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lunedì 10 febbraio 2014

"Marchionne assassino", e i benpensanti si scandalizzano



"Uccidono diritti, salari, operai. Marchionne assassino. Uniti di vince". É quanto scritto su uno striscione esposto da componenti del Comitato di lotta cassaintegrati e licenziati Fiat di Pomigliano, e disoccupati dei movimenti di Acerra, sulla strada antistante gli ingressi della fabbrica. ”Il riferimento – spiegano gli autori dello striscione – è ai suicidi avvenuti in questi anni di cig, ultimo quello di tre giorni fa del 43enne che si è impiccato ad Afragola”.

I manifestanti gridano slogan contro la Fiat e chiedono lavoro. Ma, all’esposizione dello striscione, lungo circa 20 metri,la fuga dei sindacati: gli iscritti dello Slai Cobas sono andati via così come gli attivisti della Fiom (alcuni dei quali avevano abbandonato il presidio già prima). I manifestanti, alcune decine, hanno anche cercato di bloccare le auto ed un pullman diretti allo stabilimento, ma sono stati bloccati dalle forze dell’ordine che hanno creato un varco per consentire il deflusso del traffico veicolare.

Lo stiscione sarà anche choccante, ma francamente dare torto agli operai è difficile. Nessun livello occupazionale è stato garantito dall’americanizzazione Chrysler modello Marchionne. Anzi, nonostante le parole di Letta e company, nessuna parola di rassicurazione è suonata nell’aria in questi giorni. E la guerra tra poveri in atto da mesi e che ha portato al suicidio di un cassintegrato è inaccettabile.

Com’è che nessuno si scandalizza di questo? Perché più che striscione shock, a noi sciocca il suicidio di Giuseppe, cassintegrato che per disperazione si è tolto la vita qualche giorno fa. Senza contare che quasi nessuno ha sottolineato che mentre gli operai manifestavano, dentro si faceva salotto. Nello stabilimento di Pomigliano, infatti, era in corso la presentazione di modelli da immettere sul mercato europeo nei prossimi mesi, con le anticipazioni ai concessionari del gruppo di restyling di auto da portare al salone di Ginevra, alla presenza di 700 concessionari italiani e stranieri.  Per accogliere i concessionari, il Lingotto aveva organizzato tutto alla perfezione, facendo arrivare poltrone e megaschermi, e blindando il reparto scelto per la convention dove, pare, nessuno degli operai al lavoro è potuto accedere. Solo qualche indiscrezione è trapelata: tipo che si costruirà tal Panda X proprio a Pomigliano. Ma sono voci, che al momento non danno nessuna risposta e nessuna certezza agli operai, che ormai vivono da anni in condizioni penose, ridotti alla fame.

”Mentre i lavoratori si ammazzano per la disperazione – denuncia Luigi Aprea, ex Rsu in fabbrica – la Fiat organizza mega eventi, quasi a dire ‘vogliamo stupirvi con effetti speciali’. Lo ha fatto in passato, annunciando rilanci industriali per questa fabbrica, mai avvenuto, e lo fa oggi. Ma noi siamo qui, con il rammarico nel cuore per aver salutato il nostro compagno Giuseppe, che si è ammazzato solo pochi giorni fa. Questo dramma rispecchia tutta la disperazione dei cassaintegrati: loro festeggiano tra scenografie colossali mentre sterminano i cassaintegrati. Non ci stiamo”. Come dargli torto? Il valzer dell’ipocrisia generale è servito: tutti titolano sullo striscione, ma nessuno si è scandalizzato per l’operaio suicida.

E’ l’Italia bellezza, che ti aspetti?

