Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post

sabato 21 giugno 2014

100 regole per il militante comunista



Vi posto un interessante documento, tratto dalla pagina facebook dei Maestri del Socialismo, in cui vengono elencate poco più di cento regole atte a forgiare e indirizzare il militante comunista.
Come si vedrà, sono regole semplici eppur fondamentali per chi decide di dedicare la propria vita alla lotta, al cambiamento sociale, alla libertà e all'eguaglianza nella solidarietà.

Quello che segue è una piccola dispensa di formazione con più di 100 idee che permetteranno di sviluppare la militanza di ogni sincero comunista al servizio dell'organizzazione proletaria rivoluzionaria. Scritti dalla UJCE (Unione delle Gioventù Comuniste di Spagna) e denominate "La cassetta degli attrezzi" quelli che seguono sono concetti utilissimi per servire da consigli - o semplici riflessioni - riguardo le modalità più adeguate di praticare una militanza quotidiana, così come di avere una buona cultura politica di base. Si ringrazia il compagno Francesco Delledonne, coordinatore dei Giovani Comunisti di Milano, per la traduzione (dal sito http://archivo.juventudes.org/) e diffusione.

IL CONCETTO DI ORGANIZZAZIONE
1. Organizzarsi è distribuire incarichi e mettersi al lavoro.
2. La nostra cultura è metodo di lavoro, metodo di organizzazione, metodo di intervento politico.
3. Tutti abbiamo un incarico di cui rendere conto.
4. In una organizzazione marxista-leninista non c'è distinzione dirigenza-base. Dal momento in cui assumi un incarico di cui rendere conto, fai già parte della dirigenza a un certo livello.
5. L'organizzazione non è un ente astratto, sono tutti e ciascuno dei suoi militanti. È una unità superiore alla somma delle parti, perché i militanti sono uniti da un progetto, da una strategia, una cultura e un metodo.
6. Il lavoro fondamentale dell'organizzazione politica è verso l'esterno, verso la società. Verso l'interno rimane solo il mantenimento e l'estensione dell'apparato e la formazione dei quadri.

LA MILITANZA E I QUADRI
7. Un quadro è uno che sa agire in qualsiasi circostanza e situazione all'interno della linea politica dell'organizzazione.
8. Un quadro non è un robot che fa quello che gli si ordina, né un pappagallo che ripete indicazioni lette nei libri o sentite da qualche parte. Un quadro non è un "monaco soldato" che combatte e indottrina.
9. Un quadro analizza la realtà che lo circonda a tutti i livelli, organizza le persone intorno a problemi e interessi concreti, cercando sempre soluzioni collettive, agisce per legarsi alle persone verso cui si dirige, non solo ai comunisti.
10. Ogni militante passa, inevitabilmente, attraverso varie crisi nella sua militanza. La prima di questa è la "crisi del primo anno (approssimatamente)", nella quale il militante inizia a rendersi conto del senso di ciò che sta facendo come militante comunista, al di là delle simpatie e dei desideri astratti di "fare delle cose". Solitamente si verifica la prima volta in cui dà la priorità al collettivo rispetto a qualcosa di personale.
11. La "sindrome della prima difficoltà", che non ha a che vedere con la "crisi del primo anno", si ha quando il militante si trova di fronte per la prima volta un compito importante e fallisce. Quindi si aprono diversi cammini: rinunciare, andare alla ricerca di responsabili [...] o analizzare gli errori commessi e impegnarsi a superarli individualmente e collettivamente. Quest'ultima opzione è quella che ci converte in quadri. Arricchirà l'organizzazione e ci arricchirà come persone.
12. La "sindrome dell'ultima tappa" si ha quando un militante ha esaurito un ciclo nell'organizzazione (che sia a livello di collettivo, regionale o centrale) e non vuole ammetterlo. Quando un militante esaurisce un ciclo e non è in grado di riconoscerlo, si converte in un problema. In questa sindrome operano difetti concreti come l'individualismo, il ritenersi indispensabile, il disprezzo e la sottovalutazione verso i nuovi quadri, credere che l'organizzazione sia di propria proprietà, ecc.



