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venerdì 20 giugno 2014

Voci dall'Ucraina resistente



Pubblico oggi un articolo tratto dal blog sull'Espresso di Nicolai Lilin, scrittore famoso per "Educazione Siberiana" e per altri splendidi romanzi.
In questo articolo c'è la traduzione di una Intervista ad una ragazza ucraina (clicca) che sta combattendo nella resistenza popolare contro il regime di Kiev. Un regime, è bene ricordarlo, sostenuto e finanziato dagli USA; un regime che si serve di squadre nazifasciste per assassinare il proprio popolo, "colpevole" di non sostenere il colpo di stato filoeuropeo realizzato due mesi fa.

“Buongiorno, mi chiamo Elena, mi trovo nella città di Slavyansk. Io vivo in questa città, sono nata e cresciuta qui. Sono entrata nella difesa popolare perché non potevo più sopportare l’orrore delle aggressioni che stiamo subendo. Nella nostra città non c’è luce, nelle case non c’è acqua, le persone vanno a prenderla dalle fontane.

L’esercito ucraino ci sta bombardando ogni giorno, per ordine della giunta golpista di Kiev. Stanno usando contro di noi l’artiglieria, gli aerei da guerra. Buttano le bombe sulle zone abitate. I cittadini rimangono senza le loro case, non hanno niente da mangiare, costretti a vivere nelle cantine. Intere famiglie, anche con bambini piccoli, vivono sotto terra. Non tutti sono riusciti a lasciare la città, qui è rimasta gran parte dei cittadini civili. Fino a quando dovremo sopportare queste ingiustizie? Com’è possibile che il governo mandi contro il proprio popolo un esercito composto da non si capisce chi: estremisti del Settore Destro (organizzazione neonazista ucraina sponsorizzata dal governo attuale, ndt), mercenari o semplicemente delinquenti comuni.

La propaganda ucraina dice che tra noi ci sono dei mercenari, dei ceceni, soldati di Kadirov. Io non ho ancora visto nessuno di loro. Noi siamo persone semplici, cittadini di Slavyansk, difendiamo la nostra città. Vogliamo vivere, non esistere, ma vivere.

Qui accadono cose terribili. Qualche giorno fa un aereo militare ucraino si è nascosto dietro un aereo civile di linea. Quando è passato sopra la città si è abbassato, ha bombardato una zona abitativa nelle vicinanze, un paesino che si chiama Semyonovka, e poi si è nascosto di nuovo dietro l’aereo con i civili a bordo. Noi l’abbiamo visto ma non abbiamo potuto abbatterlo, perché avremmo sicuramente potuto colpire anche l’aereo civile. L’esercito ucraino vuole provocarci per creare un caso mediatico, per poter dire che siamo terroristi che abbattono gli aerei civili.

Qui non ci sono terroristi, ci sono le persone semplici che sono uscite dalle loro case per difendere la loro città. Persone che non riescono più a sopportare tutto questo orrore. Qui ci sono bambini, ci sono anziani, veterani della Seconda Guerra Mondiale che sono costretti a rivivere momenti drammatici. E’ possibile che al governo non sia rimasto più niente di umano?”
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martedì 17 giugno 2014

Brazil 2014, la polizia addestrata dall'FBI



Vi posto oggi un articolo del sito Contropiano.org in cui si fa riferimento ad una notizia data da una agenzia di giornalismo brasiliana. Secondo tale agenzia, le forze dell'ordine brasiliane sarebbero state addestrate, al fine di fronteggiare gli annunciati scontri e rivendicazioni sociali di questi giorni, addirittura da agenti dell'FBI.

É quanto si apprende da un articolo apparso sul sito dell'agenzia di giornalismo d'inchiesta Agência Pública. Un mese prima dell'inizio delle partite, la Segreteria di Sicurezza Pubblica di Rio de Janeiro annunciò che era in atto un addestramento da parte degli agenti dell'FBI alle truppe “di choque”, i reparti antisommossa della polizia militare, e alle truppe del CORE, corpo speciale della polizia civile, per contenere le proteste previste per la Coppa del mondo di calcio.
Il corso di quaranta ore, frutto di una collaborazione offerta dall'ambasciata degli Stati Uniti, prevedeva la formazione per la gestione e il controllo delle folle, dei disordini civili, pianificazione delle operazioni, uso della forza, relazione con i media, uso di mezzi di intelligence e informazioni per identificare possibili atti e attori di vandalismo.
Il corso si è svolto anche in altre città del Brasile, come San Paolo, Brasilia e Fortaleza, oltre che, come si scopre grazie all'inchiesta, all'estero nel Centro di addestramento regionale a Lima, in Perù, e nell'Accademia internazionale per l'adempimento delle leggi (ILEA, in inglese)in El Salvador, entrambi centri di addestramento finanziati dagli USA.
La collaborazione si è scoperta essere parte in un piano di formazione della polizia per i grandi eventi, in vista dei mondiali e delle prossime Olimpiadi di Rio, cominciata nel 2012 e interamente pagata dagli Stati Uniti, al quale han partecipato più di ottocento poliziotti.
L'inchiesta ha rivelato inoltre che uno dei corsi, “controllo marittimo del terrorismo”, si è svolto in una sede di Academi, il nuovo nome della multinazionale Blackwater, la famosa agenzia di contractors statunitense.

Tra gli altri corsi, “relazioni con i media” con l'obiettivo di creare una collaborazione con la stampa per creare un “sentimento di fiducia nella società”, corso che ha visto la partecipazione di numerosi giornalisti; oltre che un corso di “investigazione digitale dei cellulari” tramite l'insegnamento sull'utilizzo di una tecnologia sviluppata da un impresa israeliana, la Cellebrite, creatrice del dispositivo UFED, capace di rubare tutti i dati dei cellulari di nuova generazione.
Le accademie internazionali ILEA, vennero create nel 1995 dal governo Clinton per rilanciare l'alleanza tra il Dipartimento di Stato americano e le polizie di vari paesi del mondo, con l'obbiettivo di difendere i cittadini statunitensi e gli affari di Washington.
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domenica 15 giugno 2014

La cortina di ferro di Washington in Ucraina



Vi posto oggi un articolo sulla situazione in Ucraina, tratto da Iskrae.eu e scritto da Diana Johnstone, autrice "Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions" (La crociata dei folli: Jugoslavia, NATO, e deliri dell'Occidente)

I leader della NATO in questo momento stanno mettendo in scena in Europa una farsa mirata, diretta a ricostruire una cortina di ferro tra la Russia e l’Occidente.

Con sorprendente unanimità, i leader della NATO fingono sorpresa per eventi pianificati con mesi di anticipo. Gli eventi che essi hanno deliberatamente innescato vengono travisati come un’improvvisa, sorprendente, ingiustificata “aggressione russa”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno intrapreso un’aggressiva provocazione in Ucraina che sapevano che avrebbe costretto la Russia, in un modo o in un altro, a reagire in termini difensivi.

Non potevano essere esattamente sicuri su come il presidente russo Vladimir Putin avrebbe reagito quando ha visto che gli Stati Uniti stavano manipolando il conflitto politico in Ucraina per installare un governo filo-occidentale intenzionato ad aderire alla NATO. Questa non era una mera questione di “sfere di influenza” sui “vicini prossimi” della Russia, ma una questione di vita o di morte per la Marina russa, così come una grave minaccia alla sicurezza nazionale sul confine della Russia.

Così facendo era stata tesa una trappola a Putin. Sarebbe stato dannato se avesse agito, e dannato se non avesse agito. Poteva reagire debolmente, e tradire fondamentali interessi nazionali della Russia, consentendo alla NATO di far avanzare le sue forze ostili in una posizione di attacco ideale.

O avrebbe potuto reagire in modo eccessivo, inviando forze armate russe ad invadere l’Ucraina. L’Occidente era preparato a questo, pronto a urlare che Putin è “il nuovo Hitler” e a invadere la povera, indifesa Europa, che poteva essere salvata (di nuovo) solo dai generosi americani.