Lucilla Parlato, dal sito Insorgenza.it

venerdì 31 gennaio 2014

Il malloppo Fiat




Fiat addio, inglobata dal capitalismo mondiale. Sarà per questo che i portavoce di banche e poteri finanziari esultano, come si evince dalle prime pagine dei quotidiani economici italiani e stranieri. Si chiamerà “Fca”: Fiat Chrysler Automobiles il gruppo nato dalla fusione dell’azienda torinese e di quella di Detroit. E per pagare meno tasse e non sottostare all’oppressione dell’eurozona, avrà sede legale in Olanda, fiscale in Gran Bretagna e sarà quotata a Wall Street e Milano.
Per il principe ereditario di Gianni Agnelli, John Elkann, presidente di Fiat, “La nascita di Fiat Chrysler Automobiles segna l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia. Il viaggio che è iniziato più di dieci anni fa è culminato nell’unione di due organizzazioni, ognuna con una grande storia nel panorama automobilistico ma con caratteristiche e punti di forza geografici differenti e complementari. FCA ci permette di affrontare il futuro con rinnovata motivazione ed energia”. Esulta ovviamente il grande registra Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat e presidente e amministratore delegato di Chrysler Group: “Oggi è una delle giornate più importanti della mia carriera in Fiat e Chrysler. Abbiamo lavorato caparbiamente e senza sosta a questo progetto per trasformare le differenze in punti di forza e per abbattere gli steccati nazionalistici e culturali”.
L’Italia di governo e di lotta applaude, con qualche lievissimo dubbio sui destini dei lavoratori italiani sollevato dopo settimane di voci e conferme solo dalla leader della Cgil, Camusso. Gli altri sindacati si accodano alla claque, mentre a Pomigliano tra poche settimane e a Termini Imerese, a giugno, scadono le casse integrazioni degli operai Fiat.
Dopo tanti denari elargiti, insomma, a noi parrebbe il minimo che, almeno a livello sindacale, doveva essere chiarito il destino sui futuri livelli occupazionali del Paese e le ripercussioni, fiscali e salariali che si avranno a seguito dei trasferimenti all’estero della sede sia legale che fiscale della casa automobilistica torinese. Ma Letta e company, dopo aver ricevuto ieri Marchionne, non hanno ritenuto opportuno rilasciare dichiarazioni su questo.
Eppure, almeno dal 1975, gli stipendi degli operai italiani non sono stati pagati dalla Fiat ma dallo Stato italiano, ovvero da tutti noi. Cornuti e mazziati, dunque, con grande gioia degli eredi Agnelli, ieri immortalati a esultare con Marchionne ma non a dire un grazie al Paese che li ha mantenuti per decenni.
Si perché Fiat, in questi anni, è solo il nome che l'Italia ha dato all'assistenzialismo di Stato: si tratta, secondo dati elaborati dalla Uilm, di 200mila miliardi di soldi pubblici, che ne fanno l’azienda più assistita di sempre. 200mila miliardi, secondo il calcolo Uilm che includono le più variegate voci: dai contributi statali alle rottamazioni prodiane, dalla cassa integrazione per i dipendenti ai prepensionamenti, e ancora dalla mobilità lunga agli stabilimenti costruiti con i soldi pubblici (come quello di Melfi) o, di fatto, regalati dallo Stato (l’Alfa Romeo di Arese). Senza contare, in questi 200mila miliardi, delle “protezioni” del mercato dalla concorrenza straniera, o delle eccezionali agevolazioni fiscali, o ancora delle politiche di lungo corso sulla mobilità in Italia.
Il periodo nel quale è stata spalmata l’ingente cifra arriva ad oggi ma inizia nel lontano 1975, anno in cui la creatura degli Agnelli faceva registrare altri, più gloriosi record. Ad esempio lo stabilimento Mirafiori di Torino, con i suoi 50 mila operai, era allora il più grande del mondo e sfornava auto che avrebbero riempito le strade della Penisola (una su tutte, la “127”).
Dunque, secondo questi ingenti investimenti statali, oggi la Fiat avrebbe dovuto essere leader del mercato automobilistico mondiale, non emigrare altrove, spostare altrove la sua sede fiscale, la sua forza lavoro, i suoi investimenti.
Un computo del totale dei finanziamenti statali alla Fiat è stato fatto anche dalla Cgia di Mestre che ha condotto uno studio per il periodo dal 1977 al 2009, arrivando al totale di 7,6 miliardi di euro. Negli anni Ottanta, quando il mercato automobilistico globale attraversò un periodo di ristrutturazione, l’azienda di Torino prese 5,1 mld di euro dallo Stato Italiano. Nel decennio successivo fu la volta di investimenti e ristrutturazioni: 1,279 miliardi di euro per gli impianti di Melfi e Pratola Serra e 272,7 milioni di euro per la ristrutturazione degli impianti di Melfi e Foggia tra il 1997 e il 2003.
Il capitolo “incentivi alla rottamazione” vede un totale di 465 milioni di euro versati dallo Stato, a cui si aggiungono 1,15 mld di euro per gli ammortizzatori sociali nel periodo tra il 1991 e il 2002, voce questa che è stata sostenuta anche dalla Fiat e dai suoi lavoratori. In nome dell’italianità, Fiat è stata per oltre 70 anni l’unico fornitore di automezzi alla Pubblica Amministrazione, godendo di un vantaggio unico.
Addirittura i progetti di ricerca e sviluppo della Fiat sono finiti nel Piano Operativo Nazionale (Pon) “Ricerca e competitività” mediante fondi in parte europei, in parte nazionali, Nel maggio 2011 sono arrivati oltre 50 milioni di euro da parte del Cipe per tre società del Lingotto: 22,5 milioni alla Fiat Powertrain di Verrone (Biella), 18,7 all’Iveco di Foggia e 11,2 milioni alla Sevel di Chieti.
Ci sono poi le vendite o “svendite” che hanno visto Fiat acquisire nel 1986 lo storico marchio Alfa Romeo, detenuto dall’IRI, dopo una lunga battaglia con Ford, unito nello stesso anno nell’Alfa-Lancia Industriale, dopo la chiusura di Lancia, già acquisita dal Lingotto: la riorganizzazione del gruppo ha poi portato alle divisioni dei due marchi all’interno del gruppo Fiat Group Automobiles.
Di italiano alla Fiat oggi invece non resterà manco il nome: a Londra, dove sarà la sede fiscale, il gruppo potrà pagare meno tasse sui dividendi, a causa di un sistema defiscalizzato. La nuova quotazione in Borsa a Wall Street porterà ricchezza al listino statunitense, a discapito di quello italiano. Il cambio di sede, lo ha ammesso candidamente Marchionne, e la trasformazione in una multinazionale che guarda più agli Usa che all’Italia, decreterà la nascita di posti di lavoro in altre nazioni dove la Fiat è stata delocalizzata in questi anni, vedi Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina, a discapito degli operai degli stabilimenti italiani. La nuova sede legale, in Olanda, ad Amsterdam, porterà un grande vantaggio per gli azionisti di maggioranza che avrebbero azioni con maggior valore in sede di assemblea, ma non certo all’Italia.
Del resto tutto questo non lo si scopre oggi e nulla è stato fatto per salvare almeno i livelli occupazionali italiani: due anni fa su Repubblica Federico Fubini spiegava che l’azienda di Torino versava meno contributi rispetto ai soldi erogati a suo favore per finanziare la cassa integrazione ai suoi lavoratori in mobilità. Nel 2012, sottolineava Fubini, c’era uno squilibrio di 1,6 miliardi nei conti di Inps per quanto riguarda la Cig: un buco saldato – manco a dirlo - dai soldi dei contribuenti. L’articolo de “La Repubblica” sottolineava infatti come questi soldi servissero sostanzialmente a finanziare la strategia di espansione all’estero del gruppo. Anche quello abbiamo pagato noi, insomma.
Se c’è da festeggiare, dunque, non è certo per il successo della Fiat, ma perché l’Italia si è liberata di uno dei più immondi baracconi industriali della sua storia, confermando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – l’assoluta inesistenza di una vera politica industriale, per cui oggi paghiamo ancora una volta le conseguenze di questo vulnus. Del resto la più importante fabbrica italiana che va via non è altro che lo specchio di questo Paese che non ci sta.

