Visualizzazione post con etichetta Prose. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Prose. Mostra tutti i post

lunedì 9 dicembre 2013

Uno che sa ancora dire di no



Odiateci pure. Dite che siamo fuori dal mondo e dal tempo. Insegnateci che le cose girano come dite voi, e non come vorremmo farle girare noi. Non vi stiamo più a sentire. Non vi caghiamo più.
Silenzio.
Voce gutturale.
L'Oltretomba è qui. Siamo demoni su questa terra, dominata da angeli in doppiopetto e cravatta firmata, conto in banca gonfio e speculazioni finanziarie redditizie. Brave persone, non c'è che dire. Causano più morti del nazismo, ma lo fanno in nome della Libertà, della Liberaldemocrazia, del Liberismo. Che è l'antitesi della Libertà.
Al vostro vangelo liberale contrappongo il mio antivangelo. Edizione limitata: unica copia. Il tempo di scriverlo, e ve lo sbatterò in faccia.

Di tanto in tanto un fumo si alza, una barricata si solleva, un lacrimogeno viene lanciato. Di tanto in tanto le città tornano a vivere. Gli angeli nei loro uffici, i demoni nelle strade. I padroni agli aperitivi, gli schiavi a riempire carrelli.
E' questa la vita? Voi ci dite di si. Io dico di no.
Chi cazzo sono io? Nessuno. Sono semplicemente uno che ancora sa dire di no. Il mio spirito preferisce spezzarsi, piuttosto che piegarsi. E se morte desiderate, state perdendo tempo: non potete uccidere chi è già cadavere.

Voi ci vedete anonimi, nelle vostre aziende, sui vostri treni, nei vostri supermercati. Passiamo al vostro fianco, sotto i vostri occhi, continuamente. Eppur non vi accorgete di noi. E' questa la nostra forza: siamo ovunque. Senza pubblicità e senza rivendicazione.
Noi non rivendichiamo. Noi neghiamo.

sabato 7 dicembre 2013

Death to birth

Una prosa lirica, ispirata dall'ascolto di questa splendida canzone dei Pagoda:

Adesso è tardi. Davvero è tardi.
Mi sento giù. Mi sento sotto un treno che cammina sulle mie idee. Sui miei sogni adolescenziali, che adesso hanno la barba ingrigita. 
Ho trovato la fonte del suono delle mie lacrime. Hanno un sapore amaro e puzzano di gioventù, come gli alberi su cui abbiamo lasciato morire i frutti delle battaglie dei nostri padri.
Mi guardo indietro e vedo te, tra le sue braccia. Quelle braccia dovevano essere le mie, prima che morissi di nascita. Avrei dovuto cingerti io, difenderti da tutto e tutti, stringerti come si stringe un tesoro d'aria. So che non conoscerò mai qualcosa di simile ai battiti che il mio cuore ha avuto ogni volta che i tuoi occhi si sono tuffati dentro ai miei.
Ogni mattina mi ritrovo faccia a faccia con me stesso, e vince sempre lui. Lo specchio dovrebbe essere un arbitro imparziale, ma non è più così da quando io e te non guardiamo più lo stesso albero e la stessa luna. 



lunedì 2 dicembre 2013

Se noi siamo nulla, combattiamo per il Nulla



La vita non va vissuta, va combattuta.
Abbiamo combattuto per i re e gli imperatori, quando noi avevamo - se ci andava bene - solo un pezzo di terra arida da provare a coltivare. Abbiamo combattuto per il Papa, che consideravamo vicario di Cristo in terra, salvo poi scoprire che era un uomo come noi, con tanti vizi e qualche virtù. Abbiamo combattuto per la Patria, lo Stato, le Istituzioni: i nomi che abbiamo dato al Sistema che ci domina. Abbiamo combattuto per la Rivoluzione, per il potere proletario, e abbiamo avuto dittatura e burocrazia. Abbiamo combattuto per il profitto e per lo sfruttamento, a cui abbiamo dato il nome "Democrazia occidentale".
Abbiamo combattuto per la Libertà, e ci siamo ritrovati in catene. Abbiamo combattuto per l'Uguaglianza, e siamo stati omologati.

