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giovedì 1 maggio 2014

Il significato di ogni Primo Maggio



La giornata del primo Maggio è considerata nel mondo socialista come la festa del Lavoro. Si tratta di una falsa affermazione del 1° Maggio che ha talmente permeato la vita dei lavoratori che effettivamente in molti paesi, essi lo celebrano così. Infatti, il primo maggio non è un giorno di festa per i lavoratori ... No, i lavoratori non devono, quel giorno rimanere nelle loro officine o nei campi. Quel giorno, i lavoratori di tutti i paesi devono riunirsi in ogni villaggio, in ogni città, per organizzare delle riunioni di massa, non per festeggiare quel giorno così come lo concepiscono i socialisti statalisti ed in particolare i bolscevichi, ma per contare le loro forze, per determinare le possibilità di lotta diretta contro l’ordine marcio, vile schiavista, fondato sulla violenza e la menzogna.(Nestor Makhno)

Ancora una volta gli anarchici saranno in piazza il Primo Maggio per ricordare le ragioni di questa giornata.

Adolph Fischer, August Spies, George Engel, Albert Parson, Louis Lingg, Samuel Fielden e Michael Schwab vengono condannati a morte da una giuria di uomini d’affari, loro commessi e poliziotti, dopo una commedia infame in cui ci si appellava liberamente alla falsità ed allo spergiuro..

I primi quattro salirono il patibolo l’undici novembre del 1887, Louis Lingg si suicidò in carcere alla vigilia dell’esecuzione.

Sono i Martiri di Chicago, condannati a morte al termine di un processo ideologico intentato dagli Stati Uniti contro l’anarchismo e il movimento operaio.

I condannati infatti erano stati gli animatori della manifestazione del 1° maggio 1886 per la rivendicazione delle otto ore di lavoro, conclusasi nel sangue per le aggressioni della polizia e dei pistoleri dell’agenzia Pinkerton.

Come i capitalisti si impegnarono per il prolungamento della giornata lavorativa, così le organizzazioni degli operai fecero della sua riduzione uno dei loro principali obiettivi. Dopo l’approvazione, nel parlamento britannico, di una legge che limitava a 10 ore la giornata lavorativa, gli attivisti operai cominciarono a richiedere le otto ore di lavoro: nel 1855, a Melbourne, Australia, nasce lo slogan otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di riposo; nel 1865 viene fondata la lega per le otto ore del Massachusetts; nel 1866, al congresso di Ginevra dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, viene adottato l’obiettivo delle otto ore come limite della giornata lavorativa.

Nell’estate del 1884 i sindacati nordamericani indissero per il 1° maggio 1886 una giornata di lotta per rivendicare le otto ore di lavoro, una richiesta non particolarmente radicale, in quanto la legge federale gia’ dal 1867 prevedeva la giornata lavorativa di otto ore, che pero’, per le deroghe fatte firmare ai lavoratori dai datori di lavoro come condizione per l’assunzione e l’ignavia del governo Federale nel contrastare il fenomeno, veniva puntualmente aggirata e disattesa.

In seguito, le varie componenti del movimento operaio decisero di fare del Primo Maggio una giornata internazionale di lotta per commemorare i Martiri di Chicago e rivendicare le otto ore di lavoro.

Questo il fatto che appartiene al movimento anarchico, a tutto il Movimento Operaio, a chi lotti per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione e per la loro messa in comune.

Ma fin dall’inizio, anarchici e autoritari si divisero nell’interpretazione del Primo Maggio. La mozione approvata al congresso di fondazione della Seconda Internazionale recita: “Una grande manifestazione sara’ organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le citta’, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorita’ di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”. Mentre i socialisti autoritari e legalitari approfittano della giornata del Primo Maggio per fare propaganda ai propri candidati, i comunisti, i socialisti anarchici fanno del Primo Maggio, di ogni Primo Maggio, una tappa verso l’emancipazione della classe operaia attraverso l’azione diretta e l’autorganizzazione delle lotte.

Errico Malatesta ne parla in un articolo su Umanità Nova del 1922: “«Ricorderemo un fatto di cui qualcuno di noi fu testimone e parte. Era il Primo maggio del 1890. In Inghilterra la manifestazione per le otto ore prese proporzioni grandiose. In tutte le grandi città vi furono comizi e cortei di centinaia di migliaia di operai. Nell’Hyde Park di Londra si riunirono più di un milione di persone, piene di entusiasmo, pronte a tutto, ma purtroppo, al seguito dei capi». Malatesta contrappone due proposte politiche: quella degli anarchici («Volete le otto ore di lavoro? domani dopo aver lavorato otto ore, posate gli utensili e rifiutatevi a continuare – e sabato esigete il salario intero») e quella dei socialisti e dei dirigenti dei sindacati operai tra i quali John Burns («votare pei candidati socialisti, i quali, diventati deputati, avrebbero proposto al Parlamento la legge delle otto ore»). Il ricordo autobiografico è un pretesto per ribadire i vantaggi dell’azione diretta rispetto alle vie parlamentari: «La giornata legale di otto ore, divenne il motto d’ordine dei lavoratori inglesi, ed i padroni poterono continuare a farli lavorare nove ore o dieci. […] Giovanni Burns divenne deputato e poi ministro, ma delle otto ore non si parlò più. Quando impareranno i lavoratori a fare da loro, ed a comprendere che dando il potere sia pure ai loro migliori ne fanno fatalmente dei nemici!».

Dopo che per anni, da destra e da sinistra, si è cercato di trasformare il Primo maggio in un normale giorno di festa; si è tentato di travisare le ragioni del movimento operaio e di nascondere le origini anarchiche del Primo Maggio in nome di un nuovismo funzionale solo agli interessi dei capitalisti e dei governi, si è tentato di nascondere la Giornata Internazionale di Lotta dei Lavoratori sotto il clamore mediatico di una cerimonia medievale legata a superstizioni abilmente coltivate dalle classi dominanti, o addirittura di abolire il Primo Maggio; oggi le ragioni degli anarchici, le ragioni del Movimento Operaio, le ragioni del Primo Maggio sono più vive che mai.

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Viva il Primo Maggio!
Viva il movimento internazionale dei lavoratori!
Viva l’emancipazione della classe operaia!

