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venerdì 14 febbraio 2014

Essere meridionalisti oggi



La scorsa settimana il quotidiano Repubblica ha pubblicato un video che ha suscitato in poco tempo un tam tam di repliche sui social network. Una telecamera di sorveglianza ha registrato lo scippo di una donna nel Centro Storico del Capoluogo campano ad opera di un giovane alla guida di un motorino, nella semi-indifferenza dei passanti. Solamente un ragazzo, non italiano, avrebbe aiutato la donna e tentato di rimediare al borseggiamento.
I commenti del web sono stati immediati e molti di questi si sono sostanziati in accuse ed offese ai passanti, colpevoli di non aver aiutato la donna, ed ai napoletani in genere: “camorristi”, “gentaglia”, “rovina dell’Italia”. Un reportorio vario e ripetitivo.
Il pregiudizio nei confronti delle popolazioni del Sud ha una lunga storia: già pochi anni dopo l’Unità d’Italia, il Nord ricco e sviluppato si contrapponeva al Sud considerato arretrato e tradizionalista, attraverso fenomeni di discriminazione dei meridionali. E’ questo il periodo nel quale nasce a Torino, cuore del regno d’Italia, il Museo Lombroso o Museo di Antropologia Criminale: appoggiandosi alle teorie della razza, gli studi di Lombroso sostenevano la differenziazione dell’Italia in razze e l’appartenenza delle popolazioni del Sud alla razza “negra ed africana”, considerata inferiore e più incline al crimine ed al vagabondaggio.
Questo retaggio storico ha continuato ad adombrare dei toni del razzismo le migrazioni interne degli abitanti del Sud verso il Nord nei primi decenni del secondo dopoguerra, sino a culminare nei famosi “non si affitta ai meridionali”.
Un passato che sembra non riuscire definitivamente a passare e che ancora oggi alimenta discussioni sul Sud, su Napoli, sui meridionali. In risposta a queste tendenze storiche sono nati nelle città del Sud diversi gruppi meridionalisti, il cui obiettivo principale risiede nella “rivendicazione dell’identità del popolo napoletano” contro un sistema statale che “sfrutta e discrimina il Sud”e che spesso viene paragonato ad un nuovo colonialismo. La particolarità dei movimenti meridionalisti, che rimangono comunque molto diversificati fra loro, è la considerazione dello Stato italiano come di un invasore e la necessità di “liberare” le popolazioni del Sud.
Mediaxpress ha intervistato Donato Meoli, responsabile del gruppo Giovani di Insorgenza Civile.

Cosa significa essere meridionalisti nell’era della globalizzazione e della crisi economica?
Rispetto alla globalizzazione significa riuscire a determinare un futuro che rispecchi in coerenza ed in continua evoluzione le proprie tradizioni, rispetto alla crisi economica, riuscire a difendersi dalla devastante omologazione massificante facendo appello ai propri punti di forza. Un popolo che conosce se stesso non teme crisi economiche, un popolo che segue la via scelte da altri con una economia scelta da altri, rischia sempre delle crisi economiche.

La messa in discussione dell’Unità d’Italia è solitamente il punto di partenza delle riflessioni meridionaliste. Quale credete sia l’utilità di ‘rispolverare’ il Risorgimento nell’attuale situazione politica?
Innanzi alla scelta Unità d’Italia o disoccupazione strutturale dei nostri figli, credo che ripartire dalla verità storica sulla propria storia e quindi comprendere come nasce la disoccupazione al sud, cioè con l’Unità, sia solo un punto di partenza.
Sulla seconda parte della domanda , non saprei che rispondere, noi non ‘rispolveriamo’ il Risorgimento, ma lo studiamo senza i filtri agiografici dell’italianizzazione, proprio per comprendere come siamo arrivati alla situazione drammatica di oggi.

Sostenete un progetto di indipendenza del Sud?
Sosteniamo tutti i progetti che possono ridare al nostro popolo la propria sovranità, in linea con tutti i popoli europei che hanno capito che gli Stati-Nazione sono falliti. Troppo piccoli per i grandi problemi, troppo grandi per i piccoli problemi.