13. La versione più grave della "sindrome dell'ultima tappa" si ha quando il militante deve lasciare l'organizzazione. A quel punto si manifesta come un acuto sentimento di credersi insostituibile o come una paranoia perfezionista che pretende di risolvere assolutamente tutti i problemi prima di lasciare l'organizzazione.
14. Quando militi in una organizzazione-scuola, gli sbagli, gli errori, sono inevitabili e necessari se vogliamo imparare qualcosa.
15. Ogni militante, non importa la sua esperienza, la sua formazione o la sua convinzione, è pieno di pregiudizi, di valori e di comportamenti propri dell'ideologia dominante.
16. Se con l'essere un militante comunista uno fosse già libero dai pregiudizi, se il lavoro militante fosse facile, se il rapporto fra rivoluzionari fosse semplice, la rivoluzione sarebbe già stata fatta da parecchi anni.
17. Il lavoro dei comunisti è sistematizzare, dare un senso all'interno di una strategia generale a tutte le lotte parziali, tutti i mezzi di lotta all'interno di una strategia generale, orientando tutto verso obiettivi concreti, all'interno di una fase concreta della rivoluzione.
18. Il legame del militante all'organizzazione è politico, non emotivo/emozionale.
19. È imprescindibile saper separare il personale dal politico.
20. L'organizzazione non esiste per cercare amicizie e relazioni amorose, anche se può succedere.
21. Un comunista non è mai solo: ha, da un lato, la solidarietà incrollabile dei suoi compagni; dall'altro, si lega ad ampi settori ed è un referente nel suo campo d'azione.
22. La pazienza è la virtù più grande del rivoluzionario.
23. La nostra cultura militante, il nostro concetto di militanza è quello dello sforzo e della responsabilità, non del sacrificio e della colpa.
24. Il sacrificio e la colpa sono valori cristiani. La militanza esige sforzi grandi e piccoli però, soprattutto, costanti e quotidiani.
25. Concepire la militanza come sacrificio presuppone concepire la lotta a partire dalla privazione, dalla costrizione, dal contenimento.
26. La Rivoluzione non è privazione, è creazione. Per questo noi "non renunciamo né alla Rivoluzione né all'allegria".
27. "L'allegria di fronte agli oppressori è la vittoria della resistenza". (Che Guevara)
28. La colpevolezza implica castigo, penitenza. La responsabilità collettiva implica solidarietà, autocritica, disciplina consapevole e miglioramento di sé.
29. Essere direzione, essere dirigente, vuol dire essere responsabile, dal momento in cui ci si assume un incarico al momento in cui si rende conto di esso.

LO STILE DI LAVORO NEI FRONTI DI LOTTA
30. La militanza nella Gioventù Comunista non è nulla se non è accompagnata da lavoro di massa, da lavoro nei fronti di lotta.
31. Il lavoro dei comunisti è aprire fronti di massa all'interno della loro strategia.
32. Mettere le masse nell'organizzazione politica a discapito dei fronti è eurocomunismo.
33. Quando il partito può tutto e le masse solamente osservano e delegano, è eurocomunismo.
34. Mai si è costruita una avanguardia o si è conquistata egemonia vincendo una votazione congiunturale.
35. Non confondere l'avanguardia con l'andare da soli. L'avanguardia non è andare da soli, è andare avanti "con gli altri".
36. Il carattere di avanguardia si può conquistare e si può perdere, si può condividere o no, ma mai viene attribuito a tavolino.
37. Non confondere l'egemonia con l'egemonismo. Cercare la maggioranza aritmetica è egemonismo. Egemonia è unire un'ampia alleanza intorno alle proprie proposte, ai propri principi, ai propri valori, attraverso l'esperienza e la pratica.
38. Non confondere la firmezza negli obiettivi (strategia) con il massimalismo. Massimalismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere "tutto o niente, adesso o mai più... e se si è da soli, meglio."
39. Non confondere la flessibilità nelle "forme" (tattica) con il possibilismo. Possibilismo significa che in ogni situazione politica si cerca di ottenere tutto il possibile senza cambiare i rapporti di forza e perciò rendendo impossibile il cambiamento reale.
40. Essere minoranza in un movimento però rispettare gli accordi senza rompere con il movimento permette di ottenere il rispetto e la fiducia di TUTTO il movimento.
41. Le manifestazioni non appartengono a delle sigle né a chi le convoca, appartengono a ogni persona che faccia proprie le parole d'ordine che muovono la manifestazione, che faccia propria questa lotta.
42. Uno slogan non ha l'obiettivo di dimostrare quanto siamo "rossi", ma deve dimostrare che i problemi hanno una soluzione, che è possibile organizzarsi, combattere e vincere.
43. Gli slogan "comunisti" nelle manifestazioni sono solo validi nelle manifestazioni di soli comunisti.
44. Le manifestazioni di soli comunisti sono i congressi, le conferenze e la Festa del Partito.
45. Se il settarismo è mettere se stessi davanti agli interessi del movimento, [...] non c'è nulla di più settario del credere che l'organizzazione basti per se stessa per fare la rivoluzione.
46. Una manifestazione organizzata con altre persone si fa con delle parole d'ordine unitarie che vanno rispettate.
47. L'organizzazione subisce gli effetti dei cicli di mobilitazione e di conflitto sociale in grado più o meno forte in funzione della sua solidità organica, ideologica e politica.
48. Nei momenti critici di una mobilitazione, se l'organizzazione è orientata verso l'esterno si espande, cresce e incrementa notevolmente la sua militanza, rendendo il lavoro politico appassionante, creativo e vigoroso.
49. Quando si esaurisce il ciclo, i militanti occasionali si allontanano e il lavoro si fa più mediocre e pesante.
50. In momenti di calma, l'organizzazione si restringe, ma bisogna evitare che si ripieghi su se stessa. Ogni conflitto interno implica la ritirata.
51. I momenti di calma sono propizi per il lavoro di lungo termine: la stabilizzazione dei fronti di massa nati nel calore della mobilitazione, la formazione dei militanti perché il minor numero possibile se ne vada a casa, il rafforzamento dell'organizzazione. Sono periodi di accumulazione, di crescita lenta.
52. Nei momenti di calma, bisogna stabilizzare i fronti di lotta creati nel calore della mobilitazione, stabilizzare le alleanza e formare i quadri.
53. Se l'organizzazione si riduce nei momenti di calma è perché è debole, non [per forza] a causa di una direzione sbagliata.
54. Se i quadri abbandonano l'organizzazione durante i cicli di mobilitazione, questo indica una debolezza ideologica dell'organizzazione.
55. Se la propaganda piace solo ai militanti, vuol dire che è fatta male.
56. La propaganda deve convincere quelli non convinti, non riaffermare costantemente a quelli già convinti.

