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sabato 5 novembre 2011

La Terra ci manda messaggi



Non voglio assumere toni apocalittici, ma l'ennesima tragedia che si sta consumando in Liguria e Toscana dovrebbe far riflettere. A distanza di una settimana, un altro alluvione ha spazzato via strade, case, auto e soprattutto vite umane. E stavolta non possiamo nemmeno dire che l'evento fosse imprevedibile: era stato abbondantemente previsto, le televisioni non parlavano d'altro, i servizi meteo approfondivano il tema. Eppure ci ritroviamo a contare i morti, oltre ai danni materiali che sono sempre più ingenti. Un paradosso, questo: il progresso tecnologico e scientifico non solo non è riuscito a limitare i danni di questi disastri (naturali o meno), ma addirittura capita spesso che essi aumentino col passare degli anni. Come mai?

Beh, una prima risposta - forse, anzi sicuramente la più importante - ce la dà il nostro pianeta: la Terra ha visto aumentare, sia in intensità che in frequenza, il verificarsi di tali disastri. Eruzioni vulcaniche spaventose si alternano a terremoti devastanti o ad uragani che spazzano via tutto. Tutto. I vari record di intensità e di frequenza stanno cadendo uno alla volta. Gli tsunami si sviluppano con maggiore potenza e velocità. I terremoti lasciano intatte le costruzioni dei secoli scorsi, mentre fanno crollare quelle più recenti (il caso della casa dello studente di L'Aquila è emblematico).

Di chi è la colpa? Sicuramente dell'Uomo, che selvaggiamente ha costruito e costruisce il suo mondo strafregandosene altamente degli equilibri naturali. Sicuramente della sedicente Crescita, cioè di quel dogma sviluppista che vede il progresso solo in termini economici (rapporto deficit/pil) e non in termini sociali.
Economia e Comunità sono diventate, più che in passato, due acerrime nemiche: il bene dell'una è inversamente proporzionale al bene dell'altra.

Non possiamo andare avanti così. Di questo passo, l'Essere Umano rischia seriamente di fare la stessa fine dei Dinosauri: essere selezionato dalla Natura per l'estinsione. Con la particolarità che, stavolta, non subiremo una nuova era glaciale: la provocheremo noi.

La Terra ci manda messaggi inequivocabili: e' tempo di fermarsi.
Progresso e crescita non sono più sinonimi.
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mercoledì 26 ottobre 2011

Articolo 8, ovvero la distruzione del lavoro






Da un'inchieta di La Repubblica, ecco cosa prevede il famigerato articolo 8 inserito nell'ultima manovra finanziaria:

"Tra le pieghe della manovra correttiva settembrina, il Governo ha inserito un articolo, l'articolo 8, che poco ha a che fare con la salute dei conti pubblici e molto con la salute del diritto del lavoro. Nei mesi del declassamento del debito pubblico italiano e dei conti in rosso, il Ministro Sacconi non rinuncia a mettere le mani su Contratto Collettivo Nazionale e Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. L'articolo 8 prevede la possibilità di derogare, con intese a livello territoriale, sia ai contratti collettivi nazionali di lavoro che alla legge, su un ampio ventaglio di materie: dal licenziamento, agli orari di lavoro, alla regolamentazione del part-time, alle mansioni e agli inquadramenti, fino alla disciplina delle assunzioni e dei rapporti di lavoro.

Concretamente significa che i diritti dei lavoratori sanciti dalla Legge e le condizioni previste nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro potrebbero non valere più. O, almeno, non per tutti, non ovunque. I contratti di "prossimità" (questa la dicitura utilizzata per le intese da attivare a livello aziendale o territoriale) potrebbero stabilire cose anche molto diverse tra luogo e luogo. Titolati a firmare queste intese i sindacati "comparativamente più rappresentativi" anche sul piano territoriale o aziendale: un sindacato presente in una sola impresa, magari perché gradito all'azienda e quindi magari meno autonomo dagli interessi dell'impresa, è, insomma, investito dello stesso ruolo di un sindacato nazionale.

Addio al principio di eguaglianza di trattamento tra lavoratori? Addio allo Statuto dei Diritti dei Lavoratori? Questa è la posta in gioco? Lo si vedrà a partire dalle (presumibilmente) numerose cause di lavoro che partiranno non appena questa norma farà i primi passi. Sì, perché la norma, oltre ad essere stata fin da subito molto contestata in ambito sindacale, tanto da scatenare una dura reazione della CGIL partita con lo sciopero generale del 6 Settembre 2011, è anche particolarmente confusa, ragion per cui è diventata oggetto di una pioggia di critiche da parte di una consistente porzione di giuslavorasti.

In realtà ciò che ispira l'articolo 8 sembra essere la generalizzazione a tutto il mondo del lavoro delle condizioni e del trattamento oggi riservate ai lavoratori precari. Per questo il modo migliore per raccontare le possibili ripercussioni di quella norma è raccontare la condizione di vita e di lavoro dei così detti "atipici", ormai sempre più numerosi, ormai sempre più "tipici".

Licenziamenti, mansioni e inquadramenti, orario di lavoro, compenso, malattia, disciplina: sono tutti temi sui quali a chi ha un contratto precario non è data alcuna garanzia, né alcuna certezza, come denuncia la campagna Giovani NON+ disposti a tutto della Cgil, che sulla condizione dei lavoratori precari e sui rischi dell'articolo 8 della manovra economica ha promosso la campagna "La precarietà non paga".

E' ipotizzabile, dunque, che un "contratto di prossimità" preveda che, a seguito di un licenziamento senza giusta causa, non ci sia la reintegra nel posto di lavoro, ma solo un indennizzo, magari irrisorio. Ecco che l'instabilità dei lavoratori precari irrompe anche nella vita di tutti gli altri.

Oppure ci si può attendere che a livello aziendale vengano attribuiti ai lavoratori mansioni e inquadramenti a prescindere dai titoli e dall'esperienza. Ed ecco quindi l'iper-qualificato a cui viene chiesto di svolgere compiti di segreteria o il dirigente con venti anni di anzianità spostato all'ufficio timbri. Oppure, il contrario: un lavoratore inquadrato a un basso livello cui viene chiesta un'assunzione di responsabilità sproporzionata. Esattamente come avviene oggi per quell'esercito di parasubordinati e lavoratori a termine a cui viene chiesto di far di tutto e di più pur di assicurarsi il rinnovo del contratto.

Si tratta degli stessi soggetti per cui lo stipendio lo decide, quasi sempre, il datore di lavoro. Ora, con l'articolo 8, rischiano di essere in larga compagnia. La retribuzione potrebbe diventare per tutti, anche per chi ha un contratto collettivo di riferimento, una variabile su cui intervengono i contratti di prossimità: stipulare intese sull'inquadramento del personale, infatti, potrebbe comportare anche un abbassamento della retribuzione, senza alcun rispetto per la professionalità e le competenze del lavoratore.

Ma l'articolo 8 interviene anche nel concreto svolgimento della propria prestazione di lavoro: sull'orario di lavoro, per esempio, si rischia di dire addio al limite delle 40 ore settimanali, così come sarà possibile una stretta sulle pause, sui riposi giornalieri e settimanali o sul lavoro notturno. Uno scenario simile a quanto accaduto nella nota vicenda della Fiat di Pomigliano (a cui l'articolo 8 della manovra dà il suo imprimatur) e a quello dei lavoratori precari costretti a lavorare con orari che lasciano poco spazio alla programmazione della propria esistenza, chiamati senza preavviso a coprire turni improvvisamente vaganti o a svolgere lavoro extra a parità di retribuzione.

Una stretta è assai probabile anche sul part-time, su cui potrebbe accadere quasi di tutto: il tempo di lavoro potrebbe essere organizzato a seconda delle esigenze dell'impresa e distribuito in modo variabile da periodo a periodo. Qualcosa di simile a quanto avviene oggi ai lavoratori con contratto "a chiamata": una delle tipologie contrattuali introdotte con la legge 30 e ritenute tra le più "precarizzanti".

E ancora, nell'universo delle possibili ripercussioni della nuova norma, ritroviamo la tutela della malattia, potenzialmente soggetta a restrizioni, e tutto ciò che attiene alla "disciplina del rapporto di lavoro", che significa uno spettro particolarmente ampio di ambiti: dal possibile allungamento del "periodo di prova" (oggi di massimo 6 mesi da previsione legislativa) producendo anche per questa via una surrettizia eliminazione dell'articolo 18; alla drastica riduzione degli scatti d'anzianità; all'ampliamento a dismisura dello spettro di sanzioni disciplinari possibili, alla limitazione dei diritti sindacali. Tutte cose che i precari non hanno sostanzialmente mai conosciuto."


Come si vede, questo articolo DISTRUGGE il sistema lavorativo italiano. DISTRUGGE le tutele dei lavoratori, conquistate negli anni a seguito di lunghe e faticose (talvolta anche tragiche) lotte. DISTRUGGE il Contratto Collettivo Nazionale, ponendo al centro i contratti "di prossimità" (aziendali e territoriali). DISTRUGGE le prospettive di crearsi una famiglia, di acquistare casa, di vivere una vita "borghesemente" onesta.
Mentre vi scandalizzate per la DISTRUZIONE di una vetrina o l'incendio di un auto, riflettete sulla DISTRUZIONE del lavoro e della vita che il Sistema realizza quotidianamente.

La violenza del Popolo è SEMPRE CONSEGUENZA della violenza del Sistema.