Lucilla Parlato, da Parallelo41

giovedì 30 gennaio 2014

Dopo oltre un secolo di sfruttamento, Fiat se ne va

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Adesso è ufficiale: nel 2014 nascerà Fiat Chrysler Automobiles (Fca), la nuova società sorta dalla fusione di Fiat e Chrysler. Avrà sede legale in Olanda e la residenza, a fini fiscali, nel Regno Unito. Sarà quotata alla borsa di New York, oltre che a Piazza Affari. Il CdA ha ratificato la decisione presa tempo fa da Marchionne: dopo aver sfruttato i denari, i territori e i cittadini della penisola italica, è giunto il momento propizio per andare a fare profitti altrove.

La Fabbrica Italiana Automobili Torino è stata una delle aziende private più aiutate dal Sistema Italia fin dalla nascita: si suole dire, senza esagerare, che l’Italia abbia “comprato la Fiat quattro volte”. In barba ad uno dei dogmi del capitalismo, cioè la non interferenza del Pubblico nell’economia e nella finanza, l’Italia ha riempito di miliardi le casse sempre agonizzanti del Lingotto. Come se non bastasse, ha creato e sostenuto un mercato interno che ha garantito alla Fiat introiti certi e una forte difesa dalla concorrenza.

Infine, ma potremmo dire “Innanzitutto”, la Fiat ha potuto sfruttare enormi fette di territorio (si pensi a Termini Imerese, splendida località prima dell’arrivo degli Agnelli, ed oggi ridotta a loco spettrale colmo di disperazione e disoccupazione) e un’ampia manodopera a basso costo, garantita da una emigrazione interna che possiamo considerare un vero e proprio esodo di popolo.