L'ORTODOSSIA: QUESTA GRANDE SCONOSCIUTA
57. Il marxismo non è un libro di ricette, è il metodo di analisi.
58. Il leninismo non è un libro di citazioni, è il metodo di lavoro esterno e interno.
59. La formazione è essenziale, però un'organizzazione incentrata nella formazione diventa un gruppo di studio.
60. Organizzazione-scuola significa apprendere lottando, non essere una scuola nel senso accademico.
61. Nessuno entra nella Gioventù Comunista essendo già marxista o comunista. Chi crede questo, si sbaglia.
62. Le competizioni fra chi è più di sinistra, più leninista o più ortodosso, sono infantili e nascondono sempre un'attitudine leggera nei confronti del lavoro politico.
63. La ortodossia nel marxismo, come diceva Lukács, è circoscritta a questioni di metodo.
64. La politica non è folklore.
65. Il folkore è per i bar.
66. L'ortodossia non è il folklore.
67. L'ortodossia, nel senso buono del termine, è il metodo di analisi, il metodo di intervento politico, lo stile di lavoro.

SU DINAMICHE E GRUPPI DI LAVORO: CRITICA, AUTOCRITICA, FIDUCIA
68. Al principio marxista della critica spietata si deve aggiungere il principio leninista della fiducia incrollabile fra rivoluzionari.
69. I gruppi di direzione sviluppano le decisioni degli organismi di direzione a cui devono rendere conto, e assumono decisioni all'interno della linea politica dei congressi, delle conferenze e di questi.
70. Nessuna critica è legittima se non è accompagnata da soluzioni, lavoro e corresponsabilità.
71. Le differenze non generano inevitabilmente mancanze di fiducia.
72. Qualsiasi sfiducia, per piccola che sia, ben alimentata può portare a una scissione.
73. La maggior parte delle differenze e dei problemi interni hanno un'origine personale o giungono al punto di rottura quando si introduce l'elemento personale, la mancanza di fiducia.
74. Le differenze gravi sono di tipo politico, in particolare politico-ideologico e politico-strategico. Queste possono convertirsi facilmente in scontri, il resto no.
75. La sfiducia e le differenze personali tendono sempre a nascondersi dietro a differenze politiche gravi. Nella maggior parte dei casi la differenza politica è insignificante, ma la sfiducia la alimenta interessatamente.
76. Per superare una mancanza di fiducia, sono imprescindibili la sincerità e la responsabilità.
77. Un gruppo di lavoro si basa sulla fiducia reciproca. Senza di essa, diventa un CDA aziendale.
78. Il metodo di lavoro di un gruppo dirigente comunista è la fiducia, la corresponsabilità, la responsabilità individuale, la direzione collettiva, la solidarietà. Il metodo di lavoro in un gruppo dirigente di un'impresa è la mezza verità, la bella mostra personale, la competizione.
79. In un gruppo dirigente comunista, i quadri fanno il proprio lavoro e contribuiscono perché gli altri lo facciano per il bene dell'organizzazione. in un gruppo dirigente di un'impresa, i quadri fanno il proprio lavoro e si intromettono e criticano quello degli altri per interessi personali e di gruppo.
80. Di fronte a un errore collettivo, non si può dire "io ho fatto la mia parte, non ho colpa". Questo è individualismo.
81. Nel lavoro politico non c'è angoscia, c'è tensione.
82. La tensione aiuta il lavoro.
83. La tensione che non aiuta il lavoro è angoscia.

IL RAPPORTO DIREZIONE-BASE
84. Dirigere è gestire le contraddizioni: evitare che diventino conflittuali e trasformarle in complementari.
85. Ogni ricerca di punti di rottura nel seno dell'organizzazione, ogni atteggiamento che acutizza un confronto è una grave irresponsabilità.
86. Le direzioni in senso lato (tutti i quadri, tutti quelli con responsabilità, tutti i militanti) devono gestire le contraddizioni interne per neutralizzarle e superarle, non per alimentarle. Ognuno deve fare la propria parte.
87. La dinamica di costante discussione e dibattito negli organismi senza divisione di lavoro concreto è parlamentarismo.
88. La dinamica di critica costante, senza fornire soluzioni, è un tipo specifico di dinamica parlamentarista, il tipo di dinamica "governo-opposizione".
89. La dinamica interna "governo-opposizione" si nasconde sempre in un divorzio fra direzione e base.
90. La dinamica interna "governo-opposizione" distrugge il senso collettivo del lavoro e la corresponsabilità. Pone le basi per la frattura dell'organizzazione, anche se questo non è il suo obiettivo. È incompatibile con un'organizzazione centralista democratica, marxista-leninista.
91. Rompere le dinamiche parlamentariste non significa escludere la critica o le opinioni divergenti, ma renderle compartecipi del lavoro collettivo.
92. Quando una direzione si distacca dai collettivi, bisogna riconnetterla.
93. Le direzioni non sono infallibili, né tantomeno i compagni con responsabilità, se si sbagliano bisogna aiutare.
94. La direzione è collettiva, la responsabilità è individuale. Questo significa che gli incarichi concreti possono fallire individualmente, ma se l'organizzazione nel suo insieme va male, il problema è collettivo, politico.
95. Considerare un problema dell'organizzazione e quindi collettivo, politico, come una responsabilità o "colpa" esclusiva "della direzione" è fuori da una concezione collettiva dell'organizzazione. A meno che ci siano differenze politiche gravi (ideologiche e/o strategiche) nel qual caso l'organizzazione affronta una crisi.
96. Le contraddizioni interne si superano con lavoro, lavoro e ancora lavoro.
97. I metodi e il lavoro politico superano i problemi, i metodi amministrativi li nascondono.

