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giovedì 22 maggio 2014

Il fallimento della tessera del tifoso



Pubblicato su Pagina99.it un interessantissimo articolo, a firma Luca Manes, in cui viene dimostrato il clamoroso e storico fallimento della famigerata Tessera del Tifoso, che non ha allontanato i violenti dal calcio ed ha solo favorito l'allontanamento degli sportivi (stadi vuoti, militarizzazione delle zone vicino agli stadi, caro biglietti, ecc...). Gli unici a rimanere con la schiena dritta, mentre tutto andava in rovina? Gli Ultras, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni.

“Penso che la tessera del tifoso abbia fatto il suo tempo. Negli ultimi anni, salvo una leggera, recente, inversione di tendenza, c'è stato un sensibile decremento delle presenze negli stadi. Occorre rivisitare completamente i rapporti tra calcio e tifosi”. In questi termini netti e definitivi si è espresso il presidente del Coni Giovanni Malagò in un'intervista concessa all'inizio del 2014 al mensile della Polizia di Stato. Una sonante bocciatura, una quasi totale sconfessione della linea imposta dal ministro degli Interni Roberto Maroni nella seconda metà del 2009 e introdotta nella stagione 2010-11. Il problema, sempre secondo Malagò, è che per colpa “di poche persone ci sia una forte penalizzazione, in termini di complessità procedurali e burocratiche, a danno di un'intera comunità”. Concetto ribadito poche settimane fa, quando il capo dello sport italiano manifestò tutto il suo sdegno alla notizia che a Bergamo era stato negato l'accesso allo stadio a due bimbetti perché sprovvisti della tessera, in possesso invece del loro babbo che li accompagnava.

E proprio qui sta uno dei punti dolenti dello strumento: dopo uno dei tanti nadir del football nostrano, l'uccisione dell'ispettore Filippo Raciti durante gli scontri in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, con la tessera si voleva provare a isolare i violenti e a far tornare le famiglie nelle arene calcistiche italiane. Gli stadi, si disse all'epoca, si sarebbero di nuovo riempiti dopo anni di magre – per la verità causate non solo dalle intemperanze degli ultras. I dati hanno da subito smentito Maroni e il suo entourage. Se nell'ultima stagione senza tessera, la 2009-10, l'affluenza totale in Serie A fu di circa nove milioni e 200mila spettatori, con una media per match di 25.570 unità, nella scorsa stagione si è scesi a otto milioni e 400mila, per un dato a partita di 24.655 tifosi. Il 2013-14, che ormai sta chiudendo i battenti, dovrebbe presentare un leggero incremento, ma siamo ben lontani dai livelli dell'età dell'oro del calcio italiano. Se ci spostiamo in Serie B le cose vanno ancora peggio: 5mila spettatori a partita sono veramente pochini, soprattutto se paragonati agli oltre 17mila della serie cadetta inglese, tanto per volgere lo sguardo oltre confine. Ma d'altronde, sempre rimanendo nell'ambito dei principali campionati continentali, si nota che nella classifica delle dieci squadre con maggior seguito allo stadio non ne compare nemmeno una del Bel Paese, ma tante inglesi, spagnole e tedesche. Eppure l'Olimpico e San Siro, che ospitano squadre di primo piano del nostro calcio, hanno capienze intorno agli 80mila posti.

“Noi lo avevamo detto sei anni fa che la tessera non sarebbe servita a nulla, ma anzi avrebbe solo creato problemi alla stragrande maggioranza dei tifosi che si recavano allo stadio, in casa o in trasferta, per seguire la propria squadra del cuore” ha dichiarato a pagina99 l'avvocato Lorenzo Contucci, da anni in prima fila per la tutela dei diritti dei tifosi. Tuttavia Contucci non è troppo ottimista sugli sviluppi futuri. “Temo che possa cambiare ben poco e che gli annosi problemi del calcio italiani continueranno a non essere risolti”.

Probabile che qualche novità sul fronte governativo si materializzerà dopo le elezioni europee, quando anche i fatti della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina avranno abbandonato le prime pagine dei giornali.

Ma per quali ragioni la tessera del tifoso è stata percepita come uno strumento vessatorio, e non solo dalla eterogenea galassia degli ultras? In primis perché di fatto rappresentava una schedatura di massa, dal momento che viene rilasciata solo dopo il nulla osta da parte della questura di competenza – che la nega a persone soggette a Daspo in corso o che hanno ricevuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni. Senza la tessera, almeno inizialmente, non si aveva la possibilità di andare in trasferta o di acquistare abbonamenti. Oltre a uno strumento volto a garantire maggiore sicurezza negli stadi, agli occhi di tanti appassionati la creatura di Maroni è sembrata un enorme favore fatto ai club, che per fidelizzare i loro “tifosi-clienti” vendevano loro una carta di debito ricaricabile affidandosi ai principali circuiti bancari e alla Lottomatica. Sebbene poi anche su questo versante non tutto sia funzionato al meglio. 

“Ho vari amici e parenti che hanno ricevuto la tessera dopo un anno, con tutti i problemi che questo ha comportato”, ci ha raccontato Gianmarco Pirozzi, supporter del Napoli. I ritardi, che il club partenopeo addebita alla piattaforma scelta, la Postpay, in alcune occasioni hanno impedito l'acquisto dei biglietti, ma più spesso hanno causato problemi a chi seguiva la squadra lontano dal San Paolo. Una volta presentatisi ai tornelli sì con il biglietto, ma solo con la richiesta della tessera, i tifosi andavano incontro a infinite polemiche con gli steward e fastidiose lungaggini varie. E quello quello del Napoli non era un caso isolato.

Come se non bastasse, il 14 dicembre 2011 il Consiglio di Stato ha accolto un ricorso presentato dal Codacons e ha dichiarato illegittimo l'abbinamento obbligatorio della tessera con l'acquisto di carte di credito elettroniche, di fatto limitandone il potenziale commerciale. 

Insomma, le prime crepe si sono notate abbastanza presto, ma a scardinare in maniera forse definitiva il “sistema tessera” è stata la nuova Roma targata Usa. Nel marzo 2013, ha ottenuto il permesso dal Viminale di introdurre la sua fidelity card slegata da controlli e schedature, ma con gli stessi requisiti di emissione previsti per la tessera (quindi si può rilasciare solo ai tifosi “per bene”). Un esempio seguito da diverse società: Napoli, Fiorentina, Genoa, Parma, Bologna e Lazio. Come strutturata, la fidelity card è subito apparsa un prodotto più vicino alle membership delle squadre inglesi, che afferiscono solo al rapporto club-tifoso, lasciando fuori lo Stato. 