Ad un certo punto, abbiamo smesso di combattere. Ci siamo adeguati. "A che serve combattere per qualcosa, se tutto ciò che ottieni non è alla fine questo gran miglioramento?". Abbiamo cominciato ad adattarci, ad accontentarci di quel che passa il convento, a cercare corsie preferenziali, a servire clientele, a chiedere per favore ciò che ci spettava di diritto, a disinteressarci, a curare solo il nostro particulare.
Abbiamo ritenuto inutile continuare a combattere per qualcosa. Era meglio smettere di combattere.
Invece l'errore è stato combattere per qualcosa. Noi dovevamo, noi dobbiamo combattere per noi stessi e per la nostra comunità. Nessuna patria o stato, nessuna religione o ideologia: combattere per noi, per i nostri cari. E' troppo poco? Il Sistema non cambierà mai così facendo? Negli ingranaggi del Sistema, noi siamo nulla?
Allora è arrivato di smettere di combattere per qualcosa, e cominciare a combattere per il nulla.
_______________________________

domenica 1 dicembre 2013

Decimi di febbre



Passiamo ore nel traffico per andare al lavoro o per tornare a casa. Facciamo interminabili code per pagare, invece che per essere pagati. Ci innervosiamo perché non riusciamo a trovare un parcheggio quando usciamo di casa. Alle prime gocce di pioggia, affolliamo i supermercati e riempiamo i nostri carrelli di futilità invece di passeggiare per i vicoli, i viali, le piazze delle nostre città abbandonate dagli uomini, e forse anche da Dio. Facciamo i turni in fila con gli amici per prendere i biglietti per una partita di calcio che, intanto, calciatori e dirigenti hanno già venduto. Desideriamo donne più troie di quelle che abbiamo, ma tremiamo al pensiero che nostra figlia possa diventare così. Compriamo libri e vediamo film al cinema in base agli incassi più alti. Non conosciamo più l'odore polveroso delle biblioteche e il profumo dolciastro dei musei d'arte. Consentiamo alle tecnologie di dominarci, invece di servirci.

Perché siamo diventati questo? Perché gli abbiamo permesso di farci diventare così, senza reagire?
_____________________________

giovedì 28 novembre 2013

Decadenze



Ieri è stata sancita la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore della Repubblica. Detto in soldoni: il puttaniere frodatore fiscale di Arcore è considerato indegno persino di far parte di un letamaio immondo quale è il Senato.
Non voglio partecipare al gioco di chi grida allo scandalo, al complotto, al colpo di stato; né voglio stare in compagnia di chi crede che adesso "l'Italia si rialzerà! Finalmente l'Italia è libera!".
L'Italia non esiste. Si scrive Italia, si legge Nord. Dal Lazio alla Sicilia ci sono terre e popoli che da anni subiscono le politiche liberticide e assassine di quel Sistema che chiamiamo Italia. Quando capiremo che non si risolvono i problemi di Pordenone e di Siracusa con la stessa ricetta? Quando capiremo che Milano, Bergamo, Brescia, Torino, Cuneo, Verona, Padova, ecc.... non sono sul mare e non possono ricevere i fondi per il dissesto idrogeologico prima dei territori costieri? Quando capiremo ciò e lotteremo per la nostra libertà, smettendo di votare partiti "nazionali" che propinano le stesse ricette in Friuli come in Calabria, allora faremo davvero passi in avanti.
Fino ad allora, io non sarò tra i golpisti (Berlusconi è una vittima), né tra gli ottimisti (senza Berlusconi, l'Italia rinascerà). Non è possibile costruire nulla, su queste macerie. Bisogna prima ripulire tutto.