IL VELENO O LA SEMINA DELLA SFIDUCIA
98. Osservato costantemente per mezzo di un microscopio, il lavoro di nessuno è molto brillante.
99. Nelle questioni politiche, ci si deve fidare prima di un compagno che di qualsiasi altro.
100. Mai parlare pubblicamente male di un compagno.
101. Quando c'è un qualunque tipo di problema con un compagno, bisogna parlarne direttamente con questa persona prima che con qualiasi altro.
102. I commenti che seguono a espressioni come "io non voglio dire nulla, però..." o "io non so nulla, però..." o "io non interferisco, però...", sono veleno.
103. Avvelenare, intossicare significa generare un clima di sfiducia verso i responsabili da parte degli irresponsabili.
104. Una volta immesso il veleno nell'organismo, intossicata l'organizzazione, nessuno può controllarlo. Solo fra tutti, collettivamente, si può trovare la cura, la disintossicazione.
105. Le verità responsabili, che aiutano l'organizzazione per quanto dure che siano, si dicono in faccia, i veleni invece vengono detti a lato o alle spalle.

LO STILE DI LAVORO INTERNO
106. La direzione collettiva implica che i successi e gli errori sono collettivi: di fronte ad un errore, tutti devono partecipare alla soluzione.
107. La piena fiducia interna è sintomo inequivocabile di solidità organica e ideologica.
108. Le decisioni degli organi di direzione sono pubbliche, i dibattiti no.
109. Votare negativamente a un rapporto autocritico è linciaggio personale o disfattismo.
110. Votare negativamente o astenersi su una proposta che comprende se stesso è ipocrita.
111. I dibattiti sul metodo diventano burocratici quando si antepone la forma al contenuto in decisioni che non sono contrarie agli statuti o che non sono fuori dalla politica dell'organizzazione.
112. Il centralismo democratico non implica che l'organismo centrale faccia tutto, ma che tutte le strutture unifichino i propri sforzi, le proprie politiche, le proprie risorse.
113. Gli organi di direzione centrali lo sono di tutta l'organizzazione e dirigono la politica di tutte le strutture dell'organizzazione.
114. Un responsabile politico è un direttore d'orchestra, non un uomo-orchestra.
115. I responsabili, ad ogni livello, con qualsiasi incarico, aiutano il lavoro, non fanno tutto il lavoro.
116. Non ci si occupa di nessun problema se non c'è la volontà di trovare soluzioni.
__________________________________

martedì 17 giugno 2014

Un quattordicenne mette a posto Forza Nuova


Due spine che si incrociano non generano corrente. Due maschi o due femmine funzionano alla stessa maniera. Con questa immagine, banale e semplicistica, il movimento di estrema destra italiano Forza Nuova, "gemellato" per sua stessa ammissione coi nazisti greci di Alba Dorata, intende rendere palese le proprie posizioni sui temi dell'omosessualità, della famiglia, dei matrimoni gay e delle adozioni.
Un ragazzo di quattordici anni prende questa immagine e la posta sul proprio profilo facebook, commentando il tutto con un chiaro "che schifo".
Ne nasce una discussione tra coetanei... e sopra potete leggere il post di Matteo.
Quel post andrebbe fatto leggere in tutte le scuole di questa sottospecie di nazione; andrebbe spedito agli assessori di ogni comune, provincia e regione; dovrebbe essere incorniciato nella stanza del Ministro alle Politiche Sociali e alla Famiglia.

Io non ho altro da aggiungere. Lì c'è tutto.
Tutto.
____________________________

domenica 11 maggio 2014

Noi siamo stati, siamo e saremo sempre TEPPA.



Valerio Marchi (1955 - 2006) era un sociologo, uno studioso di società e comunità, specie giovanili. Anzi no, era un ultras romanista. Ma che dico, era uno skinhead: uno di quei "teppisti con la testa rasata", come sono soliti dire i benpensanti.
Valerio Marchi era tutto questo, e anche di più. In giorni in cui si parla, a vanvera e con malafede, di curve, e ultras, di Genny 'a carogna e del calcio moderno, di camorra e delinquenza, di violenza da stadio e non solo, la voce di Valerio Marchi manca sempre di più.
Proprio per questo sono felice che la Red Star Press abbia rieditato "Teppa. Storia del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri.", con una prefazione di Wu Ming 5, al secolo Riccardo Pedrini, storico esponente della scena skinhead bolognese e componente della Oi! band Nabat. 
Di seguito la prefazione di Wu MIng 5:

Non occorre che un’opera d’arte, un libro, un film o una musica siano “belli” per incarnare una temperie o per illuminare particolari in ombra nel gioco scenico dei vari presenti che si succedono e che per accumulo formano il passato e quindi la nozione ideologica che ne abbiamo, cioè la Storia. Così accade che un film autoindulgente e innocuo racconti un racconto del paese che significa in modo esemplare tutta l’impotenza apparente che pervade la nostra vita di italiani , qualsiasi cosa voglia dire, del 2014. Già. A dispetto del fastidio che si prova nel vederlo, bisogna ammettere che La Grande Bellezza dice bene molte cose.