A Cesena, come ci ha spiegato Roberto Checchia, presidente del coordinamento dei club di supporter del team romagnolo, si è arrivati addirittura a dare la gestione diretta della tessera ai tifosi. “Insieme a Te”, lanciata lo scorso luglio, è anche essa svincolata dai circuiti bancari e dal vaglio preventivo della questura. Serve solo l'ok del Centro Elettronico Nazionale di Napoli, che controlla se i richiedenti siano soggetti a Daspo o abbiano ricevuto condanne per reati da stadio. “Nella prima stagione le cose sono andate bene, abbiamo emesso oltre 1.500 tessere e le persone si sono dette molto soddisfatte di questa nuova esperienza” afferma Checchia entusiasta.

Certo, il ministero degli Interni, tramite l'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, poteva sempre vietare le trasferte ai possessori delle nuove fidelity card. Ma lo stesso è accaduto in varie occasioni anche per chi aveva la tessera. Un altro dei tanti corto circuiti dello schema ideato dall'attuale governatore della regione Lombardia, il quale avrebbe “clonato” in malo modo un progetto già esistente. Ovvero la Carta del tifoso, ideata dall'imprenditore italo-inglese Anthony Weatherill. Dopo Calciopoli, altra pagina tristissima del football made in Italy, e la tragica scomparsa dell'ispettore Raciti, a Weatherill venne in mente che fosse indispensabile un mezzo per rinfocolare la passione dei normali fruitori del fenomeno calcio, non più visti unicamente come clienti da spremere, ma quali soggetti attivi e con voce in capitolo. “Lo sport reca in sé un insieme di valori molto alti, che dovrebbero essere presi ad esempio nel mondo attuale e che invece sono ignorati, o ancor peggio calpestati” ci ha detto Weatherill. 

“Il progetto Carta serviva a conservare questi elementi di grande rilievo, tuttavia le istituzioni sportive, che avrebbero dovuto apprezzare una tale iniziativa, hanno finito per stravolgere una pratica sportiva ultracentenaria. Se si vuole risolvere veramente i problemi del calcio bisogna ripartire dal rispetto dei valori da parte di tutti quelli che hanno a che fare con lo sport, nessuno escluso” ha aggiunto Weatherill, che ci ha illustrato come con il suo progetto sarebbero stati i tifosi a riempire di contenuti e servizi la carta, in base alle proprie esigenze. “Tutto sarebbe nato dal basso, e non calato dall’alto come è accaduto nell'ultimo periodo”, ha concluso l'imprenditore, profondamente deluso dallo “scippo subito” (per il quale è ricorso alle vie legali) e per come siano andate le cose in questi anni nel football nostrano. E non è l'unico. 
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venerdì 26 luglio 2013

L'ultimo desiderio di Rooie Marck



Tratto da Today.it

Il calcio è lo sport più amato anche per momenti come quello che vi stiamo per raccontare.
Rooie Marck, ultrà storico del Feyenoord, era malato da tempo e poche settimane fa è morto.
Solo tre giorni prima di esalare l'ultimo respiro però aveva raccontato agli amici più intimi di avere un ultimo desiderio: vedere per l'ultima volta il suo Feyenoord, in quello stadio soprannominato de Kuip (La Vasca), che tanto ha amato sin da bambino.
I suoi amici l'hanno portato così al primo allenamento della stagione, a fine giugno, senza dirgli in anticipo cosa lo aspettasse. E' stata una grande sorpresa, che l'ha commosso. La folla ha cantato per l'ultima volta il suo nome, tra fumogeni verdi (i suoi preferiti) e un enorme striscione dedicato a lui.
Rooie ha incontrato i giocatori e lo staff tecnico della sua squadra del cuore e poi ha salutato commosso tutti i fan, riuscendo con le poche forze che gli restavano in corpo ad alzarsi in piedi per un ultimo applauso. E' mancato tre giorni più tardi.

Il video è stato girato su un telefono cellulare e dura più di 10 minuti. Ma guardatelo, ne vale la pena. Addio Rooie!

venerdì 21 settembre 2012

Svedesi accoltellati... dagli ultras!

 



"Tifosi svedesi accoltellati da ultras napoletani".
Embè, questa è la VERITA' propinata dai media di regime. Potrei dirvi che non c'è nulla di ultras in quei gesti, ma sareste in pochi a capire. Allora tenetevi la vostra verità: ultras napoletani accoltellano svedesi.

E' mai capitato un accoltellamento a Milano, in occasione di una partita di Inter o Milan? Si, due anni fa. 
Notizie al tg? Zero.
E' mai capitato un accoltellamento a Roma, in occasione di una partita di Lazio o Roma? Si. 
Notizie al tg? Una, il giorno dopo.
A Napoli diventa notizia. Da sparare in prima pagina o nelle breaking news, magari prima della tripletta di Vargas. Lo devono sapere tutti: a Napoli, quei bifolchi degli ultras lamano la gente. Quindi statevi a casa, non andate in trasferta a Napoli: rischiate di prendervi una coltellata, o il colera!
E tutti pronti a sputare merda sul movimento ultras partenopeo. Non vedono l'ora, lo so: la "Napoli bene", cioè quella che ci ha venduto ai politici di ogni risma, che fa accordi con la camorra per le loro aziende, che difende i cammorristi nelle aule di tribunali, che raccomanda i figli cocainomani, che osanna De Laurentis anche se fa o dice cagate spaventose, non si riconosce negli ultras partenopei.

Meno male. Avevo paura del contrario.
Saluti e baci.

domenica 19 agosto 2012

Ti sei alzato stamattina




Ti sei alzato stamattina e schiattavi di caldo. Il letto era inzuppato, ma non ti eri pisciato addosso. Sudore del cazzo che manco un ventilatore sparato in faccia è riuscito ad attenuare.
Se sei fortunato ti sei catapultato al mare o in piscina, magari con la tua famiglia o col partner. Se sei meno fortunato, stai a casa o in giro in qualche outlet di provincia a cercare il colpo dell'estate oppure sei imprigionato in qualche mega centro commerciale con aria condizionata e fila ai punti di ristoro. Se sei sfortunato, stai buttando il sangue a lavorare.

Ti sei alzato stamattina con la voglia di non avere voglia. Magari lasciarti vivere per una giornata senza pensare a un beneamato. Oppure ti sei alzato con la voglia di realizzare ciò che avevi organizzato e preparato nei minimi dettagli. Avevi un progetto per oggi? Va realizzato.

