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martedì 17 gennaio 2012

Lavoratori tassisti, non schiavi



Pubblico un interessante comunicato di sostegno alla lotta dei tassisti contro la liberalizzazione delle licenze. Perchè interessante? Perchè non arriva dai soliti Cicchitto o Bersani, difensori dei tassisti e contemporaneamente difensori delle liberalizzazione (e delle privatizzazioni), bensì arriva da Comunisti - Sinistra Popolare, il movimento politico guidato dal'ex deputato dei Comunisti Italiani, Marco Rizzo.
Anche la sinistra più radicale manifesta sostegno alla battaglia dei tassisti. Ed è una cosa che colpisce parecchio, visto che tutti gli esponenti politici dei principali partiti d'Italia fanno dichiarazioni di sostegno nei confronti di questa categoria, salvo poi sedersi in Parlamento e votare le liberalizzazioni del governo bocconiano.

"La campagna d’odio costruita ad arte contro alcune categorie di lavoratori (tassisti, edicolanti, benzinai…) ha come unico scopo quello di far passare per ragionevole e necessario un decreto liberalizzazioni che punta allo smantellamento di interi settori lavorativi. L’obiettivo non è far ripartire la crescita dell’Italia o aumentare la qualità di alcuni servizi, ma piegare definitivamente il mondo del lavoro alla logica del capitale. Per questo motivo resistiamo all’ideologia delle liberalizzazioni, in primo luogo da comunisti. E poi in veste di tassisti, in difesa del nostro lavoro e del nostro futuro.

Si è parlato di lobby, di categoria chiusa e quindi di privilegiati, di evasori e di imbroglioni. Si è venuto a creare un vero e proprio “profilo sociologico” del tassista: ignorante, maleducato, arraffone. L’opinione pubblica forse in parte ci ha creduto, bombardata da continui servizi televisivi e articoli di giornale, ignara anzitutto di quale sia il nostro lavoro.

Il tassista è un lavoratore che trascorre in macchina dalle dieci alle dodici ore al giorno, sei e spesso sette giorni su sette. Lavora le domeniche, i giorni festivi, si alza prestissimo la mattina e copre i turni di notte. Non ha tutele né garanzie, non ha ferie né malattia retribuite, tredicesima o tfr. Un infortunio sul lavoro o un guasto all’automobile significano giorni di lavoro persi. Lavorare nel traffico caotico e compulsivo delle nostre città richiede una soglia di concentrazione molto alta, a garanzia dell’incolumità dell’autista e di chi vi è trasportato. Lo stress fisico e psicologico che ne deriva è notevole, tant’è che uno studio Inps ha indicato il lavoro di tassista tra i più usuranti al mondo.

Questi ritmi elevati non portano lusso, ricchezza o privilegi, ma sono necessari per raggiungere con dignità la fine del mese, specie se si considera che il nostro settore – come molti altri – è stato pesantemente colpito dalla crisi economica di questi ultimi anni. A ciò bisogna aggiungere i costi di gestione molto alti, tra continui aumenti del prezzo del carburante, tariffe delle assicurazioni, bolli, tagliandi, usura del veicolo e via dicendo.

Risulta evidente che questo non è il profilo di una feroce lobby di potere, ma quello di una categoria di lavoratori che vive del proprio lavoro e che offre un servizio importante all’intera collettività. Questo servizio spesso viene criticato e bollato come insoddisfacente; le obiezioni, per lo più pregiudiziali, ignorano la realtà dei fatti oltre che le enormi differenze tra i vari contesti locali.

Perché le liberalizzazioni non servono a migliorare il servizio del trasporto pubblico? Anzitutto perché – già ora – i singoli comuni hanno la facoltà di valutare l’efficienza o meno del trasporto pubblico e di intervenire, qualora lo ritenessero necessario, attraverso il rilascio di licenze gratuite. Negli anni passati molte città decisero di incrementarne il numero, rafforzando in la rete taxi esistente; oggi questa operazione non è necessaria perché nella maggior parte dei centri urbani il totale di macchine in servizio non solo soddisfa la domanda, ma è addirittura in esubero. È sufficiente gettare uno sguardo agli affollati parcheggi taxi per contare i veicoli in doppia e tripla fila. L’efficienza del servizio offerto, messa continuamente in discussione dalle pesanti critiche rivolte, viene illustrata da uno studio recente (Eurotest 2011#) che valuta Milano quale punta di eccellenza a livello europeo.

A favore delle liberalizzazioni si fa leva sulle presunte richieste del cittadino-consumatore, prima fra tutte quelle di vedere abbassate le tariffe taxi. Ma la privatizzazione del trasporto pubblico locale può portare davvero ad un effettivo abbassamento dei prezzi? Non si capisce come, specie se si considera che la tariffa viene stabilita in toto dai comuni. Ci si aspetta allora di innescare ad ogni corsa una contrattazione sul prezzo fra tassista e cliente? Un’asta nei parcheggi a chi offre di meno? Non pare ragionevole. Inoltre uno studio effettuato dalla CGIA di Mestre# – che ripercorre la storia delle liberalizzazioni in Italia dal 1994 ad oggi – evidenzia che nella maggior parte dei settori liberalizzati i prezzi hanno registrato una forte impennata. Sempre a questo proposito, secondo Euro test 2011 le tariffe del tanto vituperato servizio nazionale risultano essere tra le più basse d’Europa . Infine, pochi fanno notare che liberalizzare le licenze porterebbe a un notevole incremento dei veicoli in circolazione, congestionando ancora il traffico delle città, con evidenti disagi sia per i tassisti (che vedrebbero oltremodo crollare gli incassi) che per l’utenza. “Quando si è in coda alle casse di un supermercato il 23 di dicembre, tutti vorremmo che alle casse non vi fossero 5 o 6 persone ma qualche decina, ma tutti gli altri giorni in cui il numero di clienti è normale, cosa farebbero gli addetti alle casse in esubero? La stessa cosa vale per i taxi quando piove….”

Allora perché liberalizzare le licenze taxi? Le liberalizzazioni rappresentano, per i grandi interessi privati, la chiave di accesso all’interno di settori, il nostro compreso, ad essi ancora immuni. Il quadro che si prospetta per la categoria è facile da delineare: la svalutazione delle licenze e la cumulabilità delle stesse permetteranno a grandi compagnie, preferibilmente legate al mercato dell’automobile, di acquistare un numero considerevole di veicoli e metterci al volante autisti alle loro dipendenze. Essendo i costi di gestione molto alti, l’unico modo di abbattere i prezzi sarà quello di ridurre all’osso gli stipendi dei dipendenti fino a trasformarli in manodopera sottopagata. Il profilo del tassista muterà in breve tempo: da piccolo artigiano autonomo a dipendente sfruttato fino allo sfinimento. I taxi in circolazione si moltiplicheranno e gli incassi crolleranno, costringendo ad aumentare ulteriormente le ore di lavoro.