Tipo: in una scena il protagonista, Gambardella, l’autore che dopo l’acclamato romanzo d’esordio non ha scritto più nulla, riduce al silenzio, in un salotto romano, un’autrice impegnata, che aveva svolto la sua carriera sotto l’egida del Partito. Un intellettuale organico, insomma. L’attacco di Gambardella è spietato. L’unico merito della donna è l’asservimento, tutto ciò che ha scritto non ha valore. Fa parte di un ceto di fastidiosi grilli parlanti che in realtà sono uguali, nella propensione al compromesso o alla vera e propria prostituzione, ai ceti, alle classi o agli individui sui quali, per mestiere, moraleggiano. Privilegiati, in malafede e rompicoglioni, quindi: in più, incapaci di godersi la vita, proni ai sensi di colpa. Il protagonista del film di Sorrentino sintetizza in modo esemplare quello che molti fabbricanti d’opinione, molti ideologi della borghesia pensano di una parte dell’intellettualità italiana, quella, per l’appunto, che una parte ce l’ha. Lo fa con estrema durezza, con ripugnante machismo, con il livore che si deve a una donna che “non sta al proprio posto”.

Il film ha vinto l’Oscar, capace come è di fornire una visione esotica, decadente e estetizzante, adatta a una fruizione compiaciuta, estatica, come quando si mangia molto formaggio, si beve molto vino e magari si fuma una canna subito dopo. Film adatto a un paese che da decenni tiene la testa dentro il buco del culo, e che anche in questo incarna una paradossale avanguardia mondiale. Il film del resto conferma uno stereotipo classico sull’Italia-Babilonia e non stupisce che il mondo anglosassone ne sia stato così compiaciuto.

È chiaro che quasi tutti quelli che fanno un uso pubblico della ragione, gli intellettuali del mondo reale, vivono vite lontanissime dallo stereotipo che il film di Sorrentino ci spaccia ancora una volta. Un ceto vastissimo che non per forza finisce sulle pagine dei quotidiani nazionali pronta a fornire un’illuminata, filosofica opinione sulla crisi ucraina, sulla crisi dell’Inter, sulle elezioni o su qualche tema etico, magari in compagnia di un prete o di uno sbirro.

Un esempio di uso pubblico, e critico, della ragione è la vita e l’opera di Valerio Marchi. Difficile pensare a un intellettuale più lontano dallo stereotipo disegnato dalle parole di Sorrentino/Gambardella. Chissà cosa avrebbe pensato e detto Valerio di un film simile.

Uno storico del conflitto. Un’intelligenza acuta, capace di muoversi sullo street level, sul piano dove il conflitto si esplica, si annoda, si scioglie e riannoda nel quotidiano, nelle vite di tutti e di tutte. Non è lecito aspettarsi che l’accademia riconosca la portata del suo lavoro, e in fondo non ha nemmeno molta importanza. Niente Oscar di nessun tipo, nessun riconoscimento ufficiale per libri come questo. A pensarci bene, è una fortuna Quello che conta davvero è che le parole di Valerio, le sue idee e la sua visione continuino a circolare, a essere fruite e rideclinate, che contribuiscano alla riflessione e perchè no alla formazione di quelli che di fronte alla pervasività del conflitto non si tirano indietro e sono pronti a giocare una parte dalla parte dei molti, cioè dalla parte giusta. Già, le cose diventano interessanti se Lenin, Gramsci, la scuola di Birmingham e Dick Hebdige escono dai corsi di storia o di sociologia o dalle sedi di minuscoli partitini e ci arrivano davvero, sullo street level, cioè sul piano dove avveniva negli ultimi anni la quasi totalità dell’azione intellettuale e politica di Valerio Marchi, intellettuale di strada. Tutto diventa interessante se libri come Teppa, che Red Star provvede opportunamente a ristampare, diventano piccoli breviari storici per sostenere la capacità di riflettere, analizzare, e quindi resistere e attaccare.

Figlio di un’altra temperie, Teppa ha ancora molto da dire al lettore contemporaneo, anche grazie alla cifra fruibile e apertamente narrativa. Merita nuovi lettori, dovrebbe essere consegnato a una generazione più giovane perché un filo rosso, quello della resistenza e della ribellione, non si perda, perché la bellezza dei corpi in rivolta non scompaia dalle nostre vite, inghiottita dal vaniloquio del potere, dalla voce meccanica dei suoi gadget mortiferi.

Negli anni in cui apparve, gli anni novanta del secolo scorso, si stava producendo un fenomeno interessante. Membri delle sottoculture stilistiche (dei culti, per dirla all’inglese) di cui parla il libro incominciavano a produrre discorso in prima persona. Le sottoculture, quella skinhead in particolare, giungevano hegelianamente all’autocoscienza. Con questo, da una parte, la purezza (preoccupazione in fondo borghese) era perduta, ma dall’altra si aprivano nuove possibilità, che gli anni successivi hanno cominciato ad esplorare. A metà anni novanta era possibile pensare in termini non meramente resistenziali. Appena dopo (il libro è del 1998) sarebbe esploso il movimento altermondialista.