Ti sei alzato stamattina e non hai minimamente pensato a chi non si è alzato o a chi non si è ancora disteso. Ed è giusto così. Il mondo è infame ma tu non puoi fare un cazzo per migliorarlo. Fai ciò che puoi e nel tuo piccolo stai nel giusto quasi sempre, stai al posto tuo e continui la tua vita tranquilla. Paghi le tasse maledicendo il governo che te le chiede senza darti un cazzo in cambio e magari pensi a come evadere qualche piccola sommetta. Roba di poco, tipo il canone rai. E' uno stronzo chi lo paga, si sa. Allora meglio non pagarlo, o pagarlo senza dirlo in giro. Bisogna vergognarsi di pagare il canone rai, giusto?

Ti sei alzato stamattina ed hai potuto accendere il tuo televisore e sentire le stesse notizie in tutti i telegiornali. Una capatina ai canali sportivi non può mancare. Magari anche un po' di zapping tra le stazioni radio più cool: passano tutte gli stessi pezzi, ma cazzo bisogna conoscere il trend musicale del momento, no? Sennò sei out!

Ti sei alzato stamattina ed hai fatto esattamente ciò che ci si aspetta che tu faccia.
Ed ora ripeti insieme a me: "Sono libero. Sono libero".

Do svidanija

venerdì 3 agosto 2012

Oggi è stata una giornata dura



Oggi è stata una giornata dura. Una di quelle che ti fanno pensare molto. A quanto ti affanni quotidianamente per far andare le cose lisce. Per poi scoprire che non dipende assolutamente da te.

Oggi è stata una giornata dura, cominciata quando il sole ancora non albeggiava. Tutto di fretta ma l'orologio è sempre più veloce. Salti a destra, strisci a manca, volteggi sopra: niente da fare. Sempre in ritardo.
Ma in ritardo per cosa? Per migliorare la comunità in cui vivo? No, per continuare a produrre soldi per il mio padrone. Se va bene, lui si arricchirà. Se va male, io perderò il lavoro. E lo stesso è per te. Per voi. Per noi.

Oggi è stata una giornata dura. Ce ne sono state altre e ce ne saranno altre. In genere, di fronte ad una giornata dura, uno non può né deve rimanere impassibile. Immutabile. Uguale a ieri. No, non è possibile rimanere uguali a ieri o far finta di niente, quando si odiano l'indifferenza e gli indifferenti.

Cosa sono? Non è la domanda giusta. Non sono una "cosa". Una pedina, un tassello, un numero, un codice a barre, uno sconto al supermercato, un'offerta in saldi. Sono una persona. La domanda giusta è: Chi sono? 

Spesso non sappiamo dare una risposta alle domande che ci poniamo.
Probabilmente perché sbagliamo domanda.

Oggi è stata una giornata dura. Il sole sta tramontando e, con lui, la delusione. La rabbia. La noia. Cambierà qualcosa domani? Non il mondo. Di certo. Quello non cambia mai. Chi vuole successo, leccherà i piedi o farà i pompini al potente di turno. Chi rifugge il successo, rischiando anche di passare per fallito, continuerà a stare in un angolo. Anche se tutti sono in cerchio.

Io no. Io mi sottraggo al gioco. Fuggo? No di certo. Baricentro basso, gambe piegate, guardia alta. Pronto ad incassare e pronto a reagire. Se mi mettete ko, starò al tappeto per un po'. Il tempo di riprendere fiato e di recuperare energie. Poi risorgerò. 

Sono un grande incassatore. Occhio al mio montante.

Do svidanja.

lunedì 14 maggio 2012

Applausi alle bandiere, fischi a Lavezzi



Ieri è stato emozionante vedere Del Piero, Inzaghi, Gattuso, Nesta, tutti commossi perchè la loro esperienza sportiva con quella squadra, di cui spesso sono stati simboli se non bandiere, è finita. E proprio per questo mi incazzo con gente come Lavezzi (o meglio, col suo procuratore) che quando prende l'aereo e arriva a Napoli parla di "amore eterno", poi riprende l'aereo e torna in Argentina e dice che Lavezzi vuole guadagnare 4 milioni all'anno e che il PSG è pronto a pagarli. I fischi a Lavezzi, ieri sera? La tifoseria partenopea si è spaccata: da una parte ci sono coloro che sostengono non sia giusto fischiare un giocatore che si impegna sempre, indipendentemente dal giusto desiderio di un professionista di guadagnare di più; dall'altra ci sono coloro che sono ancora legati ad una idea di calcio in cui il denaro, il conto in banca faraonico viene sempre DOPO l'amore viscerale per una maglia, per un Popolo, per una Città. Lo dico subito: io sono tra i secondi. Se abbiamo torto, siamo dalla parte del torto ed orgogliosi di starci.
I tifosi sono stanchi di gente che bacia la maglia e sta già pensando di andarsene. Totti, Del Piero, Buffon, Nedved, Maldini, ecc.... hanno baciato magliette a cui hanno dimostrato una fedeltà assoluta indipendentemente dallo stipendio e dalla categoria. E' questo il calcio che piace ai tifosi, che fa innamorare e sognare i bambini.
Chi accetta la logica del mercato (i calciatori sono professionisti che vanno dove conviene di più) ha tutto il diritto di professare il suo ideale di calcio-business. Sono un libertario: tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione nel rispetto delle opinioni altrui, quando queste opinioni non contrastano con la libertà di vivere, di pensare e di agire. Proprio per questo difendo il sacrosanto diritto a fischiare chi un giorno professa amore eterno e il giorno dice: "Se mi vendono, che posso farci?". E' lo stesso ragionamento fatto due anni fa da Quagliarella: se le due società sono d'accordo, io me ne vado. Ebbene no, non è così. L'ultimo caso è stato quello di Pato: Man City e Milan erano d'accordo, Pato ha deciso di non andarsene da Milano. Ed è rimasto. Stesso dicasi, qualche anno fa, per Kakà. Smettiamola con la favoletta dei calciatori "ostaggi" dei contratti: essi possono utilizzare i contratti anche per vedere riconosciuto un loro diritto, come quello di rispettare i termini del contratto stesso!
Altra motivazione addotta: Napoli è una di quelle città che non ti fa respirare, che non ti consente di scendere in strada e farti una passeggiata senza essere assalito dai tifosi. Sono d'accordo, ed infatti ho sempre condannato quei tifosotti che paralizzano una città perchè Lavezzi è andato a fare due passi col figlio. Però, diciamo la verità, anche in questo Napoli è migliorata, o sta migliorando. Ciò non toglie che un calciatore ha TUTTO IL DIRITTO di andarsene da una città che reputa eccessivamente soffocante. Basta indire una bella conferenza stampa, prendere il microfono e dire: "Dato che il mio modo di vivere ed intendere il calcio è molto diverso dal vostro, io me ne voglio andare in una città in cui il calcio è meno opprimente". E poi te ne vai a Parma, a Edimburgo, a Montpellier, o dove cazzo vuoi.

sabato 12 maggio 2012

Sono un amante fanatico della Libertà



Mentre sedicenti anarchici della Federazione Anarchica Informale gambizzano i "nemici di classe", voglio condividere un breve scritto di un vero, grande Anarchico, probabilmente il più influente della storia: Michail Bakunin. Sono certo che Bakunin non condividerebbe un acca di ciò che questi sedicenti anarchici informali stanno facendo.

