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domenica 11 maggio 2014

L'antispecismo ai tempi del MC Donald's vegano



Vi incollo un documento che ho trovato in rete, su un noto social network:

L'antispecismo è il completamento delle ideologie antitotalitariste e anti-dominio. Riteniamo che gli individui non umani tutti, meritino le stesse libertà che esigiamo per gli individui umani oppressi dalla macchina del dominio e dello sfruttamento. Non è pensabile un mondo di liberi ed eguali, dove si ritengono alcuni individui ancora "diversi" solo perchè appartenenti a una specie diversa. Pensiamo che i concetti di individui inferiori, appartengano solo ai regimi di dominio, non alla società che vogliamo costruire distruggendo quella attuale. Premesso ciò, è aberrante il modo in cui l'antispecismo e i suoi principi, si stiano trasformando in una semplice e inutile propaganda di un regime dietetico diverso. Non sono antispecista perchè sono vegano, ma sono vegano perchè sono antispecista, il veganismo è solo un mezzo, ma non il fine. Non siamo vegan* perchè la frutta fa bene alla salute e la carne no, non siamo vegan* perchè la panna di soya è più leggera e quella di latte di mucca no. Siamo vegan* perchè siamo schifati dallo sterminio animale, dalla mercificazione di individui fatti nascere e crescere solo ed esclusivamente per essere massacrati e diventare prodotti in vendita nei supermercati. Siamo vegan* quindi, perchè boicottiamo lo sterminio animale, perchè non vogliamo più essere complici di un sistema simile, che mercifica e uccide, solo ed esclusivamente per il profitto. E siamo vegan*, perchè siamo stanchi di vedere le nostre foreste e il nostro pianeta, diventare un deserto di morte e di insegne luminose per sostenere una specie che si comporta ormai come un tumore maligno, che per vivere meglio sta distruggendo 3 miliardi di anni di evoluzione della vita sulla Terra. Siamo vegan* per queste ragioni, gli altri pro di questo cambiamento personale sono semplicemente pregi che ci spingono magari a vivere più facilmente questo cambiamento, ma non possono diventare le motivazioni del cambiamento.
Il capitalismo è infame, ed è marcente, ma cerca sempre di tornare alla ribalta in quest'epoca di crisi economica, ma sopratutto sociale. Ed ecco allora che nasce, con tutto il suo maleodorante aspetto, il mostro del capitalismo verde. Mc donald che si prepara a sfornare panini vegani, nestlè che si dà da fare per creare prodotti senza latte, le multinazionali che si mobilitano in massa per riprendere il mercato in mano, seguendo la scia del cambiamento degli schiavi consumatori.

Noi antispecist* non vogliamo l'adattamento della società specista e capitalista agli ideali antispecisti, noi vogliamo la distruzione di questa società, e la ricostruzione all'opposto. I mc donald li vogliamo in fiamme, non pieni di colori verdi e ammiccanti. I panini vegani, e voglio esere volgare, se li infilino in culo. Il mc donald va bruciato per i suoi stermini di massa di animali, ma anche per la sua collaborazione nella distruzione delle foreste, e per lo sfruttamento di bambini del sud del mondo per le sorpresine degli "happy meal" che di happy non hanno un cazzo, neanche i tumori all'intestino che spunteranno al bambino occidentale di turno quando crescerà mangiando merda, che sia o meno vegana.
Ricordatevi che le mucche vengono mandate al macello dagli stessi che ora vogliono vendervi i wrustel vegan nel supermercato, ricordatevelo bene, perchè a loro importano i soldi, i vostri compresi, ma non gli importa un cazzo nè della liberazione animale nè di quella umana.

Quello che noi dobbiamo fare, è distruggere questo sistema evitando il più possibile il fiorire del capitalismo verde, o torneremo a stare nelle nostre gabbie di scaffali in poco tempo. Autoproduciamoci, organizziamoci, guerrilla garden, orti collettivi, usciamo dalle logiche del dominio e dalle logiche del capitalismo, cerchiamo di boicottare questo sistema che ci vuole alla mercè del profitto, animali non umani o umani che siano, loro vogliono tutti schiavi, non vogliono cambiare, vogliono solo adattare l'oppressione al cambiamento sociale che è in atto.

Per chi vive in città magari, le difficoltà saranno più ampie di chi vive in campagna, ma per questo è necessario  più che mai un mutualismo anarchico tra tutt* gli/le antispecist*. Espropriamo spazi, costruiamo orti gratuiti dove prima vi era il cemento, combattiamo il capitale veramente, per farlo morire una volta per tutte, invece di dargli nuovi modi di opprimerci.

E ricordate che anche solo una pianta di zucchine in un vaso in balcone, può essere un attacco al capitale.<

NON CREDETE ALLE STRONZATE DEL CAPITALISMO VERDE, AUTOPRODUZIONE ED ESPROPRIAZIONE UNICHE SOLUZIONI!
GUERRA ALLO SPECISMO E AL CAPITALISMO,
LIBERAZIONE UMANA E DELLA TERRA!
NON IL MINIMO DANNO MA LA MASSIMA DISTRUZIONE!
ANARCHIA VERDE (A)
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lunedì 28 aprile 2014

I nemici dell'Uomo Libero



"L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene".
Falso. L'uomo nasce già in catene. Catene culturali, catene economiche, catene sociali, catene politiche. Ovunque catene.
Nasciamo in catene e ci educano insegnandoci che quelle catene ci sono utili. Anzi, ci sono necessarie. Senza quelle catene saremmo bestie, barbari feroci, uomini di Neanderthal. Senza quelle catene non sapremmo camminare, parlare, amare, pensare, vivere. 
Se qualcuno si alza e comincia a negare l'utilità delle catene, viene tacciato d'essere un utopista: "non possiamo che vivere così", gli viene risposto.
Se qualcuno, dopo averne negato l'utilità, comincia persino a dichiarare la nocività delle catene per il libero e naturale sviluppo umano, allora l'accusa cambia: da utopista a pericoloso sovversivo.
Se qualcuno, dopo aver dichiarato che le catene sono nocive, comincia anche a spezzarle, smette di essere un sovversivo e diviene ufficialmente un terrorista, un nichilista, un black bloc, un autonomo.

Due sono i nemici dell'Uomo Libero: il padrone e l'uomo ancora in catene.
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sabato 26 aprile 2014

Il senso di precarietà contagia la realtà



Anni fa dicevamo che la precarietà del lavoro si sarebbe tradotta in precarietà di vita. Ci rispondevano che eravamo disfattisti, conservatori, oppositori della modernità e del migliore dei mondi possibili. A nostra volta chiarivamo che un mondo migliore di questo fosse non solo possibile, ma persino necessario; e che di certo la precarietà come sistema di lavoro e di vita non poteva essere considerata "una innovazione progressista".
Abbiamo lottato, ben prima di Genova 2001 e anche negli anni seguenti. Abbiamo perso.

Oggi si legge, nascosto in qualche trafiletto della stampa di regime, di uno studio congiunto Confcommercio-Censis che dimostrerebbe quanto le famiglie italiane avvertano lo stato di precarietà: 8 famiglie su 10 "si sentono precarie".
Occhio alle parole: "si sentono" non vuol dire che "sono realmente" più precarie. Se ci pensiamo un attimo, questo dato è davvero preoccupante, in quanto il sentimento di un problema può condurre alle stesse conseguenze della reale esistenza dello stesso. Chi si sente precario si comporta esattamente come chi precario lo è davvero: esce poco di casa, sta attento a spendere, spesso compra roba e cibi scadenti (mettendo a rischio la propria salute e quella dei familiari), tende a chiudersi invece di socializzare, diventa egoista e conservatore. In una parola, si incattivisce. Otto su dieci significa 80 per cento: può un Paese fondarsi su una percentuale così alta di famiglie che si sentono a rischio, in pericolo, prive di stabilità? Anche i profeti del liberismo e della concorrenza, che stanno dalla parte opposta della barricata rispetto a me e a noi, non possono esimersi dal rispondere negativamente a questa domanda. 

Il fallimento delle politiche liberiste è sotto gli occhi di tutti. Chi lo nega ha seri problemi di comprendonio, oppure è in malafede. Tutto ciò che negli ultimi decenni ci hanno propinato come "innovazione", "progresso" e "riformismo", ci ha condotti a questo punto. Siamo fermi e abbiamo paura. 
Per questo non c'è da stupirsi se oggi o domani qualcuno reagirà, anche in maniera scomposta, a questo stato di cose.
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venerdì 25 aprile 2014

Riflessione su questo 25 aprile



Cerchiamo di capirci subito: riflettere su questo 25 aprile non significa riflettere sul 25 aprile in generale. Il significato della giornata in cui si festeggia l'insurrezione contro gli occupanti nazifascisti, e la liberazione dal fascismo inteso come sistema di governo e di Stato, non cambia di anno in anno: rimane immutabile, come la gloria imperitura che meritano i nostri partigiani, gli unici veri eroi dell'italia unita.
Rifletto oggi su questo 25 aprile che ha avuto qualche momento di tensione nel corteo romano (alcuni sionisti hanno protestato per la presenza, nel corteo dell'Anpi, delle bandiere palestinesi), ma che in generale è passato tranquillo e quasi non ci siamo accorti che si trattava di una festa "nazionale". Anni fa, quando ancora bazzicavo gli ambienti partitico-istituzionali della cosiddetta "sinistra radicale", in ogni comune italiano venivano organizzati eventi e iniziative per rinverdire il ricordo e il messaggio della Resistenza, della Liberazione, della lotta partigiana, dell'antifascismo. Ricordo partiti come Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, persino i DS intenti ad organizzare cortei, convegni, concerti, assemblee, cineforum, incontri con reduci. I muri dei quartieri e dei piccoli centri erano tappezzati di manifesti che annunciavano una iniziativa. 
Oggi non più. Nel mio quartiere (Ponte di Nona, estrema periferia orientale di Roma) non c'è un solo manifesto del PD, di SEL o di qualsiasi altra realtà sociale e di movimento che inneggi al 25 Aprile. Vedo i manifesti coi faccioni di Giovanni XXIII e di Giovani Paolo II, che tra due giorni saranno santificati; osservo, con un brivido di intimo sbigottimento, i manifesti del Ministero della Difesa che glorificano la Liberazione. Nient'altro che questo. Né un manifesto comunista, né un volantino anarchico, né una iniziativa dell'Anpi di zona o di qualche movimento territoriale di sinistra.

Negli anni passati avevo già notato una diminuzione di iniziative e, in generale, di affezione. Esclusi noi irriducibili (comunisti, anarchici, antifascisti e antiautoritari), da un po' di anni non si avverte più un comune sentire coi milioni di italiani che dovrebbero, con orgoglio e gratitudine, festeggiare questa giornata. I partiti della sinistra istituzionale, ormai, non dedicano energie ad organizzare qualcosa per questa giornata; le altre realtà subiscono una fase di riflusso (chi più e chi meno, perché non tutti la subiscono in egual misura), dovuta forse ad una diminuzione di momenti di radicalità e conflitto, perché nessuna lotta sociale ha raggiunto livelli pari a quella No Tav, che ad oggi può essere considerata la madre di tutte le battaglie d'attualità.
L'anno scorso ho festeggiato il 25 Aprile al Pigneto, quartiere popolare di Roma con una forte e radicata tradizione antifascista e di sinistra. Ebbene già in quell'occasione avevo visto una diminuzione sensibile di presenze e di iniziative: dalle semplici bancarelle con libri o bandiere ai luoghi di ristoro, dai tavoli per la raccolta firme a momenti culturali o musicali. Quest'anno, se possibile, ho avvertito ancora maggior partecipazione, reale e emotiva.