Teppa, storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, si presenta come una carrellata di stili, una narrazione di corpi che si assoggettano a disciplinamenti alternativi, alle volte in aperto antagonismo rispetto a quelli del potere, e che negli interstizi della legge erigono spazi di vivibilità simbolici e concreti, biotopi nei quali forme di vita alternative proliferano, si diffondono, si contraggono e si espandono, subiscono mutazioni, attraversano filiazioni e riscoperte. In realtà tutti gli stili sottoculturali di cui parla il libro, dai Merveilleux agli Zazous agli Skinhead fino, in maniera già autocosciente, al Punk, incarnano l’equilibrio precario che è la rappresentazione/risoluzione simbolica del conflitto. Che può sfociare, e spesso sfocia, in conflitto aperto, ma fondamentalmente risiede nel rapporto tra sé e identità individuale e sociale. Rapporto che è segnato dall’appartenenza di classe, se è vero come è vero che in una società divisa in classi ogni pensiero ha un’impronta di classe. Stili che conoscono pregnanze effimere, che dicono simbolicamente tutto il loro dicibile nel volgere di una stagione, ma che poi si radicano, diventano opzioni percorribili, significative per molte generazioni, che conoscono evoluzioni e storie che coprono interi decenni. Stili che, come ci si diceva in un’estate romana di molti anni fa, sono ancora capaci di incarnare una problematica, non compiacente bellezza all’interno della metropoli globale. Questo, in tempi di autoassolutorie, sedicenti Grandi Bellezze continua a essere un dato importante.
____________________________________

lunedì 28 aprile 2014

I nemici dell'Uomo Libero



"L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene".
Falso. L'uomo nasce già in catene. Catene culturali, catene economiche, catene sociali, catene politiche. Ovunque catene.
Nasciamo in catene e ci educano insegnandoci che quelle catene ci sono utili. Anzi, ci sono necessarie. Senza quelle catene saremmo bestie, barbari feroci, uomini di Neanderthal. Senza quelle catene non sapremmo camminare, parlare, amare, pensare, vivere. 
Se qualcuno si alza e comincia a negare l'utilità delle catene, viene tacciato d'essere un utopista: "non possiamo che vivere così", gli viene risposto.
Se qualcuno, dopo averne negato l'utilità, comincia persino a dichiarare la nocività delle catene per il libero e naturale sviluppo umano, allora l'accusa cambia: da utopista a pericoloso sovversivo.
Se qualcuno, dopo aver dichiarato che le catene sono nocive, comincia anche a spezzarle, smette di essere un sovversivo e diviene ufficialmente un terrorista, un nichilista, un black bloc, un autonomo.

Due sono i nemici dell'Uomo Libero: il padrone e l'uomo ancora in catene.
_______________________________

domenica 27 aprile 2014

Mens sana in corpore sano



Non fare l'errore di pensare che curare il corpo sia l'unica cosa che conti.
Non fare l'errore di pensare che curare la mente sia l'unica cosa che conti.
Mente e corpo sono uniti. La sofferenza di uno pregiudica la salute dell'altro.
L'uomo è realmente libero quando sa qualcosa e sa fare qualcosa.
________________________

Murale libertario


giovedì 17 aprile 2014

Siamo fanatici della Libertà



"Sono un fanatico della Libertà", soleva dire Michail Bakunin, il più famoso anarchico russo, colui che diede all'anarchismo una connotazione politica, oltre che filosofico-esistenziale.
Questa frase mi ritorna in mente ogni volta che sento Berlusconi o qualche liberal-liberista (di destra o di sinistra, cambia davvero poco) ergersi a paladini della Libertà. Penso a quanto liberticida sia il liberismo, quanto autoritario sia il liberalismo. Ricordo che sono stati i liberali a fare i CPT e i CIE, a redigere il Trattato di Shengen, a creare i contratti di lavoro precari, ad abbassare i salari aumentando le ore di lavoro (e chiamando il tutto "produttività"), a decretare l'omicidio sociale in Grecia, a inventarsi i dogmi della concorrenza, della competitività e della stabilità. Tutte misure, queste, che hanno profondamente leso le libertà delle donne e degli uomini di ogni continente: la libertà di lavorare dignitosamente, la libertà di avere una famiglia e una casa a cui assicurare anche una sicurezza finanziaria, la libertà di movimento (garantita alle merci, non agli esseri umani), la libertà di sviluppare contestualmente capacità manuali ed intellettuali, la libertà di amare indipendentemente dal sesso del partner, la libertà di provare cure alternative per malattie o problemi di fertilità, la libertà di fumare cannabis anche solo per motivi curativi.
Ovunque i "paladini della Libertà" hanno messo divieti, sbarre, barriere, catene. E moltissimi hanno accettato queste limitazioni della Libertà (e chissà quante ancora saranno disposti ad accettare) in cambio di un tozzo di pane più o meno sicuro, di una casa che diventerà nostra dopo trent'anni di mutuo, di una auto che inquina e che ci fa passare anni della nostra vita nel traffico, del cibo scadente e a basso costo di molti supermercati (che hanno ammazzato il piccolo commercio rionale), di repressioni costanti esercitate in nome di una non meglio identificata "sicurezza".
Questi sono i paladini della Libertà. Io sto tra i fanatici della Libertà. Sto, cioè, esattamente dall'altra parte della barricata. Io non godo nel vedere gente rinchiusa in un CIE o sgomberata da un campo rom, seppur abusivo, o da una casa occupata, quando c'è un proliferare di case invendute nelle periferie delle città; io non gioisco quando sento parlare di costruire nuove prigioni, di sparare sui gommoni degli immigrati clandestini, di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro.