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giovedì 20 ottobre 2011

Voi pensate a Gheddafi, io penso alla Grecia






Mentre tutto il Mondo sta guardando alla Libia, dove Gheddafi dovrebbe essere stato ucciso (il condizionale è d'obbligo, in questi casi), io guardo alla Grecia. Ai fratelli greci. Al secondo dei due giorni di sciopero generale.
Tutto è chiuso, tutto è fermo, nel giorno in cui il Parlamento ratificherà le misure imposte dal Sistema (tramite la BCE) sotto la minaccia del default: e nuove misure prevedono, tra l'altro, una riduzione del numero degli impiegati pubblici e un taglio al loro stipendio, aumenti delle tasse e il congelamento di convenzioni collettive.
Contro queste misure indegne cui il Sistema obbliga gli Stati contro il loro stessi Popoli, è giusto, anzi sacrosanto, manifestare. E contestare fuori al Parlamento greco tutti quei deputati che stanno votando.

Vi sono stati scontri, come era prevedibile. Ciò che non era prevedibile è che alcuni scontri avrebbero come protagonisti black bloc e servizio d'ordine del sindacato comunista PAME.
Questo fatto, se confermato, dimostrerebbe che vi è una spaccatura o un salto di qualità all'interno dei movimenti antisistemici greci. E questo fatto, inevitabilmente, avrà ripercussioni sui movimenti di tutt'Europa.

E domenica c'è la Val di Susa...
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martedì 18 ottobre 2011

L'incapacità del Sistema





Cos'è uno Stato? E' uno strumento del Sistema economico-finanziario che, tramite esso, determina le politiche e le vite dei Popoli.
Lo Stato italiano non si sottrae a questa ferrea legge della Liberaldemocrazia. Dopo gli avvenimenti di sabato 15 ottobre, la "risposta premeditata" dello Stato non si fa attendere. Diciamo "risposta premeditata" perchè era una risposta già pronta, da essere servita sul piatto dei media solo a seguito degli inevitabili scontri che ci sarebbero stati. Perchè credo che nessuno, nemmeno il più imbecille o il più addormentato dei notisti politici, può dirsi sorpreso per ciò che è accaduto.
Se gli scontri di sabato avessero davvero sorpreso lo Stato, ciò significherebbe che il nostro apparato di intelligence e le nostre forze dell'ordine sono totalmente inefficienti e impreparate: inefficienti, perchè non hanno saputo prevedere e prevenire ciò che stava per avvenire, nonostante i chilometrici rapporti dei servizi segreti al Copasir, nonostante le note infiltrazioni tra i gruppi più antagonisti, nonostante gli sviluppi di nuove tecnologie di monitoraggio e controllo, soprattutto del web; impreparati, perchè un manipolo di qualche centinaio di Black blockers è stato capace di tenere sotto scacco per mesi i servizi segreti e per ore le forze dell'ordine.

E lo Stato liberale italiano cosa fa?
Non essendo capace di tutelare il diritto dei manifestanti pacifici a fare un corteo, vieta i cortei a Roma. Alemanno consente solo sit in.
Non essendo capace di isolare i manifestanti "cattivi" dai manifestanti "buoni", pensa di tornare alla legge Reale, anzi fare una legge Reale 2.
Un pò come succede negli stadi: dato che lo Stato non riesce a garantire il diritto dei tifosi di assistere a partite di calcio in sicurezza, chiude gli stadi.

Questo atteggiamento, secondo lor signori, dovrebbe essere un deterrente? Ne dubitiamo, anche perchè chi propone queste cose rappresenta e difende un Sistema, la liberaldemocrazia, che impoverisce, sfrutta, invade, occupa, sequestra, uccide. Tutto per un solo motivo: Profitto.
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giovedì 13 ottobre 2011

Ecco cosa vuole il Sistema






La lettera che la BCE ha scritto e inoltrato al Governo Italiano è composta da punti molto interessante: è espressa, in maniera chiara ed inequivocabile, la volontà del Sistema. Cosa gli Stati devono fare, anche a scapito dei Popoli, pur di rimanere dentro al Sistema. ALtrimenti default, altrimenti nessuno comprerà il debito dei Paesi europei maggiormente in crisi (tra cui l'Italia).
Analizziamoli bene:

"E' necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala".
Questo significa che, nonostante un referendum abbia chiaramente detto che IL POPOLO SOVRANO non vuole la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi, il Sistema se ne strafotte e vuole comunque che queste operazioni siano fatte. E hanno il coraggio di definirsi democratici! Non rispettano nemmeno l'esito di un referendum!

"C'é anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione".
Questo significa che il Contratto Collettivo Nazionale, già gravemente ridimensionato, va reso totalmente inoffensivo, e a questo bisogna anteporre la contrattazione aziendale, o addirittura individuale. E secondo voi, i lavoratori sono più forti o più deboli in fase di contrattazione aziendale? Ovviamente, sono più deboli. Proprio perchè non hanno le tutele che il CCNL prevede PER TUTTI I LAVORATORI ITALIANI!

"Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi".
Solita storia: dopo la flessibilità in entrata, i padroni vogliono flessibilità in uscita (licenziamenti più facili) ed in cambio promettono ciò che NON HANNO MAI FATTO: un sistema di ammortizzatori sociali degni di un welfare moderno e la ricollocazione in altri settori di coloro che perdono il lavoro. Perchè, se non lo hanno MAI FATTO in più di un decennio di PRECARIATO, adesso dovrebbero farlo? Perchè dovremmo crederci?

"E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi".
In pratica: riforma delle pensioni PEGGIORATIVA rispetto alle attuali forme, in particolare con l'innalzamento dell'età pensionabile SENZA TENER PRESENTE i lavori usuranti e la difficoltà di trovare lavoro (e quindi di versare contributi) prima di una età alquanto alta; stop al turnover nel pubblico impiego (quindi meno posti di lavoro), quindi meno insegnanti, meno dottori, meno infermieri, meno giudici, meno poliziotti, meno militari, meno impiegati, meno autisti, meno macchinisti, ecc...; riduzione degli stipendi per insegnanti, dottori, infermieri, giudici, poliziotti, militari, impiegati, autisti, macchinisti, ecc...

Che ne pensate di questa lettera? Ci vedete "sviluppo" o "progresso" in queste proposte?
Io no. Io ci vedo solo un Sistema (economico e finanziario, politico e militare) che vuole far pagare la crisi ai Popoli.
E questo Sistema non si può correggere: bisogna resettarlo.
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martedì 11 ottobre 2011

Trichet comanda: "Ricapitalizzate le banche"




La BCE è uno degli strumenti più pungenti utilizzati dal Sistema per determinare le politiche (e quindi la vita) degli Stati e dei Popoli.
Il capo della BCE, Trichet, non fa passare giorno senza ammonire i governanti europei: dovete ricapitalizzare le banche. Cioè? Che significa?
Significa utilizzare i soldi pubblici (cioe miei, tuoi, di tuo padre, di tuo nonno, di tuo figlio) per prestare soldi alle banche e ricapitalizzarle. Chi ci guadagna? Le banche, o meglio i banchieri, coloro che speculano e, se fanno profitti, li mandano nei paradisi fiscali. Se perdono, vedono gli Stati mettere soldi nelle loro banche e ricapitalizzarle. Si chiama "socializzazione delle perdite", un sistema equo e giusto, se non fosse collegato alla "privatizzazione dei profitti".
E Trichet, e tutti i servi del Sistema, non fanno altro che eseguire gli ordini di chi li paga: gli Stati devono togliere ai lavoratori e dare alle banche. Altrimenti il Sistema non funziona più.

Le misure per la Grecia? Insufficienti. E la Slovacchia? Rischia il fondo di sostegno. E l'Italia? La manovra economico-finanziaria è stata scritta e decisa dalla BCE, con una lettera a Tremonti. L'Italia è di fatto commissariata. Se, invece di Berlusconi, avesse governato il centrosinistra? Non sarebbe cambiato nulla: il Sistema, tramite Trichet e la BCE, avrebbe imposto anche a Bersani o Vendola la stessa identica manovra. E loro avrebbero obbedito.

Questa è la situazione. Non c'è più, nella politica istituzionale, possibilità di combattere il Sistema. La via liberaldemocratica è fallita. Le croci sulle schede elettorali non bastano più. Gli scioperi della fame non servono a un cazzo. Con le raccolte di firme si puliscono il culo.
Sappiatelo. E agite di conseguenza.

PEOPLE OF EUROPE, RISE UP!
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lunedì 10 ottobre 2011

Verso e oltre il 15 Ottobre






Tratto da http://www.infoaut.org/

Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.

Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.

La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.

E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.

Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?

Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.
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giovedì 6 ottobre 2011

A Wall street si occupa, qui ci si rassegna



Vi incollo un pezzo di un articolo tratto da Repubblica.it

È finita con scontri tra la polizia e alcune centinaia di dimostranti la marcia degli "indignados" che da tre settimane occupano lo Zuccotti Park vicino a Wall Street. Quella che era cominciata pacificamente come una marcia di migliaia di persone (almeno 10.000 secondo i dimostranti, fino a 30.000 secondo altre stime dei media) si è conclusa intorno alle 21 locali, le tre del mattino in Italia, con arresti e violenze quando la testa del corteo ha raggiunto la zona transennata intorno alla borsa di New York e alcuni dimostranti hanno tentato di saltare le barriere.

A quel punto la polizia ha circondato i manifestanti del gruppo di testa, tra i quali c'era il regista premio Oscar Michael Moore, senza consentire l'ingresso alla stampa. Testimoni raccontano di avere visto poliziotti usare spray urticante.


