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giovedì 22 maggio 2014

Il fallimento della tessera del tifoso



Pubblicato su Pagina99.it un interessantissimo articolo, a firma Luca Manes, in cui viene dimostrato il clamoroso e storico fallimento della famigerata Tessera del Tifoso, che non ha allontanato i violenti dal calcio ed ha solo favorito l'allontanamento degli sportivi (stadi vuoti, militarizzazione delle zone vicino agli stadi, caro biglietti, ecc...). Gli unici a rimanere con la schiena dritta, mentre tutto andava in rovina? Gli Ultras, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni.

“Penso che la tessera del tifoso abbia fatto il suo tempo. Negli ultimi anni, salvo una leggera, recente, inversione di tendenza, c'è stato un sensibile decremento delle presenze negli stadi. Occorre rivisitare completamente i rapporti tra calcio e tifosi”. In questi termini netti e definitivi si è espresso il presidente del Coni Giovanni Malagò in un'intervista concessa all'inizio del 2014 al mensile della Polizia di Stato. Una sonante bocciatura, una quasi totale sconfessione della linea imposta dal ministro degli Interni Roberto Maroni nella seconda metà del 2009 e introdotta nella stagione 2010-11. Il problema, sempre secondo Malagò, è che per colpa “di poche persone ci sia una forte penalizzazione, in termini di complessità procedurali e burocratiche, a danno di un'intera comunità”. Concetto ribadito poche settimane fa, quando il capo dello sport italiano manifestò tutto il suo sdegno alla notizia che a Bergamo era stato negato l'accesso allo stadio a due bimbetti perché sprovvisti della tessera, in possesso invece del loro babbo che li accompagnava.

E proprio qui sta uno dei punti dolenti dello strumento: dopo uno dei tanti nadir del football nostrano, l'uccisione dell'ispettore Filippo Raciti durante gli scontri in occasione del derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007, con la tessera si voleva provare a isolare i violenti e a far tornare le famiglie nelle arene calcistiche italiane. Gli stadi, si disse all'epoca, si sarebbero di nuovo riempiti dopo anni di magre – per la verità causate non solo dalle intemperanze degli ultras. I dati hanno da subito smentito Maroni e il suo entourage. Se nell'ultima stagione senza tessera, la 2009-10, l'affluenza totale in Serie A fu di circa nove milioni e 200mila spettatori, con una media per match di 25.570 unità, nella scorsa stagione si è scesi a otto milioni e 400mila, per un dato a partita di 24.655 tifosi. Il 2013-14, che ormai sta chiudendo i battenti, dovrebbe presentare un leggero incremento, ma siamo ben lontani dai livelli dell'età dell'oro del calcio italiano. Se ci spostiamo in Serie B le cose vanno ancora peggio: 5mila spettatori a partita sono veramente pochini, soprattutto se paragonati agli oltre 17mila della serie cadetta inglese, tanto per volgere lo sguardo oltre confine. Ma d'altronde, sempre rimanendo nell'ambito dei principali campionati continentali, si nota che nella classifica delle dieci squadre con maggior seguito allo stadio non ne compare nemmeno una del Bel Paese, ma tante inglesi, spagnole e tedesche. Eppure l'Olimpico e San Siro, che ospitano squadre di primo piano del nostro calcio, hanno capienze intorno agli 80mila posti.

“Noi lo avevamo detto sei anni fa che la tessera non sarebbe servita a nulla, ma anzi avrebbe solo creato problemi alla stragrande maggioranza dei tifosi che si recavano allo stadio, in casa o in trasferta, per seguire la propria squadra del cuore” ha dichiarato a pagina99 l'avvocato Lorenzo Contucci, da anni in prima fila per la tutela dei diritti dei tifosi. Tuttavia Contucci non è troppo ottimista sugli sviluppi futuri. “Temo che possa cambiare ben poco e che gli annosi problemi del calcio italiani continueranno a non essere risolti”.

Probabile che qualche novità sul fronte governativo si materializzerà dopo le elezioni europee, quando anche i fatti della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina avranno abbandonato le prime pagine dei giornali.

Ma per quali ragioni la tessera del tifoso è stata percepita come uno strumento vessatorio, e non solo dalla eterogenea galassia degli ultras? In primis perché di fatto rappresentava una schedatura di massa, dal momento che viene rilasciata solo dopo il nulla osta da parte della questura di competenza – che la nega a persone soggette a Daspo in corso o che hanno ricevuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni. Senza la tessera, almeno inizialmente, non si aveva la possibilità di andare in trasferta o di acquistare abbonamenti. Oltre a uno strumento volto a garantire maggiore sicurezza negli stadi, agli occhi di tanti appassionati la creatura di Maroni è sembrata un enorme favore fatto ai club, che per fidelizzare i loro “tifosi-clienti” vendevano loro una carta di debito ricaricabile affidandosi ai principali circuiti bancari e alla Lottomatica. Sebbene poi anche su questo versante non tutto sia funzionato al meglio. 

“Ho vari amici e parenti che hanno ricevuto la tessera dopo un anno, con tutti i problemi che questo ha comportato”, ci ha raccontato Gianmarco Pirozzi, supporter del Napoli. I ritardi, che il club partenopeo addebita alla piattaforma scelta, la Postpay, in alcune occasioni hanno impedito l'acquisto dei biglietti, ma più spesso hanno causato problemi a chi seguiva la squadra lontano dal San Paolo. Una volta presentatisi ai tornelli sì con il biglietto, ma solo con la richiesta della tessera, i tifosi andavano incontro a infinite polemiche con gli steward e fastidiose lungaggini varie. E quello quello del Napoli non era un caso isolato.

Come se non bastasse, il 14 dicembre 2011 il Consiglio di Stato ha accolto un ricorso presentato dal Codacons e ha dichiarato illegittimo l'abbinamento obbligatorio della tessera con l'acquisto di carte di credito elettroniche, di fatto limitandone il potenziale commerciale. 

Insomma, le prime crepe si sono notate abbastanza presto, ma a scardinare in maniera forse definitiva il “sistema tessera” è stata la nuova Roma targata Usa. Nel marzo 2013, ha ottenuto il permesso dal Viminale di introdurre la sua fidelity card slegata da controlli e schedature, ma con gli stessi requisiti di emissione previsti per la tessera (quindi si può rilasciare solo ai tifosi “per bene”). Un esempio seguito da diverse società: Napoli, Fiorentina, Genoa, Parma, Bologna e Lazio. Come strutturata, la fidelity card è subito apparsa un prodotto più vicino alle membership delle squadre inglesi, che afferiscono solo al rapporto club-tifoso, lasciando fuori lo Stato. 

A Cesena, come ci ha spiegato Roberto Checchia, presidente del coordinamento dei club di supporter del team romagnolo, si è arrivati addirittura a dare la gestione diretta della tessera ai tifosi. “Insieme a Te”, lanciata lo scorso luglio, è anche essa svincolata dai circuiti bancari e dal vaglio preventivo della questura. Serve solo l'ok del Centro Elettronico Nazionale di Napoli, che controlla se i richiedenti siano soggetti a Daspo o abbiano ricevuto condanne per reati da stadio. “Nella prima stagione le cose sono andate bene, abbiamo emesso oltre 1.500 tessere e le persone si sono dette molto soddisfatte di questa nuova esperienza” afferma Checchia entusiasta.

Certo, il ministero degli Interni, tramite l'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, poteva sempre vietare le trasferte ai possessori delle nuove fidelity card. Ma lo stesso è accaduto in varie occasioni anche per chi aveva la tessera. Un altro dei tanti corto circuiti dello schema ideato dall'attuale governatore della regione Lombardia, il quale avrebbe “clonato” in malo modo un progetto già esistente. Ovvero la Carta del tifoso, ideata dall'imprenditore italo-inglese Anthony Weatherill. Dopo Calciopoli, altra pagina tristissima del football made in Italy, e la tragica scomparsa dell'ispettore Raciti, a Weatherill venne in mente che fosse indispensabile un mezzo per rinfocolare la passione dei normali fruitori del fenomeno calcio, non più visti unicamente come clienti da spremere, ma quali soggetti attivi e con voce in capitolo. “Lo sport reca in sé un insieme di valori molto alti, che dovrebbero essere presi ad esempio nel mondo attuale e che invece sono ignorati, o ancor peggio calpestati” ci ha detto Weatherill. 

“Il progetto Carta serviva a conservare questi elementi di grande rilievo, tuttavia le istituzioni sportive, che avrebbero dovuto apprezzare una tale iniziativa, hanno finito per stravolgere una pratica sportiva ultracentenaria. Se si vuole risolvere veramente i problemi del calcio bisogna ripartire dal rispetto dei valori da parte di tutti quelli che hanno a che fare con lo sport, nessuno escluso” ha aggiunto Weatherill, che ci ha illustrato come con il suo progetto sarebbero stati i tifosi a riempire di contenuti e servizi la carta, in base alle proprie esigenze. “Tutto sarebbe nato dal basso, e non calato dall’alto come è accaduto nell'ultimo periodo”, ha concluso l'imprenditore, profondamente deluso dallo “scippo subito” (per il quale è ricorso alle vie legali) e per come siano andate le cose in questi anni nel football nostrano. E non è l'unico. 
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mercoledì 21 maggio 2014

Alluvione nelle Marche, gli Ultras impegnati a pulire case e strade



Vi posto un articolo tratto da Senigallianotizie.it, in cui viene data notizia dell'ennesimo atto di generosità e di impegno civile e sociale degli ultras, i quali invece sono sempre accusati di essere gentaglia violenta e basta. In questo caso parliamo degli ultras dell'Ancona, che sono stati pubblicamente ringraziati dai cittadini di Senigallia. Perchè? Leggete qui sotto:

“Senigallia ringrazia la curva nord“: con questo striscione – “firmato Borgo Bicchia – 3 maggio 2014″ -  esposto durante la partita Ancona-Pistoiese (Titolo Nazionale Dilettanti), giocata allo stadio Del Conero domenica 18 maggio, un gruppo di sostenitori senigalliesi ha voluto ringraziare la curva biancorossa.