Insomma: l’odio di classe serve ad alzare quel muro dietro cui si nascondono i veri responsabili della crisi che oggi viviamo. Colpire i taxi è un simbolo: significa accanirsi – e fare accanire – contro quelle categorie la cui autonomia è ancora oggi garanzia di dignità, fino a renderli sfruttati, schiavizzati, asserviti alla logica del capitale.

Mentre la pessima destra fa finta di stare con i taxisti ma in Parlamento i suoi esponenti sono pronti a votare per i provvedimenti di Monti, la sedicente sinistra ha fatto delle liberalizzazioni la propria bandiera, facendosi complice di chi intende svilire e precarizzare il lavoro, piegare tutto e tutti alla logica del profitto e del consumo. Questa cultura non può in alcun modo far parte dei programmi di una vera sinistra, tantomeno di chi si richiama al comunismo. È qui che il contrasto all’ideologia delle liberalizzazioni supera gli interessi di una singola categoria e diventa il punto di forza di una vera forza comunista che difende il lavoro contro gli interessi del privato, dei banchieri, delle grandi multinazionali e del capitale".

lunedì 10 ottobre 2011

Verso e oltre il 15 Ottobre






Tratto da http://www.infoaut.org/

Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.

Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.

La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.

E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.

Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?

Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.
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sabato 1 ottobre 2011

Sulla manifestazione del 15 ottobre






Ricevo e pubblico:

15 ottobre: inutile sfilata dei soliti noti o accampamento degli indignati?
Discussione animata e difficile sul percorso del corteo del 15 ottobre. Ma alla fine si è trovata la “quadra”. Persistono divergenze sul segnale politico che deve mandare la manifestazione italiana. Il 15 ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la crisi e il massacro sociale scatenato dalle istituzioni finanziarie europee e dal governo unico delle banche.
L'ennesima riunione preparatoria per la giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre, ha visto le molte componenti del coordinamento nato ad hoc, cercare
in tutti in modi di trovare “la quadra”. Un risultato che dopo l'ultima riunione e all'inizio di quella di ieri non appariva affatto scontato.
La discussione – ad un osservatore esterno – poteva sembrare meramente “tecnica” cioè il percorso del corteo, lo striscione di apertura, la conclusione. In realtà indicava e indica divaricazioni politiche sul segnale che la manifestazione nazionale del 15 ottobre deve mandare sia a chi scenderà in piazza sia ai responsabili del massacro sociale che in tutta Europa ed anche Italia si sta abbattendo su lavoratori, giovani, pensionati,migranti.
La discussione dei due gruppi di lavoro (manifestazione, comunicazione) è iniziata dopo le 11.00 ed è riuscita a concludersi solo a ridosso dell'inizio della riunione plenaria dopo un lungo botta e riposta e numerosi interventi che hanno talvolta allontanato la possibilità di giungere ad un appuntamento unitario e condiviso. Lo spettro di due manifestazioni si è affacciato neanche troppo velatamente in alcuni interventi. Il rappresentante dell'Usb è andato alla carica senza troppi preamboli mettendo in discussione che il corteo dovesse accuratamente evitare di transitare per il centro della capitale e si dirigesse verso piazza San Giovanni secondo i canoni della manifestazioni di massa ma un po' liturgiche. La proposta avanzata dall'Usb era che si concludesse invece nella centrale piazza del Popolo a ridosso dei palazzi del potere e annunciasse pubblicamente che la manifestazione non si concludeva la sera del 15 ottobre con un tradizionale comizio. “A New York manifestano sotto la Borsa di Wall Street mica a Central Park, in Grecia stanno in piazza Syntagma davanti al Parlamento” ha specificato. Insomma una manifestazione di lotta e non di rappresentazione che trova il suo punto di forza solo nel numero dei partecipanti.
Di avviso contrario alla proposta dell'Usb altre componenti del coordinamento (Action,Uniti contro la crisi, Cobas, Arci, Fiom, Uds) e consenso invece da parte di altre componenti come le reti dello Sciopero Precario, la rete Roma Bene Comune, Atenei in rivolta, la Rete dei Comunisti, che hanno insistito molto sul fatto che il passaggio del centro “politico ed economico” della capitale funzioni anche come avviso di garanzia – in qualche modo anche minaccioso – verso le misure antipopolari decise dal governo e dalle istituzioni europee, un nemico che alcuni definiscono ormai come il “governo unico delle banche” (con chiare allusioni al governo che sostituirà quello Berlusconi per fare una identica politica antipopolare). La discussione si è incastrata e contrapposta per parecchio tempo ed è sembrato a un certo punto che la rottura fosse inevitabile. Un paio di interventi hanno infine cercato di raccogliere tutte le osservazioni in campo e indicato la quadra possibile: il percorso del corteo verrà allungato e chiederà di transitare per il centro prima di arrivare a Piazza San Giovanni, arrivare ma non concludersi. Un concetto questo che è stato ribadito da diversi interventi preoccupati che la manifestazione del 15 ottobre si riduca ad una tradizionale manifestazione di massa ma privata di ogni conflittualita contro il massacro sociale approntato dai poteri forti in Europa e in Italia.
Anche sullo striscione di apertura la discussione non è stata semplicissima.
Il momento francamente più paradossale è stato quando si è inceppata sulla condivisione dello slogan ormai europeo lanciato dai movimenti greci “People of Europe rise up!” ma non sulla sua traduzione in italiano che significa testualmente “Popoli europei solleviamoci!”. L'idea della sollevazione è apparsa forse un pò troppo inquietante che si volevano sostituire con un più rassicurante “Cambiare l'Italia, cambiare l'Europa”, uno slogan che obiettivamente sarebbe metabolizzabile anche da Bersani e Bonanni.
La discussione si è conclusa con l'approvazione dello striscione d'apertura coerente in inglese e in italiano con l'indicazione apparsa sul Partenone “People of Europe rise up! Popoli europei solleviamoci!”. La testa del corteo sarà unitaria e rappresentativa di tutte le componenti del coodinamento con l'esplicito invito a tenere alla larga bandiere di partito e organizzazione o I leader televisiviche ammucchiano di loro le telecamere e riducono il corteo ad uno sfondo anonimo nei contenuti.
Più difficile è stato trovare “la quadra” sulla gestione dell'arrivo della manifestazione in piazza San Giovanni che in molti non intendono vivere come conclusione del corteo e della mobilitazione del 15 ottobre. Molte le proposte sul tappeto (il coordinatore della discussione ne ha elencate almeno dieci diverse tra loro), ragione per cui il coordinamento si è riconvocato per discueterne martedi prossimo. Nel frattempo una delegazione andrà in Questura per discutere il percorso del corteo avendo ricevuto un mandato esplicito sulle opzioni da indicare. Il percorso di avvicinamento al 15 ottobre è ormai avviato. C'è da augurarsi e da lavorare affinchè proceda come auspicato da tutti gli interventi. L'aspettativa è indubbiamente in crescita e il governo unico delle banche dovrà cominciare a tenerne conto.