Notate niente? Io si:
"indignados che da tre settimane occupano lo Zuccotti Park vicino a Wall Street".
Tre settimane. Riuscite ad immaginare, in Italia, una occupazione lunga tre settimane che abbia questa risonanza mediatica?
Io no, sinceramente. A fatica, mi viene in mente la Val di Susa o Terzigno. Ma niente di più.
Forse perchè in Italia, ormai, non si occupa più? o perchè non si occupa per tre settimane? o perchè, se si occupa, non si fa nulla per farsi notare dai media? Forse perchè è sempre meglio evitare gli scontri? Non sia mai che dovessero definirli komunisti, terroristi, brigatisti o altro!
Fino a quando in Italia i cortei saranno pacifici anche nelle parole (basti pensare che "solleviamoci" è stato sostituito col più rassicurante "cambiamo l'Italia, cambiamo l'Europa", in puro stile berlusconiano); fino a quando si faranno scioperi di 4 ore; fino a quando non si farà nulla per portare l'attenzione dei media sui luoghi di conflitto... non c'è speranza di veder crescere l'indignazione.
Farebbero bene a chiamarsi "rassegnados", gli italiani.
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sabato 24 settembre 2011

I miei 10 Comandamenti laici e politici




Mi è capitato di partecipare ad una discussione, in cui bisognava indicare le priorità, o meglio gli obiettivi, della nostra personale azione politica.
Cosa vogliamo realizzare? Per cosa lottiamo? Non in astratto (la libertà dell'essere umano, la fine dell'oscurantismo religioso, ecc...), ma concretamente.
Beh, io ho redatto i miei "10 comandamenti laici e politici", avendo come riferimento la situazione italiana.

1) Abolizione della Legge 30;
2) centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato;
3) aumento del costo del lavoratore precario per le aziende;
4) Espropriazione e Nazionalizzazioni delle grandi aziende e delle banche;
5) Blocco delle tariffe per tre anni;
6) Aumenti di salari, stipendi e pensioni da finanziare tramite: a) stato di polizia contro gli evasori fiscali; b) aumento della tassazione su rendite mobiliari e immobiliari; c) aumento della tassazione sui beni di lusso;
7) Ritiro immediato delle truppe all'estero ed impiego delle stesse in azioni antimafie;
8) Assunzione di un numero elevato di insegnanti, impiegati, forze dell'ordine, magistrati;
9) Scioglimento della Lega Nord perchè partito palesemente incostituzionale ed epurazione di tutti i suoi iscritti dal 1984 ad oggi.
10) fine dei finanziamenti alle scuole, agli ospedali e alle strutture private.

Che ne pensate? Io spero di morire dopo che almeno uno solo di questi punti si sia realizzato.

P.s. nell'immagine c'è anche spazio per l'undicesimo comandamento: la vittoria del Socialismo.
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lunedì 5 settembre 2011

Come la vedo io





Ho un difetto: amo la radicalità, la contrapposizione, il ribellismo, l'estremismo, l'essere equilibrati senza essere moderati.




Se questo aspetto del mio carattere è visto da destra, vengo tacciato di essere comunista. Non mi offendo: ho avuto la tessera con la falce e il martello fino al 2008. Poi ho mandato tutti a fanculo.

Per i destri, sono comunista perchè credo che il fascismo-regime e il nazismo siano stati un male assoluto, perchè non ho senso dello Stato, perchè non mi riconosco nel concetto di Patria Italiana e perchè il tricolore non mi piace. Perchè il 17 marzo ero in piazza a manifestare CONTRO l'unità d'Italia. Forse perchè sono favorevole all'aborto e al divorzio, alle unioni tra gay. Forse perchè sono laico eticamente e socialista economicamente. Forse perchè ascolto i Nabat e i Los Fastidios.



Se il mio ribellismo viene visto da sinistra, vengo tacciato di essere fascista.

Forse perchè ho sempre apprezzato il programma di San Sepolcro. Forse perchè ho sempre provato fastidio nei confronti delle "Masse". Forse perchè sostengo che il suffragio universale sia un male, e che la liberaldemocrazia non sia una vera democrazia. Forse perchè ritengo che siano le minoranze a fare la Storia. Forse perchè sono un nazionalista terrone. Forse perchè credo che anche CasaPound abbia prodotto qualcosa di culturalmente interessante. Forse perchè ascolto gli ZetaZeroALfa.



Comunque vada, io non rientro nei canoni del komunista o del fascio.

La mia testa rasata e il mio bomber nero sono, per i primi, l'inequivocabile dimostrazione del mio essere fascista. Se poi spieghi loro come sia nato il movimento skin e cosa siano la S.H.A.R.P. e la R.A.S.H., forse capiscono e ti lasciano in pace.



Non rientro nei vostri canoni, cari fascisti del terzo millennio e Kompagni dai campi e dalle officine.

Io me ne sono fatto una ragione.

Fatevela pure voi.

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lunedì 23 maggio 2011

Capitalismo e sedicente Democrazia



Caro Simone,
innanzitutto complimenti per la tua militanza.
Ci conosciamo da tempo e, come sai, su molte cose la pensiamo in maniera simile, se non identica.

Il tema della Democrazia mi interessa da tempo, tanto è vero che il mio unico libro, IL GOVERNO DEI MIGLIORI, parlava proprio di questo.

Il sottotitolo era: Idee per una Nuova Democrazia. Con il termine "Nuova Democrazia" volevo indicare una democrazia senza aggettivi (liberale, socialista, cristiana), che affondava le radici nelle origini della democrazia ellenica (Sparta ed Atene, per capisci) ma che ovviamente si proponeva di attualizzare quel tipo di democrazia, che è L'UNICO tipo di democrazia.
Non è proponibile, hic et nunc, ricreare la struttura democratica ateniese. Però è possibile riattualizzarla, ad esempio sganciando la democrazia dalla struttura economica della società.

Quella che noi chiamiamo Democrazia Liberale, di stampo anglo-americano e fondata sul Capitalismo, è quindi una falsa democrazia, perchè non da' governo al Popolo (Demos) ma solo ad Oligarchie (economico-culturali)organizzate. Rafforzarla, quindi, non condurrà mai alla sconfitta ed al superamento del Capitalismo, ma al massimo può condurre ad un miglioramento delle condizioni di vita dei popoli e dei cittadini. Le Oligarchie si combattono con altre Oligarchie, uguali e contrarie. Per fare una rivoluzione non servono milioni di persone, ma solo qualche centinaio.

Quindi la scelta di fronte alla quale siamo posti è: vogliamo correggere i difetti del capitalismo? Allora la democrazia liberale ci offre tutti gli strumenti per farlo.
Vogliamo abbattere e superare il Capitalismo, cioè una struttura economica onnivora fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Allora dobbiamo abbandonare gli strumenti della liberaldemocrazia e (ri)fondare la vera ed unica Democrazia, la democrazia senza aggettivi che vide la luce nella Grecia di Pericle e Leonida. Dobbiamo organizzarci in minoranze attive pronte a combattere il capitalismo e la liberaldemocrazia in ogni luogo.

Pensare globale, agire locale.

A noi la scelta.
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giovedì 20 gennaio 2011

"L'Uguaglianza? Una Panzana."




di Massimo Fini
Su Libero di mercoledì, il giorno prima che la Corte costituzionale decidesse sul “legittimo impedimento”, Franco Bechis portava il suo contributo alla Causa affermando che il principio per cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge è “un’assoluta panzana“. La legge, dice, non è, e non è mai stata, uguale per tutti. E cita i privilegi di cui godono deputati e senatori, alcuni garantiti costituzionalmente, dall’articolo 68, altri di nuovo conio. Quindi dice Bechis che ci scandalizziamo a fare per il “legittimo impedimento”, dato che la legge non è, e non è mai stata, uguale per tutti? Privilegio più o privilegio meno che importa visto che il principio di uguaglianza è già stato intaccato e proprio dalla Costituzione? Chi pone quindi il principio dell’uguaglianza contro leggi tipo “legittimo impedimento” o “lodo Alfano” è un ipocrita.

Fin qui Bechis. Cui si potrebbe far notare che i nostri Padri costituenti quando nel 1948 vararono l’articolo 68 con le sue guarentigie per i parlamentari avevano in mente un’altra classe politica. Erano uomini con una mentalità e una moralità ottocentesca, quando onestà, rigore, pudore erano valori da tutti condivisi, l’uomo politico doveva essere il primo a dare il buon esempio e un ministro si suicidava per la vergogna perché accusato di aver portato via dal suo ufficio un po’ di cancelleria.

Ma la classe politica cui pensavano i nostri Padri costituenti oggi non esiste più. Oggi un ministro si fa pagare la metà della casa. Ci sarebbe da seppellirsi per la vergogna anche se non si fosse un ministro ma un normale cittadino. E invece il ministro va in televisione, diventata ormai il quarto grado di giudizio in Italia, e con la più grande faccia tosta racconta che lui non si era accorto che qualcun altro aveva pagato la casa al posto suo. Il premier Berlusconi, che è il quinto grado di giudizio, per gli amici e soprattutto per sé (a lui basta giurare sulla testa dei suoi figli e di suo nipote per escludere di aver commesso dei reati e autoassolversi) dà la sua pubblica solidarietà al ministro e ci vorrà del bello e del buono per convincere Scajola che è andato al di là di ogni decenza e a dimettersi. Ma possiamo scommettere che prima o poi lo vedremo rispuntare all’onor del mondo politico.