Nei giorni immediatamente successivi all’alluvione del 3 maggio infatti, alcuni tifosi dell’Ancona erano venuti a Senigallia per dare una mano nella pulitura delle case invase dal fango (foto): era stata proposta pure un’amichevole con incasso in beneficenza, poi saltata, si spera solo temporaneamente.

Senigallia ha voluto così esprimere la propria riconoscenza.

Nel corso della partita Ancona-Pistoiese, allo stadio del capoluogo è stato ricordato inoltre Natalino Miserocchi, storico giocatore dell’Ancona e della Vigor Snigallia, scomparso recentemente.
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Foto di Puteolana - Metapontino, play out serie D






martedì 20 maggio 2014

Criminalizzare le curve per lavarsi la coscienza



Vi posto un interessante articolo tratto da La Gazzetta Palermitana, in cui viene sviluppato un tema fondamentale: il bisogno, la necessità per i perbenisti italici (e non solo) di trovare un "altro" da cui prendere le distanze per tutelare la propria presunta integrità morale. Un capro espiatorio verso cui riversare odio: gli ultras rispondono perfettamente a questa necessità.

Arriva puntuale, in determinate stagioni, proprio come l’influenza. O come una moda che periodicamente ritorna. Parliamo della campagna di criminalizzazione del mondo delle curve italiane scatenata il 3 maggio, data della finale di Coppa Italia Napoli – Fiorentina. Abbiamo già scritto su come i media hanno dimostrato maggiore irresponsabilità dei tifosi nel raccontare, con una incredibile e imbarazzante quantità di falsità, una giornata piena di tensioni. Poi sono stati i giorni dei processi pubblici sui giornali cartacei e online e nei talk show (Giletti imbattibile nel festival del luogo comune). Sul banco degli imputati, senza diritto di replica e difesa, è finito il variegato mondo delle curve. Gli ultras: il male assoluto, la causa di tutte le sventure dell’italica società. Noi de La Gazzetta Palermitana.it non ci siamo uniti a questo coro stonato.

Fin da piccolo ho sempre provato molta diffidenza nei confronti di quanti tracciano una frettolosa linea divisoria tra buoni e cattivi, senza alcuna possibilità di analisi, di approfondimento e di critica. Spesso i professori alla lavagna dell’argomento in questione ne sanno poco, molto poco. Qui nessuno vuole fare l’avvocato difensore delle curve. Chi conosce il mondo ultras sa quanto esso non ami i salamelecchi. Vogliamo soltanto rilevare come sia in atto in Italia una corale azione di purificazione attraverso la criminalizzazione delle curve.

In psicoanalisi si chiama “catarsi” che l’enciclopedia Treccani definisce così: “processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da sistemazioni conflittuali, ottenuto attraverso la completa rievocazione degli eventi responsabili, che vengono rivissuti, a livello cosciente, sia sul piano razionale sia su quello emotivo (abreazione)”. La messa in scena della demonizzazione delle curve serve all’intera società italiana per lavarsi la coscienza dalle sue colpe.

Il mondo ultras è violento. Eppure siamo nel Paese dei femminicidi, soprattutto tra le mura domestiche, delle morti provocate da risse per futili motivi, dei mostri che puntualmente appaiono nelle nostre città, dai morti sul lavoro causati spesso dall’incuria dei datori di lavoro. Per non parlare di certi sadici picchiatori che non portano al collo una sciarpa ma indossano una divisa per conto dello Stato. Risposta alla provocazione: non tutti gli agenti sono mele marce. Nuova provocazione: non tutti i frequentatori delle curve sono mele marce.

 Il mondo ultras è infiltrato dalla criminalità organizzata. Siamo nel Paese dove la “mafia spa” è la prima azienda più produttiva con utili pari a cinque manovre finanziarie. L’economia è infiltrata, la politica è infiltrata, persino le confraternite religiose (come dimostra un recente fatto di cronaca a Palermo). Insomma perché stupirsi per la presenza in curva di parenti di boss nel Paese di mafiopoli?

 Il mondo ultras è corrotto per via delle scommesse illegali e le manipolazioni delle partite. Non mi sembra che la corruzione in Italia sia una novità da circoscrivere agli stadi ed al tifo organizzato.

 Mettere in scena gli “orrori” provocati dagli ultras, spesso ingigantiti e non contestualizzati, sembra servire a tutti per lavarsi la coscienza. Come se noi tutti fossimo esenti da quei mali. Ironia della sorte, a puntare il dito contro quegli “avanzi di galera” sono proprio i settori della società che hanno tanto da farsi perdonare. Criminalizzare gli ultras per illuderci che il male del nostro tempo possa essere recintato senza alcuna contaminazione.

Il mondo delle curve è più semplicemente lo specchio della società, nelle sue facce migliori e peggiori. Chi vuole parlare di questo mondo deve conoscerlo dall’interno perché troppo complesso per affibbiargli banali categorie. Nelle curve (come nel resto della società) troverete un coacervo di pulsioni spesso contraddittorie: onore e infamia, passione e psicosi, violenza becera e cavalleria di altri tempi, solidarietà e avversione. E se invece di avventurarci in superficiali analisi, tipiche di trasmissioni come L’Arena, scomodassimo qualche grande pensatore contemporaneo scopriremo perché le curve sono un micidiale polo di attrazione per i giovani. Nel nostro tempo della “società liquida”, descritta dal grande sociologo Zygmunt Bauman, l’uomo postmoderno cerca corpi solidi a cui legarsi. Le curve forniscono un naturale immaginario identitario (i colori sociali, la territorialità) che la società globalizzata nega con una violenza subliminale. Sono processi e dinamiche sociali di “resistenza identitaria”, delineate da un altro gigante del pensiero sociologico quale Manuel Castells, che prendono forme incontrollabili. Sono tutte tematiche delicate e complesse che certo giornalismo attrezzato culturalmente solo per commentare il Grande Fratello, o la classe politica che (da una parte e l’altra) sfoggia personaggi come Scajola e Genovese, non sono in grado di capire.

 Se qualche “novello solone” provasse a conoscere il folle e variegato mondo delle curve cambierebbe idea. Alcuni conoscendo i lati più negativi odieranno ancora di più gli ultras, altri inizieranno a comprendere le reali dinamiche di questo ambiente rischiando di provare qualche colpevole simpatia. Di riflesso, sicuramente, spegnerebbero la tv alla vista di Giletti.

Un tedesco, tale Johann Wolfgang Goethe, scriveva: “non si possiede ciò che non si comprende”.
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Ultras del Perugia raccolgono fondi per i bimbi ciechi



Ultras uguale violenti fascistoidi cerebrolesi? No, non ci stiamo. Negli ultimi anni l'equazione ha trovato sempre maggior sostegno nei media di regime, eppure gli esempi di ultras che si impegnano nel sociale e che vivono il loro Ideale ogni giorno, e non solo sulle gradinate di uno stadio, sono tantissimi e molteplici.
Oggi pubblichiamo un articolo del sito Umbria24.it, in cui si parla dei fondi raccolti dagli ultras del Perugia per i campi estivi per i bambini ipovedenti.
Ovviamente i pennivendoli che hanno riempito di inchiostro e merda sugli ultras le pagine dei giornaletti nelle ultime settimane hanno evitato di informare i cittadini di questo e di tanti altri esempi di ultras impegnati nel sociale.

La crisi che morde azzanna anche il portafoglio di associazioni come l’Uic. Una onlus, l’Unione italiana ciechi e ipovedenti, sempre vissuta sui contributi di enti pubblici e soggetti privati. Che negli anni le hanno destinato soldi, fondi e risorse. Che oggi scarseggiano. Che in certi casi «non arrivano proprio più». Emilio Vantaggi, presidente regionale dell’Uic, con la crisi e non solo combatte ogni giorno. E infatti a momenti gli scappava una lacrima quando gli ultras del Perugia – Ingrifati, Armata rossa e Brigata, più il gruppo «Quelli del Santa Giuliana» e i titolari del circolo «Il ritrovo del Grifo» – gli hanno consegnato l’assegno con su scritta la cifra raccolta venerdì alla festa-promozione organizzata all’antistadio.

La raccolta Duemilacentottanta euro e spiccioli: soldi che l’Uic utilizzerà per realizzare campi estivi riabilitativi di orientamento e mobilità per bambini ciechi di età compresa tra i tre e i sette anni. «Parliamo di circa quindici bimbi – specifica Vantaggi – che grazie al grande cuore degli ultras, per un’intera settimana, parteciperanno a laboratori didattici con operatori specializzati. E poi parliamo dei genitori che li accompagneranno, che verranno seguiti da un’equipe di psicologi». Tutto grazie, appunto, ai 2180.20 euro raccolti durante la festa autofinanziata dagli ultras del Grifo. «Spesso gli ultras vengono denigrati, accusati di atteggiamenti scorretti o violenti. In questo caso invece – continua Vantaggi – hanno dimostrato di essere altro. Penso che molti altri segmenti della società civile dovrebbero imparare da loro. Non ho parole per ringraziare i gruppi della Nord».

