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venerdì 11 aprile 2014

Madrid boccia il referendum catalano



Con 299 no, 47 si e un astenuto, il Parlamento spagnolo ha detto no al referendum indipendentista indetto unilateralmente dalla Generalitat della Catalogna e in programma il prossimo 9 novembre.

Nei giorni immediatamente precedenti, il premier spagnolo Rajoy aveva già fatto chiaramente capire quale sarebbe stato l’esito del voto del Parlamento di Madrid: “Catalunya libre” deve rimanere un semplice slogan e niente di più. “Non vi può essere nessun referendum indipendentista, ma solo una eventuale revisione della Costituzione”, ha dichiarato il premier di centrodestra, fingendo una apertura verso un blando autonomismo maggiormente accentuato rispetto a quello attuale.

Rajoy, però, non vuole sentire parallelismi con la Scozia, che tra qualche mese sarà chiamata ad un referendum indipendentista: “La Scozia ha presupposti storici o costituzionali molto diversi”. Beh, forse diversi dalla Catalogna, ma non molto diversi dai Paesi Baschi, verso i quali i governi spagnoli (compreso quello Rajoy) non hanno modificato di una virgola l’atteggiamento di contrasto totale ad ogni minimo spiraglio di libertà per Euskadi.
Il presidente catalano, Artur Mas, ha intanto fatto sapere che il referendum indipendentista del 9 novembre ci sarà comunque: “Andiamo avanti, il processo continua. Non ci può fermare la decisione del Parlamento spagnolo. Oggi si è perduta un’altra opportunità, l’ha persa il governo spagnolo. Non ci hanno voluto dare una mano, ma la nostra resterà tesa”. Inoltre, il presidente Mas ha anche lasciato trasparire l’ideale road map: chiudere l’attuale legislatura e indire elezioni anticipate, puntando su un consenso plebiscitario per i partiti indipendentisti catalani.

La battaglia pacifica, quindi, è al momento persa. Davanti agli indipendentisti catalani si aprono solo due strade, se si vuole vincere la guerra: o lavorare per un lento e faticoso cambiamento della Costituzione; o tenere comunque il referendum, vincerlo e mettere la Spagna davanti al dato di fatto che il popolo catalano vuole essere indipendente. Se davvero c’è supporto e adesione popolare alla causa indipendentista, si può riscontrare solo tramite un referendum partecipato e vincente. La via farraginosa e irta di ostacoli della revisione costituzionale difficilmente potrà condurre ai risultati sperati; molto più probabilmente spegnerà la fiamma indipendentista e, alla fine, rimarrà semplicemente un buco nell’acqua.
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giovedì 13 marzo 2014

Le Regioni vanno abolite. Ecco perché.



Quando nel 2001 il governo Amato – con una maggioranza risicata – cambiò il Titolo V della costituzione, il decentramento di molte competenze alle regioni fu salutato come l’inizio promettente di un modello federalista. Tredici anni dopo ogni euforia è scomparsa e si preme per rimettere mano al Titolo V.

Senza dubbio la materia decentrata con più efficacia in questi anni è stata la corruzione. Oggi le regioni traballano sotto una serie quasi infinita di scandali e una raffica di indagati. Nel corso degli anni e con competenze sempre maggiori si sono tramutate in una sorta di staterelli spesso megalomani: un quasi stato moltiplicato per venti. Hanno aperto decine di uffici di rappresentanza in tutto il mondo e accumulato debiti degni di quello dello stato centrale, complessivamente per 105 miliardi. Hanno aumentato il numero dei consiglieri e delle commissioni e praticato un fiume di assunzioni clientelari. Secondo un’indagine dell’economista Roberto Perotti solo i consigli regionali costano un miliardo di euro all’anno. Il record spetta alla regione autonoma della Sicilia con 156 milioni di euro: 1,7 milioni per ogni consigliere. In media, un consigliere in Italia costa duecentomila euro all’anno.
L’autonomia è diventata abuso con dimensioni mai viste: 520 consiglieri regionali sono coinvolti negli scandali di rimborsi illeciti o accusati di corruzione, peculato o truffa. L’ex presidente della regione Lazio Bruno Landi e l’ex vicepresidente della Liguria Nicolò Scialfa sono stati arrestati. Nel Lazio è venuto a galla un sistema di arricchimento metodico gestito da Franco Fiorito, Er Batman della Ciociaria, già condannato per aver intascato un milione di euro di fondi pubblici. Arrestato anche l’ex capogruppo dell’Italia dei valori Vincenzo Maruccio, che ha sottratto almeno un milione di euro al partito e ne ha persi centomila al videopoker. Ma non sembra cambiato nulla.