Credete che l’Indipendenza possa essere la soluzione ai nostri problemi?
I nostri problemi nascono con l’annessione forzata ad un modello di sviluppo imposto e non in linea con le nostre tradizioni: risolvere i nostri problemi significa sciogliere quel nodo scorsoio che è stata per noi l’annessione risorgimentale.
L’Indipendenza ci permetterebbe di rompere tutti i trattati commerciali, economici e monetari contrattati a nostro nome da una casta oligarchica non eletta e con nessun mandato popolare, che oggi rappresentano il vero problema di tutti i popoli Europei.

Quali sono i vostri rapporti con i movimenti neo-borbonici?
Cordiale amicizia.

Non credete che sostenere il ritorno della Monarchia sia una posizione anacronistica e forse controproducente ai fini della rilevanza della “questione meridionale”?
La scelta Monarchia o repubblica di per sè non offre nessuna garanzia di risoluzione delle problematiche imposte attraverso crisi cicliche ed ad orologeria dalle lobby finanziarie internazionali. La forma costituzione di per se , in merito alla questione Meridionale che nasce per l’applicazione di un sistema di sfruttamento differenziato tipico delle colonizzazioni moderne, è altrettanto ininfluente.
Noi siamo Insorgenti, quindi  tendenzialmente repubblicani . Però rifiutiamo il binomio semplicistico monarchia uguale arretratezza, anche perché dovrebbe essere applicato anche all’Inghilterra che è tutt’ora una monarchia. A me sinceramente tutte le moine che i media “progressisti” hanno fatto alla nascita del Royal Baby, hanno fatto ridere.

Parlate spesso di rivendicazioni identitarie del Popolo napoletano contro il sistema delle banche e dei padroni. Ma non è una battaglia che dovrebbero far tutti, da Nord a Sud? O addirittura in tutta Europa?
Tutti respirano, ma ognuno respira in maniera ed in quantità differente. Il fatto che tutti i popoli hanno perso la sovranità monetaria e la possibilità di incidere e di decidere liberamente nelle scelte di politica commerciale internazionale, non significa che tutti i popoli reagiscono o reagiranno alla stessa maniera.
Rispondere ad un problema imposto dalla modernità giacobina, cioè alla globalizzazione ed al dominio della finanza imposta in maniera uguale tutti, per tutti ed in tutto il mondo, presupponendo una battaglia uguale e contraria è proprio quello che l’alta finanza vuole.
Il nemico è lo stesso, ogni popolo reagirà coordinandosi con gli altri, nella maniera e nella misura che riterrà giusto. Ma presupporre che ci sia un solo modo di reagire uguale per tutti, sostituirebbe semplicemente un dominio mondialista con un altro.

Tratto da Media X Press

martedì 11 febbraio 2014

Tutto quello che non va nel decreto "Terra dei Fuochi"

Vi sottopongo due articoli molto interessanti, riguardanti il cosiddetto "Decreto sulla Terra dei Fuochi". Potrete notare le criticità di questo decreto, pensato male e realizzato peggio.
Nei prossimi giorni, su L'INSORGENTE sarà disponibile il testo integrale del Decreto, con le modifiche degli emendamenti.



Poteva il parlamento italiano convertire il decreto legge 136/13 (noto come Terra dei Fuochi ed Ilva) da noi ritenuto pessimo fin dal primo istante, peggiorandolo ulteriormente?

La risposta negativa sembrava assolutamente la più razionale delle opzioni. Il decreto licenziato dal Consiglio dei Ministri, prima ancora di passare alla Camera dei deputati ed arrivare blindatissimo al Senato, già appariva, nella sostanza, il tentativo goffo del governo e della politica romanocentrica di creare uno spot elettorale a futura memoria.