Tiziano Antonelli, da Umanità Nova
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mercoledì 26 marzo 2014

Meglio un Regno di Napoli che una Repubblica itagliana



Monarchici o repubblicani? Una distinzione importante, quando si parla della formula istituzionale di uno Stato sovrano e indipendente. Una disputa alla quale, mi scuserete, non voglio partecipare. Perché io ed il mio Popolo non abbiamo uno Stato sovrano e indipendente a cui dare una forma istituzionale degna di questo nome.
Secondo le nostre carte d'identità, noi siamo cittadini della Repubblica italiana. Se fossimo nati prima del 1946, saremmo stati cittadini - pardòn, sudditi - del Regno d'Italia, guidato da una delle dinastie più indegne e ignobili della storia, il cui nome volutamente storpio in Saboia. Come è nato il Regno d'Italia lo sanno ormai tutti: solo i sordi per convenienza o malafede fingono di non sentire le urla degli stupri e delle violenze, il rumore dei paesi rasi al suolo "affinchè non rimanga pietra su pietra", il tintinnio dei denari derubati al più ricco tra gli stati della penisola italica (il Regno delle Due Sicilie) e portati in dote al più indebitato (Regno di Sardegna).
Persino la storiografia "ufficiale" e accademica sta ormai dimostrando come l'italia, intesa come comunità di popoli e di destini, sia stata e sia tuttora una clamorosa invenzione: l'italia è solo uno Stato, e nemmeno uno tra i migliori. Non c'è pathos, non c'è orgoglio, non c'è comunanza tra i popoli che abitano la penisola italica, nonostante le nostre carte d'identità tentino di dimostrarci il contrario. I decenni di occupazione e di violenza, fisica ma ancor più psicologica, cui il mio Popolo è stato costretto dall'invasione delle Due Sicilie a oggi non hanno prodotto altro che odio e divisione, scavato solchi e innalzato muri, mentali prima ancora che reali.

Per questo dico a tutti i meridionalisti, di ogni orientamento: non dividiamoci adesso. I tempi sono maturi per una frantumazione dello Stato italiano. Il sedicente referendum indipendentista veneto, sul quale sono stato e rimango molto critico, rappresenta solo il primo passo. Anche aldilà delle Alpi i movimenti autonomisti e/o indipendentisti crescono, alzano la voce e mostrano i muscoli. Anche al Sud, anche nei territori del fu Regno delle Due Sicilie, e prima ancora Regno di Napoli e Regno di Sicilia, cresce l'orgoglio identitario, la conoscenza della propria Storia, la volontà di riscatto del Presente e il desiderio di un autonomo e libero Avvenire. Il sogno, anzi il progetto, di disintegrazione del Sistema Italia e di ritrovata indipendenza della nostra Terra e del nostro Popolo si avvicina a passi più rapidi di quanto si potesse immaginare. Non cadiamo, però, nell'errore di pensare che la strada sia spianata: il Sistema reagirà, e non sarà facile. Oggi è solo più probabile di ieri.

Tocca rompere i tabù e superare gli steccati. Io l'ho fatto da tempo, e lo ufficializzo oggi: nonostante per formazione politica non sono certamente un monarchico, dichiaro che firmerei OGGI STESSO per un Regno di Napoli, sovrano e indipendente da questa italia. Se l'alternativa allo sfruttamento sistematico da parte del nord - sfruttamento a cui si è dato il nome di "Italia" - è il ritorno della dinastia dei Borbone sul trono, mi dichiaro BORBONICO, oltre che Insorgente.
Ecco, io il passo verso di voi l'ho fatto. Ora tocca a voi.
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lunedì 24 marzo 2014

Usa vs Russia: guerra fredda o guerra tiepida?

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



Secondo molti osservatori più o meno indipendenti, l’aumento della tensione tra Russia e USA (oppure tra Russia e Occidente, vacua e inconsistente categoria rispuntata fuori con prepotenza negli ultimi giorni) rischierebbe di portare il Mondo sull’orlo di una guerra.

In questo caso, però, non si tratterebbe della Terza Guerra Mondiale, da cui probabilmente non uscirebbe un vincitore; bensì, si tratta di una riedizione, aggiornata e corretta, della famosa e famigerata Guerra Fredda, che dal secondo dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino è stata la ragione sociale della politica estera di ogni Paese.

Prima esistevano due blocchi (gli Stati Uniti e la Nato, capitalisti; l’Unione Sovietica e Yalta, socialisti), dichiaratamente avversari, per non dire nemici, e portatori di prospettive economiche e sociali praticamente antitetiche. Oggi esistono sempre due blocchi, visto che la Guerra Fredda presuppone l’esistenza degli stessi, ma le differenze sono meno acute: entrambi capitalisti, pur con le dovute differenze; entrambi autoritari e guerrafondai; entrambi infiltrati da mafie (rispettivamente, Cosa Nostra americana e Organizacija) e massonerie; entrambi paladini ad intermittenza della libertà e della indipendenza dei popoli.

Più che una nuova Guerra Fredda, quella che si sta prospettando all’orizzonte è una Guerra Tiepida, di cui l’esito del referendum “indipendentista” (difficile definirlo tale, visto che si è trattato solo di un cambio di padrone) in Crimea rischia di essere solo la scintilla più visibile, ma non la più pericolosa.

Fino a quando gli interessi economici degli USA e della Russia non entreranno in competizione o addirittura in conflitto, difficilmente la temperatura della guerra varierà, abbassandosi verso i glaciali livelli del secondo Novecento o addirittura alzandosi fino ai prodromi di un vero scontro militare. Ad oggi le aziende statunitensi e russe si sono spartite i mercati e talvolta si sono persino alleate, creando veri e propri trust in barba alle più elementari “norme” del liberismo globalizzante di cui sono entrambi ossequiosi osservatori.
Non tragga in inganno la rapidità con cui Putin si è annesso la Crimea, dichiarando assolutamente valido il responso del referendum; né destino preoccupazione le parole di John Kerry, l’ambasciatore dei “falchi obamiani”, categoria di recentissimo conio a cui si sono prontamente iscritti anche i vari leaders del progressismo europeo, non ultimo il tedesco Martin Schulz (ricordate? Berlusconi gli diede del “kapo”), candidato alla presidenza della Commissione Europea.
Non saranno queste scaramucce verbali a scalfire il tepore della guerra tra USA e Russia. I Popoli non cadano nell’errore di appiattirsi sui due blocchi, di farsi attrarre dai due presunti poli avversi: la libertà di tutti e di ciascuno è fuori da questo schema ingessato.
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venerdì 14 febbraio 2014

"Le Due Sicilie non erano arretrate". Quando gli alunni correggono i prof italioti.