Non è il momento - se mai lo è stato - delle analisi approfondite e delle riflessioni articolate. E', e sempre sarà, innanzi tutto il momento dell'azione. Va, però, considerata necessaria una seppur minima riflessione su cosa sta accadendo dentro il mondo antifascista e, in generale, antagonista. Si può fare qualcosa di più? Certo. Si deve fare qualcosa di più? Assolutamente di più. Cosa? Bisogna "fare", nel senso che bisogna agire, dedicare quel poco di tempo libero che ognuno ha a creare, in maniera orizzontale e realmente democratica, momenti di condivisione e di azione collettiva.
L'antifascismo, così come l'anticapitalismo, è innanzi tutto azione reale. Purtroppo anche la nostra comunità (mi perdoneranno i puristi se utilizzo questa espressione) soffre di "viralismo": troppo facebook e poca strada.
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giovedì 17 aprile 2014

Siamo fanatici della Libertà



"Sono un fanatico della Libertà", soleva dire Michail Bakunin, il più famoso anarchico russo, colui che diede all'anarchismo una connotazione politica, oltre che filosofico-esistenziale.
Questa frase mi ritorna in mente ogni volta che sento Berlusconi o qualche liberal-liberista (di destra o di sinistra, cambia davvero poco) ergersi a paladini della Libertà. Penso a quanto liberticida sia il liberismo, quanto autoritario sia il liberalismo. Ricordo che sono stati i liberali a fare i CPT e i CIE, a redigere il Trattato di Shengen, a creare i contratti di lavoro precari, ad abbassare i salari aumentando le ore di lavoro (e chiamando il tutto "produttività"), a decretare l'omicidio sociale in Grecia, a inventarsi i dogmi della concorrenza, della competitività e della stabilità. Tutte misure, queste, che hanno profondamente leso le libertà delle donne e degli uomini di ogni continente: la libertà di lavorare dignitosamente, la libertà di avere una famiglia e una casa a cui assicurare anche una sicurezza finanziaria, la libertà di movimento (garantita alle merci, non agli esseri umani), la libertà di sviluppare contestualmente capacità manuali ed intellettuali, la libertà di amare indipendentemente dal sesso del partner, la libertà di provare cure alternative per malattie o problemi di fertilità, la libertà di fumare cannabis anche solo per motivi curativi.
Ovunque i "paladini della Libertà" hanno messo divieti, sbarre, barriere, catene. E moltissimi hanno accettato queste limitazioni della Libertà (e chissà quante ancora saranno disposti ad accettare) in cambio di un tozzo di pane più o meno sicuro, di una casa che diventerà nostra dopo trent'anni di mutuo, di una auto che inquina e che ci fa passare anni della nostra vita nel traffico, del cibo scadente e a basso costo di molti supermercati (che hanno ammazzato il piccolo commercio rionale), di repressioni costanti esercitate in nome di una non meglio identificata "sicurezza".
Questi sono i paladini della Libertà. Io sto tra i fanatici della Libertà. Sto, cioè, esattamente dall'altra parte della barricata. Io non godo nel vedere gente rinchiusa in un CIE o sgomberata da un campo rom, seppur abusivo, o da una casa occupata, quando c'è un proliferare di case invendute nelle periferie delle città; io non gioisco quando sento parlare di costruire nuove prigioni, di sparare sui gommoni degli immigrati clandestini, di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro.

Intorno a noi potrete costruire tutte le vostre prigioni, ma non ci toglierete mai la nostra umanità e la nostra irrefrenabile voglia di libertà.
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lunedì 14 aprile 2014

Questo Jobs Act è nato male



Partiamo da un presupposto: l'attuale mercato del lavoro è indecente. Se non abolito, andrebbe profondamente modificato. L'ultima idea in questo senso è il famoso - e famigerato - Jobs Act del governo Renzi. Esso è un tentativo di correggere alcune storture del mercato del lavoro italico, senza però intaccarne l'impianto strutturale e ideologico, visto che il liberismo che sottende tutte le riforme del lavoro (dal pacchetto Treu alla legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi") non viene minimamente messo in discussione. 
L'area anticapitalista, ovviamente, si è schierata contro questa ennesima (contro)riforma. Per pregiudizio ideologico? Chi non ci conosce, risponderebbe di si. Chi si informa tramite Repubblica o il Giornale, risponderebbe di si. Chi ci conosce, chi ci frequenta o magari milita nel campo anticapitalista (sia nelle componenti comuniste sia in quelle libertarie), risponderebbe di no: non è nostro costume criticare, con parole e azioni, senza prima aver spiegato PERCHE' una determinata riforma non ci piace.
Andiamo nel merito. Il dl 34/14, cioè il primo atto del Jobs Act renziano, prevede:

- che i contratti a termine potranno durare 36 mesi (e non più 12) e non sarà necessario giustificare le ragioni tecniche o produttive della temporalità del rapporto di lavoro;
- che, durante questi 36 mesi, i contratti potranno essere rinnovati fino a 8 volte (e non più una).
- che la percentuale di lavoratori a termine non potrà superare il 20% del totale, ma nei fatti questa limitazione viene facilmente aggirata grazie alle eccezioni previste nell'art. 10 del dl 368/011 (vedi nota 1).
- che, per i contratti di apprendistato, viene cancellato l’obbligo di confermarne almeno il 50% prima di formalizzare nuove assunzioni. Viene inoltre eliminato anche l’obbligo di mantenere un rapporto di 3 a 2 “rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro”. 
- una retribuzione per gli studenti che svolgono l’apprendistato nell'ambito del proprio percorso formativo “per la qualifica e per il diploma professionale” pari al 35% di quella ordinaria (praticamente una miseria, quindi un incentivo per le aziende a far lavorare studenti sottopagandoli).

Ripetiamo: stiamo parlando solo del primo provvedimento del Jobs Act renziano. Se queste, però, sono le premesse... figuriamoci gli atti finali!
La lotta sociale contro questa ennesima controriforma, che favorisce precarietà e diminuzione dei salari, va sostenuta con ogni sforzo. Altro che cambiamento: il Jobs Act si inserisce perfettamente nel solco antisociale e liberticida del Sistema politico ed economico imperante.


*nota 1: "Sono in ogni caso esenti da limitazioni quantitative i contratti a tempo determinato conclusi: a) nella fase di avvio di nuove attività per i periodi che saranno definiti dai contratti collettivi nazionali di lavoro anche in misura non uniforme con riferimento ad aree geografiche e/o comparti merceologici; b) per ragioni di carattere sostitutivo, o di stagionalità, ivi comprese le attività già previste nell'elenco allegato al decreto del Presidente della Repubblica 7 ottobre 1963, n. 1525, e successive modificazioni; c) per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; d) con lavoratori di eta' superiore a 55 anni .”
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martedì 17 settembre 2013

Voline e la Sintesi anarchica



Oggi vi sottopongo uno scritto molto interessante di Vsévolod Mikhaïlovitch Eichenbaum, detto Voline, un anarchico russo che ha lavorato alacremente ad una sintesi tra piattaformisti e spontaneisti, tra collettivisti e individualisti.
Un articolo di cui condivido lo spirito, in quanto anche io credo che sia necessario partire da ciò che unisce gli insorgenti, i ribelli, i libertari, piuttosto che cominciare da ciò che ci divide, facendo distinzioni di metodo o di merito su un futuro troppo lontano.
Definiamo sintesi anarchica una tendenza oggi presente in seno al movimento libertario, che cerca di conciliare e, successivamente, sintetizzare le differenti correnti di idee che dividono questo movimento in varie frazioni più o meno reciprocamente ostili. Si tratta, in fondo, di unificare in una certa misura la teoria e anche il movimento anarchico, in un insieme armonioso, ordinato e concluso. Dico "in una certa misura" poiché, naturalmente, la concezione anarchica non potrebbe, e non dovrebbe mai, diventare rigida, immutabile, stagnate. Essa deve rimanere flessibile, viva, ricca di idee e di tendenze varie. Tuttavia, flessibilità non deve significare confusione. E, d'altra parte, fra immobilismo ed esitazione, esiste uno stadio intermedio. Si tratta proprio di questo stadio intermedio che una sintesi anarchica cerca di precisare, fissare e raggiungere.

È stato soprattutto in Russia, in occasione della rivoluzione del 1917, che la necessità di una tale unificazione, di una tale sintesi, si è fatta sentire. Già molto debole materialmente (pochi militanti, mezzi di propaganda precari, ecc.) in rapporto alle altre correnti politiche e sociali, l'anarchismo con la rivoluzione russa si è indebolito ancora di più a causa delle sue lotte intestine. Gli anarcosindacalisti non volevano intendersi con gli anarcocomunisti e, nello stesso tempo, gli uni e gli altri erano in lotta con gli individualisti (senza parlare delle altre tendenze). Questo stato di cose ha impressionato dolorosamente vari compagni delle diverse tendenze. Perseguitati, e alla fine espulsi dalla grande Russia ad opera del governo bolscevico, alcuni di questi compagni sono andati a militare in Ucraina, dove c'era un ambiente politico più favorevole e dove, d'accordo con alcuni compagni ucraini, decisero di creare un movimento anarchico unificato, reclutando militanti seri e attivi in ogni parte si trovassero, senza distinzione di tendenze. Il movimento acquistò subito un'ampiezza e un vigore eccezionali. Per innalzarsi ed imporsi, in definitiva, gli mancava solo una cosa: una base teorica certa.

Alcuni compagni – consapevoli del fatto che io ero un avversario risoluto delle nefaste polemiche tra le diverse correnti dell'anarchismo, che tanto quanto loro propugnavo la necessità di una riconciliazione – vennero a cercarmi in una piccola città della Russia centrale dove mi trovavo all'epoca, e mi proposero di partire per l'Ucraina e di prendere parte alla creazione di un movimento unificato, fornendo loro uno sfondo teorico da sviluppare nella stampa libertaria.

Accettai la proposta. Nel novembre del 1918, il movimento anarchico unificato dell'Ucraina fu definitivamente messo in moto. Vari raggruppamenti formarono ed inviarono i propri delegati alla prima conferenza costituiva che creò la Confederazione anarchica dell'Ucraina Nabat (allarme, suono a stormo). Questa conferenza elaborò e adottò all'unanimità una Dichiarazione che proclamava i principi fondamentali del nuovo organismo. Fu deciso che il più rapidamente possibile questa Dichiarazione avrebbe dovuto essere ampliata, completata e commentata nella stampa libertaria. I tumultuosi avvenimenti successivi hanno impedito questo lavoro teorico. La confederazione Nabat dovette condurre lotte ininterrotte e accanite, e poi, a sua volta, fu liquidata dalle autorità bolsceviche installatesi in Ucraina. Eccettuati alcuni articoli di giornali, la Dichiarazione della prima conferenza Nabat è stata e rimarrà l'unica esposizione della tendenza unificatrice (o sintetizzatrice) nel movimento anarchico russo.

Le tre idee amestre che, in base alla Dichiarazione, avrebbero dovuto essere accettate da tutti gli anarchici seri al fine di unificare il movimento, sono le seguenti:

Ammissione definitiva del principio sindacalista, che indica il vero metodo della rivoluzione sociale;
Ammissione definitiva del principio comunista (libertario) che stabilisce la base organizzativa della nuova società in formazione;
Ammissione definitiva del principio individualista – essendo l'emancipazione totale e la felicità dell'individuo il vero obiettivo della rivoluzione sociale e della nuova società.
Nella stessa fase di sviluppo di queste idee, la Dichiarazione cerca di definire con chiarezza il concetto di rivoluzione sociale e di distruggere la tendenza di certi libertari che cercano di adattare l'anarchismo al preteso periodo di transizione.

Ciò detto, invece di riprendere gli argomenti della Dichiarazione, preferiamo sviluppare da noi la base teorica della sintesi.