In realtà, la mossa difensiva russa è stata una via di mezzo molto ragionevole. Grazie al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea si sentivano russi, essendo stati cittadini russi fino a quando Krusciov con leggerezza conferì il territorio all’Ucraina nel 1954, è stata trovata una soluzione pacifica e democratica. Gli abitanti della Crimea hanno votato per il loro ritorno alla Russia in un referendum che era perfettamente legale secondo la legge internazionale, anche se in violazione della costituzione ucraina, che era ormai a brandelli essendo stata appena violata dal rovesciamento del presidente regolarmente eletto del paese, Victor Yanukovich, facilitato da milizie violente. Il cambiamento di status della Crimea è stato raggiunto senza spargimenti di sangue, col voto popolare.



Ciò nonostante, le grida di indignazione dell’Occidente sono state altrettanto istericamente ostili come se Putin avesse reagito in modo eccessivo e sottoposto l’Ucraina ad una campagna di bombardamenti in stile Usa, o invaso il paese a titolo definitivo – cosa che essi avrebbero potuto aspettarsi che facesse.

Il Segretario di Stato John Kerry ha capeggiato il coro di ipocrita indignazione, accusando la Russia di quel tipo di cose che il suo governo ha l’abitudine di fare. “Non invadete un altro paese con falsi pretesti per affermare i vostri interessi. Si tratta di un atto di aggressione che è completamente inventato sulla base di pretesti”, ha pontificato Kerry. “E’ davvero un comportamento del 19esimo secolo nel 21esimo secolo”. Invece di ridere di questa ipocrisia, media statunitensi, politici ed esperti hanno zelantemente fatto proprio il tema dell’inaccettabile aggressione espansionistica di Putin. Gli europei hanno fatto seguito con una debole, obbediente eco.

E’ stato tutto pianificato a Yalta

Nel settembre 2013, uno dei più ricchi oligarchi ucraini, Viktor Pinchuk, ha pagato per un’elitaria conferenza strategica sul futuro dell’Ucraina che si è tenuta nello stesso palazzo a Yalta, in Crimea, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per decidere il futuro dell’Europa in 1945. L’Economist, uno dei mezzi di comunicazione delle élite riferendo su quello che definiva una “dimostrazione di diplomazia brutale”, ha dichiarato che: “Il futuro dell’Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, e dell’Europa si stava decidendo in tempo reale”. Tra i partecipanti, Bill e Hillary Clinton, l’ex capo della CIA generale David Petraeus, l’ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers, l’ex capo della Banca Mondiale Robert Zoellick, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, Shimon Peres, Tony Blair, Gerhard Schröder, Dominique Strauss-Kahn, Mario Monti, il presidente lituano Dalia Grybauskaite, e l’influente ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski. Erano presenti sia il presidente Viktor Yanukovich, deposto cinque mesi più tardi, che Petro Poroshenko recentemente eletto come suo successore. L’ex segretario all’Energia Usa Bill Richardson era lì per parlare della rivoluzione dello shale-gas che gli Stati Uniti sperano di utilizzare per indebolire la Russia sostituendo le riserve di gas naturale della Russia con i prodotti del fracking [fracking: controversa tecnica di fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (shale gas), ndt]. Al centro della discussione c’era il “Deep and Comprehensive Free Trade Agreement” (DCFTA) [Accordo di libero scambio globale e approfondito] tra l’Ucraina e l’Unione Europea, e la prospettiva di integrazione dell’Ucraina nell’Occidente. Il tono generale era euforico riguardo la prospettiva di rompere i legami dell’Ucraina con la Russia a favore dell’Occidente.

Un complotto contro la Russia? Niente affatto. A differenza del Bilderberg, gli atti non erano segreti. Di fronte a una dozzina di vip americani e un vasto campione dell’élite politica europea c’era un consigliere di Putin di nome Sergei Glazyev, che ha reso la posizione della Russia perfettamente chiara.

Glazyev ha iniettato una nota di realismo politico ed economico nella conferenza. Forbes ha a suo tempo riferito della “netta differenza” tra i punti di vista russi e occidentali “non sull’opportunità dell’integrazione dell’Ucraina con l’UE ma sul suo probabile impatto“. In contrasto con l’euforia occidentale, il punto di vista russo si basava su “critiche economiche molto specifiche e mirate” circa l’impatto dell’Accordo di scambio sull’economia dell’Ucraina, notando che l’Ucraina aveva un enorme disavanzo dei conti esteri, finanziato con prestiti esteri, e che il conseguente significativo aumento delle importazioni occidentali poteva solo ampliare il disavanzo. L’Ucraina “o farà default per i suoi debiti o richiederà un ragguardevole salvataggio”.

Il giornalista di Forbes concludeva che “la posizione russa è molto più vicina alla verità del felice chiacchiericcio proveniente da Bruxelles e Kiev”.

Riguardo l’impatto politico, Glazyev ha sottolineato che la minoranza di lingua russa nell’Ucraina orientale potrebbe proporre una divisione del paese in segno di protesta contro il taglio dei legami con la Russia, e che la Russia sarebbe legittimata a sostenerli, secondo il Times di Londra.

In definitiva, mentre pianificavano di incorporare l’Ucraina nella sfera occidentale, i leader occidentali erano perfettamente consapevoli che questa mossa avrebbe comportato seri problemi con gli ucraini di lingua russa, e con la stessa Russia. Piuttosto che cercare di giungere a un compromesso, i leader occidentali hanno deciso di andare avanti e di incolpare la Russia per qualsiasi cosa sarebbe andata storta. Per iniziare è andato storto che Yanukovich si sia spaventato di fronte al collasso economico implicito nell’Accordo di scambio con l’Unione Europea. Ha rinviato la firma, sperando in un accordo migliore. Dal momento che niente di tutto questo è stato spiegato chiaramente al pubblico ucraino, ne sono seguite adirate proteste, che sono state rapidamente sfruttate dagli Stati Uniti… contro la Russia.

L’Ucraina come un ponte … o come il tallone di Achille

L’Ucraina, che significa zona di confine, è un paese senza confini storici chiaramente stabiliti che è stato esteso troppo sia verso est che verso ovest. Responsabile di questo è stata l’Unione Sovietica, ma l’Unione Sovietica non esiste più, e il risultato è un paese senza un’identità unitaria e che emerge come un problema per sé stesso e per i suoi vicini.

E’ stata estesa troppo verso est, incorporando un territorio che potrebbe anche essere stato russo, nel quadro di una politica generale per distinguere l’URSS dall’impero zarista, allargando l’Ucraina a scapito della sua componente russa e dimostrando che l’Unione Sovietica era davvero una unione fra repubbliche socialiste uguali. Finché tutta l’Unione Sovietica era gestita dalla leadership comunista, questi confini non erano troppo rilevanti.

E’ stato esteso anche troppo verso ovest alla fine della seconda guerra mondiale. La vittoriosa Unione Sovietica ha esteso il confine dell’Ucraina per includere le regioni occidentali, dominate dalla città variamente denominata come Lviv, Lwow, Lemberg o Lvov, a seconda che appartenesse alla Lituania, alla Polonia, all’Impero asburgico o all’URSS, una regione che era un focolaio di sentimenti anti-russi. Questa mossa è stata senza dubbio concepita come difensiva, per neutralizzare gli elementi ostili, ma ha creato la nazione fondamentalmente divisa e dalle acque agitate che è oggi.

Il rapporto Forbes citato prima ha sottolineato che: “Per la maggior parte degli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha praticamente fatto un doppio gioco, dicendo all’UE che era interessata a firmare il DCFTA mentre diceva ai russi che era interessata ad entrare nell’unione doganale”. O Yanukovich non sapeva decidersi, o stava cercando di cavare la migliore offerta da ambo le parti, o stava cercando il miglior offerente. In ogni caso, non è mai stato “l’uomo di Mosca”, e la sua caduta è senza dubbio dovuta in gran parte al suo ruolo nel contrapporre le due parti a suo vantaggio. Il suo era un gioco pericoloso nel mettere in concorrenza le maggiori potenze.