_____________________________

martedì 26 novembre 2013

Catene




"L'uomo è nato libero, e ovunque è in catene", diceva Rousseau.
Sbagliava: se l'uomo nascesse libero, la schiavitù a cui moltissimi sono condannati sin dal primo vagito sarebbe una condizione successiva alla loro nascita. Invece no: tantissimi uomini nascono già in catene. Il Sistema insegnerà ad amare queste catene, a ritenerle essenziali per la vita. Quale bruto animale sarebbe l'uomo, se lasciato libero? Cosa sarebbe capace di fare, se non avesse una catena (lo Stato, la Religione) a frenare i suoi istinti animaleschi, talvolta persino pecorili? E l'uomo crescerà credendo che le catene in cui è costretto siano l'unica garanzia di vivere una vita degna. Chiunque gli mostrerà la possibilità di una vita senza catene, verrà da lui deriso se non contrastato. "Perché mi dici che vivo in catene? Perché le chiami catene? Esse non mi imprigionano, ma mi consentono di vivere bene, in libertà!". Solo in pochi capiscono. Ancor meno reagiscono, si ribellano, organizzano una Opposizione.

Il peggior nemico dell'uomo libero non è il padrone, ma l'uomo ancora in catene.
__________________________________

sabato 21 settembre 2013

La Città dorme ancora



La città dorme ancora. Il sole acido è alto, ormai. I letti sono vuoti. Le strade sono piene. Eppure la città dorme ancora. Connessioni privi di spirito sono in giro. Meccaniche arrugginite dal sonno vogliono morire. Eclissarsi, attendendo nuove conolizzazioni senza opporre resistenza.
Il mare è vicino, specie in questi anonimi sabati. Potremmo guidare le nostre auto che sfiorano la terra senza toccarla. Potremmo viaggare lentamente, o sfiorando la velocità del suono. E giungere a vedere l'orizzonde increscaprsi di onde d'acqua. Il mare, però, non è più mare. I gabbiani non catturano pesci, ma rifiuti industriali e tossici serviti in acqua bollente. Ecco il mare di oggi. Di ieri. E di domani.
E allora restiamo nella città dormiente, come funghi allucinogeni cresciuti sull'asfalto di una metropoli agli sgoccioli del Ventunesimo secolo. Attenderemo di essere sfiorati dalla gioia del sabato, fingendo di vivere un giorno diverso. Attenderemo la domenica convinti che sia un giorno di gioia. Ci ricorderemo di santificare le feste.
Poi verrà il lunedì, e ci sembrerà di ricominciare. Quando in realtà non abbiamo mai smesso.

Non sono visioni, le mie.
Sono profezie.

lunedì 16 settembre 2013

Dissertazioni disgreganti uniche



Frammenti raccolti dispari sul Monte della Solitudine consentono alla mia mente di scoprire limiti ed orizzonti, obiettivi ultimi e primi piccoli passi. L'indecenza della morale della nostra epoca mi colpisce, mi sporca, ma non mi contagia. Ne sono immune: non per miracolo, ma per scelta. Ho scelto di non seguire la vostra morale. Ho scelto di non camminare al vostro fianco, perchè io non sono nato per stare in un gregge. Forse, nemmeno in un branco. Io sono nato per stare in un angolo anche quando stiamo tutti in cerchio. Io sono nato per stare un passo avanti nella lotta e un passo indietro nel suicidio di massa a cui vi siete condannati. Io non sono vostro complice. Io non sono vostro amico. Io posso solo essere un esempio, per quei rari spiriti tra di voi che hanno deciso di abbandonare la pecorile servitù della materia ed hanno scelto di pensare e agire liberamente.
Individui, certo. Unici nel nostro essere unici. Non riconducibili ad una categoria, ad una etichetta, ad un logo, ad una griffe. I nostri spiriti hanno abbandonato i recinti morali della vostra epoca rampante: se i nostri corpi ci seguiranno, sarà un bene; altrimenti moriremo, ma potremo dire di aver vissuto davvero. "Nel recinto c'è ancora l'umanità intera", dite voi. E' vero, più o meno: nel recinto c'è l'umanità intera... tranne me e quei pochi come me. Quel recinto salterà in aria, un giorno. Quel recinto verrà disintegrato, un giorno. Chi lo farà saltare in aria? La massa che è ancora rinchiusa o quei pochissimi spiriti liberi - poveri illusi! - che ne sono fuori? Datemi un soldo, e lo punterò sui secondi.