La prima questione da risolvere è la seguente: l'esistenza di correnti diverse, nemiche e in disputa fra loro, è un fatto positivo o negativo? La decomposizione dell'idea e del movimento libertario in varie tendenze che si oppongono reciprocamente, favorisce o, al contrario, è di freno ai successi della concezione anarchica? Se si dà un giudizio positivo ogni discussione è inutile. Se, invece, si considera nocivo tutto ciò, è necessario trarre da questa certezza tutte le conclusioni.

Alla prima domanda rispondiamo come segue.

All'inizio, quando l'idea anarchica era ancora poco sviluppata, confusa, era naturale e utile analizzarla sotto tutti i suoi aspetti, scomporla, opporre gli uni agli altri, ecc. Ed è quello che è stato fatto. L'anarchismo si è scomposto in vari elementi (o correnti). Così, l'insieme, troppo generico e vago, è stato sezionato, il che ha aiutato ad approfondire, a studiare a fondo tanto l'insieme quanto i suoi elementi. In quest'epoca lo smembramento della concezione anarchica è stato un fatto positivo: il fatto che mole persone si interessassero alle diverse correnti dell'anarchismo ha contribuito a che i dettagli e l'insieme ne guadagnassero in profondità e precisione. Tuttavia, in seguito, una volta realizzata questa prima opera, dopo che gli elementi del pensiero anarchico (comunismo, individualismo, sindacalismo) sono stati girati e rigirati in tutti i sensi, era necessario pensare a ricostruire, con questi elementi ben lavorati, l'insieme organico da cui provenivano. Dopo un'analisi fondamentale era necessario tornare (volontariamente) alla benefica sintesi.

Fatto strano: non si è mai pensato a questa necessità. Le persone che si interessavano a un dato elemento dell'anarchismo finivano col sostituirlo all'insieme. Naturalmente esse dopo si trovavano in disaccordo, e alla fine in conflitto con coloro che trattavano allo stesso modo le altre parti dell'intera verità. Di modo che, una volta che dovesse affrontare l'idea della fusione degli elementi sparsi (i quali, presi separatamente, non potevano servire a gran cosa) in un insieme organico, gli anarchici intraprendevano per lunghi anni lo sterile lavoro di opporre odiosamente le proprie correnti, le une alle altre. Ognuno considerava la sua corrente, la sua frazione, come unica verità, e combatteva accanitamente i sostenitori delle altre correnti. In questo modo è cominciata nelle fila anarchiche questa stagnazione, caratterizzata dalla cecità e dall'animosità reciproche, che continua fino ad oggi e deve essere considerata nociva per lo sviluppo normale della concezione anarchica.

La nostra conclusione è chiara. Lo sviluppo dell'idea anarchica in varie correnti ha svolto il suo ruolo. Non ha più alcuna utilità. Niente più può giustificarlo. Ora porta il movimento a una "impasse", gli causa pregiudizi enormi, ma non offre – né può offrire – alcunché di positivo. Il primo periodo – quello in cui l'anarchismo si cercava, si precisava e si frazionava fatalmente in quest'opera – è terminato. Appartiene al passato. Ed è già arrivata l'ora di avanzare.

Se la dispersione dell'anarchismo è attualmente un fatto negativo, pregiudizievole, è necessario cercare di porvi fine. Si tratta di ricordare l'insieme, di riunire gli elementi sparsi, di ricercare e ricostruire volontariamente la sintesi abbandonata.

Sorge allora un'altra questione: questa sintesi è oggi possibile? Possiamo fornirle una base teorica certa?

Rispondiamo: sì, una sintesi dell'anarchismo (o, se si preferisce, un anarchismo sintetico) è perfettamente possibile. Non si tratta di nulla di utopico. Forti ragioni di ordine teorico parlano in suo favore.

Osserviamone brevemente alcune, le più importanti, nella loro sequenza logico.

1. Se l'anarchismo aspira alla vita, se conta in un trionfo futuro, se cerca di diventare un elemento organico e permanente della vita, una delle sue forze attive, feconde e creatrici, allora deve cercare di trovarsi il più possibile prossimo alla vita, alla sua essenza, alla sua verità ultima. Le sue basi ideologiche devono concordare il più possibile con gli elementi fondamentali della vita. Appare chiaro, infatti, che se le idee primordiali dell'anarchismo fossero in contraddizione con i veri elementi della vita e dell'evoluzione, l'anarchismo non potrebbe essere vitale. Ora, cos'è la vita? Potremmo, in qualche modo, definire e formulare la sua essenza, cogliere e fissare i suoi tratti caratteristici? Sì, potremmo farlo. Evidentemente si tratta non di una formula scientifica della vita – formula che non esiste – ma di una definizione più o meno chiara e giusta della sua essenza visibile, palpabile, concepibile. In quest'ordine di idee, la vita è innanzi tutto una grande sintesi: un insieme immenso e complicato, un insieme organico e originale, di molteplici e svariati elementi.

2. La vita è una sintesi. Quali allora l'essenza e l'originalità di questa sintesi? L'essenziale della vita fatto che la maggiore varietà dei suoi elementi – che oltre tutto si trovano nel suo movimento perpetuo – realizza allo stesso tempo un certo equilibrio. L'essenza della vita, l'essenza della sintesi sublime, è la tendenza costante nel senso dell'equilibrio e, insieme, della realizzazione costante di un certo equilibrio, nella maggiore diversità e in un movimento perpetuo (osserviamo che l'idea di un equilibrio di certi elementi, come essenza biofisica della vita trova conferma nelle esperienze scientifiche fisico-chimiche).

3. La vita è una sintesi. La vita (l'universo, la natura) è un equilibrio (un tipo di unità) nella diversità e nel movimento (o, se si preferisce, una diversità e un movimento in equilibrio). Conseguentemente, se l'anarchismo vuole camminare fianco a fianco con la vita, se cerca di esserne uno degli elementi organici, se aspira a essere in accordo con la vita e a giungere a un vero risultato, invece di trovarsi in opposizione con essa e di essere infine respinto, allora deve, senza rinunciare alla diversità né al movimento, realizzare anche e sempre l'equilibrio, la sintesi, l'unità. Tuttavia non basta affermare che l'anarchismo può essere sintetico: deve esserlo. La sintesi dell'anarchismo non è solo possibile, non è solo auspicabile: è indispensabile. Conservando la diversità viva dei suoi elementi, ancorché evitando la stagnazione, accettando il movimento – condizioni essenziali della sua vitalità – l'anarchismo nello stesso tempo deve cercare l'equilibrio in questa diversità ed in questo stesso movimento. La diversità e il movimento senza equilibrio costituiscono il caos. L'equilibrio senza diversità né movimento è la stagnazione, è la morte. La diversità e il movimento in equilibrio, ecco la sintesi della vita. L'anarchismo deve essere vario, mobile e, allo stesso tempo, equilibrato, sintetico, unito. In caso contrario non sarà vitale.

4. Osserviamo, infine, che la vera sostanza della diversità e del movimento della vita (e così della sintesi) sta nella creazione, cioè nella produzione costante di nuovi elementi, di nuove combinazioni, di nuovi movimenti, di un nuovo equilibrio. La vita è una diversità creatrice. La vita è un equilibrio in una creazione ininterrotta. Conseguentemente, nessun anarchico potrebbe sostenere che la sua corrente sia la verità unica e costante, e che le altre tendenze dell'anarchismo siano assurde. Al contrario, l'assurdo è che un anarchico si lasci catturare nella "impasse" di un'unica piccola verità, la sua, e che dimentichi in questo modo la grande reale verità della vita: la perpetua creazione di nuove forme, di nuove combinazioni, di una sintesi costantemente rinnovata.

La sintesi della vita non è statica: essa crea, modifica costantemente i suoi elementi e la sue reciproche relazioni.

L'anarchismo cerca di partecipare, nei campi che gli sono accessibili, agli atti creatori della vita. Conseguentemente, nei limiti della sua concezione deve essere ampio, tollerante, sintetico, operando al contempo come un movimento creatore.

L'anarchico deve osservare attentamente, con perspicacia, tutti gli elementi seri del pensiero e del movimento libertario.

Lungi dallo sprofondare in un unico elemento qualsiasi, egli deve cercare l'equilibrio e la sintesi di tutti gli elementi dati.

Egli deve, oltre tutto, analizzare e controllare costantemente la sua sintesi, comparandola con gli elementi della propria vita, al fine di essere sempre in perfetta armonia con essa. In effetti, la vita non rimane immobile, ma essa muta. E di conseguenza il ruolo e le relazioni reciproche dei diversi elementi della sintesi anarchica non rimarranno sempre gli stessi: in vari casi sarà ora uno e ora un altro di questi elementi che dovrà essere posto in risalto, sostenuto, messo in azione.

Alcune parole sulla realizzazione concreta della sintesi.

1. Non dobbiamo dimenticare mai che la realizzazione della rivoluzione, che la creazione di nuove forme di vita non saranno a carico nostro, anarchici isolati o raggruppati ideologicamente, bensì delle vaste masse popolari che, esse sole, potranno realizzare quest'immenso compito distruttivo e creatore. Il nostro ruolo, la nostra realizzazione, si limiterà a quello di lievito, di elemento di appoggio, di consiglio, di esempio. Quanto alle forme in cui si realizzerà questo processo, possiamo solo intravederle molto approssimativamente. Di fatto è inopportuno entrare nei dettagli, invece di prepararci, con impeto comune, al futuro.

2. Non è meno inopportuno ridurre tutta l'immensità della vita, della rivoluzione, della creazione futura, a piccole idee di dettaglio e a dispute meschine. Dinanzi ai grandi compiti che ci aspettano, è ridicolo, è vergognoso occuparci di queste meschinità. I libertari dovranno unirsi sulla base della sintesi anarchica. Essi dovranno creare un movimento anarchico unito, integro, vigoroso. Se non lo creeranno, rimarranno fuori dalla vita.

In quali forme concrete possiamo prevedere la riconciliazione, l'unificazione degli anarchici e, in seguito, la creazione di un movimento libertario unificato?

Dobbiamo evidenziare, innanzi tutto, che non ci rappresentiamo quest'unificazione come una riunione meccanica degli anarchici di tendenze diverse, una specie di campo eteroclito in cui ognuno rimarrebbe nella sua intransigente posizione. Un'unificazione siffatta non sarebbe una sintesi, ma un caos. Vero è che già un semplice avvicinamento amichevole degli anarchici di tendenze diverse e una maggiore tolleranza nelle relazioni reciproche (cessazione della polemica violenta, collaborazione nelle pubblicazioni anarchiche, partecipazione agli stessi organismi operativi, ecc.) costituirebbero un grande passo avanti in relazione alla situazione attuale. Al momento consideriamo quest'avvicinamento e questa tolleranza solo come un primo passo verso la creazione dell'effettiva sintesi anarchica e di un movimento libertario unificato. La nostra idea di sintesi e di unità va molto più oltre. Essa prevede qualcosa di più fondamentale ed organico.

Crediamo che l'unificazione degli anarchici e del movimento libertario dovrà muoversi in parallelo in due sensi.

Iniziando subito un lavoro teorico cercando di conciliare, combinare, sintetizzare le nostre diverse idee che, a prima vista, sembrano eterogenee. È necessario trovare e formulare, nelle diverse correnti dell'anarchismo, da un lato tutto quello che deve essere considerato falso, non coincidendo con la verità della vita e quindi da rigettare; e da un altro lato tutto quello che deve essere considerato giusto, apprezzabile, da ammettere. Bisogna, dopo, combinare tutti questi elementi giusti e di valore, creando con essi un insieme sintetico (è soprattutto in questo primo lavoro preparatorio che l'avvicinamento tra gli anarchici delle diverse tendenze e la loro reciproca tolleranza potrebbero essere di grande importanza come primo passo decisivo). Infine, quest'insieme dovrà essere accettato da tutti i militanti seri e attivi dell'anarchismo come base per la formazione di un organismo libertario unito, i cui membri si troveranno d'accordo su un insieme di tesi fondamentali accettati da tutti.

