Visualizzazione post con etichetta Mario Monti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mario Monti. Mostra tutti i post

giovedì 6 settembre 2012

Il bocconiano Monti e il Sud

 
 
Il presidente del consiglio italiano, il bocconiano Mario Monti, è stato intervistato da quel pericoloso bolscevico che dirige Il Mattino, noto quotidiano napoletano. Virman Cusenza (si, si chiama così il direttore de Il Mattino) ha posto tante domande al bocconiano e varesino premier: sulla crescita e sul sud, sulle tasse e sullo sviluppo.
L'ultima domanda, in cui il Commissario del Popolo chiedeva a Monti se esiste ancora una "questione meridionale", ha avuto la seguente risposta:
"La questione meridionale si presenta oggi rovesciata. Affinché l’Italia cresca, contribuendo di par suo al rilancio europeo, il Sud deve cambiare più del resto del Paese. Il Sud è un’occasione e non un freno allo sviluppo".
Analizziamo la risposta. Partiamo dal concetto che la questione meridionale è oggi rovesciata: affinchè l'Italia cresca, il Sud deve cambiare più del resto del Paese. E qual è la differenza rispetto alla "vecchia" questione meridionale? Mah. La questione meridionale nasce proprio dal fatto che, per la crescita dell'Italia, il Sud ha dovuto subire cambiamenti clamorosi: dalla spoliazione delle riserve auree (il Regno delle Due Sicilie aveva, da solo, una riserva aurea maggiore di tutti gli stati preunitari messi insieme) all'indebitamento crescente (prima della sedicente unità d'italia, lo stato più indebitato era il Regno di Piemonte); dalla crisi dell'agricoltura al ritardo degli investimenti per l'industrializzazione; dall'impoverimento demografico (dovuto all'aumento dell'emigrazione verso il nord e verso l'estero) alla crescita esponenziale delle mafie (Rocco Chinnici ci insegnò che la mafia, come la conosciamo oggi, è un fenomeno nato con l'unità d'italia; prima era debole e dedita a piccola criminalità, totalmente gestibile e controllabile).
Come può vedere, caro varesino bocconiano Monti, il Sud sta cambiando più del resto del (suo) Paese da 152 anni a questa parte; eppure non vediamo crescita, sviluppo, miglioramenti. Se fossimo indipendenti, saremmo l'ultimo stato d'Europa; 152 anni fa, eravamo il terzo. E' un caso?
Ma continuiamo ad esaminare la risposta del dottor Monti: "Il Sud è un'occasione, non un freno". Alzi la mano chi non ha sentito, almeno cento volte in vita sua, la medesima frase. Ok, abbassate le mani adesso. Quanto è illuminante, il signor Monti! Quale grandissima e originale chiave di lettura dei problemi del Sud!
 
JATEVENNE!!!

lunedì 23 luglio 2012

Non vi preoccupate dello spread




Non c'è un canale di informazione italiano che non stia osservando, con crescente preoccupazione, la caduta delle borse europee (tra cui la peggiore è Milano) e l'aumento dello spread tra Italia e Germania. La volontà di iniettare panico generalizzato sta cominciando a produrre frutti: non passa ora senza che qualcuno passi vicino a me commentando le oscillazioni della Borsa. Inutile precisare che NESSUNO di coloro che si preoccupano per la Borsa sono possessori di azioni o abili speculatori o quant'altro. Non avrebbero una ragione al Mondo per preoccuparsi, se non fosse che i media hanno fatto passare il seguente messaggio: se i mercati finanziari continuano ad andare così, andremo tutti in default. Tradotto: se i miliardari non continueranno a far miliardi, saranno costretti a licenziarvi e a far aumentare le tasse dal loro governo di fiducia. Stesso discorso, ovviamente, fa fatto per le banche: se lo Stato (cioè noi) non aiuta le banche private  (cioè loro) coi soldi pubblici (cioè coi nostri soldi), allora andremo in default.
Esattamente come è successo in Spagna, e prima ancora in Grecia, adesso anche in Italia stiamo notando come tutte le manovre, tutte le leggi, tutti i tagli, tutte le cosiddette riforme fatte in questi mesi dal governo bocconiano in combutta con la troika della Unione (bancaria) Europea, non sono servite ad una beneamata ceppa. I Greci e gli Spagnoli hanno obbedito a tutti i diktat europei, facendo manovre sanguinarie e realizzando controriforme degne del peggior fascismo. Risultato? Atene rischia il default in autunno; Madrid ha appena vissuto tre giorni di guerriglia urbana, ed il governo Rajoy ha appena comunicato che "nun ce sta na lira", quindi bisogna tagliare ancora gli stipendi, abolire la tredicesima e ridurre le ferie.

In Italia non siamo ancora a questi livelli? Beh, qualche settimana fa un sottosegretario del governo bocconiano, tale Paolillo, ha comunicato a tutti gli italici che bisogna lavorare di più (taglio delle ferie) e guadagnare meno (taglio dei salari e delle tredicesime) se si vuole evitare il default.
Sono di ieri due notizie interessanti: gli stipendi sono fermi da 10 anni; solo due assunzioni su dieci avvengono a tempo indeterminato.
Quindi possiamo dirlo: tecnicamente siamo già in default.

Allora, cari concittadini, piantatela di dar retta ai messi di informazione parziale di massa dietro cui vi sono famosi gruppi economico-finanziari che fanno azione di lobby. Smettetela di preoccuparvi della Borsa, dello spread, dei bund tedeschi. Sono cose da miliardari, da padroni. E se i padroni si vorranno vendicare con noi perché le loro speculazioni non sono più redditizie, perché i loro conti correnti non sono più gonfi come prima, noi abbiamo solo una cosa da fare: reagire.
E solo di questo ci dovremmo preoccupare, perché è palese che non siamo minimamente pronti a reagire, ma solo e soltanto a subire.

Do svidanija

mercoledì 27 giugno 2012

L'iniquità della "spending review"





Pd, Pdl e Terzo Polo appoggiano un governo che stabilisce i seguenti tagli:

Nessun taglio alle 100mila pensioni d’oro che ogni anno costano 13 miliardi. Sì invece a quello dei buoni pasto per 450mila dipendenti pubblici che fa risparmiare solo 10 milioni. E, ciliegina sulla torta, un pasticcio sulle gare d’appalto che potrebbe costare allo Stato 1,2 miliardi, corretto oggi in commissione grazie a un emendamento passato contro le intenzioni del governo. Prende insomma una curiosa piega la prima spending review del governo Monti. L’atto ufficiale sarà un decreto pesantissimo che il Consiglio dei ministri licenzierà dopo il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Circa 20 miliardi di tagli così distribuiti: 4,2 miliardi nel 2012, dai 7 ai 10 per ciascun biennio 2013-2014. Il provvedimento punta a scongiurare l’aumento autunnale dell’Iva (dal 21 al 23%), mettere in sicurezza i conti pubblici e fronteggiare l’emergenza terremoto. Monti lo presenterà domani alle Regioni e quindi ai vertici del Pdl Berlusconi e Alfano. Poi la pausa per il vertice di Bruxelles e le consultazioni con i sindacati il 2 luglio. Ancora da fissare, invece, l’incontro con gli altri vertici della maggioranza Casini e Bersani.