Poche settimane fa alla regione Lazio è bastato un solo emendamento per modificare il decreto Monti e reintrodurre i vitalizi per i consiglieri cinquantenni. Negli scandali sono coinvolti tutti i partiti, anche se quelli di destra fanno la parte del leone. In Lombardia sono sotto accusa 64 politici, alcuni arrestati per corruzione e collaborazione con la n’drangheta, mentre il plurindagato ex presidente Roberto Formigoni si è subito riciclato al senato. Indagato per false trasferte anche Roberto Cota, presidente uscente del Piemonte e leghista dalle promesse facili. Ultimo a sfracellarsi è stato il modello dolomitico della Südtiroler Volkspartei e degli autonomisti trentini, inciampati su uno scandalo di pensioni con anticipi milionari per i consiglieri regionali.

La lunga serie di processi imminenti farà ribollire la rabbia degli elettori disillusi, che ormai in massa disertano le urne. In Basilicata a novembre l’affluenza è stata del 47,6 per cento, calando per la prima volta sotto la soglia del 50 per cento. In Sardegna, a febbraio, Forza Italia ha ripresentato gran parte dei politici indagati, perdendo le elezioni. Non ha potuto ricandidarsi l’ex capogruppo Mario Diana, in carcere da novembre, definito dai magistrati “uomo dotato di notevole capacità a delinquere”. Ai domiciliari anche Carlo Sanjust. Secondo l’accusa ha pagato con i soldi del gruppo Pdl il lussuoso ricevimento delle sue nozze per 300 invitati. Che senza saperlo hanno assistito a un atto altamente simbolico: il costoso matrimonio tra autonomia e malversazione.

sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

sabato 1 marzo 2014

Come funziona il federalismo tedesco

La Repubblica Federale di Germania è costituita da 16 Länder (regioni) che hanno una propria Costituzione, un'ampia sovranità e molti diritti di autonomia. Come funziona questo federalismo?

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Le bandiere delle regioni della Germania


Quando e come nasce il federalismo tedesco?
La Germania è stata fondata nel 1871. Per convincere gli stati autonomi - la Prussia, la Baviera, la Sassonia e molti altri - che dovevano farne parte fu necessario lasciare loro molte funzioni amministrative con una notevole influenza sulla politica nazionale. Questo ordinamento federale della Germania è stato interrotto solo dallo stato rigidamente centralista dei nazionalsocialisti tra il 1933 e il 1945. 

I 16 Länder nella loro forma attuale sono stati fondati per lo più dopo il 1945 tenendo in parte conto delle vecchie affinità di popolazioni e dei confini storici. Prima della riunificazione dei due stati tedeschi nel 1990, la DDR (l'ex-Germania dell'est) era formata da 5 regioni, la Repubblica Federale (la Germania dell'ovest) aveva 10 regioni. Berlino (oggi la sedicesima regione) era spaccata in due tra Berlino-est eBerlino-ovest. 

L'obiettivo dichiarato del federalismo tedesco è garantire sia l'unità verso l'esterno che il rispetto e il mantenimento delle diversità regionali.

Le 16 regioni della Germania
foto: Bundesrat


Le regioni più forti devono aiutare quelle più deboli
I 16 Länder sono molto diversi tra di loro, per quanto riguarda superficie, numero di abitanti, risorse economiche e geografiche. Ci sono delle regioni economicamente più forti e ricche rispetto ad altre, in alcune regioni la disoccupazione è bassa, in altre è altissima, una crisi in un settore industriale può colpire duramente una regione, ma non le altre. 