Eh si, perché se ci sono un territorio e un popolo che sono stati sfruttati maggiormente dal colosso automobilistico piemontese, quelli sono il Sud e i meridionali: calabresi, pugliesi, napoletani, siciliani, sono stati costretti ad abbandonare la Terra natìa e raggiungere il nord della penisola, per portare uno stipendio a casa dopo almeno otto ore di catena di montaggio a ciclo continuo.

Quelli più fortunati hanno potuto essere sfruttati vicino casa: Termini Imerese, Pomigliano, Cassino, Melfi, Val di Sangro sono stati luoghi di sfruttamento e di alienazione a chilometri zero. Ogni volta che una congiuntura sfavorevole non ha garantito introiti ritenuti soddisfacenti dagli Agnelli e dai vari ras che hanno guidato la Fiat, ecco partire le minacce in stile mafioso: “o ci date i soldi o buttiamo la gente in mezzo alla strada”.

E lo Stato Italiano si è sempre piegato, regalando vagonate di soldi e spingendo sul fronte degli incentivi, aumentando le tasse agli italiani o tagliando i servizi primari. I territori maggiormente in difficoltà della penisola, quindi, hanno sempre subito maggiormente questo “capitalismo di stato”, che può sembrare un ossimoro solo a chi non conosce bene la natura liberticida e antisociale dell’economia di mercato.

La storia è andata avanti così fino alla Marcia dei Quarantamila, quando il Sistema ha definitivamente sconfitto la lotta sindacale italiana (e da allora i sindacati italiani sono irriconoscibili…) servendosi dei colletti bianchi. Dopo il decennio degli Yuppies, di cui la Fiat e gli Agnelli sono stati un modello verso cui tendere per una intera generazione di giovani rampanti in doppiopetto, è ritornata la crisi, aggravata anche da alcune scelte aziendali e da alcuni modelli immessi sul mercato automobilistico che possiamo definire, senza timor di smentita, indecenti.

Serviva una sferzata “stile Valletta”: la Fiat ha trovato in Marchionne il novello sceriffo di Nottingham, che se ne fregava delle condizioni di vita dei cittadini pur di riempire le casse del sovrano. Mentre Termini Imerese veniva abbandonata, dicendo che non c’erano soldi, Marchionne comprava le azioni Chrysler, fino a che Fiat non è divenuta la controllante del colosso americano. La storia è poi divenuta cronaca: recenti, infatti, sono le battaglie di Melfi e Pomigliano. Lotte sociali e, ad un tempo, lotte di popolo che hanno consentito ai lavoratori Fiat di mantenere ancora un briciolo di dignità. Alla fine, ciò che anni fa era stato profetizzato si è avverato: Fiat abbandona l’Italia, dove lascerà qualche presidio di sfruttamento, e se ne va. Pagherà le tasse in Gran Bretagna. Penserà al mercato americano (sia del Nord che del Sud) e continuerà a sfruttare i territori e i popoli dell’Est Europa.

Tranquillamente, con l’orologio costoso sul polsino.
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venerdì 25 novembre 2011

Fiat Dux



All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
Bisogna rifare solo la convergenza: tende un pò a destra.

All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
Sarà battuta a Piazzale Loreto.

All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
L'auto della sua Giovinezza.
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lunedì 21 novembre 2011

Fiat voluntas Fiat



Marchionne: "Dal 2012 Fiat disdice tutti gli accordi sindacali".
In accordo con la CISL.

FIAT disdice tutti gli accordi sindacali per l'Italia dal 2012.
Avevano ragione i Maya: sarà la fine del mondo.
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sabato 5 febbraio 2011

Marchionne: "Fiat potrebbe trasferirsi a Detroit"




Cose da pazzi. Dopo aver imposto, insieme ai sindacati gialli, ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori un accordo penoso, che in Piemonte è stato approvato solo grazie al voto dei colletti bianchi, Marchionne fa un'altra sparata: "Fiat e Chrysler potrebbero a breve diventare una unica azienda, con sede negli USA".
In pratica: l'accordo di Mirafiori e Pomigliano, che prevedeva un aumento della produzione di auto nei due stabilimenti per i prossimi 10 anni a patto che gli operai rinunciassero a molti loro diritti, è nei fatti carta straccia. Colui che lo ha imposto già lo sta tradendo.

Cosa rispondono a Marchionne i vari Fassino e Chiamparino, che si erano detti favorevoli all'accordo? E cosa rispondono i sindacalisti gialli di Fim, Uilm e Fismic? Gli operai sono stati presi per il culo o no?