Come in dettaglio sarà raggiunto l’obiettivo di risparmio non è ancor chiaro ma il piano sarà modellato sul pacchetto-Bondi che mette nel mirino gli acquisti di beni e servizi della pubblica ammnistrazione (sanità in primis) e la spesa per il pubblico impiego. Con qualche sorpresa.

Di sicuro le misure di risparmio non passeranno attraverso il tanto sospirato taglio alle pensioni d’oro dei manager pubblici. Qui la notizia è già ufficiale: il governo ha accantonato il tetto sulle pensioni sopra i 6mila euro dando parere negativo a un emendamento presentato dal deputato Pdl Guido Crosetto. Doveva essere una misura di equità nel gran calderone dei tagli ma nel Cdm in programma domani mattina non c’è n’è traccia. Da Palazzo Chigi filtra solo la promessa di riproporre la questione insieme alle misure sullo sviluppo. Si ripartirà da quell’emendamento che prevede che le pemnsioni erogate in base al sistema retributivo non possano superare i 6mila euro netti al mese mentre sono fatti salvi le pensioni e i vitalizi corrisposti esclusivamente in base al sistema contributivo. Per ora è tutto rimandato e il sistema continuerà ad elargire 109mila pensioni sopra gli 8mila euro che costano 13 miliardi di euro l’anno (dati Inps).

Si va avanti a testa bassa, invece, sul contenimento dei costi della pubblica amministrazione. Nelle scorse settimane si è tanto parlato di una stretta sulle spese telefoniche della Pubblica amministrazione che parte dal Dipartimento della funzione pubblica per coinvolgere via via altri settori. Le chiamate saranno abilitate solo in ambito urbano per tutti mentre soltanto i dirigenti potranno fare chiamate nazionali e verso cellulari. “Una rivoluzione di buon senso”, l’ha definita il ministro Filippo Patroni Griffi che ha emanato la circolare taglia bolletta. Parlare meno, mangiare meno. Perché prende sempre più consistenza l’ipotesi di un secco taglio ai buoni pasto dei dipendenti pubblici. Nel pacchetto dell’ex liquidatore Bondi c’è infatti un’ipotesi di messa a dieta di 450mila dipendenti che già da due anni subiscono il mancato adeguamento all’inflazione dei contratti collettivi. I loro buoni pasto passerebbero dai 7-8 euro attuali a un valore di 5,29 euro che è la soglia minima esentasse per il lavoratore (per cui non viene denunciato ai fini Irpef) e per il datore di lavoro (non viene calcolato ai fini previdenziali).

Per il governo dalla dieta si ricaverebbero circa 10 milioni di euro. Una cifra che appare risibile ai sindacati di categoria che chiedono di ridurre i privilegi dei manager pubblici piuttosto affamare i dipendenti già in difficoltà. «Ridurre l’importo del buono pasto dei dipendenti pubblici a 5,29 euro, cioè la soglia massima esentasse, significa tornare al valore di acquisto di 15 anni fa e quindi togliere fisicamente il pane dalla bocca a tanti lavoratori senza far risparmiare in maniera significativa lo Stato». Lo sostiene Franco Tumino, presidente Anseb, l’associazione delle società emettitrici buoni pasto aderente a Fipe-Confcommercio, commentando alcuni contenuti della spending review.

Su tutti questi provvedimenti si attende il muro di partiti e sindacati mentre è la Ragioneria centrale dello Stato a mettere le mani avanti su un altro capitolo delicatissimo della spending review, cioè la norma del decreto sulle aggiudicazioni di appalti che – secondo una modifica intervenuta nel passaggio in Senato – verrà applicata anche alle procedure di affidamento per le quali si è già proceduto all’apertura dei plichi. Secondo gli esperti di via XX Settembre questa scelta poteva comportare contenziosi e costare allo Stato oltre 1 miliardo di euro. Preoccupazioni riassunte in una lettera inviata al Parlamento dalla ragioneria generale dello Stato e dalla Consip. Oggi nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera un emendamento (approvato da Pdl e Udc, con governo e Pd contrari) ha ripristinato la regola secondo la quale l’apertura in seduta pubblica delle buste si applicherà solamente alle gare per le quali le buste non erano state aperte alla data dell’entrata in vigore del provvedimento.

Tratto da Il Fatto Quotidiano

mercoledì 30 maggio 2012

Fermiamo tutto, signor Monti?



Il Presidente del Consiglio, Mario Monti, nei giorni scorsi ha dichiarato che, a seguito dello scandalo calcio scommesse, sarebbe giusto sospendere i campionati per due o tre anni. Fermare il Sistema Calcio, che così non va. Fermare una giostra che gira male, e che diventa sempre più pericolosa. Fermare un circo(lo) viziato e vizioso, dove i privilegiati in pantaloncini non si accontentano delle paccate di soldi che incassano, ma si permettono addirittura il lusso di combinare le partite, lucrando sulla passione dei tifosi. Per non parlare, poi, dei presidenti che scommettono contro la propria squadra, dei procuratori che fanno il bello e il cattivo tempo, delle televisioni, degli sponsor...


Il ragionamento del bocconiano che ci governa è più o meno il seguente: dato che questo scandalo dimostra, una volta di più, che il calcio è malato, bisogna fermare il calcio. Non fa una grinza, si dirà. Se una cosa va male, è giusto fermarla prima che produca altri danni o altri disastri.

Bene, signor Monti. Facciamo così: applichiamo il medesimo ragionamento alle banche. Il sistema bancario italiano funziona? No. Ci sono quasi quotidianamente scandali? Si. Il sistema bancario è zeppo di persone che si vendono, che truffano, che imbrogliano? Si. Le banche hanno prodotto e producono ancora danni? Si. Sono responsabili - non da sole, sia chiaro - della crisi economica che stiamo vivendo? Si.

Bene. Fermiamo le banche. Per due o tre anni. Ogni cittadino italiano si tiene i soldi sotto il materasso, invece che nelle banche. Stop alle obbligazioni. Stop ai derivati. Stop alle speculazioni. Stop alla finanza e alla borsa. Che ne pensa, signor Monti?