Già abbiamo citato un esempio concreto di tale organismo: la confederazione Nabat, in Ucraina. Aggiungiamo qui che l'accettazione di certe tesi comuni da parte di tutti i membri di Nabat non ha impedito in alcun modo ai compagni di tendenze diverse di sostenere, soprattutto nell'attività e nella propaganda, le idee che gli erano care. Così, alcuni (i sindacalisti) si sono occupati soprattutto di problemi concreti riguardanti il metodo e l'organizzazione della rivoluzione; altri (comunisti) si sono interessati preferibilmente della base economica della nuova società; altri ancora (individualisti) facevano risaltare in modo speciale le necessità, il valore reale e le aspirazioni dell'individuo. Ma era condizione obbligatoria per essere accolti in Nabat l'accettazione di tutti e tre gli elementi come parti indispensabili di un insieme, e la rinuncia allo stato di ostilità fra le diverse tendenze. I militanti, pertanto, erano uniti in modo organico, poiché tutti accettavano un certo insieme di tesi fondamentali. Così è che noi ci rappresentavamo l'unificazione concreta degli anarchici sulla base di una sintesi di idee libertarie stabilita sul piano teorico.

Simultaneamente e parallelamente a tale lavoro teorico, si dovrà creare l'organizzazione unificata, sulla base dell'anarchismo inteso sinteticamente.

Per finire, va sottolineato ancora una volta il fatto che noi non rinunciamo in alcun modo alla diversità delle idee e delle correnti in seno all'anarchismo. Tuttavia, c'è diversità e diversità. In modo particolare, quella che esiste oggi nelle nostre fila è nociva, è caos. Riteniamo che la sua conservazione sia un errore gravissimo. Siamo dell'opinione che la varietà delle nostre idee non potrà essere e non sarà un elemento progressivo e fecondo se non in seno ad un movimento comune, a un organismo unito, unificato su certe tesi generali accettate da tutti i membri e sull'aspirazione ad una sintesi.

Solo nel quadro di un impegno comune, solo nella ricerca di tesi giuste e nella loro accettazione, le nostre aspirazioni, le nostre discussioni e anche le nostre dispute avranno valore, saranno utili e feconde (proprio così è stato in Nabat). Quanto alle dispute e alle polemiche fra conventicole che cercano ciascuna la propria verità unica, esse potranno trovare alimento solo nella perpetuazione del caos attuale, nelle lotte intestine interminabili e nella stagnazione del movimento.

È necessario discutere sforzandosi di trovare un'unità feconda, e senza imporre ad ogni costo la propria verità contro quella degli altri. Solo la discussione del primo tipo porta alla verità. Quanto all'altra discussione, essa porta solo all'ostilità, alle liti e alla sconfitta.

sabato 14 settembre 2013

La via libertaria è aperta a tutti



Oggi pubblico un articolo tratto dal mensile "A - rivista anarchica", in cui viene spiegato un concetto fondamentale: l'Anarchia, oltre ad essere un'ideale, è soprattutto un metodo di azione. Come spiegava Malatesta, l'Anarchia non è la perfezione verso cui tendere, ma la strada da percorrere verso la liberazione di tutti e di ciascuno.

Fallita per sempre ogni soluzione di socialismo autoritario o statale, a fronte della distruttiva barbarie quotidiana in cui ci costringe il liberalismo, l'anarchia è oggi un faro per tutti coloro che lottano per la dignità e la giustizia.
Ma non è solo un obiettivo lontano o un miraggio, essa è pratica quotidiana, materia pulsante. Essa vive in ogni sussulto individuale o collettivo di emancipazione, nell'esodo e nel conflitto, nelle zone liberate e dentro ogni crepa del presente, nella libera cooperazione e nella solidarietà tra uomini e donne, nell'affermazione dell'autonomia dall'autorità. L'anarchia, sintesi dei concetti e delle pratiche di uguaglianza e libertà quali si sono affermate storicamente, è dinamica, aperta, sperimentale, suscettibile di modifiche, assetata di nuovi orizzonti. Ferma nella sua sostanza di antiautoritarismo, libertà e uguaglianza, muta però forma in continuazione. Mai uguale a se stessa, così difficile da definire da essere spesso fraintesa e denigrata, è il cuore pulsante dei movimenti sociali contemporanei più avanzati, quelli che fanno dell'autorganizzazione e dell'assenza di gerarchie la propria cifra e dell'autogestione il proprio metodo. Oggi è l'anarchia infatti che, contro ogni finalismo, caratterizza forme di resistenza e alternativa alla massificazione dello sfruttamento e del dominio nelle società contemporanee. È l'anarchia l'unica forza in grado di aprire squarci in un magma avvolgente e insapore che neutralizza ideologie e idee, un blob sempre uguale a se stesso, statico nel suo eterno ritorno dell'uguale, un sistema criminale e vorace che uccide, sfrutta, devasta.

Eppure, lo sappiamo, l'idea anarchica non è cosa di ieri. Negli anni settanta e ottanta dell'ottocento gli antiautoritari italiani elaboravano la propria idea rivoluzionaria in opposizione al concetto di lotta per la conquista del potere politica caro a Marx e a Engels.
Carlo Cafiero intendeva la rivoluzione come una legge naturale. La società, proprio come la natura, era caratterizzata da processi continui di trasformazione, il cui stadio ultimo doveva essere la rivoluzione: un evento radicale e violento in grado di abbattere lo stato e di essere uno spartiacque tra una situazione di conflitto e una di pace. Era questa una visione finalistica, legata agli influssi culturali positivisti del tempo, alla quale egli però affiancava anche un concetto di rivoluzione come processo aperto, non concluso, continuamente pronto a rinnovarsi nella lotta contro quella eventuale autorità che dovesse rinascere dopo la distruzione dello stato. Nel suo pensiero c'era cioè, almeno in nuce, un'intuizione del carattere potenzialmente infinito dell'azione anarchica che sembrava presupporre una società postrivoluzionaria conflittuale e suscettibile di ulteriori trasformazioni.

Il richiamo della coscienza
Inoltre per lui era l'egoismo, inteso come “sentimento dell'io”, a ispirare l'uomo e a generare due leggi coesistenti fondamentali dell'agire umano, il principio di lotta e quello di sociabilità. Tale visione curiosamente corrisponde a quel che affermano alcuni dei più autorevoli biologi e naturalisti contemporanei, secondo cui la forza motrice dello sviluppo umano è la selezione naturale “multilivello”, ovvero sia individuale che di gruppo. Edward O. Wilson, nel suo La conquista sociale della terra (Cortina, Milano, 2013) scrive che al livello più alto i gruppi umani fanno a gara tra di loro favorendo i tratti sociali cooperativi tra i membri dello stesso gruppo, mentre al livello inferiore i membri dello stesso gruppo gareggiano in un modo che sfocia in comportamenti egoistici.
Poco tempo dopo Cafiero, a metà degli anni ottanta dell'ottocento, Malatesta pubblicava il suo scritto L'anarchia. L'agire umano, scriveva Malatesta, si è caratterizzato storicamente secondo i due termini contrapposti di egoismo e di cooperazione. Il primo è un resto atavico del passato, il secondo è fattore di progresso. L'egoismo è quindi destinato a scomparire e questo è l'obiettivo dell'azione degli anarchici. Tale visione progressiva dell'evoluzione umana è oggi difficilmente accettabile.
Dopo gli avvenimenti terrificanti del novecento, sappiamo che per l'uomo non esiste una strada lineare che conduce dall'egoismo alla solidarietà. Ogni persona sente il richiamo della coscienza, dell'etica contro la codardia, della verità contro il raggiro, dell'impegno contro la rinuncia. Egoismo e solidarietà, cioè quello che i biologi chiamano selezione individuale e di gruppo, spiegano la natura conflittuale delle motivazioni umane. Lo spirito di collaborazione e l'empatia sono sì fattori dell'evoluzione ma non sono mai dati per sempre, sono qualcosa da conquistare e riconquistare continuamente. Il nostro destino è essere dilaniati da grandi e piccoli dilemmi man mano che ogni giorno procediamo a zig-zag nel mondo rischioso e indocile che ci ha dato la vita. Abbiamo sentimenti contrastanti. Non siamo mai sicuri di una linea d'azione. Capiamo fin troppo che nessuno è così saggio e grande da non potere commettere un errore madornale, o un'organizzazione così nobile da essere incorruttibile.
Tutti noi, nessuno escluso, trascorriamo la nostra vita in conflitto con noi stessi (Edward O. Wilson, La conquista sociale della terra, cit.).
Eppure, così come ne La rivoluzione di Cafiero anche nel Malatesta de L'anarchia ci sono intuizioni attualissime e che sembrano superare, almeno in parte, una concezione per forza di cose legata al proprio tempo. Malatesta scriveva già allora infatti che l'anarchia non è l'ideale assoluto né la perfezione, ma è essenzialmente un metodo, una via aperta a tutti.
Così facendo, egli contribuiva ad affermare una visione dinamica dell'anarchismo, la cui azione è potenzialmente infinita perché infiniti sono gli ambiti in cui è e sarà necessaria una pratica antiautoritaria in grado di demolire quelle dinamiche di potere e di nuovo sfruttamento che si riformano continuamente.

Antonio Senta, pubblicato da A - rivista anarchica

venerdì 13 settembre 2013

Il Manifesto del Futurismo Libertario



Vi sottopongo oggi un articolo pubblicato nel 1912 da La Barricata, a firma deò futurista libertario Renzo Provinciali. Tale articolo viene comunemente considerato il Manifesto del Futurismo Libertario.

I
Camille Mouclair, il chiaro pubblicista francese, pubblicava tempo fa ne “la depéche de Toulose” un accurato studio sul Futurismo, in rapporto al giudizio e la critica del pubblico e a gli attuali avvenimenti guerreschi.
E sono invero notevoli i criteri pronunciati dal Mouclair in questo suo lungo articolo, denso di pensiero e vario di forma, ma incompleto e manchevole, poiché egli ha appena sfiorato il punto, dirò così, scabroso del Futurismo, cioè il punto di contatto con l’ideale anarchico.
Dice il Mouclair:”il Futurismo sta costituendosi, trasformandosi, in un vero partito, poichè va annettendosi delle idee politiche e sociali”. Ciò infatti è indiscutibilmente vero, ma non è meno vero che il Futurismo non ha mai avuto una perfetta apoliticità, che non si è mai ristretto in sole manifestazioni artistiche, ma, uscendo dal confusionismo Marinettiano, ha assunto spesse volte varie tinte politiche a seconda de gli avvenimenti e de gli uomini che questi stessi avvenimenti promuovevano.
Quando Marinetti pubblicò il suo manifesto, che fu poi quello del Futurismo, sul “Figaro” di Parigi, il 29 febbraio 1909, egli certamente non aveva ciò preveduto, dimodoché il manifesto futurista non fu che la vibrata, violenta, nuovissima espressione di giudizii estetici e artistici “di un poeta giovane e delirante” come dice il Mouclair, di un grande poeta, aggiungo io.