Si può affermare con certezza che ciò di cui c’era bisogno era qualcosa che finora sembra mancare totalmente in Ucraina: una leadership che riconosce la natura divisa del paese e lavora diplomaticamente per trovare una soluzione che soddisfi sia le popolazioni locali e i loro legami storici con l’Occidente cattolico e con la Russia. In definitiva, l’Ucraina potrebbe essere un ponte tra Oriente e Occidente – e questa, per inciso, è stata proprio la posizione russa. La posizione russa non è stata di dividere l’Ucraina, tanto meno di conquistarla, ma di facilitare il ruolo del paese come ponte. Ciò comporterebbe un certo grado di federalismo, di governo locale, che finora è totalmente assente nel paese, con i governatori locali scelti non per elezione, ma dal governo centrale di Kiev. Una Ucraina federale potrebbe sviluppare relazioni sia con l’UE e mantenere i suoi vitali (e redditizi) rapporti economici con la Russia.

Ma questa intesa richiede la buona volontà occidentale a cooperare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno chiaramente posto il veto a questa possibilità, preferendo sfruttare la crisi per bollare la Russia come “il nemico”.

Piano A e Piano B

La politica Usa, evidente già nella riunione del settembre 2013 a Yalta, è stata condotta sul campo da Victoria Nuland, ex consigliere di Dick Cheney, vice-ambasciatore presso la NATO, portavoce di Hillary Clinton, moglie del teorico neocon Robert Kagan. Il suo ruolo di primo piano nelle vicende ucraine dimostra che l’influenza neo-con nel Dipartimento di Stato, stabilita sotto Bush II, è stata mantenuta da Obama, il cui unico contributo visibile al cambiamento in politica estera è stata la presenza di un uomo di origine africana alla presidenza, calcolato per impressionare il mondo con la virtù multiculturale degli Usa. Come la maggior parte degli altri recenti presidenti, Obama è lì come un temporaneo venditore di politiche realizzate ed eseguite da altri.

Come Victoria Nuland vantava a Washington, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza politica in Ucraina (la chiamano “promozione della democrazia”). Questo investimento non è “per il petrolio”, o per qualsiasi vantaggio economico immediato. I motivi principali sono geopolitici, perché l’Ucraina è il tallone d’Achille della Russia, il territorio con la maggiore capacità potenziale di causare problemi alla Russia.

Ciò che ha richiamato l’attenzione del pubblico sul ruolo di Victoria Nuland nella crisi ucraina è stato il suo uso di una parolaccia, quando ha detto all’ambasciatore Usa, “che si fotta l’Unione Europea”. Ma il polverone sul suo linguaggio scurrile ha fatto velo alle sue cattive intenzioni. La questione verteva su chi dovesse strappare il potere al presidente eletto Viktor Yanukovich. Con il partito del cancelliere tedesco Angela Merkel che promuoveva l’ex pugile Vitaly Klitschko come suo candidato. Lo sgarbato rifiuto della Nuland significava che gli Stati Uniti, non la Germania o l’Unione europea, dovevano scegliere il prossimo leader, e che non era Klitschko, ma “Yats”. Ed infatti è stato Yats, Arseniy Yatsenyuk, un tecnocrate di secondo piano sponsorizzato dagli Usa noto per il suo entusiasmo per le politiche di austerità del FMI e l’adesione alla NATO, che ha ottenuto il posto. Questo ha messo in piedi un governo sponsorizzato dagli Usa, spalleggiato nelle strade da una milizia fascista con poco peso elettorale ma un sacco di bestialità armata, nella condizione di gestire le elezioni del 25 maggio, da cui l’occidente russofono era in gran parte escluso.

Il piano A per il colpo di stato di Victoria Nuland era probabilmente di installare, rapidamente, un governo a Kiev che avrebbe aderito alla NATO, preparando così formalmente il terreno agli Stati Uniti per impossessarsi della base navale russa sul Mar Nero di Sebastopoli in Crimea, indispensabile per la Russia. La reintegrazione della Crimea nella Russia era la necessaria mossa difensiva di Putin per evitare ciò.

Ma la mossa Nuland era in realtà uno schema che prevedeva la vittoria in ogni caso. Se la Russia non fosse riuscita a difendersi, rischiava di perdere l’intera sua flotta meridionale – un disastro nazionale totale. Se, d’altra parte, la Russia avesse reagito, come era più probabile, gli Usa avrebbero avuto in tal modo una vittoria politica il che era forse il loro obiettivo principale. La mossa totalmente difensiva di Putin è presentata dai principali mezzi di informazione occidentali, a cui fanno eco i leader politici, come un ingiustificato “espansionismo russo”, che la macchina della propaganda paragona a Hitler che invade la Cecoslovacchia e la Polonia.

Così una sfacciata provocazione occidentale, utilizzando la confusione politica ucraina contro una Russia sostanzialmente difensiva, è riuscita sorprendentemente a produrre un cambiamento totale nello Zeitgeist artificiale prodotto dai mass media occidentali. Improvvisamente, ci viene detto che “l’Occidente amante della libertà” si trova di fronte alla minaccia del “aggressivo espansionismo russo”. Una quarantina di anni fa, i leader sovietici si illusero che questa loro pacifica rinuncia avrebbe potuto portare ad una collaborazione amichevole con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Ma quelli negli Stati Uniti che non hanno mai voluto porre fine alla guerra fredda si stanno prendendo la rivincita. Non importa il “comunismo”; se, invece di propugnare la dittatura del proletariato, l’attuale leader della Russia è per certi versi semplicemente vecchio stile, i mezzi d’informazione occidentali possono tirarne fuori un mostro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico da cui salvare il mondo.

Il ritorno del racket della protezione

Ma prima di tutto, gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia come un nemico, allo scopo di “salvare l’Europa”, che è un altro modo per dire, continuare a dominare l’Europa. I decisori politici di Washington sembravano preoccupati che lo slancio di Obama verso l’Asia e il disinteresse per l’Europa potesse indebolire il controllo Usa sui suoi alleati della NATO. Il 25 maggio le elezioni al Parlamento europeo hanno rivelato una grande disaffezione verso l’Unione Europea. Questa disaffezione, in particolare in Francia, è legata ad una crescente consapevolezza che l’UE, lungi dall’essere una potenziale alternativa agli Stati Uniti, è in realtà un meccanismo che incatena i paesi europei alla globalizzazione definita dagli Usa, al declino economico e alla politica estera degli Stati Uniti, alle guerre e a tutto il resto.

L’Ucraina non è l’unica entità che è stata sottoposta ad una tensione eccessiva. Così è stato per l’UE. Con 28 membri diversi per lingua, cultura, storia e mentalità, l’UE non è in grado di accordarsi su nessun’altra politica estera che non sia quella imposta da Washington. L’ampliamento dell’UE agli ex satelliti dell’Europa orientale ha completamente infranto qualsiasi profondo consenso che avrebbe potuto esserci tra i paesi della Comunità Economica originale: Francia, Germania, Italia e Benelux. La Polonia e gli Stati baltici vedono l’adesione all’UE come utile, ma i loro cuori sono in America – dove molti dei loro leader più influenti sono stati istruiti e formati. Washington è in grado di sfruttare la nostalgia anti-comunista, anti-russa e persino filo-nazista dell’Europa nord-orientale per agitare il falso grido che “i russi stanno arrivando!” al fine di ostacolare il crescente partenariato economico tra la vecchia UE, in particolare la Germania, e la Russia.

La Russia non è una minaccia.Ma per i rumorosi russofobi negli Stati baltici, nell’Ucraina occidentale e nella Polonia, l’esistenza stessa della Russia è una minaccia. Incoraggiata dagli Stati Uniti e dalla NATO, questa endemica ostilità è la base politica per la nuova “cortina di ferro” intesa a conseguire l’obiettivo enunciato nel 1997 da Zbigniew Brzezinski in La Grande Scacchiera: mantenere il continente eurasiatico diviso per perpetuare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. La vecchia guerra fredda serviva allo scopo, consolidando la presenza militare degli Usa e l’influenza politica nell’Europa occidentale. Una nuova guerra fredda può evitare che l’influenza Usa sia vanificata da buone relazioni tra l’Europa occidentale e la Russia.