Probabilmente non è d'accordo. Altrimenti lei, suo figlio, molti ministri e molti figli di ministri non lavorerebbero più. Allora vediamo se è possibile applicare il suo ragionamento ad un altro ambito: dalle squadre di calcio ai partiti politici. Il sistema dei partiti funziona bene? No. Si dimostrano capaci di ascoltare i cittadini? No. I partiti sono stati soggetti e oggetti di scandali incredibili? Si. Gli esponenti politici, nella maggioranza dei casi, hanno dimostrato e dimostrano poca onestà e scarse capacità? Si.

Bene. Fermiamo i partiti. Solo liste civiche, insieme ai partiti che non sono stati coinvolti in uno scandalo finanziario o politico. Governo politico? No. Governo tecnico? Nemmeno. Governo civico. Taglio degli stipendi per i neodeputati, dimezzamento del numero degli stessi.

E' d'accordo, signor Monti? Giusto due o tre anni. Che c'è vò...



giovedì 19 aprile 2012

Di Pietro: "Monti semina vento. Raccoglierà tempesta"



Il presidente del consiglio si complimenta con se stesso e dichiara che, grazie alle scelte del suo governo, l’Italia ha evitato uno shock distruttivo.

Ma di cosa parla, e chi vuole prendere in giro? Mentre lui evitava gli shock, negli ultimi tre mesi, 146.368 aziende chiudevano i battenti. Il saldo rispetto a quelle che invece sono entrate sul mercato è pesantemente negativo: 26.090 imprese in meno. Un bilancio in rosso che è triplo rispetto a quello del primo trimestre dell’anno scorso. Questo esecutivo continua a colpire gli onesti cittadini, lascia intatti i privilegi della casta e fa prosperare indisturbati gli evasori e i corruttori. Ogni giorno, davanti a Montecitorio, ci sono manifestazioni di protesta, di gente che soffre e con dignità chiede alla politica di restituire loro il maltolto: ieri gli specializzandidi medicina, oggi i cassaintegrati di alcune aziende collegate al fotovoltaico e domani si vedrà.

Questa è la realtà della società italiana, questa è la fotografia di cosa è diventata l’Italia oggi.

Il governo continua ad ignorarla e ripete che tutto sta andando bene.
Si comporta come Nerone che suona la cetra mentre per le strade impazza la disperazione e inizia a infuriare la protesta. Ormai i disoccupati si contano a milioni ma se le stime fossero oneste e trasparenti ne registrerebbero moltissimi in più. In media, nei tre mesi in cui Monti ha salvato l’Italia, si sono suicidate due persone al giorno: lavoratori disoccupati o imprenditori rovinati. Il miracolo dello spread si è rivelato un trucco da saltimbanchi: il tetto che tutti i commentatori, nessuno escluso, definivano catastrofico l’estate scorsa era di 400 punti. Dopo che Monti ha evitato lo shock gira intorno ai 380, e anche questo solo grazie agli acquisti massicci dei titoli di Stato italiani da parte della Bce. Presto, se le cose continuano così e non si attivano veri tagli agli sprechi e provvedimenti economici strutturali per la crescita e l’occupazione, questa protesta smetterà di essere pacifica.

Siamo a un passo dalla rivolta sociale e chi soffia sul fuoco non è chi, come noi dell’Italia dei Valori, chiama le cose con il loro nome ma chi fa finta di non vedere e di non capire. Se vogliono evitare la rivolta, sostengano i lavoratori, lascino perdere l’articolo 18 e curino anche gli interessi della povera gente e delle imprese oltre che quelli dei banchieri. Non se la prendano con noi che ci limitiamo a dire la verità e a denunciare un pericolo.

venerdì 23 marzo 2012

Governo vs cittadini: il ring è la (contro)riforma del lavoro


Un governo che va contro il volere dei cittadini è un governo da contrastare.
Tutti i sondaggi proposti sui vari quotidiani o siti di informazione nazionali dimostrano che la (contro)riforma del mercato del lavoro non piace agli italiani. Siano essi di destra, centro o sinistra. Nessuno vuole una riduzione drastica dei diritti, dopo che ha già subito un aumento della tassazione (dati di ieri confermano che gli italiani sono i più tassati d'Europa) e dopo che la forbice tra "ricchi e poveri" si è ulteriormente allargata in questi anni, anche a seguito dell'aumento dell'inflazione che divora gli stipendi e della assenza di una tassazione equa e progressiva sulle grandi rendite e gli stipendi alti. E' vero: la politica non si fa coi sondaggi, perchè essi potrebbero essere indirizzati, se non plagiati, a seguito di un assalto mediatico che spinge l'opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un'altra. Il problema, però, è proprio questo: tutti i mass media italiani, ad eccezione di rari encomiabili casi, sostengono più o meno caldamente il governo Monti. Gli stessi giornali dell'ex presidente Berlusconi sono passati dall'iniziale contrarietà ad un più moderato scetticismo, fino al recente possibilismo (dovuto anche al fatto che il PdL appoggia il governo Monti in maniera costante e decisiva).

Il governo Monti non è stato eletto da nessuno. Questo semplice dato tecnico dovrebbe già spingerlo ad una maggior prudenza. Sappiamo tutti, e lo stiamo constatando quotidianamente, che questo governo sta semplicemente facendo "il lavoro sporco", cioè quelle controriforme che i politici di professione non hanno avuto il coraggio di fare (per motivi prettamente elettorali) nonostante le lobbies che li foraggiano costantemente abbiano spinto più volte nella direzione della distruzione del tessuto sociale italiano.
Proprio quelle lobbies oggi gioiscono, nel vedere ciò che il governo Monti sta facendo o ha in progetto di fare.

mercoledì 21 marzo 2012

Un Vietnam parlamentare



Facciamo un gioco. Indovinate chi ha detto questa frase: "Sulla riforma del Lavoro, siamo pronti ad un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati".
Un pericoloso bolscevico? Un estremista di sinistra? O un più moderato leader della sinistra italiana? Che so: Bersani, Vendola e/o Ferrero?
Sbagliato. A proferir tali parole di fuoco è stato Antonio Di Pietro. Un uomo che, per storia e cultura, non ha mai avuto alcuna vicinanza coi komunisti trinariciuti e con quel PCI da cui Bersani, Vendola e Ferrero provengono.