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martedì 13 settembre 2011

Val Susa: Maroni cerca il morto




Pubblico dal blog http://arcadianet.blogspot.com/2011/09/val-di-susa-maroni-cerca-il-morto.html

Leggo tra le notizie di oggi che il ministro dell'Interno (nel senso che dovrebbe essere internato) Roberto Maroni (e mò li ha proprio rotti) accusa gli oppositori del TAV di "cercare il morto" negli scontri con le forze dell'ordine.
Nel vile silenzio dei media, tutti schierati a favore della realizzazione dell'opera e presi a demonizzare in ogni modo un legittimo movimento di opposizione popolare e DEMOCRATICA (in quanto davvero esprime il sentire del demos), è sfuggito che quest'accusa dovrebbe essere rispedita direttamente al mittente, cosa che i No-TAV hanno giustamente fatto.
Se c'è qualcuno che sta cercando il morto, i morti, in val di Susistan, quel qualcuno non sono certo gli oppositori al progetto.
Chi cerca il morto sono i sostenitori dell'opera, un'opera del tutto inutile, ecologicamente ed economicamente dannosa.
Chi cerca il morto è il paraculo politico di chi vuole quest'opera, ossia tutti quei governi che in questi anni l'hanno sponsorizzata mandando i propri bravi in divisa a reprimere ogni dissenso.
Chi cerca il morto sono in ultima battuta quei poliziotti e carabinieri che si vendono veramente per poco perché per andare a rompere le ossa a un proprio connazionale che protesta dalla parte giusta dovrebbero avere il buon gusto di farsi pagare qualcosa in più.

E non si lamentino i Maroni e i benpensanti in salsa liberal che vaneggiano su proteste non violente e dissenso da esprimersi coi mezzi offerti dalla "democrazia" parlamentare del nostro paese.
Perché questo sistema ha già deciso cosa fare con il TAV e ha deciso nel modo sbagliato ed ogni opposizione che non uscisse dalla legalità sarebbe a questo punto vana.

No Maroni, in Val di Susa i No-TAV non cercano il morto. Cercano solo di non farsi ammazzare da quelli come voi.

Simone

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lunedì 5 settembre 2011

Piazza Affari Camping





Hanno montato le tende a Piazza Affari. La pula li voleva sgomberare: due contusi tra i manifestanti. Ma le tende sono ancora lì. E saranno lì tutta la giornata, e probabilmente anche stanotte, fino allo sciopero generale di domani.

Mentre la Borsa brucia miliardi su miliardi, mentre "i mercati" continuano nello sciacallaggio e nella speculazione, i "Ribelli al debito" lanciano slogan e distribuiscono volantini in cui si chiede di mettere il "People Before Profit", srotolando uno striscione su cui è sccritto: "Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti".



Siete tutti invitati al Piazza Affari Camping! E' gratis (e di questi tempi è un'ottima cosa), goliardico ed è diverso dai soliti camping.

E' un campeggio Estraneo Alla Massa.

E va bene così.


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giovedì 2 giugno 2011

Vogliono massacrare i No Tav







COMUNICATO STAMPA
Torino, 1 giugno 2011

I promotori del progetto “Uniti e Diversi” (http://www.unitiediversi.it/ ) fa proprie le dichiarazioni del Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa, alla luce delle scandalose affermazioni di questi ultimi giorni, da parte del mondo politico, imprenditoriale e sindacale locale, torinese e nazionale, in cui si auspica l'intervento della forza pubblica “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio” in Valsusa, per consentire l'installazione del cantiere per il cunicolo esplorativo della Maddalena a Chiomonte, propedeutico alla costruzione della nuova ferroviaria ad Alta Velocità Torino – Lione, e condanna fermamente tali affermazioni sia sul piano politico sia sul piano democratico.

Si considera fin d'ora politicamente e moralmente responsabili di qualunque atto di violenza si potesse verificare in queste ore nei territori della Valsusa, coloro i quali hanno rilasciato tali dichiarazioni sui mezzi di comunicazioni, ritenendoli i mandanti di un clima di tensione e di giustificazione della violenza non accettabile in una nazione democratica.

Invitiamo tutti i rappresentanti del mondo politico, imprenditoriale, sindacale e tutti coloro che rappresentano pezzi della società civile, intellettuale e associazionistica, a dissociarsi pubblicamente dalle dichiarazioni che auspicano il ricorso alla violenza e alla militarizzazione del territorio della Valsusa.

Si ritiene che l'installazione di un cantiere di un'opera di tali dimensioni non possa avvenire “ad ogni costo” e “senza regole di ingaggio”, ma solo attraverso la dimostrazione della validità e dell'utilità di quell'opera, circostanza questa mai avvenuta.
Se ad “ogni costo” significasse anche a costo di violenza su un popolo in lotta, questo sarebbe un atto gravissimo e ingiustificabile e a questo ogni persona, ogni individuo onesto, si deve ribellare.

I promotori del progetto “Uniti e Diversi” si uniscono al Coordinamento delle Liste Civiche Valsusa nel chiedere a coloro che hanno auspicato pubblicamente la violenza su chi si oppone alla Torino-Lione, di ritrattare le loro dichiarazioni pubbliche che li rendono responsabili di qualunque incidente possa verificarsi nei prossimi giorni.
La violenza non è mai la soluzione per dirimere controversie, in particolare per una lotta sociale, pacifica e consapevole che da 22 anni, il popolo della Valsusa, porta avanti con coerenza, caparbietà e correttezza.