Il Sud «arretrato», praticamente barbaro e subalterno al Nord. Le risorse economiche quasi nulle in un territorio praticamente sottosviluppato prima dell'Unità d'Italia. E' questo il quadro che il libro «Chiedi alla Storia» - autori Amerini e Roveda, edito da Bruno Mondadori - adottato dalla terza classe della sezione C della scuola media «Alfonso Gatto» di Battipaglia, traccia del Mezzogiorno prima dell'arrivo di Garibaldi. Un falso storico per gli alunni. Che hanno deciso di approfondire gli studi, iniziare una serie di ricerche storiografiche per smontare questa tesi e denunciare il fatto. E così è stato.
Tutto è iniziato, come racconta il Mattino, quando i ragazzi hanno studiato il 13 capitolo del libro. Dove il Sud è rappresentato, all'epoca dei Borbone, con un quadro a tinte fosche. Tant'è che secondo gli autori il Regno d'Italia fu costretto a sobbarcarsi il deficit del Regno delle due Sicilie.
Gli alunni hanno recuperato gli atti della Conferenza internazionale di Parigi del 1856, che assegnava al regno dei Borbone un premio per lo sviluppo industriale, e hanno fatto riferimento alla quotazione della Borsa parigina che prima del 1860 premiava la rendita dello stato napoletano. Ed ancora, tra i tanti documenti, i ragazzi hanno fatto riferimento a una lettera del 1899 dello storico Giustino Fortunato che rilevava le «floridissime condizioni» del Meridione prima dell'unificazione.
Dai professori e dal preside è arrivato un plauso all'attività dei ragazzi della III C. Non solo per lo studio. «Purtroppo - ha detto Fortunato Ricco, dirigente della Gatto - molti manuali di storia inquadrano le tappe preunitarie in ottica di sudditanza del Sud. bene hanno fatto gli studenti a evidenziare queste ombre».

mercoledì 11 settembre 2013

Le Schiere Nere libertarie che contrastarono il nazismo




Oggi parliamo un po' di storia. Una leggenda vuole che l'ascesa del nazismo in Germania sia stata inarrestabile, e non abbia incontrato opposizione. I partiti socialisti e comunisti tedeschi erano incapaci di opporre una resistenza anche militare alle squadracce brune di Adolf Hitler.
In realtà, non fu così: come in Italia vi furono gli Arditi del Popolo contro i fascisti, in Germania vi furono le anarcosindacaliste Schwarzen Scharen, le "Schiere Nere" (o anche Branco Nero).


Il 3 agosto 1930 il movimento anarcosindacalista berlinese indice una manifestazione antimilitarista per ricordare l'ingresso della Germania nella prima guerra mondiale. La repubblica di Weimar intanto sta vivendo una difficile fase della sua esistenza, prostrata dalla crisi economica e dalla politica d'austerità imposta dal cancelliere Brüning, mentre l'impetuosa ascesa del partito nazionalsocialista di Hitler è in pieno svolgimento e si confermerà nelle elezioni del settembre dello stesso anno. Finito il comizio, il corteo del 3 agosto prende le mosse a mezzogiorno da Bülowplatz, dirigendosi verso Brunnenplatz, nel cuore del quartiere operaio di Wedding. Tra i partecipanti ci sono gli attivisti della gioventù anarcosindacalista, la Sajd, gli anarcosindacalisti della Faud (Freie Arbeiter Union Deutschland) e l'orchestra operaia. Ad aprire il corteo sono alcune decine di individui che indossano un uniforme completamente nera, composta da un cappello da carpentiere o un berretto con visiera, una camicia, un paio di pantaloni, uno spallaccio e un cinturone da operaio. Due simboli sono appuntati sul cappello o sul cinturone di ciascuno: un fucile che si sbriciola e la stella rossa sovietica con un martello e una falce su fondo nero, già simbolo della Sajd. Marciano organizzati, portando bandiere nere: si tratta delle Schwarze Scharen, organizzazione finalizzata alla lotta contro il nazismo e alla diffusione dell'anarcosindacalismo, un fenomeno politico inedito all'interno del movimento libertario della repubblica di Weimar.

È importante fare una precisazione: sulle Schwarze Scharen c'è poco in tedesco, nulla in italiano. Pertanto, s'impone un problema preliminare, cioè la traduzione. Infatti, die Schar (-en) può assumere diversi significati: schiera, branco, sciame, stormo. La mia scelta è ricaduta sul termine “schiera”, quindi la traduzione di Schwarze Scharen sarebbe “Schiere nere”, perché si tratta di un'espressione che irradia un'idea di forza e combattività, senza rimandare necessariamente ad una sfera autoritaria. In altre parole, “schiera” mi sembra un termine per così dire “marziale”, adatto quindi a un gruppo di autodifesa militante, senza per questo essere militarista.
La confederazione anarcosindacalista tedesca nasce nel dicembre del 1919 sulle ceneri della Fvdg (Freie Vereinigung Deutscher Gewerkschaften, cioè Associazione libera dei sindacati tedeschi), di tendenza sindacalista rivoluzionaria, sorta da una scissione dal partito socialdemocratico nel 1897. La Faud svolge un ruolo importante nel corso delle lotte che si diffondono in Germania a partire dal novembre 1918, in particolare a Berlino, nella Renania e nella Germania centrale, mentre nella Ruhr partecipa nella primavera del 1920 alla fondazione dell'Armata rossa della Ruhr, composta da circa 50.000 uomini e all'interno della quale il 45 per cento dei militanti provengono dalle file anarcosindacaliste. Nonostante la repressione, la Faud continua a crescere: nel momento della fondazione possiede 112.000 aderenti, divenuti l'anno successivo 150.000. Nel frattempo il suo organo, il settimanale Der Syndikalist, raggiunge la tiratura di 100.000 esemplari (Döhring, 2004). Tuttavia, già a partire dal 1922, a causa della repressione e del graduale riflusso delle lotte, il movimento anarcosindacalista comincia ad accusare le prime gravi perdite. Nel 1922 conta 70.000 aderenti, calati nel 1923 a 30.000, per continuare a decrescere negli anni successivi. Nel 1929 possiede ancora 10.000 iscritti, che si riducono ulteriormente nel 1931 a causa della disoccupazione di massa a seguito della crisi economica, per poi crollare definitivamente ai 3.000 sostenitori alla vigilia della presa del potere di Hitler. Non è possibile indagare qui le cause di questa costante emorragia di iscritti che portano la Faud dall'essere un sindacato che si proclama organizzazione anarchica a organizzazione anarchica che si proclama sindacato (Döhring, 2004). Quello che è interessante registrare è l'autocritica interna che alcuni militanti, specie quelli più giovani, cominciano a portare avanti a partire dalla fine degli anni venti, con lo scopo di reagire al declino del movimento anarcosindacalista e, allo stesso tempo, rispondere agli attacchi del movimento nazista, in rapida ascesa (Linse, 1989). Sulla base di queste considerazioni, nascono le Schwarze Scharen.