Obama è arrivato in Europa ostentatamente promettendo di “proteggere” l’Europa basando più truppe in regioni il più possibile vicine alla Russia, e ordinando al tempo stesso alla Russia di ritirare le proprie truppe, sul proprio territorio, ancora più lontano dalla travagliata Ucraina. Questo sembra pensato per umiliare Putin e privarlo del sostegno politico interno, in un momento in cui stanno crescendo le proteste in Ucraina orientale contro il leader russo perché li abbandona ai killer inviati da Kiev.

Per stringere la morsa Usa sull’Europa, gli Stati Uniti stanno usando la crisi artificiale per esigere che i suoi alleati indebitati spendano di più nella “difesa”, in particolare nell’acquisto di sistemi d’arma Usa. Sebbene gli Usa siano ancora ben lontani dall’essere in grado di soddisfare le esigenze energetiche dell’Europa dal nuovo boom Usa del fracking, questa prospettiva viene salutata come un sostituto alla vendita di gas naturale della Russia – stigmatizzato come “un modo di esercitare pressione politica”, qualcosa di cui le ipotetiche vendite energetiche Usa si presume siano esenti. Vengono fatte pressioni sulla Bulgaria e anche sulla Serbia per bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, che porterebbe il gas russo nei Balcani e nell’Europa meridionale.

Dal D-Day al Dooms Day

Oggi, 6 giugno, il settantesimo anniversario dello sbarco del D-Day viene rappresentata in Normandia come una gigantesca celebrazione della dominazione americana, con Obama alla testa di un cast stellare di leader europei. Gli ultimi anziani soldati e aviatori sopravvissuti sono presenti come i fantasmi di un’epoca più innocente, quando gli Stati Uniti erano solo all’inizio della loro nuova carriera di padroni del mondo. Essi erano reali, ma il resto è una farsa. La televisione francese è inondata dalle lacrime dei giovani abitanti dei villaggi in Normandia a cui è stato insegnato che gli Stati Uniti sono una specie di angelo custode, che ha inviato i suoi ragazzi a morire sulle coste della Normandia per puro amore per la Francia. Questa immagine idealizzata del passato è implicitamente proiettata sul futuro. In settant’anni, la guerra fredda, una narrazione dominante propagandistica e soprattutto Hollywood hanno convinto i francesi, e la maggior parte dell’Occidente, che il D-Day è stato il punto di svolta per la vittoria nella seconda guerra mondiale e che ha salvato l’Europa dalla Germania nazista.

Vladimir Putin è venuto alla celebrazione, ed è stato accuratamente evitato da Obama, auto-nominatosi arbitro della Virtù. I russi stanno rendendo omaggio all’operazione D-Day che liberò la Francia dall’occupazione nazista, ma essi – e gli storici – sanno ciò che la maggior parte dell’Occidente ha dimenticato: che la Wehrmacht fu sconfitta concretamente non dallo sbarco in Normandia, ma dall’Armata Rossa. Se il grosso delle forze tedesche non fosse stato inchiodato a combattere una guerra persa sul fronte orientale, nessuno celebrerebbe il D-Day come lo si celebra oggi.

Putin è ampiamente accreditato come “il miglior giocatore di scacchi”, che ha vinto il primo round della crisi ucraina. Egli ha senza dubbio fatto il meglio che ha potuto, di fronte alla crisi impostagli. Ma gli Usa hanno schiere intere di pedine che Putin non ha. E questo non è solo un gioco di scacchi, ma di scacchi combinati con il poker e con la roulette russa. Gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi rischi che i più prudenti leader russi preferiscono evitare… il più a lungo possibile.

Forse l’aspetto più straordinario della farsa attuale è il servilismo dei “vecchi” europei. A quanto pare abbandonando tutta la saggezza accumulata dall’Europa, tratta dalle sue guerre e dalle sue tragedie, e persino inconsapevoli dei propri interessi, gli attuali leader europei sembrano pronti a seguire i loro protettori americani verso un altro D-Day … dove D sta per Doom [Doomsday: fine del mondo o, in generale, evento catastrofico, ndt] .

Può la presenza in Normandia di un leader russo in cerca di pace fare la differenza? Basterebbe che i mezzi d’informazione di massa dicessero la verità, e quanto all’Europa che producesse dei leader abbastanza saggi e coraggiosi, perché l’intera macchina da guerra finta perda la sua lucentezza, e perché emerga la verità. Un’Europa pacifica è ancora possibile, ma per quanto tempo?


martedì 10 giugno 2014

Brasile 2014, le violenze fisiche e morali del Sistema



Centinaia di operai morti per costruire stadi che non saranno pronti in tempo. Il caro biglietti che preclude a milioni di persone la possibilità di andare allo stadio per assistere a una partita. Comunità di indios cacciate con la violenza dalla loro terra e dai loro luoghi sacri perché "ostacolano il progresso" rappresentato dal Mondiale. Azioni di polizia nelle favelas che assomigliano ad azioni di pulizia etnica.
Queste sono solo alcune sezioni della scenografia che sta dietro a quel grande carrozzone che si chiama Mondiali Fifa 2014. Le più visibili, forse. Le più stomachevoli, sicuro. Pur non volendo usare le categorie della morale, non possiamo però ignorare l'immoralità e la violenza che ampie fasce della popolazione brasiliana hanno dovuto subire per la realizzazione di questo circo (sempre più mediatico e pubblicitario, sempre meno sportivo e popolare) che, secondo la poco amata presidentessa Rousseff, rappresenta "una irripetibile occasione" per il Brasile.
Quando un politico lascia intendere, o dichiara apertamente, che l'organizzazione di un evento sportivo rappresenti una "irripetibile occasione di sviluppo" per un Paese, significa che la Politica è morta, lasciando spazio alla politica. Non è solo un gioco di maiuscole e minuscole: è l'essenza della struttura sociale dei paesi capitalistici, in cui la Politica deve cedere il passo all'Economia e alla Finanza. I mondiali in Brasile rappresentano una irripetibile occasione non per i brasiliani, non per gli esclusi, non per gli ultimi, non per i disoccupati, non per gli indios, ma per gli speculatori, gli sponsor, le multinazionali, la Fifa, il Sistema.

La scenografia, di per sé già disgustosa, aveva bisogno di un ulteriore schizzetto di merda. Ed eccolo servito. Mentre i portoghesi soffrono la fame, i calciatori della nazionale portoghese (tra cui il celeberrimo Cristiano Ronaldo) avranno camere ultralusso con specchi riscaldati e cuscini profumati di camomilla. Mentre l'Italia versa in condizioni economiche disastrose (stipendi fermi da anni, disoccupazione oltre il 13%, più del 60% dei giovani del Sud non ha lavoro), la spedizione azzurra in Brasile sarà quella più costosa tra le 24 che parteciperanno al mondiale. Giusto per fare qualche esempio: gli atleti italioti dormiranno in camere singole con letti matrimoniali al "modico" prezzo di 350 € a notte, avranno a disposizione ottanta asciugamani bianchi di pregio e nel ritiro azzurro saranno installati  esclusivamente televisori da 46 pollici.

E noi? Noi miliardi di poveri cristi che non possiamo permetterci i prezzi dei biglietti dello stadio e che non abbiamo i soldi per la pay tv? Noi non siamo stati invitati al Mondiale. Questo spettacolo non è per noi. Gli italiani, ad esempio, dovranno accontentarsi di vedere al massimo una partita al giorno in chiaro sulla RAI.
Quando ci saranno scontri di piazza in Brasile, non vi stupite. Non vi scandalizzate. Non fate i benpensanti. Adesso sapete il perché.
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domenica 1 giugno 2014

Turchia, riesplode la protesta a piazza Taksim



Vi posto un articolo di Contropiano.org sui fatti di ieri in Turchia. Per l'ennesima volta, il regime del premier Erdogan ha soffocato nella violenza di stato le manifestazioni popolari, indette per il primo anniversario della rivolta di Gezi park.

Ore e ore di scontri a Istambul, decine di feriti e centinaia di arresti: il pugno di ferro del premier turco Recep Tayyip Erdogan ha trasformato il primo anniversario della grande rivolta di Gezi Park in una giornata di violenza. 
La Piattaforma Taksim aveva invitato a manifestare pacificamente alle 19 nella Piazza simbolo e in molte altre città del Paese muniti di fiori e, simbolicamente, di libri per ricordare gli otto manifestanti uccisi durante le grandi proteste per più libertà e democrazia della primavera 2013. Ma il premier islamico ha vietato ogni concentrazione e questa mattina ha avvertito che chi avesse manifestato sarebbe stato arrestato: "Alle nostre forze di polizia sono state date istruzioni chiare. Faranno tutto ciò che è necessario".