È solo un esempio di che cos’è la classe politica oggi, di che cos’è oggi un Parlamento dove siedono oltre cento fra inquisiti e condannati. Una banda di ladri, di mafiosi, di profittatori, di nulla facenti. Quei privilegi che i nostri Padri fondatori generosamente gli garantirono non li meritano più e dovrebbero essere aboliti invece di aggiungerne altri (il “privilegio sul privilegio” è un animale che esiste solo in Italia).

Ad ogni buon conto, Bechis, volendo salvare Berlusconi, finisce per smascherare la democrazia liberale. Questa infatti rinuncia all’uguaglianza sociale, ritenuta utopica ma, almeno nei testi dei suoi ideatori (Stuart Mill, Locke) deve essere fermissima su quella formale. Se cade questo pilastro cade tutto il Palazzo della liberaldemocrazia, così come un tempo cadde il sistema feudale quando i nobili a petto dei privilegi di cui godevano (molto simili a quelli di cui gode oggi la nostra classe politica) non ottemperarono nemmeno più agli obblighi che li compensavano. Allora questa truffa finì in un bagno di sangue. Vedremo che fine farà, prima o poi, la truffa della cosiddetta liberaldemocrazia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/16/l%e2%80%99uguaglianzauna-panzana-su-libero-di/86502/

martedì 28 dicembre 2010

Comunicato del Movimento Zero





Movimento Zero era presente a Bologna lo scorso 18 dicembre all'assemblea nazionale chiamata a dare inizio al progetto “Uniti e diversi”.
Abbiamo accolto con favore, e tuttora appoggiamo, l'idea di creare un coordinamento e una collaborazione tra gruppi e movimenti che, pur mantenendo la loro specificità, condividano una piattaforma sulla base della quale elaborare iniziative congiunte e sviluppare un progetto comune.
Il documento costitutivo di “Uniti e diversi” ci pare ben riassuma le linee guida che rappresentano al contempo il collante tra le varie componenti di questo nuovo soggetto politico e le battaglie che lo stesso dovrebbe portare avanti.
Non ci hanno mai interessato le aree di provenienza di coloro che si avvicinano alle nostre idee e quindi non abbiamo alcun tipo di preclusione o di pregiudizio nei confronti di chi ha dato vita e ha aderito in buona fede al progetto “Uniti e diversi”.
Tuttavia, l'incontro di Bologna ha suscitato in Movimento Zero alcune perplessità, peraltro manifestate anche in tale occasione dal nostro Presidente Massimo Fini, che intendiamo in questa sede rilevare non per porre steccati o tirarci indietro rispetto alle intenzioni fin qui manifestate, ma per chiarire le nostre posizioni, favorire un dialogo costruttivo ed evitare incomprensioni e fraintendimenti.
Le nostre osservazioni concernono sia questioni di metodo che di sostanza.
Quanto alle prime, riteniamo inopportuno e fonte di infiniti quanto inutili problemi il tentativo di costituire un soggetto politico pretendendo di delegare a tutti gli aderenti la formulazione del suo manifesto costitutivo. A Bologna si è invece previsto che proprio tale ultimo documento, già elaborato e sul quale sono state raccolte le relative adesioni, possa essere emendato, costituendo a tal fine degli appositi gruppi di lavoro.
La nostra opinione è invece che qualsivoglia progetto politico non possa che nascere intorno alle idee guida elaborate da taluni e alle quali chiunque può aderire o meno. La partecipazione della “base” deve intervenire in una fase successiva, ovvero quando si tratta di approfondire e studiare le concrete modalità di attuazione delle suddette idee guida, nonché ovviamente di elaborare l'organizzazione interna al soggetto politico costituendo. In caso contrario, come a Bologna si è potuto constatare, è inevitabile che ciascuno desideri cucire il vestito a propria misura e si arrivi al punto – com'è successo – che persino uno degli elementi cardine del progetto “Uniti e diversi” - il paradigma della Decrescita – venga da taluni contestato.
Per quanto concerne invece le nostre riflessioni in ordine al contenuto del progetto politico in questione, siamo sorpresi che in un soggetto che aspira a uscire finalmente dai soliti schemi e paradigmi che caratterizzano la scena politica e proponga un radicale rovesciamento di principi consolidati anche a livello di coscienza collettiva, affiorino residui di impostazioni e strumenti caratteristici proprio della realtà che si vuole contestare e cambiare.
Movimento Zero, per essere più chiari, non intende far parte di progetti volti a convogliare le proprie energie per la costituzione dell'ennesimo partito che aspiri a portare i propri rappresentanti in Parlamento e, più in generale, che intenda muoversi rigidamente nell'alveo dei principi e delle leggi del sistema che si dovrebbe combattere. Riteniamo che decenni di storia “democratica” hanno dimostrato che l'accettazione di queste regole del gioco rende di per sé impossibile farne saltare il relativo tavolo, unico obiettivo che possa e debba interessarci.
Non abbiamo la presunzione di conoscere ed indicare quali siano le strade da percorrere, ma sicuramente ci sentiamo di escluderne alcune. Se, com'è nostra intenzione, “Uniti e diversi” deve rappresentare l'avanguardia di un progetto realmente di innovazione e di rottura con l'esistente, non può ricalcarne le stesse modalità operative.
A nostro giudizio, in questa fase, l'aspirazione degli aderenti al progetto politico in questione deve essere quella di approfondire le tematiche che ci accomunano, invece di perdersi nel tentativo di trovare elementi di condivisione su ogni tema esistente (processo, quest'ultimo, necessario proprio a chi invece aspiri a dar vita ad un partito che intenda entrare nelle istituzioni).
Condividere determinate battaglie sugli ideali che ci vedono vicini, unire i nostri sforzi nel perseguimento di specifici obiettivi comuni, sarebbe per noi già un grande risultato.
Tutto ciò altresì nella convinzione che i tempi non siano maturi per dare attuazione alle nostre idee e sia invece in questa fase storica necessario diffondere principi e paradigmi non veicolati alla collettività dal sistema politico ed informativo.

Comunicato di Movimento Zero
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mercoledì 20 ottobre 2010

Esempi di democrazia liberale

Ecco come il liberale e democratico Stato italiano tutela il diritto alla salute delle popolazioni vesuviane, in lotta perchè non vogliono l'ennesima discarica di munnezza nel loro territorio. Da notare che il Parco Nazionale del Vesuvio ha già 10 (dieci) discariche abusive non bonificate della camorra e 3(tre) discariche dello Stato. Quale parco nazionale AL MONDO ha 13 discariche??? Risposta: nessuno.
I "camorristi" che lottano contro la discarica sono, come vedete, donne disperate che vanno contro i manganelli dello Stato armate di rosario e lacrime.






Ecco, inoltre, come il liberale e democratico Stato italiano tutela la pastorizia in Sardegna, la cui economia è notoriamente fondata su turismo, industria e, appunto, pastorizia e prodotti tipici. I pastori sardi sono sul lastrico, e lo Stato cosa fa? Manda i poliziotti a pestare i "rivoltosi", i "guerriglieri", e a sparare AD ALTEZZA D'UOMO lacrimogeni.



Stiamo solo aspettando che ci scappi il morto???

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mercoledì 6 ottobre 2010

La destra "sociale" chiude gli ospedali





http://progettonuovademocrazia.blogspot.com/2010/10/la-destra-sociale-che-chiude-gli.html

Chi sperava che qualcosa cambiasse per la sanità laziale con la vittoria della Polverini alle ultime elezioni regionali, è destinato a rimanere deluso.
Quando dicevamo che Destra e Sinistra, ovunque come a Roma, erano solo segnali stradali e non rappresentavano alcuna reale contrapposizione politica e sociale, venivamo accusati di "qualunquismo". Quando invitavamo a votare FUORI dagli schemi che ingabbiano da decenni la politica nazionale, o addirittura a disertare le urne, venivamo definiti "sfascisti". Quando gridavamo, inascoltati come tanti altri, che con la vittoria della Polverini o della Bonino nulla sarebbe cambiato nella sanità, nelle politiche sul lavoro, nella sicurezza, nei trasporti, nell'istruzione, nelle infrastrutture, venivamo ignorati o derisi.

Oggi si scopre che il piano di riassetto della rete ospedaliera firmato dalla governatrice ed ex sindacalista UGL, Renata Polverini, prevede il taglio di 2865 posti letto e la chiusura 24 nosocomi.

Le sedicenti "opposizioni" hanno organizzato oresidi e manifestazioni per chiedere "il ritiro del piano e una nuova stesura del testo che sia condivisa con le forze sindacali".

Una cosa è certa: la Polverini in campagna elettorale aveva garantito una ridiscussione a livello nazionale del piano di rientro, ma ciò non è avvenuto e il Lazio dovrà adeguarsi a nuovi standard di posti letto entro la fine del 2010, mentre per le altre regioni non sottoposte a piano di rientrosono previsti tre anni. Bisogna cominciare a pagare il dazio del federalismo leghista prima ancora che sia approvato?

Nuova Democrazia contrasta nel merito il piano di rientro della Giunta Polverini: se sprechi vi sono, e ve ne sono, nella sanità laziale, di certo non sono i posti letto! Come è possibile dire di voler "tagliare gli sprechi" quando poi sono solo i posti letto ad essere tagliati? E la trasformazione (visto che ufficialmente non vengono chiusi... mah!) di ospedali dove era possibile essere ricoverati in ambulatori dove fare le analisi, non contrasta col dettato costituzionale e con le norme che sanciscono un certo numero di posti letto per un tot di abitanti?
Il piano, inoltre, è fallace anche nella distribuzione territoriale: ad esempio, la zona intorno a Bracciano verrà totalmente abbandonata a se stessa. In caso di un emergenza, ad esempio di un infarto, cosa fa il cittadino? Va in un ex ospedale dove non lo potranno curare e ricoverare? E sarà costretto ad essere spostato ad almeno 30 km di distanza?
La Polverini, emblema di una destra che si autodefinisce "sociale", lo sa che a Roma e in provincia, per fare 30 km, ci possono volere ore? Lo sa che 30 km in più o in meno possono significare la vita o la morte di un cittadino?