Ma l’ora presente, l’ora critica del Futurismo, e due anni di esperienza consigliano, impongono al Futurismo di tracciarsi una netta e sicura linea di condotta in fatto di politica. Così tutte le incertezze, tutti i dubbi, tutte le personcine pseudo-futuristiche saranno eliminate e un più grande Futurismo sorgerà da questa purificazione.
Ma, e qui sta il busilli, su quale ideale politico potrà ispirarsi al nuovo Futurismo? Già nel manifesto del futurismo, Marinetti esaltava ad un tempo: ”la guerra, sola igiene del mondo, il patriottismo, il militarismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si lotta e si muore”.
Stridenti illogicità queste, dal punto di vista pratico e politico, ma ugualmente esaltabili per un artista che ignora cosa sia la logica e non bada che a l’estetica. E questo estetismo artistico può, poteva essere compatito allora anche dal futurista anarchico, non ora che da taluni futuristi queste esaltazioni estetiche sono state considerate e valutate come esaltazioni pratiche e reali.
Perciò io credo, anzi sono sicuro, che occorra una spiegazione tra le due interpretazioni non diverse, ma opposte che sono state accomunate da l’oscura ed infelice esposizione d’un concetto artistico.
E’ possibile che ancora i futuristi anarchici, i sovversivi anche in generale, possano ancora dividere la responsabilità de le esaltazioni tripoline di Marinetti e di De-Maria ? No, certamente. Perciò in questa sua ora critica il futurismo deve dichiararsi, deve definirsi lealmente e nettamente, deve passare il suo Rubicone.

II
Esaminato questo punto ritorniamo alla nostra domanda.
Con quale ideale dovrà completarsi il Futurismo? Amo rispondere con un’altra domanda: E’ possibile che un uomo coerente possa contemporaneamente propugnare la più grande e generale rivoluzione nel campo de le arti, volere in questo terreno l’anarchia più completa ed estesa ed essere un perfetto conservatore ne la vita? O non mai, sarebbe un contro senso! E’ possibile che l’anarchia e la rivoluzione non camminino di pari passo sia ne l’arte che ne la vita?
Com’è possibile immaginare un’arte borghese in una società anarchica, e un arte futurista in una società borghese? Convenite che ciò è ben assurdo. Perciò il Futurismo non potrà essere compreso e accettato se non quando nel mondo si sarà diffusa l’anarchia, e così pure l’anarchia sarà sempre insuperabilmente ostacolata da le arti e da la coltura arcaiche e fatte di pregiudizi e di convenzionalismi.
E infatti i nazionalisti e i monarchici compresero a tutta prima che il futurismo era in stridente contrasto con le loro idee, e per questo lo avversarono sempre e anche oggi, malgrado le bollenti ed affascinanti dimostrazioni Marinettiane, tendenti a guadagnare, ad addescare ammiratori per se, e gregari per il suo futurismo tutti questi messeri sono rimasti ben freddi, ben indifferenti lasciando sbraitare il Marinetti a suo comodo senza degnarlo di una misera adesione o di un tanto cercato applauso.
Difatti, come mai un monarchico, un borghese qualunque, freddo e cinico a quanto sia libertà, socialismo, anarchia, ribellione, potrà ispirarsi ad esaltare, le grandi folle polifoniche agitate dal lavoro e da la rivolta?
E qual’è la scuola che più si affini al futurismo, che abbia anche essa un programma di violenza e di azione, di ribellione e d’orgoglio? L’anarchia senza dubbio. Ed è solo questo ideale che potrà dare al Futurismo ciò che gli manca, che potrà infondergli nuova vita, che potrà purgarlo da gli elementi eterogenei che lo distraggono dal suo vero cammino e che ne trasfigurano le dimostrazioni, le manifestazioni più vitali.
Questa è la sola via che dovrà seguire il futurismo, per necessità storica, o altrimenti, seguendo la via per cui s’è incamminato, troppo tardi s’accorgerà che quella via lo porta, inevitabilmente a l’abisso.

III
Ma io vorrei chiarire un’altro punto interessantissimo di questo mio parallelo tra l’Anarchia e il Futurismo: la partecipazione de gli anarchici a le idee futuriste.
Ma, in primis, perché gli anarchici si sono così poco interessati de le aspirazioni futuristiche?
Le ragioni, invero, non sono né nuove, né molte: gli anarchici non se ne interessarono mai, sia perché troppo assorti ne la lotta politica ed economica, sia perché non ne furono punto invogliati vedendo come le manifestazioni futuriste fossero malamente ispirate, anzi travisate da uomini che di futuristi non avevano che il nome e l’ambizione.
E sono pienamente giustificati.
Piuttosto biasimevoli furono i ripetuti attacchi che, a i tempi de la fondazione, furono mossi al Futurismo da i nostri giornali (il Libertario, la Rivolta ecc.) che vedendo questa atmosfera ammorbante fattasi attorno al Futurismo, sferzarono aspramente, senza curarsi di indagare accuratamente quanto in questo vi era di bello e di buono.
Più coscienziosi invece furono gli articoli de la Demolizione di Nizza, che seppe dare del Futurismo un equanime e illuminato giudizio.
Ma, tornando a l’argomento, io voglio rivolgere a i compagni che mi leggono il reciproco de la domanda anteriore:
E’ possibile che coerentemente, si possa muovere una guerra mortale a ogni sorta di autorità politica, civile, religiosa e militare, a quanto sia convenzionalismo, pregiudizio, sfruttamento e ingiustizia, quando si voglia incoraggiare un’arte ed un passato che non sono che l’esaltazione, l’apoteosi di quanto si vuole distruggere ne la vita?
E’ possibile che gli anarchici lascino ne l’arte quanto vogliono distruggere nella vita, è possibile che lascino a turbare, a deturpare un nuovo mondo risorto, una nuova, libera e purificata, un’arte antica puzzolente e forcaiola?
Sarebbe un anacronismo ridicolo e ingiustificato!...
E’ possibile, infine, che gli anarchici non siano futuristi? O, non mai! io credo, io spero!
Gli anarchici, sono sempre stati profondamente futuristi, e comprenderanno l’impellente bisogno di penetrare ne l’ideale Futurista, nel vero Futurismo, Futurismo libero da le dittature e da le ambizioni e così gli anarchici saranno ancora più perfetti, più coscienti de le rivendicazioni politiche e artistiche.

IV
Dunque futuristi-anarchici e anarchici-futuristi, due ideali, due classi di persone che si completeranno a vicenda.
Come tante volte gli anarchici insorsero in difesa di giovani sfruttati, di ingegni disconosciuti, apprendano a combattere, a fianco de la politica, la battaglia quotidiana contro la teocrazia letteraria, contro lo sfruttamento editoriale, altrettanto ignominioso quanto quello capitalista.
Così si otterrà una grande vittoria, una vittoria gloriosa: l’aver segnato al proprio programma, a la propria bandiera una nuova battaglia, un nuovo sacrificio, una rivendicazione in più.
O, dovrei ben esser superbo, se queste mie povere note potessero davvero persuadere i compagni a la verità, al bisogno di quanto io esposi, di quanto io incitai.
Compagni d’Italia, compagni di tutto il mondo, comprendiamo la nostra missione! Gettiamo l’ideale Futurista nel rogo torrido e proteiforme de la fiamma del nostro ideale e da questa vampa, da questo lavacro purificatore, lasciando tutte le scorie, tutte le vergogne, tutte le ignominie esca vittorioso e trionfante, come un grande Titano de l’Erebo, il vero, il grande, il solo Futurismo!

Renzo Provinciali

giovedì 12 settembre 2013

Pouget e il Sabotaggio



Dopo gli arresti di tre militanti No Tav accusati di TERRORISMO, a cui questo blog dichiara la propria solidarietà e affinità, urge spiegare per l'ennesima volta quale sia la differenza tra azione di sabotaggio e azione terroristica.
Per farlo, bisogna spiegare cosa sia il Sabotaggio. Per questo, oggi vi propongo un'interessante sintesi de "Il Sabotaggio" di Emile Pouget, sindacalista rivoluzionario francese.

La parola «sabotaggio» fino a una quindicina di anni fa, era soltanto un termine di gergo indicante non l'atto di fare del sabotaggio ma quello, immaginoso ed espressivo, di azione compiuta «a scarpate».
In seguito esso si è trasformato in una formula di lotta sociale ed è al Congresso Confederale di Tolosa, nel 1897, che ha ricevuto il battesimo sindacale. Il nuovo venuto non fu accolto, in un primo tempo, negli ambienti sindacali, con eccessivo entusiasmo. Alcuni lo vedevano assai di malocchio rimproverandogli le sue origini plebee, anarchiche ed inoltre la sua... immoralità. Malgrado questa diffidenza, che rasentava l'ostilità, il sabotaggio ha ormai le simpatie operaie. […]