Come spesso accade, però, nelle italiche faccende ciò che era di per sé male è divenuto peggio con le modifiche approvate dagli illuminati parlamentari all’atto del passaggio alla Camera. La mera elencazione degli emendamenti incriminati non avrebbe lo stesso effetto che ha l’analisi del resoconto stenografico della seduta al Senato che mostra tutti gli aspetti patologici del sistema e del provvedimento. Sotto il primo profilo appare subito evidente l’affanno e l’imbarazzo col quale i senatori discutono di un argomento a loro, evidentemente, ignoto e di un provvedimento sul quale hanno avuto pochissimo tempo per deliberare.

Sotto il secondo abbondano le contraddizioni, persino negli interventi a favore da parte dei parlamentari della maggioranza. La cartina di tornasole dell’imbarazzante faccenda è già nelle parole del relatore Sollo che, in sede di relazione orale, da un lato superfeta il ruolo della criminalità locale sostenendo che il decreto riguarda “un’area che si caratterizza per lo sversamento illegale di rifiuti, anche tossici, da parte della camorra e, in particolare, del clan dei Casalesi” per poi fare riferimento alla particolare natura dei rifiuti ammettendo che “da molti decenni nelle campagne campane si sono verificati sversamenti di rifiuti industriali e di rifiuti tossici e nucleari provenienti dal Nord Italia e dal Nord Europa” senza, però, accennare, neanche minimamente, alla catena di correità che ha potuto (per cinque lustri) consentire a tali rifiuti di viaggiare, indisturbati attraverso lo stivale. Ancora il Governo, attraverso il suo imbarazzato relatore, dichiara che “secondo un rapporto dell’ARPA della Campania, un’area di 3 milioni di metri quadri, compresa tra i Regi Lagni, Lo Uttaro, Masseria del Pozzo-Schiavi (nel Giuglianese) ed il quartiere di Pianura della città di Napoli, risulterebbe molto compromessa per l’elevata e massiccia presenza di rifiuti tossici” senza spiegare come mai dallo screening medico della popolazione, introdotto con un emendamento alla Camera, vengano pretermesse la città di Napoli ed alcune zone del casertano come Terzigno.

Nemmeno spiega il Governo come, preso atto che “la Campania fosse destinata a diventare una discarica a cielo aperto, soprattutto di materiali tossici tra cui piombo, scorie nucleari e materiale acido, che hanno inquinato le falde acquifere campane e le coste di mare dal basso Lazio fino ad arrivare a Castel Volturno” il decreto si limiti alla mappatura dei terreni agricoli tralasciando quelli non agricoli e, soprattutto l’analisi delle falde acquifere.

Non spiega il Governo come, preso atto del ruolo della criminalità mafiosa nel ciclo dello smaltimento dei rifiuti illeciti, abbia potuto ritenere di approvare un provvedimento che deroga i controlli antimafia per le imprese impegnate nelle bonifiche del territorio. Si tratta, per inciso, di centinaia di milioni di euro (di provenienza comunitaria e sottratti all’agricoltura Campana) che rischiano di arricchire gli stessi soggetti (massoneria, politica, camorra) che hanno stuprato il territorio.

Non spiega il Governo la necessità di un provvedimento ad hoc così raffazzonato in vigenza del decreto legislativo 152/06 (chi inquina paga) di per sé sufficiente, sotto l’aspetto sanzionatorio, a garantire la posizione in capo agli autori dell’inquinamento degli oneri di bonifica. Verrebbe il sospetto che se ne sia evitata l’applicazione onde evitare che gran parte degli oneri fossero ricaduti sul tessuto industriale toscopadano e sullo stato complice attraverso le sue strutture di controllo corrotte. Non spiega il governo il senso di una mappatura a chiazza di leopardo con la costituzione di aree agricole no food senza esplicitare i modi ed i tempi della bonifica integrale dei luoghi. Imbarazzo. La sensazione è netta, violenta. Disgusta.