Purtroppo a lor signori interessano solo i bilanci e gli affari dei potentati economici che li hanno eletti. A lor signori, del Popolo, non interessa nulla!


PROGETTO NUOVA DEMOCRAZIA

http://progettonuovademocrazia.blogspot.com/

La crisi dello stato liberaldemocratico




Lo stato moderno si è addentrato in una spirale di crisi, la storia attuale presenta il conto delle distorsioni socio-politiche causate dal sistema liberal-capitalista; stiamo vivendo una delle ennesime crisi economiche, di natura ciclica caratterizzanti la storia contemporanea. Si assisterà alla fine degli scenari geopolitici attuali? Gli eventi nel contesto, come quello odierno di un mondo globalizzato, mutano nel giro di pochi anni rispetto ad un secolo fa che avevano una natura più statica e i cambiamenti in senso economico e politico necessitavano un arco temporale più ampio per realizzarsi. Dal dopoguerra in poi, soprattutto l’Europa o meglio il mondo occidentale, intere generazioni di uomini e donne nell’avvicendarsi dei decenni e di molteplici legislature di governo di vario colore politico, hanno conosciuto nei loro paesi e relativamente nei rispettivi ambiti di vita lavorativa e non, le conseguenze sempre più o meno devastanti di crisi economiche caratterizzate da una continuità e conseguente incisività nel tessuto sociale come se queste fossero la normalità congiuntamente a un arrancare al limite della sopravvivenza da parte degli stessi cittadini.
Dalla caduta del muro di Berlino, dalla conseguente implosione dei sistemi politico economici comunisti, dall’autodeterminazione dei Paesi facenti parte dell’ex repubblica del blocco socialista-sovietico da parte di tutto il mondo si sperava in una rinascita e in una profusione degli effetti benefici del liberalismo democratico. La fine della contrapposizione di due scuole di pensiero quella liberale ad Ovest del mondo che prospettava un epoca di libertà, di democrazia, di pace, e quella collettivista ad est, faceva sperare in un futuro di prosperità per tutti i popoli, ma il verificarsi poi la persistenza consolidata di un’instabilità economica ha fatto si che quanto presagito fosse un’illusione. L’attuale crisi in Grecia, il primo Paese europeo, a cedere sotto la scure della dipendenza economica-monetaria del sistema-europa, rappresenta lo sfogo dell’immenso marasma causato dal pensiero liberal-democratico che ha dato manforte a un capitalismo senza freni e che ha condizionato l’operato e le scelte di ogni governo soprattutto del mondo occidentale.

La politica, l’indiziata principale per quanto accade oggi giorno, anziché assicurare la tutela delle persone ha assecondato, nel tempo, gli interessi delle leve capitaliste gestite dal sistema economico-bancario mondiale. Se il concetto di Stato fosse stato applicato nel suo reale senso ovvero in un espressione di eticità, questo sarebbe al servizio del cittadino e non viceversa in cui si assiste alla preponderanza oppressiva del sistema di potere Stato-banche sui popoli.

Uno stato etico sarebbe il regolatore di ogni squilibrio socio-politico, il mediatore tra le varie classi lavorative, l’equilibratore, con i suoi strumenti politici e sociali, di tutte le tensioni in seno alla società, tutto ciò si tradurrebbe, a titolo esplicativo, in una cancellazione degli enti inutili, nella riduzione degli sprechi, nel contenimento della burocrazia, nella lotta alla corruzione e alle complicità politico-finanziarie. Nella logica di uno Stato asservito al sistema capital-bancario mondiale in pratica in uno stato che uccide e divora i propri cittadini, assistiamo al taglio progressivo delle pensioni, al blocco degli aumenti salariali, allo smantellamento subdolo dello stato sociale, alle mancate assunzioni nella Pubblica Amministrazione, all’aumento delle tasse sulle imprese il tutto poi coincidente in una riduzione del potere d’acquisto dei redditi dei cittadini.

Di fronte a tutto lo scenario espresso, poco a nulla servono le misure correttive della spesa e gli interventi parziali di possibili liberalizzazioni al fine di assicurare una parvenza di pseudo-crescita dei Paesi. L’Europa costruendo un mercato comune su una moneta stampata e distribuita da una Banca Centrale incentiva al proprio interno la massiccia crescita di un debito nei confronti del sistema bancario stesso, il tutto causato da una progressiva spogliazione di una sovranità monetaria dei singoli Paesi decretata giuridicamente da Trattati come quello di Lisbona e di Maastrict.

Non sarebbe forse da chiedersi alla luce di quanto assistiamo oggi quale portata positiva ha generato ai cittadini europei una moneta nata senza le opportune garanzie di stabilità e benessere tanto paventato? Finché esistevano le monete nazionali uno stato era in grado di generare al proprio interno debiti che poteva coprire autonomamente con la cosidetta moneta sovrana; l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Giappone non operano ancora in tal senso nonostante la mole dei loro debiti interni? Con l’esposizione debitoria che ogni singolo Paese dell’Unione possiede si rende dipendente e soprattutto asservita alle disposizioni e ai dettami di una Banca Centrale.

A questo punto invece di porre l’attenzione di tutta la politica europea ai rapporti giuridici sarebbe necessario effettuare una seria riflessione sulla moneta dell’unione comprenderne i risvolti che hanno generato le contraddizioni socio-economiche dei Paesi aderenti e mascherato le incompetenze dei politici stessi che ne hanno contribuito la nascita, ma in particolar modo è opportuno soffermarsi ad analizzare sulla crisi dello stato moderno e della democrazia rappresentativa.



http://www.giovinezza.eu/

martedì 5 ottobre 2010

Tra pochi mesi sarà il Kaos!




Il becero trionfo della democrazia liberale

La democrazia liberale dovrebbe consentire ad un candidato e ad un partito (o ad una coalizione) di governare quando ottiene la metà più uno dei voti dei cittadini al momento delle elezioni, e la sua successiva stabilità attraverso eventuali voti di fiducia. Questa mera espressione quantitativa non esprime affatto una qualità tecnicista del governo: ottenere la maggioranza dei voti o la fiducia dei parlamentari (che in base all'attuale legge elettorale sono nominati dai segretari di partito, non eletti dai cittadini) non garantisce affatto sulla qualità esecutiva dell'azione di governo. E, non ultimo, l’attuale legge elettorale premia in maniera sproporzionata la coalizione che non ottiene nemmeno il 50%+1 della maggioranza dei voti espressi, con la puerile scusa di favorire l’arco bipolare e la stabilità politica.
Niente di più falso.
La nostra asserzione è stata palesemente dimostrata il 29 settembre scorso quando abbiamo assistito all'ennesima farsa della democrazia quantitativa e liberale: un voto di fiducia scontato, su linee programmatiche vecchie di 16 anni ripetute boriosamente come se fossero novità immanenti. La questione paradossale è che questo voto di fiducia ha finito per sfiduciare il Paese Italia. Solo chi non riesce ad uscire dalla dicotomia destra-sinistra può credere che questo governo possa sopravvivere fino al termine della legislatura, magari operando berlusconianamente fingendo di terminare i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria da qui fino al 2013, magari promulgando una pasticciata legge sul federalismo fiscale, o magari riuscendo a realizzare una riforma della Giustizia funzionale solo alle necessità del Principe di Arcore.
La domanda: "Si andrà ad elezioni anticipate?", dopo i discorsi di ieri, ha un esito scontato. I finiani hanno votato la fiducia, annunciando contestualmente la nascita di un nuovo partito: in pratica hanno comunicato a Re Silvio che hanno solo bisogno di tempo per strutturarsi e radicarsi, per poi intenzionalmente far cadere il governo, probabilmente in sede di approvazione della legge sulla giustizia. La famigerata quota 316 (altro dato puramente quantitativo) senza finiani e dissidenti non è stata raggiunta, quindi de facto il governo non ha la maggioranza. Ma visto il tatticismo perpetrato dai rappresentanti di Futuro e Libertà, tale strazio continuerà ai danni dei cittadini ancora per diversi mesi, in modo che l’opinione pubblica continui ad essere trattata come se fosse interamente composta da sudditi lobotomizzati (e cominciamo ad averne le prove...)
Solo Antonio Di Pietro, per il quale non abbiamo MAI simpatizzato né tantomeno votato, è riuscito a dire in maniera chiara (seppur becera) la situazione reale; paradossalmente il modo violento in cui si esprime finisce per delegittimarlo. Tutti gli altri, dal menzognero Berlusconi, passando per la servile maggioranza per arrivare infine alla finta opposizione Pd-Udc di matrice atlantica, sono stati esclusivamente attenti a proporre discorsi o asserzioni fattive soltanto a rimandare la problematica di alcuni mesi, come dire, bisogna tenersi il morto in casa anche se ormai è in avanzato stato di decomposizione. E purtroppo il morto in questo caso è lo Stato Italiano.
Ed infatti intanto il Paese va letteralmente a rotoli: la disoccupazione è salita ai livelli del 1999, gli stipendi sono fermi da 7 anni, la qualità della vita continua a peggiorare, il Meridione è completamente abbandonato a sè stesso e alle mafie, e soprattutto non c'è uno straccio di piano di sviluppo economico né industriale né turistico.
La democrazia della quantità, la liberaldemocrazia, ha trionfato.
Il Paese è sconfitto e continua a sprofondare ogni minuto, ogni secondo di più.