Antonio Di Pietro parla di Vietnam parlamentare. Ciò significa che il governo Monti è come l'esercito americano: macchina da guerra al soldo della superpotenza (ieri USA, oggi BCE) che deve spianare la resistenza dei vietcong (cittadini e lavoratori), utilizzando tutte le armi, compreso il napalm (la cancellazione dei diritti). Per quanto cruda e fuori dal tempo, la similitudine immaginata da Di Pietro non è poi tanto peregrina. I cittadini ed i lavoratori non rischiano la vita in senso materiale, almeno per il momento; rischiano, viceversa, la loro vita lavorativa, sociale e affettiva. E soprattutto, rischiano di perdere la loro libertà. La libertà di organizzarsi contro il padrone (pardon, datore di lavoro) che magari costringe a turni di lavoro massacranti o che decide di licenziare per non meglio precisati motivi economici. Ricordiamo che l'articolo 18 tutela i lavoratori licenziati senza giusta causa: un giudice stabilisce se il licenziamento è ingiustificato o meno.

Come se non bastasse, la riforma del Lavoro prevede altre norme in puro stile bocconiano: l'assicurazione sociale per l'impiego, ad esempio, sostituirà il sussidio di disoccupazione. Come funziona? Semplice! Per i primi sei mesi ci sarà un salario lordo... lordo... di 1119 euro mensili, che diminuirà del 15% nei successivi sei mesi. Domanda al ministro Fornero e al presidente Monti: voi riuscireste a vivere con queste cifre? Con un mutuo da pagare e con i figli da mandare a scuola? Con una benzina che sfiora i 2 euro al litro? Con l'IMU e le tante altre tasse da pagare? Domanda inutile. Gli esponenti del governo Monti, come gli esponenti della maggioranza parlamentare che sostengono questo governo, non hanno idea di questi problemi.
Loro sono il Potere, il Sistema.
Noi siamo i vietcong.


giovedì 8 marzo 2012

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere



Si è abbassto lo spread. Il differenziale coi Bund tedeschi è sceso sotto la soglia dei 300 punti. Quindi l'Italia pagherà meno interessi.
Tutti i principali quotidiani italiani celebrano la notizia come la fine del tunnel della crisi. Adesso ci aspetta una lenta, ma inesorabile risalita. Addirittura Monti arriva a sperare "che non aumenti lo spread tra i partiti", certificando con una battuta che le differenze tra Pd, Pdl e Terzo Polo (le tre componenti che sostengono l'attuale governo) sono davvero minime.

Lo spread tra cittadini e Potere è in aumento. Costantemente. E non accenna a diminuire, anzi: il governo bocconiano non sta facendo assolutamente nulla per diminuire questo divario. I cittadini continuano ad avere stipendi tra i più bassi d'Europa, una tassazione spaventosa, una precarietà lavorativa che si traduce sempre più spesso in precarietà di vita. Il Potere continua a speculare sulla crisi, a sostenere e a tutelare le solite lobbies, a mettere in discussione diritti acquisiti, a giustificare nefandezze di ogni tipo con la scusa "di evitare di fare la fine della Grecia".
E' di questi giorni la conferma che i precari della scuola non saranno assunti, mentre l'IVA raggiungerà il 23% e il costo della benzina sfiorerà a breve i due euro a litro. Come si vede, i costi della crisi vengono spostati dalle imposte dirette (come quelle sul reddito, ad esempio) alle imposte indirette. Con la conseguenza di colpire i più deboli e poveri e di tutelare i più forti e più ricchi. Tutto in puro stile bocconiano, visto che in quella famosa e famigerata università italiana si insegna esattamente questo.

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere anche nella moralità e nell'austerità: aumenta quella dei cittadini, diminuisce quella del Potere. Le notizie di questi giorni (dal "caso Caltagirone" al "caso Boni", senza dimenticare Lusi e Penati, o la legge anticorruzione che non si riesce a fare) fanno da contraltare alla riduzione dei consumi delle famiglie italiani, che non solo non fanno più vacanze, ma addirittura stanno riducendo i consumi alimentari! Quindi: il Potere continua sulla strada del berlusconismo, che è la vera cifra di una Seconda Repubblica che sta facendo la stessa fine della Prima; i cittadini provano a ridimensionare le loro vite nonostante il continuo bombardamento consumistico che li spinge ad acquistare meno carne per poter comprare, il mese prossimo, lo smartphone di grido.

Aumenta lo spread tra cittadini e Potere per quanto concerne i servizi: i Potenti sfrecciano nelle auto blu sulla corsia d'emergenza, mentre noi siamo imbottigliati nel traffico di una Capitale, Roma, che ha solo due linee metro ed un trasporto pubblico imbarazzante; il Potere si serve di cliniche private finanziate dal Potere stesso, noi moriamo su una barella al Policlinico dopo 4 giorni senza aver ricevuto una cura.
Asili nido? Non hanno problemi a trovare posto. Noi si.

Invece di interessarsi solo dello spread economico, un governo degno di questo nome dovrebbe interessarsi dello spread civile che sta portando davvero l'Italia verso il default.

mercoledì 7 marzo 2012

Contro Monti, ma non per l'Italia



Moltissimi giornali (soprattutto quelli sovvenzionati da Berlusconi) stanno attaccando Monti per l'eccessivo europeismo e per la scarsa considerazione degli interessi nazionali. Un governo, detto in soldoni, troppo europeo e poco italiano (dando per scontato, quindi, che il governo Berlusconi tutelasse nella forma e nella sostanza il buon nome dell'Italia).

Questo patriottismo de noantri crea più danni che benefici. Basta guardare la vicenda Alitalia, che NON DOVEVA assolutamente andare ad Air France secondo i vari soloni nazionali. Soluzione? La CAI ha licenziato più lavoratori di quelli previsti nel piano Air France. Però Alitalia è rimasta italiana, eh....

Io contrasto nettamente Monti perchè egli ha difeso e difende gli ideali liberaldemocratici e liberisti che io contrasto senza sosta. Da bocconiano classico, il sig. Monti sta realizzando quelle politiche antisociali e antipopolari che manco Berlusconi è stato capace di fare. Il tutto in nome di un non meglio precisato "spauracchio Grecia", che viene sventolato a destra e, soprattutto, a manca (vedasi la condizione penosa e stomachevole del PD, che ormai è ufficialmente un partito NON di sinistra).
Monti è un uomo che ha in mente una idea di Europa OPPOSTA alla mia, visto che fondamentalemte Monti difende l'Unione BANCARIA e MONETARIA Europea, senza parlare di diritti europei, salari europei, ministeri europei, esercito europeo... insomma, Stato Europeo (cosa ontologicamente diverso dall'Europa-nazione tanto cara ai destrorsi).