Dico la mia: Marchionne non se ne andrà dall'Italia. Dice queste cose sapendo di non realizzarle, ma per il semplice gusto di umiliare ancor di più i lavoratori della Fiat. I quali debbono sapere che sono sempre sotto lo schiaffo del padrone, e se osano alzare la testa la Fiat chiude e va in America.

Che schifo.
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sabato 15 gennaio 2011

Mirafiori: gli operai non cedono




Adesso è ufficiale: ha vinto il SI nel referendum di Mirafiori riguardante l'accordo tra Fiat e sindacati (tranne la Fiom-CGIL) firmato il 23 dicembre scorso.

Il SI ha vinto con 2.735 voti, pari al 54,05%. A votare NO sono stati invece in 2.325 (45,95%), mentre le schede nulle e bianche sono state complessivamente 59. In pratica, la differenza tra i due "schieramenti" è stata di 410 voti. Sapete quanti sono stati gli impiegati, i colletti bianchi, che hanno votato a favore dell'accordo? 421. Ciò significa che Marchionne ha vinto solo grazie all'apporto dei colletti bianchi e inamidati, mentre gli operai della catena di montaggio, cioè coloro che vivono sulla propria pelle la fatica del lavoro quotidiano, hanno massicciamente ricusato l'accordo. Sconfitto Marchionne, che ottiene una vittoria di Pirro. Umiliati i sindacati firmatari dell'accordo: Fim e Uilm sono stati percepiti dai lavoratori come dei sindacati gialli; della Fismic non parlo nemmeno.

Nessuno può esultare, sia chiaro. Ma visto che l'offensiva mediatica di regime era tutta pro-Marchionne e anti-Fiom, e visto che le previsioni del voto davano la vittoria del SI sopra quel 63 % di Pomigliano che fece infuriare Marchionne, nessuno si aspettava una grande prova di forza di quella "classe operaia" di cui nessuno, nemmeno a sinistra, si preoccupa più.

Dovevate vederle, ieri sera, le faccie del Sistema: tutti convinti di vincere facilmente, tutti inviperiti non appena si è scoperto che solo i colletti bianchi potevano dare la vittoria a Marchionne. Uno su tutti, Oscar Giannino. Presente nella trasmissione "L'ultima parola" con un completo inguardabile, una cravatta verde intonata ai calzini, un bastone da aristocratico de noantri, Oscar Giannino ha prima elogiato l'accordo, poi si è demoralizzato quando ha visto i primi risultati, infine è stato umiliato da quel diavolaccio di Luca Telese, che era in collegamento da Mirafiori.

Per non parlare di Formigoni, del presidente del Piemonte Cota. Gli unici a tenere botta, il politologo Marco Revelli ed uno stranamente forte Oliviero Diliberto. Il servo del potere, Gianluigi Paragone, ha più volte tentato la via della provocazione e della (dis)informazione a senso unico, ma non gli è riuscito il giochetto.

Onore agli operai che hanno votato NO. Siete stati l'esempio di tutti quei lavoratori che per paura o crumiraggio non reagiscono mai alla prepotenza del Padrone. I padroni son sempre padroni.

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mercoledì 12 gennaio 2011

Se vince il no, disoccupati. Se vince il si, sfruttati.




Il liberale e sedicente democratico leader del Governo Italiano, Silvio Berlusconi, spalleggia Marchionne nella guerra preventiva alla Fiom in vista del referendum di Mirafiori.
Secono Berlusconi, nel caso in cui vinca il no a Mirafiori, "le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi". Tradotto in parole povere: cari lavoratori che siete intenzionati a votare NO, se dopo rimanete a spasso perchè le aziende come la Fiat se ne vanno dall'Italia, non rompete i coglioni e prendetevela con quei komunisti della Fiom, della Cgil, della Sinistra. In pratica: se vince il No, sarete disoccupati. Se vince il Si, sarete sfruttati.
Questa ultima dichiarazione, fatta IN GERMANIA (!!!) durante una visita ufficiale, fa il paio con quella fatta tempo fa: "La Cina ha i lavoratori che lavorano 12 ore al giorno, guadagnano un ventesimo dei nostri e... NON SONO SINDACALIZZATI".

Quindi, in una economia di tipo capitalistico, la competitività di una nazione è da anteporre a:

- diritti dei lavoratori;
- salari, stipendi e pensioni;
- orario di lavoro;
- vivibilità;
- salubrità dell'ambiente.