Sono un amante fanatico della libertà, la considero l'unica condizione nella quale l'intelligenza, la dignità e la felicità umana possono svilupparsi e crescere; non la libertà concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno che non realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri; non la libertà individualista, egoista, mechina e fittizia esaltata dalla Scuola di J.J. Rousseau e da altre scuole del liberalismo borghese, convinte che lo Stato, limitando i diritti di ciascuno, dia la possibilità di diritti a tutti, un'idea che invece conduce solo alla riduzione a zero dei diritti di ciascuno. NO, io mi riferisco all'unico tipo di libertà che merita questo nome, la libertà che consiste nel completo sviluppo di tutte le capacità materiali, intellettuali e morali di ogni individuo; la libertà che non conosce altre restrizioni se non quelle che vengono determinate dalle leggi della nostra persona natura, perchè non si tratta di leggi imposte da un legislatore esterno, pari o superiore a noi, ma di leggi immanenti ed inerenti noi stessi, costituenti la base del nostro essere materiale, intellettuale e morale : esse non ci limitano, sono le condizioni reali e naturali della nostra libertà






giovedì 26 aprile 2012

La logica del compromesso non serve a niente




Ho passato anni a moderare il mio carattere, convinto che posizioni più accomodanti e meno estremiste fossero una prova di maturità. Cercare di risolvere i problemi senza alzare un polverone, "lavare i panni sporchi in casa", era il mio obiettivo.
Obiettivo raggiunto, sia chiaro. E di questo devo essere felice, perchè è sempre importante raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo. Alla fine, però, bisogna anche capire se, una volta raggiunto l'obiettivo, ci sono stati risvolti positivi. La nostra vita è migliorata? Noi stessi siamo effettivamente diventati persone migliori?
Beh, la mia risposta è no. La mia esperienza personale mi porta a dire che non c'è stato miglioramento.

La vita è lotta. Lo so e lo dico da tempo. La vita è una barricata. Bene. Allora non c'è scampo per gli accomodanti e per i moderati: bisogna stare da una parte della barricata.
A chi condivide questa impostazione, dico: abbandonate la logica del compromesso. E' una strada che conduce al punto di partenza, in un circolo vizioso di routine.

sabato 14 aprile 2012

Filosofia del Guerriero - 6



- Hai un ostacolo davanti a te. Se non lo superi, rimarrai ciò che sei. Scegli tu.

- La paura serve solo se riesce a farti schivare prima il colpo.

- Chi ti dice che tutto ha un prezzo si è già venduto.

- Non è importante arrivare alla fine. L'importante è fare sempre un passo in più.

- Il problema non è piangere, ma essere rapidi ad asciugare le lacrime.

- La vita è un match in cui ogni giorno equivale ad un round.

- Puoi colpire forte quanto vuoi, ma se non sai anche incassare andrai al tappeto.

venerdì 6 aprile 2012

I 7 principi del Bushido e il Credo del Guerriero



Bushido è una parola giapponese composta da bushi (guerriero) e do (via). Letteralmente, quindi, significa Via del Guerriero, ma come ogni parola giapponese (ed, in genere, orientale) ha un significato diverso da come lo intendiamo noi occidentali. Innanzitutto, il Guerriero a cui fa riferimento il bushido non è solo il samurai, o il militare in genere: tutti noi siamo guerrieri, tutti noi combattiamo quotidianamente una guerra (interiori, familiari, sociali, politiche, economiche, culturali), quindi tutti noi possiamo vincere le nostre guerre seguendo la Via del Guerriero.
Il Bushido si compone di sette precetti o principi, trasmessi a noi da un'opera intitolata Hagakure kikigaki ("annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie"), meglio nota semplicemente come Hagakure. Autore dell'opera, pubblicata nel 1906 ma redatta due secoli prima, fu Yamamoto Tsunetomo, coadiuvato dal suo discepolo Tashiro Tsuramoto.

義, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Questo principio accomuna due valori, l'Onestà e la Giustizia. Non possono essere disgiunti: una giustizia non onesta è iniqua; una onestà non giusta è stupidità o malafede. Viene inoltre evidenziato che la Via del Guerriero conduce a tanti incroci: da una parte c'è ciò che è giusto, dall'altra ciò che è sbagliato. Entrambi sulla stessa strada. Ed il Guerriero deve sapere bene cosa scegliere. In questo, ovviamente, è possibile rintracciare l'influenza del Taoismo, della dottrina dello Yin e Yang, e del Buddismo Zen.


勇, Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

In questo principio viene enunciata la diffidenza che un Guerriero deve avere nei confronti delle masse, pavide per natura. Il Guerriero, quindi, assume i connotati del Risvegliato, dell'Illuminato: l'influenza della dottrina della Bodhisattva è palese. Colui che decide di seguire il Bushido deve elevarsi dalle masse e agire con coraggio e sprezzo del pericolo. Solo così vivrà una esistenza completa. Ovviamente, il coraggio non deve mai sfociare nell'incoscienza: come sempre, bisogna vivere e agire in equilibrio.


仁, Jin: Compassione
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

Altro principio fondamentale del Bushido riguarda la capacità del Guerriero di essere utile alla comunità. A cosa serve elevarsi dalle masse, diventare forte e svelto di mano e di pensieri, acquisire un potere notevole, se non si è utili al bene comune? Il Guerriero deve aiutare chi sta peggio di lui, in spirito e in sostanze. C'è sempre modo di essere utili: anche se non sembra, c'è sempre qualcosa da fare e bisogna impegnarsi affinchè sempre ci sia l'opportunità di operare.


礼, Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

Educazione e Rispetto sono due principi irrinunciabili per l'Uomo che ha deciso di porre la propria vita sulla Via del Guerriero. Se non si ha rispetto per gli altri, anche per i nemici, non si ha rispetto nemmeno per se stessi, e si è alla stregua delle bestie (nel senso peggiore del termine). Inoltre, avere rispetto incute rispetto. Comportiamoci in maniera educata con tutti, e sarà più facile ottenere educazione e rispetto dagli altri.