I promotori del progetto “Uniti e Diversi” e le liste civiche Valsusa esecrano altresì l’organizzazione del presidio di Edili organizzato il 30 maggio 2011 a Susa da parte della CISL.
Si tratta evidentemente di un gesto sconsiderato, fatto in un momento in cui la tensione sociale in Valle di Susa è altissima.
La difesa del posto di lavoro e la dignità dei lavoratori sono tra le priorità dei promotori del progetto “Uniti e Diversi”, oltre che delle Liste civiche Valsusa. Difesa e dignità di tutti i lavoratori, compresi i circa 3.000 addetti in campo agricoltura che vedranno svanire il proprio posto di lavoro con l’installazione dei cantieri. Non così pare per il segretario nazionale della CISL che, dopo aver dimenticato la dignità dei lavoratori di Mirafiori ora sta dimenticando anche la dignità dei lavoratori agricoli della Valle e utilizza i bisogni dei lavoratori per porli gli uni contro gli altri.

I promotori del progetto “Uniti e Diversi” sostengono le Liste civiche della Valsusa nell’invito alle lavoratrici e ai lavoratori a non prestarsi a queste bieche strumentalizzazioni e a pensare insieme a un presente e a un futuro sicuri e non funzionali all’arricchimento di pochi a
scapito della vita sia degli agricoltori che degli edili.

Invitiamo tutti gli uomini e le donne di buon senso a far la loro parte per evitare atti e azioni dalle conseguenze incalcolabili.

I promotori del progetto “Uniti e Diversi”:
Movimento Zero (Massimo Fini), , Per il Bene Comune (Monia Benini), Alternativa (Giulietto Chiesa), Maurizio Pallante (Presidente del Movimento per la Decrescita Felice), Rete Provinciale torinese dei Movimenti e delle Liste di Cittadinanza.

Per contatti:
Maurizio Pallante – Portavoce nazionale “Uniti e Diversi” – 339 7522290
E_mail: info@unitiediversi.it
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lunedì 30 maggio 2011

Anche la Germania abbandona il nucleare



Un'altra buona notizia, dopo il blitz di ieri sera di Greenpeace durante la finale di coppa Italia allo stadio Olimpico di Roma.
La buona notizia è questa:

http://www.corriere.it/esteri/11_maggio_30/germania-energia-nucleare_cd5b0910-8a7e-11e0-93d0-5db6d859c804.shtml


MILANO - La Germania sarà la prima potenza industriale a rinunciare all'energia nucleare. Il ministero dell'Ambiente ha annunciato infatti che fermerà il suo ultimo reattore nel 2022 e ha definito la decisione «irreversibile». Venerdì scorso i ministri dell'Ambiente regionali e federale si sono accordati sulla decisione.

LA DECISIONE - Gran parte dei reattori tedeschi sarà disattivato entro quest'anno, mentre gli ultimi tre funzioneranno per altri 11 anni al massimo. Il ministro Norbert Roettgen ha spiegato che gli otto reattori dei 17 che non sono collegati alla rete di produzione di energia elettrica non saranno più riattivati. La decisione è frutto delle riflessioni che il governo tedesco ha avviato dopo il disastro di Fukushima, che ha provocato proteste di massa nel paese, contro l'impiego dell'energia atomica. L'energia nucleare garantisce attualmente il 22% del fabbisogno di elettricità del Paese.

PROTESTE - Domenica decine di attivisti di Greenpeace si erano arrampicati sulla Porta di Brandeburgo, a Berlino, per chiedere lo stop del nucleare esponendo uno striscione con la scritta «Ogni giorno di energia nucleare è uno di troppo». Sabato decine di migliaia di persone avevano manifestato in diverse città sempre contro il nucleare. Secondo gli organizzatori almeno 16 mila persone in 21 città, di cui 25 mila a Berlino e Monaco, 20 mila ad Amburgo e 10 mila a Friburgo avevano partecipato a cortei, mentre la polizia tedesca ha contato circa 20 mila manifestanti nella capitale.

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sabato 28 maggio 2011

Carica!







http://www.youtube.com/watch?v=wfDP1i9C7VA

Plaza Catalunya. Barcelona.
Mani alte in una resistenza passiva. Come tutti i non violenti radicali prescrivono: "Alzate le mani, dimostrate alla polizia che non volete fare violenza!". Detto, fatto. E la polizia?
Risponde caricando. Manganellate a tutta forza. Manganellate democratiche, perchè colpiscono giovani e anziani, donne e uomini, figli di papà e figli di puttana.

E se uno reagisse? Se uno, nel vedere la propria sorella o la propria fidanzata presa a manganellate, decidesse di reagire alla violenza del Sistema? Sbaglierebbe. Mai reagire alle manganellate. Altrimenti si è, nell'ordine: facinoroso, professionista della violenza, comunista, anarco-insurrezionalista, black bloc.
"Ma io... veramente... volevo solo impedire che la mia ragazza fosse pestata!". Grave errore: resistenza e violenza a pubblico ufficiale.

Ricordate, cari non violenti a prescindere: la violenza del Popolo sarà sempre la risposta alla violenza del Sistema. La non violenza, quando ha pagato, è stata l'eccezione, non la regola, della Storia.
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venerdì 20 maggio 2011

In Spagna vogliono una "Democracia Real"








Da qualche giorno, i mass media europei (e qualche italiano) stanno ponendo sotto la luce dei riflettori le vicende spagnole. Nel paese iberico, una massa enorme di persone, per lo più giovani precari e disoccupati, è scesa in piazza per manifestare la loro sfiducia nei confronti di TUTTI i partiti esistenti in Spagna, e per sostituire al sistema dei partiti (la Casta) un sistema realmente democratico.
Potrebbe sembrare utopistico, detto in questi termini. Eppure i manifestanti hanno discusso ed approvato un documento programmatico, una "piattaforma" di rivendicazioni politiche e sociali, che è tutt'altro che utopistica.
Essi chiedono, al primo punto, la soppressione dei privilegi della classe politica, accusata di assenteismo e menefreghismo, di percepire stipendi troppo alti che andrebbero equiparati agli stipendi degli altri dipendenti statali, di utilizzare l'immunità e la prescrizione per evitare processi e condanne.
Chiedono nuovi posti di lavoro, tramite una riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, sgravi fiscali per le aziende che hanno meno del 10% dei dipendenti a tempo determinato, sussidio di disoccupazione fino a quando non verrà raggiunta la disoccupazione strutturale nazionale (5%).
Chiedono misure per la casa, come l'esprorio delle abitazioni edificate in stock e che non sono state vendute per metterle nel mercato in regime di locazione protetta e sovvenzioni alla locazione per giovani e cittadini con bassi redditi.
Chiedono un maggior intervento pubblico in settori strategici, come la sanità, l'istruzione, i trasporti e l'accesso al credito (banche).
Chiedono il ripristino della tassa sui ricchi, una nuova tassa sugli enti bancari e l'introduzione della Tobin Tax.
Infine, chiedono maggior partecipazione e potere decisionale: referendum obbligatori per la ricezione o meno delle direttive europee; libertà di informazione e di navigazione in internet; modificazione in senso totalmente proporzionale della legge elettorale; indipendenza totale del potere giudiziario (magistratura) dall'Esecutivo.