Tutto questo crea squilibri tra le regioni e può influenzare il livello di vita dei loro abitanti. La costituzione della Germania dice esplicitamente che il Governo nazionale deve garantire l'omogeneizzazione delle condizioni di vita nelle varie parti della Germania. Per questo, ogni anno, secondo una chiave di distribuzione prestabilita (ma piuttosto complicata), le regioni più ricche devono aiutare economicamente quelle più deboli. Il federalismo non può vivere senza la solidarietà e questo è uno dei motivi per cui il federalismo in Germania funziona piuttosto bene ed è accettato da tutti.

Le 16 regioni in dettaglio
StemmaRegioneCapoluogoAbitantiSuperficie
(km2)
PIL / abitante (€)
Nordrhein-WestfalenDüsseldorf17.850.00034.09031.890
BayernMünchen12.540.0070.55035.550
Baden-WürttembergStuttgart10.750.0035.75034.940
NiedersachsenHannover7.920.0047.61028.310
HessenWiesbaden6.070.0021.12037.620
SachsenDresden4.150.0018.42022.970
Rheinland-PfalzMainz4.000.0019.85028.310
Berlin-3.460.0089029.150
Schleswig-HolsteinKiel2.830.0015.80025.970
BrandenburgPotsdam2.500.0029.48022.050
Sachsen-AnhaltMagdeburg2.340.0020.45022.340
ThüringenErfurt2.240.0016.17021.610
Hamburg-1.790.0076052.730
Mecklenburg-VorpommernSchwerin1.640.0023.19021.360
SaarlandSaarbrücken1.020.002.57030.060
Bremen-660.0042042.510


Quali sono i diritti di autonomia delle regioni?
Ogni regione ha il diritto di darsi una propria Costituzione, ha un proprio governo, un parlamento eletto ogni 4 o 5 anni, un Presidente del Consiglio, dei ministri e ministeri. Il parlamento può emanare delle leggi regionali e dei decreti. La Costituzione regionale e le leggi non possono però in nessun caso essere in contrasto con leggi nazionali. Spesso le leggi nazionali determinano una cornice unitaria, all'interno della quale le regioni stabiliscono le regole che ritengono giuste.

Le autonomie riguardano soprattutto:
  • la scuola, le università, la cultura
  • la polizia
  • la tutela del paesaggio e della natura
  • la legislazione che riguarda i comuni
  • una parte del diritto tributario
  • legislazione (in collaborazione con lo stato) in molti campi
  • quasi tutto il lavoro di amministrazione interna
In molti campi, p.e. nell'economia, lo stato e le regioni agiscono insieme in propri spazi predefiniti. In sostanza, solo gli affari esteri, una parte del diritto tributario, il settore valutario e monetario, il traffico aereo, la dogana e le forze armate sono di esclusiva competenza e amministrazione dello stato. Tutti i tribunali, con eccezione della Corte Costituzionale e delle Corti superiori, sono di competenza dei Länder. Per garantire, nonostante tutte le diversità, una certa omogeneità indispensabile, p.e. nel settore scolastico o anche in altri campi, i Länder fanno degli accordi tra di loro che, una volta approvati, sono vincolanti per tutti.

Dove vanno le tasse?
Le tasse che il cittadino paga sono suddivise in quattro categorie:
  • quelle che vanno allo stato,
  • quelle che vanno alle regioni,
  • quelle che vanno ai Comuni,
  • e quelle che vengono distribuite in vari modi tra queste tre entità federali.
Per tutti vale il principio: chi incassa, gestisce anche le spese, nella misura e nella maniera in cui le leggi (regionali e nazionali) lo permettono.

L'importanza dei Comuni
Anche i Comuni hanno dei propri spazi autonomi. La Costituzione della Germania garantisce espressamente l'autonomia amministrativa delle città. Il diritto comunale è di competenza dei Länder; le costituzioni comunali (p.e. anche il sistema elettorale) presentano grosse differenze tra una regione e l'altra, dovute anche a motivi storici. 