Marzo 2011: la madre di tutte le battaglie.

Del teatrino politico di alcuni giorni fa che si è svolto a Montecitorio abbiamo dunque parlato. Sul “caso” della Barzelletta Arcoriana non dobbiamo certo aggiungere altro, se non che potremo orgogliosamente raccontare ai nostri nipoti di aver assistito per anni e anni al finto cognato di Gino Bramieri che ha rivestito la carica di Presidente del Consiglio portando alla rovina il paese. Ormai non abbiamo più epiteti per definire la situazione politica italiana con i suoi balletti e controballetti che un bipolarismo marcio fino al midollo ormai ci propone giornalmente e siccome non vogliamo sfociare del dipietrismo becero o nel grillismo populista proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere la prossima primavera, quando, a detta di tutti, si dovrebbe tenere una nuova tornata dei ludi cartacei.
Sic et simpliciter, il modo in cui potrebbe evolversi la situazione sul territorio nazionale potrebbe essere di seguire la via maestra segnata alcuni giorni fa da Raffaele Lombardo in occasione della presentazione del Lombardo Quater, ossia della quarta (!!!) versione del suo governo regionale, un record assoluto. Ma leggiamo le dichiarazioni di Lombardo: “Andrò fino in fondo per le riforme. E in questa direzione ho incontrato sulla mia strada Pd, Mpa, Fli e Api. Per quanto riguarda l’Udc non ho capito: non vorrei che si aprisse un problema di simbolo. Sarà ciascuno dei deputati a decidere ciò che ritiene. Io porto avanti la mia azione riformatrice. So che vado scontentando molta gente. Ma non mi fermano". Il governo regionale presentato da Lombardo si configura come un esecutivo tecnico centrista allargato al Partito Democratico, e che esclude totalmente il Pdl, oltre alla parte dell’Udc fedele all’ex governatore Totò Cuffaro e al Pdl-Sicilia capitanato da Gianfranco Micciché. Nel suo discorso Lombardo ha ribadito con decisione: “Il quarto governo dovrà puntare ad alcune riforme essenziali radicali. A partire da noi stessi: vale a dire la Regione che è un immenso motore immobile che pretende di regolare e autorizzare o negare tutto. Piena zeppa di leggi e regolamenti, circolari e decreti. Dobbiamo fare dimagrire questa regione, dobbiamo decentrare sul serio. Un decentramento effettivo perché non si sostituisca a un centralismo statale, un centralismo regionale. Poi l'altra grande riforma di una risorsa preziosa, enorme e costosa: quella del personale. E, ancora, la riforma delle tante aree industriale e degli innumerevoli enti, riducendo anche i componenti dei consigli di amministrazione. Basta enti in rosso con troppo personale". Quindi, l'agricoltura, e anche qui c'è da disboscare enti che dilapidano risorse che devono esser eindirizzate verso la qualità, la ricerca, la tracciabilità, i controlli, la promozione e la conquista dei mercati, intaccando lo strapotere della grande distribuzione. Occorre promuovere il nostro prodotto turistico. Ma bisogna dare un impulso straordinario alla spesa delle risorse disponibili".


Belle parole non c’è che dire, soprattutto per un governatore che rimescola i suoi collaboratori e la sua maggioranza per la Quarta volta. Ma, a parte, il casus belli che riguarda esclusivamente la regione Sicilia, dobbiamo obbligatoriamente analizzare questa situazione e proiettarla in ambito nazionale. Possiamo notare come si parli insistentemente di Riforme. Se immaginiamo questa futuribile ipotesi si genera da sé il paragone con le recenti dichiarazioni di esponenti dell’opposizione quali Bersani o Casini, che ripetutamente hanno espresso la necessita’ di un governicchio di unità nazionale per mettere mano alla legge elettorale modificandone radicalmente il meccanismo. Non solo: nelle ultime ore esponenti della Lega Nord hanno confermato ripetutamente l’alta probabilità di andare alle urne nel Marzo 2011.
Segnatevi questa data: sarà la madre di tutte le battaglie politiche, un evento epocale per chi crede, e noi non siamo tra questi, nella democrazia liberale, o meglio, liberalcapitalista.
Ma quali saranno i probabili schieramenti bipolari che si presenteranno ai prossimi ludi cartacei ?
Lo stesso Italo Bocchino si è espresso in questi termini.
Noi abbiamo formulato questa ipotesi:


POLO BERLUSCONIANO PADANO
Partito delle Libertà
Lega Nord
Alleanza Democratica
Parte dell’UDC Siciliano
PDL Sicilia di Miccichè
La Destra
Fiamma Tricolore
Movimentucoli destrorsi vari


POLO ATLANTICO DI EMERGENZA NAZIONALE
Partito Democratico
Futuro e Libertà
Udc
Api
Sinistra Vendoliana
Movimentucoli sinistrorsi vari
+ APPOGGIO ESTERNO DELL’ITALIA DEI VALORI


Appare abbastanza chiaro il Polo di Emergenza Atlantica vincerà le elezioni e si configurerà come un governo di unità nazionale che governerà il paese per almeno 2 anni, almeno fino all’agognata legge elettorale che abbatterà il Porcellum.
Ma come reagiranno Berlusconi e la Lega ?
Prevediamo in maniera scomposta.
Soprattutto la Lega potrebbe portare in piazza davvero centinaia di migliaia di persone in segno di protesta, provocando non pochi problemi al neonato governo. Ma a questo punto anche i pretoriani di Silvio, soprattutto quelli del Nord, dovranno obbligatoriamente schierarsi a fianco del Senatur per non perdere le roccaforti nordiste. Al centro, specialmente nel Lazio ed in Campania, esisterebbe, secondo noi, la forte possibilità che gli ex-colonnelli di Alleanza Nazionale possano tornare a Canossa e riaccasarsi con Fini. In certi momenti tutto è possibile.
Nelle ultime settimane abbiamo persino osservato un tristo ritorno di fiamma di un certo “terrorismo di basso profilo” sfociato, per ora, soltanto nel mancato attentato del Direttore Belpietro. Questo ci riporta indietro di alcuni decenni, ed e’ manifesto segno che nei sottoboschi sociali comincia a “montare” un vero e proprio disagio. Ad ipotesi di “finti attentati” non vogliamo nemmeno pensare benchè la storia italiana potrebbe esserne zeppa
E quale potrebbe essere la merce di scambio per la rinata pax sociale ?
Traducendo: come assecondare la Lega, e spartirsi l’Italia?
La divisione in Macroregioni di migliana memoria, e di cui vi abbiamo messo una futuribile cartina all’inizio dell’articolo. Oltre alle sguaiate propagande leghiste, anche da esponenti politici del Meridione si e’ sentito ripetere piu’ volte, la necessità di formare un vero e proprio Partito del Sud. Una divisione politica ed amministrativa (non sappiamo esasperata fino a che punto) garantirebbe questa spartizione di clientele e l’affossamento definitivo dell’Italia. Altro che federalismo totale, amministrativo o fiscale, altro che Lander tedeschi!
Scenario fantascientifico ?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Noi Socialisti nazionali, noi elettori Socialisti Nazionali non parteciperemo a questa mattanza popolar-italiota.



L'OLIGARCA

CENTRO STUDI CURSUS HONORUM

giovedì 30 settembre 2010

Il becero trionfo della democrazia liberale



La democrazia liberale consente ad un uomo o ad un partito o ad una coalizione di governare se ottiene la metà più uno dei voti dei cittadini (durante le elezioni) e dei deputati (attraverso i voti di fiducia). Questa mera espressione quantitativa non esprime affatto una qualità: ottenere la maggioranza dei voti o la fiducia dei parlamentari (che in base all'attuale legge elettorale sono nominati dai segretari di partito, non eletti dai cittadini) non garantisce affatto sulla qualità dell'azione di governo.
Ricordando che anche Hitler fu democraticamente eletto, ieri abbiamo assistito all'ennesima farsa della democrazia quantitativa e liberale: un voto di fiducia scontato, su linee programmatiche vecchie di 9 anni ripetute come se fossero novità. La cosa paradossale è che questo voto di fiducia... ha sfiduciato il Paese. Solo i più schierati possono credere che questo governo possa campare fino al termine della legislatura, magari finendo i lavori sulla Salerno - Reggio nel 2013, magari facendo il federalismo fiscale, magari riuscendo a realizzare una riforma della Giustizia.
Se posso permettermi di fare la quota di: "Si andrà ad elezioni anticipate?", dopo i discorsi di ieri non posso fare a meno di mettere il SI a quota 1,05. I finiani hanno votato la fiducia, annunciando contestualmente la nascita di un nuovo partito: in pratica hanno comunicato a Silvio che hanno bisogno di tempo per strutturarsi e radicarsi, poi faranno cadere il governo, magari sulla giustizia. La famigerata quota 316 (altro dato puramente quantitativo) senza finiani e dissidenti non è stata raggiunta, quindi de facto il governo non ha la maggioranza. Siccome, però, formalmente la maggioranza dei voti è ancora dalla parte del Governo, tale strazio continuerà ai danni dei cittadini ridotti sempre più a sudditi lobotomizzati.
Solo Antonio Di Pietro, per il quale non ho MAI votato, è riuscito a dire le cose come stanno, a chiamarle per nome, col suo stile un pò rustico ma di certo chiaro ed efficace. Tutti gli altri, dal menzognero Berlusconi alla servile maggioranza e alla finta opposizione Pd-Udc, sono stati attenti a dimostrare che la situazione è uno schifo, ma non c'è a breve una alternativa. Bisogna tenersi il morto in casa, anche se ormai è in avanzato stato di decomposizione.
Intanto il Paese va letteralmente a rotoli: la disoccupazione è ai livelli del 1999; gli stipendi sono fermi da 7 anni; l'inflazione continua a salire; il Meridione è completamente abbandonato (a se stesso o alle mafie); non c'è un piano industriale nè turistico.
La democrazia della quantità, la liberaldemocrazia, ha trionfato. Il Paese ha perso. E continua a perdere. Ogni minuto, ogni secondo.

venerdì 24 settembre 2010

Mai definirsi ANTI...