Più diritti significano meno competitività. Salari più alti significano aziende più povere. Lavorare 8 ore è troppo poco, meglio 12. Il sindacato è un male. Il diritto di sciopero e ad una vita sociale fuori dall'azienda sono privilegi novecenteschi. L'alternativa è tra disoccupazione e sfruttamento, in una economia capitalista.


Ora tutti si stanno scandalizzando per queste affermazioni: Bersani, D'Alema, la CGIL, tutti pronti a dire che ciò che Berlusconi ha detto è vergognoso.
Vero, anzi verissimo. Esattamente come è stato vergognoso introdurre il precariato in Italia col pacchetto Treu, sottoscrivere l'accordo sul Welfare del 2007 (firmato anche dalla CGIL), e far credere a tutti che bastava mandare al governo il sedicente centrosinistra per cambiare il Paese.
Poi, appena qualcuno (studente, precario, disoccupato, terremotato) alza le voce e, in qualche caso, lancia qualche sanpietrino o da un pugno ad un onorevole venduto... tutti pronti a stigmatizzare, a gridare "Allarme terrorismo", a parlare di NonViolenza e di Democrazia.

Non mi fregate più.
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martedì 4 gennaio 2011

Marchionne, il capriccio del ricatto




Nel giorno del debutto di Fiat Industria a Piazza Affari, Sergio Marchionne rinnova l'intensità del suo attacco progettuale contro la forza-lavoro degli stabilimenti Fiat, contro la resistenza sindacale della Fiom. Se prima della chiusura dell'anno 2010 nel mirino della dirigenza del Lingotto c'era innanzitutto la pratica burocratica (...) relativa alla ristrutturazione in opera per Pomigliano, oggi l'attenzione assoluta è concentrata su Mirafiori, in attesa del referendum sull'accordo separato programmato per metà gennaio nella città della Mole.

Alla cerimonia inaugurale di Fiat Industrial in Borsa il Marchionne che rintuzza il tiro in preparazione della battaglia referendaria e della sua gestione è ancora più tronfio e supponente del solito, nervoso e perentorio. Si scaglia nuovamente contro la Fiom, minaccia il ritiro di ogni investimento su Torino, si spazientisce contro chi chiede conto del "Piano Italia", promuove a pieni voti il governo Berlusconi, medita l'uscita da Confindustria e l'assoggettamento più massiccio di Chrysler.

Nelle parole di Marchionne non si può che trovare l'esplicita sintesi del peso della posta in gioco così come del pedrigree autoritario e ricattatorio di casa Fiat:

Sulla Fiom - "La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom"
Su Mirafiori - "Se al referendum vincono i no, non faremo alcun investimento"
Sul Piano Italia - "Farlo è veramente offensivo. Smettiamola di comportarci da provinciali. E' la Fiat che sta andando in giro per il mondo a raccogliere i finanziamenti per portare avanti il piano. Andate in giro voi a prendere i soldi"
Sul governo Berlusconi - "Ho trovato molto incoraggiante l'atteggiamento del governo, che ci ha dato tutto l'appoggio necessario"
Sulla Confindustria - "La vedo come possibile, ma non probabile. Fiat non può continuare ad essere condizionata"
Sulla Chrysler - "Sì, ci stiamo pensando, ci pensiamo sempre... anche nel 2011"


Il "dovere di stare al passo coi tempi" per l'amministratore delegato della Fiat si consuma quindi, per l'ennesima volta, con ulteriore foga padronale, nell'aggressione dei diritti della forza-lavoro, nell'annichilimento delle libertà sindacali, mettendo (nei piani del Lingotto) sotto campana il diritto irrinunciabile dello sciopero ed escludendo a tavolino una forza sindacale (la Fiom) non conforme alle possibilità gialle concesse dalla Fiat...

Ancora troppo timida e tirata la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, che ieri mattina in un'intervista sul Corriere della Sera ha si ribadito la contrarietà all'accordo, ma ha dall'altra parte aperto all'esaustività del referendum come "strumento di accertamento della volontà dei lavoratori", dichiarando che se vincerà il Si bisognerà "prendere atto del risultato e rispettare il voto"... L'ennesima troppo semplice, perchè troppo (mal) rodata ed accettata (!), strada della presunta democraticità dei processi decisionali, quando a far da premessa ad un voto non c'è che la boriosità del ricatto firmato Marchionne.

tratto da Infoaut.org
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giovedì 30 dicembre 2010

Fassino: "Si al piano Marchionne"




"Se fossi un operaio, firmerei il piano Marchionne". Appunto: se fossi un operaio. Invece il fu compagno Fassino (ultimo segretario della federazione torinese del PCI) non ha mai fatto altro... che Politica. Proveniente da una famiglia di tradizione socialista, si iscrive alla FGCI nel 1968. Eletto deputato nel 1994, è da 16 anni consecutivamente in Parlamento (5 legislature, superato... dalla moglie!).