Lo spazio autonomo dei comuni riguarda soprattutto:
  • il traffico locale,
  • la costruzione di strade
  • il rifornimento di elettricità, luce, gas, etc.
  • l'urbanistica
  • la possibilità (regolata da leggi regionali) di applicare delle tasse e imposte proprie
  • costruzione e manutenzione di scuole ed ospedali, teatri, musei e campi sportivi
  • l'istruzione per adulti e l'assistenza ai giovani
Anche se i comuni possono applicare delle tasse e imposte proprie, la gestione dei compiti sopraindicati supera molto spesso le possibilità economiche dei comuni. Per questo, i comuni possono chiedere aiuti al distretto, l'entità territoriale successiva, alla regione o, in casi perticolari, anche allo stato.

Una seduta plenaria del Bundesrat, la camera delle regioni
foto: Bundesrat

Il "Bundesrat": lo strumento più importante dei Länder
Il "Bundesrat", la seconda camera del Parlamento, è una rappresentanza delle regioni. Questa camera ha69 membri che non sono eletti direttamente dal popolo, ma sono delegati dai governi delle regioni. Il numero di delegati di ogni regione dipende dalla sua grandezza, ma non in modo proporziionale: la regioneBrema con ca. 660.000 abitanti ha 3 membri, la Regione di Nordreno-Vestfalia con quasi 18 milioni di abitanti ne ha 6. Il Bundesrat deve essere coinvolto nella legislazione in tutti i casi in cui una legge tocca gli interessi regionali (cioè nella maggioranza dei casi). Una tale legge passa solo se viene approvata non solo dalla prima camera, il "Bundestag", ma anche dal "Bundesrat". In questo modo, le regioni hanno una notevole influenza sugli affari dello stato.
Nelle votazioni del Bundesrat, l'interesse dei Länder prevale spesso sugli interessi di partito, né i partiti di Governo, né quelli di opposizione (nella prima camera nazionale) possono essere sicuri che un Governo regionale formato dallo stesso partito ne segua tutte le direttive. Succede spesso che le alleanze del Bundesrat cambino a seconda dell'interesse regionale toccato.
Dato che un cambiamento nel Governo di una regione cambia automaticamente la sua rappresentanza nel Bundesrat può succedere che il partito di maggioranza nella prima camera vada in minoranza nella seconda camera (o viceversa). Ma questo non significa impossibilità di governare: le regioni sono molto orgogliose delle loro autonomie e l'esito di una votazione nel Bundesrat è spesso meno scontato di uno nella prima camera, nel "Bundestag".
Il Presidente del Bundesrat è per legge il Vicepresidente della Repubblica Federale. Dato che il Presidente del Bundesrat cambia, secondo un turno prestabilito, ogni anno, anche alle regioni più piccole tocca regolarmente questo incarico molto importante dello stato federale.

Tratto da Viaggio in Germania
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lunedì 3 febbraio 2014

Marinaleda, la città fuori dal Sistema

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Marinaleda è un comune andaluso di quasi 3.000 abitanti, non troppo distante da Siviglia. Il suo sindaco, Juan Manuel Sánchez Gordillo, è un militante del movimento nazionalista indipendentista andaluso, il CUT-BAI (Colectivo de Unidad de los Trabajadores - Bloque Andaluz de Izquierdas). Gordillo ha avuto un'idea geniale: alla luce della volontà di autogoverno degli andalusi e di contestuale stralcio dei vincoli centralisti che il governo di Madrid impone (per cercare di tenere unita la Spagna, percorsa da moti e movimenti autonomisti e indipendentisti in ogni angolo), il sindaco ha espropriato le terre, che sono passate al Comune; ha organizzato un  bando per assegnare le terre confiscate a coloro che si impegnavano a autocostruirsi la casa; ha chiesto in cambio un canone mensile minimo, che al momento si aggira intorno alle 2.550 pesetas al mese (all'incirca 15 euro mensili).
Inutile dire che l'iniziativa ha avuto un successo incredibile, prendendo la ribalta dell'informazione spagnola e mondiale, con grave aumento di bile per il Governo centrale, che per l'ennesima volta ha avuto la dimostrazione di cosa sia capace una comunità unita e autonoma. Questo ennesimo schiaffo al centralismo spagnolo è fondato su pochi, semplici principi: il terreno viene ceduto gratuitamente dal Comune all'autocostruttore; l'acquisto dei materiali da costruzione è agevolato da una convenzione con il governo regionale andaluso ed il cosiddetto P.E.R. (Plan de Empleo Rural); alcuni operai edili, disposti a seguire i cantieri, si mettono a disposizione gratuitamente; il progetto della casa, redatto da architetti, è gratuito; gli autocostruttori stabiliscono la quota mensile da pagare per divenire proprietari della casa che stanno edificando riunendosi in assemblea. Ad oggi sono quasi 400 le case costruite con questo sistema. Sono in genere trilocali con bagno, dotati di un giardino o patio di circa 100 mq. 