Nessuna nostalgia della Prima Repubblica; non fa parte del nostro humus culturale e metapolitico e non intendiamo cibarcene. Ma appare chiaro a tutti che 18 anni di bipolarismo “malato” hanno innestato nell’elettorato politico italiano il morbo “demonizzatore”. E’ altresi’ chiaro che il motore propulsivo di questo nuovo modo di fare politica e’ stata la strategia mediatica ANTICOMUNISTA propugnata dal Cavalier Berlusconi, che, ripetutamente salito sugli scranni del Parlamento, non piu’ tardi di qualche settimana fa ha ribadito l’immantinente pericolo della deriva comunista al potere.
Sinceramente dove il Principe di Arcore veda i comunisti in Italia, lo sa solo lui.
Ma proprio perche’ sapientemente lo sa, ossia sa che dei comunisti non c’e’ piu’ nemmeno l’ombra, continua a sfruttare l’atavica paura di stampo atlantista (che ha le sue origini del dopoguerra italiano) per cementificare il proprio elettorato composto per la maggior parte di cittadini di bassa cultura.
Dall’altra parte della riva bipolare, invece di dedicarsi a costruire un’opposizione credibile, strutturata, propositiva, e visti i chiari agganci a certe “strutture atlantiste” di oltre oceano, l’Ulivo prima, l’Unione poi, e adesso il Partito Democratico hanno sempre basato la loro strategia politica ESCLUSIVAMENTE sull’Antiberlusconismo militante, con il risultato che andati 2 volte 2 al governo ne sono usciti dopo pochi mesi con le pive nel sacco e, a questo punto, diremmo anche fortunatamente visto i programmi smembrativi che volevano attuare i governi Prodi, sotto la protezione di eminenti personalità quali Ciampi, Amato, Draghi e Padoa Schioppa, ossia tutti rappresentanti dei tecnocrati atlantici; sara’ bene sempre ricordarsi che la privatizzazione delle aziende strategiche nazionali e’ dovuta a questi signori, ed e’ grazie a loro adesso siamo costretti a mendicare il petrolio da paesi come la Libia.
Ma torniamo al nostro discorso primario.
L’elettorato italiano e’ stato letteralmente bombardato per anni e anni dalla sindrome del Buono e del Cattivo. I mezzi mediatici e giornalistici, equamente distribuiti e rappresentati, nonostante qualcuno ci voglia far credere che l’informazione sia Unipolare, hanno massacrato i gia’ poco capienti cervelli italioti con la loro propaganda Bipolare, fatta di inchieste, talkshow, finti dibattiti, intercettazione di gusto gossipparo, il tutto condito dalle quotidiane dichiarazioni dei rappresentanti politici che hanno strategicamente contribuito a mantenere sempre alto e strategicamente becero il livello della discussione politica, con i risultati che sono sotto i nostri occhi: un paese ridotto con le pezze al sedere.
E sono TUTTI COLPEVOLI.
Anticomunista, antifascista, anti-antifascista, antidemocratico, antiberlusconiano, antidemocristiano, anticattolico, antipagano, anti-immigrazione, anti-islamico… ORA BASTA !
Pare che oggi, per definire la propria visione politica e morale, sia obbligatorio definirsi "anti" qualcosa. Si è persa totalmente la capacità di affermare se’ stessi in maniera positiva: io sono... penso... faccio...Si e’ perso il gusto di proporre, di pensare, di provocare in maniera costruttiva…la tendenza continua è quella di proporre se’ stessi in maniera negativa: io NON sono... o sono CONTRO... NON penso questo....LUI E’ SPORCO…etc…
Abbiamo messo su questo laboratorio da pochi giorni e alcune riflessioni che abbiamo ricevuto sono queste: "Ma non siete antifascisti?", "Ma non siete anticomunisti?", "Ma non siete antiberlusconiani?". Sinceramente siamo rimasti alquanto perplessi ma queste domande non hanno fatto che confermare il nostro pensiero. Gli elettori, ed ancor prima, i cittadini, sono completamente inebetiti dall’offerta politica e dai messaggi mediatici che li bombardano.
E notiamo, ormai giornalmente, che questo processo, logico e linguistico, è ormai una costante di ogni dibattito politico-culturale. Il paradosso è che la contrapposizione "pro" e "anti", nella malata democrazia liberale di stampo prettamente anglo-americano che in tutto il sedicente Occidente governa (sotto finte spoglie di bipolarismi contrapposti), non ha radicalizzato lo scontro politico, portando a crescere le ali estreme, bensì ha consolidato la moderazione e la corsa al centro, ed ha fatto in modo che le estremita’ antagoniste facciano a gara per salire sui 2 carrozzoni bipolari, portando allo stadio terminale anche quei partiti, che una volta si chiamavamo Antagonisti, e che ora si svendono per una poltrona di assessore o di sottosegretario.
All’aggettivo “ESTREMA” noi non diamo un’accezione NEGATIVA e VIOLENTA, bensi’ ALTERNATIVA. Quando il Centro e i suoi contigui cartelli stradali chiamati Destra e Sinistra, sono dichiaratamente malati, allora bisogna andare a cercare la soluzione guaritrice e di urgenza Estrema, ossia in una allocazione DIVERSA. Puo’ essere alta, bassa, diritta, storta, colorata, bianca e nera, che scelga il cittadino la definizione che piu’ lo aggrada, ma deve essere obbligatoriamente DIVERSA.
Tanto per essere chiari: questo pericoloso e continuo scontro bipolare che i politici ci propugnano, di pericoloso non ha proprio niente !!! Per il Sistema non rappresenta nessun pericolo, anzi è strumentale ed utile al mantenimento dello Status Quo; la strategia e’ fingere che sia in atto uno scontro politico quando in realtà entrambi i contendenti sono dirette derivazioni del Sistema. In Italia, che governi Berlusconi o il Partito Democratico, non cambia oggi nè cambierà mai niente: chi mangiava, continuerà a mangiare; chi pativa la fame, continuerà a patirla. Le differenze saranno avvertite solo dai gruppi di potere, dalle lobbies, dai palazzinari, dai tecnocrati e dalle banche, ecc... Se governa Berlusconi, si cibano alcuni gruppi di potere; se governera’ il Pd o i Centristi, mangeranno altri commensali.
Il Popolo?
Niente. Nemmeno le briciole.
Non ci interessano grillismi senza costrutto ne’ esternazioni antipolitichesi (appunto…), ne’ tematiche populiste care a partiti una volta antagonisti ma ora ben saldati alle proprie poltrone territoriali; adesso bisogna costruire un nuovo modo di fare politica e di discutere. Inutile parlare esclusivamente di temi attuali che ora tanto vanno di moda, se poi non si e’ capaci di governare le problematiche.
La struttura deve essere globale; deve parlare al sociale ma deve anche dare risposte immediate.
Ma non risposte ANTI bensi’ risposte PRONTE.
Il sistema implodera’ da solo, ma in qualche modo dobbiamo essere preparati.
Come si esce da questa situazione?
Come si denuncia e si smaschera questa falsa contrapposizione tra "pro" e "anti"?
Innanzitutto, terminando una volta per tutte di definirsi "pro" o "anti" nella esclusiva logica della demonizzazione dell’avversario, cercando di affermare se’ stessi non per negazione, ma in maniera propositiva.
Bisogna chiudere col Novecento e con sue le contrapposizioni del secolo "breve". Fascismo, NazionalSocialismo, Comunismo, Atlantismo (ancora ben saldo) sono esperienze storiche e politiche chiuse. Ognuno dei cittadini, specie quelli meno giovani, conservera’ nel proprio ambito personale i propri “santini ideologici” come e’ giusto e logico che sia, ma per Costruire bisogna proporre un messaggio che rappresenti qualcosa di diverso. Eventualmente dalle dottrine storiche possiamo estrapolare il Meglio, ascoltare le esperienze, valutare gli errori passati, ma sempre nell’ottica di un PROGETTO NUOVO.
Bisogna lavorare con il sudore di tutti per creare qualcosa di nuovo (politicamente, culturalmente, economicamente, socialmente) che riesca a rinverdire gli antichi valori ed ideali depurandoli dal nostalgismo novecentesco e dal simbolismo-feticismo.
Una Nuova Democrazia, appunto.
Che sia Estrema, Organica, Sociale e Popolare.

L’OLIGARCA
C.S. CURSUS HONORUM

mercoledì 8 settembre 2010

Proposte per le elezioni dei Rappresentanti del Popolo.