Dice di conoscere le fabbriche meglio di Landini. Possibile? Certo... se per "conoscere le fabbriche" si intende essere il Responsabile per le Fabbriche del PCI. Ma se conoscere le fabbriche signfica lavorare sulla catena di montaggio, fare i turni di notte, guadagnare una miseria... Fassino non sa un cazzo.

Alcune perle di Fassino, l'esperto delle fabbriche:
- "Quando Berlusconi ci chiama comunisti è uno sciocco. La nostra generazione si è iscritta al Pci contro lo stalinismo, contro la gerontocrazia sovietica, contro il totalitarismo."
- "Ho fatto il movimento studentesco. Ma con la cravatta non con l'eskimo. Qualche volta mi hanno perfino scambiato per un poliziotto."
- "Abbiamo una banca!"

Piero Fassino sarà, molto probabilmente, il candidato della "sinistra" a sindaco di Torino. La borghesia torinese spinge per lui.
Non aggiungo altro.
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martedì 28 dicembre 2010

Ecco cosa prevede l'accordo di Mirafiori




Più straordinari, pause corte e meno giorni pagati di malattia

L'operaio che sciopererà contro il contratto, da lui stesso sottoscritto, sarà licenziato. Possibili turni di 10 ore più una di straordinario. I critici: "Rischi per la salute"

di PAOLO GRISERI, La Repubblica

TORINO - Trentasei pagine più allegati. Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese. "Pomigliano è stato un sasso che ha cominciato a rotolare lungo un pendio pieno di neve. Mirafiori lo dimostra", dice il leader del Fismic, Roberto di Maulo, capofila dei sindacati favorevoli all'intesa. "Di Maulo ha ragione - risponde Giorgio Airaudo della Fiom - e per questo vogliamo provare a fermare la valanga. Il rischio è un modello aziendalista in cui i sindacati vengono usati come fornitori del consenso alle tesi dell'impresa".

Ecco i punti principali dell'accordo della discordia.

Orario di lavoro
Nella nuova società in joint-venture tra Fiat e Chrysler (che nascerà nel 2012) saranno possibili 4 tipi di orario a seconda delle esigenze produttive. Oltre all'attuale con due turni di 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana (5 per 2), è previsto uno schema con l'introduzione del turno di notte su cinque giorni lavorativi (5 per 3) e un altro schema con il turno di notte su sei giorni compreso il sabato (6 per 3). Al momento del passaggio da un sistema all'altro, "l'azienda avvierà un esame con i sindacati". La procedura dovrà durare "al massimo 15 giorni", dopodiché l'azienda applicherà l'orario da lei prescelto.

Al momento del passaggio dal sistema "5 per 3" al sistema "6 per 3", "le parti valuteranno anche l'eventuale sperimentazione, per un periodo non inferiore ai 12 mesi" di uno schema che prevede turni di 10 ore (due al giorno) per sei giorni alla settimana. I lavoratori che lavoreranno dieci ore per quattro giorni potranno riposare i successivi tre. L'azienda avrà mano libera sugli straordinari: potrà ordinare ai lavoratori fino a 120 ore all'anno (oggi sono 40) e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni lavoratore.

I sindacati favorevoli sottolineano che "il ricorso massiccio ai turni di notte e agli straordinari produrrà un incremento in busta paga fino a 3.700 euro lordi all'anno". I contrari osservano che "far lavorare per 10 ore consecutive una persona in linea e poi chiedere anche l'undicesima ora di straordinario mette a rischio la salute".

Pause e mensa
Le tre pause di ciascun turno di lavoro saranno di 10 minuti ciascuna per un totale di 30 minuti. Oggi la loro durata complessiva è di 40 minuti. I dieci minuti lavorati in più verranno monetizzati: 45 euro lordi al mese. La pausa mensa (mezz'ora) non sarà a fine turno, ma la questione verrà nuovamente discussa quando nascerà la joint-venture con Chrysler. Nel caso di turni di 10 ore, le pause rimarranno invece di 40 minuti complessivi. Il nuovo sistema di pause entrerà in vigore dal 4 aprile 2011. Per i sindacati favorevoli "con i nuovi metodi di lavoro la fatica è minore e dunque il taglio di dieci minuti di pausa non è così grave". Per i contrari "anche la riduzione delle pause può diventare un rischio per la salute, così come dimostrano le più recenti indagini mediche".