誠,Makoto o 信,Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

Non serve a nulla perder tempo in discorsi, proclami, minacce: la nostra parola è la nostra azione. Se compiamo atti di giustizia, parleremo di giustizia. Se saremo disciplinati, mostreremo a tutti cosa significa "disciplina". E' inutile parlare di onestà, se poi nei fatti rubiamo. Questo precetto risente evidentemente dell'influenza del Buddismo Zen, che critica la speculazione intellettuale anteponendole l'atto.


名誉, Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

Ognuno di noi è consapevole delle proprie azioni. Perciò nè è anche responsabile. Ognuno di noi sa se quell'atto è stato onorevole o disonorevole, giusto o iniquo, necessario o superfluo. Impariamo a conoscerci, a leggerci dentro: è inutile provare a fuggire da noi stessi. Ed è disonorevole, come ogni fuga. Non si fugge mai davanti a nulla e nessuno, soprattutto a se stessi.


忠義, Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Questo precetto è un compendio del precedente (infatti Onore e Lealtà possono essere considerati quasi sinonimi), ma aggiunge anche un altro principio: il Dovere. Il Guerriero DEVE essere leale, DEVE essere responsabile, DEVE essere fedele alle persone di cui si prende cura. Questo indica che non è una inclinazione naturale dell'Uomo essere leale: lo spirito di conservazione fa tendere spesso verso il disonore e la slealtà, pur di difendere se stessi. Per questo, chi decide di vivere secondo il Bushido ha anche e soprattutto dei doveri. Prima di pensare ai nostri diritti, pensiamo ai nostri doveri.

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In conclusione, dopo i Sette Principi riporto il Credo del Guerriero che osserva il Bushido:

Non ho genitori: faccio del cielo e della terra i miei genitori.

Non ho casa: il Tan T'ien (sorta di centro di gravità fisico, NdA)  e' la mia casa.

Non ho alcun potere divino: faccio dell'onestà il mio potere divino.

Non ho mezzi: faccio della Docilità i miei mezzi.

Non ho potere magico: faccio della personalità il mio magico potere.

Non ho nè vita nè morte: faccio di un "Um" (arte di controllare la respirazione, NdA) la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: faccio dello stoicismo il mio corpo.

Non ho occhi: faccio del lampo i miei occhi.

Non ho orecchie: faccio della sensibilità le mie orecchie.

Non ho membra: faccio della mia prontezza i miei arti.

Non ho leggi: faccio della mia difesa la mia legge.

Non ho strategia: faccio del diritto di uccidere e di ridare vita la mia strategia.

Non ho disegni: faccio della capacità di cogliere l'opportunità il mio disegno.

Non ho miracoli: faccio delle giuste leggi il mio miracolo.

Non ho principi: faccio dell'adattabilità, a tutte le circostanze, il mio principio.

Non ho tattiche: faccio del vuoto e della pienezza la mia tattica.

Non ho talento: faccio della prontezza della mia mente il mio talento.

Non ho amici: io faccio della mia mente il mio amico.

Non ho alcun nemico: faccio dell'avventatezza il mio nemico.

Non ho alcuna armatura: faccio della mia benevolenza la mia armatura.

Non ho castello: faccio della fermezza della mia mente il mio castello.

Non ho spada: faccio della mia mente la mia spada

mercoledì 4 aprile 2012

Essere come l'acqua



Dobbiamo essere come l'acqua. Anche se l'acqua è leggera e debole, essa ha la capacità di erodere lentamente la roccia. Inesorabilmente. L'acqua è compatta e rimane sempre uguale a sé stessa, non si modifica pur adattandosi, a differenza del legno, la pietra o qualsiasi altro materiale che può essere suddiviso in pezzi. Essa può tuttavia riempire qualsiasi contenitore, ed in particolare riempire il VUOTO di ogni contenitore. L'acqua può assumere qualsiasi forma, andare dovunque, anche negli anfratti più piccoli. Quando si suddivide in tante gocce, l'acqua ha ancora la capacità di riunirsi. Anche noi uomini dobbiamo imparare a riunirci, quando ci dividiamo (o ci facciamo dividere).
La nostra azione deve essere equilibrata e deve tendere al mantenimento dell'equilibrio, interiore ed esteriore.
La natura ce lo dimostra ogni giorno: il divenire (o, in termini occidentali, lo sviluppo) avviene solo quando i cicli naturali non vengono interrotti, ma difesi, conservati e agevolati. Tutto ciò che interrompe il ciclo, anteponendo altri interessi (ad esempio economici) al divenire individuale e sociale, è destinato a crollare.

Come una diga costruita contro l'acqua, e non per essa.

giovedì 22 marzo 2012

Bodhi e il leone marino



Bodhi aveva un problema. Questo problema aveva tante soluzioni. Questo problema, però, causava un disagio, a lui e a chi gli stava vicino.
Bodhi non si preoccupava del problema: tra le tante soluzioni, avrebbe trovato la migliore. La meno dolorosa, o la più rapida. Bodhi si preoccupava del disagio. Per quello non c'erano medicine o cerotti. Perchè il disagio è una ferita dello spirito. Non la più profonda. Non la più sanguinante. Ma pur sempre una ferita dello spirito. Come curarla?

Bodhi rifletteva su queste cose, affacciato al terrazzo della sua casa sul mare. Sapeva che il mare gli avrebbe dato una risposta. Un sentiero d'acqua da seguire. Invisibile agli occhi mortali, troppo presi a riconoscere i sentieri d'asfalto percorsi quotidianamente. I sentieri d'acqua durano un attimo, poi si cancellano. Appena arriva un'onda, tutto si cancella. E tutto ricomincia.
Bodhi vide una coppia di leoni marini. Una femmina, accompagnata dal suo cucciolo. La madre lo spingeva e lo tirava a se. Lo coccolava e lo difendeva. Eppure lui sembrava infastidito, sofferente. Sfinita dai vari tentativi, la madre lo spinse su uno scoglio piatto e si mise di fianco a lui.
Bodhi vide la scena. Vide questa madre vicino al suo piccolo sofferente. Gli sembrò che quella femmina di leone marino stesse singhiozzando, mentre prendeva l'acqua e bagnava il suo piccolo. Di tanto in tanto, la madre si buttava in acqua, prendeva un pesce e lo portava al piccolo. Risaliva sullo scoglio e lo accudiva. Attendendo.

