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lunedì 24 marzo 2014

Usa vs Russia: guerra fredda o guerra tiepida?

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



Secondo molti osservatori più o meno indipendenti, l’aumento della tensione tra Russia e USA (oppure tra Russia e Occidente, vacua e inconsistente categoria rispuntata fuori con prepotenza negli ultimi giorni) rischierebbe di portare il Mondo sull’orlo di una guerra.

In questo caso, però, non si tratterebbe della Terza Guerra Mondiale, da cui probabilmente non uscirebbe un vincitore; bensì, si tratta di una riedizione, aggiornata e corretta, della famosa e famigerata Guerra Fredda, che dal secondo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino è stata la ragione sociale della politica estera di ogni Paese.

Prima esistevano due blocchi (gli Stati Uniti e la Nato, capitalisti; l’Unione Sovietica e Yalta, socialisti), dichiaratamente avversari, per non dire nemici, e portatori di prospettive economiche e sociali praticamente antitetiche. Oggi esistono sempre due blocchi, visto che la Guerra Fredda presuppone l’esistenza degli stessi, ma le differenze sono meno acute: entrambi capitalisti, pur con le dovute differenze; entrambi autoritari e guerrafondai; entrambi infiltrati da mafie (rispettivamente, Cosa Nostra americana e Organizacija) e massonerie; entrambi paladini ad intermittenza della libertà e della indipendenza dei popoli.

Più che una nuova Guerra Fredda, quella che si sta prospettando all’orizzonte è una Guerra Tiepida, di cui l’esito del referendum “indipendentista” (difficile definirlo tale, visto che si è trattato solo di un cambio di padrone) in Crimea rischia di essere solo la scintilla più visibile, ma non la più pericolosa.

Fino a quando gli interessi economici degli USA e della Russia non entreranno in competizione o addirittura in conflitto, difficilmente la temperatura della guerra varierà, abbassandosi verso i glaciali livelli del secondo Novecento o addirittura alzandosi fino ai prodromi di un vero scontro militare. Ad oggi le aziende statunitensi e russe si sono spartite i mercati e talvolta si sono persino alleate, creando veri e propri trust in barba alle più elementari “norme” del liberismo globalizzante di cui sono entrambi ossequiosi osservatori.
Non tragga in inganno la rapidità con cui Putin si è annesso la Crimea, dichiarando assolutamente valido il responso del referendum; né destino preoccupazione le parole di John Kerry, l’ambasciatore dei “falchi obamiani”, categoria di recentissimo conio a cui si sono prontamente iscritti anche i vari leaders del progressismo europeo, non ultimo il tedesco Martin Schulz (ricordate? Berlusconi gli diede del “kapo”), candidato alla presidenza della Commissione Europea.
Non saranno queste scaramucce verbali a scalfire il tepore della guerra tra USA e Russia. I Popoli non cadano nell’errore di appiattirsi sui due blocchi, di farsi attrarre dai due presunti poli avversi: la libertà di tutti e di ciascuno è fuori da questo schema ingessato.
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lunedì 17 febbraio 2014

Renzi's italian job

Il mio articolo per Insorgenza.it



Renzi silura Letta come D’Alema silurò Prodi. Andare a Palazzo Chigi senza essere eletti (nel caso di Renzi, senza nemmeno essere deputati).

Come vede il Mondo questa ennesima “fregatura all’italiana”? Basta sfogliare le pagine o navigare sui siti dei principali organi di stampa esteri per scoprirlo. L’ironia regna sovrana, a cui viene aggiunto quel pizzico di cattiveria che insaporisce da sempre i giudizi dei giornalisti europei e mondiali.

Chi tratta con serietà la questione dell’avvicendamento a Palazzo Chigi tra il pisano Letta e il fiorentino Renzi, si divide in un bivio: c’è chi evidenzia l’ennesimo episodio di instabilità politica italiana e chi, al contrario, sottolinea i tratti gattopardeschi di questo “Italian Job”. Tutto deve cambiare, affinché nulla cambi? Beh, l’avvento di Renzi pare proprio rispondere a questo principio (che, in alcuni club di potere, diventa una vera e propria necessità).

Il Wall Street Journal dice che “il premier italiano si dimette dopo l’ammutinamento” del suo partito. Con freddezza e distacco, il WSJ fa capire che la notizia sposta davvero poco: va data perché va data, ma i lettori del principale quotidiano finanziario statunitense possono stare tranquilli sulla continuità delle politiche sociali ed economiche in Italia… 