E' chiaro: la caratura e la competenza di Monti e del suo governo sono DI GRAN LUNGA SUPERIORI al troiaio e all'ammasso di servi del precedente governo. Ciò non impedisce, però, di criticare aspramente questo governo. Il fatto che non sia stato eletto non rappresenta, per me, un problema: da amante della Costituzione, so bene che essa consente governi del genere, quindi mi va più che bene. Il problema non è il governo tecnico, bensì è l'insieme dei partiti che sostengono questo governo e le politiche che esso propone.

Infine, credo che il dialogo non ci possa essere con chi non vuole dialogare, o con chi mette le mani avanti: se vogliamo dialogare, rinunciate ai diritti (art. 18, ad esempio). Si può dialogare SOLO CON CHI vuole far pagare la crisi a coloro che l'hanno prodotta e a coloro che hanno di più. Altrimenti, non c'è dialogo possibile, ma solo scontro.
E scontro sia.

mercoledì 29 febbraio 2012

martedì 28 febbraio 2012

Luca Abbà e Mario Monti




Il giorno che Luca Abbà, militante No Tav e proprietario di uno dei terreni interessati dai lavori per l'alta velocità, cade da un traliccio a seguito di un contatto coi fili dell'alta tensione durante una manifestazione per il sacrosanto diritto del popolo della valle di non avere un'opera costosa, inquinante ed inutile sul proprio territorio, un sondaggio di Repubblica informa che la fiducia nei confronti di Monti è in aumento.
Le due cose, si dirà, non sono collegate tra loro: una persona può condividere la lotta dei No Tav e contemporaneamente sostenere il Governo Monti e le sue azioni per salvare l'Italia dalla crisi. Non è vero, o almeno non lo è del tutto. Perchè le politiche che Monti ha sempre difeso e applicato, sia come Commissario Europeo sia come Premier italiano, sono le medesime politiche alla base del TAV: iperliberismo, preminenza delle decisione europee rispetto alle volontà dei territori, anteposizioni degli interessi economici rispetto a quelli sociali e ambientali. E' quindi paradossale che il governo che meglio incarna i dettami dell'Unione (Bancaria) Europea sia così apprezzato dai cittadini italiani.
Se il movimento No Tav è diventato uno dei paradigmi principali della contrapposizione ai governi dei burocrati, dei banchieri e della finanza che dominano in Europa, lo si deve principalmente al fatto che questo movimento è riuscito e sta riuscendo ad unire tutti coloro che sanno quanto pericolosa sia la situazione: chi ci governa, nella nostra nazione come in Europa, è sordo e cieco rispetto a quanto noi, cittadini o Popolo che dir si voglia, continuiamo ad urlare e a mostrare. Per quanto riguarda il TAV in particolare, non dimentichiamo che sono numerose le inchieste di questi anni, sia italiane che estere, che dimostrano quanto sia dannosa la realizzazione dell'alta velocità in Val di Susa.
I gesti estremi come quello di Luca Abbà ricordano quello di Thích Quảng Đức, ed è triste che ancora oggi bisogna immolarsi (o rischiare di farlo) affinchè qualcuno ci stia a sentire. Sono questi episodi che dimostrano quanto la democrazia liberale abbia fatto il suo tempo.

lunedì 27 febbraio 2012

Il governo bocconiano e la Sindrome di Stoccolma




I reati vanno in prescrizione. L'ennesima dimostrazione ce l'ha data il processo Mills, in cui l'imputato Berlusconi è stato prosciolto (non assolto, come hanno affermato i suoi servi) perchè il reato è prescritto.
Quello che ancora non è andato in prescrizione è il senso dell'indegnità del Governo Monti. Ribadisco: indegnità, morale ed istituzionale, individuale e sociale. Nonostante questo governo venga dopo Berlusconi, cioè il peggior primo ministro della storia repubblicana d'Italia, non posso fare a meno che provare un senso di disgusto profondo e radicato nei confronti di costoro che, chiamati impropriamente tecnici, stanno facendo danni in malafede ai cittadini: continuano gli attacchi, velati o meno, ai diritti dei lavoratori; persistono le ingiustizie sociali di una tassazione iniqua e di una precarietà dilagante; rimangono i dubbi circa l'effettiva capacità di risolvere la crisi tramite questi interventi che i cervelloni bocconiani hanno messo o stanno per mettere in campo.

Come se non bastasse, gli ultimi dati dimostrano inconfutabilmente che i lavoratori italiani guadagnano pochissimo: una media di 23 mila euro lordi annui, a fronte dei 41 mila dei tedeschi, solo per fare un esempio. Eppure in Germania esiste l'articolo 18, eppure in Germania i sindacati sono forti e sono dentro ai consigli di amministrazione delle fabbriche e delle aziende.
Meno dei lavoratori italiani guadagnano i portoghesi, gli sloveni, gli slovacchi e i maltesi.
Questi dati palesano, per l'ennesima volta, che la crisi la stanno pagando SOLO i lavoratori, e che quindi esso sono gli UNICI  a non dover pagare più: nè in tema di diritti, nè in tema di stipendi, nè in tema di tasse.
Il problema è che i bocconiani non faranno MAI pagare la crisi a coloro che, dopo essere stati la causa della stessa, ora sono più tutelati nei loro patrimoni.

Reazioni? Nessuna. Nè da parte della sinistra istituzionale, nè da parte dei cittadini. Tutti continuano a subire. Le masse si dimostrano, ancora una volta, prone e succubi del potere politico, a sua volta prono e succube del potere economico.
La Bocconi et similia continuano a formare la futura classe dirigente italiana ed internazionale secondo i dettami del più bieco liberismo antisociale ed antipopolare, eppure la maggioranza di voi ancora sogna, un giorno, di avere un figlio laureato alla Bocconi.
Contenti voi...

"Non è il Popolo che deve temere il Governo, ma è il Governo che deve temere il Popolo". Purtroppo non è così, anzi: chi ci governa non ha paura a dire che si deve licenziare senza giusta causa; che il posto fisso è "monotono"; che l'Ici non la devono pagare le strutture ecclesiastiche non commerciali. Chi ci governa se ne strafrega altamente dei cittadini.
E fa bene. Perchè i cittadini, la MASSA dei cittadini, continua a sostenere convintamente l'azione del governo. "Altrimenti rischiamo di fare la fine della Grecia", viene ripetuto a destra e a manca. E per questo accettiamo le stesse identiche cose che hanno condotto la Grecia allo stato attuale.