Più di 25mila agenti appoggiati da 50 blindati Toma sono stati dislocati nel cuore di Istanbul per impedire qualsiasi manifestazione. Ma nonostante il divieto di Erdogan, decine di migliaia di persone a Istanbul, Ankara, Antalya, Adana e in altre città sono scese in piazza. Le forze anti-sommossa sono intervenute con brutalità su viale Istiklal, l'isola pedonale lunga due chilometri che rappresenta il cuore della Istanbul laica e progressista; ma anche a Cihangir, a Kadikoy, nel quartiere alevita di Gazi, con lacrimogeni, cannoni ad acqua e pallottole di gomma per impedire che i manifestanti si avvicinassero alla piazza.

La polizia ha stavolta preso di mira direttamente anche i giornalisti stranieri, dando di nuovo un'impressione di assoluta impunità. Ad Ankara un fotoreporter italiano, Piero Castellano, e' stato colpito da un candelotto lacrimogeno esploso dalla polizia turca che è intervenuta con la forza ieri pomeriggio. Il corrispondente della Cnn Ivan Watson è stato arrestato in diretta da un gruppo di poliziotti in borghese. 
Il cronista è stato strattonato per la giacca e portato via, in diretta, insieme a tutta la troupe. Sono stati liberati dopo mezz'ora. Watson ha detto di essere stato percosso. Altri giornalisti hanno denunciato violenze.

Questo è il regime turco che l'Occidente ha incensato per anni.
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giovedì 22 maggio 2014

Il volto umano del renzismo



Vi posto un articolo del Collettivo Militant, sezione della rete comunista Noi Saremo Tutto. In questo articolo si parla del clima repressivo che si sta respirando a Roma (ma non solo), che si sta acuendo con l'approssimarsi delle elezioni europee. Elezioni che non servono a niente e che non cambieranno niente, visto che il Parlamento europeo non conta un cazzo e le decisioni vengono presi dalla Commissione. Invece di pensare a questa Europa, indecente e dannosa, pensiamo alle lotte sociali nei nostri territori, nei nostri quartiere, nelle nostre piazze, nelle nostre strade. Pensiamo al diritto all'abitare, alla lotta alle privatizzazioni, al contrasto ai licenziamenti, all'antifascismo e all'antirazzismo militante. NESSUNO pensa a queste cose. Non Renzi, non Berlusconi, non Grillo, non Vendola.

Anche ieri, un’occupazione abitativa sgomberata a San Paolo, senza alcuna mediazione o trattativa possibile. Il giorno prima, l’arresto in piazza di Paolo Di Vetta e a seguire di Luca Fagiano, dirigenti dei movimenti di lotta per la casa, accusati di aver partecipato alla manifestazione del 12 aprile, violando per questo lo spirito delle misure cautelari ancora in corso. Per non dire dello sgombero della Montagnola, di Godot e delle altre occupazioni lo scorso mese, o gli arresti di febbraio. Il clima politico è quello della fine di ogni margine di trattativa, lo scontro è totale e la mediazione politica inesistente. I pochi assessori o consiglieri “amici” e “vicini ai movimenti” ogni volta si lavano le mani da un problema che dicono chiaramente non avere il potere di risolvere o mediare. In tutto questo, bisogna anche rilevare il ridimensionamento del ruolo della Digos quale apparato di mediazione tra intervento della polizia e movimenti. In piazza o sotto un palazzo occupato sta venendo meno anche quel livello di trattativa che il dialogo con la Digos permetteva, riuscendo ad evitare il confronto esclusivamente muscolare fra repressione e compagni, nonché impendendo – a volte e in determinati frangenti – l’accanirsi repressivo dei PM. Oggi il PM Albamonte rappresenta il simbolo di un potere repressivo che agisce senza più alcun vincolo, libero di calcare la mano senza alcuna remora, perché politicamente l’indicazione è quella di risolvere una volta per tutte la questione sociale della nostra città e del paese intero senza margini alla comprensione politica delle mobilitazioni. Se questo è il nuovo terreno che ci si presenta di fronte, la partita va giocata all’attacco ma senza avventurismi, perché questi non verranno più tollerati come in passato.

Che il responsabile politico di questo nuovo corso repressivo sia il PD ci sono pochi dubbi. Piuttosto, sta proprio nell’aver individuato coscientemente nel Partito Democratico il problema politico principale, che ha prodotto questa situazione. E’ l’aver portato avanti un discorso politico, e averlo trasformato in iniziativa politica contro il PD, che ha mutato l’ordine della cose. Il PD non può essere contestato perché rappresenta l’ossatura dello Stato e del discorso europeista, oggi l’unico collante politico di una serie di interessi molto più grandi del nostro piccolo paese, nonché l’unico argine alla deriva verso l’insignificanza internazionale dell’Italia. L’alternativa al PD oggi, per le classi dirigenti, non esiste. Di certo non costituiscono una possibile alternativa la Lega Nord sempre più fascistizzata di Salvini, o il partito di Berlusconi in via di disfacimento; men che meno, il poujadismo piccolo borghese di Grillo, che si è dimostrato nei fatti non avere la credibilità e la capacità di modificare alcunchè nel paese. Oggi il PD è l’ultima speranza per un pezzo di capitalismo italiano di restare ancorato alle dinamiche internazionali. Un ruolo ridimensionato e sottoposto, ma che garantisce quel posto al sole legato alla UE necessario al grande capitale italiano nel processo di concentrazione industriale portata avanti da anni. Criticare il PD, dunque, significa scontrarsi con lo Stato dunque, non più con una forza politica. E’ giusto che sia così, ma bisogna essere all’altezza della situazione. Non è più dialettica politica, quanto un discorso di potere. E’ bene comprenderlo subito, altrimenti la macchina repressiva spezzerà sul nascere ogni velleità antagonista dei nuovi movimenti.

Detto questo, oggi abbiamo deciso di annullare l’iniziativa di dibattito di Vota Nessuno. Impossibile continuare come niente fosse di fronte all’arresto di un partecipante all’iniziativa, ma soprattutto impossibile rimanere impassibili agli eventi di questi due giorni. E’ obbligatoria una risposta, e questa non può essere l’iniziativa come se niente fosse. E’ necessaria una presa di posizione militante, che avverrà oggi e che ci impedisce contemporaneamente di portare avanti il dibattito. In ogni caso viene mantenuto l’aperitivo-cena e la serata musicale dopo, perché la repressione ha un suo costo anche economico da sostenere, difficilissimo da onorare. Per tutto questo ci vedremo stasera al Lucernario Occupato, alla Sapienza, per condividere questi ragionamenti e molto altro ancora.

Paolo e Luca liberi!
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martedì 20 maggio 2014

Criminalizzare le curve per lavarsi la coscienza



Vi posto un interessante articolo tratto da La Gazzetta Palermitana, in cui viene sviluppato un tema fondamentale: il bisogno, la necessità per i perbenisti italici (e non solo) di trovare un "altro" da cui prendere le distanze per tutelare la propria presunta integrità morale. Un capro espiatorio verso cui riversare odio: gli ultras rispondono perfettamente a questa necessità.

Arriva puntuale, in determinate stagioni, proprio come l’influenza. O come una moda che periodicamente ritorna. Parliamo della campagna di criminalizzazione del mondo delle curve italiane scatenata il 3 maggio, data della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Abbiamo già scritto su come i media hanno dimostrato maggiore irresponsabilità dei tifosi nel raccontare, con una incredibile e imbarazzante quantità di falsità, una giornata piena di tensioni. Poi sono stati i giorni dei processi pubblici sui giornali cartacei e online e nei talk show (Giletti imbattibile nel festival del luogo comune). Sul banco degli imputati, senza diritto di replica e difesa, è finito il variegato mondo delle curve. Gli ultras: il male assoluto, la causa di tutte le sventure dell’italica società. Noi de La Gazzetta Palermitana.it non ci siamo uniti a questo coro stonato.