Il Governo ha trattato il problema con la fretta ansiosa di chi deve necessariamente nascondere una verità impronunciabile. Nella Terra dei fuochi è stato perpetrato uno scientifico genocidio di una popolazione inerme sacrificata sull’altare della tenuta economica del sistema imprenditoriale norditaliano attraverso l’abbattimento dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali. Il Governo, se avesse minimamente approfondito il dibattito, o lo avesse favorito attraverso la piena discussione del provvedimento adottando, avrebbe dovuto rispondere alla domanda relativa ai quattro lustri di secretazione imposta dalla politica attraverso personalità ancor oggi ben salde nella sala dei bottoni, l’On.le Sig. Presidente della Repubblica in primis al tempo delle dichiarazioni si Schiavone Ministro degli Interni e fautore della segretazione.

Alessandro Cantelmo

In questa breve nota vorrei analizzare l’articolo 3 della legge in questione che è quello che introduce il reato di “combustione illecita di rifiuti”

La norma ha l’obiettivo di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i (fuochi) roghi tossici prevedendo uno specifico Reato – Delitto -“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.”

Questo articolo si affianca all’art.256 del TUA (Testo unico ambientale), diventando l’art. 256 bis del predetto testo.

Ma cosa prescrive l’art 256 del TUA?

“Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 e’ punito:
a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Poichè la combustione è sicuramente considerabile come uno dei tanti modi attraverso i quali è possibile smaltire il rifiuto, non appare molto chiara, nel merito, l’introduzione di uno specifico reato per il rogo (a parte per le sanzioni penali più dure).

Nel metodo la norma si rivela comunque incapace di affrontare il problema, allo stesso modo di quanto già fosse in precedenza l’art. 256 su menzionato. Non ci sembra infatti che questa norma abbia mai nemmeno lontanamente inciso nella direzione di una diminuzione dei roghi di rifiuti.

Si dirà, si però adesso è previsto uno specifico reato di combustione che permetterà di perseguire un reato che invece prima era affidato alla interpretazione e alla tenacia della Polizia giudiziaria e della relativa Autorità, per la possibile distinzione tra “smaltimento” e “combustione”.

Contestazione lecita, intendiamoci. Però bisogna tenere presente che la combustione illecita di rifiuti era già prevista nel D.L.172/2008 convertito dalla L.210/2008 emanato per fronteggiare “l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania”, normativa applicabile ancora oggi in tutti quei territori dello Stato Italiano qualora vi fosse dichiarato, ai sensi della L. 24 febbraio 1992, n. 225 in vigore dal Novembre 2008 al 31 Dicembre 2009, data in cui è cessato lo stato di emergenza in Regione Campania.

Il riferimento che si è fatto è all’art 6 del D.L. 210/2008 il quale prevede che “Nei territori in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti dichiarato ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225: chiunque in modo incontrollato o presso siti non autorizzati abbandona, scarica, deposita sul suolo o nel sottosuolo o immette nelle acque superficiali o sotterranee, ovvero incendia rifiuti pericolosi, speciali ovvero rifiuti ingombranti domestici e non, di volume pari ad almeno 0.5 metri cubi e con almeno due delle dimensioni di altezza, lunghezza o larghezza superiori a cinquanta centimetri, e’ punito con la reclusione fino a tre anni e sei mesi;

Lo stesso articolo alla lettera b prevede pene più severe se chi commette l’illecito riveste la qualifica di impresa o responsabile di enti. In tal caso è previsto:”i titolari di imprese ed i responsabili di enti che abbandonano, scaricano o depositano sul suolo o nel sottosuolo in modo incontrollato e presso siti non autorizzati o incendiano i rifiuti, ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, sono puniti con la reclusione da tre mesi a quattro anni se si tratta di rifiuti non pericolosi e con la reclusione da sei mesi a cinque anni se si tratta di rifiuti pericolosi.”

Il reato di combustione illecita dei rifiuti era quindi già previsto dal D.L. 210/2008 in vigore in Campania fino al 31 Dicembre 2009 con scarsissimi risultati nel contrasto al fenomeno dei roghi di rifiuti, come confermato dalle statistiche rese disponibili dalle procure di Napoli e Caserta.