Voi guardate la mano che ogni giorno timbra il cartellino, e siete contenti. Non riuscite a scorgere l'odio che c'è dietro e dentro quella mano. Voi avete creato i vostri nemici. 
Voi avete creato me.

martedì 10 settembre 2013

Sputo berlinese #1



La chiave entra nella serratura e martella. Sento distorsioni urbane sopra cortine di ferro e muri cancellati dall'Antica Berlino dei nostri anni ruggenti. Non guardare il tappeto: ci ho disegnato sopra oscene figuri d'amplessi dimenticati e vigorosi, come l'anarchia delle barricate di Kreuzberg e i primi centri sociali. I sogni d'Autonomia scorrevano lungo i binari della U2 diretti a Punkow.
La brevità di un graffio, di un riff dimenticato.
Il minimalismo della tua bellezza inebria ogni angolo della città, tra i tram che squarciano la nebbia umida e i capelli colorati che scendono lascivi lungo i crinali di una testa vuota e piena di idee.
Ideali.
Sogni.
Aspetto che il tram arrivi. Aspetto che la luce se ne vada, e mi lasci sprofondare dentro oceani di oscuri lampioni nazisti. Una bomboletta spray ababndona la mia tasca e colora il mio muro e il mio mondo di un nero, di una negazione di colori.
E' tutto finito, e non abbiamo ancora cominciato.
Abbiamo mosso i primi passi senza sapere di essere già in ritardo.
Abbiamo sognato che il bianco si sporcasse quando abbiamo capito che la purezza non è di questo mondo. Ci hanno condannati per questo. Condannati a vivere le loro esistenze tranquille. A rallentare i battiti del cuore. Eppure ancora ci emozioniamo, quando incrociamo gli occhi della persona che amiamo. Ancora le viscere si contorcono, quando sentiamo la sua voce insinuarsi nelle orecchie, sfiorando i capelli come carezze d'aliti.
E sputi d'esistenza rabbiosa.

mercoledì 4 settembre 2013

Flusso di tramonti in coscienza



Arriva dal gelido orizzonte l'ultimo bagliore di un'alba infinita.
Cancella sulla schiena i tatuaggi del dominio dello Stato, le frustate dello sbirro e del prete, le condanne del giudice e del Padre.
Qualunque cosa io voglia, è destinata a non essere colta da me.
Ritmi sincopati, quelli del cuore e delle ciglia che battono come puttane lungo marciapiedi di capitali farlocche con le cosce aperte e gli occhi chiusi.

Pausa.

Rallenta e martella, il truce pensiero dell'ultimo sentiero su cui far correre i nostri sogni e i nostri furori giovanili. Toccava a noi, ne eravamo certi. Il mondo non aspettava che noi. Poveri illusi. 
I nostri primi versi ci sembravano splendidi, immarcabili come un centravanti, luridi come la fogna delle nostre esistenze piccolo borghesi e impiegatizie.
I nostri versi: trattori di sentimenti e di benpensanti. I nostri versi: lampi che abbagliavano dai ponti delle tangenziali di periferia, quando sceneggiature indicibili parevano nate per rivoluzionare il cinema alternativo e indipendente. Per sempre.