Fin da piccolo ho sempre provato molta diffidenza nei confronti di quanti tracciano una frettolosa linea divisoria tra buoni e cattivi, senza alcuna possibilità di analisi, di approfondimento e di critica. Spesso i professori alla lavagna dell’argomento in questione ne sanno poco, molto poco. Qui nessuno vuole fare l’avvocato difensore delle curve. Chi conosce il mondo ultras sa quanto esso non ami i salamelecchi. Vogliamo soltanto rilevare come sia in atto in Italia una corale azione di purificazione attraverso la criminalizzazione delle curve.

In psicoanalisi si chiama “catarsi” che l’enciclopedia Treccani definisce così: “processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da sistemazioni conflittuali, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo (abreazione)”. La messa in scena della demonizzazione delle curve serve all’intera società italiana per lavarsi la coscienza dalle sue colpe.

Il mondo ultras è violento. Eppure siamo nel Paese dei femminicidi, soprattutto tra le mura domestiche, delle morti provocate da risse per futili motivi, dei mostri che puntualmente appaiono nelle nostre città, dai morti sul lavoro causati spesso dall’incuria dei datori di lavoro. Per non parlare di certi sadici picchiatori che non portano al collo una sciarpa ma indossano una divisa per conto dello Stato. Risposta alla provocazione: non tutti gli agenti sono mele marce. Nuova provocazione: non tutti i frequentatori delle curve sono mele marce.

 Il mondo ultras è infiltrato dalla criminalità organizzata. Siamo nel Paese dove la “mafia spa” è la prima azienda più produttiva con utili pari a cinque manovre finanziarie. L’economia è infiltrata, la politica è infiltrata, persino le confraternite religiose (come dimostra un recente fatto di cronaca a Palermo). Insomma perché stupirsi per la presenza in curva di parenti di boss nel Paese di mafiopoli?

 Il mondo ultras è corrotto per via delle scommesse illegali e le manipolazioni delle partite. Non mi sembra che la corruzione in Italia sia una novità da circoscrivere agli stadi ed al tifo organizzato.

 Mettere in scena gli “orrori” provocati dagli ultras, spesso ingigantiti e non contestualizzati, sembra servire a tutti per lavarsi la coscienza. Come se noi tutti fossimo esenti da quei mali. Ironia della sorte, a puntare il dito contro quegli “avanzi di galera” sono proprio i settori della società che hanno tanto da farsi perdonare. Criminalizzare gli ultras per illuderci che il male del nostro tempo possa essere recintato senza alcuna contaminazione.

Il mondo delle curve è più semplicemente lo specchio della società, nelle sue facce migliori e peggiori. Chi vuole parlare di questo mondo deve conoscerlo dall’interno perché troppo complesso per affibbiargli banali categorie. Nelle curve (come nel resto della società) troverete un coacervo di pulsioni spesso contraddittorie: onore e infamia, passione e psicosi, violenza becera e cavalleria di altri tempi, solidarietà e avversione. E se invece di avventurarci in superficiali analisi, tipiche di trasmissioni come L’Arena, scomodassimo qualche grande pensatore contemporaneo scopriremo perché le curve sono un micidiale polo di attrazione per i giovani. Nel nostro tempo della “società liquida”, descritta dal grande sociologo Zygmunt Bauman, l’uomo postmoderno cerca corpi solidi a cui legarsi. Le curve forniscono un naturale immaginario identitario (i colori sociali, la territorialità) che la società globalizzata nega con una violenza subliminale. Sono processi e dinamiche sociali di “resistenza identitaria”, delineate da un altro gigante del pensiero sociologico quale Manuel Castells, che prendono forme incontrollabili. Sono tutte tematiche delicate e complesse che certo giornalismo attrezzato culturalmente solo per commentare il Grande Fratello, o la classe politica che (da una parte e l’altra) sfoggia personaggi come Scajola e Genovese, non sono in grado di capire.

 Se qualche “novello solone” provasse a conoscere il folle e variegato mondo delle curve cambierebbe idea. Alcuni conoscendo i lati più negativi odieranno ancora di più gli ultras, altri inizieranno a comprendere le reali dinamiche di questo ambiente rischiando di provare qualche colpevole simpatia. Di riflesso, sicuramente, spegnerebbero la tv alla vista di Giletti.

Un tedesco, tale Johann Wolfgang Goethe, scriveva: “non si possiede ciò che non si comprende”.
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sabato 10 maggio 2014

No Tav, colpevoli di resistere



Oggi si terrà una importante manifestazione in Valsusa. Come sempre, sarà un evento di Popolo: del popolo della Valle, ma anche del enorme popolo che da anni contrasta i progetti e i processi della globalizzazione capitalistica. Un popolo senza età e senza confini, variegato per lingue e colori, unito per una reale alternativa di società. In ogni territorio e con ogni mezzo, fino alla libertà.
Di seguito, il comunicato apparso oggi sul sito dei NoTav valsusini:

Siamo giunti al 10 maggio finalmente. Aspettavamo questa data in tanti perchè la voglia di ritrovarci tutti insieme per manifestare le nostre ragioni era veramente tanta. Oggi saremo in tanti e tante per esprimere la nostra solidarietà a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolo, incarcerati da dicembre con un’accusa assurda come quella di terrorismo. Siamo a Torino per Forgi e Paolo, per tutti gli oltre 1000 notav indagati in quattro anni . Sfileremo per una Torino che sappiamo comprendere le ragioni della lotta notav, ma domani sarà allarmata, terrorizzata ci viene da dire. Terrorizzata da l’ennesima blindatura attuata per far accrescere la nostra pericolosità agli occhi di tutti. Una strategia che ieri si è ben palesata con i betadefence intorno al palazzo di giustizia, con gli articoli di giornale, con l’elicottero della polizia che ha rovinato il bel tempo che maggio ci ha regalato.

4 ragazzi vengono accusati di terrorismo per, tutto da provare ancora, il danneggiamento di un compressore che ci risulta sia stato riparato e venduto, Vengono accusati loro quattro per spaventare un movimento intero, per far capire che opporsi a delle decisioni ingiuste e criminali può portarti in galera.

In questi anni la politica ha finito gli argomenti contro di noi, perdendo qualsiasi confronto. I tecnici favorevoli al Tav che hanno sempre rifiutato il confronto, hanno lasciato il passo agli esperti di ordine pubblico. In campo a rappresentare i governi di turno, quelli che hanno deciso democraticamente (!) la realizzazione della Torino Lione, ci sono le forze dell’ordine e i militari, con la magistratura che la fa da padrone indossando l’elmetto e diventando parte del conflitto.

Un’opera repressiva, una crociata, che ci sentiamo serenamente di dire che non sia disinteressata, basti pensare Alle strane amicizie del pm Rinaudo.

E’ senza paura, con coraggio e dignità che marceremo oggi per Torino, per chiedere la liberazione di tutti i notav, per ribadire il no ad un’opera inutile e dannosa, per il futuro di tutti.

Un’appello molto chiaro, Contro la vendetta di stato, per la giustizia. Con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, per tutte e tutti noi, è stato sottoscritto da centinaia di persone tra scrittori, attori, musicisti, docenti, semplici cittadini.

Siamo consapevoli delle difficoltà che abbiamo e che avremo, e il nostro slogan da Sarà Dura è divenuto da tempo A l’è Dura!