A questo punto si potrebbe obbiettare che il comma 2 della nuova legge metti a disposizione dei prefetti, qualora ne facessero richiesta e comunque non oltre il 31 Dicembre 2014, un contingente di massimo 850 unità di militari. Le risorse a disposizione per l’utilizzo del contingente militare impiegato nelle operazioni di controllo del territorio con funzioni di agenti di pubblica sicurezza (quindi con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria), vengono attinte da un fondo di cira 40 milioni di euro previsti dall’art.1, comma 264 della legge 27 Dicembre 2013, n.147. I 40 milioni di euro menzionati fanno parte di un fondo che serve non solo nei territori della Campania ma in tutte quelle realtà nelle quali per situazioni emergenziali i prefetti ne facciano richiesta.

Bisogna chiarire che l’impiego del contingente militare, con funzioni di pubblica sicurezza, era stato già previsto dalla legge 125/2008 e fino al 31 Dicembre 2009, comportando anche allora risibili risultati nella lotta al contrasto dei roghi e degli sversamenti abusivi di rifiuti.

Si tratta quindi, ancora una volta, di una misura emergenziale che non ha, per sua stessa natura, la capacità di scongiurare il ripetersi, alla fine del periodo emergenziale, degli atti criminali che pur dichiara di voler debellare. Anzi in verità la sua utilità nel perseguire il fine dichiarato è molto opinabile, da un’analisi dei risultati prodotti in passato, anche nel periodo di sua applicazione.

Cosa non prevede la nuova legge.

1) Innanzitutto il problema è mal individuato poichè non si fa riferimento esplicito alla problematica della filiera produttiva criminale che produce e alimenta la problematica degli sversamenti abusivi e dei relativi roghi.

Per esempio non si accenna alla possibilità di estendere il SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) anche ai produttori iniziali che non sono organizzati in enti o imprese e a tutti coloro che producono rifiuti urbani, ancorchè pericolosi.

Infatti l’articolo 188-ter del TUA (D.Lgs. n. 152/2006), così come modificato, dal D.L. n. 101/2013 e dalla legge di conversione n. 125/2013, limita l’obbligo di adesione al SISTRI a queste categorie di operatori economici:

a) enti o imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi.
b) enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti speciali pericolosi a titolo professionale.
c) enti o imprese che effettuano operazioni di trattamento, recupero, smaltimento, commercio e intermediazione di rifiuti urbani e speciali pericolosi.

Sono quindi esclusi tutti i produttori non organizzati in enti o imprese e tutti i produttori, di qualsiasi natura, di rifiuti urbani, ancorchè pericolosi (Pile, batterie, vernici, pitture, colori, coloranti, inchiostri, olio esausto, mercurio, etc).

2) Non si fa riferimento alcuno alla ragione dello scarso controllo del territorio da parte delle forze preposte a questo fine. Ovvero il sottodimensionamento critico e sistemico delle forse di polizia sul territorio, le quali avrebbero urgente bisogno di maggiori finanziamenti ordinari e di un incremento del numero di personale.

3) Appare discutibile la scelta di stanziare 40 milioni di euro per gestire una situazione emergenziale quando invece ci sarebbe bisogno di metodi ordinari per il controllo del territorio. Oltre alla su citata possibilità di impiegare un numero maggiore di forze di polizia sarebbe certamente utile avvalersi dell’ausilio di droni, apparecchi sofisticati capaci di sorvolare il territorio senza essere individuabili. La comunicazione in tempo reale tra i droni e gli uffici di polizia renderebbe tempestiva la risposta delle forze dell’ordine rispetto a fenomeni di sversamenti abusivi e combustione di rifiuti senza il bisogno di impiegare fisicamente sul territorio un numero eccessivo di unità operative.

Per quanto fin qui analizzato ci sembra che il legislatore non riesca ad individuare le cause della problematica che si prefigge di contrastare, e quindi la legge approvata non appare capace, per quanto analizzato sopra, di conseguire la finalità per la quale è stata emanata.