Come tutto è cominciato
Le “Schiere nere” compaiono per la prima volta nella regione dell'Alta Slesia – che oggi si trova in Polonia – per due ordini di ragioni (Linse, 1989). In primo luogo, bisogna considerare che gran parte dell'Europa tra le due guerre è costellata da formazioni armate di militanti legate a partiti di destra e di sinistra. La proliferazione di queste organizzazioni, formate soprattutto da giovani, costituisce uno dei tratti tipici della società uscita dalla prima guerra mondiale ed è causata da quel processo che lo storico Mosse ha definito “brutalizzazione della politica”, avviato dal conflitto stesso. In altre parole, diversi stati europei e la repubblica di Weimar in particolare costituiscono il teatro di una riconfigurazione della militanza politica, caratterizzata da una simbiosi tra politica, violenza e cultura, e determinata dalle conseguenze della Grande guerra. Anche la gioventù libertaria rimane influenzata da questo inedito clima, soprattutto in una regione come quella dell'Alta Slesia, dove la lotta tra i Freikorps nazionalisti e le truppe polacche infuria fino all'inizio degli anni venti. Ciò permette la diffusione e la legittimazione del principio dell'autodifesa e così, quando comincia a farsi sempre più pressante l'attivismo delle camicie brune, alcuni attivisti anarcosindacalisti non stanno a guardare. Il centro dell'anarcosindacalismo nella regione è Ratibor, dove hanno un ruolo particolare Alfons Pilarski, direttore del settimanale locale Freiheit, Theodor Bennek e Georg Bennek (i due non sono parenti), i quali fondano il gruppo cittadino della Faud nel 1928 e, nell'ottobre 1929, creano la prima Schwarze Schar, insieme ad altri militanti. Ratibor costituisce il centro dal quale si irradia l'esperienza delle Schiere nere in tutta l'Alta Slesia: in novembre ne compare una a Beuthen, la quale giunge a contare nel giro di pochi mesi una cinquantina di militanti, e a Rosenberg, che invece non riesce a superare mai la dozzina di attivisti. Nel corso del 1930 gruppi simili si affermano anche a a Katscher, Gleiwitz e Bobrek-Karf (Linse, 1989).
Nel corso dell'estate del 1930 l'esperienza di Ratibor viene recepita da alcuni militanti della Sajd e della Faud di Berlino. In giugno viene così creata la prima Schiera nera della capitale tedesca da parte di attivisti provenienti dai quartieri settentrionali, che la definiscono “Organizzazione antifascista dei lavoratori rivoluzionari”. I rapporti di polizia identificano la guida della prima Schiera nera berlinese in Walter Kaps, già esponente di spicco della Sajd e suo referente per il quartiere di Prenzlauer Berg (Linse, 1989). Nel giro di poche settimane si afferma un'altra Schiera nera anche nei quartieri meridionali. A differenza delle Schwarze Scharen dell'Alta Slesia, quelle berlinesi pubblicano il proprio statuto organizzativo e si danno un organo di comunicazione, il ciclostilato Mitteilungsblatt der Schwarzen Schar. Antifaschistische Vereinigung revolutionärer Arbeiter (Foglio di comunicazione della Schiera nera. Associazione antifascista dei lavoratori rivoluzionari). Tuttavia, sulla loro struttura organizzativa e sulla loro effettiva forza numerica non sono disponibili informazioni precise (Döhring, 2011).
Nel febbraio del 1931 viene fondata una Schiera nera a Kassel, la quale giunge a contare in agosto 40 militanti circa, grazie all'attività del falegname Willy Paul. Quest'ultimo, già cofondatore della sezione locale della Faud, pubblica alcuni bollettini, come Die Proletarische Front (Il fronte proletario), in 500 copie, e soprattutto Die schwarze Horde (L'orda nera). Dalle pagine di quest'ultimo, Paul propone come futura guida delle Schwarze Scharen a livello nazionale il poeta anarchico Erich Mühsam.
Altri gruppi simili compaiono a Suhl e forse anche a Erfurt. Ma la situazione forse più interessante si verifica in Renania. Nel gennaio 1930, Gustav (Gustl) Doster, militante anarcosindacalista di Darmastadt, già impegnato nel movimento dei disoccupati, lancia un appello su Junge Anarchisten (Giovani anarchici), la rivista della Sajd, per la costituzione di una Schiera nera. Tuttavia, il gruppo più attivo nella regione è quello che s'afferma a Wuppertal, costituito da poche decine di militanti ma estremamente impegnato nella lotta antifascista, formato dai membri della Sajd locale e da alcuni attivisti più giovani della Faud (Klan-Nelles, 1986). Questa Schiera nera apre i cortei anarcosindacalisti portando delle bandiere nere con sopra scritto “Tod dem Faschismus” (Morte al fascismo) e sono accompagnati dall'orchestra operaia di Duisburg, l'unica presente nella regione.