Si chiama, per chi non lo sapesse, di un tipico caso di Sindrome di Stoccolma su scala collettiva.

martedì 17 gennaio 2012

Lavoratori tassisti, non schiavi



Pubblico un interessante comunicato di sostegno alla lotta dei tassisti contro la liberalizzazione delle licenze. Perchè interessante? Perchè non arriva dai soliti Cicchitto o Bersani, difensori dei tassisti e contemporaneamente difensori delle liberalizzazione (e delle privatizzazioni), bensì arriva da Comunisti - Sinistra Popolare, il movimento politico guidato dal'ex deputato dei Comunisti Italiani, Marco Rizzo.
Anche la sinistra più radicale manifesta sostegno alla battaglia dei tassisti. Ed è una cosa che colpisce parecchio, visto che tutti gli esponenti politici dei principali partiti d'Italia fanno dichiarazioni di sostegno nei confronti di questa categoria, salvo poi sedersi in Parlamento e votare le liberalizzazioni del governo bocconiano.

"La campagna d’odio costruita ad arte contro alcune categorie di lavoratori (tassisti, edicolanti, benzinai…) ha come unico scopo quello di far passare per ragionevole e necessario un decreto liberalizzazioni che punta allo smantellamento di interi settori lavorativi. L’obiettivo non è far ripartire la crescita dell’Italia o aumentare la qualità di alcuni servizi, ma piegare definitivamente il mondo del lavoro alla logica del capitale. Per questo motivo resistiamo all’ideologia delle liberalizzazioni, in primo luogo da comunisti. E poi in veste di tassisti, in difesa del nostro lavoro e del nostro futuro.

Si è parlato di lobby, di categoria chiusa e quindi di privilegiati, di evasori e di imbroglioni. Si è venuto a creare un vero e proprio “profilo sociologico” del tassista: ignorante, maleducato, arraffone. L’opinione pubblica forse in parte ci ha creduto, bombardata da continui servizi televisivi e articoli di giornale, ignara anzitutto di quale sia il nostro lavoro.

Il tassista è un lavoratore che trascorre in macchina dalle dieci alle dodici ore al giorno, sei e spesso sette giorni su sette. Lavora le domeniche, i giorni festivi, si alza prestissimo la mattina e copre i turni di notte. Non ha tutele né garanzie, non ha ferie né malattia retribuite, tredicesima o tfr. Un infortunio sul lavoro o un guasto all’automobile significano giorni di lavoro persi. Lavorare nel traffico caotico e compulsivo delle nostre città richiede una soglia di concentrazione molto alta, a garanzia dell’incolumità dell’autista e di chi vi è trasportato. Lo stress fisico e psicologico che ne deriva è notevole, tant’è che uno studio Inps ha indicato il lavoro di tassista tra i più usuranti al mondo.

Questi ritmi elevati non portano lusso, ricchezza o privilegi, ma sono necessari per raggiungere con dignità la fine del mese, specie se si considera che il nostro settore – come molti altri – è stato pesantemente colpito dalla crisi economica di questi ultimi anni. A ciò bisogna aggiungere i costi di gestione molto alti, tra continui aumenti del prezzo del carburante, tariffe delle assicurazioni, bolli, tagliandi, usura del veicolo e via dicendo.

Risulta evidente che questo non è il profilo di una feroce lobby di potere, ma quello di una categoria di lavoratori che vive del proprio lavoro e che offre un servizio importante all’intera collettività. Questo servizio spesso viene criticato e bollato come insoddisfacente; le obiezioni, per lo più pregiudiziali, ignorano la realtà dei fatti oltre che le enormi differenze tra i vari contesti locali.

Perché le liberalizzazioni non servono a migliorare il servizio del trasporto pubblico? Anzitutto perché – già ora – i singoli comuni hanno la facoltà di valutare l’efficienza o meno del trasporto pubblico e di intervenire, qualora lo ritenessero necessario, attraverso il rilascio di licenze gratuite. Negli anni passati molte città decisero di incrementarne il numero, rafforzando in la rete taxi esistente; oggi questa operazione non è necessaria perché nella maggior parte dei centri urbani il totale di macchine in servizio non solo soddisfa la domanda, ma è addirittura in esubero. È sufficiente gettare uno sguardo agli affollati parcheggi taxi per contare i veicoli in doppia e tripla fila. L’efficienza del servizio offerto, messa continuamente in discussione dalle pesanti critiche rivolte, viene illustrata da uno studio recente (Eurotest 2011#) che valuta Milano quale punta di eccellenza a livello europeo.

A favore delle liberalizzazioni si fa leva sulle presunte richieste del cittadino-consumatore, prima fra tutte quelle di vedere abbassate le tariffe taxi. Ma la privatizzazione del trasporto pubblico locale può portare davvero ad un effettivo abbassamento dei prezzi? Non si capisce come, specie se si considera che la tariffa viene stabilita in toto dai comuni. Ci si aspetta allora di innescare ad ogni corsa una contrattazione sul prezzo fra tassista e cliente? Un’asta nei parcheggi a chi offre di meno? Non pare ragionevole. Inoltre uno studio effettuato dalla CGIA di Mestre# – che ripercorre la storia delle liberalizzazioni in Italia dal 1994 ad oggi – evidenzia che nella maggior parte dei settori liberalizzati i prezzi hanno registrato una forte impennata. Sempre a questo proposito, secondo Euro test 2011 le tariffe del tanto vituperato servizio nazionale risultano essere tra le più basse d’Europa . Infine, pochi fanno notare che liberalizzare le licenze porterebbe a un notevole incremento dei veicoli in circolazione, congestionando ancora il traffico delle città, con evidenti disagi sia per i tassisti (che vedrebbero oltremodo crollare gli incassi) che per l’utenza. “Quando si è in coda alle casse di un supermercato il 23 di dicembre, tutti vorremmo che alle casse non vi fossero 5 o 6 persone ma qualche decina, ma tutti gli altri giorni in cui il numero di clienti è normale, cosa farebbero gli addetti alle casse in esubero? La stessa cosa vale per i taxi quando piove….”

Allora perché liberalizzare le licenze taxi? Le liberalizzazioni rappresentano, per i grandi interessi privati, la chiave di accesso all’interno di settori, il nostro compreso, ad essi ancora immuni. Il quadro che si prospetta per la categoria è facile da delineare: la svalutazione delle licenze e la cumulabilità delle stesse permetteranno a grandi compagnie, preferibilmente legate al mercato dell’automobile, di acquistare un numero considerevole di veicoli e metterci al volante autisti alle loro dipendenze. Essendo i costi di gestione molto alti, l’unico modo di abbattere i prezzi sarà quello di ridurre all’osso gli stipendi dei dipendenti fino a trasformarli in manodopera sottopagata. Il profilo del tassista muterà in breve tempo: da piccolo artigiano autonomo a dipendente sfruttato fino allo sfinimento. I taxi in circolazione si moltiplicheranno e gli incassi crolleranno, costringendo ad aumentare ulteriormente le ore di lavoro.