Intorno a noi potrete costruire tutte le vostre prigioni, ma non ci toglierete mai la nostra umanità e la nostra irrefrenabile voglia di libertà.
____________________________

venerdì 11 aprile 2014

giovedì 10 aprile 2014

Ancora vivo



Noi non ci battiamo per i soldi, noi ci battiamo contro il sistema, quel sistema che uccide lo spirito dell'uomo. Noi siamo l'esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo, noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell'uomo è ancora vivo.
_______________________

martedì 8 aprile 2014

Gli altri e se stessi



Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se stesso è illuminato.
Colui che vince un altro è potente;
colui che vince se stesso è superiore.
______________________________

lunedì 6 gennaio 2014

Famiglia e Politica: l'esempio di Sigmar Gabriel



Se sei il segretario della SPD, vicecancelliere di Germania, ed hai una riunione fondamentale con la Merkel per la composizione del neonato governo tedesco, devi assolutamente andarci. Nulla ti può tenere lontano da questo impegno.
Siete d'accordo con questa affermazione? Io no. Ci possono sempre essere motivi più importanti di una riunione di governo. Persino più importanti dello stesso governo. Ad esempio, andare a prendere tua figlia, perché tua moglie - per motivi di lavoro - non può. La politica è importante, è fondamentale, ma la famiglia e l'amore (per un figlio/a, per una moglie/marito) vengono prima di tutto.
"Anke ha bisogno di tempo per il suo lavoro, dunque è giusto che io dia una mano [...] Mercoledì tocca a me andare a prendere Marie al Kindergarten, e occuparmi di lei, e ne sono felice". Anke e Marie sono rispettivamente la moglie e la figlia del vicecancelliere tedesco, che seguirà la riunione con lo smartphone e dialogherà con la Merkel e gli altri via sms.
Una cosa folle, fuori dal mondo? Per moltissime persone, certamente. Perché la moglie e la figlia possono aspettare, quando ci sono di mezzo affari importanti - addirittura il governo della Germania!

E' una questione di priorità. Nella vita di una persona, cosa c'è al primo posto? Credo che siamo tutti d'accordo: gli affetti. E la famiglia è - mi correggo, deve essere - il Tempio degli affetti. 
Solo nel Sistema in cui viviamo, la scelta di Sigmar Gabriel può fare notizia. Gabriel ha fatto la cosa più naturale per un padre ed un marito. Non è un eroe: è un Uomo.
_______________________________

sabato 4 gennaio 2014

Che razza di blog è questo?




Questo è il primo post del 2014.
Mi sono preso una meritata vacanza, che ho usato per riflettere sulla domanda che molti mi fanno: "Ma che razza di blog è il tuo?". Ho provato a rispondere.
Un blog di politica? No. Sicuramente la politica è l'argomento principale, ma non è l'unico. Si guardi alle poesie, alle canzoni, alle interviste, alle prose. No, L'Insorgente non è un blog di politica, ma un blog che fa politica.
Un blog di informazione? No. Anche se tra gli scopi di questo blog c'è quello di (contro)informare le persone, sicuramente un blog di informazioni ha una regolarità nei post che questo blog non può avere.
Un blog di letteratura? No. Anche se la poesia, la canzone e la prosa sono ingredienti fondamentali di questo blog, non possiamo certo definire L'Insorgente un blog di letteratura.
Un blog di storia? Decisamente no. Anche se molti post riguardano l'analisi di fatti storici più o meno recenti, non è questo lo scopo del blog.
Un blog di Filosofia. Ecco cosa vuole essere l'Insorgente. Un blog che esprime una filosofia di vita applicata ad ogni campo: al lavoro, alla politica, alla letteratura, all'arte, alla musica, alla storia, all'informazione. Un blog per insorgenti, cioè per quelle persone che un giorno hanno deciso di alzare la testa, di distinguersi dalla massa beota non per spirito aristocratico, ma per una decisa volontà d'azione: essere contro ciò che è, combattendo per cambiarlo o distruggerlo. Ognuno può insorgere, nel proprio ambito: il lavoratore che si è rotto di farsi sfruttare, il cittadino che vuole informarsi davvero e mobilitarsi, l'artista che non vuole piegarsi alle logiche del mercato, il magistrato che ha deciso di lottare per la Giustizia e non per la Legge, il politico ormai disgustato dai "partiti nazionali", persino - utopia - lo sbirro che decide di ribellarsi, di disobbedire.
In pratica, L'Insorgente vuole essere un blog in cui venga esposta una filosofia fondata sull'assioma: "La vita non va vissuta. Va combattuta."