Caratteri delle Schwarze Scharen
Le Schiere nere dell'Alta Slesia costituiscono quindi il modello sul quale si strutturano gli altri gruppi che si formano successivamente. Per ricostruire i caratteri generali di questa organizzazione è necessario affidarsi ai rapporti di polizia, confrontandoli con gli scritti provenienti dalla Schiera nera di Berlino, in modo tale da ottenere un quadro il più possibile nitido (Linse, 1989).
1- I componenti della Schiera nera si presentano pubblicamente in divisa. La loro uniforme è composta da pantaloni, camicia e cappello (nell'Alta Slesia il basco, a Berlino il berretto con visiera o il largo cappello da carpentiere) completamente neri, il loro simbolo principale, tipicamente antimilitarista, è un fucile che si sgretola, al quale si può trovare associato il simbolo della Sajd (Linse, 1976).
2- Le Schiere nere, sin dalla loro fondazione, mettono in primo piano la questione dell'antifascismo, anche se in un modo differente rispetto alla Faud (Linse, 1989). La confederazione anarcosindacalista, infatti, interpreta il nazismo come l'espressione dittatoriale del capitalismo, quindi come un fenomeno economico, manifestazione di un “moderno militarismo industriale” che, in quanto tale, può essere combattuto solo con lo sciopero generale e il sabotaggio. I militanti delle Schiere nere invece vedono nel nazismo anche un fenomeno politico da combattere non solo nelle fabbriche, ma anche fisicamente nelle strade. In nome dell'antifascismo, le Schwarze Scharen promuovono l'alleanza con altre forze politiche, anche se in misura diversa. Infatti a Ratibor scendono in strada insieme ai militanti del partito comunista, in Renania la collaborazione avviene soltanto con altri piccoli gruppi della sinistra comunista e libertaria, mentre la Schiera nera berlinese precisa nel suo primo appello al proletariato che collaborerà soltanto con organizzazioni antiautoritarie (Linse, 1989).
3- Le Schiere nere non sono soltanto un'organizzazione antifascista, ma si presentano anche come un supporto per il movimento anarcosindacalista. La loro attività propagandistica è molto intensa e si dirige non soltanto alle città ma anche alle campagne, incoraggiando l'utilizzo di mezzi propagandistici più efficaci come manifesti più moderni, spettacoli teatrali, orchestre operaie e l'uso di mezzi motorizzati (camion, automobili) per la propaganda. Per esempio, per promuovere il corteo antimilitarista del 3 agosto 1930, la Schiera nera di Ratibor utilizza un camion con alcune scritte antimilitariste e delle caricature, tra le quali ci sono un Cristo in croce con la maschera antigas e un ritratto del presidente del Reich, Paul von Hindenburg, in vestaglia e pantofole (Döhring, 2011).
4- Il fatto che le Schiere nere si presentino come un'organizzazione integrata ma allo stesso tempo indipendente dalla Faud, non impedisce loro di criticare anche duramente la confederazione anarcosindacalista per avere trascurato il confronto politico e per non aver reagito al suo declino, lasciandosi andare ad un atteggiamento passivo e di attesa. Inoltre, la Schiera nera berlinese invoca una più rigorosa e solida forma organizzativa per combattere il nazismo, per attirare nuovi elementi e per rilanciare il movimento anarcosindacalista.
Per quanto riguarda i loro numeri, le Schwarze Scharen non divengono mai un movimento di massa, infatti, secondo i rapporti di polizia dell'epoca, non superano le 500 unità a livello nazionale (Linse, 1989). Nonostante ciò, le Schiere nere sono molto aggressive nell'attività antifascista, i suoi aderenti vedono nell'uniformità della divisa e nei comportamenti risoluti un vantaggio psicologico sul nemico nazista, tanto che, per esempio, le SA renane temono la Schiera di Wuppertal, pur essendo le camicie brune in maggioranza numerica. Il loro armamento può soltanto essere ipotizzato a partire dalle informazioni che sono disponibili per i singoli gruppi locali. La Schiera nera di Wuppertal, una delle più attive, possiede numerose rivoltelle e una carabina, che vengono utilizzate nei frequenti scontri a fuoco con i militanti nazisti, mentre quella di Beuthen ha un deposito di esplosivi, scoperto dalla polizia nel 1932 (Rübner, 1994).
In sintesi, le Schwarze Scharen costituiscono il tentativo da parte di alcuni attivisti della Sajd e della Faud di reagire all'avanzata del nazismo e al declino del movimento anarcosindacalista, costituendo un'organizzazione in grado di portare il principio dell'azione diretta, da sempre sostenuta in ambito economico dall'anarcosindacalismo, sul terreno politico, in funzione antifascista. Il nodo che i militanti delle Schiere nere si ritrovano ad affrontare consiste nel tentativo di coniugare l'esigenza di un'organizzazione strutturata, adatta all'attacco e alla difesa militante, con una dimensione libertaria, orizzontale e antimilitarista.
La parabola esistenziale delle Schiere nere è piuttosto breve, dato che i gruppi nati tra il 1929 e il 1930 cessano le loro attività pochi mesi prima dell'avvento del Terzo Reich. Le ragioni sono diverse, anche se un ruolo importante hanno avuto l'accusa di militarismo mossa da parte di alcuni settori della Sajd e della Faud alle Schiere nere, che comunque le utilizzano per difendere le loro iniziative (Rübner, 1994), e il continuo declino del numero degli attivisti anarcosindacalisti. Altri due importanti fattori sono senza dubbio la repressione da parte dello stato e la morte di alcuni esponenti di spicco, come Walter Kaps (Linse, 1989). Nonostante la loro breve esistenza, le Schiere nere assumono una grande importanza storica e politica poiché costituiscono un fenomeno inedito all'interno del movimento anarchico tedesco dell'epoca. Inoltre, molti degli attivisti sopravvissuti combatteranno durante la guerra civile spagnola nelle file della Colonna Durruti e animeranno in Spagna il gruppo Deutsche Anarcho-Syndikalisten (Das).

David Bernardini, tratto da A - rivista anarchica

sabato 1 settembre 2012

Una giornata della memoria per i duosiciliani uccisi durante il "Risorgimento"




FIRMA LA PETIZIONE!

La storiografia ufficiale ha sottaciuto, per oltre 150 anni, una scomoda verità: il popolo meridionale ha pagato un prezzo troppo alto per l’Unita d’Italia. Si parla di circa 500.000 morti; la distruzione di sessanta paesi; l’uccisioni di bambini, donne e anziani; il carcere duro di Fenestrelle (un vero e proprio lager ) per i dissidenti. Riteniamo che queste vittime debbano essere ricordate e in loro onore chiediamo al Presidente della Repubblica che venga istituito un giorno della memoria, il 3 Febbraio.

«Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»
Lettera di Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868 

«Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.»
Antonio Gramsci in L'Ordine Nuovo, 1920

É giusto dunque proporre un giorno della memoria per onorare chi, per difendere la propria dignitá, le proprie terre o semplicemente restando fedele al proprio regno, é stato sterminato senza alcuno scrupolo. Come data suggeriamo il 3 febbraio, per ricordare l’infame proclama che giustificava la pulizia etnica nelle Due Sicilie, pronunciato dal Generale Pinelli in quella data dell’anno 1861. Dieci giorni dopo Gaeta capitolava e Francesco II partiva per l´esilio, iniziava la resistenza ed il più oscuro periodo della nostra storia.

Ecco l´infame proclama:
«Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell'aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d'Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga. Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto. Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale. Quando l'oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il sacerdotal vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall'immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana».

Per queste persone, come per Garibaldi, Bixio, Cialdini, Cavour, Vittorio Emanuele e tanti altri, non c’è mai stato una corte che li abbia condannati per le loro colpe. Vengono piuttosto ricordati come degli eroi e celebrati come “Padri della Patria”.

Il RICORDO deve essere un dovere morale otre che storico. Attiviamoci, dunque, affinchè venga istituita una giornata della memoria per ricordare il genocidio dei popoli meridionali.