Domenico Cuozzo

sabato 8 febbraio 2014

Rapporto Censis: aumenta ancora il divario Nord-Sud

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



“La crisi è alle spalle”, tuonava trionfale Enrico Letta pochi giorni fa, di ritorno dal viaggio negli Emirati Arabi per elemosinare qualche spicciolo e per rassicurare le lobbies transanazionali. Forse ha dimenticato di aggiungere “… per il Nord Italia, che è l’unica zona che ci interessa, mentre il Sud sta sempre più inguaiato”.
Il Rapporto Censis pubblicato pochi giorni fa conferma, una volta di più, che il Sistema Italia s.p.a. privilegia, anche in tempo di crisi, i territori e le popolazioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno. Va notato, però, che nel Centro Italia vengono considerate anche regioni come il Lazio e l’Abruzzo che in parte o totalmente sarebbe più giusto considerare Sud, sia per motivi storico – culturali sia per affinità economiche.
Andiamo a sviscerare un po’ di dati del Rapporto Censis: negli anni 2007 –  2012 il Sud ha perso il 10% di Pil a prezzi 2012, mentre il Centro-Nord ha perso il 5,7%; se confrontiamo i Pil in termini reali, al Sud abbiamo una contrazione del 6,1% mentre al Centro-Nord è del 4%; la popolazione del Sud è diminuita del 1,1%, mentre quella del Centro-Nord è addirittura aumentata dello 0,3%; gli occupati al Sud sono scesi del 5,1 % mentre quelli del Centro-Nord sono aumentati (!!!) dello o,1% (da considerare che, se a questi dati sottraiamo i territori del Lazio meridionale e degli Abruzzi, avremmo un incremento occupazionale al Centro-Nord ben superiore!).

Per capire la dimensione della disuguaglianza che il Sistema Italia, da oltre un secolo e mezzo, continua a produrre sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, confrontiamo alcuni dati con quelli delle altre nazioni europee: il Centro-Nord ha un reddito pro-capite di 31.124 €, simile a quello della Germania (la nazione più ricca d’Europa), che arriva a 31.703 €; il Sud ha un reddito pro-capite inferiore ai 18 mila euro, inferiore persino a quello della Grecia (18.500€); l’Italia ha 7 regioni con un reddito pro-capite inferiore ai 20 mila euro, peggio di Spagna (6), Francia (4) e Germania (1); l’Andalusia, ciò la penultima tra le regione spagnole in termini di ricchezza (l’ultima è l’Extremadura), se la passa meglio di Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Tornando all’Italia, dobbiamo evidenziare che nel Mezzogiorno sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media italiana del 24,6%, mentre è materialmente povero il 26% delle famiglie del Sud, a differenza del 15,7% delle famiglie della media italiana del 15,7%. Nonostante si spendano più soldi al Sud per l’istruzione, la dispersione scolastica delle regioni del Mezzogiorno rimane altissima. Come mai, si chiederebbe un leghista? Semplice: se fai investimenti a pioggia, senza una programmazione reale e progressiva, in territori dove vi è grande povertà e grande disoccupazione, rendi inefficace ogni intervento in quanto i giovani perdono totalmente fiducia nella possibilità di avere un lavoro tramite una adeguata istruzione, e abbandonano gli studi. Cominciamo a ridurre la povertà (anche infrastrutturale) ed occupazionale del Sud… poi vedremo se i giovani continueranno a non andare a scuola o cominceranno a laurearsi come quelli del Centro-Nord (se invece parliamo solo di diplomi superiori, il Sud ha già superato il Centro-Nord!).

Concludiamo questo amaro quadro parlando di lavoro:  sui 505.000 posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il Sud(oltre 300.000); il 33% dei giovani del Sud non riesce a trovare lavoro, a differenza del 25% dei giovani del Centro-Nord; le giovani donne disoccupate o inoccupate al Sud raggiungono il 40% (!!!), mentre la disoccupazione femminile nel Mezzogiorno è al 19%, mentre nel resto della penisola italica è all’11%.