Pallone e maglia Oltre all’assegno, consegnato giovedì, i supporter biancorossi hanno donato all’Uic un pallone e una maglia ufficiale del Perugia. «Come è nata questa iniziativa? Semplice. Siamo stati contattati, ci è stato chiesto di dare una mano e lo abbiamo fatto. Abbiamo subito risposto: “Sì”. Ci siamo attivati, e alla fine siamo riusciti a coinvolgere un discreto numero di persone, circa un migliaio». Così, uno degli esponenti di spicco della tifoseria perugina. Un altro, a seguire, ha argomentato: «Questa volta abbiamo approfittato del momento di festa, della gioia provocata dalla promozione in B. Ma come Curva sono anni che ci impegnamo in iniziative (di solidarietà, ndr) del genere, a 360 gradi. Il nostro modo di vivere lo stadio, di essere ultras è anche questo. Lo facciamo coi nostri pregi e coi nostri difetti, anche se spesso viene dato eccessivo risalto, troppo, soltanto ai secondi…».
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domenica 18 maggio 2014

Riot Terrons Squad - Hooligans



When sunday comes...
buona domenica a tutti gli ultras.
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giovedì 15 maggio 2014

Un ultras romanista: "Non li condivido, ma mi aspettavo quegli striscioni"



Vi posto un articolo tratto dal sito internet della rivista Sport People. E' stato scritto da un anonimo ultras della Roma, che non approva gli striscioni apparsi domenica all'Olimpico eppure non si scandalizza. Anzi, se li aspettava. In questo articolo spiega perché.
Pur non condividendo alcuni passaggi dell'articolo, non posso negare che esprima una posizione chiara e, allo stesso tempo, amaramente realistica sulle dinamiche interne alla Curva Sud e sulle prospettive del movimento ultras in generale.

Premessa: gli striscioni apparsi domenica a Roma, non mi appartengono e non avrei voluti vederli nella mia curva. Il fatto è che a differenza di molti, me li aspettavo.
Ma procediamo per gradi perché domenica scorsa è paradigma di molti aspetti.
Gli striscioni solidali con colui che è accusato di aver sparato ad alcuni tifosi del Napoli sono degli striscioni figli di una cultura ultras esistente. Lo so che per molti la cultura ultras è qualcosa di romantico, fatta di coreografie, striscioni e cori, tutto molto bello ma ne è solo un aspetto. La cultura ultras è machista e si fonda sul cameratismo. Non è per forza fascista ma per alcuni aspetti che ha preso, è culturalmente piuttosto di destra. Se non cominciamo a dirci le cose come stanno, probabile che si continui a rincorrere un mito che non esiste.
Da qui nasce la mia mancanza di stupore agli striscioni di domenica. Alcuni gruppi della sud, sopratutto quelli in cui circolano alcuni vecchi ultras, hanno espresso vicinanza a un loro ex compagno di battaglie. Giusto o sbagliato, questo è accaduto. Del resto sarebbe stato sorprendente e piuttosto ipocrita se la tifoseria ultras romanista avesse fatto finta di nulla. Nelle scritte non c’era sostegno all’accaduto ma soltanto alla persona. Vi fa inorridire? Ok, ma del resto fa parte di una mentalità di strada, sempre più legata a quella ultras. E se la strada cambia, cambia anche la cultura ultras. Vi fa vergognare? Ok, ma non cambia la sostanza. Nei nostri quartieri spesso assistiamo a scritte in sostegno per i più disparati casi, alcuni vergognosi, ma così è.
Del resto, a sinistra e non soltanto, si continuano a immaginare le curve come luoghi diversi e distanti dalle città. Errore. Le curve sono quei luoghi dove quelle contraddizioni a cui assistiamo quotidianamente, esplodono nella maniera più becera e violenta. Ora, siccome non sono sociologo-antropologo o quella roba lì non starò a citare chissà chi. I miei ragionamenti sono frutto di osservazioni decennali. Tornando al discorso iniziale, la violenza verbale, spesso razzista e omofoba da stadio, non è diversa da quella a cui assistiamo in qualsiasi discorso, di qualsiasi bar cittadino. O almeno nella mia città. Perché Roma questa è. Ma poi ci si sorprende che a Roma ci siano i fascisti allo stadio, forse perché spesso fuori di fascisti ne vediamo ben pochi (parlo di militanti) senza pensare che quelli che spesso indichiamo come fascisti (lasciamo perdere i tentativi fallimentari dei suddetti nel fare reclutamento negli stadi) non sono altro che i figli di questa città, cresciuti in quel brodo culturale razzisteggiante e prepotente di cui è pregna Roma ad ogni angolo. Perché questo è il punto, né più né meno. E così che vanno letti gli avvenimenti degli ultimi giorni, cercando di non farsi intossicare dalle ricostruzioni e dalle indignazioni a uso e consumo dei media, dalle inchieste, dai reportage e dalle finte interviste a pseudo ultras incappucciati. E di tutto questo, di riflesso o direttamente, vive anche la cultura da stadio.
Oltretutto dal 2007 col pacchetto Maroni, la trasformazione degli stadi in luoghi di trincea ha ulteriormente esacerbato gli animi di chi va allo stadio: e allora l’ultras che diventa vittima, l’ultras che va espulso da quel luogo perché ritenuto corpo estraneo. Tentativo fallimentare perché mentre tutti gridano al “modello inglese”, l’ultras è già arrivato al modello inglese. Decide di sciogliersi, di organizzarsi in piccoli gruppi non identificabili, di confondersi con la massa da stadio, sentendosi sempre più un soldato in trincea. Lo sciopero del tifo domenica durante Roma-Juventus ha evidenziato sempre più come l’ultras stesso ormai sia qualcosa di completamente diverso da come è stato per una vita e da come viene tuttora narrato. La spaccatura tra chi “appartiene” ai gruppi ultras e il resto dei tifosi, anche quelli più accesi, ormai è evidente anche in una stessa curva. A mio avviso, gli ultras si stanno suicidando, perché dovrebbero cercare di coinvolgere anche “i tifosi normali” nelle loro lotte contro la repressione, tanto quanto dall’altra parte spesso non interessa niente, tranne il vedersi la partita, senza essere disturbato da bandiere o fumogeni, perché se una volta la partita si viveva anche sugli spalti, ormai per molti è soltanto quella che si gioca in campo. Partecipano ai cori che poi fanno squalificare la curva per poi lamentarsi per la squalifica o per gli ultras stessi che li fanno. Non vogliono tifare 90′ ma si lamentano se non c’è un tifo organizzato. Solite contraddizioni che esistono da sempre. Non tutti i tifosi sono “consumatori” e basta. Non tutti “gli ultras” sono portatori del tifo sano e giusto. Alla fine gli ultras stessi finiscono nel radicalizzarsi sempre di più e ormai troppe volte ho la sensazione che vivano più di rappresentazione di se stessi che non di altro. Un po’ come in alcune situazioni di movimento in cui la piazza non è più il luogo del conflitto ma bensì della sua rappresentazione cinematografica.
Non sta a me dare le soluzioni, del resto vivo in una città che troppe volte mi mette a disagio, tanto quanto la mia curva. Non chiamo goliardia il razzismo, evito qualsiasi moralismo e casomai mi preoccupo di come trovare gli anti-corpi necessari per far fronte al razzismo diventato opinione pubblica. Ma ritengo altrettanto pericoloso entrare a gamba tesa in un discorso del genere, senza interrogarci sulle trasformazioni della nostra società, sul come cambiano i rapporti tra abitanti e i luoghi in cui vivono, su quello che davvero siamo.

Un tifoso cor core acceso da na passione.
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martedì 13 maggio 2014

‘Speziale libero’: lo striscione-manifesto negli stadi di tutta Europa (e alla Fiat)




Tratto da Il Fatto Quotidiano

Un’onda che attraversa l’Europa dal Portogallo alla Macedonia, unendo le curve e gli operai. Gli ultras fanno fronte comune contro la condanna a 5 anni di daspo di Genny ‘a Carogna anche per aver indossato la t-shirt ‘Speziale libero’. E nei settori del tifo organizzato si moltiplicano gli striscioni che invocano giustizia per il ragazzo catanese condannato a 8 anni per l’omicidio dell’ispettore di Polizia Filippo Raciti. Non solo Germania, dunque. Nel corso del week end le prese di posizione sono arrivate anche nel resto d’Europa e ovviamente da parte del tifo organizzato italiano. A Salerno, Vicenza e Sassari sono comparsi striscioni su alcuni cavalcavia. I tifosi della squadra veneta, impegnata nei playoff promozione contro il Savona, hanno alzato dei fogli con il testo dell’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di espressione e la copertina del libro ‘Il caso Speziale’, pubblicato dal giornalista Simone Nastasi che ripercorre le tappe di un processo sul quale – secondo molti – permangono zone d’ombre.

Quello che il mondo delle curve contesta è l’interpretazione della maglia indossata dal capoultras dei Mastiffs in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Non si tratta a loro avviso di un’offesa alla memoria di Raciti ma della richiesta di giustizia per una sentenza ritenuta sbagliata. I tifosi dell’Andria hanno espresso il concetto con ironia: “Scajola libero… ci diffidate tutti?”. Situazione simile sugli spalti del Savoia e allo Jacovone di Taranto: “Articolo 21… libertà di espressione ma in questa nazione è solo contraddizione”. Anche a San Siro, prima di Inter-Lazio, la curva nerazzurra ha esposto uno striscione per contestare la decisione contro Gennaro De Tommaso: “Dateci il daspo a vita. Verremo a casa vostra a vedere la partita. Siamo tutti un po’ carogne”. Senza mezzi termini, gli ultras della Nocerina: “Per Speziale è chiedere verità… applaudire assassini pura infamità”, un chiaro riferimento ai cinque minuti di applausi riservati agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi durante il congresso del Sap.