Malattia e assenteismo
L'accordo collega assenteismo e malattia. Quando il tasso di assenteismo è giudicato eccessivo (il 6% a luglio 2011, il 4% a gennaio 2012, il 3,5% dal 2013) non si paga il primo giorno di malattia a chi si sia ammalato subito prima di un giorno di riposo o di ferie, negli ultimi 12 mesi. Sono escluse patologie gravi. "Un sistema per colpire i furbi", dicono i sindacati favorevoli. "Se un lavoratore è ammalato lo stabilisce il medico, non il caposquadra", ribattono i contrari.

Contratto e scioperi
"Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale" e dunque non prevede l'elezione dei delegati di fabbrica. Solo i sindacati firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che sciopereranno contro l'accordo potranno essere puniti con l'annullamento dei permessi. L'azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di iscrizione dalle buste paga (scaricando sul sindacato l'onere di raccogliere i soldi). I lavoratori che sciopereranno contro l'intesa potranno essere licenziati. Ognuno di loro avrà personalmente firmato il nuovo contratto al momento della nascita della joint-venture.

giovedì 4 novembre 2010

Storia di un operaio fiat




"Mi chiamo Rosario Monda e sono un operaio FIAT. Sono fuori dalla fabbrica da tempo a causa di un licenziamento per motivi sindacali. Un anno e cinque mesi fa, la magistratura ha dato torto all'azienda e ragione a me. Non sussistevano i motivi per il mio licenziamento e ha intimato alla FIAT, con una sentenza, di reintegrarmi nello stabilimento di Pomigliano, dove lavoro, e, finalmente, di pagarmi le spettanze. Sono passati quasi due anni e tutto questo non è avvenuto. Le ho tentate tutte. Ulteriori ricorsi legali, denunce ai carabinieri, ingiunzioni di pagamento, tentativi di denuncia sulla stampa di quello che mi sta succedendo. Niente. Sono fuori dalla fabbrica e senza un euro. Ho un bambino di sette mesi, una compagna con un lavoro precario, e tirare avanti senza salario è quantomeno complicato. Un po' mi aiuta la solidarietà dei compagni. Ho venduto tutto quello che avevo di valore. La FIAT ha deciso di affamarmi. Me e la mia famiglia. Perché? Non tanto perché io sia un pericoloso agitatore sindacale. Ho fatto gli scioperi, ho cercato di difendere i miei diritti, questo si, ma non ho mai avuto un ruolo di responsabilità nel sindacato. Io credo che la dirigenza FIAT mi usi come esempio per gli altri operai. E' un messaggio chiaro e preciso: “State zitti e quieti, altrimenti fate la fine di Rosario e quelli come lui”. Molti si meravigliano vedendo spesso gli operai muti all'uscita dei cancelli, davanti ai giornalisti che cercano disperatamente di intervistarli. Altri pensano invece che alla FIAT siano tutti d'accordo con Marchionne, perché le uniche interviste che si sentono, esprimono assenso con la direzione aziendale. Sia quelli che parlano, sia quelli che stanno zitti devono farlo per forza. Hanno operai come me davanti. Siamo l'esempio di quello che succede a chi esprime il dissenso. Tutto appare e quasi niente è reale. Marchionne parla di aumento dei profitti e di come vuole riuscirci e dice che lo fa perché ha a cuore la sorte degli operai FIAT a cui vuole dare, in prospettiva, gli stessi, alti stipendi, degli operai tedeschi. Ci vuole massacrare perché ci ama. Tutti parlano di diritti, di democrazia, di uguaglianza dei cittadini. Ma io sono uguale agli altri? Dov'è il mio diritto sancito dalla magistratura a lavorare e a percepire un salario? Chi deve farlo rispettare? Se sentiamo i politici sembra che i giudici abbiano poteri eccezionali in questa società. Giustamente per alcuni e ingiustamente per altri. Io penso, per esperienza diretta, che il miglior giudice conti meno dell'ultimo imprenditore. Qual è lo strapotere di un giudice se non riesce a far eseguire una sentenza che lui stesso ha emesso? O questo strapotere si esprime solo dove non crea danno ai potenti? Si può andare avanti così? Non credo per molto. Il bastone e la carota possono anche funzionare, ma il solo bastone alla fine non basta. Mi appello alla stampa affinchè possa intercettare anche il mio disagio e restituirmi un minimo di visibilità ed evitare che, oltre alla Fiat, nessuno più ricordi la mia difficile storia."


Che cosa dicono su questa vicenda Bersani e/o Vendola?
Attendiamo risposta.
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