Questo modello di edilizia sociale, oltre ad essere affascinante, è soprattutto efficace e conveniente: permette a chiunque di poter realizzare il sogno di costruirsi da solo una casa, senza entrare nei gangli della speculazione edilizia e dello strozzinaggio mediante mutuo. Il comune di Marinaleda non è nuovo a iniziative di questo tipo. Qualche anno fa divenne un punto di riferimento sia per i movimenti politici di sinistra, sia per quelli autonomisti e indipendentisti, grazie alla propria originale organizzazione economica e sociale: i cittadini sono quasi tutti impiegati nella cooperativa Humar; la loro paga è, indipendentemente dalle mansioni, 47 ore al giorno; lavorano sei giorni a settimana, per 35 ore settimanale; lo stipendio mensile, quindi, supera di poco i 1.100 euro.

Marinaleda, chiamata anche "Città dell'Utopia", è la dimostrazione reale di quanto non solo sia possibile, ma addirittura sia preferibile, vivere fuori dal Sistema capitalistico, fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sul dominio dell'economia e della finanza. Quando una comunità, soprattutto se di piccole dimensioni, si organizza in maniera libera e autonoma dal potere centrale e centralista dello Stato unitario (in questo caso, la Spagna), riesce a raggiungere un livello altissimo di qualità della vita. Per tutti e per ciascuno.

martedì 28 gennaio 2014

2014, l'anno dei referendum indipendentisti

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Per il mondo indipendentista e identitario, il 2014 sarà un anno fondamentale. I referendum sull’indipendenza della Scozia e della Catalunya rappresentano un evento importantissimo, perché si vede all’orizzonte la possibilità per i Popoli di sottrarsi al giogo degli Stati Nazionali, di derivazione giacobina, per via referendaria.

Il risultato, in entrambi i casi, sarà molto probabilmente negativo, ma non è questo il tema che ci interessa sottolineare. Va invece evidenziata la straordinaria partecipazione di popolo che questi due eventi necessariamente realizzeranno: non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che, nei prossimi mesi, non si interrogherà sugli aspetti positivi e negativi di una eventuale indipendenza; non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che non riscoprirà pagine della propria storia popolare volutamente dimenticate o omesse dagli Stati Nazionali in cui sono costretti a vivere, a lavorare, a pagare le tasse, a crescere i figli. Torneranno in auge canzoni e figure, tra lo storico e il leggendario, che solo la cultura popolare più antica e radicata ha permesso che non si smarrissero nel magma indistinto della globalizzazione europea e mondiale.

Va, però, precisato che i motivi alla base dei due referendum sono leggermente diversi: mentre per la Scozia c’è una questione storica, politica e culturale preminente, per la Catalunya (regione ricca e avanzata) il movente è soprattutto, ma non solo, economico. Il primo referendum indipendentista si terrà in Scozia, il 18 settembre. Gli scozzesi saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito “Dovrebbe la Scozia essere uno Stato indipendente?”. Bisogna subito notare l’uso del condizionale “dovrebbe” invece dell’indicativo “deve”: l’accordo tra Alex Salmond, Presidente del governo scozzese e leader dello Scottish National Party, e David Cameron, premier inglese conservatore, sancisce che il referendum non avrà effetti immediatamente vincolanti, perché bisognerà ridiscutere temi quali la solidità economica della Scozia, la difesa dello Stato, i rapporti con il Regno Unito e l'adesione a Unione Europea, NATO e altre organizzazioni sovranazionali.