Geniale il titolo dello spagnolo La Razon: “Renzusconi fulmina Letta e lo costringe alle dimissioni” ponendogli contro tutto il suo partito. ABC sottolinea che quello di Renzi sarà “il terzo governo in due anni”, sottolineando l’instabilità della situazione italiana. Mentre il Financial Times e El Pais pongono l’accento sulla fragilità della coalizione che ha sostenuto il Governo Letta e che sosterrà il Governo Renzi, El Mundo fa notare che “Renzi forza le dimissioni di Letta” per andare al governo senza elezioni. La Voz dice semplicemente che Letta rinuncia ad essere primo ministro, mentre City A.M. sottolinea la “crisi dei politici italiani”, di cui le dimissioni forzate di Letta rappresentano solo l’ennesimo episodio.  La Vanguardia chiama Renzi “emergente leader italiano”; El Periòdico evidenzia “il nuovo episodio di instabilità politica a Roma”: si consuma un’altra guerra nella “Izquierda italiana” (la Sinistra italiana, perché per molti il PD è ancora un partito di sinistra…), e il sindaco di Firenze “sarà il nuovo Primo Ministro e aspira a governare fino al 2018″.  Ottimista, invece, è Les Echos, che parla di Renzi come di “un nuovo uomo forte in Italia per accelerare le riforme”. E gli svizzeri? Oltre ad essere sempre più convinti del risultato referendario sull’immigrazione, sottolineano con ironia le vicissitudini italiche. Addirittura Il Corriere del Ticino commenta la rottamazione di Letta come “la spallata del maschio Alfa”…
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sabato 18 agosto 2012

Alla ricerca della musica che nasce nei pub



E' con grande piacere che apprendo che Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, di professione "cantante" (e le virgolette sono obbligatorie, vista la voce che si ritrova), passerà tutto l'inverno negli USA alla ricerca delle radici umili della musica. Non sono un fan di Jovanotti, che apprezzo più come paroliere che come musicista o cantante, però mi piace il suo eclettismo, la sua capacità di mettersi in discussione e provare sempre a percorrere sentieri nuovi.
Si sa che la musica, in America, non è nata negli stadi, men che meno nelle trasmissioni televisive: è nata nei pub, nei bar, nei locali, nelle palestre scolastiche. Nirvana, Led Zeppelin, Bob Dylan, The Ramones: tutti hanno avuto umili origini, e i pub in cui mossero i primi passi sono ancora lì, nella maggior parte dei casi. E che dire del rap? Prima che gentaglia come Snoopy Dogg lo trasformasse in un fenomeno da baraccone, tutto lustrini, pellicce, troie sculettanti e macchinoni, il rap era davvero "la voce della strada", come ci ricorda il più grande rapper degli ultimi 15 anni, che per puro caso è un bianco (Eminem). E Jovanotti, è bene ricordarlo, proviene proprio dal mondo del rap, magari maccheronico come gli 80's italici, ma pur sempre rap!

Buon viaggio, Lorenzo. Che tu possa tornare migliore di come parti. Musicalmente parlando, s'intende.


domenica 20 novembre 2011

Uranio, questo sconosciuto



Una ricerca dell'Università dell' Ulster rivela: “Gli americani a Falluja hanno usato armi vietate e sconosciute”.
Sono gli unici a non sapere che l'uranio può essere impoverito o arricchito.
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martedì 3 maggio 2011

Un mondo senza Bin Laden è un mondo migliore?







Mi piace Obama. Da tempo. Da quando, durante la campagna presidenziale di JF Kerry, fu autore di discorsi di altissimo livello ideale e politico, programmatico e socio-culturale. Mi piaceva più nel 2008 che oggi, perchè le speranze che Barak Obama incarnava sono state, finora, disattese o semplicemente non ancora realizzate. Tra un anno scadrà il suo primo mandato, e non sono certo che ve ne sarà un secondo.


Sicuramente la recente vicenda "Bin Laden" avrà ripercussioni positive sull'immagine politica di Obama: il fatto di aver tolto potere al Pentagono per darlo alla Cia, la quale a seguito di questa operazione è stata capace di uccidere il nemico pubblico numero uno, è stato certamente il colpo di genio dell'amministrazione Obama.


Ho seguito in diretta, alle 5.30 della mattina, il discorso del presidente Usa in cui comunicava alla nazione e al mondo che Osama Bin Laden, lo "sceicco del terrore", era stato ucciso. Cittadini americani festanti cominciavano ad affollare lo spiazzale antistante la Casa Bianca, con le bandiere a stelle e strisce in bella mostra. In uno stadio di baseball, durante la partita dei Philadelphia Phillies, gli spettatori hanno cominciato ad esultare e ad intonare l'inno nazionale, il "God bless America".


Tutta la giornata di ieri ha visto i principali leaders politici mondiali congratularsi con Obama, e accodarsi al suo "Un mondo senza Bin Laden è un mondo migliore".



Allora mi sono chiesto: ne siamo sicuri? Siamo sicuri che, uccidendo un uomo, per quanto egli sia stato responsabile della morte di molte persone, il mondo sia migliore? Siamo sicuri che basta uccidere un uomo per migliorare la società?


Ho fatto il seguente gretto, provinciale, ultrarealista ragionamento: con la morte di Bin Laden, aumenteranno i posti negli asili nido? La disoccupazione diminuirà? Il precariato verrà sconfitto? L'ambiente ne trarrà giovamento? Aumenterà il rispetto per gli animali? L'immondizia scomparirà da Napoli? La mafia e le mafie subiranno contraccolpi negativi? Oppure, con la morte di Bin Laden, il mondo sarà più sicuro per le multinazionali, per le lobbies, per le industrie, per la finanza mondiale, per i mercati internazionali?


Mi sono risposto che la morte di Bin Laden è una splendida notizia, per il Sistema. A me non cambia niente.

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