Ma state sicuri che non ci arrenderemo, e non lasceremo intentata nessuna battaglia, e anche oggi lo urlemo con tutta la forza:

Siamo Tutti Colpevoli di Resistere!
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venerdì 9 maggio 2014

Contro il reato d'opinione, anche noi vogliamo "Speziale libero"



Vi posto un interessante articolo redatto dal Collettivo Militant di Roma:

Il copione repressivo orchestrato dal circuito politico-mediatico, per giunta questo volta davvero condiviso da tutte le posizioni politiche – anche le meno sospettabili, ha raggiunto ieri il suo punto culminante, e cioè l’introduzione del reato d’opinione. Gennaro De Tommaso, ultras del Napoli, sarebbe stato oggetto di un provvedimento di divieto di accesso alle manifestazioni sportive (un Daspo di 5 anni!), nonché indagato dalla magistratura, per la maglietta indossata sabato scorso all’Olimpico, recante la scritta “Speziale Libero”. Anche altri tifosi del Napoli l’altro ieri sera, nella partita contro il Cagliari, sarebbero stati fermati e allontanati dallo stadio con l’unica accusa di indossare la maglietta incriminata. Bocciata da anni dal dibattito pubblico, quindi, la proclamazione del reato d’opinione è rientrata dalla finestra sfruttando il clima accusatorio verso il tifo organizzato, oggi più che mai terreno di sperimentazione di tecniche repressive da estendere al resto della società. Un fatto inaudito, che per fortuna ha smosso anche quegli esponenti liberali più coscienti, come il giornalista Enrico Mentana, che giustamente si diceva perplesso di un provvedimento disciplinare per la manifestazione di un’opinione, cioè la vicinanza ad un condannato in primo grado (qui la parte di trasmissione, di cui condividiamo al 100% le parole espresse). Ora, non solo la vicenda Speziale è uno dei molti buchi neri della giustizia italiana, ma qui siamo di fronte ad un salto qualitativo delle politiche repressive a dir poco epocale. Se dovesse passare senza intoppi, e anzi col malcelato compiacimento di una sinistra legalitaria distante anni luce dalle contraddizioni sociali che dice voler rappresentare, un domani (molto prossimo) quello stesso reato sarà utilizzato contro di noi, magari per una maglietta non conforme ai desideri del magistrato di turno, o per un’opinione discorde rispetto al politicamente accettabile. Oggi più che mai è necessario batterci non solo per la liberazione di Antonino Speziale, ingiustamente elevato a mostro pubblico da sbattere sui media nazionali garantendo l’impunità di Stato, ma solidarizzare con Gennaro De Tommaso, accusato illegalmente di aver espresso, tramite una maglietta, la vicinanza a Speziale e alla sua vicenda.


E’ necessario ribadire il concetto: se oggi passa in silenzio questo paradigma contro i tifosi organizzati, domani ce lo ritroveremo contro le organizzazioni politiche e sociali che portano avanti il conflitto nel paese. E quando fioccheranno denunce contro militanti politici solo per aver espresso un’opinione, per quanto radicale o anche opinabile, se non ci batteremo oggi per questi fatti con quale coerenza chiederemo solidarietà quando saremo noi sul banco degli imputati? Se oggi il mondo politico ci chiede di scegliere fra la legalità di Alfano e la presunta illegalità di Gennaro De Tommaso e di Antonino Speziale, oggi noi ribadiamo che non saliamo sul carro dei poliziotti di Stato. Speziale e De Tommaso liberi!
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domenica 4 maggio 2014

Calcio italiota, addio.



Se l'informazione italiana fosse realmente libera ed indipendente, la notizia del giorno dovrebbe essere che, in occasione di Napoli-Fiorentina, un tifoso della Roma avrebbe (il condizionale è d'obbligo in questi casi) sparato e ferito tre tifosi partenopei, di cui uno è in gravi condizioni.
I commenti post partita e le prime pagine dei giornali odierni, invece, focalizzano l'attenzione sul fatto che un capo ultras partenopeo, che si è operato per calmare la tifoseria napoletana, sarebbe figlio di un affiliato al clan Misso; che lo stesso capo ultras indossasse una maglietta su cui era scritto "Speziale libero" e "Libertà per gli ultras"; che Hamsik, il capitano del Napoli, è andato a parlamentare con gli ultras (e non si fa, Marek, non si fa...); che i tifosi del Napoli, durante l'invasione di campo al termine della partita, hanno sfottuto i fiorentini.
Ovviamente tutti omettono di parlare della notizia (ripetiamo, uno ha sparato a tre napoletani) e dimenticano l'opera di disinformazione e depistaggio che, da Repubblica alla Questura di Roma, è stata messa in campo subito: prima ci hanno detto che, a seguito di scontri tra opposte tifoserie, sono stati esplosi colpi di pistola; poi la Questura ha diramato un comunicato UFFICIALE, dicendo che gli spari non erano affatto collegati all'evento sportivo; poi i professionisti dell'antimafia (Sciascia mi perdonerà), tra cui il sempre pronto Roberto Saviano, hanno cominciato a sparare a zero su tutto il movimento ultras partenopeo ("Solo adesso vi accorgente che il tifo organizzato a Napoli è in mano alla camorra", ha twittato il romanziere); infine hanno stigmatizzato gli sfottò dei Napoletani sotto la curva dei fiorentini, dimenticando di citare i cori pro Vesuvio intonati dai viola durante tutta la partita.
Di Napoli-Fiorentina, intesa come partita di calcio, hanno parlato solo alcuni addetti ai lavori; gli altri analisti ed intellettuali italiani, cime come Simona Ventura per capirci, si sono sperticati nel palesare la loro arguta visione dei fatti: la partita non andava giocata, però è stato un bene che si sia giocata perché gli ultras - capitanati da un figlio di un camorrista - non volevano che si giocasse.
Come se non bastasse, anche i cittadini italioti, dopo essersi scandalizzati per i fischi a quella indegna marcetta denominata Inno nazionale, hanno cominciato a sparlare a vanvera e a sputare sentenze. Anche chi negli ultimi dieci anni è andato allo stadio solo in occasione della Partita del Cuore, anche chi non ha mai fatto una trasferta in vita sua, ha assecondato l'irrefrenabile istinto di dire la propria opinione. Informarsi prima di parlare, no? No. Sono italiani, ragionano così. E si scandalizzano se Hamsik parla con un capo ultras per una partita di calcio, mentre non si scandalizzano se un premier non eletto concerta con un condannato per evasione fiscale la riscrittura della Costituzione della Repubblica. Il verbo più usato ieri sera è stato "scandalizzarsi", seguito dall'aggettivo "scandaloso". 
E la tessera del tifoso? Non dimentichiamo che doveva servire proprio per "allontanare i violenti dal calcio", ed arrivava dopo decenni di autoritarismo e repressione: biglietti nominali, stop ai treni speciali, tornelli e doppio filtraggio negli stadi, flagranza differita, daspo, infine tessera del tifoso e articolo 9. Hanno risolto il problema? No, ovviamente no. Noi dicevamo anni fa, inascoltati, che la strada dell'autoritarismo e della repressione non avrebbe risolto, bensì aggravato, il problema della violenza legata al calcio. Io non ho potuto comprare il biglietto in curva nord perché non ho la tessera del tifoso (e non me la farò mai). Gli ultras napoletani e fiorentini erano tutti tesserati? No, anzi. Allora come hanno fatto ad avere i biglietti per lo stadio? Chi glieli ha venduti? 
A questa e a tante altre domande il Sistema Calcio non può rispondere. Perché, se rispondesse, cesserebbe di esistere. Il calcio ormai è un business, e non si può rischiare di farlo scomparire. E' anche un'ottima valvola di sfogo sociale (le persone scendono in piazza più per il calcio che per i licenziamenti), una straordinaria arma di distrazione di massa (chiacchiere da bar e complottismi come scienza esatta), un perfetto laboratorio di tecniche repressive e autoritarie.