Come si può notare, le richieste della piattaforma di Democracia Real sono assolutamente fattibili. Molte sono a costo zero. Viene spiegato anche come finanziarie quelle che hanno un costo. Si è calcolato che con la riduzione degli stipendi e dei privilegi della casta, a cui vanno aggiunte tutte le tasse che sono state sopra elencate, si possano fare TRE finanziarie in Spagna.

L’imminenza delle elezioni amministrative, che il prossimo 22 maggio riguarderanno più di 8000 comuni spagnoli – e delle autonomiche, per 13 delle 17 comunità autonome – fa sì che il dissenso venga riportato con forza sulla classe politica in toto, declinando questo “Qué se vayan tod@s” in uno specifico “No les votes!” (non votarli!), un appello all’astensionismo che riunisce nello stesso disprezzo PP, PSOE e qualsiasi altro partito, perché “senza il nostro voto non sono nulla”.

“Senza casa, senza lavoro, senza pensione, senza PAURA!” è uno degli slogan più ripetuti da questo movimento, che trova le proprie fondamenta nella rete sociale allargata fra realtà molteplici, e nei social network il proprio altoparlante - Facebook e Twitter in testa.
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lunedì 3 gennaio 2011

La farsa della CONTROriforma Gelmini è finita. Forse.




Ancora una volta, la Democrazia Liberale si è dimostrata sorda. Non ha ascoltato o, meglio, non ha voluto ascoltare le tantissime voci che si sono schierate, da più di due anni, contro l'infausta (contro)riforma dell'istruzione e dell'Università voluta (?) dal Ministro Gelmini. I deputati ed i senatori, cioè i "rappresentanti del popolo italiano" nelle istituzioni della democrazia liberale italiana, hanno votato SI ed hanno consentito al testo osteggiato da tutte le categorie che lavorano nella scuola (insegnanti, presidi, dirigenti scolastici, studenti, ricercatori, assegnatari di borse di studio) di arrivare al Quirinale e di ricevere la firma del Presidente della Repubblica, quel Giorgio Napolitano che qualche giorno prima aveva invitato una delegazione degli studenti a colloquio, salvo poi venir meno agli impegni e firmare subito la (contro)riforma.


Perchè non si è fatto, nelle scuole, e nelle università ciò che si farà nelle fabbriche a proposito dell'accordo Marchionne - sindacati gialli? Perchè non si è fatto, nelle scuole e nelle università, un REFERENDUM (strumento di democrazia d-i-r-e-t-t-a), chiedendo a tutti coloro che lavorano e vivono nella scuola italiana un giudizio sulla (contro)riforma Gelmini?


da Infoaut

http://www.infoaut.org/articolo/la-quadratura-del-cerchio

Con la firma del Presidente della Repubblica Napolitano il DDL Gelmini ha concluso definitivamente il proprio iter diventando legge a tutti gli effetti.
Il governo si sfrega le mani soddisfatto per aver portato a termine l'obiettivo entro la fine dell'anno mentre la cosiddetta "opposizione", al di là delle solite ed inconsistenti dichiarazioni di contrarietà alla riforma, si inchina di fatto alla scelta del capo dello stato.

Si chiude così il teatrino istituzionale creatosi attorno al travagliato iter parlamentare della riforma: dalle esilaranti salite sul tetto di Bersani fino all'incontro di Napolitano con alcuni studenti universitari.
Su quest'ultimo incontro, in particolare, molte parole sono state spese dai media, che hanno sottolineato l'eccezionalità di tale opportunità ed elogiato la disponibilità al dialogo da parte del presidente della repubblica. Ora tutti possono apprezzarne l'utilità: nulla per il movimento, un po' di pubblicità per i politicanti in erba dei sindacatini studenteschi.

Questa speranza riposta nel Presidente della Repubblica non rispecchia certo l'esperienza degli studenti e delle studentesse che dall'autunno del 2008 in poi hanno urlato a gran voce la propria opposizione al ddl in mezzo ad un assordante silenzio istituzionale e che solo negli ultimi mesi sono diventati oggetto di interesse (in primo luogo elettorale) per i vari PD ed IDV.
La scelta di ascoltare le posizioni degli studenti, ovvero di chi vive quotidianamente l'università, giunga terribilmente tardi e suoni ridicola ad un movimento che ha ormai da tempo interiorizzato la consapevolezza di non poter trovare alcun appoggio o rappresentanza nel mondo parlamentare. Essa sembra fungere molto più come cattura e recupero della dimostrazione di forza messa in campo dal movimento lo scorso 14 dicembre.

Risulta inoltre miope e limitante l'analisi di Napolitano che, "non avendo ravvisato nel testo motivi evidenti e gravi per chiedere una nuova deliberazione alle Camere", individua unicamente alcune criticità nel testo di legge in merito a due o tre questioni; tali dichiarazioni chiudono infatti gli occhi di fronte alla capacità, sviluppata in più di due anni di mobilitazione, che il movimento studentesco ha avuto nel saper allargare l'orizzonte dei propri discorsi, inquadrando dunque la riforma dell'università in un più ampio progetto di smantellamento di diritti e di precarizzazione del futuro.

In questi ultimi mesi gli studenti e le studentesse hanno sempre avuto ben chiara l'eventualità che il ddl potesse portare a termine il proprio percorso di approvazione; per questo la notizia della firma di napolitano non ci spaventa nè ci scoraggia, ma ci trova anzi determinati nel dire che se il percorso parlamentare della legge è terminato, la nostra lotta non lo è e che non abbiamo intenzione di arrenderci di fronte ad una riforma approvata sulle nostre teste da un governo che ha saputo rimanere in piedi per un pugno di voti (comprati). A gennaio la lotta continuerà; l'obbiettivo sarà quello di rendere impossibile l'applicazione della legge all'interno degli atenei italiani, costruire percorsi comuni con altri soggetti sociali che si vedono precarizzati e privati di diritti ( vedi operai Fiat) e cambiare il sistema di relazioni sociali che ci vuole tutti supini a pagare la crisi creata da chi sta al potere.