Ciò nonostante non bisogna pensare che la classe operaia abbia atteso, per praticare il sabotaggio, che questo tipo di lotta ricevesse la consacrazione dei Congressi Corporativi. Il sabotaggio come tutte le forme di rivolta e di lotta è vecchio quanto lo sfruttamento umano. Da quando un uomo ha avuto la criminale ingegnosità di trarre profitto dal lavoro di un suo simile, da quel giorno lo sfruttato ha cercato d'istinto di dare meno di quanto esigesse il suo padrone. […]
Può presentarsi un caso dove il sabotaggio non sia una rappresaglia? Oppure si riscontra un atto di sabotaggio solo in risposta ad un atto di sfruttamento? Quest'ultimo, in alcune particolari condizioni in cui si manifesta, non produce e legittima tutti i gesti di rivolta quali che siano?
In questo modo ritorniamo alla nostra prima affermazione: il sabotaggio è vecchio quanto lo sfruttamento umano! […]
È nel 1895 che, per la prima volta, in Francia troviamo traccia di una manifestazione teorica e cosciente di sabotaggio.
Il Sindacato Nazionale dei ferrovieri faceva allora una campagna contro un progetto di  legge — il progetto Merlin-Trarieux — che cercava di interdire ai ferrovieri il diritto al sindacato. Si pose la questione di rispondere alla votazione di questa legge con lo sciopero generale e a questo proposito Guérard, segretario del sindacato, e con questo titolo delegato al Congresso dell'Unione Federativa del Centro, pronunciò un discorso categorico e preciso: i ferrovieri non sarebbero indietreggiati davanti a nessun ostacolo per difendere la libertà sindacale e avrebbero saputo, all'occorrenza, rendere lo sciopero effettivo ricorrendo a certi metodi. Egli faceva allusione ad un metodo ingegnoso e poco costoso: «... con due soldi di una certa materia, utilizzata sapientemente, — dichiarò — ci è possibile mettere una locomotiva nell'impossibilità di muoversi...».
Questa chiara e brutale affermazione che apriva orizzonti imprevisti, fece grande scalpore e suscitò una profonda agitazione negli ambienti capitalisti e governativi che, ormai, non potevano considerare senza angoscia la minaccia di uno sciopero delle Ferrovie. […]
A partire dal 1895 la spinta è data. Il sabotaggio, che era stato praticato dai lavoratori inconsciamente e istintivamente, riceve — sotto la denominazione popolare che gli viene data — la sua consacrazione teorica e prende posto tra i mezzi di lotta accertati, riconosciuti, approvati e preconizzati dalle organizzazioni sindacali. […]
«Il mio parere è che, invece di limitarsi a protestare, sarebbe meglio entrare in azione e invece di subire le ingiunzioni dei dirigenti, abbassando la testa quando dettano le loro fantasie, sarebbe più efficace rispondere a tono. Perché non rispondere ad uno schiaffo con un calcio?...» […]
È comprensibile che dalla radicale differenza tra la classe operaia e la classe borghese, derivi una diversa moralità. Effettivamente sarebbe strano che pur non essendoci niente in comune tra un proletario ed un capitalista la morale facesse eccezione. Sarebbe semplicemente assurdo che le azioni ed i gesti di uno sfruttato venissero valutati e giudicati con il criterio del suo nemico di classe. La verità è che, come in questa società ci sono due classi, ci sono anche due morali: quella dei capitalisti e quella dei proletari. […]
I borghesi vogliono precisamente impadronirsi dell'eccedenza della produzione e, a tale scopo, hanno soppresso la morale naturale e ne hanno inventata un'altra, che hanno fatto stabilire dai loro filosofi, esaltare dai loro predicatori, cantare dai loro poeti […].
Di questa morale scellerata la classe operaia è dunque riempita a profusione. Dalla nascita fino alla morte, il proletario ne è invischiato: egli succhia questa morale con il latte più o meno adulterato del biberon che, per lui, sostituisce troppo spesso il seno materno; più tardi, nelle scuole, gliela si inculca ancora, in dosi sapienti, ed il condizionamento continua in mille e mille modi diversi finché, sdraiato nella fossa comune, dormirà il suo sonno eterno.
L'intossicazione è talmente profonda e persistente che uomini dal ragionamento chiaro e acuto ne restano, loro malgrado, contaminati. È il caso di Jaurès che, per condannare il sabotaggio, si è rifatto a tale etica, creata ad uso dei capitalisti. […] Egli si è limitato a delle affermazioni di carattere sentimentale, ispirate dalla morale degli sfruttatori, e che non sono altro che il rimescolamento delle teorie degli economisti borghesi, rimproveranti agli operai francesi le loro esigenze e i loro scioperi, accusandoli così di mettere in pericolo l'industria nazionale. Il ragionamento di Jaurès è, in effetti, dello stesso tipo, con questa differenza: al posto di fare vibrare la corda patriottica, tocca il punto dell'onore, la vanità, la gloriuzza del proletariato che ha cercato di esaltare. La tesi sbocca nella negazione sostanziale della lotta di classe, perché non tiene conto del permanente stato di guerra tra il capitale ed il lavoro. Ora il buon senso suggerisce che, essendo il padrone il nemico principale dell'operaio, non è sleale tendergli delle imboscate anonime piuttosto che combatterlo a viso aperto.
Dunque, nessuno degli argomenti derivati dalla morale borghese è valido per confutare questa ed altre tecniche proletarie; egualmente, nessuno di tali argomenti è valido per giudicare i fatti, le azioni, i pensieri o le aspirazioni della classe operaia. […]
I proletari si comportano come un popolo che, dovendo resistere all'invasione straniera e non sentendosi abbastanza forte per affrontare il nemico in battaglia campale, si lancia nella guerra di imboscata, di guerriglia. Lotta spiacevole per i grandi corpi d'armata, lotta talmente orripilante e micidiale che, per lo più, gli invasori rifiutano di riconoscere ai franchi-tiratori il carattere di belligeranti. Questa esecrazione della guerriglia, da parte delle armate regolari, è simile all'orrore ispirato dal sabotaggio ai capitalisti. In effetti il sabotaggio è, nella guerra sociale, ciò che la guerriglia è nelle guerre nazionali: esso nasce dagli stessi sentimenti, risponde alle stesse necessità ed ha sulle mentalità operaia identiche conseguenze.
Si sa quanto la guerriglia sviluppi il coraggio individuale, l'audacia e lo spirito di decisione; altrettanto si può dire del sabotaggio: esso tiene in allenamento i lavoratori, impedisce loro di affondare in una fiacchezza perniciosa e, necessitando di un'azione permanente e senza respiro, sviluppa lo spirito d'iniziativa, abitua ad agire da soli, eccita la combattività. […]
Esaminando le modalità del sabotaggio operaio, abbiamo visto che, indipendentemente dalla forma e dal momento di applicazione, la sua caratteristica principale è quella di colpire il padrone nei profitti. Contro di esso, così com'è indirizzato a colpire soltanto i mezzi di sfruttamento, le cose inerti e senza vita, la borghesia non ha rimedi sufficienti. 

[Le sabotage, Librairie Rivière 1911; traduz. italiana Sabotaggio, La Fiaccola 1973 - tratto da Finimondo ]

domenica 8 settembre 2013

Malatesta, anarchia e violenza



Vi sottopongo un testo molto interessante scritto da Errico Malatesta.
In questo testo, l'anarchico napoletano chiarisce il rapporto tra Libertà e Violenza, che spesso - per non dire sempre - sono in antitesi tra loro. Malatesta non vuole giustificare la violenza anarchica, ma vuole aiutare a comprendere le ragioni di questa violenza: "La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione". In pratica, Malatesta spiega che l'uso della violenza, per i libertari, è una triste necessità, che deve cessare non appena cessano i motivi che hanno generato tale violenza. Malatesta e i libertari aborriscono il "terrore rivoluzionario" di stampo roberspierrano o, più recentemente, staliniano.
La violenza dei libertari non deve mai avere come fine l'instaurazione di un nuovo regime, sia pure la "dittatura del proletariato".

Anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio dell'uo­mo sull'uomo, non-imposizione per forza della volontà di uno o di più su quella di altri. È solo mediante l'armonizzazione degli interessi, me­diante la cooperazione volontaria, con l'amore, il rispetto, la reciproca tolleranza, è solo colla persuasione, l'esempio, il contagio e il vantaggio mutuo della benevolenza che può e deve trionfare l'anarchia, cioè una società di fratelli libe­ramente solidali, che assicuri a tutti la massima libertà, il massimo sviluppo, il massimo benessere possibili. Vi sono certamente altri uomini, altri partiti, altre scuo­le tanto sinceramente devoti al bene generale quanto pos­sono esserlo i migliori tra noi. Ma ciò che distingue gli anar­chici da tutti gli altri è appunto l'orrore della violenza, il desiderio e il proposito di eliminare la violenza, cioè la for­za materiale, dalle competenze tra gli uomini. 

Si potrebbe dire perciò che l'idea specifica che distingue gli anarchici è l'abolizione del gendarme, l'esclusione dai fattori sociali della regola imposta mediante la forza, bru­tale, legale o illegale che sia. Ma allora, si potrà domandare, perché nella lotta attua­le, contro le istituzioni politico-sociali, che giudicano op­pressive, gli anarchici hanno predicato e praticato, e predi­cano e praticano, quando possono, l'uso dei mezzi violenti che pur sono in evidente contraddizione coi fini loro? E questo al punto che, in certi momenti, molti avversari in buona fede han creduto, e tutti quelli in mala fede han fin­to di credere, che il carattere specifico dell'anarchismo fos­se proprio la violenza? La domanda può sembrare imbarazzante, ma vi si può rispondere in poche parole. Gli è che perché due vivano in pace bisogna che tutti e due vogliano la pace; ché se uno dei due si ostina a volere colla forza obbligare l'altro a la­vorare per lui e a servirlo, l'altro se vuol conservare dignità di uomo e non essere ridotto alla più abbietta schiavitù, malgrado tutto il suo amore per la pace e il buon accordo, sarà ben obbligato a resistere alla forza con mezzi ade­guati.
L'origine prima dei mali che han travagliato e travaglia­no l'umanità, a parte s'intende quelli che dipendono dalle forze avverse della natura, è il fatto che gli uomini non han compreso che l'accordo e la cooperazione fraterna sarebbe stato il mezzo migliore per assicurare a tutti il massimo be­ne possibile, e i più forti e i più furbi han voluto sottomet­tere e sfruttare gli altri, e quando sono riusciti, a conqui­stare una posizione vantaggiosa han voluto assicurarsene e perpetuarne il possesso creando in loro difesa ogni specie di organi permanenti di coercizione. Da ciò è venuto che tutta la storia è piena di lotte cruen­ti: prepotenze, ingiustizie, oppressioni feroci da una parte, ribellioni dall'altra. Non v'è da fare distinzioni di partiti: chiunque ha voluto emanciparsi, o tentare di emanciparsi, ha dovuto opporre la forza alla forza, le armi alle armi. Però ciascuno, mentre ha trovato necessario e giusto adoperare la forza per difendere la propria libertà, i propri interessi, la propria classe, il proprio paese, ha poi, in no­me di una morale sua speciale, condannata la violenza quando questa si rivolgeva contro di lui per la libertà, per gli interessi, per la classe, per il paese degli altri. Così quegli stessi che, per esempio qui in Italia, glorifi­cano a giusta ragione le guerre per l'indipendenza ed eri­gono marmi e bronzi in onore di Agesilao Milano, di Felice Orsini, di Guglielmo Oberdan e quelli che hanno sciolto in­ni appassionati a Sofia Perovskaja e altri martiri di paesi lontani, han poi trattati da delinquenti gli anarchici quan­do questi sono sorti a reclamare la libertà integrale e la giu­stizia uguale per tutti gli esseri umani e hanno francamen­te dichiarato che, oggi come ieri, fino a quando l'oppres­sione e il privilegio saran difesi dalla forza bruta delle baio­nette, l'insurrezione popolare, la rivolta dell'individuo e del­la massa, resta il mezzo necessario per conseguire l'eman­cipazione. Ricordo che in occasione di un clamoroso attentato anarchico, uno che figurava allora nelle prime file del par­tito socialista e tornava fresco fresco dalla guerra turco-gre­ca, gridava forte, con l'approvazione dei suoi compagni, che la vita umana è sacra sempre e che non bisogna attentarvi nemmeno per la causa della libertà. Pare che facesse ecce­zione la vita dei turchi e la causa dell'indipendenza greca.
Illogicità, o ipocrisia?
Eppure la violenza anarchica è la sola che sia giustifica­bile, la sola che non sia criminale. Parlo naturalmente della violenza che ha davvero i carat­teri anarchici, e non di questo o quel fatto di violenza cieca e irragionevole che è stato attribuito agli anarchici, o che magari è stato commesso da veri anarchici spinti al furore da infami persecuzioni, o accecati, per eccesso di sensibi­lità non temperato dalla ragione, dallo spettacolo delle in­giustizie sociali, dal dolore per il dolore altrui. La vera violenza anarchica è quella che cessa dove cessa la necessità della difesa e della liberazione. Essa è tempe­rata dalla coscienza che gl'individui presi isolatamente so­no poco o punto responsabili della posizione che ha fatto loro l'eredità e l'ambiente; essa non è ispirata dall'odio ma dall'amore; ed è santa perché mira alla liberazione di tutti e non alla sostituzione del proprio dominio a quello degli altri. Vi è stato in Italia un partito che, con fini di alta civiltà, si è adoperato a spegnere nelle masse ogni fiducia nella vio­lenza... ed è riuscito a renderle incapaci a ogni resistenza quando è venuto il fascismo. Mi è parso che lo stesso Tura­ti ha più o meno chiaramente riconosciuto e lamentato il fatto nel suo discorso di Parigi per la commemorazione di Jaurès. Gli anarchici non hanno ipocrisia. La forza bisogna respingerla colla forza: oggi contro le oppressioni di oggi; domani contro le oppressioni che potrebbero tentare di so­stituirsi a quelle di oggi. Noi vogliamo la libertà per tutti, per noi e per i nostri amici come per i nostri avversari e nemici. Libertà di pen­sare e di propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non li­bertà, s'intende — e si prega i comunisti di non equivocare — non libertà di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri.

giovedì 5 settembre 2013

Bakunin e la Libertà



L'articolo che segue è un breve scritto di Michail Bakunin, in cui il militante russo spiega benissimo cosa sia la libertà per i Libertari.
La Libertà non è solo un'Idea, ma è soprattutto "una cosa [...] eminentemente sociale": in questo modo, Bakunin chiarisce le idee a coloro che credono che Anarchico, e in particolare l'Individualista anarchico, sia sinonimo di eremita, di colui che è fuori dal tempo in cui vive.