Bodhi capì. La madre aveva fatto e faceva tutto il possibile per alleviare i fastidi del piccolo. Se avesse potuto, la femmina di sealion avrebbe preso si di sè quei fastidi, quei disagi, ma non poteva. Non era possibile. La natura, nella sua perfezione, aveva concepito anche l'attesa che tutto passi. Una attesa che non significava inerzia: la madre si impegnava, faceva tutto il possibile.
L'attesa che tutto passi.
L'attesa che il disagio finisca.
L'attesa che la ferita si rimargini.
L'attesa che giunga l'onda, a cancellare il sentiero e il dolore.
L'attesa che sorga una nuova alba, dietro l'ultima onda.

venerdì 24 febbraio 2012

Crescere è ricordare




Esattamente un mese fa sono diventato padre. E' nato mio figlio Federico.
E' cambiato qualcosa nella mia vita? Certamente si. Risposta scontata a una domanda banale. Come ogni banalità, però, se ci si sforza di approfondire, di indagare, di entrare nella foresta delle emozioni e delle sensazioni che ognuno di noi ha a difesa del proprio cuore, si vedrà COSA è cambiato.
Non parlo, ovviamente, del fatto che si dorme di meno, che gli orari cambiano come le abitudini, che il fulcro della giornata è rappresentato dalle sue esigenze. Questo lo sanno tutti. Su queste cose - pensate un pò - scrivono libri.

Parlo dei punti di osservazione. Dei luoghi su cui ci mettiamo per tentare di vedere, di sentire, di capire. Questi luoghi cambiano. Non sono più quelli di una volta. Si fanno più obliqui, per mettere meglio a fuoco le storture di questo mondo sghembo. E' da lì sopra, o da lì sotto, che riesci a vedere meglio le povertà dell'opulenza e la ricchezza della modestia. Della semplicità. Delle piccole cose. Del sorriso impossibile di una creatura che ha pochi giorni di vita, eppure sembra sapere già tutto. E tu pensi: vuoi vedere che crescere significa dimenticare? Vuoi vedere che quando nasciamo noi sappiamo già cosa conta in una vita e cosa è assolutamente superfluo?

Guardo Federico stretto a Rachele, guardo i suoi occhi verso il cielo o verso il seno della madre, e penso a questo. Non chiede altro che amore, calore, cibo e serenità. Un giorno, sul suo viso e nella sua mente compariranno, come è successo ad alcuni di noi, l'ambizione e la volontà di guadagnare di più, il desiderio di un vestito griffato o di un cellulare alla moda. Crescendo, non apprenderà cosa serve per vivere, ma lo dimenticherà. Gradualmente. Sarà pronto a rinunciare al cibo pur di comprarsi quella maglia o entrare in quel jeans. Sarà pronto, come alcuni di voi hanno fatto, a rinunciare all'Amore per la Carriera.

Ecco cosa è cambiato in me e per me, da quando è nato Federico.
Ho capito che più si cresce più si dimentica cosa sia realmente necessario.
Come padre, spero di riuscire a fare in modo che Federico, quando sarà grande, non abbia dimenticato.
Come padre, spero che Federico ricordi.

martedì 17 gennaio 2012

Auguri campione



70 anni. Muhammad Alì compie oggi 70 anni.
Il labbro di Louisville fu il suo primo soprannome, e lo accompagnò per tutta la carriera. Era solito saltellare sul ring e massacrare i timpani degli avversari con offese ed imprecazioni, prima di massacrarli coi pugni. Fu, infatti, l'iventore del trash talking. Vinceva gli incontri prima con le labbra e poi coi pugni. E' passato alla storia il suo martellamento psicologico ai danni di George Foreman in occasione della Rumble into the Jungle, il più famoso incontro di pugilato combattuto nel Novecento, che vide Alì battere Foreman a Kinshasa, in Zaire.
Fluttuava come una farfalla e pungeva come un'ape, Muhammad Alì nato Cassius Clay, nome che ripudiò perchè era un nome da schiavo, mentre Muhammad Alì fu il suo nome da musulmano, religione a cui si convertì ufficialmente il giorno dopo aver sconfitto Sonny Liston entrando nella Nazione dell'Islam, un gruppo radicale musulmano.
E la foto qui sopra celebra proprio quell'incontro: Alì che sovrasta Liston, il quale è già al tappeto nonostante sia passato un solo minuto dall'inizio del primo round.

Alì vinse anche la medaglia d'oro alle olimpiadi di Roma nel 1960, aveva una carriera davanti che sarebbe stata ancor più lucente, se non avesse deciso di mettere in discussione tutto poer i propri ideali: rifiutò di andare a combattere in Vietnam, "perchè nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro". Gli tolsero la licenza per combattere, lo denigrarono, lo misero sulla gogna. Ma alla fine, Alì risorse come un araba fenice.

Grazie Alì, per ciò che hai fatto sul ring, ma soprattutto fuori dal ring.

sabato 14 gennaio 2012

Estraneo



Ti hanno sempre insegnato che esistono solo due posizioni rispetto alla società in cui vivi: il conformismo e l’anticonformismo. Tu puoi essere come la maggioranza delle persone, oppure essere “anti”, cioè “contro” la maggioranza delle persone. Ti danno un modello di vita: tu puoi aderirvi o meno. E ti hanno detto che questa tua possibilità di scelta si chiama Libertà.
Non è vero. Ti hanno preso e ti prendono per il culo. La scelta di essere a favore o contro, conformista o anticonformista, non rappresenta una libertà, bensì un obbligo. Il Sistema ha bisogno della tua scelta, perché così può dimostrarti che sei libero di scegliere. Prova a non scegliere. Prova a negare la falsa contrapposizione tra conformismo e anticonformismo. Prova a dire, anzi a gridare, che conformismo e anticonformismo sono DUE mode, DUE modelli, DUE creazioni del Sistema. Prova a tirarti fuori dai due gruppi.
Prova a dichiararti Estraneo. Né con, né contro: semplicemente Estraneo. Perché tu sai che esiste una barricata. Da una parte il Sistema, i suoi servi e i suoi utili idioti. Dall’altra, gli Estranei. Una minoranza, certo. Ma sono le minoranze a cambiare la Storia. E’ sempre stato così, e sempre sarà così. Bisogna sempre diffidare dalle masse: esse sono volubili e facilmente influenzabili o comprabili. Pochi ma buoni, nella vita e nel lavoro. Se un libro è letto da milioni di persone non vuol dire che sia un capolavoro, anzi. Molto spesso è una boiata clamorosa che ha avuto successo commerciale solo perché stimola i principali istinti di pancia delle Masse. Un film campione di incassi non necessariamente è un'opera d'arte. Probabilmente, invece, è una cagata mostruosa zeppa di effetti speciali, luoghi comuni, trame scontate e qualche attore/attrice di grido. Essere eletto con milioni di voti non vuol dire essere un leader politico valido e utile alla comunità: i voti possono essere comprati e scambiati, e lo stesso Hitler fu democraticamente eletto.
Spesso definiamo “eccezionali” quei libri, quei film, o anche quelle persone. Eppure l’Eccezione è trovare un capolavoro apprezzato da milioni di persone.