martedì 14 agosto 2012

Pontelandolfo e Casalduni




di Angelo Forgione

Il 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, per vendicare una quarantina di soldati uccisi dai “briganti” e dal popolo che non accettavano l’invasione piemontese e che si erano ribellati ai soprusi, l’esercito di Vittorio Emanuele II massacrò migliaia di  inermi e rase al suolo due paesi del Beneventano: Pontelandolfo e Casalduni.
«Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra». Così il vile generale Cialdini, Luogotenente del re, diede ordine ai suoi subalterni. Il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti forti di 900 uomini rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni, eseguirono l’ordine con grande diligenza e soddisfazione. «Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Così Cialdini telegrafò il giorno dopo l’eccidio al ministro della guerra piemontese, orgoglioso del massacro avvenuto.
Questo fu il racconto scritto dal bersagliere Carlo Margolfo che partecipò all’eccidio di Pontelandolfo: «Al mattino del giorno 14 riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava… Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava».
Migliaia di morti civili per vendicare quaranta invasori militari armati, in spregio alle norme internazionali, metodi da SS naziste. Quei protagonisti armati oggi sarebbero processati dai tribunali internazionali per crimini di guerra e invasione di uno Stato legittimo senza dichiarazione di guerra e invece godono di ogni onore nella toponomastica e nei monumenti d’Italia. A Pontelandolfo c’è invece un monumento in bronzo in memoria delle vittime dell’eccidio del 14 Agosto e una piazza dedicata a Concetta Biondi, una ragazzina sedicenne brutalmente violentata dalla soldataglia piemontese davanti agli occhi del padre, tra vili risate che anticiparono il colpo letale di bajonetta. Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, era legato ad un palo della stalla mentre dieci bersaglieri denudano la figlia violentandola a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, svenne per la vergogna e per il dolore; fu freddata dal bersagliere che la stava violentando in quel momento, indispettito nel vedere quel corpo esanime proprio quando toccava a lui. Il padre della ragazza fu ucciso mentre, in preda all’ira, cercava di liberarsi dalla fune. Nella casa accanto, un tale Santopietro con il figlio in braccio scappava, fu bloccato, gli fu strappato il bambino dalle mani e fu ucciso. Anche la moglie fu violentata davanti agli occhi del piccolo e poi freddata. Quel bambino, sopravvissuto, non dimenticò mai e si arruolò volontariamente nell’esercito austriaco contro i piemontesi.
Era l’alba e la gente dormiva quando ai due paesi fu dato fuoco, tra urla, lamenti strazianti e pianti di donne e bambini. I bersaglieri avevano posto delle fascine di paglia agli ingressi delle stalle già piene di fieno e così ci volle poco perchè l’inferno divenisse realtà. Il colonnello Negri gridò: “Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini, briganti e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo. Morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttana, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”. Si trattava di pulizia etnica.
Qualche mese prima era stata rasa al suolo la “fedelissima” Gaeta tanto cara ai Borbone e al Papa e altri furono i paesi del Sud che furono piegati con la forza. Fu così che il Piemonte portò il tricolore e le sue esigenze di cassa nel territorio meridionale. Fosse Ardeatine e Foibe meritano commemorazioni e pagine di libri di storia scolastici, il massacro di Pontelandolfo e Casalduni no. Il presidente del comitato per le celebrazioni di “Italia 150″ Giuliano Amato si è recato il 14 Agosto del 2011 a Pontelandolfo per porgere le scuse dell’Italia ai cittadini della “città martire”. Troppo poco, troppo silenzioso; le scuse andavano chieste dal Presidente della Repubblica sulla ribalta nazionale e con una solenne commemorazione resa annuale come quella per gli eccidi nazisti e slavi che avrebbe dovuto rendere noti a tutti gli italiani tutti gli scheletri nell’armadio che si continuano a nascondere. Compito che tocca a chi sa, dal basso.

sabato 17 marzo 2012

17/3/1861 - 17/3/2012: Nulla da festeggiare



Un anno fa ero in piazza. Ma non avevo il tricolore in mano. Ero in piazza a contestare. Una sedicente Unità d'Italia che, a 150 anni dalla sua ratifica ufficiale, stentava ad essere vista, sentita, percepita. Contestavo da meridionale, consapevole della storia e della memoria delle mie terre e del mio popolo, che durante e dopo l'Unità fu distrutto, violentato, privato di onore e di verità.

Da quel giorno è passato un anno. Non c'è più il governo Berlusconi, che annoverava tra i suoi membri i secessionisti della Lega Nord, gli inventori della Padania. C'è il governo europeista e bocconiano guidato da Mario Monti. In entrambi i casi, quindi, due governi a-nazionali: quello localista e quello liberaleuropeista. L'Italia, ancora una volta, latita. Ancora una volta, non dà segni di vita. Ancora una volta, non esiste.
Nonostante i tanti libri commemorativi, le pagine di giornale, le fiction patriottarde e gli speciali di approfondimento storico, ci ritroviamo - un anno dopo - a dover constatare, per l'ennesima volta, l'inesistenza dell'Italia intesa come comunità. Di uomini e di spiriti. Di storie e di destini.

Facciamocene una ragione: l'Italia non esiste. Alcuni tentarono di farla nascere, repubblicana, democratica e popolare. Nacque monarchica, liberale e antisociale. Doveva unire i popoli della penisola. Realizzò una invasione del Regno delle Due Sicilie ed una conseguente guerra civile. Lo stesso Garibaldi, parlando delle cose subite dai cosiddetti italiani del sud durante la sedicente guerra d'indipendenza, le definì "cose da cloaca".
Non c'è altro da aggiungere. Ci si scopre italiani a giorni alterni, come le targhe. Pronti a sentirci fratelli quando gioca la Nazionale e in poche altre occasioni. Abbiamo un partito dichiaratamente antinazionale che prende percentuali spaventose nel Nord e che ha espresso ministri della Repubblica. Quanta ipocrisia. Fingere di essere ciò che non si è, non si è mai stati, non si sarà mai.

"Conosci te stesso", disse Socrate.
"L'Italia è una espressione geografica", disse Metternich.
Avevano ragione entrambi. Se provassimo a conoscere noi stessi, sapremmo che l'Italia è una invenzione. Manco tanto riuscita.

martedì 17 gennaio 2012

Auguri campione



70 anni. Muhammad Alì compie oggi 70 anni.
Il labbro di Louisville fu il suo primo soprannome, e lo accompagnò per tutta la carriera. Era solito saltellare sul ring e massacrare i timpani degli avversari con offese ed imprecazioni, prima di massacrarli coi pugni. Fu, infatti, l'iventore del trash talking. Vinceva gli incontri prima con le labbra e poi coi pugni. E' passato alla storia il suo martellamento psicologico ai danni di George Foreman in occasione della Rumble into the Jungle, il più famoso incontro di pugilato combattuto nel Novecento, che vide Alì battere Foreman a Kinshasa, in Zaire.
Fluttuava come una farfalla e pungeva come un'ape, Muhammad Alì nato Cassius Clay, nome che ripudiò perchè era un nome da schiavo, mentre Muhammad Alì fu il suo nome da musulmano, religione a cui si convertì ufficialmente il giorno dopo aver sconfitto Sonny Liston entrando nella Nazione dell'Islam, un gruppo radicale musulmano.
E la foto qui sopra celebra proprio quell'incontro: Alì che sovrasta Liston, il quale è già al tappeto nonostante sia passato un solo minuto dall'inizio del primo round.

Alì vinse anche la medaglia d'oro alle olimpiadi di Roma nel 1960, aveva una carriera davanti che sarebbe stata ancor più lucente, se non avesse deciso di mettere in discussione tutto poer i propri ideali: rifiutò di andare a combattere in Vietnam, "perchè nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro". Gli tolsero la licenza per combattere, lo denigrarono, lo misero sulla gogna. Ma alla fine, Alì risorse come un araba fenice.