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mercoledì 22 dicembre 2010

Lettera di "Cancer man"




Cari ragazzi,

so che in questi giorni v'è arrivato un sacco di spam e di phishing. Permettete che invece io vi scriva qualcosa che potrebbe esservi utile. V'è già stato detto che bruciare e distruggere vi porterà al fallimento. In realtà, state facendo la cosa giusta, ma la state facendo nel modo sbagliato.
Cercherò di spiegarmi meglio con qualche esempio pratico. Durante la vostra manifestazione sono stati bruciati alcuni oggetti, e dopo pochi giorni contro di voi si stanno già preparando nuove leggi speciali. Ai responsabili del rogo della fabbrica Thyssen Krupp, nel quale morirono bruciati sette operai, dopo tre anni si sta appena cominciando ad applicare le vecchie leggi normali.
Per quegli oggetti bruciati, avete già subito un'infinita sequela di violente condanne morali, sociali e politiche. I responsabili della strage ferroviaria di Viareggio, nella quale morirono bruciate trentadue persone, non ne hanno ancora subita nemmeno una penale. Uno di loro è stato anche nominato cavaliere, titolo particolarmente significativo nel vostro paese.

I responsabili del bombardamento di Gaza, nel quale morirono bruciate centinaia di persone - fra cui molti bambini - hanno ricevuto la solidarietà e l'apprezzamento di coloro i quali oggi vi chiamano terroristi e vigliacchi.
I responsabili del bombardamento di Falluja, nel quale morirono bruciate migliaia di persone, continuano a governare il mondo.
Quindi cari studenti, ecco la prima lezione che la Storia ci impartisce: agli oggetti viene attribuito molto più valore che alle persone.
Se bruciate un senzatetto, magari immigrato, riuscirete a farla passare per una ragazzata, guadagnerete interviste in Tv e amici su Facebook, se bruciate un bancomat vi accuseranno di terrorismo, e il governo pretenderà la vostra testa per direttissima, a costo di far arrestare anche i magistrati se non si sbrigano a condannarvi.
Dalla prima lezione ne discende un'altra, di cui forse avrete già sentito parlare: il valore attribuito alle persone è inversamente proporzionale al loro numero.
La scena pubblica risuona dello strepito degli auto-proclamati difensori della vita, capaci di battersi strenuamente per decenni, pur d'impedire che l'ultima inutile scintilla di elettricità venga pietosamente spenta in un singolo corpo semi morto, mentre il costante brutale sterminio di intere popolazioni rimane solo un trascurato rumore di fondo.
Corollario: come l'etica pubblica e l'estetica dominante dimostrano, quanto più un essere umano si avvicina allo status di oggetto inanimato, tanto più cresce il valore che gli viene attribuito.
Anche la prossima lezione si presta a essere illustrata con un esempio pratico: gli oggetti che avete bruciato avevano molte parti in plastica. Ricordate quel fumo nero, così denso e acre? Come quello emanato dai roghi di spazzatura, conteneva una significativa percentuale di diossina, che voi avete respirato, insieme ai copiosi lacrimogeni gentilmente offerti dalle Forze dell'Ordine. Non dico certo questo per equiparare i blindati della polizia ai rifiuti tossici, ma per ricordarvi che voi eravate lì, a subire le conseguenze delle vostre azioni, e questo non è professionale.
I dirigenti della Union Carbide erano forse a Bhopal, a respirare i miasmi mortali della loro stessa fabbrica? I dirigenti della British Petroleum sguazzavano nel golfo del Messico durante la marea nera che ne ha devastato l'ecosistema? Ovviamente no. Com'è ovvio che i responsabili delle alte percentuali di arsenico nell'acqua di Roma non la stiano bevendo.
Terza lezione: mai subire le conseguenze delle proprie azioni. Nel vostro paese, l'Italia, avete un ottimo esempio: il vostro attuale premier non si ferma davanti a niente pur di evitarle, e ci riesce brillantemente.
Cari ragazzi, bruciare e distruggere può essere un'attività estremamente redditizia, se saputa esercitare professionalmente, su vasta scala, e con l'adeguata premeditazione.
Sfasciare un bancomat farà di voi un teppista, sfasciare un sistema bancario farà di voi un finanziere, sfasciare un sistema economico farà di voi un ministro dell'Economia e delle Finanze.
Sarete fra le persone che decidono il valore commerciale delle altre persone, che infliggono le condanne, morali, politiche, sociali, penali, e mai le subiscono. Le ruspe statali spazzeranno la neve al vostro passaggio, e la ri-spargeranno dietro di voi, affinché nessuno osi seguirvi sulla vostra corsia preferenziale.
Infine, sfasciare tutto l'ecosistema planetario vi farà ascendere all'Olimpo di chi può usare interi paesi come ciocchi per il suo caminetto, come diavolina per il suo barbeque.
Io ci sono stato. Ci si mangia da dio.
E non è vietato fumare.


http://www.carmillaonline.com/archives/2010/12/003722.html

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martedì 21 dicembre 2010

La nostra violenza è una reAzione alla violenza del Sistema





Va chiarito una volta per tutte: la tanto stigmatizzata violenza di piazza di studenti, lavoratori, disoccupati, terremotati, cittadini pieni di immondizia, ecc... è sempre e solo una reAzione alla violenza (fisica, economica, sociale, culturale, psicologica ed esistenziale) del Sistema.
Quale Sistema? Quello che consente a due schieramenti politici falsamente alternativi (i cosiddetti centrodestra e centrosinistra) di governare in difesa dei poteri forti e contro gli interessi dei lavoratori e delle famiglie; quello che considera più grave il lancio di un sanpietrino rispetto ai milioni di disoccupati e precari che non riescono ad arrivare a fine mese; quello che viene incontro alle richieste dei vari Marchionne di turno ed ignora puntualmente quelle degli anonimi lavoratori; quello che non da' risalto alle manifestazioni di protesta dei cittadini solo se queste sfociano in atti di vandalismo e violenza.
E le forze dell'ordine, loro malgrado, sono i difensori del Sistema, quindi sono avversari di chi contrasta il Sistema. E le forze dell'ordine difendono un Sistema che li sfrutta, li umilia, e li fa odiare da tanta gente.