A questo calcio, dopo la grande vittoria del mio amato Napoli, dico addio. Posso vantarmi di non essermi piegato al calcio moderno, di non aver ceduto alle tessere del cazzo e al complottismo delle moviole, che hanno ridotto lo sport più bello del mondo in un indegno spettacolo.
Preferisco dire addio a questo calcio, che adeguarmi alle vostre regole.
Preferisco dire NO e rimanere libero, che dire SI e obbedire.
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sabato 3 maggio 2014

Primo Maggio, scontri a Torino: il comunicato della FAI


La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà a Marco “Boba” e a tutte le vittime dell'aggressione delle forze dell'ordine al corteo del Primo Maggio a Torino. Nonostante le violenze e le provocazioni, tantissime persone, che non intendono subire lo sfruttamento del lavoro salariato, che si oppongono al razzismo, alla violenza poliziesca, al TAV, che non accettano che si acquistino gli F35, che occupano le case sfitte, insomma che non chinano la testa, hanno dato vita ad un corteo che ha strappato la giornata del Primo Maggio alle forze istituzionali.
Quanto avvenuto il Primo Maggio a Torino è l'ennesimo episodio che segna l'accentuarsi della violenza da parte dei sedicenti tutori dell'ordine, dopo quanto avvenuto il 12 aprile ed i giorni seguenti a Roma, dopo gli applausi agli assassini di Federico Adrovandi, dopo la morte di Riccardo Magherini nelle mani dei carabinieri.
La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana ribadisce l'impegno di tutta la Federazione per la riuscita della marcia popolare No TAV del 10 maggio a Torino, invitando tutti gli amanti della libertà a partecipare e a far partecipare; facciamo nostre le parole d'ordine della Federazione Anarchica Torinese:
Solidarietà a Marco, “Boba” arrestato nella Piazza del Primo Maggio. Una piazza di lotta. 
Lo vogliamo libero, vogliamo liberi tutti e tutte!
Vogliamo liberi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. 
Sabato 10 maggio marcia popolare No Tav a Torino
Appuntamento alle 14 in piazza Adriano.

Livorno 02/05/2014
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sabato 26 aprile 2014

Il senso di precarietà contagia la realtà



Anni fa dicevamo che la precarietà del lavoro si sarebbe tradotta in precarietà di vita. Ci rispondevano che eravamo disfattisti, conservatori, oppositori della modernità e del migliore dei mondi possibili. A nostra volta chiarivamo che un mondo migliore di questo fosse non solo possibile, ma persino necessario; e che di certo la precarietà come sistema di lavoro e di vita non poteva essere considerata "una innovazione progressista".
Abbiamo lottato, ben prima di Genova 2001 e anche negli anni seguenti. Abbiamo perso.

Oggi si legge, nascosto in qualche trafiletto della stampa di regime, di uno studio congiunto Confcommercio-Censis che dimostrerebbe quanto le famiglie italiane avvertano lo stato di precarietà: 8 famiglie su 10 "si sentono precarie".
Occhio alle parole: "si sentono" non vuol dire che "sono realmente" più precarie. Se ci pensiamo un attimo, questo dato è davvero preoccupante, in quanto il sentimento di un problema può condurre alle stesse conseguenze della reale esistenza dello stesso. Chi si sente precario si comporta esattamente come chi precario lo è davvero: esce poco di casa, sta attento a spendere, spesso compra roba e cibi scadenti (mettendo a rischio la propria salute e quella dei familiari), tende a chiudersi invece di socializzare, diventa egoista e conservatore. In una parola, si incattivisce. Otto su dieci significa 80 per cento: può un Paese fondarsi su una percentuale così alta di famiglie che si sentono a rischio, in pericolo, prive di stabilità? Anche i profeti del liberismo e della concorrenza, che stanno dalla parte opposta della barricata rispetto a me e a noi, non possono esimersi dal rispondere negativamente a questa domanda. 

Il fallimento delle politiche liberiste è sotto gli occhi di tutti. Chi lo nega ha seri problemi di comprendonio, oppure è in malafede. Tutto ciò che negli ultimi decenni ci hanno propinato come "innovazione", "progresso" e "riformismo", ci ha condotti a questo punto. Siamo fermi e abbiamo paura. 
Per questo non c'è da stupirsi se oggi o domani qualcuno reagirà, anche in maniera scomposta, a questo stato di cose.
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lunedì 14 aprile 2014

Questo Jobs Act è nato male



Partiamo da un presupposto: l'attuale mercato del lavoro è indecente. Se non abolito, andrebbe profondamente modificato. L'ultima idea in questo senso è il famoso - e famigerato - Jobs Act del governo Renzi. Esso è un tentativo di correggere alcune storture del mercato del lavoro italico, senza però intaccarne l'impianto strutturale e ideologico, visto che il liberismo che sottende tutte le riforme del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi") non viene minimamente messo in discussione. 
L'area anticapitalista, ovviamente, si è schierata contro questa ennesima (contro)riforma. Per pregiudizio ideologico? Chi non ci conosce, risponderebbe di si. Chi si informa tramite Repubblica o il Giornale, risponderebbe di si. Chi ci conosce, chi ci frequenta o magari milita nel campo anticapitalista (sia nelle componenti comuniste sia in quelle libertarie), risponderebbe di no: non è nostro costume criticare, con parole e azioni, senza prima aver spiegato PERCHE' una determinata riforma non ci piace.
Andiamo nel merito. Il dl 34/14, cioè il primo atto del Jobs Act renziano, prevede:

- che i contratti a termine potranno durare 36 mesi (e non più 12) e non sarà necessario giustificare le ragioni tecniche o produttive della temporalità del rapporto di lavoro;
- che, durante questi 36 mesi, i contratti potranno essere rinnovati fino a 8 volte (e non più una).
- che la percentuale di lavoratori a termine non potrà superare il 20% del totale, ma nei fatti questa limitazione viene facilmente aggirata grazie alle eccezioni previste nell'art. 10 del dl 368/011 (vedi nota 1).
- che, per i contratti di apprendistato, viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene inoltre eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”. 
- una retribuzione per gli studenti che svolgono l’apprendistato nell'ambito del proprio percorso formativo “per la qualifica e per il diploma professionale” pari al 35% di quella ordinaria (praticamente una miseria, quindi un incentivo per le aziende a far lavorare studenti sottopagandoli).

Ripetiamo: stiamo parlando solo del primo provvedimento del Jobs Act renziano. Se queste, però, sono le premesse... figuriamoci gli atti finali!
La lotta sociale contro questa ennesima controriforma, che favorisce precarietà e diminuzione dei salari, va sostenuta con ogni sforzo. Altro che cambiamento: il Jobs Act si inserisce perfettamente nel solco antisociale e liberticida del Sistema politico ed economico imperante.


*nota 1: "Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi: a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici; b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell'elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni; c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; d) con lavoratori di eta' superiore a 55 anni .”
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domenica 6 aprile 2014

L'UE ha approvato il prelievo forzoso dai nostri conti correnti

Il mio articolo per Insorgenza.it


Pochi giorni fa, il 19 marzo, l’Unione Europea ha messo nero su bianco la più grande truffa ai danni dei risparmi dei cittadini europei mai immaginata. Come hanno fatto? Semplice: il Consiglio, la Commissione e il Parlamento europei hanno raggiunto un compromesso sull’unione bancaria europea, da realizzarsi tramite il Meccanismo di Risoluzione Unico (SRM), che sarà operativo dal 2015. In pratica, due terzi dei 55 miliardi di euro del Fondo di Risoluzione Unico (SRF) possono essere usati dall’inizio e il 70% dopo tre anni. E da chi sarà finanziato il fondo? Dalle banche, ma non è chiaro se solo dalle 128 banche che fanno parte dell’Unione Bancaria o da tutte. Le casse di risparmio e le banche cooperative hanno già messo le mani avanti perché non intendono salvare le grandi banche.

Questo, però, è solo il “secondo passo” per la realizzazione dell’unione bancaria. Il primo passo, invece, sarà attivo già da novembre di quest’anno: il Meccanismo di Supervisione Unico (SSM), che sarà indipendente dai governi nazionali. Si, avete letto bene: indipendente. Ciò significa che il Consiglio europeo sarà interpellato solo se lo decide la Commissione e solo nel caso in cui la Commissione disapprovi le decisioni prese dalla BCE e dal Consiglio del SRM. Detto in parole povere: mai. Come è facile notare, il Parlamento europeo (dove risiederebbe la volontà popolare, secondo i liberaldemocratici di ogni ordine e grado) non viene minimamente interpellato, non esprime pareri vincolanti.

E i soldi dei cittadini, che stanno in queste banche? Senza porsi problemi o limiti, l’accordo prevede la possibilità di prelievo forzoso dei soldi dei cittadini, in quest’ordine:  le azioni, le obbligazioni e i risparmi al di sopra dei centomila euro. E se questi non bastano? Si scende, oppure si chiede un prestito alla Troijka europea. I governi nazionali non possono fare nulla per impedirlo, e i deputati europei che tra due mesi saremo chiamati a eleggere a Bruxelles non saranno nemmeno interpellati su questi temi.

A posto così.
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