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venerdì 9 dicembre 2011

Der Waldgang



L'essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d'appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina

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Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in sé stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi tramettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l'incubo dei potenti.

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In fondo tirannide e libertà non possono essere considerate separatamente, anche se dal punto di vista temporale l'una succede all'altra. È giusto dire che la tirannide rimuove e annienta la libertà – anche se non si deve dimenticare che la tirannide è possibile soltanto se la libertà è stata addomesticata e ormai ridotta a vuoto concetto.

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Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.

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Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato.

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Ernst Jünger
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mercoledì 6 ottobre 2010

La crisi dello stato liberaldemocratico




Lo stato moderno si è addentrato in una spirale di crisi, la storia attuale presenta il conto delle distorsioni socio-politiche causate dal sistema liberal-capitalista; stiamo vivendo una delle ennesime crisi economiche, di natura ciclica caratterizzanti la storia contemporanea. Si assisterà alla fine degli scenari geopolitici attuali? Gli eventi nel contesto, come quello odierno di un mondo globalizzato, mutano nel giro di pochi anni rispetto ad un secolo fa che avevano una natura più statica e i cambiamenti in senso economico e politico necessitavano un arco temporale più ampio per realizzarsi. Dal dopoguerra in poi, soprattutto l’Europa o meglio il mondo occidentale, intere generazioni di uomini e donne nell’avvicendarsi dei decenni e di molteplici legislature di governo di vario colore politico, hanno conosciuto nei loro paesi e relativamente nei rispettivi ambiti di vita lavorativa e non, le conseguenze sempre più o meno devastanti di crisi economiche caratterizzate da una continuità e conseguente incisività nel tessuto sociale come se queste fossero la normalità congiuntamente a un arrancare al limite della sopravvivenza da parte degli stessi cittadini.
Dalla caduta del muro di Berlino, dalla conseguente implosione dei sistemi politico economici comunisti, dall’autodeterminazione dei Paesi facenti parte dell’ex repubblica del blocco socialista-sovietico da parte di tutto il mondo si sperava in una rinascita e in una profusione degli effetti benefici del liberalismo democratico. La fine della contrapposizione di due scuole di pensiero quella liberale ad Ovest del mondo che prospettava un epoca di libertà, di democrazia, di pace, e quella collettivista ad est, faceva sperare in un futuro di prosperità per tutti i popoli, ma il verificarsi poi la persistenza consolidata di un’instabilità economica ha fatto si che quanto presagito fosse un’illusione. L’attuale crisi in Grecia, il primo Paese europeo, a cedere sotto la scure della dipendenza economica-monetaria del sistema-europa, rappresenta lo sfogo dell’immenso marasma causato dal pensiero liberal-democratico che ha dato manforte a un capitalismo senza freni e che ha condizionato l’operato e le scelte di ogni governo soprattutto del mondo occidentale.

La politica, l’indiziata principale per quanto accade oggi giorno, anziché assicurare la tutela delle persone ha assecondato, nel tempo, gli interessi delle leve capitaliste gestite dal sistema economico-bancario mondiale. Se il concetto di Stato fosse stato applicato nel suo reale senso ovvero in un espressione di eticità, questo sarebbe al servizio del cittadino e non viceversa in cui si assiste alla preponderanza oppressiva del sistema di potere Stato-banche sui popoli.

Uno stato etico sarebbe il regolatore di ogni squilibrio socio-politico, il mediatore tra le varie classi lavorative, l’equilibratore, con i suoi strumenti politici e sociali, di tutte le tensioni in seno alla società, tutto ciò si tradurrebbe, a titolo esplicativo, in una cancellazione degli enti inutili, nella riduzione degli sprechi, nel contenimento della burocrazia, nella lotta alla corruzione e alle complicità politico-finanziarie. Nella logica di uno Stato asservito al sistema capital-bancario mondiale in pratica in uno stato che uccide e divora i propri cittadini, assistiamo al taglio progressivo delle pensioni, al blocco degli aumenti salariali, allo smantellamento subdolo dello stato sociale, alle mancate assunzioni nella Pubblica Amministrazione, all’aumento delle tasse sulle imprese il tutto poi coincidente in una riduzione del potere d’acquisto dei redditi dei cittadini.