Non si sa ancora se, dopo i proclami e le gasparrate del Regime Berlusconiano, la manifestazione di domani sarà un successo o un insuccesso, sarà pacifica o vedrà qualche scontro. Quindi lo diciamo subito: eventuali atti di vandalismo o violenza sono da intendersi come CONSEGUENZA della violenza che il Sistema produce su ognuno di noi quotidianamente, in ogni aspetto della nostra vita individuale e comunitaria.
Non vogliamo sentire i soliti "soloni" pronti a solidarizzare con le forze dell'ordine e a criticare i manifestanti. Vogliamo sentire qualcuno che, indipendentemente dai risvolti pacifici e/o violenti dei cortei, focalizzi l'attenzioni sulle RAGIONI che spingono migliaia di persone a scendere in piazza a manifestare.
Detto in parole povere: non vogliamo più critiche su COME si manifesta, ma vogliamo un giudizio sul PERCHE' si manifesta.
Chiaro???
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lunedì 20 dicembre 2010

Gasparri provoca. E se qualcuno reagisse?





Dopo le aberranti frasi di ieri, in cui Maurizio Gasparri (presidente dei senatori PdL) invocava leggi speciali e arresti preventivi in occasione di cortei di protesta contro l'azione del Governo Berlusconi, oggi ha rincarato la dose.
"Voglio fare un appello: genitori, dite ai vostri figli di stare a casa. Quelle manifestazioni sono frequentate da potenziali assassini. Vanno evitate". Così, il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri ai microfoni di Agorà su Rai Tre riferendosi alla manifestazione degli studenti in programma per mercoledì prossimo.

Tradotto in parole povere: noi li faremo pestare a sangue. Se i vostri figli non vengono, possiamo dire che i manifestanti erano tutti violenti comunisti e black bloc di centri sociali, ed era giusto pestarli. Se invece i vostri figli scendono in piazza a protestare, poi non vi lamentate se prendono qualche bella carica educativa dalla sbirraglia.

Questo atteggiamento è tipico dei regimi "democratici": invece di impedire le manifestazioni (come faceva il Fascismo), le scoraggiano. Invitano a non andarci, minacciando (neanche troppo velatamente) violenze di piazza da parte di fantomatici comunisti e forze dell'ordine.
Così è stato fatto per il corteo della Fiom, quando Maroni invitò a stare attenti a "professionisti del disordine". Risultato: moltissimi lavoratori evitarono di partecipare al corteo. E il Tg1 potè titolare: "Flop della Fiom". Quindi prima dicono di non andare in corteo a manifestare, perchè c'è il forte rischio di incidenti; poi la gente davvero non va, e i media di regime minimizzano il corteo dicendo che è stato un flop, organizzato dalle solite irriducibili minoranze rumorose.

Lo stesso sta avvenendo in occasione del corteo degli studenti di mercoledì prossimo. Il regime Berlusconi (definirlo ancora "governo" mi pare oggettivamente improprio), tramite il fido Gasparri, minaccia violenze di piazza ed invita a boicottare i cortei di protesta. Se si segue questo consiglio, il corteo sarà definito un flop, e le ragioni degli studenti derubricate; se non si segue questo consiglio, poi non lamentatevi se vi spacchiamo le ossa.

Questo è Maurizio Gasparri. Questo è il regime Berlusconi.
Essi provocano, certi della loro potenza e impunità. Si sentono INTOCCABILI.
E se qualcuno reagisse? Quando si getta benzina sul fuoco, non tutti sono bravi pompieri...
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domenica 19 dicembre 2010

Riflessione sulla violenza




Una riflessione, non mia, sul tema della violenza.
Personalmente, non condivido TUTTO ciò che è scritto qui: ma mi ci riconosco in buona parte.


da infoaut.org

Gli scontri avvenuti a Roma nei giorni scorsi fra giovani studenti e polizia ha riproposto il tema della violenza. Come al solito avviene in queste situazioni ci sono subito pronti dei cori. Il coro di destra che grida subito ai black block organizzati, agli anarchici, ai centri sociali palestre di violenza, agli studenti fannulloni che non hanno nulla da fare e che vanno tutti arrestati e messi in galera prima che i cortei partano. Questo coro, tende a non far fare più cortei, a rendere più difficili i percorsi, ad allontanare la gente dai palazzi del potere . E le avvisaglie le abbiamo viste nei mesi scorsi quando si cercava di legiferare a proposito dell'annullamento dei cortei nei periodi festivi, nei centri storici dediti allo shopping. Tutto questo fa il paio a quanto si è fatto negli anni scorsi a proposito della regolamentazione sugli scioperi che di fatto ha annullato lo sciopero cosiddetto selvaggio e che ha imbraghettato gli operai nelle morse burocratiche delle richieste delle ore di assemblee nelle fabbriche e di conseguenza di ore di sciopero da fare in orari prestabiliti di modo che l'azienda non ne esca danneggiata. Insomma un venire meno della forza degli operai che in quel modo costringevano i padroni , grazie agli scioperi cosiddetti selvaggi ad una trattativa immediata, ed a un conseguente accoglimento delle richieste operaie pena il blocco totale delle fabbriche. Questo non avviene più da circa 10-15 anni ed oggigli operai sono costretti a salire sulle gru o sui tetti come se fossero gatti ! I padroni se la ridono e continuano a fare ciò che vogliono degli operai e delle loro famiglie. Costringere un operaio a salire su un tetto per difendere il suo diritto al lavoro è un atto di violenza terribile. Ma questo non rientra nell'ipotesi violenza . E' normale. Se qualcuno va a tirare le uova a Marchionne o a qualche sindacalista venduto diventa un atto intollerabile di violenza ! L'altro coro è quello della sinistra. Che grida subito agli infiltrati, ai poliziotti travestiti da studenti, ai provocatori, alla divisione fra buoni e cattivi. Uno studente che non vede alcun futuro nella sua vita non subisce secondo questi soloni della politica alcuna violenza. Se scende in piazza a rivendicare un suo diritto allo studio contro una legge che di fatto privatizzerà tutto e gli viene anche impedito di arrivare nella zona dei palazzi del potere creando una zona rossa chilometri lontana da questi, deve subire in silenzio manifestare con le bandierine e tornarsene poi a casa. Lo può fare un giorno, due, ma non lo potrà fare sempre. Se la stessa cosa avviene in Russia, o in Cina, o in Iran, gli stessi coristi italiani ed europei, sia di destra che di sinistra, gridano subito alla dittatura, alle leggi democratiche che mancano, agli ayatollah intolleranti che tengono lontana la gente dal palazzo e quando la polizia manganella eccoli che sono squadristi, prezzolati, fascisti, che fanno il gioco della dittatura. In Italia la stessa cosa diventa altro, il poliziotto diventa democratico, il palazzo diventa di vetro, la zona rossa diventa zona di sicurezza. Dimentica l'Italia di destra e di sinistra che la polizia sta manganellando da mesi, tutti. I pastori sardi come gli operai davanti le aziende dei padroni, i cittadini di Terzigno, di Boscoreale, come quelli della Val di Susa. Bastano che sforano di un poco, dal percorso, dal lancio di qualche uova ed ecco le cariche. Poi a tutto questo aggiungi i ragazzi uccisi, da Cucchi ad Aldovrandi, a Carlo Giuliani. Le regole della democrazia non hanno voluto una commissione d'inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani , durante il governo Prodi , grazie al voto di Di Pietro che votò con l'opposizione di allora. E ricordando Genova, non dimentichiamo che nella sala della questura di genova c'era quel Fini che oggi vuole rivedere proprio il comportamento della polizia spostando il proprio asse semrpe più lontano dalla destra forcaiola. Ed anche Saviano , che vorrebbe prendere il posto di Pasolini, lui che ha elogiato Israele per i bombardamenti su Gaza , ci parla di violenza fatta dai ragazzi, invitandoli a manifestare con i ciclamini ed a dialogare con i cordoni dei poliziotti a difesa delle zone rosse, o delle fabbriche da occupare, o dalle autostrade, o delle gru sulle quali salgono gli immigrati. Le cariche di Brescia, la distruzione dei gazebo in val di Susa, da parte delle cariche della polizia sono state già dimenticate e digerite . La vera violenza quindi è quella che impedisce alle persone di poter avere una vita tranquilla, nel proprio lavoro, nel proprio futuro, nelle case, nei quartieri.
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sabato 18 dicembre 2010