Insomma: l’odio di classe serve ad alzare quel muro dietro cui si nascondono i veri responsabili della crisi che oggi viviamo. Colpire i taxi è un simbolo: significa accanirsi – e fare accanire – contro quelle categorie la cui autonomia è ancora oggi garanzia di dignità, fino a renderli sfruttati, schiavizzati, asserviti alla logica del capitale.

Mentre la pessima destra fa finta di stare con i taxisti ma in Parlamento i suoi esponenti sono pronti a votare per i provvedimenti di Monti, la sedicente sinistra ha fatto delle liberalizzazioni la propria bandiera, facendosi complice di chi intende svilire e precarizzare il lavoro, piegare tutto e tutti alla logica del profitto e del consumo. Questa cultura non può in alcun modo far parte dei programmi di una vera sinistra, tantomeno di chi si richiama al comunismo. È qui che il contrasto all’ideologia delle liberalizzazioni supera gli interessi di una singola categoria e diventa il punto di forza di una vera forza comunista che difende il lavoro contro gli interessi del privato, dei banchieri, delle grandi multinazionali e del capitale".

giovedì 5 gennaio 2012

Neanche la Bocconi paga l'ICI



L'Università Bocconi di Milano non paga l'Ici dal 2005 e il Sindaco Giuliano Pisapia presenta il conto a Mario Monti. L'oggetto del contendere è l'immobile universitario di via Spadolini, un edificio adibito a residenza per studenti fuori sede. Il primo cittadino di Milano ha incaricato l'avvocatura comunale di portare a termine il contenzioso chiedendo una cifra pari a 600 mila euro. Fino ad oggi, infatti, le commissioni tributarie hanno dato ragione alla Bocconi.

Secondo la legge 504 del 1999 gli immobili "con finalità istituzionali, assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive" non sono soggetti a tassazione. Secondo Pisapia questo beneficio legislativo non può essere applicato all'immobile di via Spadolini dato che l'affitto per una camera costa dai 3.100 agli 8.500 euro l'anno. Un guadagno che di fatto l'assimila ad un albergo o un affittacamare privato e che dunque non dovrebbe godere dell'esenzione.

martedì 3 gennaio 2012

Non c'è equità senza legalità


Il governo Monti ha annunciato l'inizio della fase due, ribattezzata "Cresci Italia". Dopo aver messo a posto (definitivamente?) i conti dello Stato, con una manovra oggettivamente poco equa, ora bisogna ripartire proprio dall'equità. "Non c'è sviluppo senza equità" sembra essere l'adagio preferito dei sostenitori del governo.
Bisognerebbe probabilmente cantare un altro adagio: "Non c'è equità senza legalità". In Italia persistono sacchè di illegalità diffusa, più o meno tollerate dalla classe politica: dall'evasione fiscale all'elusione, dai capitali portati all'estero al riciclo di denaro sporco, dai sequestri e dalle aste di beni immobili alle infiltrazioni malavitose nelle istituzioni. Ognuna di queste voci ha dei costi economici e sociali spaventosi: secondo gli ultimi dati della Corte dei Conti, della Commissione Parlamentare antimafia e del rapporto annuale della Guardia di Finanza, l'illegalità costa agli italiani tra 270 e i 330 miliardi di euro all'anno, e 180 mila posti di lavoro solo al Sud. Non parliamo solo di malavita organizzata, ma anche dei tanti evasori che non pagano l'iva, non dichiarano i beni immobili, esportano capitali all'estero, utilizzano società off shore e paradisi fiscali, dichiarano meno dei loro dipendenti. Secondo la CGIA Mestre, questi dati (che ammontano a "cinque manovre finanziarie del governo Monti") sono da intendersi al ribasso, perchè è molto probabile che la realtà superi questo affresco spaventoso di illegalità.

Pertanto il governo Monti, se davvero vuole far ripartire il Sistema Italia, dovrebbe cominciare dalla legalità. Dovrebbe essere sicuramente la priorità dell'azione del governo, per distacco rispetto alle altre.
Sarà così?

giovedì 29 dicembre 2011

Il fumo e l'arrosto di MM



Siamo passati dal governo di B. al governo di MM, Mario Monti. Su molte cose, inutile negarlo, non v'è stata l'auspicata discontinuità: al netto delle indubbie professionalità di questo governo, che in molti dicasteri surclassano le dubbie professionalità dei ministri berlusconiani, non è facile scorgere un solco tra l'operato di B. e l'operato di MM.
Si continua con la politica "delle due velocità": prima il consolidamento dei conti pubblici, poi la crescita. E' la stessa ricetta utilizzata dai due governi Prodi, ed è la medesima adoperata da Giulio Tremonti, eppure i risultati sono questi: paralisi economica, sfiducia dei mercati nei confronti dell'Italia, aumento della forbice tra ricchi e poveri.
L'ultima conferenza stampa del 2011 ha visto il premier Monti lanciare messaggi rassicuranti: "Non vi sarà un'altra manovra", "passiamo dalla fase Salva-Italia alla fase Cresci-Italia", "la crescita avverrà facendo leva sull'equità, e non sui conti pubblici".
Come non sottoscrivere questo programma? Il problema, però, è che Monti non ci ha spiegato COME intende far crescere l'Italia. Nella sua conferenza stampa, incalzato anche dalle domande dei giornalisti presenti, è rimasto sul vago. Molto fumo, ma poco arrosto.

Al momento, quindi, non è possibile non constatare che l'unico arrosto cucinato dal governo MM consiste nell'innalzamento dell'età pensionabile, l'aumento delle tasse, l'assenza di una imposta patrimoniale. Un arrosto che difficilmente sarà digerito dai cittadini, dai soliti noti (lavoratori, pensionati, precari, donne, piccolissime imprese), e che non tocca, se non marginalmente, i soliti ignoti dei capitali scudati, delle società offshore, delle barche o degli immobili comprati da società di comodo o da prestanomi.
_________________________

mercoledì 21 dicembre 2011

Non ci crede nessuno


L'ex ministro leghista Roberto Calderoli, autorevole esponente del peggior governo della storia repubblicana italiana nonchè autore della famigerata legge elettorale definita dallo stesso autore "Porcata", ha tuonato contro il governo Monti: "Dia le dimissioni, perchè
diversamente ci sarà tanta gente, operai, pensionati, piccoli imprenditori, che la verranno a prendere a casa".