Io non sono veramente libero che quando tutti gli esseri viventi che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Io non divento libero veramente che per mezzo della libertà degli altri, di modo che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più ampia diventa la mia libertà. Al contrario è la schiavitù degli uomini che pone una barriera alla mia libertà, o ciò che è lo stesso, è la loro bestialità che è una negazione della mia umanità; perché, ripeto, non posso dirmi libero veramente che quando la mia libertà, o ciò che significa la stessa cosa, quando la mia dignità d’uomo, il mio diritto umano(che consiste nel non obbedire a nessun altro uomo e nel non determinare i miei atti se non conformemente alle mie proprie convinzioni), riflessi dalla mia coscienza egualmente libera di tutti, mi ritornano confermati dall’assenso di tutti. La mia libertà personale così confermata dalla libertà di tutti si estende all’infinito.

Si vede come la libertà, qual è concepita dai materialisti, è una cosa molto positiva, molto complessa e soprattutto eminentemente sociale, perché non può essere realizzata che tramite la società e soltanto nella più stretta uguaglianza e solidarietà di ognuno con tutti. Vi si possono distinguere vari momenti di sviluppo, o elementi, di cui il primo è eminentemente positivo e sociale; è il pieno sviluppo e il pieno godimento di tutte le facoltà e potenzialità umane per ciascuno attraverso l’educazione, l’istituzione scientifica e la prosperità materiale, tutte cose che non possono essere date da ciascuno se non con il lavoro collettivo, materiale ed intellettuale, muscolare e nervoso della società tutta intera.
Il secondo elemento o momento della libertà è negativo. È quello della rivolta dell’individuo umano contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale.
Prima di tutto è la ribellione contro il fantasma supremo della teologia, contro Dio. È evidente che fintanto avremo un padrone nel cielo, noi saremo schiavi sulla terra. La nostra ragione e la nostra volontà saranno ugualmente annullate. Finchè crederemo di dovergli un obbedienza assoluta, e di fronte a un Dio non è possibile altra obbedienza, dovremo necessariamente sottometterci passivamente e senza la minima critica alla santa autorità dei suoi intermediari e dei suoi eletti(messia, profeti, legislatori ispirati da Dio, imperatori, re e tutti i loro funzionari e ministri), rappresentanti e servitori consacrati delle due grandi istituzioni che si impongono a noi come predisposte da Dio stesso per guidare gli uomini: la Chiesa e lo Stato. Ogni autorità temporale o umana discende direttamente dall’autorità spirituale o divina. Dio, o piuttosto la finzione di Dio, è dunque la consacrazione e la causa intellettuale e morale di ogni schiavitù sulla terra; e la libertà degli uomini non sarà compiuta fino a che non avrà completamente annientato la finzione nefasta di un padrone celeste.
Il secondo elemento è, di conseguenza, la rivolta di ognuno contro la tirannia degli uomini, contro l’autorità sia individuale che sociale rappresentata e legalizzata dallo Stato. Qui bisogna tuttavia intendersi bene, e per intendersi bisogna cominciare con lo stabilire una distinzione ben precisa fra l’autorità ufficiale e di conseguenza tirannica della società organizzata in Stato, e l’influenza e l’azione naturale della società non ufficiale, ma naturale, su ciascuno dei suoi membri.
La rivolta contro l’influenza naturale della società è molto più difficile per l’individuo che non sia la rivolta contro la società ufficialmente organizzata, contro lo Stato, sebbene spesso sia altrettanto inevitabile quanto quest’ultima. La tirannia sociale, spesso schiacciante e funesta, non presenta, però questo carattere di impetosa violenza, di dispotismo legalizzato e formale che contraddistingue l’autorità dello Stato. Essa non si impone come una legge alla quale ogni individuo è obbligato a sottomettersi a meno di incorrere in una punizione giuridica. La sua azione è più dolce, più insinuante, più impercettibile, ma molto più potente di quella dell’autorità dello Stato. Essa domina gli uomini con i costumi e le usanze, con la massiccia pressione dei sentimenti, dei pregiudizi e delle abitudini sia della vita materiale che dello spirito e del cuore e che costituiscono ciò che chiamiamo opinione pubblica. Essa avvolge l’uomo fin dalla sua nascita, lo attraversa, lo penetra, e forma la base stessa della sua esistenza individuale, in modo, che ognuno ne è in qualche modo, più o meno, il complice contro se stesso, e il più delle volte senza nemmeno sospettarlo. Ne risulta che, per ribellarsi contro questa influenza che la società esercita naturalmente su di lui, l’uomo deve, almeno in parte, ribellarsi contro se stesso, poiché con tutte le sue tendenze e aspirazioni materiali, intellettuali e morali, egli stesso non è altro che il prodotto della società.

lunedì 2 settembre 2013

Malatesta e la necessità di sintesi



Vi sottopongo un testo di Errico Malatesta, pubblicato su "Il Risveglio" di Ginevra il 15 ottobre 1927. E' un testo molto interessante, che chiarisce le differenze tra anarchismo libertario e anarchismo comunista (o comunismo anarchico). Da un lato, la ricerca di una sintesi tra le varie anime dell'anarchismo; dall'altra, la necessità di una piattaforma - organizzativa e ideale - dei comunisti anarchici, che necessariamente esclude o mette in secondo piano tutte le altre correnti del pensiero libertario (individualisti, sindacalisti, socialisti) presentandosi come "unica via all'anarchia".
Personalmente, mi sento più vicino alle idee di Malatesta che di Machno, forse proprio perchè in passato ho sperimentato su me stesso l'inefficacia del piattaformismo. A mio avviso, solo la sintesi può condurre alla libertà, individuale e collettiva. Il testo qui proposto può essere molto utile, proprio per comprendere tali concetti.

Capita per caso nelle mie mani (si sa che oggi in Italia la stampa non fascista non può circolare) un opuscolo in francese dal titolo "Plateforme d'organisation de l'Union générale des anarchistes (Projet)", che tradotto in italiano significa: Progetto del Programma d'organizzazione dell'Unione generale degli anarchici.

È un progetto di organizzazione anarchica, pubblicato in nome di un "Gruppo di anarchici russi all'estero", che sembra diretto più specialmente ai compagni russi. Ma esso tratta di questioni che interessano egualmente tutti gli anarchici; ed è d'altronde evidente, anche per la lingua in cui è stato scritto, ch'esso ricerca l'adesione dei compagni di tutti i paesi. In ogni modo vale la pena di esaminare, per i russi come per tutti, se la proposta avanzata è in armonia coi principi anarchici e quindi se la sua realizzazione servirebbe realmente la causa dell'anarchismo.

L'anarchismo e l'organizzazione

I motivi dei compagni proponenti sono eccellenti. Essi giustamente lamentano il fatto che finora gli anarchici non hanno avuto e non hanno sugli avvenimenti politico-sociali un'influenza proporzionata al valore teorico e pratico delle loro dottrine nonché al loro numero, al loro coraggio, al loro spirito di sacrificio, e pensano che la ragione principale di questo relativo insuccesso sia la mancanza di un'organizzazione vasta, seria, fattiva.

E fin qui, in massima, io potrei essere d'accordo.

L'organizzazione, che poi non è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s'impone a tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppi di persone che hanno uno scopo comune da raggiungere. Non volendo e non potendo l'uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e soddisfare i suoi bisogni materiali e morali se non nella società e colla cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con coloro con cui hanno comunanza d'interessi e di sentimenti, subiscono l'organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli altri. E l'oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte degl'individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli. 

Per rimediare a questo stato di cose è sorto l'anarchismo, il cui principio fondamentale è l'organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la società umana. 

Da certe polemiche può sembrare che vi siano degli anarchici refrattari ad ogni organizzazione; ma in realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull'argomento, anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali, in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così avviene che dei compagni, che a parole sono i più avversi all'organizzazione, quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo. 

Io dunque non potrei che guardare con simpatia l'iniziativa di quei compagni russi, convinto come sono che un'organizzazione più generale, più affiatata, più costante di quante sono state finora realizzate dagli anarchici, se pure non riuscisse ad eliminare tutti gli errori e tutte le deficienze inevitabili forse in un movimento come il nostro, che precorre di tanto i tempi e che perciò si dibatte tra l'incomprensione, l'indifferenza e spesso la ostilità della maggioranza, sarebbe indubbiamente un elemento importante di forza e di successo, un mezzo potente per far valere le nostre idee.

Io credo soprattutto necessario, urgente, che gli anarchici s'intendano, si organizzino il più ed il meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte per i miglioramenti e l'emancipazione. 

Oggi la più grande forza di trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la meta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni, fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza dell'oppressione in cui giacciono e dell'antagonismo che li divide dai loro padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire a conquistare quei miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere 1'utilità e l'importanza del movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all'eguaglianza, alla pace ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl'interessi materiali ed immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se manca il fermento, la spinta, l'opera concertata degli uomini d'idee, che combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere. 

Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei sindacati lottino per la realizzazione integrale dell'anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione. 

Ma è evidente che per conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell'anarchismo, e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che sappiano conciliare la libera azione degl'individui con la necessità ed il piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità d'iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l'ambiente in cui operano ed una preparazione morale e materiale per l'avvenire che desideriamo.

Risponde il progetto in discussione a questi requisiti?

A me pare di no. Secondo me, esso, invece di fare nascere negli anarchici un maggior desiderio di organizzarsi, sembra fatto apposta per avvalorare il pregiudizio di quei compagni i quali credono che organizzarsi significa sottomettersi a dei capi e aderire ad un organismo autoritario, accentratore, soffocatore di ogni libera iniziativa. Ed infatti in esso sono espressi appunto quei propositi che alcuni, contro la verità evidente e malgrado le nostre proteste, si ostinano ad attribuire a tutti gli anarchici qualificati organizzatori.

Una sola o diverse organizzazioni anarchiche?

Esaminiamo.

Prima di tutto a me pare sbagliata - ed in tutti i casi irrealizzabile - l'idea di riunire tutti gli anarchici in una "Unione generale", cioè, come dice il Progetto, in una sola collettività rivoluzionaria attiva.

Noi anarchici possiam dirci tutti dello stesso partito, se colla parola partito s'intende l'insieme di tutti coloro che stanno dalla stessa parte, che hanno cioè le stesse aspirazioni generali e che in un modo o nell'altro lottano per lo stesso scopo contro avversari e nemici comuni. Ma ciò non vuol dire che sia possibile - e forse nemmeno desiderabile - il riunirci tutti in una stessa determinata associazione. Troppe sono le differenze di ambiente e le condizioni della lotta, troppi i modi possibili di azione che l'uno o l'altro preferisce, troppe anche le differenze di temperamento e le incompatibilità personali, perché una Unione generale, se presa sul serio, non diventi, anziché un mezzo per coordinare e sommare gli sforzi di tutti, un ostacolo alla attività individuale e forse anche una causa di più aspre lotte intestine. Così per esempio, come si potrebbe organizzare nello stesso modo e collo stesso personale un'associazione pubblica fatta per la propaganda e l'agitazione in mezzo alle masse, ed una società segreta costretta dalle condizioni politiche del paese in cui lavora a nascondere al nemico i suoi propositi, i suoi mezzi, il suo personale? Come potrebbero adottare la stessa tattica gli educazionisti, i quali credono che basti la propaganda e l'esempio di alcuni per trasformare gradualmente gli individui e quindi la società, ed i rivoluzionari, i quali son convinti della necessità di abbattere colla violenza uno stato di cose che si regge per violenze e creare, contro la violenza degli oppressori le condizioni necessarie al libero esercizio della propaganda ed all'applicazione pratica delle conquiste ideali? E come tenere insieme delle persone che per ragioni particolari non si amano e non si stimano, e nulla meno possono essere egualmente buoni ed utili militanti dell'anarchismo?