Serve altro per capire che, sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, il Sud starà sempre peggio del Centro-Nord se si rimane all’interno del Sistema Italia?

lunedì 21 ottobre 2013

Decreto del fare: mancano i soldi per le infrastrutture al Sud



Ceffone sonoro ai creduloni che hanno dato credito alle balle contenute nel “decreto del Fare”, a chi ancora si illude che questo Stato e questa classe politica possano portare benefici al Sud.

Dopo gli annunci del premier Enrico Letta, che alla Fiera di Bari aveva ribadito che presto si sarebbe proceduto a rendere superveloce una tratta oggi collegata da un paio di eurostar e soprattutto da autobus turistici che impiegano 4 ore circa per percorrere la Napoli-Bari, ecco la verità svelata dalla magistratura contabile.

Nonostante gli annunci dopo il decreto del Fare, infatti, all’appello mancano almeno 100 milioni di euro per realizzare la tratta. In poche parole il primo lotto dell’alta capacità ferroviaria tra Napoli e Bari non è dotato di copertura finanziaria certa.

E’ questo il motivo per cui la Corte dei Conti ha negato il visto di legittimità al progetto preliminare della tratta Cancello-Frasso Telesino e della variante di Maddaloni, il cuore dell’opera.

Ma le carte – pare che sia la prima volta nella storia d’Italia – sono state rispedite al Cipe. Con il risultato che l’avvio della gara d’appalto, previsto entro dicembre 2013, slitterà di almeno un anno.

Nell’occhio del ciclone c’è proprio la delibera Cipe del 18 febbraio scorso giudicata addirittura “illegittima” anche sulla base di “aspetti poco chiari” nelle fonti di finanziamento per il raddoppio della linea storica Cancello-Frasso Telesino, che richiederà 6 anni di lavori: 200 dei 730 milioni dovrebbero arrivare dagli ex Fas, 100 dal cofinanziamento delle Regioni, gli ultimi 430 da «altre risorse statali a valere sulle disponibilità del contratto di programma Rfi». Ma di questi 430, in realtà ne mancano all’appello 100.

Risibile la giustificazione del Cipe che, ricordiamo, è il comitato interministeriale che decide gli investimenti infrastrutturali, che se l’è cavata promettendo «di reperire detto importo, con priorità di finanziamento, nella rimodulazione del prossimo contratto di programma Rfi». Circostanza, questa che secondo la Corte dei conti rischia di «dare luogo a fenomeni patologici», cioè al rischio di non portare a termine l’appalto.

Letta però su questo non ha detto più una sola parola. In un suo recente discorso, però, si era vantato che lo “sblocca cantieri” avrebbe dato nuove infrastrutture al mezzogiorno. «Lo sblocca cantieri – aveva detto Letta – ha fatto ripartire l’Alta Velocità Bari-Napoli». Ma quella che per il governo (e non solo per questo, ma anche per i precedenti) è considerata una priorità per far ripartire il Sud, in realtà è solo un raddoppio di binario da Cervaro (alle porte di Foggia) a Caserta (da Bari a Foggia-Cervaro, così come da Caserta a Napoli, c’è da sempre): 160,275 chilometri, stabiliscono le carte delle linee ferrate. Il protocollo d’intesa del 27 luglio del 2006 (firmato da ministero delle Infrastrutture, Regioni Puglia e Campania, Ferrovie dello Stato e Rfi) riguardava, e riguarda, l’Alta Capacità ferroviaria, non l’Alta Velocità, quella della linea tirrenica, per intenderci.

In pratica si tratta della possibilità di far viaggiare i treni con maggiore frequenza (proprio perché invece di un binario ce ne saranno due) così che, quando l’opera sarà completata, ogni giorno viaggeranno 15mila passeggeri e 6mila tonnellate di merci in più. Quando l’opera sarà completata, appunto. Considerata la presa di posizione della magistratura contabile, e facendo due rapidi conti, forse l’alta velocità ferroviaria tra Napoli e Bari nelle più ottimistiche previsioni vedrà il suo completamento nel 2030…

Proprio sicuri che abbiamo tanto tempo davanti?

Tratto da Insorgenza