Quasi tutte le curve hanno ricordato anche Ciro Esposito, il ragazzo ferito a colpi di pistola prima di Napoli-Fiorentina. Mentre la curva della Roma ha omaggiato Daniele De Santis, l’uomo che avrebbe sparato al tifoso partenopeo. Ma è in Europa che il fenomeno è entrato prepotentemente nelle curve, spingendo il presidente del Coni Giovanni Malagò a definirsi “frastornato, come se ci fosse uno sdoganamento di certi ragionamenti fuori dai nostri confini”. “Speziale libero” è comparso in quattro campi del Portogallo, comprese le curve di Sporting Lisbona e Porto. In Germania la richiesta di giustizia per Speziale ha toccato gli spalti del Borussia Monchengladbach fino ad arrivare alle serie minori, oltre a Bayern, Borussia e Hertha Berlino, i cui tifosi hanno sintetizzato così il loro pensiero: “Italia è piena di vergogna ma si pensa alla Carogna”. Striscioni sono comparsi anche tra gli ultras norvegesi (Aalesund e Staebek) e austriaci (Innsbruck e Vienna) fino all’Europa dell’est, dove hanno manifestato solidarietà con il ragazzo catanese anche le curve di Slovan Bratislava, Dinamo Tblisi, Skopje, Spartak Trnava e Galatasaray.

E in mattinata la richiesta pro Speziale è arrivata anche davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, mischiandosi con le rivendicazioni operaie. Un gruppo di lavoratori del Comitato di lotta, che protesta davanti all’ingresso 2 per chiedere il ritorno al lavoro a tempo pieno di tutti i dipendenti, ha indossato una t-shirt con lo slogan “Speziale libero. Marchionne dimettiti” e ha esposto dei cartelli con un fotomontaggio dove appare il corpo di Gennaro De Tommaso e la testa dell’ad della Fiat, oltre alla scritta “Marchionn… chi è ‘a carogn?”.
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domenica 11 maggio 2014

Noi siamo stati, siamo e saremo sempre TEPPA.



Valerio Marchi (1955 - 2006) era un sociologo, uno studioso di società e comunità, specie giovanili. Anzi no, era un ultras romanista. Ma che dico, era uno skinhead: uno di quei "teppisti con la testa rasata", come sono soliti dire i benpensanti.
Valerio Marchi era tutto questo, e anche di più. In giorni in cui si parla, a vanvera e con malafede, di curve, e ultras, di Genny 'a carogna e del calcio moderno, di camorra e delinquenza, di violenza da stadio e non solo, la voce di Valerio Marchi manca sempre di più.
Proprio per questo sono felice che la Red Star Press abbia rieditato "Teppa. Storia del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri.", con una prefazione di Wu Ming 5, al secolo Riccardo Pedrini, storico esponente della scena skinhead bolognese e componente della Oi! band Nabat. 
Di seguito la prefazione di Wu MIng 5:

Non occorre che un’opera d’arte, un libro, un film o una musica siano “belli” per incarnare una temperie o per illuminare particolari in ombra nel gioco scenico dei vari presenti che si succedono e che per accumulo formano il passato e quindi la nozione ideologica che ne abbiamo, cioè la Storia. Così accade che un film autoindulgente e innocuo racconti un racconto del paese che significa in modo esemplare tutta l’impotenza apparente che pervade la nostra vita di italiani , qualsiasi cosa voglia dire, del 2014. Già. A dispetto del fastidio che si prova nel vederlo, bisogna ammettere che La Grande Bellezza dice bene molte cose.

Tipo: in una scena il protagonista, Gambardella, l’autore che dopo l’acclamato romanzo d’esordio non ha scritto più nulla, riduce al silenzio, in un salotto romano, un’autrice impegnata, che aveva svolto la sua carriera sotto l’egida del Partito. Un intellettuale organico, insomma. L’attacco di Gambardella è spietato. L’unico merito della donna è l’asservimento, tutto ciò che ha scritto non ha valore. Fa parte di un ceto di fastidiosi grilli parlanti che in realtà sono uguali, nella propensione al compromesso o alla vera e propria prostituzione, ai ceti, alle classi o agli individui sui quali, per mestiere, moraleggiano. Privilegiati, in malafede e rompicoglioni, quindi: in più, incapaci di godersi la vita, proni ai sensi di colpa. Il protagonista del film di Sorrentino sintetizza in modo esemplare quello che molti fabbricanti d’opinione, molti ideologi della borghesia pensano di una parte dell’intellettualità italiana, quella, per l’appunto, che una parte ce l’ha. Lo fa con estrema durezza, con ripugnante machismo, con il livore che si deve a una donna che “non sta al proprio posto”.

Il film ha vinto l’Oscar, capace come è di fornire una visione esotica, decadente e estetizzante, adatta a una fruizione compiaciuta, estatica, come quando si mangia molto formaggio, si beve molto vino e magari si fuma una canna subito dopo. Film adatto a un paese che da decenni tiene la testa dentro il buco del culo, e che anche in questo incarna una paradossale avanguardia mondiale. Il film del resto conferma uno stereotipo classico sull’Italia-Babilonia e non stupisce che il mondo anglosassone ne sia stato così compiaciuto.

È chiaro che quasi tutti quelli che fanno un uso pubblico della ragione, gli intellettuali del mondo reale, vivono vite lontanissime dallo stereotipo che il film di Sorrentino ci spaccia ancora una volta. Un ceto vastissimo che non per forza finisce sulle pagine dei quotidiani nazionali pronta a fornire un’illuminata, filosofica opinione sulla crisi ucraina, sulla crisi dell’Inter, sulle elezioni o su qualche tema etico, magari in compagnia di un prete o di uno sbirro.

Un esempio di uso pubblico, e critico, della ragione è la vita e l’opera di Valerio Marchi. Difficile pensare a un intellettuale più lontano dallo stereotipo disegnato dalle parole di Sorrentino/Gambardella. Chissà cosa avrebbe pensato e detto Valerio di un film simile.

Uno storico del conflitto. Un’intelligenza acuta, capace di muoversi sullo street level, sul piano dove il conflitto si esplica, si annoda, si scioglie e riannoda nel quotidiano, nelle vite di tutti e di tutte. Non è lecito aspettarsi che l’accademia riconosca la portata del suo lavoro, e in fondo non ha nemmeno molta importanza. Niente Oscar di nessun tipo, nessun riconoscimento ufficiale per libri come questo. A pensarci bene, è una fortuna Quello che conta davvero è che le parole di Valerio, le sue idee e la sua visione continuino a circolare, a essere fruite e rideclinate, che contribuiscano alla riflessione e perchè no alla formazione di quelli che di fronte alla pervasività del conflitto non si tirano indietro e sono pronti a giocare una parte dalla parte dei molti, cioè dalla parte giusta. Già, le cose diventano interessanti se Lenin, Gramsci, la scuola di Birmingham e Dick Hebdige escono dai corsi di storia o di sociologia o dalle sedi di minuscoli partitini e ci arrivano davvero, sullo street level, cioè sul piano dove avveniva negli ultimi anni la quasi totalità dell’azione intellettuale e politica di Valerio Marchi, intellettuale di strada. Tutto diventa interessante se libri come Teppa, che Red Star provvede opportunamente a ristampare, diventano piccoli breviari storici per sostenere la capacità di riflettere, analizzare, e quindi resistere e attaccare.

Figlio di un’altra temperie, Teppa ha ancora molto da dire al lettore contemporaneo, anche grazie alla cifra fruibile e apertamente narrativa. Merita nuovi lettori, dovrebbe essere consegnato a una generazione più giovane perché un filo rosso, quello della resistenza e della ribellione, non si perda, perché la bellezza dei corpi in rivolta non scompaia dalle nostre vite, inghiottita dal vaniloquio del potere, dalla voce meccanica dei suoi gadget mortiferi.

Negli anni in cui apparve, gli anni novanta del secolo scorso, si stava producendo un fenomeno interessante. Membri delle sottoculture stilistiche (dei culti, per dirla all’inglese) di cui parla il libro incominciavano a produrre discorso in prima persona. Le sottoculture, quella skinhead in particolare, giungevano hegelianamente all’autocoscienza. Con questo, da una parte, la purezza (preoccupazione in fondo borghese) era perduta, ma dall’altra si aprivano nuove possibilità, che gli anni successivi hanno cominciato ad esplorare. A metà anni novanta era possibile pensare in termini non meramente resistenziali. Appena dopo (il libro è del 1998) sarebbe esploso il movimento altermondialista.

Teppa, storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, si presenta come una carrellata di stili, una narrazione di corpi che si assoggettano a disciplinamenti alternativi, alle volte in aperto antagonismo rispetto a quelli del potere, e che negli interstizi della legge erigono spazi di vivibilità simbolici e concreti, biotopi nei quali forme di vita alternative proliferano, si diffondono, si contraggono e si espandono, subiscono mutazioni, attraversano filiazioni e riscoperte. In realtà tutti gli stili sottoculturali di cui parla il libro, dai Merveilleux agli Zazous agli Skinhead fino, in maniera già autocosciente, al Punk, incarnano l’equilibrio precario che è la rappresentazione/risoluzione simbolica del conflitto. Che può sfociare, e spesso sfocia, in conflitto aperto, ma fondamentalmente risiede nel rapporto tra sé e identità individuale e sociale. Rapporto che è segnato dall’appartenenza di classe, se è vero come è vero che in una società divisa in classi ogni pensiero ha un’impronta di classe. Stili che conoscono pregnanze effimere, che dicono simbolicamente tutto il loro dicibile nel volgere di una stagione, ma che poi si radicano, diventano opzioni percorribili, significative per molte generazioni, che conoscono evoluzioni e storie che coprono interi decenni. Stili che, come ci si diceva in un’estate romana di molti anni fa, sono ancora capaci di incarnare una problematica, non compiacente bellezza all’interno della metropoli globale. Questo, in tempi di autoassolutorie, sedicenti Grandi Bellezze continua a essere un dato importante.
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venerdì 9 maggio 2014

Contro il reato d'opinione, anche noi vogliamo "Speziale libero"



Vi posto un interessante articolo redatto dal Collettivo Militant di Roma:

Il copione repressivo orchestrato dal circuito politico-mediatico, per giunta questo volta davvero condiviso da tutte le posizioni politiche – anche le meno sospettabili, ha raggiunto ieri il suo punto culminante, e cioè l’introduzione del reato d’opinione. Gennaro De Tommaso, ultras del Napoli, sarebbe stato oggetto di un provvedimento di divieto di accesso alle manifestazioni sportive (un Daspo di 5 anni!), nonché indagato dalla magistratura, per la maglietta indossata sabato scorso all’Olimpico, recante la scritta “Speziale Libero”. Anche altri tifosi del Napoli l’altro ieri sera, nella partita contro il Cagliari, sarebbero stati fermati e allontanati dallo stadio con l’unica accusa di indossare la maglietta incriminata. Bocciata da anni dal dibattito pubblico, quindi, la proclamazione del reato d’opinione è rientrata dalla finestra sfruttando il clima accusatorio verso il tifo organizzato, oggi più che mai terreno di sperimentazione di tecniche repressive da estendere al resto della società. Un fatto inaudito, che per fortuna ha smosso anche quegli esponenti liberali più coscienti, come il giornalista Enrico Mentana, che giustamente si diceva perplesso di un provvedimento disciplinare per la manifestazione di un’opinione, cioè la vicinanza ad un condannato in primo grado (qui la parte di trasmissione, di cui condividiamo al 100% le parole espresse). Ora, non solo la vicenda Speziale è uno dei molti buchi neri della giustizia italiana, ma qui siamo di fronte ad un salto qualitativo delle politiche repressive a dir poco epocale. Se dovesse passare senza intoppi, e anzi col malcelato compiacimento di una sinistra legalitaria distante anni luce dalle contraddizioni sociali che dice voler rappresentare, un domani (molto prossimo) quello stesso reato sarà utilizzato contro di noi, magari per una maglietta non conforme ai desideri del magistrato di turno, o per un’opinione discorde rispetto al politicamente accettabile. Oggi più che mai è necessario batterci non solo per la liberazione di Antonino Speziale, ingiustamente elevato a mostro pubblico da sbattere sui media nazionali garantendo l’impunità di Stato, ma solidarizzare con Gennaro De Tommaso, accusato illegalmente di aver espresso, tramite una maglietta, la vicinanza a Speziale e alla sua vicenda.


E’ necessario ribadire il concetto: se oggi passa in silenzio questo paradigma contro i tifosi organizzati, domani ce lo ritroveremo contro le organizzazioni politiche e sociali che portano avanti il conflitto nel paese. E quando fioccheranno denunce contro militanti politici solo per aver espresso un’opinione, per quanto radicale o anche opinabile, se non ci batteremo oggi per questi fatti con quale coerenza chiederemo solidarietà quando saremo noi sul banco degli imputati? Se oggi il mondo politico ci chiede di scegliere fra la legalità di Alfano e la presunta illegalità di Gennaro De Tommaso e di Antonino Speziale, oggi noi ribadiamo che non saliamo sul carro dei poliziotti di Stato. Speziale e De Tommaso liberi!
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giovedì 8 maggio 2014

"Noi eravamo lì. E vi diciamo come è andata."




Vi posto un articolo apparso sulla pagina facebook della Stella Rossa Scampia, squadra di calcio popolare del noto quartiere partenopeo.
Un articolo molto interessante, sia perchè scritto da chi era a Tor di Quinto in quei momenti concitati, sia perché a mente fredda pone domande molto importanti (e inquietanti) sui rapporti tra tifo capitolino ed estrema destra.


E' difficile prendere parola dopo questi giorni, viene voglia di chiudersi nel silenzio più sordo,stringersi attorno alle persone che come te posso guardarti negli occhi e parlare perchè conoscono la verità dei fatti o almeno hanno l'umiltà di ricercarla fuori dai preconcetti.
Abbiamo aspettato nel rispetto di Ciro e della sua condizione, abbiamo sperato che fosse fuori pericolo di vita, avevamo paura di unirci alle tante voci che si sentono in questi giorni, posizioni che si contraddicono continuamente , lezioni di vita e come spesso accade in questo paese tutti parlano da professori dell'argomento, ma magari non ne sanno nulla.
Anche noi eravamo all'Olimpico quel maledetto sabato 3 maggio, ma sarebbe meglio dire che eravamo a Tordi Quinto.. perche all'Olimpico non ci siamo mai entrati.
Eravamo come sempre insieme a tanti amici e compagni che dalla periferia nord di Napoli si muovono per andare a vedere la squadra della nostra città. Conosciamo bene Ciro, cosi come conosciamo bene Alfonso e Genny anche loro colpiti dai proiettili della pistola di De Santis, li conosciamo non per sentito dire ma perchè con loro abbiamo fatto pezzi di strada insieme, siamo stati spalla a spalla nelle curve del San Paolo tante volte. Ci permettiamo di nominarli solo perchè eravamo li con loro, solo perchè sappiamo chi sono e quanto amano la vita e la loro città.
Ciro -è stato detto e ridetto- viene da Scampia, il quartiere dove gioca la Stella Rossa e come tanti ragazzi di quel quartiere lo abbiamo anche visto venire a curiosare in curva all'Hugo Pratt per capire con i propri occhi cosa fosse questo tanto chiacchierato calcio popolare.
Se prendiamo parola non è certo per descrivere il profilo umano dei nostri 3 amici, che fortunatamente è venuto fuori nonostante il circo mediatico abbia provato fin dalle prime ore a parlate di “motivi estranei al calcio” o “agguato camorristico” solo perchè sulle tessere d'identità di questi tre ragazzi figuravano residenze a Mugnano o Scampia. C'è voluta tutta la dignità della famiglia e del suo quartiere per scongiurare lo sciacallaggio della stampa sulle origini dei tre, ma gli sforzi non hanno impedito che la storia della sparatoria passasse in secondo piano rispetto a fantomatiche trattative Stato- Ultras - Camorra che solo Saviano e altri giornali continuano a vedere e dalla nuova crociata mediatica che sembra essersi scatenata da ieri sugli ultras.
Se prendiamo parola è per cercare di leggere quello che è successo dentro una visione più complessiva che prova a farsi alcune domande cui difficilmente troveremo risposta.

Che la finale Fiorentina-Napoli avesse qualcosa di strano lo si era capito prima del 3 maggio, quando tutta la città e anche i gruppi organizzati erano in attesa dei biglietti per la curva, quelli più popolari. In uno strano balletto di conferme e smentite i biglietti non sono mai stati venduti al pubblico ma son andati sold out prima di uscire, senza che nessun giornalista si facesse troppe domande. Dopo qualche giorno i biglietti sono spuntati fuori nelle mani della questura a patto che però si viaggiasse con i pullman, come nelle mega pubblicità in giro per la città. Ovviamente nessuno dei gruppi ha accettato questo ricatto e tanti hanno deciso di partire con le proprie auto.
Il parcheggio destinato ai napoletani è quello di Saxa Rubra, storica sede della Rai, nel quartiere Tor diQuinto.
E' qui che succede quello che tutti sanno, che oggi viene confermato anche dai video dei tifosi presenti sui pullman dei club: Daniele De Santis, insieme ad altre 4-5persone, tenta l'assalto ai pullman cercando di far scendere i tifosie brandendo torce e bombe carta. Gli stessi napoletani presenti sul pullman chiedono l'aiuto di quei pochi che si erano attardati in corteo dopo aver parcheggiato le macchine. All’accorrere di persone“Gastone” rincula verso il Trifoglio e quando si vede abbandonato dai compari spara 4 o più colpi di pistola fino a quando la stessa,per fortuna, si inceppa. Solo successivamente l'ex esponente dellaSud romana subirà le conseguenze del suo gesto folle mentre trascorrono minuti interminabili prima dell'arrivo dell'ambulanza.
La naturale prosecuzione di una storia cominciata “storta” o forse fin troppo dritta è lo show di questi giorni che ribalta l’ordine del discorso e fa di un agguato armato senza precedenti solo il pretesto per parlare di quanto è cattivo Gennaro De Tommaso ( detto a' Carogna). Una narrazione evidentemente molto più utile agli scopi mediatici e politici di chila produce.
Solo dopo qualche giorno siamo riusciti a rimettere insieme i pezzi di quell'episodio, ma dopo la disperazione e l'angoscia di quelle ore i punti oscuri e da chiarire sono ancora tanti.

1.Daniele De Santis, un romanista legato agli ambienti della destra estrema, sceglie di compiere quel gesto, di assaltare i pullman dei tifosi napoletani. Lo fa solo dopo il passaggio degli ultras del Napoli che erano in corteo già sul lungo Tevere. Il suo obiettivo sono infatti i pullman dei club contanti bambini e padri di famiglia.
Lo fa con una pistola carica in tasca.Per chi, da vicino o da lontano, ha assistito alla scena, per chi ha soccorso Ciro e Gennaro, la reazione di “Gastone “ è senza spiegazioni. Daniele De Santis non ha esitato un solo attimo a sparare e l'ha fatto per uccidere. Non ha mai intimato a chi lo stava rincorrendo di fermarsi, ha sparato nel mucchio e quando la pistolas'è inceppata ha continuato a gridare “ venite vi ammazzo” .
Non ci interessa infiocchettare una versione a nostro uso e consumo, ma ciò che si è visto a Tor diQuinto non ha niente a che vedere con gli Ultras e i loro codici. Mai in uno stadio italiano o per una partita di calcio si era arrivati a tanto.
Chi ha sparato l'ha fatto con l'intento di ammazzare perchè aveva negli occhi la convinzione che davanti a lui c'era chi non meritava di vivere, e poco importa se fosse un ultras o un padre di famiglia, quello che Gastone voleva era ammazzare come un cane qualche napoletano.. e se quella pistola non si fosse inceppata forse ci sarebbe anche riuscito.