Vorremmo tranquillizzare Monti, Calderoli e tutto il governo italiano: non verrà nessuno a cercarvi. Gli italiani non sono più un popolo, ma una massa di pecoroni che è stata capace di tenersi Berlusconi al governo per un decennio senza reagire, figuriamoci se si permetteranno di reagire adesso. Adesso che TUTTI i principali partiti italiani appoggiano le scelte politiche ed economiche di questo governo.
Adesso che l'opposizione non esiste. Adesso che i sindacati minacciano (che paura!!!) uno sciopero generale!

Andarli a prendere a casa? Non ci crede nessuno. Questo governo continuerà a distruggerci, realizzerà ciò che il Sistema vuole e che Berlusconi non è stato capace di fare, ci ridurrà alla fame e tutto per salvare le banche, gli investimenti economici e finanziari, gli industriali.
______________________________

giovedì 15 dicembre 2011

Non credo nell'Umanità. Credo nell'Uomo.






Guardo i vari siti di informazione italiana, e non riesco a trovare nulla che meriti un commento. Cosa altro aggiungere alla indegna manovra economica che i bocconiani ci stanno propinando? Cosa altro dire della strage di Firenze? O delle minacce di Confindustria riguardanti la disoccupazione e la recessione? O dei sistemi autoritari e antidemocratici utilizzati dalla Fiat marchionniana? O del fallimentare vertice di Durban? O del fatto che a giorni chiuderà la discarica di Malagrotta e tra qualche mese ci ritroveremo con Roma sommersa dai rifiuti e tutti pronti a sostenere la Polverini e Alemanno "perchè adesso c'è l'emergenza rifiuti"?
Nulla. Non ho nulla da aggiungere. So che accadrà. So che potranno mettere la benzina a 3 euro al litro, ma non rinunceremo all'auto. So che potranno licenziarci senza giusta causa, e i sindacati e la "Sinistra" sottoscriveranno e voteranno questi propositi. So che si discuterà sulla rinascità del fascismo o sulla singola follia del singolo individuo. So che l'immondizia ci sommergerà e noi appoggeremo chi vuole costruire discariche. So che sosterremo chi palrerà di "emergenza rifiuti simile a Napoli", nonostante il problema non sia stato affrontato (a Roma come a Napoli) da anni. So che continueremo ad inquinare pur di avere qualche soldo in più in banca. So che appena qualcuno alzerà un dito o lancerà una pietra, sarà accusato di essere un violento di professione, un terrorista, un black bloc.

So che ciò accadrà. E' già accaduto, e accade ogni giorno.
Io mi sottraggo a questo gioco. Io ve lo dico fin da ora: non sono dalla vostra parte. Io non giustifico questa macelleria sociale che è diventata macelleria umana. Io non credo alle emergenze. Io non credo a Confindustria. Io non credo alla "sinistra" italiana. Io non credo che il Protocollo di Kyoto sia un freno. Io non credo nello sviluppo, nella crescita, nel Pil.

Io non credo nell'Umanità. Credo nell'Uomo.
_______________________________

venerdì 9 dicembre 2011

Voi a rischio default, NOI già in default





Fate i vertici di notte per decidere il futuro di una cosa che solo voi avete voluto: l'Unione economica europea. Non avete mai chiesto ai popoli se erano favorevoli o meno, e quando l'avete chiesto (tramite referendum nazionali) avete perso. Avete obbligato i singoli Paesi a realizzare politiche antipopolari pur di stare dentro questa fantomatica unione, che di unito ha solo una cosa: la moneta. A voi quello interessa: i soldi. Questo vi hanno insegnato nelle vostre Bocconi, e questo state realizzando. Non avete più nessuno a contrastarvi, siete l'UNICO Sistema al mondo. E io dovrei perdere le mie giornate dietro a voi, ai vostri cambi di umore, ai vostri progetti su come uscire da una crisi che VOI avete creato insieme alle BANCHE che finanziano i VOSTRI partiti e le VOSTRE campagne elettorali?
Ho di meglio da fare: devo vedere come arrivare alla fine del mese, nella maniera più legale possibile. Perchè io, a differenza VOSTRA, cerco di fare il meglio senza infrangere la legge e senza cambiare le leggi a mio piacimento. Perchè io, a differenza VOSTRA, avrò una pensione da fame a 70 anni, se tutto va bene. Perchè io, a differenza VOSTRA, non ho fatto investimenti finanziari, non ho comprato il debito di altri paesi nè ho delocalizzato imprese (e posti di lavoro).
VOI e i VOSTRI padroni banchieri avete causato la crisi, e pensate di poterla risolvere? E come? Utilizzando le VOSTRE ricette, cioè le stesse che hanno causato la crisi? Non mi risulta che ad un malato di cancro si consigli di fumare di più. Beh, noi abbiamo un cancro, e siete VOI. Dato che nessun VOSTRO governo avrebbe avuto il sostegno elettorale per realizzare queste politiche liberticide ed antipopolari, siete scesi in campo direttamente: in Italia come i Grecia, in Irlanda come in Spagna. Adesso i VOSTRI candidati governano e realizzano ciò che VOI gli avete insegnato nelle VOSTRE scuole, nei VOSTRI master, nei VOSTRI consigli di amministrazione.

E' possibile che per conoscere la manovra del governo ho dovuto vedere Porta a Porta? E' possibile che i partiti "de sinistra", cioè quelli che ha parole dovrebbero difendere i ceti più deboli, protestino pochissimo e annuncino di "dover votare" questa manovra? "Perchè l'alternativa è il default", ci dicono tutti. Ed io mi e VI chiedo: il default di che? Dello Stato Sociale? Già c'è: lavoro precario a rotta di collo, stipendi fermi da 11 anni, evasione fiscale spaventosa, tagli alla scuola e alla sanità pubblica, revisione al rialzo degli estimi catastali, aumento della tassazione su ogni cosa, accise dei carburanti ai massimi storici, pensioni di anzianità abolite, età pensionabile portata ai livelli europei con 10 anni di anticipo rispetto alla Germania (!!!)... E ANCORA AVETE IL CORAGGIO DI DIRE CHE NON C'E' IL DEFAULT???

Ah, ora ho capito: non c'è ancora la gente per strada, la disoccupazione al 30% e la Grande Depressione. Ma soprattutto, c'è ancora il rischio serio di default per VOI, le VOSTRE famiglie, le VOSTRE imprese, i VOSTRI investimenti, le VOSTRE scuole, i VOSTRI ospedali, i VOSTRI conti all'estero.
VOI siete ancora in rischio default. NOI siamo già in default.

N.b da oggi fino a data da destinarsi non parlerò più di politica ed economia. La stomachevole attualità mi impone il rifiuto di commentare i propositi e le azioni di questi assassini sociali. Commentarli significherebbe prenderli in considerazione, cosa di cui non sono degni.
_____________________________