Ricordo ancora quando il tramonto si conficcava dentro i nostri occhi. Noi, che guardavamo di sbieco il Mondo, coi nostri passi obliqui e i nostri pomeriggi passati a studiare e a fumare erba sopra balconi che affacciavano sull'infinito.
Noi che non chiedevamo scusa per le cose serie, perchè per noi le cose serie erano le rime che gli uccelli disegnavano in cielo o il percorso morbido e impudico delle lingue adolescenziali tra le bocche adolescenziali delle nostre compagne di scuola.
Mai avremmo pensato di chinare il capo, ed ogni volta che l'abbiamo fatto abbiamo pensato a quando avevamo promesso di non farlo mai. E abbiamo odiato chi o cosa ci facesse chinare il capo, e di quell'odio ci siamo nutriti ad ogni alba, ad ogni tramonto. E ci nutriamo ancora, nonostante i nostri vestiti ci mostrino come tranquilli ed onesti cittadini del buono e onesto Stato. 
Noi lo sapevamo, noi lo sappiamo che non siamo nati per obbedire ad altri che a noi stessi e alle persone che amiamo.

Già, i tramonti. Quei tramonti che sembrano nati per rendere unici i colori ingialliti delle foglie e dei lampioni, ancora in attesa di accendersi. Quei tramonti che non sapevano essere grigi, che abbronzavano i nostri visi e soprattutto le nostre anime. Quei tramonti che si intonavano con le fiamme dei nostri accendini e coi ricordi confusi della lezione di Filosofia appena studiata. Quei tramonti di periferia che cancellano i cattivi pensieri e che cominciano a scavare le rughe, le stesse rughe che ogni giorno ritroviamo sui nostri specchi, davanti a noi. Quelle rughe sono nate lì, in quegli interminabili istanti di luce fioca e di passione ardonte per un Rimbaud o un Andrè Breton. Quei tramonti d'anarchia e sbeffeggio, che anticipavano serate in amicizia davanti ad una pizza e a qualche birra in più. Sempre qualche birra in più.

Io non perderò mai l'immenso che avevo dentro, quando quei tramonti scendevano sull'asfalto della nostra città. Lo giuro sulla mia tomba.

sabato 31 agosto 2013

Che fare?



Ovunque mi giro c'è gente che si chiede: che fare?
Ora che siamo prossimi alla guerra in Siria, basata su prove labili quanto quelle che Colin Powell addusse per dichiarare guerra all'Iraq, e poi dimostratesi inventate, che possiamo fare?
Ora che il governo dell'inciucio guidato da Letta ha tolto l'Imu ed ha messo una nuova supertassa, la Service Tax, che dobbiamo fare?
Ora che i primi timidi accenni di ripresa economica non hanno generato una timida ripresa di occupazione, ma tutt'altro, che cosa dobbiamo fare?
Ora che i lavoratori tornano dalle ferie agostane e trovano le aziende chiuse coi catenacci e trasferite altrove senza preavviso, cosa possiamo fare?
Ora che la classe politica - che è stata votata, Porcellum o meno - sta discutendo sulla condanna di Berlusconi e non sulle cose che davvero interessano ai cittadini e ai lavoratori, cosa si deve fare?

Potrei continuare, ma mi fermo.
Tanto la risposta alla domanda è sempre la stessa: non ve lo dico cosa bisogna fare. Non per cattiveria, o per "cazzimma" (per dirla alla napoletana), ma semplicemente perchè non sono nessuno per imporre o semplicemente indicare una via. 
Tocca ad ognuno e a tutti cercare la risposta alla domanda: che fare?
Tocca ad ognuno e a tutti cominciare finalmente a lottare, scendere in strada, organizzare forme di lotta e di resistenza. Creare momenti di condivisione e di rivendicazione sociale, culturale, esistenziale.
Invece di aspettare che qualcuno vi dica cosa fare, cominciate a fare: volantinaggi, attacchinaggi, assemblee, riunioni, iniziative, cortei, scioperi, presidi, blocchi, occupazioni, raccolte firme.
E diffidate da chi vi dice cosa fare. Non esistono soluzioni certe e universali. 