2- Quello che è successo fino all'arrivo dell'ambulanza è ormai noto alle cronache. Quello che non  si dice è che il tutto è durato quasi 1 ora e mezza dopo le 18:30.La zona di Tor di Quinto era l'area riservata al parcheggio dei napoletani, un’ area, quindi, che si presumeva super controllata. Non un solo reparto è invece intervenuto nel momento topico,nonostante i tifosi sui pullman continuassero a telefonare. L'unica presenza sul posto era una macchina della polizia in borghese fermata con la forza dai tifosi napoletani e sulla quale è stato caricato uno dei feriti per essere trasportato in ospedale.
In una scena surreale una cinquantina di tifosi (come si vede chiaramente nelle immagini dell'arrivo dell'ambulanza) sono rimasti in strada nel raggio di un km senza un solo blindato nella zona più
sorvegliata del paese?
Non ci piace la dietrologia all’ingrosso ma resta una forte inquietudine:
tra di noi c'è chi va allo stadio da10-15 o 20 anni, chi vive la piazza per ragioni politiche e sociali e sappiamo bene che 50 persone non sono un problema in termini di ordine pubblico. I blindati dei carabinieri sono però rimasti fermi all'ingresso di Tor di Quinto a 6-700 metri dal Trifoglio per circa 1ora e mezza mentre arrivava l’eco di spari e bombe carta, e nonostante un funzionario si trovasse sul luogo dove Ciro attendeva i soccorsi.
Com'è possibile che in una zona adiacente all’Olimpico, il luogo dell’agguato, in una serata dove si attendevano 80.000 persone, la prima ambulanza disponibile sia arrivata solo dopo 40 minuti di interminabile angoscia? Come può laQuestura di Roma dichiarare che la gestione dell'ordine pubblico ha funzionato come sempre?
La sensazione di essere stati sfiorati dalla morte è davvero molto forte.

3- Il circolo “il Trifoglio”eDaniele De Santis non sono certo luoghi e personaggi neutri. Il circolo messo sotto sigilli qualche tempo fa era un covo di neo-fascisti romani che proprio in un poligono della zona sia addestravano a sparare, forse in attesa del nemico di turno,immigrati, rom, gay o proprio i napoletani che in quanto a odio razzista sono ugualmente “quotati”.
Il circolo/discoteca é un luogo di ritrovo degli ultras di destra della città di sponda giallorossa ma non disdegnato dai cugini laziali.
Poteva la Questura di Roma non saperlo?Non era forse quello un luogo sensibile in quell’area dove non solo il “trifoglio” ma anche altri locali vengono gestiti dall’estrema destra romana che mette le sue mani da anni anche nelle curve della città?

4 – “Gastone “ è un personaggio particolare, sempre uscito pulito dalle sue “bravate” come quando interruppe il derby Roma- Lazio, insieme ad altri esponenti delle due curve. Quella partita fu davvero sospesa su pressione dei tifosi, perchè si diffuse la falsa voce che un bambino fosse stato investito da una macchina della polizia durante gli scontri tra le tifoserie.Attorno a quel derby sono state dette tante cose ma la verità non è mai venuta a galla. E Danielino, come lo chiamano a Roma, è sempre uscito pulito, forse grazie alle sue amicizie nell'estrema destra etra i palazzi buoni romani. Si perchè proprio lui è stato candidato nelle liste “Del Popolo della Vita per Alemanno” a sostegno di Gianni Giacomini in corsa per il Pdl come presidente dell'allora XX municipio.
E’ un caso che sia proprio lui la molla che fa scattare la scintilla il 3 maggio? Proprio lui che aveva partecipato al derby farsa sospeso del 2004? E' possibile che ci siano tutte queste coincidenze?
Un fascista spara per ammazzare“qualche napoletano”, la finale si sarebbe fermata sulla rabbia ella notizia.. i giornali avevano già pronte le biografie dei capi della curva per lanciare gli anatemi sulla camorra e gli agguati,mentre sotto traccia vale il “chi se ne fotte si ammazzano tra loro” o “sono napoletani, magari a Scampia sarebbe morti ammazzati comunque”.
Alfano parla di Daspo a vita controGennaro de Tommaso, ne scatta uno di 5 anni dopo pochi giorni e onestamente non riusciamo a capire perché uno che avrà anche la peggior fedina penale del mondo non possa andare in curva a prescindere, perchè nella retorica autoritaria che sta affogando questo paese siamo di nuovo alla psicologia del crimine, al “dna criminale” di un soggetto che non ha la faccia pulita come piace alla Rai e che indossava una maglietta con su scritto SpezialeLibero. Anche l'espresso qualche tempo fa aveva pubblicato un’inchiesta sul caso ponendo dei legittimi dubbi sulla tesi dell'accusa, ma in questo paese non essere in linea con il pensiero ufficiale può avere delle conseguenze terribili ed il reato d’opinione è oggi particolarmente di moda. Siamo in un paese in cui chiedere la verità per Speziale equivale a commettere un omicidio mentre applaudire per 5 minuti 3 assassini di un ragazzo inerme è “onorare le forze dell'ordine”.
Ad ogni modo, le domande attorno alla questione sono tante ma né i media né altri provano a porle. Eppure un precedente, meno grave, ma inquietante ci sarebbe. Sempre con i napoletani, sempre a Roma: quella volta al ministero dell’interno c'era Maroni e il pomo della discordia fu il famoso treno devastato.
Per i media nazionali i napoletani misero a ferro e fuoco la capitale, cosa poi rilevatasi falsa, ma questo permise di vietare le trasferte ai partenopei per parecchio tempo e di lanciare la forzatura sull'articolo 9 e la tessera del tifoso. Maggiore “sicurezza” in cambio di cessione di diritti e libertà personale. Possono sembrare fantasie, ma siamo in Italia, un paese in cui i poteri non sono certo disabituati a tramare.

Sulla finale di Coppa Italia restano i tanti dubbi e le tante domande ma ci sono anche tante certezze,aldilà delle infamie riportate dai giornali. La comunità dei tifosi del Napoli e delle altre squadre che si è stretta attorno a Ciro e ai feriti, l'immediata reazione degli Ultras che da subito hanno deciso di non tifare e di non esporre gli striscioni. Sulla trattativa diciamo solo che Genny De Tommaso è la vittima sacrificale di questo sporco gioco, perchè per primi gli amici e i compagni di Ciro hanno scelto di non entrare nell'Olimpico dopo quello che era successo: che si giocasse o meno davvero non fregava un cazzo a nessuno. Nessun giornale ha evidenziato come la gran parte dei referenti dei gruppi organizzati sia uscita dallo stadio dopo pochi minuti. Chi ha parlato con società e Questura l'ha fatto solo per avere notizie rispetto alla vita di un ragazzo di 30 anni che era appena sceso dalla sua auto per vedere una partita di calcio eri schiava di non tornare più a casa. Si può dire qualsiasi cosa sulle curve e sugli ultras.. ma quelle 5-6 mila persone avranno il diritto di essere informate sulla sorte di uno di loro, di un loro amico?
Mentre per Figc, Prefettura e Governo l'importante era giocare quella schifezza di finale, qualcuno con unminimo di senso di comunità voleva solo conoscere, prima che lo dicessero i giornali e le tribune stampa, la sorte di una persona checome loro era li a Roma e che come ognuno di noi sarebbe potuto restare su quel marciapiedi.

Resterà di questa giornata a Tor diQuinto un ricordo indelebile, perchè quel che è successo li fuori è più grande di ognuno di noi, perche un pezzo delle nostre vite è finito davanti a quel circolo.
Il movimento Ultras brancolava ormai da anni, chiunque ne avesse fatto parte sa benissimo che ciò a cui abbiamo assistito non ne è neanche un lontano ricordo.
Quei colpi sparati però parlano di altro, di un paese razzista in cui la vita di un ultras, di uni mmigrato o un napoletano vale meno di niente e puoi essere ammazzato come un cane, tanto neanche la partita fermeranno. Non ci sarà neanche il rispetto di evitare i festeggiamenti. Resteranno i cori dei tifosi (non ultras, proprio i cosiddetti “tifosi normali”…)della Fiorentina a ricordare che questo paese è razzista nel profondo della sua anima.
Almeno un pò di orgoglio qualcuno l'ha avuto.. fischiando l'inno e scegliendo di non festeggiare in un giorno in cui non c'era proprio niente per cui essere felici.
Il calcio è in mano ai potenti e alle tv, ostaggio dei miliardi delle agenzie di scommesse e degli ora riimposti da Sky, gli ultras lo sanno bene e per questo sono quelli che meno si sono adattati a questo sistema.
Come lo sa bene chi conosce le strade nei quartieri delle nostre città. Se davvero pensate che un Ultras possa fermare una partita di calcio non siete di questo mondo.
Non l'hanno fermata i morti in Brasile durate la preparazione del mondiale, non l'ha fermata il primo conflitto a fuoco prima di una partita di calcio in Italia, come nonl'hanno fermata gli scandali legati al calcio scommesse o ai campionati truccati.
Non siete di questa terra se pensate che lo Stato si sia piegato a Gennaro De Tommaso, mentre questo Stato tutti i giorni nei nostri quartieri si piega più e più volte a trattare con gli interessi della camorra e della mafia, la stessa cheè sempre andata a braccetto con il ministro Alfano e con tanti nelle istituzioni di questo paese. Da uno che ha sempre frequentatoCosentino e Dell'Utri criticare Genny “La Carogna” è quanto meno fuori luogo.
In questa terra lo Stato fa affari con la Mafia ogni giorno e difende i suoi interessi a scapito delle comunità come in Val di Susa. In questo paese quelli che hanno stesouna coltre di silenzio sulle vere trattative “Stato-Mafia”straparlano invece di “resa al ricatto camorrista degli ultras”…
Quello che ci interessa comunque è parlare di Ciro e della dinamica dei fatti, perchè oggi lui e gli altri due sono paradossalmente anche agli arresti, quando l'unica loro colpa è quella di essersi difesi da uno schifoso fascista. I responsabili, oltre la mano che ha sparato, sono sicuramente i vertici della Questura romana che non hanno fatto niente per impedire che tutto ciò succedesse e chi, ai vertici di quella città ha consentito che un posto come il Trifoglio avesse cittadinanza.