Grazie Alì, per ciò che hai fatto sul ring, ma soprattutto fuori dal ring.

mercoledì 14 dicembre 2011

E' davvero passato un secolo



Il 14 dicembre 1911 il norvegese Roald Amundsen conquistò l'Antartide. Il continente ghiacciato fino ad allora sconosciuto agli uomini. Era partito l'8 settembre 1911 a bordo della nave Framm, che in norvegese significa "Avanti". e percorse 2.800 chilometri in 99 giorni alla velocità media di 27 chilometri al giorno all’andata e 37 al ritorno.

Era l'epoca in cui l'Uomo temeva la Natura, e la rispettava. L'Uomo conquistava la propria libertà spingendosi oltre i PROPRI limiti, non oltre i limiti dei Mari e delle Terre.
E nei giorni del fallimentare vertice di Durban, non possiamo non ricordare quell'epoca.



"Ecco il Polo Sud, un'enorme distesa piatta, non si vede una sola irregolarità. Il Sole gira attorno all'orizzonte praticamente sempre alla stessa altezza e splende e scalda da un cielo senza nuvole. Questa sera l'aria è ferma e c'è una tale pace".
Roald Amundsen (1872 - 1928)
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mercoledì 30 novembre 2011

All'asta la Fiat di Mussolini




La notizia è di qualche giorno fa, ma la mia riflessione è odierna.
Perchè questa notizia è sfiziosa, e come ogni cosa sfiziosa necessita di un pò di tempo per essere gustata totalmente.

Mi sono informato via telefonica: ho chiamato la casa d'aste perchè volevo sapere come partecipare all'asta per la fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini. Mi hanno messo in attesa, con una bella "Faccetta nera" in sottofondo.

Dopo circa 20 minuti d'attesa (un Ventennio d'attesa, diciamo...) mi risponde un signore distinto: "Buongiorno, sono Galeazzo... come posso esserle utile".
Io gli dico che sono interessato a partecipare all'asta per l'auto di Mussolini, e lui mi spiega tutto:

"L'asta si terrà a Milano, nei nostri uffici di Piazzale Loreto. L'auto è una Fiat 2800, come avrà visto nell'annuncio: è l'auto preferita di Mussolini, perchè - diceva il Duce - gli ricordava la sua Giovinezza. Sta abbastanza bene, sono pochi i lavori da fare".
Chiedo quali, e lui mi legge un elenco:
"Allora, i pochi aggiusti da fare sono:
- la convergenza, perchè tende a destra, estrema destra;
- il cambio dell'olio, perchè va solo ad olio di ricino;
- il semiasse Roma-Berlino;
- gli ammortizzatori, perchè un fosso le potrebbe spezzare le reni;
- l'impianto a gas, perchè quello installato è di tipo tedesco e va a Zyklon B".

Dopo questo elenco, ho preso appuntamento per l'asta. Son salito a Milano ed ho partecipato, ma ho perso. L'auto è stata vinta "da quell'uomo in fondo, col braccio teso".
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sabato 26 novembre 2011

BR...ividi dalemiani



Secondo D'alema coloro che usarono per prime il termine "casta" furono le Brigate Rosse.
E non fu una sparata delle loro.

Secondo D'Alema il termine "Casta" fu introdotto dalla sigla BR.
BRRR. Brancamenta.

Secondo D'Alema il termine "Casta" fu introdotto dalla sigla BR.
Nella loro autobiografia.

Secondo D'Alema il termine "Casta" fu introdotto dalla sigla BR.
Sotto suggerimento dei servizi segreti.
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venerdì 25 novembre 2011

Fiat Dux



All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
Bisogna rifare solo la convergenza: tende un pò a destra.

All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
Sarà battuta a Piazzale Loreto.

All'asta la Fiat 2800 appartenuta a Benito Mussolini.
L'auto della sua Giovinezza.
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lunedì 19 settembre 2011

Tra tricolore e sole delle alpi




Il Tricolore è la bandiera della Repubblica Italiana.
Il Sole delle Alpi è la bandiera della sedicente "repubblica federale di Padiania".
Umberto Bossi, leader di quel movimento politico illegale e xenofobo che risponde al nome di Lega Nord Padania, ieri ha annunciato, durante la Festa dei Popoli Sedicenti Padani, la volontà di raggiungere l'agnognata indipendenza ("secessione, secessione" gridavano i padano-celtici sotto il palco) tramite referendum costituzionale.
Questa dichiarazione contraddice (ma è tipico dello sbiascicante Padre del Trota dire cose contraddittorie e incomprensibili) le innumerevoli litanìe circa l'esercito di liberazione della Padania, i "trecentomila fucili" della Val Brembana, ed altri propositi secessionisti manu militari.

Ho pensato, per assurdo: se ci fosse una guerra civile tra Italia e sedicenti padani, io che farei? Una domanda razionalmente legittima, ma la cui risposta era già stata trovata dal cuore: starei con l'Italia, senza dubbio. Perchè l'Italia non è stata nè è la causa dello sfruttamento del Sud, ma è stato ed è il mezzo di sfruttamento utilizzato dal Nord contro il Sud.
Credo sia importante questa distinzione: l'Italia non è la causa dei mali, ma il mezzo. La causa è il nord, inteso come coacervo di interessi politici e economici settentrionali. I "piemontesi" utilizzarono la chimera Italia per invadere e depredare il Sud. Ora che l'Italia non serve più, i "piemontesi" di oggi, rappresentati politicamente dalla Lega Nord, vogliono disfarsene.
Evito di parlare del fatto che ministri della Repubblica Italiana parlino di secessione: la dignità e l'onore politico e umano sono stati cancellati da Berlusconi e dal berlusconismo. Voglio parlare invece di cosa dovrebbero fare i meridionali: contrastare o agevolare i propositi secessionisti padani? Credo sia una domanda legittima, a cui io ho dato la mia personale risposta: contrastare i leghisti utilizzando, una volta tanto, l'Italia contro di loro.
Se vogliono la via "cecoslovacca", se la paghino. Abbiamo parecchio debito pubblico causato da 150 anni di politiche filonordiste. Se vogliono la via "jugoslava", preparino i fucili della val Brembana.
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domenica 11 settembre 2011

11/09/01 - 11/09/11




Due lustri son passati dal più famoso crollo. Torri infuocate si sgretolarono al suolo di Ground Zero. E il cielo di New York si riempirono di fumose tinte. Mentre un'altra esplosione squarciò il Palazzo Pentagonale.

Dicono che quella data abbia cambiato il Mondo. Non so dire se ciò sia vero.
Le traiettorie della mia esistenza non hanno subito modificazioni a seguito di quegli eventi. Bush e le lobbies statunitensi, viceversa, hanno visto migliorare le loro vite e i loro introiti economici.