martedì 30 luglio 2013

Allo specchio




"Vieni qua".
Il Maestro Dmitrij mi indicò un punto della palestra in cui erano posizionati gli specchi. Lasciai cadere la corda vicino al battiscopa, così da non dare fastidio a nessuno. Guardai la mia canottiera: era zuppa di sudore. Eppure avevo fatto solo dieci minuti di corda, e manco ad un ritmo forsennato.
"Cosa vedi", mi chiese Dmitrij.
"Me stesso riflesso nello specchio", risposi.
"Solo questo?".
Non capivo dove volesse arrivare.
"Perchè, tu cosa vedi?", gli chiesi.
"Uno che viene in palestra per dimagrire e per svagarsi. Nulla di più".
Non risposi. Nilin continuò.
"Uno che magari tra qualche mese mi chiederà di combattere perchè si sente pronto a dimostrare la propria forza. Uno che dovrò aiutare ad alzarsi dal tappeto".
Continuavo a non rispondere, ma il sangue mi ribolliva dentro.
"Io vedo una brava persona, un buon padre di famiglia, un marito fedele. Non vedo un combattente, un guerriero", concluse Nilin.
"Perchè mi dici questo?", chiesi arrabbiato. Il sudore si era quasi del tutto asciugato.
"Perchè non hai ancora capito che in questa palestra non si viene a dimagrire. Si viene a diventare combattenti, nella vita innanzi tutto. Poi c'è anche il ring, ma quello conta meno. Ho visto tante persone vincere sul ring e perdere nella vita di tutti i giorni. Ho visto vincere cinture e perdere la dignità. A me interessa allenare Uomini, non bravi cittadini che hanno il terrore della prova costume. Io voglio che tu sia pronto a combattere, nella vita di tutti i giorni".
Guardai la mia immagine nello specchio. Guardai i pugni stretti nelle fasce e i tatuaggi sulle mie braccia. 
"Ecco perchè adesso devi allenarti allo specchio. Devi vedere chi devi sconfiggere".
Mi misi in posizione di guardia e cominciai a saltellare, guardando negli occhi la persona che era di fronte a me, nello specchio.

"Puoi combattere contro tutti, 
ma il match più importante 
sarà sempre contro te stesso."

venerdì 19 luglio 2013

La povertà umana



Sono fiero di non essere come loro, gli "umani".
Sono fiero di essere un Orco.

Li vedi.
Abbassano lo sguardo quando incrociano i tuoi occhi. si vergognano come cani. Parlano a bassa voce per non farsi sentire. Usano scriversi con le moderne diavolerie chiamate chat o msn, pur di non farti sapere che stasera c'è una pizza. Che domani si esce. Che tra due giorni c'è una cena. Si lanciano occhiate d'intesa quando qualcuno, dimentico di ciò che è stato segretamente deciso alle tue spalle, si lascia scappare un indizio o, peggio ancora, un invito. 

Li vedi. 
Ti sorridono e cercano di dimostrarti che loro non c'entrano niente. Fosse per loro, starebbero con te. "Con quelli manco ci volevo andare". "Se sapevo che non ti invitavano, non avrei accettato". E tu potresti persino passare del tempo a credere a queste panzane. A queste povertà. A queste deboli esistenze, senza motivo. Poi, però, ti svegli da questo torpore che loro chiamano "realtà", e vedi le cose così come realmente sono. Squarci l'indecente velo di Maya, e guardi l'Esistenza senza filtri. Senza parole. Senza spiegazioni. Senza giustificazioni. Con le sue amarezze e le sue tenerezze. 

Assaggi l'Esistenza e capisci che la loro realtà è povera.
Non sa di niente.