Sii una Eccezione. Impegnati ad essere ciò che conferma la Regola. Non per puro gusto di essere un bastian contrario, tipico degli anticonformisti blasè che sono ormai professionisti dell’andare contro le regole perché “fa figo”. La grandezza sta nel capire se una Regola è giusta o sbagliata. Se è giusta, difenderla a tutti i costi. Come una trincea. Come un muro. Il famoso muro di cui ti ho già parlato. Se una Regola è sbagliata, lottare per cambiarla. Con ogni mezzo. Anche il più estremo.
Perché è meglio intendersi subito: la Storia non si cambia con le raccolte di firme e gli scioperi della fame. Né si può pensare che bastano due molotov per cambiare gli eventi. La costruzione di un progetto di opposizione politica, sociale o semplicemente esistenziale è un percorso lento, non istantaneo. Come un enorme grattacielo da cui guarderai il Mondo e le sue povertà mentali. Nessuno costruirà questo grattacielo per te. Sei tu che devi gettare le fondamenta. E’ arrivato il momento.

venerdì 13 gennaio 2012

Liebe und Ehre - Amore e Onore



Mi è sempre piaciuta la poesia. Ancor di più, mi piacciono i poeti. Le loro vite. La loro arte. E quel confine netto tra loro e la sedicente società civile. Poeta è colui che scrive le solite cose in un in modo, ricordalo bene. Essi non scoprono nulla. Essi svelano. Non creano niente. Distruggono: giudizi e pregiudizi, norme e codici del benpensare, conformismo e moderatismo. Il poeta non è un muratore, che costruisce edifici. Il poeta non è uno scienziato, che inventa una formula per salvare o annientare il Mondo. Il poeta vede. Tra le impercettibili sfumature della quotidianità, il poeta vede i bianchi. E i neri. Forse per questo ho sempre amato i poeti: perché mi vedevano. Mentre tutti mi ascoltavano, loro mi sentivano. Ed io sentivo loro, nonostante fossero morti anche duemila anni prima della mia nascita.

Uno dei generi più famosi di poesie è la lirica amorosa. Praticamente tutti i poeti si sono posti il problema dell’Amore. E della ricerca della famigerata rima migliore. “Cosa fa rima con amore?”, ci hanno chiesto fin dalle elementari. I più dolci hanno risposto “cuore”. I più romantici, “dolore” (e ciò dimostra che l’esser dolci e l’esser romantici sono due cose diverse, se non proprio opposte). Anche io mi sono posto questa domanda. E dopo trent’anni ho trovato la risposta. La MIA risposta. Onore. Amore fa rima con Onore.

L’Amore è la benzina della Vita. Come la benzina alimenta il motore, così l’Amore alimenta il Conflitto, cioè il motore della Vita.
La vita è lotta, conflitto. Ed ogni conflitto è generato dall’amore. Se non ami qualcosa o qualcuno, non combatteresti mai. E’ l’amore (per te stesso, per la tua famiglia, per il tuo popolo, per la tua terra, per le tue idee) che ti fa imbracciare una penna o un fucile. Indossare una maschera (come V per Vendetta) o un paio di guantoni (come Jim Braddock).
Lo stesso Odio è generato dall’Amore. Non esiste l’Odio puro. Tu odi solo ciò che mina l’esistenza tua e delle persone che ami. Se tu non amassi qualcosa o qualcuno, non conosceresti l’Odio. E siccome l’Odio è pericoloso, il Sistema cerca di indirizzarlo lontano da se stesso. E ti induce ad amare cose o persone per le quali, in realtà, non provi nulla. Ma sei lobotomizzato.
Amando ciò che ti dicono di amare, automaticamente odi ciò che loro vogliono farti odiare.

Tirati fuori da questo schema. Impara ad amare in maniera AUTONOMA. Trovala tu la parola, l’idea, il valore che fa rima con “amore”. Io ho trovato la mia rima personale. Onore.
Si può amare in tanti modi, non c’è dubbio. Io ho deciso di amare con Onore. Voglio, cioè, rendere quotidianamente onore a tutte le persone e le idee che amo. Voglio vivere una vita fiera, dove i vizi ed i peccati di una gioventù conforme siano stati abbandonati “dall’altra parte” del muro di cui ti ho parlato precedentemente.
Il filo spinato sono le mie idee. I miei valori. Amore ed Onore sono i miei fari. Dal punto di scontro tra ciò che ero e ciò che sono si sono salvati solo l’Amore e l’Onore. Perché sono forti. Il resto, distrutto e ormai inutilizzabile, è dall’altra parte del muro. E sta bene lì.
Vivere e amare con Onore. Schiena dritta. Testa alta. Se hai una idea, combatti per essa. Se ami una persona, sii pronto ad uccidere o ad essere ucciso. Se hai combattuto con Onore, il tuo nemico te ne renderà atto. La Storia dirà di te che hai vissuto con onore. E nel Valhalla ci sarò posto anche per te.

Nella mia vita precedente ho amato. E tanto, credimi. Ma senza onore. Mi sono macchiato di azioni disonorevoli. E devo alla mia grinta se oggi sono qui a parlare con te. Avrei potuto conformarmi. Farmi trascinare dalla corrente. Attendere sulle sponde del fiume. Far finta di niente. Essere come tanti altri. Superare i miei errori, senza imparare nulla da loro.
Invece no. Ho dichiarato guerra a me stesso. Mi sono sputato in faccia ed ho reagito. Ho raggiunto il mio punto di scontro. E alla fine sono risorto. Ed ho deciso di vivere, amare, essere a modo mio. In maniera Estranea.

giovedì 12 gennaio 2012

Punto di scontro



Dico a te.
A te che hai questo scritto tra le mani.
Non so niente di te. Quanto guadagni. Per chi voti. Per chi tifi. Se indossi o meno una divisa. Se sei giovane o anziano. Se hai figli o se sei figlio. Non so niente di te, tranne una cosa: hai questo libro tra le mani. Ed è mio dovere avvisarti che al termine di questo scritto, se mai questo scritto avrà una fine visto che l’ho cominciato oggi, tu dovrai fare una scelta fondamentale. Che riguarderà te e solo te.