Con grande gioia pubblico il seguente post riguardante la necessità, per una Nuova Democrazia, di ridurre il bacino elettorale e di concedere solo al Popolo (cioè la parte minoritaria, consapevole e matura della Massa) la possibilità di partecipare al voto e di eleggere i propri Rappresentanti, i quali devono necessariamente avere alcuni requisiti espressi di seguito.

Il testo che vi sottopongo è stato scritto in maniera congiunta da me e dal fondatore del blog CENTRO STUDI CURSUS HONORUM (http://msdfli.wordpress.com/ ) ed è stato pubblicato in data odierna sul Laboratorio Tecnico di Politica Sociale (http://www.giovinezza.eu/ ).


Siamo sinceramente stufi, e con noi, crediamo (o meglio speriamo) anche una buona fetta di italiani. Il motivo principale che ci spinge a proporre qualcosa di ESTREMO deriva dal fatto che nutriamo ancora la fervida speranza che una parte della popolazione italiana, ancora non inebetita, sia stanca di sopportare questa classe politica composta da “inefficienti” che cavalcano l’onda emotiva del popolino ignorante per farsi di volta in volta eleggere. Una classe politica che OCCUPA il potere, che non lo UTILIZZA per il bene della Comunità, ma OCCUPA la poltrona a Roma, negli Enti Territoriali e a Strasburgo, laddove insomma la moralità e l’impegno dovrebbero essere una caratteristica imprescindibile. Questa classe dirigenziale non fa politica, non serve il popolo in quanto Rappresentanza Eletta (non è questo il luogo e il momento in cui vogliamo parlare del Porcellum), non e’ moralmente integerrima; l’unico collante della casta politica italiana sembra essere la ricerca continua e spasmodica del consenso per la rielezione e quindi l’occupazione continua delle cariche pubbliche.

Purtroppo, quella fascia di popolazione ancora “sveglia” che si rifiuta di accettare questa situazione, ultimamente (e a dire il vero giustamente) sceglie la via dell’Astensionismo, garantendo così la sopravvivenza di questi dinosauri. E gli innocenti-colpevoli dell’elezioni di questi FINTI rappresentanti, ossia le fasce più deboli e disagiate, e quindi culturalmente più vulnerabili, sono proprio coloro che forse non sarebbero in grado di ottenere l’abilitazione di cui andremo a parlare.

Ci è capitato più volte di soffermarci ad elaborare pensieri circa la necessità di formulare proposte per una Nuova Democrazia, una DEMOCRAZIA che chiameremo ESTREMA con l’accezione piu’ ampia. Il primo passo fattivo dovrebbe essere necessariamente quello di ridurre il bacino elettorale.

Considerando PER NOI FONDAMENTALE la distinzione tra Popolo e Massa, e valutando correttamente l’etimologia della parola “Democrazia” (Governo del Popolo), abbiamo ritenuto corretto di elaborare una proposta che consenta di far votare solo ed esclusivamente colui e colei a cui venga certificato un livello minimo e necessario di conoscenza delle elementari norme del vivere civile e del funzionamento delle nostre Istituzioni.


Esame di stato per conseguire il “Patentino di voto”, ed eliminazione totale della tessera elettorale a suffragio universale.
Con questa soluzione chi avrà conseguito il Patentino di Voto potrà esercitare il diritto di voto per le successive elezioni Amministrative, Europee e Politiche. L’Esame, un vero Esame di Stato, sarà composto da un test psico-attitudinale e da uno prettamente culturale – civico e sarà tenuto da speciali Commissioni da trovarsi in ambito Universitario o cmq di Scuola Superiore. L’accesso all’esame sarà consentito, senza discriminazioni di sesso o di militanza politica, a tutti i Cittadini Italiani incensurati compresi nella fascia di età tra i 25 e i 65 anni. Il Patentino avrà scadenza quinquennale.; al termine della suddetta scadenza, si avranno 6 mesi di tempo per “rinnovare” il patentino, attraverso il solito strumento dell’Esame di Stato, pena la decadenza del Diritto di Voto. In caso di elezioni che si tengano all’interno dei 6 mesi della “fascia di rinnovabilità” sarà comunque garantito il Diritto di Voto.

Questa la nostra proposta.

E questo sarà l’unico modo per togliere il diritto di voto a chi non è più o non è mai stato in grado di esercitarlo. Siamo stufi di sentire turpitudini quotidiane esternate dagli eletti della casta populista-nazionale.


Quale sarà il voto minimo per conseguire il patentino?

Il minimo sufficiente per affidare la responsabilità di voto a persone che conoscono come funziona il mondo che ci circonda, soprattutto conoscendo chi popola il mondo e chi governa il mondo.

Questo il punto da affrontare seriamente.

Chi ha l’intelligenza e la cultura minima per votare si dovrà sobbarcare l’onere del voto in modo da legittimare un governo che dovrà essere funzionale a tale scopo e degno di essere chiamato tale, un governo che si possa occupare anche dei problemi di chi non ha talune capacità ed il quale non deve essere gravato dell’onere di voto. Non si tratta di un discorso antropologico o discriminante, si tratta di una questione FUNZIONALE PER LA SOPRAVVIVENZA DEL NOSTRO PAESE.

Certe aberranti affermazioni che sentiamo quotidianamente, provengono da esponenti di partiti composti da industriali, faccendieri, lacchè, financo da politici iperpopulisti che fino a ieri andavano nei boschi a purificarsi con i riti celto-druidici ed ora improvvisamente sembrano diventati gli eredi di Goffredo da Buglione. Sia chiaro l’esame non dovrà avere certo intento persecutorio nei confronti di taluni partiti, che abbiamo preso solo come esempio visto che riempiono intere pagine di giornali con i loro deliri populisti. Nossignore. Dovranno avere come bersaglio bipolare sia l’elettorato di Destra che quello di Sinistra (categorie ormai culturalmente defunte) fino ad arrivare al Centro di democristiana memoria. Facciamo questa precisazione per sgombrare ogni dubbio; alcuni mesi fa, leggere un segretario Bersani che esulta per la vittoria del Partito Democratico Giapponese ci è sembrata una barzelletta tutta italiana.

L’istituzione del Patentino di Voto comporterà:

■l’immediato restrizione della Fascia di Popolazione Votante portandola dai 25 ai 65 anni.

Questo perché riteniamo inutile coinvolgere una popolazione italiana sempre più anziana nelle scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni, anche se garantendo il Diritto di Voto ad una fascia di popolazione più matura, si tutela comunque l’humus di una parte della comunità che teoricamente dovrebbe essere più esperta e più “saggia”. Allo stesso modo, attualmente resta difficile pensare di poter lasciare il diritto di voto sotto i 25 anni, vista la scarsa attitudine formativa delle giovani generazioni. Si potrà apportare una modifica in tal senso, abbassando la soglia minima di età, dopo una adeguata riforma scolastica e la sua rigorosa applicazione nel tempo.

Il terzo passo sarà:

■Esame di stato per conseguire il “Diploma di Candidato” .

Tale esame, oltre ad avere le stesse peculiarità di quelle previste per il Patentino di Voto, prevederà comunque un grado di difficoltà maggiore (tipico dei livelli della preparazione universitaria).

Tale diploma sarà necessario per chi si vorrà candidare come Deputato / Senatore / Parlamentare Europeo / Presidente di Consiglio di Enti Territoriali / Sindaco. L’esame, a cui saranno ammessi soltanto persone con il casellario penale immacolato e senza procedimenti penali pendenti, sarà da tenersi almeno 9 mesi prima delle elezioni, in modo che la campagna elettorale sia fatta con serenità da persone con cervello, e prevederà l‘eleggibilità massima per 2 candidature comprese nella fascia di età 30-60 anni.

Il conseguimento del Diploma assegnerà la qualifica di Rappresentante del Popolo (con le varie definizioni ad uopo) che, con un indennizzo di funzione che a seconda della responsabilità e della tempistica, non potrà comunque superare i 2500 euro mensili netti.

Vi abbiamo risparmiato dunque, i soliti deliri bipolari che ci vengono proposti continuamente da giornali, telegiornali, finti dibattiti, ministri in pectore, ministri ombra, portavoce, radical-chic, radicali antagonisti…etc

Noi vogliamo soltanto la Rinascita della Patria e questo dovrà passare attraverso un’adeguata riforma anche del Bacino Elettorale e dei suoi Rappresentanti del Popolo..

Con queste nuove modifiche cesserà l’immobilismo parlamentare della Seconda Repubblica.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere PARTECIPATIVA ma ELITARIA.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere POPOLARE ma non POPULISTA.

E questa selezione dovrà avvenire a maglie strette almeno nel primo periodo in cui serviranno anni di ricostruzione sociale, morale e culturale.

Adesso il voto di un qualunque cretino o di un qualsiasi disonesto vale esattamente come il voto di una persona onesta e di buonsenso. E’ sempre stato questo il problema dell’Italia. Ma adesso e’ giusto che chi venga chiamato a governare una Nazione, fin dai suoi più remoti uffizi, sia obbligatoriamente scelto da chi ha dimostrato di avere una comprovata intelligenza e cultura civica. Un test che misuri il quoziente intellettivo e che rilevi una cultura decente di base sarà necessario anche per debellare l’attuale funzione “convogliatrice di consenso” svolta dai mass media che sono in mano ad un pugno di oligarchi.

Questi i primi passi.

Sulla tipologia esatta del tipo di Repubblica che proponiamo, sulla Nuova Legge Elettorale, sulla struttura della Camera dei Rappresentanti e sulla funzione dei Partiti Politici, torneremo al momento giusto.

Ma adesso, il paese non si può più permettere una classe di politica di questo livello.