisamente autoritari. La criminalizzazione dei movimenti sociali e degli anarchici, prepara il terreno e nuovi dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti penali, una sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre maggior controllo militare del territorio. 


L'immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice lunga su quali sono le intenzioni dell'oligarchia al potere. Un atto vile, di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne, antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata, magari con origini greche o con contorno mafioso, con l'obiettivo palese della realizzazione dell'unità di tutti gli schieramenti in difesa dello Stato, un'unità che abbiamo visto all'opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, dell'arretramento sociale e culturale del paese. 



Anche il ferimento dell'AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione inviata al Corsera dal nucleo "Olga" della FAInformale dimostrano come azione e comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di specchi infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per coglierne l'intima trama.

I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra che l'esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero contro il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle lotte sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa ambientale, contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste e le politiche securitarie nel nostro paese.
Giornali, radio e televisioni, che nell'immediato non avevano alzato i toni, si scatenano dopo la rivendicazione.



Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli anni '80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e contrapposizioni, così oggi c'è chi intende rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva. 

D'altronde la situazione per governi e padroni non è facile: devono far digerire misure sempre più indigeste e in loro cresce la paura di una ribellione sociale. 
Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare, dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo "anarco-insurrezionalista", l'incombenza della minaccia terroristica di matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione sociale. 
Se l'operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi sempre nuove operazioni repressive. 
In una situazione dove l'aggressione alla qualità della vita della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove ci sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta l'intelligenza e della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un'organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l'attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. Soprattutto se l'enfasi mediatica con il quale vengono riportate queste azioni è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale, che ha investito pesantemente anche la Federazione Anarchica Italiana.
Non per caso il testo del nucleo "Olga" viene pubblicato integralmente dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono alla FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non è difficile. 
Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è dedicato alla propaganda: buona parte del documento è un attacco violentissimo al movimento anarchico nelle sue tante componenti. 
Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa proprio un anarchismo "ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di vita". Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle lotte sociali "lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia". Ossia per il mantenimento dell'ordine gerarchico. 
Chi legge ha l'impressione che lo scopo reale dell'azione non fosse tanto un monito ai signori dell'atomo, quanto l'ottenere l'audience adatta a far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
L'azione degli anarchici è descritta come mera attività ludica, "ascoltare musica alternativa" mentre il "nuovo anarchismo" nasce dal gesto di "impugnare la pistola", dalla scelta della "lotta armata".
Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone animato, che non amano "la retorica violentista ma con piacere" hanno "armato" le proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il nucleare è al momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai movimenti popolari. 
Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che è possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro i giganti dell'atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei blocchi dei trasporti nucleari tra l'Italia e la Francia, dove gli anarchici erano in prima fila. 
Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del territorio e per l'autogoverno, contro i padroni per la realizzazione di margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù salariata, contro la guerra e le produzioni militari, per una società senza eserciti e frontiere, contro il razzismo, il sessimo, la guerra ai poveri e alle donne. 
Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l'oppressione come tutti, a fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro lo stato e il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli, mirando a spezzare l'ordine materiale e, insieme, quello simbolico, consapevoli che non basta distruggere ma occorre saper costruire. Costruire senza timore che la casa venga abbattuta, sapendo che ogni spazio liberato, anche per pochi momenti, diviene luogo di sperimentazioni dove tanti assaporano il gusto di una libertà che non è astrazione poetica ma concreta edificazione di un ambito politico non statale. 
Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di segno diverso, che non si limitano al "sogno di un'umanità libera dalla schiavitù" perché il percorso di libertà non è un "sogno" ma la scommessa quotidiana dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a vivere e che vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli, perché l'umanità è fatta di persone in carne ed ossa, perché agire in nome di un'astratta "umanità" è tipico degli stati, delle religioni, persino del capitalismo che promette senza mantenere benessere e felicità. Non degli anarchici. 
La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma non si può certo imporre. 
Gli estensori del comunicato rifuggono il "consenso" e cercano "complicità". Se ne infischiano del fine e pensano solo al mezzo, di fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale anarchica. Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di pratica avanguardista e retorica estetizzante. 
Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi simbiotico. 
Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato descritti come "terroristi" o loro tifosi, dall'altro come burocrati inoffensivi.
Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del gesto, vi si appaga in un'estasi esistenziale in cui il bagliore di un attimo compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel silenzio e nell'attesa di un'altra occasione per far salire l'adrenalina. "Per quanto lieve sia questo bagliore – scrivono – la qualità della vita ne sarà sempre arricchita". Tra un pacco postale e una pallottola alle gambe potranno crogiolarsi nella fama di carta che i media pagati da padroni e partiti vorranno regalare loro. 



Al di là dell'uso mediatico dell'attentato ad Adinolfi, resta il dato politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le seduzioni semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario, che culla l'illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano intollerabile il mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le cosiddette "nuove BR", persone lontanissime dall'anarchismo hanno manifestato entusiasmo per l'attentato di Genova. È l'apoteosi del mezzo, che non si cura del fine. Una sorta di trasversalità dell'agire colma l'apparente distanza dei progetti. In realtà questa distanza si dissolve allorché questa pratica si sviluppa in opposizione alle lotte sociali, inevitabilmente costrette in quello che il nucleo "Olga" chiama "cittadinismo". Con questo termine bollano le lotte popolari che in questi anni, con crescente radicalità organizzativa hanno più volte messo in difficoltà i governi che si sono succeduti, ledendo gli interessi delle grandi imprese ed inaugurando pratiche di partecipazione certo non anarchiche ma sicuramente lontane dalla triste abitudine alla delega in bianco elettorale. 

Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null'altro che il partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono dotati di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di affinità alla pratica di azioni violente. Prescindiamo dal fatto banale – anche se grave - che in tal modo si offre una sponda ad infinite operazioni repressive basate su reati associativi. Andiamo oltre anche al rischio palese che un giorno o l'altro Stato o fascisti possano usare la sigla per scopi propri, utilizzando la sponda loro ingenuamente offerta. 
Se l'esito è il partito, l'organizzazione che agisce dove altri non agirebbero, l'organizzazione che si pone in lotta privata con lo Stato e i padroni, allora quest'esito conduce direttamente fuori dall'anarchismo. 
L'anarchismo è altrove. L'anarchismo non si impone, ma si propone. Ogni giorno, giorno dopo giorno, nell'auspicio che si fa agire concreto perché gli sfruttati, se vogliono, possono creare le condizioni per fare a meno di chi li sfrutta, perché gli oppressi, se vogliono, possono lottare per liberarsi da chi li opprime. È questione di pratica, di ginnastica della rivoluzione, di sperimentazione del possibile e del desiderabile, di messa in gioco quotidiana. 
Nell'estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo che per gli anarchici sociali "unica bussola è il codice penale". Scrivono "costi quel che costi": gli anarchici il prezzo lo pagano ogni giorno. Anche, ma non è né un vanto né una lamentela, di fronte ai tribunali, che ci presentano il conto per le lotte cui partecipiamo. 



Gli autori del comunicato usano il termine "federazione" ma riducono il federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella pistola che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella volontà di costruire un ambito di relazioni che si impegni a coniugare libertà ed organizzazione. 

I detrattori dell'anarchismo sostengono che è impossibile coniugare libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione, poiché identificano l'organizzazione con la gerarchia, con lo Stato, con l'imposizione violenta di un ordine sociale che limita la libertà e trasforma l'uguaglianza in uno scheletro formale senza base materiale. 
I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la libertà vada limitata, perché, al di là della retorica sul potere popolare, non vedono la libertà come il segno distintivo di un'umanità che si emancipa dalla sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come pericolo da ingabbiare. Per i democratici l'unico modo di regolare i conflitti, la giungla sociale, è nell'imposizione violenta di regole fissate in base al principio di maggioranza. 
Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il gusto d'agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione sull'etica della responsabilità, sulla necessità morale e politica di costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere. Un agire che basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza i quali, piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non la rivoluzione. Nel loro scritto proclamano "il piacere di aver realizzato pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra' rivoluzione". In questo modo la rivoluzione sociale si riduce ad una pratica autoerotica in club privé. 



L'anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle: esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.

L'efficacia dell'azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile all'interno del processo di trasformazione rivoluzionaria.
La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato. 



La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire ambiti di relazione politica e sociale, che, con il loro stesso esistere, prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame organizzativo amplifica la libertà del singolo. L'anarchismo sociale non è permeato da alcuna pretesa che esista la formula definitiva per la società anarchica, ma si interroga e interrogandosi prova a praticare una relazione tra diversi che miri alla sintesi possibile, nel rispetto delle differenze di ciascuno e ciascuna. Siamo consapevoli che solo una società omologata e, quindi, intrinsecamente autoritaria se non totalitaria, può immaginare di espungere il conflitto dalle relazioni sociali: per questa ragione consideriamo l'anarchia un orizzonte costantemente in costruzione, dove la rivoluzione sociale che abolisce la proprietà privata ed elimina il governo, è il primo passo non l'ultimo di un percorso di sperimentazione sociale, che è nostro sin da ora.


I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Italiana riuniti a convegno il 2 e 3 giugno 2012

venerdì 11 maggio 2012

Anche gli Anarchici gambizzano? Mah...



Non sono convintissmo della rivendicazione effettuata oggi dalla Federazione Anarchica Informale dell'attentato all'AD di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, compiuto quattro giorni fa a Genova. Per vari motivi.
Innanzi tutto per il modus operandi, storicamente diverso (per non dire antitetico) rispetto a quello degli anarchici, dei "bombaroli" cantati da Fabrizio De Andrè. Non che gli anarchici non sparassero, sia chiaro: ma in genere sparavano per uccidere, non per gambizzare. Ricordiamo Bresci e Luccheni, ad esempio, che spararono per uccidere, rispettivamente, Umberto I di Savoia e Elisabetta d'Austria (la famosa Sissi). La gambizzazione, però, è  una tecnica tipica di un terrorismo di altra matrice, e prima ancora è tipica delle azioni mafiose.
Altro motivo di scetticismo sono alcune frasi del documento di rivendicazione: "Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l'obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un'idea di giustizia, il rischio di una scelta e nello stesso momento un confluire di sensazioni piacevoli. Un piccolo frammento di giustizia, piombo nelle gambe per lasciare un imperituro ricordo di quello che è ad un grigio assassino". Questo non è un gergo anarchico, un gergo libertario. Sembra derivare più dal personaggio di V per Vendetta che dagli insegnamenti di Malatesta e Cafiero, padri dell'anarchismo italiano.
Sono proprio i sedicenti anarchici della FAI a chiarire la loro distanza con gli "anarchici autodenominatisi sociali"; vogliono scavare "un solco con l'anarchismo infuocato solo a chiacchiere e intriso di gregarismo".

Queste le loro parole. O meglio: queste le parole scritte nel documento di rivendicazione. Quanto sia autentico, e quanto appartenga alla galassia anarchica, è tutto da stabilire. Ed io nutro parecchi dubbi.