“E’ nelle sfumature che si cela il segreto dell’esistenza”. Sono in molti a crederlo. Io no. E ti spiego perché. Le sfumature sono una scusa. Il tentativo di dare ad un punto di incontro, ad un tacito accordo, ad un atto di moderazione una valenza superiore. Tutti i colori del mondo sono sfumature. Rosso, giallo, blu, verde. Sono tutte gradazione diverse di una medesima scala. Anche i partiti politici attuali sono così: tutte gradazioni diverse della scala del Sistema. Fingono di essere in conflitto tra loro, come il marrone col rosso. Alla fine, però, stanno tutti sulla stessa tavolozza. Tutti dalla stessa parte della barricata. E tu, su quella tavolozza, non ci sei. Non c’è posto per te. A meno che…non diventi una sfumatura anche tu. A meno che tu non sfumi la tua essenza e la tua esistenza, le tue idee e le tue azioni. Se riesci a sfumare e a sfumarti, allora il posto per te si trova. Tra i rossi, forse. O tra i verdi. Non importa dove: il Sistema ti concede un posto sulla tavolozza, a patto che tu ti sfumi, che smetti di avere contorni netti, ben marcati, fortemente delineati.

Io no. Io odio le sfumature. Perché amo la nettezza. Se i colori sono tutte gradazioni diverse di una medesima scala, tale scala ha un inizio ed una fine. Un bianco e un nero. Ecco, io sto tra i neri. Io sono l’assenza di colore, quindi il colore più puro. Ed amo me stesso e gli altri pochissimi neri che nella mia vita ho incontrato. E sai che ti dico? Amo anche i bianchi. I miei opposti. Perché sono puri. Di una purezza uguale e contraria alla mia. I bianchi e i neri non ci vogliono stare sulla tavolozza del Sistema. I bianchi e i neri stanno dalla stessa parte della barricata. I bianchi ed i neri si combattono, perché la loro vita è lotta. I bianchi e i neri non cercano un punto di incontro, ma un punto di scontro. Perché solo dallo scontro, dal conflitto, dalla lotta, può sorgere la forza pura. Quella che consente a me di dirti ciò che penso fregandomene altamente del tuo giudizio. Perché io non ho scritto questo libro per avere un tuo giudizio. Non ho scritto questo libro per convincerti che io ho ragione. Io voglio solo farti fare una cosa che il Sistema non ti fa fare più: pensare. Riflettere. In maniera AUTONOMA. Ecco la parolina magica: autonomia.

Alla fine di questo scritto tu dovrai fare una scelta. Prima di allora, io ti dirò delle cose. Sono tutte cose che ho vissuto o che ho visto vivere a persone a me vicine. Parenti ed amici. Compagni di squadra o di militanza. Non farò filosofia né utilizzerò il tipico lessico ricercato da professorone. Con questi ed altri vizi del passato ho chiuso. Ho edificato un muro, che separa ciò che ero da ciò che sono. Nessuna sfumatura, né via di passaggio: un muro alto e solido. Su questo muro ho messo del filo spinato. Ed una scritta, in tedesco: Liebe und Ehre. Amore e Onore. Ora capirai perché.

Miles Hilton-Barber: seeing is believing



"Un giorno ho capito che il problema non era la cecità, ma il mio atteggiamento verso la cecità, molta gente ha una visione perfetta, magari 20 su 20, ma è lo stesso cieca, perché non riesce a vedere il proprio potenziale. Tutti possiamo fare di più di quello che pensiamo".

Miles Hilton-Barber ha perso la vista a 25 anni a causa di una patologia degenerativa. A 55 anni si è cimentato in un volo da Londra a Sidney in ultraleggero, percorrendo un tragitto di circa 21.700 km; in seguito è stato il primo non vedente a tentare di raggiungere in slitta l'Antartide. Nel 1999 ha attraverso il deserto del Sahara. Ha gareggiato nella maratona Siberian Ice Marathon, tra i ghiacci siberiani. Ha attraversato il deserto del Qatar in 78 giorni. Ha stabilito il record per il giro più veloce per un non vedente nel Grand Prix di Malaysia, su una Lotus a 200 km/ora. Ha scalato il Monte Bianco e il Kilimangiaro. Ha fatto il giro del mondo utilizzando 80 diversi mezzi di trasporto. Ha completato più di 40 "skydives" (tuffi dall’aereo con il paracadute).

Miles Hilton-Barber è uno sportivo inglese.
Miles Hilton-Barber è un non vedente.

Miles Hilton-Barber è una dimostrazione.

M.C.Q.: Mens CorpusQue



Mi sono lasciato andare. Fisicamente, intendo. Non faccio attività sportiva da più di un mese. Non ho alzato un peso. Non ho tirato un pugno al sacco. Non ho fatto una partita di calcetto nè una corsetta. Per uno come me, abituato da anni a fare con continuità attività sportiva, singifica crollare. Significa cominciare ad accusare dolori vari, ad essere affaticato dopo ogni sforzo, seppur minimo.

Significa guardarsi allo specchio e vedere un trentenne grassoccio che ha poco da dire e ancor meno da fare.


La bilancia stamattina ha emesso la sentenza: 99 kg. Per uno alto 180 cm, decisamente troppi. Anche perchè non parliamo di tono muscolare, ma proprio di grasso. Devo riprendermi.

Il problema, però, è sempre lo stesso: ho quasi sempre fatto sport collettivi, sport di squadra. Sono quindi abituato a quel piccolo rituale che condisce ogni allenamento o ogni match: le chiacchiere prima e dopo la partita, le pacche sulle spalle o i rimproveri dei compagni, la gioia o la rabbia nello spogliatoio.

Questa "dipendenza" dagli altri è nociva, perchè conduce all'inattività. Tutti hanno una vita, e non è mica facile conciliare le esigenze di tutti. Se aspetto ancora di trovare un compagno con cui fare footing o un gruppo con cui giocare a calcetto s-i-s-t-e-m-a-t-i-c-a-m-e-n-t-e, rischio di ritrovarmi tra sei mesi pieno di dolori e di affanni, e incapace di giocare con mio figlio (che sta per nascere).


L'epoca degli sport di squadra è finita. La vita prende il sopravvento. E la mia vita non mi concede routine di sorta. Non mi concede, ad esempio, l'allenamento il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 20 alle 21.

Non posso più avere giorni fissi o orari fissi. Quindi non posso avere compagni di allenamento o di squadra fissi. Non posso più avere nulla di fisso, di determinato.

Devo adattarmi, come l'acqua del fiume quando incontra uno scoglio sul suo percorso.

Devo usare il cervello e cuore, certo, ma anche i muscoli. Perchè serve tutto, nella vita.

Serve tutto.


Mens CorpusQue. Mente e Corpo.