N.B. ora che ho chiarito lo spirito di questo blog, spero che voi capirete perché non viene aggiornato quotidianamente.
___________________________

martedì 30 luglio 2013

Allo specchio




"Vieni qua".
Il Maestro Dmitrij mi indicò un punto della palestra in cui erano posizionati gli specchi. Lasciai cadere la corda vicino al battiscopa, così da non dare fastidio a nessuno. Guardai la mia canottiera: era zuppa di sudore. Eppure avevo fatto solo dieci minuti di corda, e manco ad un ritmo forsennato.
"Cosa vedi", mi chiese Dmitrij.
"Me stesso riflesso nello specchio", risposi.
"Solo questo?".
Non capivo dove volesse arrivare.
"Perchè, tu cosa vedi?", gli chiesi.
"Uno che viene in palestra per dimagrire e per svagarsi. Nulla di più".
Non risposi. Nilin continuò.
"Uno che magari tra qualche mese mi chiederà di combattere perchè si sente pronto a dimostrare la propria forza. Uno che dovrò aiutare ad alzarsi dal tappeto".
Continuavo a non rispondere, ma il sangue mi ribolliva dentro.
"Io vedo una brava persona, un buon padre di famiglia, un marito fedele. Non vedo un combattente, un guerriero", concluse Nilin.
"Perchè mi dici questo?", chiesi arrabbiato. Il sudore si era quasi del tutto asciugato.
"Perchè non hai ancora capito che in questa palestra non si viene a dimagrire. Si viene a diventare combattenti, nella vita innanzi tutto. Poi c'è anche il ring, ma quello conta meno. Ho visto tante persone vincere sul ring e perdere nella vita di tutti i giorni. Ho visto vincere cinture e perdere la dignità. A me interessa allenare Uomini, non bravi cittadini che hanno il terrore della prova costume. Io voglio che tu sia pronto a combattere, nella vita di tutti i giorni".
Guardai la mia immagine nello specchio. Guardai i pugni stretti nelle fasce e i tatuaggi sulle mie braccia. 
"Ecco perchè adesso devi allenarti allo specchio. Devi vedere chi devi sconfiggere".
Mi misi in posizione di guardia e cominciai a saltellare, guardando negli occhi la persona che era di fronte a me, nello specchio.

"Puoi combattere contro tutti, 
ma il match più importante 
sarà sempre contro te stesso."

martedì 23 luglio 2013

Colpire e incassare



Uno degli errori più comuni è pensare che per abbattere un ostacolo bisogna puntare sulla forza o sull'astuzia. Raderlo al suolo o aggirarlo comodamente, cosa è più saggio? 
Tale visione è, a mio avviso, limitata: gli ostacoli non si muovono, non reagiscono, non schivano i nostri colpi. Si lasciano colpire o aggirare, operando solo una resistenza a volte forte, a volte insuperabile.
La vita, purtroppo, ci pone talvolta di fronte ad avversari ben più mobili, sguscianti, subdoli, cattivi degli ostacoli che quotidianamente possiamo incontrare sul nostro cammino. Avversari che assumono le sembianze di un famigliare, di un collega di lavoro, di un compagno di squadra, di un vicino di casa, di un camorrista del quartiere, di un politico venduto, di uno sbirro che ci perseguita. Talvolta, l'avversario è un batterio, un virus, o qualcosa di ancora più grave.
Questi avversari aggrediscono, reagiscono ai nostri attacchi, fiaccano le nostre difese. 
Ogni giorno bisogna allenarsi a combattere contro questi avversari. Bisogna studiarli, sapere quando attaccare e quando difendersi, capire quando è il momento di sferrare un colpo o di chiudere la guardia. Ed anche le fasi di quel bellissimo match che si chiama Vita rispondono a questa "legge dell'altalena": ci sono periodi in cui bisogna saperle prendere, ed altri in cui bisogna saperle dare.
Equilibrio, yin e yang.

Mi tornano spesso in mente le parole del mio Maestro di Muay Thai, Dmitrij Nilin: 

Puoi colpire forte quanto vuoi, 
ma se non sai anche incassare 
andrai al tappeto. 

lunedì 22 luglio 2013

Dmitrij Nilin e la tempesta



Il mio maestro di Muay Thai mi stava aspettando per chiudere la palestra. Aveva una birra in mano. Il vetro trasudava, tanto era ghiacciata.
Misi il berretto in testa e mi avviai all'uscita, per salutarlo.
"Oggi ti ho visto nervoso", mi disse.
Io confermai che era stata l'ennesima giornata dura di un periodo di merda. Tante cose non andavano: al lavoro, in famiglia, nel quartiere. Troppe cose storte e nessuna speranza di metterle a posto.
"Dmitrij, a volte penso che ci vorrebbe una bella tempesta che rade al suolo tutto e fa rimanere in piedi solo ciò che merita di restare in piedi. Tutto il resto - persone, cose - spazzato via".
Nilin pose gli occhi sulla bottiglia come a fissare le gocce scivolare lungo i fianchi di vetro verde, e mi disse: "Tu dici che la tempesta ripulisce tutto...".
Avvicinò la bottiglia alla bocca e bevve un sorso di birra, con gli occhi chiusi. Quando ebbe finito, aprì gli occhi e mi guardò nell'anima: "Io ti dico che la tempesta sradica l'albero. Distrugge la casa. Abbatte la diga. Rende orfano il bambino, vedova la moglie". 
Allora fui io ad abbassare lo sguardò, prima delle sue ultime parole: 

"La tempesta non ripulisce. La tempesta sporca. 
Sono gli Uomini che ripuliscono e ricostruiscono il villaggio, 
dopo che la tempesta si è scatenata.
Sii Uomo".