La gente e la rovina




Episodio: persone (bisognose o meno) occupano uno stabile.
Problema: il diritto alla casa e il diritto di chi ha comprato casa a non veder peggiorare le condizioni di vita del quartiere (o di veder diminuire il valore dell'investimento).
Soluzione? Sgombero. Speriamo che la polizia li massacri di mazzate.
E poi? Boh, chi se ne frega, ci penserà qualcun altro.

Episodio: fumi nel campo rom.
Problema: salubrità dell'ambiente e rapporti con gli altri cittadini.
Soluzione? Cacciamo sti zozzoni dalla nostra terra.
E poi? Il problema sarà di un altro municipio, che ce frega.

Episodio: gira voce che altri 4mila roma vengano stanziati in un quartiere limitrofo.
Problema: eccessiva concentrazioni di campi in determinate zone, con aumento della conflittualità.
Soluzione? Chiudiamo sto campo de me... e mannamoli via.
E poi? Il problema se lo piangerà qualcun altro.

Episodio: moltissimi bambini fuori dalle graduatorie degli asili e delle materne.
Problema: carenza di strutture scolastiche e di servizi in genere nel territorio.
Soluzione: estromettere gli stranieri dalle graduatorie e fare assemblee pubbliche chiedendo ai politici di farci la cortesia di costruire nuove scuole.
E poi? Aspettiamo i politici senza muovere un dito, fare un sit in, occupare il municipio o bloccare le strade. Noi non facciamo cose illegali.

Ecco come ragiona la stragrande maggioranza delle persone nel "civile" Occidente. 
Ecco perchè l'Occidente è divenuto ormai incivile e senza nerbo, e i suoi popoli sono destinati a soccombere fino a quando ragioneranno così.

giovedì 18 luglio 2013

Il capro espiatorio



Di chi è la colpa? E' tua! No, è sua! Anzi, è di quello!
Ogni gruppo sociale non particolarmente coeso passa la maggior parte del tempo a cercare il colpevole di una sconfitta, invece di analizzare le ragioni collettive della sconfitta. Il famigerato caprio espiatorio. A chi dare la colpa? Chi possiamo additare, crocifiggere sull'altare dell'indegnità?
Quando si sente dire "si vince tutti, si perde tutti", si può star certi che in pochissimi ragionano così. La maggior parte, viceversa, non può esimersi dall'imprimere una lettera scarlatta sul manto di colui che, per tanti motivi, conviene considerare colpevole.
Sul lavoro come nello sport, talvolta persino nelle famiglie poco unite, la ricerca del capro espiatorio è lo scopo ultimo, la catarsi puruficatrice degli sconfitti. Umiltà? Modestia? Gioco di squadra? Tutte menzogne. 
Pochi Uomini sanno comprendere che i casi in cui una sola persona è davvero l'unico colpevole di una sconfitta sono una eccezione, non la regola.

Il problema è che, nel mondo degli uomini, non c'è spazio per gli Uomini.