Seguiamo passo passo la salute di Ciro gridandogli forte: resisti, ti vogliamo ancora nelle strade!!

Ciro Genny e Alfonso liberi subito

lunedì 5 maggio 2014

Intervista a "Genny 'a carogna"



Tratto da Like24.it

«State sbagliando: non è di me che dovete preoccuparvi, ma del ragazzo che è stato ferito»: Genny la Carogna, o meglio Gennaro De Tommaso, parla pacato. Non si difende . Attacca. Trovarlo non è difficile: tra Forcella e piazza San Gaetano, dove è nato, lo conoscono tutti. E i messaggi corrono veloci: basta chiedere di lui, qualcuno accetta di chiamarlo e l’appuntamento è fatto.
Jeans e giubbino, mani in tasca e viso affranto, la Carogna offre un immagine che non ti aspetti. A cominciare dal nome: non è suo, raccontano nei vicoli, lo ha ereditato dal padre, e non indica cattiveria, ma sfortuna. E di quel nome lui non fa mistero e non si vergogna, anzi sorride dell’imbarazzo di chi lo pronuncia. E non è vero nemmeno che a suo carico sabato ci fosse un Daspo, una diffida con obbligo di firma: il provvedimento, spiegano quelli della curva A, è scaduto da tempo.

Seduto tra gli amici su una panchina del centro storico non è facile riconoscere Genny, anche se la sua immagine impazza sul web e una pagina Facebook che lo sostiene in poche ore ha già raggiunto i seimila «mi piace». Il ragazzo pacato che difende le ragioni sue e dell’intera Curva A somiglia poco a quello che ha sbalordito milioni di italiani in diretta Tv. Lo abbiamo visto tutti con la maglietta che inneggia Speziale, l’ultrà del Catania, condannato per l’uccisione di un poliziotto Raciti, mentre con le braccia alzate e coperte di tatuaggi sembra dare il via alla partita tenendo in pugno i sui compagni. E quindi la squadra. E quindi le forze dell’ordine. E quindi una capitale assediata. Ma lui smentisce categoricamente che tutto questo sia successo. E racconta una storia completamente diversa. A volte confusa, lacunosa. Ma che esclude assolutamente ogni patto con la squadra e con le forze dell’ordine.

Come è andata veramente sabato a Roma?
«Quelle che sono state scritte sono tutte sciocchezze. Hamsik è venuto da noi solo per rassicurarci sulle condizioni del nostro amico, per dirci che stava meglio, che poteva farcela. Lo stesso messaggio che ci hanno dato le forze dell’ordine. Noi abbiamo parlato con tutti con calma e rispetto, senza minacce o provocazioni. Non c’è stata alcuna trattativa tra la Digos e la curva partenopea sull’opportunità di giocare o meno la partita. Il resto sono invenzioni dei giornalisti».

Quindi nessuna trattativa?
«Ovviamente no. Quello che è successo sabato è inaudito, non era mai accaduto che qualcuno sparasse ai tifosi. Di tutto questo sembra non importare niente a nessuno. Ma a noi sì, a noi interessa. Ed è per questo che abbiamo deciso di rinunciare alla coreografia che avevamo organizzato e che ci era costata quindicimila euro. E la stessa cosa hanno fatto anche i supporter della Fiorentina. Come avremmo potuto srotolare gli striscioni, e cantare, e ballare quando uno di noi era in fin di vita? Ci siamo rifiutati di farlo. Ma non abbiamo minacciato nessuno e non abbiamo detto di non giocare. Né avremmo avuto il potere per farlo. Noi non possiamo decidere nulla».

Siete rimasti sugli spalti?
«No. Nessuno poteva costringerci a restare allo stadio e infatti subito dopo il primo gol molti di noi sono andati via. Più che del Napoli ci interessava di quel ragazzo in fin di vita. Perciò siamo rimasti tutta la notte in ospedale con la famiglia e con le forze dell’ordine».

Come è stato ferito il tifoso napoletano. Cosa è successo prima dell’ingresso allo stadio?
«Ci stavamo dirigendo verso la curva Nord dell’Olimpico scortati dalle forze dell’ordine. Poi è successo l’inferno, abbiano sentito i colpi e ci siamo accorti che tre di noi erano rimasti a terra. Una cosa del genere non si era mai vista, pure quando uccisero quel tifoso all’Olimpico, Paparelli: allora non spararono un colpo di pistola, ma un razzo che purtroppo gli finì in un occhio. Perciò i fatti di Roma sono gravissimi».

E quella maglietta che inneggia all’assassino di Raciti, non è un gesto di sfida?
«No, anzi. L’unica cosa importante di questa storia ormai è diventata la maglietta che io e gli altri tifosi indossiamo. ”Speziale libero” c’è scritto. Ma attenti: la maglietta è in onore di una città dove abbiamo tanti amici e nei confronti di un ragazzo che sta chiedendo attraverso i suoi legali la revisione del processo. È una richiesta di giustizia, non un’offesa contro una persona deceduta o contro i suoi familiari».

Ma le tifoserie non ricattano, non minacciano, non tengono in pugno le società?
«Tutte favole».
L’intervista è conclusa. Intorno alla panchina di Genny restano quattro o cinque giovanotti, poi ogni tanto c’è chi va, c’è chi viene. Insieme hanno visto le partite in un pub e ora restano riuniti in piazza tra le scritte che inneggiano «Mastiffs».
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domenica 4 maggio 2014

Calcio italiota, addio.



Se l'informazione italiana fosse realmente libera ed indipendente, la notizia del giorno dovrebbe essere che, in occasione di Napoli-Fiorentina, un tifoso della Roma avrebbe (il condizionale è d'obbligo in questi casi) sparato e ferito tre tifosi partenopei, di cui uno è in gravi condizioni.
I commenti post partita e le prime pagine dei giornali odierni, invece, focalizzano l'attenzione sul fatto che un capo ultras partenopeo, che si è operato per calmare la tifoseria napoletana, sarebbe figlio di un affiliato al clan Misso; che lo stesso capo ultras indossasse una maglietta su cui era scritto "Speziale libero" e "Libertà per gli ultras"; che Hamsik, il capitano del Napoli, è andato a parlamentare con gli ultras (e non si fa, Marek, non si fa...); che i tifosi del Napoli, durante l'invasione di campo al termine della partita, hanno sfottuto i fiorentini.
Ovviamente tutti omettono di parlare della notizia (ripetiamo, uno ha sparato a tre napoletani) e dimenticano l'opera di disinformazione e depistaggio che, da Repubblica alla Questura di Roma, è stata messa in campo subito: prima ci hanno detto che, a seguito di scontri tra opposte tifoserie, sono stati esplosi colpi di pistola; poi la Questura ha diramato un comunicato UFFICIALE, dicendo che gli spari non erano affatto collegati all'evento sportivo; poi i professionisti dell'antimafia (Sciascia mi perdonerà), tra cui il sempre pronto Roberto Saviano, hanno cominciato a sparare a zero su tutto il movimento ultras partenopeo ("Solo adesso vi accorgente che il tifo organizzato a Napoli è in mano alla camorra", ha twittato il romanziere); infine hanno stigmatizzato gli sfottò dei Napoletani sotto la curva dei fiorentini, dimenticando di citare i cori pro Vesuvio intonati dai viola durante tutta la partita.
Di Napoli-Fiorentina, intesa come partita di calcio, hanno parlato solo alcuni addetti ai lavori; gli altri analisti ed intellettuali italiani, cime come Simona Ventura per capirci, si sono sperticati nel palesare la loro arguta visione dei fatti: la partita non andava giocata, però è stato un bene che si sia giocata perché gli ultras - capitanati da un figlio di un camorrista - non volevano che si giocasse.
Come se non bastasse, anche i cittadini italioti, dopo essersi scandalizzati per i fischi a quella indegna marcetta denominata Inno nazionale, hanno cominciato a sparlare a vanvera e a sputare sentenze. Anche chi negli ultimi dieci anni è andato allo stadio solo in occasione della Partita del Cuore, anche chi non ha mai fatto una trasferta in vita sua, ha assecondato l'irrefrenabile istinto di dire la propria opinione. Informarsi prima di parlare, no? No. Sono italiani, ragionano così. E si scandalizzano se Hamsik parla con un capo ultras per una partita di calcio, mentre non si scandalizzano se un premier non eletto concerta con un condannato per evasione fiscale la riscrittura della Costituzione della Repubblica. Il verbo più usato ieri sera è stato "scandalizzarsi", seguito dall'aggettivo "scandaloso". 
E la tessera del tifoso? Non dimentichiamo che doveva servire proprio per "allontanare i violenti dal calcio", ed arrivava dopo decenni di autoritarismo e repressione: biglietti nominali, stop ai treni speciali, tornelli e doppio filtraggio negli stadi, flagranza differita, daspo, infine tessera del tifoso e articolo 9. Hanno risolto il problema? No, ovviamente no. Noi dicevamo anni fa, inascoltati, che la strada dell'autoritarismo e della repressione non avrebbe risolto, bensì aggravato, il problema della violenza legata al calcio. Io non ho potuto comprare il biglietto in curva nord perché non ho la tessera del tifoso (e non me la farò mai). Gli ultras napoletani e fiorentini erano tutti tesserati? No, anzi. Allora come hanno fatto ad avere i biglietti per lo stadio? Chi glieli ha venduti? 
A questa e a tante altre domande il Sistema Calcio non può rispondere. Perché, se rispondesse, cesserebbe di esistere. Il calcio ormai è un business, e non si può rischiare di farlo scomparire. E' anche un'ottima valvola di sfogo sociale (le persone scendono in piazza più per il calcio che per i licenziamenti), una straordinaria arma di distrazione di massa (chiacchiere da bar e complottismi come scienza esatta), un perfetto laboratorio di tecniche repressive e autoritarie.