E’ chiaro, però, che una vittoria del SI obbligherebbe Cameron, l’Inghilterra e il Regno Unito a scendere a patti con la Scozia, anche per scongiurare un nuovo “rischio Irlanda”. I sondaggi dicono che la maggioranza degli scozzesi è contraria all’indipendenza, però il fronte del SI cresce col passare dei mesi. La campagna mediatica ha ridato vigore alle tradizioni e alla cultura popolare degli scozzesi, dunque alla loro identità, e in tantissimi hanno cambiato idea, sposando l’idea indipendentista dopo un primo freddo NO.

In Catalunya, invece, si terrà il secondo fondamentale referendum indipendentista del 2014. Il 9 novembre i catalani saranno chiamati a rispondere ad un singolare quesito referendario diviso in due parti: "Volete voi che la Catalogna sia uno Stato?"; in caso di risposta affermativa, “Volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?". Tale formula rappresenta il miglior compromesso possibile raggiunto dalle due anime dell’indipendentismo catalano: quella moderata della CiU, favorevoli alla nascita della Stato Catalano ma possibilisti sulla possibilità di rimanere all’interno di una sorta di “Federazione Spagnola”; quella rivoluzionaria della sinistra repubblicana, l’ERC, che invece spinge sulla necessita per la Catalunya di diventare uno stato indipendente dalla Spagna.

Si è rischiato il naufragio, poi fortunatamente le due anime dell’indipendentismo catalano hanno trovato un accordo, anteponendo l’interesse comune al piccolo tornaconto di bottega. Che sia di auspicio e di esempio anche per gli altri indipendentismi europei, al loro interno spesso divisi perché incapaci di vedere che le cose che li uniscono sono molto di più di quelle che li dividono?
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giovedì 19 settembre 2013

Perchè mi sono nuovamente iscritto a Insorgenza Civile



Oggi ho incontrato Nando Dicè, il presidente del Movimento di Insorgenza Civile. Un movimento meridionalista identitario, antiliberista e anticapitalista, a cui sono stato iscritto anni fa. Avevo, poi, deciso di non rinnovare la tessera, consapevole dell'impossibilità di avere tempo da dedicare alla causa del SUD e anche alle lotte territoriali (scuola, trasporti, ambiente, lavoro, rifiuti, ecc...) della città in cui mi trovo a vivere dal 2007, cioè Roma.
Negli ultimi mesi, però, ho riflettuto molto sulla possibilità e sulla necessità di dedicare alla causa del Popolo Napolitano, ovunque esso sia disperso da decenni di emigrazione, e della Terra Napolitana, quella splendida terra che sta a SUD del Reatino e del Tronto. Davvero non riuscivo a trovare un minuto al giorno, un'ora alla settimana, da dedicare a questa causa? 
Allora ho ricontattato Nando, spiegandogli che volevo ricominciare a mettermi a disposizione di Insorgenza e volevo anche lavorare per i tantissimi napolitani che vivono a Roma e che hanno gli stessi problemi dei cittadini del Sud. Si, perchè Roma è ormai una città del Sud: per composizione "etnica", per le problematiche che vive, per il razzismo che subisce dal nord. Volevo lavorare per creare una realtà politicamente e culturalmente attiva, in maniera democratica e orizzontale.
I mesi son passati e la relazione con Nando, con Insorgenza e col mondo del meridionalismo (sostantivo che non mi piace, ma che utilizzo per ragioni di semplicità e chiarezza), si è fatta man mano più forte. Cresceva anche il convincimento che, se davvero vuoi dedicare tempo a qualcosa, deve essere qualcosa di bello, di importante, di altissimo valore ideale. Fino ad oggi, quando ho ufficializzato il mio nuovo tesseramento.
Ora devo, ora voglio lavorare per creare una Delegazione Insorgente a Roma, un nucleo di militanti che vogliono dedicare qualche scampolo di tempo ad una lotta politico-culturale durissima e faticosissima.

Ma per cosa siamo nati, se non per lottare per la Giustizia e la Libertà?