venerdì 12 luglio 2013

Uomini e capre



Quando un gregge silente di esseri umani - cittadini, lavoratori, fate voi - abbassa la testa e segue il sentiero, senza alzarsi a scrutare l'orizzonte e senza chiedersi se stanno prendendo la strada giusta, l'umanità sta andando incontro alla rovina. Questi esseri umani, che non sarebbe giusto definire Uomini, assomigliano alle capre: pur di poter mangiare un po' di erba inquinata e infracidita, sarebbero capaci di subire ogni cosa e di belare giusto per ricordare al Padrone che la loro obbedienza è fuori discussione. La loro libertà è nel recinto che è stato costruito intorno a loro. Pascolano, insieme ad altre capre, e ogni tanto litigano per un pezzo di terra che sembra offrire pietanze migliori, ma appena il Padrone libra nel vento la frusta e li richiama all'ordine, ecco che il loro belare ritorna nel mutismo di comodo. Si sentono "popolo" perchè stanno in compagnia di altre capre, con le quali spesso gareggiano per ingraziarsi il Padrone. Stanno in compagnia e non soffrono la solitudine. Le loro sterili vite son fatte di erba amara - che si convincono sia dolce - e sferzate del Padrone  - che considerano carezze.
Ogni tanto una capra osa alzarsi su due zampe e cominciare a belare con forza inaudita. Alle frustate del padrone reagisce urlando ancora più forte, quasi a provocarne l'ira. Le altre capre, spaventate dalla reazione che il Padrone potrebbe avere anche su di loro, isolano la capra ribelle. La mettono in un angolo, non pascolano con lei, non le rivolgono attenzioni. E fanno di tutto per far notare al Padrone che loro, con quella capra, non vogliono averci più niente a che fare.
Ma è proprio in quelle circostanze che avviene il prodigio: la capra ribelle, all'apice della sua solitudine, si trasforma. Il suo corpo cresce, la sua schiena si drizza, le sue zampe diventano braccia e gambe, il suo sudicio pelo diviente una chioma fluente, il suo pizzetto orna un mento da Uomo.
Sì, perchè quella capra ribelle, grazie alla sua solitudine, è diventata Uomo.

La solitudine è degli Uomini, non delle capre.

giovedì 11 luglio 2013

Silenzio



Il silenzio è d'oro, la parola è d'argento. Un antico detto popolare che non rischia mai di diventare vecchio. Significa che, da quando la Terra è popolata dagli Uomini, il silenzio è sempre stato apprezzato più della parola. Non solo perchè, chi ha il potere, preferisce governare sui silenti che sui parlanti, ma soprattutto perchè il silenzio è più raro. E come ogni cosa rara, vale tantissimo. 
Tutti parlano. Non tutti dicono. E quei pochi che dicono, spesso vengono fraintesi. Le loro parole sono utilizzate in un senso opposto a quello per cui erano state proferite. Qualcuno si sforza anche di comprendere, e magari ci arriva vicino. Ma è difficile comprendere ciò che non diciamo, che non proviamo noi stessi. Ci è già difficile capire fino in fondo il dolore del sale sulle nostre ferite. Figuriamoci sfiorare la comprensione del dolore degli altri.  
Spesso accade che, coloro che dicono, esprimono opinioni condivise da tanti altri. In pochissimi, però, alzano il dito per dire: "Sono d'accordo con lui". 

Preferiscono la convenienza del mutismo, che confondono con l'aristocratico distacco del silenzio.

Sulla mia lapide



Ho passato gli ultimi mesi a tormentare la mia anima. Le ho domandato più volte, tra una lacrima soffocata ed un urlo subumano, cosa ci sarà scritto sulla mia lapide. Non mi riferisco al nome borghese con cui sarò registrato in qualche libro o file. 
Ho scritto versi da quando non avevo la barba. A volte li ho vomitati fuori con rabbia, oppure nel più misero dei silenzi. Versi sublimi o indecenti, memorabili o manieristici. Sarò per questo un Poeta?
Le mie dita hanno intonato inni a Madre Natura calpestando i tasti di un piano, o scivolando impudiche sulle corde di una chitarra o di un basso. Sarò per questo un Musicista?
Ho spedito palloni in fondo ad una rete o dentro un canestro; ho schivato ganci e restituito montanti; ho abbracciato corpi e curato ferite. Sarò per questo uno Sportivo?
Ho sposato la mia valchiria e, con lei, respiro i battiti dei giorni. Il nostro amore unico si è incarnato in un pargolo che adesso ha 17 mesi. Sarò per questo un Marito, un Padre?

Io sono tutte queste cose, ma tutte scritte con la minuscola: poeta, non Poeta; musicista, non Musicista; marito, non Marito; padre, non Padre.
Nella mia vita ci sono tante minuscole, ma mi manca una maiuscola.