A questo calcio, dopo la grande vittoria del mio amato Napoli, dico addio. Posso vantarmi di non essermi piegato al calcio moderno, di non aver ceduto alle tessere del cazzo e al complottismo delle moviole, che hanno ridotto lo sport più bello del mondo in un indegno spettacolo.
Preferisco dire addio a questo calcio, che adeguarmi alle vostre regole.
Preferisco dire NO e rimanere libero, che dire SI e obbedire.
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venerdì 11 ottobre 2013

Napoli colera: lettera di un Fedayn a Insorgenza Civile



Caro Nando, 
da meridionalista e da appartenente al gruppo Fedayn (seppur lontano dal mondo ultras da qualche anno) nonché amico fraterno di Alessandro Cosentino, l’ultras che ha spiegato alla stampa le ragioni dello striscione: ”Napoli colera”… riscuotendo ancora una volta il malcontento del mondo meridionalista tutto e divenendo così oggetto di critica, spiego a te la reale natura di quel tipo di contestazione difficile da comprendere per chi non vive questo tipo di realtà: va innanzitutto detto che è impossibile conciliare due linguaggi così distinti quali quello ultras da quello politico. Per un meridionalista, ascoltare cori autoironici contro la propria città o leggere una frase offensiva come “napoli colera” è il massimo dei peccati capitali. Questo avviene perchè la chiave di lettura è politica, ma da un punto di vista ultras tutto ciò non ha nulla a che fare con i concetti e le interpretazioni errate cui assistiamo in questi giorni da parte dei vari movimenti, difatti non dobbiamo certo andare a Milano per ascoltare cori razziali contro Napoli….si verifica il medesimo fenomeno anche quando giochiamo con altre squadre del Sud. Quello che cerco di dire è che il mondo ultras sposa battaglie differenti dalle nostre pur contrastando il medesimo nemico, gli ultras infatti si battono contro quella stessa repressione atta a zittire tanto il loro pensiero quanto quello meridionalista. Non è concepibile che una curva venga chiusa per uno sfottò, e se oggi è accaduto a Milano…domani accadrà a Napoli. La contestazione promossa dai Fedayn non è stata di sostegno ai milanisti e dunque al nemico, si è trattato bensì di un atto di coerenza verso la propria mentalità, una messaggio antisistemico verso uno Stato che cerca di penetrare nel tessuto del tifo calcistico dettando le proprie leggi e punendo i non omologati. E chi meglio dei napoletani avrebbe potuto dissentire essendo noi la parte lesa, essendo stati noi tutelati da quello stesso STATO che ci proponiamo di combattere? Il messaggio degli ultras è chiaro e lampante: non vogliamo essere difesi dal nemico e soprattutto non attraverso quegli stessi mezzi che il nemico utilizza per annientare il nostro pensiero. Tutto ciò con la politca non ha nulla a che fare, non ha nulla a che fare con il divario Nord-Sud, nulla a che fare con i soprusi sul nostro territorio, nessuna autocritica o autoironia, solo un semplice messaggio: lo Stato deve restare fuori dal nostro mondo. LA CURVA NON SI TOCCA!

Risposta di Nando Dicè, presidente di Insorgenza Civile: "è un modo di ragionare troppo distante dal mio, anche se nel loro odio verso lo Stato in fondo li comprendo, anche se le ragioni mi sembrano limitative, ma come ho espresso pubblicamente la mia idea, così mi sembra giusto far conoscere quella degli Ultras".

mercoledì 9 ottobre 2013

Striscione "Napoli colera": ironia o autogol?



Uno striscione per la Terra dei fuochi prima della partita del Napoli. “La terra dei fuochi deve vivere: Assieme si può” recita, dimostrando tutta l’ingenuità politica di Aurelio De Laurentis, che voci ben informate vorrebbero presto scendere in campo, probabilmente contro il suo compagno di banco da stadio, Luigi De Magistris, alle prossime elezioni comunali.

Uno striscione che, per chi vedeva la partita da casa, comunque non può che essere apprezzato. Perché vedete, si continua a dire che allo Stadio la politica non entra. Però poi non è mai del tutto vero e lo stadio, diciamocela tutta, può essere uno straordinario megafono: basti pensare ai famosi fischi all’inno nazionale degli scorsi mesi per rendersene conto.

Pochi istanti dopo la bella sorpresa di aver visto a centro campo lo striscione per la terra dei fuochi, ecco che la telecamera di Sky inquadra la curva B e un altro striscione: “NAPOLI COLERA”.

Parte il tam tam su fb, quasi immediato. Si pensa alla solidarietà con la curva del Milan, chiusa per i cori e gli striscioni contro il Napoli. La gente non capisce, non apprezza quel “Napoli Colera”. Fa male, e soprattutto fa male in tempi di tiepidi risvegli, di gente in piazza per la terra dei fuochi, di difensori appassionati contro chi ci chiama popolo di merda.

Più tardi però alcuni capi storici della Curva B fanno sapere che non si voleva esprimere nessuna solidarietà alla curva del Milan e che i cori di ieri e lo striscione erano ironici e rivolti contro le autorità sportive che per decenni hanno evitato di affrontare il problema del razzismo antinapoletano. Altri invece dicono che quello striscione è stato fatto per invocare un sistema calcio diverso e per tutelare la libertà d’espressione  nelle curve (nella A c’era anche uno striscione anti Milan).

Ok. Prendiamo per buona ogni spiegazione.  Ma il risultato qual è?

Guru ed esperti di comunicazione ci insegnano che se un messaggio viene equivocato vuol dire che non è un buon messaggio. Oltre al fatto che in queste ore non si parla che di quel “Napoli Colera”, con grande rabbia di chi, come ad esempio il quotidiano on line Parallelo 41, sta facendo per la battaglia per la terra dei fuochi una colonna portante della propria mission giornalistica.

Senza contare che, come osserva sempre Parallelo, il fossato tra ultras e tifosi semplici con lo striscione di ieri si amplia sempre più, massacrando anche l’illusione di  Nino D’Angelo che nel ragazzo della curva B, insuperato inno della squadra cantava: “‘è ‘na casa chisto stadio, parimmo na famiglia sultanto dinta ‘cca. Viecchie e giuvane cercano rint’a nu pallone  nu poco ‘e pace nu juorno nuovo ca se chiamma liberta’”.

In una famiglia però ci sono delle priorità. E la priorità a noi, francamente, pare un’altra. Perché Napoli Colera offende tutti e soprattutto, nel giorno dello striscione sulla terra dei fuochi, offende soprattutto le tante persone che hanno perso un proprio affetto perché a Napoli, oggi, al posto del colera c’è il cancro. E ce lo hanno portato dal Nord. E poi se “Chi non milita non merita” è un altro principio ultras, non credete che i tifosi professionisti oggi, in tempi di risveglio di coscienze, dovrebbero provare a lanciare qualche messaggio meno egocentrico e più utile a tutti?

Tratto da Insorgenza

venerdì 26 luglio 2013

L'ultimo desiderio di Rooie Marck



Tratto da Today.it

Il calcio è lo sport più amato anche per momenti come quello che vi stiamo per raccontare.
Rooie Marck, ultrà storico del Feyenoord, era malato da tempo e poche settimane fa è morto.
Solo tre giorni prima di esalare l'ultimo respiro però aveva raccontato agli amici più intimi di avere un ultimo desiderio: vedere per l'ultima volta il suo Feyenoord, in quello stadio soprannominato de Kuip (La Vasca), che tanto ha amato sin da bambino.
I suoi amici l'hanno portato così al primo allenamento della stagione, a fine giugno, senza dirgli in anticipo cosa lo aspettasse. E' stata una grande sorpresa, che l'ha commosso. La folla ha cantato per l'ultima volta il suo nome, tra fumogeni verdi (i suoi preferiti) e un enorme striscione dedicato a lui.
Rooie ha incontrato i giocatori e lo staff tecnico della sua squadra del cuore e poi ha salutato commosso tutti i fan, riuscendo con le poche forze che gli restavano in corpo ad alzarsi in piedi per un ultimo applauso. E' mancato tre giorni più tardi.

Il video è stato girato su un telefono cellulare e dura più di 10 minuti. Ma guardatelo, ne vale la pena. Addio Rooie!

venerdì 21 settembre 2012

Svedesi accoltellati... dagli ultras!

 



"Tifosi svedesi accoltellati da ultras napoletani".
Embè, questa è la VERITA' propinata dai media di regime. Potrei dirvi che non c'è nulla di ultras in quei gesti, ma sareste in pochi a capire. Allora tenetevi la vostra verità: ultras napoletani accoltellano svedesi.

E' mai capitato un accoltellamento a Milano, in occasione di una partita di Inter o Milan? Si, due anni fa. 
Notizie al tg? Zero.
E' mai capitato un accoltellamento a Roma, in occasione di una partita di Lazio o Roma? Si. 
Notizie al tg? Una, il giorno dopo.
A Napoli diventa notizia. Da sparare in prima pagina o nelle breaking news, magari prima della tripletta di Vargas. Lo devono sapere tutti: a Napoli, quei bifolchi degli ultras lamano la gente. Quindi statevi a casa, non andate in trasferta a Napoli: rischiate di prendervi una coltellata, o il colera!
E tutti pronti a sputare merda sul movimento ultras partenopeo. Non vedono l'ora, lo so: la "Napoli bene", cioè quella che ci ha venduto ai politici di ogni risma, che fa accordi con la camorra per le loro aziende, che difende i cammorristi nelle aule di tribunali, che raccomanda i figli cocainomani, che osanna De Laurentis anche se fa o dice cagate spaventose, non si riconosce negli ultras partenopei.

Meno male. Avevo paura del contrario.
Saluti e baci.