D'altronde gli stessi autori del Progetto (Plateforme) dichiarano "inetta" l'idea di creare un'organizzazione che riunisca i rappresentanti delle diverse tendenze dell'anarchismo. Una tale organizzazione, essi dicono, "incorporando degli elementi teoricamente e praticamente eterogenei non sarebbe che un'accozzaglia (assemblage) meccanica d'individui che concepiscono in una maniera differente tutte le questioni riguardanti il movimento anarchico e si disgregherebbe infallibilmente appena messa alla prova dei fatti e della vita reale".

Sta benissimo. Ma allora, se essi riconoscono l'esistenza di anarchici di altre tendenze, dovranno pur lasciare a questi il diritto di organizzarsi a loro volta e di lavorare per l'anarchia nel modo che credono migliore. O pretenderanno di mettere fuori dell'anarchismo, di scomunicare, tutti coloro che non accettano il loro programma? Essi dicono bensì di voler raggruppare in una sola organizzazione tutti gli elementi sani del movimento libertario; e naturalmente avran tendenza a giudicare sani solo quelli che pensano come loro. Ma che ne faranno degli elementi non sani?

Certamente vi sono tra quelli che si dicono anarchici come in ogni collettività umana, elementi di vario valore; e quel che è peggio, vi è chi mette in giro in nome dell'anarchia delle idee che hanno con l'anarchismo una ben dubbia affinità. Ma come evitarlo? La verità anarchica non può e non deve diventare il monopolio di un individuo o di un comitato, né può dipendere dalle decisioni di maggioranze vere o fittizie. È necessario solo - ed è sufficiente - che tutti abbiano, ed esercitino, la più ampia liberta di critica, e che ciascuno possa sostenere le proprie idee e scegliersi i propri compagni. I fatti giudicheranno poi in ultima istanza, e daranno ragione a chi l'ha.

L'anarchismo e la responsabilità collettiva.

Lasciamo dunque l'idea di riunire tutti gli anarchici in una sola organizzazione, e consideriamo questa Unione generale che ci propongono i russi per quello che essa realmente sarebbe, cioè l'Unione di una certa frazione di anarchici; e vediamo se il modo di organizzazione proposto è conforme ai principi ed ai metodi anarchici e se potrebbe perciò giovare al trionfo dell'anarchia.

Ancora una volta, a me pare di no.

Io non dubito dei sinceri propositi anarchici di quei compagni russi: essi vogliono realizzare il comunismo anarchico e cercano il modo di giungervi al più presto possibile. Ma non basta volere una cosa: bisogna anche adoperare i mezzi opportuni, così come quando si vuol andare in un luogo bisogna prendere la via che vi conduce, altrimenti si giunge in tutt'altro luogo. Così la loro organizzazione essendo tipicamente autoritaria, ben lungi dal facilitare il trionfo del comunismo anarchico, a cui essi aspirano, non potrebbe che falsare lo spirito anarchico e portare a conseguenze contrarie alle loro intenzioni.

Infatti, la loro Unione generale consisterebbe di tante organizzazioni parziali che avrebbero dei segretariati che ne dirigono ideologicamente l'opera politica e tecnica; e per coordinare l'attività di tutte le organizzazioni aderenti vi sarebbe un Comitato esecutivo dell'Unione, incaricato della esecuzione delle decisioni prese dall'Unione e "della condotta ideologica e organizzativa delle organizzazioni conformemente all'ideologia ed alla linea tattica generale dell'Unione".

È anarchico questo? Questo, secondo me, è un governo ed una chiesa. Mancano, è vero, la polizia e le baionette, come mancano i fedeli disposti ad accettare l'ideologia dettata, ma ciò vuol dire semplicemente che il loro governo sarebbe un governo impotente ed impossibile, e la loro chiesa sarebbe un vivaio di scismi e di eresie. Lo spirito, la tendenza resta autoritaria e l'effetto educativo sarebbe sempre antianarchico.

Sentite se non è vero.

"L'organo esecutivo del movimento libertario generale - l'Unione anarchica- introduce nei suoi ranghi il principio della responsabilità collettiva; tutta l'Unione sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica di ogni membro; e ciascun membro sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica dell'Unione".

E dopo questo, che è la negazione assoluta di ogni indipendenza individuale e di ogni libertà d'iniziativa e di azione, i proponenti, ricordandosi di essere anarchici, si dicono federalisti e tuonano contro la centralizzazione "i cui risultati inevitabili - dicono - sono l'asservimento e la meccanizzazione della vita sociale e di quella dei partiti".

Ma se l'Unione è responsabile di quello che fa ciascun membro, come può lasciare ai singoli membri ed ai vari gruppi la libertà di applicare il programma comune nel modo che crede migliore? Come si può essere responsabile di un atto se non si ha la facoltà d'impedirlo? L'Unione dunque, e per essa il Comitato esecutivo, dovrebbe sorvegliare l'azione dei singoli membri e prescrivere loro quello che debbono fare o non fare; e poiché la disapprovazione dopo il fatto non può sanare la responsabilità previamente accettata, nessuno potrebbe fare alcunché prima di avere ottenuto il benestare, il permesso del comitato. E d'altra parte, può un individuo accettare la responsabilità delle azioni di una collettività prima di sapere quello che essa farà e se non può impedire ad essa di fare ciò che egli disapprova?

Di piú, gli autori del Progetto dicono che è l'"Unione" che vuole e dispone. Ma quando si dice volontà dell'Unione, s'intende forse la volontà di tutti i suoi membri? In tal caso, perché l'Unione potesse funzionare bisognerebbe che tutti avessero sempre e su tutte le questioni la stessa e medesima opinione. Ora, se è naturale che tutti sieno d'accordo sui principi generali e fondamentali, perché altrimenti non si sarebbero o non resterebbero uniti, non si può supporre che degli esseri pensanti sieno tutti e sempre dello stesso parere su quello che conviene fare in tutte le varie circostanze e sulla scelta delle persone a cui affidar le cariche esecutive e direttive.

L'anarchismo e il principio maggioritario.

In realtà - come risulta dallo stesso testo del Progetto - per volontà dell'Unione non può intendersi che la volontà della maggioranza, espressa per mezzo di congressi, che nominano e controllano il Comitato esecutivo e decidono su tutte le questioni importanti. I congressi, naturalmente, sarebbero composti da rappresentanti eletti dalle maggioranze dei gruppi aderenti, e questi rappresentanti deciderebbero sul da farsi, sempre a maggioranza di voti. Dunque, nella migliore delle ipotesi, le decisioni sarebbero prese della maggioranza di una maggioranza, la quale poi può benissimo, specie quando le opinioni in contrasto sono più di due, non rappresentare che una minoranza.

V'è da osservare inoltre che, date le condizioni in cui vivono e lottano gli anarchici, i loro congressi sono anche meno realmente rappresentativi di quello che sieno gli stessi parlamenti borghesi, ed il loro controllo sugli organi esecutivi, se questi hanno poteri autoritari, difficilmente riesce tempestivo ed efficace. Ai congressi anarchici va, in pratica, chi vuole e chi può, chi ha o trova i denari necessari e non ne è impedito da misure poliziesche; vi va tanto chi rappresenta solo se stesso o un piccolo numero di amici, quanto chi porta realmente le opinioni e i desideri di una numerosa collettività. E salvo le precauzioni da prendere contro i traditori e le spie anzi a causa stessa di quelle necessarie precauzioni è impossibile una seria verifica dei mandati e del loro valore.

In ogni modo siamo in pieno sistema maggioritario, in pieno parlamentarismo.

È risaputo che gli anarchici non ammettono il governo della maggioranza (democrazia), come non ammettono il governo di pochi (aristocrazia, oligarchia, o dittatura di classe e di partito), né quello di un solo (autocrazia, monarchia, o dittatura personale).

Gli anarchici hanno fatto mille volte la critica del cosiddetto governo della maggioranza, che poi del resto, nell'applicazione pratica, conduce sempre al dominio di una piccola minoranza.

Bisognerà rifarla ancora per uso dei nostri compagni russi? Certamente gli anarchici riconoscono che nella vita in comune è spesso necessario che la minoranza si conformi al parere della maggioranza. Quando c'è bisogno od utilità evidente di fare una cosa ed occorre per farla il concorso di tutti, i meno debbono sentire la necessità di adattarsi al volere dei più. Ed in generale, per vivere insieme pacificamente e in regime d'eguaglianza, è necessario che tutti sieno animati da uno spirito di concordia, di tolleranza, di arrendevolezza. Ma questo adattamento di una parte degli associati all'altra parte deve essere reciproco, volontario, derivante dalla coscienza della necessità e dal buon volere di ciascuno di non paralizzare con la sua ostinatezza la vita sociale; e non già essere imposto come principio e come norma statutaria. È questo un ideale che forse nella pratica della vita sociale generale sarà difficile a raggiungere in modo assoluto, ma è certo che in ogni aggruppamento umano si è tanto più vicini all'anarchia quanto più l'accordo tra maggioranza e minoranza è libero e spontaneo e scevro da ogni imposizione diversa da quella che deriva dalla natura delle cose.

Dunque, se gli anarchici negano il diritto della maggioranza a governare nella società umana generale in cui l'individuo è pur costretto ad accettare certe restrizioni, perché non può isolarsi senza rinunziare alle condizioni di una vita umana, e vorrebbero che tutto si facesse per libero accordo fra tutti, come mai sarebbe possibile che essi adottino il governo della maggioranza nelle loro associazioni essenzialmente libere e volontarie e comincino col dichiarare che si sottoporrano ai deliberati della maggioranza ancora prima di sapere quali essi saranno?

Si comprende che i non anarchici trovino che l'Anarchia, cioè l'organizzazione libera senza dominio della maggioranza sulla minoranza o viceversa, sia un'utopia irrealizzabile o realizzabile solo in un lontanissimo avvenire, ma è inconcepibile che chi professa idee anarchiche e vorrebbe fare l'Anarchia, o almeno avviarsi seriamente alla sua realizzazione, oggi piuttosto che domani, rinneghi i principi fondamentali dell'anarchismo, nell'atto stesso in cui si propone di combattere per il suo trionfo. 

Le basi dell'organizzazione anarchica.

Un'organizzazione anarchica deve essere fondata, secondo me, su basi ben diverse, da che si propongono quei compagni russi. 

Piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità, degl'individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl'impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.

Così i congressi in un'organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie e sui mezzi d'azione, a far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l'azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica - e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gl'interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finché le accettano. Gli organi amministrativi che essi nominano - Commissione di corrispondenza, ecc. - non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità per imporre le proprie vedute che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell'organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son d'accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, O di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti. 

In un'organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all'attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei. 

Certo la durata, la permanenza di un'organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d'altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinità spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia.

PER CONCLUDERE

Quei compagni russi troveranno forse che una organizzazione quale io la concepisco, e quale si è, più o meno bene, fatta in varie epoche, è poco efficace.

Comprendo. Quei compagni sono ossessionati dal successo che hanno avuti i bolscevichi nel loro paese, e vorrebbero, a mo' dei bolscevichi, riunire gli anarchici in una specie di esercito disciplinato, che sotto la direzione ideologica e pratica di alcuni capi marciasse compatto all'assalto dei regimi attuali e dirigesse poi a vittoria materiale ottenuta, la costituzione della nuova società. E forse è vero che con quel sistema, se fosse possibile che gli anarchici vi si prestassero e i capi fossero uomini di genio, la nostra efficienza materiale diverrebbe più grande. Ma con quali risultati? Non avverrebbe dell'anarchismo quello che è avvenuto in Russia del socialismo e del comunismo?

Quei compagni sono ansiosi di successo e noi pure lo siamo; ma non bisogna per vivere e vincere rinunciare alle ragioni della vita e snaturare il carattere della eventuale vittoria.

Noi vogliamo combattere e vincere, ma come anarchici - per l'Anarchia.

Tratto da Nestor Machno (ITA)