Sono un complottista? No. Complottista è colui che accetta la verità ufficiale, non chi scava in fondo alla ricerca di una ragione, di un senso, di una spiegazione.

Vi invito a vedere questo film:



Fatevi una idea.
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mercoledì 3 agosto 2011

Fleres: "Vinta una battaglia, non la guerra"








Una interessante e condivisibile riflessione del senatore Salvo Fleres (Forza del SUD), che evidenzia come la delibera del CIPE di stamattina sia la vittoria di una battaglia, per quanto importante, ma la guerra è ancora lunga.
E quali sono i nemici da combattere, in questa guerra?
La Lega Nord, innanzi tutto, intesa sia come partito politico antimeridionale, sia come rappresentante degli interessi economici della più becera ed egoista imprenditoria settentrionale.
L'assistenzialismo, poi, inteso come "dare il pane, senza insegnare come si fa".
Il falso federalismo leghista, infine, che pretende di far gareggiare una Ferrari e una 500
come se fossero alla pari, senza realizzare la perequazione tra Nord e Sud. Una perequazione dovuta, come ricorda giustamente Fleres, perchè sono 150 anni che il Sud è in credito col Nord e con l'Italia.

http://www.forzadelsud.it/piano-sud-vinta-la-battaglia-non-la-guerra/

Di Salvo Fleres - Il governo, attraverso il Cipe e grazie all’incessante opera di spinta e coordinamento del sottosegretario e leader di Forza de Sud Gianfranco Miccichè, ha finalmente varato il cosiddetto ‘Piano per il Sud’. Si tratta di un pacchetto di opere pubbliche di natura infrastrutturale per un importo complessivo di circa sette miliardi di euro, prevalentemente destinate ad avviare quella perequazione infrastrutturale, in assenza della quale non potrà essere pienamente realizzato il federalismo fiscale.

Il passaggio compiuto al Cipe, dunque, può certamente essere considerato l’atto di politica economica più significativo del governo in carica in favore non delle regioni meridionali, ma dell’armonico sviluppo del Paese.

Troppo spesso abbiamo sentito parlare del Sud come di ‘un’altra cosa’, una palla al piede per la crescita economica italiana, il luogo dei drammi tipici di una società del terzo millennio. E troppo spesso si è colpevolmente trascurato il tradimento costante che il Sud ha subito negli ultimi 150 anni, i continui espropri, le logiche assistenzialiste praticate nei suoi confronti. Così come è stato trascurato l’apporto che il Sud ha dato all’economia del Paese, alle dinamiche dei consumi, alla forza lavoro del Nord e quant’altro.

Proprio per questo, la delibera del Cipe non può essere considerata una ‘gentile concessione’, semmai il presupposto per restituire al Sud il mal tolto, pertanto essa va intesa come premessa per la piena realizzazione dei principi federalistici. Quella premessa perequativa che costituisce uno dei punti fondamentali del programma di Forza de Sud e che è prevista dall’articolo 22 della legge che regola questa materia. Insomma, è solo l’inizio, ma bisogna andare avanti. Come? Intanto con un piano che preveda quelle opere, di minore dimensione ma di grande importanza, indispensabili per determinare la ripresa dell’attività delle piccole imprese del Sud, poi, rilanciando la capacità di progettazione degli enti locali, ed infine, ma qui il Cipe non c’entra, ma c’entra il governo nel suo insieme, con una politica di ripresa delle aziende agricole e delle aziende manifatturiere, a cominciare dal settore dell’energia fotovoltaica, dall’agroalimentare, dal settore culturale, turistico e di servizio.

Per Forza del Sud, quindi, la delibera del Cipe costituisce una battaglia orgogliosamente vinta, la conferma della validità della propria azione politica, ma non certo la vittoria dell’intera guerra. Una guerra che, mi piace ricordarlo, non riguarda solo la politica, bensì tutti i cittadini, anche semplicemente consumando i prodotti del Sud prima e più di quelli importati, come abbiamo sostenuto con la recente campagna di sensibilizzazione lanciata da me e dai senatori Ferrara, Centaro e Poli Bortone.
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mercoledì 20 luglio 2011

20/07/2001 - 20/07/2011: non dimentiCARLO




So' passati 10 anni, ma pare ieri.
10 anni fa 'e libbertà democratiche furono sospese pe' 3 juorni.
Scontri 'e piazza, zone rosse, manifestanti violenti e non violenti, black block e Rete 'i Lilliput. E Bolzaneto. E la Diaz. 'A polizia cilena.

E nu guaglione, 'nterra, cu nu passamontagna 'ncapa.
L'hanno sparato! L'hanno acciso!
Chi è stato? Nu cellerino, forse. Mario Placanica. Che però nun se ricorda niente. Che però è stato espulso dall'arma. Che però avette un incidente: gli avevano sabotato 'i freni d''a macchina. Però nun è muorto. Però da allora nun parla, sta zitto.
Pecchè ha sparato? Perchè stu guaglione cu passamontagna stava pe' lancià n'estintore. Imminente pericolo di vita. S'adda sparà.
Intanto, però, i colleghi d''o cellerino che stavano facendo? Caricavano, a tutta forza. Anche chi nun c'azzeccava niente. Anche chi era a Genova a manifestare PACIFICAMENTE.
E arrestavano. E deportavano. E torturavano.

Nun hanno mai voluto 'na sfaccimma 'e commissione d'inchiesta su Genova 2001. Sapimm buon o' pecchè: 'e magagne so' tropp, 'a democrazia libberale se n'è juta a fa' fottere. 'O sanno tutte quante, e 'o sapimm pure nuje: pecchè quanno hanno caricato int'a Diaz, ce steveno pure i giornalisti. Che hanno filmato, scritto, documentato, dimostrato.
LA MATTANZA CILENA.

Io nun voglio difendere Carlo Giuliani. Ma nun 'o voglio manco cummannà. Isso lottava contro 'o Sistema, come tanti altri guaglioni d''a mia generazione. C'è chi lo fa cu na carezza, e chi cu nu cazzimbocchio; chi 'o fa cu 'e mani pittate 'e bianco, e chi 'o fa cu 'i passamontagna neri.
Nessun martire, nè eroe.
Nessun terrorista, nè assassino.
Carlo Giuliani era nu guaglione.
Carlo Giuliani, ragazzo.
Non dimentiCARLO.

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sabato 4 giugno 2011

Quando giunsero gli Alleati nella Roma liberata...



4 giugno 1944 - 4 giugno 2011
Gli Alleati entrano nella Roma abbandonata dagli occupanti tedeschi, sfiacchiti dalla resistenza partigiana e dai G.A.P.

Ho trovato questo video autoprodotto. Molto ben fatto, secondo me.