"Ci hanno detto: ricordatevi di Bolzaneto"




http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/18/news/futuro_botte-10343152/?ref=HREC1-3

ROMA - "Ci tenevano lì, al gelo, tutti insieme in una cella vuota, senza bere, né mangiare, né poter andare al bagno. Chi chiedeva un po' d'acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato. Ci avevano detto: ricordatevi di Bolzaneto, ricordatevi di Genova. Per 14 ore nel centro di identificazione di Tor Cervara abbiamo subito ogni tipo di angheria e di terrorismo psicologico, con la consapevolezza che laggiù, in quella specie di carcere, lontani da tutto e da tutti, ci sarebbe potuta succedere qualunque cosa". Alice ricorda e i ricordi fanno male. Ombre di freddo e di paura. Di scherno e di violenza. Ha gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia. Ventitré anni, i capelli e gli occhi scuri, i modi gentili e lo sguardo di chi sa quello vuole. Seduta nella piccola cucina di una casa da studenti, posti letto a 250 euro l'uno, con il caffè caldo sul tavolo e gli amici intorno, Alice Niffoi, arrestata negli scontri di martedì scorso, ferita a manganellate dalla polizia e poi detenuta con altri 23 ragazzi, racconta la sua vita di ragazza normale sconvolta da un pomeriggio di guerra. E la sua voce, i suoi desideri, i suoi sogni di studentessa di Scienze Politiche che vuole occuparsi di "Altra economia", sembrano essere quelli di un'intera generazione, di un movimento che rifiuta la violenza, ma dice Alice, "finché ci saranno zone rosse noi le violeremo, sono loro i violenti non noi".

È nata ad Orani Alice, in Sardegna, nel cuore della
Barbagia, con una mamma professoressa di Lettere che nel '77 partecipò alla grande protesta universitaria e un papà che fa il rappresentante, le superiori al liceo classico "Asproni" di Nuoro, poi quattro anni fa il salto verso Roma, "avevo voglia di vivere in una metropoli, credevo nell'università, oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi non c'è più posto". Noi, cioè loro, sono i ragazzi che occupano, che manifestano, e il 22 torneranno in piazza in una Roma che li attende in assetto militare e armato. Suonano i telefoni, il campanello, i vetri sono appannati dal freddo, ma dentro questo appartamento nel quartiere del Pigneto, alle spalle della periferia Casilina, ci sono calore, solidarietà, gli amici entrano, escono, abbracciano Alice, "certo che ti hanno conciato male...".
"Adesso tutti cercano di darci etichette, ma noi siamo lontani dai partiti, anche dalla sinistra, chiediamo soltanto di poterci costruire vite dignitose, di avere accesso al lavoro, e la risposta del Governo è stata quella di riempici di botte, mentre tremavo dal freddo, scalza, nel seminterrato buio dove ci avevano rinchiusi, ho pensato che quel luogo assomigliava alla "cella del ministero dell'Amore" come nel romanzo 1984 di George Orwell...". Ossia il ritrovarsi in un copione assurdo, in un incubo, con l'accusa per Alice di resistenza aggravata. "Rivedo quelle scene in continuazione, ero ben stretta nei cordoni di testa del corteo, non ho tirato pietre, nulla, semplicemente avanzavo mentre la polizia caricava, e così mi hanno presa, trascinata via, picchiata con il manganello sulla testa e sulle spalle, buttata in un cellulare con le manette ai polsi".

Un salto nel buio, nell'oscurità, la consapevolezza che il gioco si è fatto duro, durissimo, e forse la vita di prima non sarà più la stessa. "Faccio teatro, dovevamo mettere in scena un testo di Laforgue, ma lo spettacolo è saltato, mi piace David Bowie, leggo moltissimo, di tutto, gli scrittori sardi, Michela Murgia, Flavio Soriga, ho appena finito un testo di Anna Simone Corpi del reato". "Mia madre si è spaventata - mormora Alice - è naturale, però sa che la nostra protesta è giusta. Ma lo sanno in Parlamento che fatica è poter studiare, mai un cinema, un ristorante, al supermercato cerchiamo i cibi meno costosi, comprare i libri è un'impresa. Vogliono schiacciarci? Noi reagiremo, è tutto il movimento che si ribella. E io avevo un nonno partigiano, come potrei smettere di manifestare?".