Di fronte a tutto lo scenario espresso, poco a nulla servono le misure correttive della spesa e gli interventi parziali di possibili liberalizzazioni al fine di assicurare una parvenza di pseudo-crescita dei Paesi. L’Europa costruendo un mercato comune su una moneta stampata e distribuita da una Banca Centrale incentiva al proprio interno la massiccia crescita di un debito nei confronti del sistema bancario stesso, il tutto causato da una progressiva spogliazione di una sovranità monetaria dei singoli Paesi decretata giuridicamente da Trattati come quello di Lisbona e di Maastrict.

Non sarebbe forse da chiedersi alla luce di quanto assistiamo oggi quale portata positiva ha generato ai cittadini europei una moneta nata senza le opportune garanzie di stabilità e benessere tanto paventato? Finché esistevano le monete nazionali uno stato era in grado di generare al proprio interno debiti che poteva coprire autonomamente con la cosidetta moneta sovrana; l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Giappone non operano ancora in tal senso nonostante la mole dei loro debiti interni? Con l’esposizione debitoria che ogni singolo Paese dell’Unione possiede si rende dipendente e soprattutto asservita alle disposizioni e ai dettami di una Banca Centrale.

A questo punto invece di porre l’attenzione di tutta la politica europea ai rapporti giuridici sarebbe necessario effettuare una seria riflessione sulla moneta dell’unione comprenderne i risvolti che hanno generato le contraddizioni socio-economiche dei Paesi aderenti e mascherato le incompetenze dei politici stessi che ne hanno contribuito la nascita, ma in particolar modo è opportuno soffermarsi ad analizzare sulla crisi dello stato moderno e della democrazia rappresentativa.



http://www.giovinezza.eu/

giovedì 30 settembre 2010

Il becero trionfo della democrazia liberale



La democrazia liberale consente ad un uomo o ad un partito o ad una coalizione di governare se ottiene la metà più uno dei voti dei cittadini (durante le elezioni) e dei deputati (attraverso i voti di fiducia). Questa mera espressione quantitativa non esprime affatto una qualità: ottenere la maggioranza dei voti o la fiducia dei parlamentari (che in base all'attuale legge elettorale sono nominati dai segretari di partito, non eletti dai cittadini) non garantisce affatto sulla qualità dell'azione di governo.
Ricordando che anche Hitler fu democraticamente eletto, ieri abbiamo assistito all'ennesima farsa della democrazia quantitativa e liberale: un voto di fiducia scontato, su linee programmatiche vecchie di 9 anni ripetute come se fossero novità. La cosa paradossale è che questo voto di fiducia... ha sfiduciato il Paese. Solo i più schierati possono credere che questo governo possa campare fino al termine della legislatura, magari finendo i lavori sulla Salerno - Reggio nel 2013, magari facendo il federalismo fiscale, magari riuscendo a realizzare una riforma della Giustizia.
Se posso permettermi di fare la quota di: "Si andrà ad elezioni anticipate?", dopo i discorsi di ieri non posso fare a meno di mettere il SI a quota 1,05. I finiani hanno votato la fiducia, annunciando contestualmente la nascita di un nuovo partito: in pratica hanno comunicato a Silvio che hanno bisogno di tempo per strutturarsi e radicarsi, poi faranno cadere il governo, magari sulla giustizia. La famigerata quota 316 (altro dato puramente quantitativo) senza finiani e dissidenti non è stata raggiunta, quindi de facto il governo non ha la maggioranza. Siccome, però, formalmente la maggioranza dei voti è ancora dalla parte del Governo, tale strazio continuerà ai danni dei cittadini ridotti sempre più a sudditi lobotomizzati.
Solo Antonio Di Pietro, per il quale non ho MAI votato, è riuscito a dire le cose come stanno, a chiamarle per nome, col suo stile un pò rustico ma di certo chiaro ed efficace. Tutti gli altri, dal menzognero Berlusconi alla servile maggioranza e alla finta opposizione Pd-Udc, sono stati attenti a dimostrare che la situazione è uno schifo, ma non c'è a breve una alternativa. Bisogna tenersi il morto in casa, anche se ormai è in avanzato stato di decomposizione.
Intanto il Paese va letteralmente a rotoli: la disoccupazione è ai livelli del 1999; gli stipendi sono fermi da 7 anni; l'inflazione continua a salire; il Meridione è completamente abbandonato (a se stesso o alle mafie); non c'è un piano industriale nè turistico.
La democrazia della quantità, la liberaldemocrazia, ha trionfato. Il Paese ha perso. E continua a perdere. Ogni minuto, ogni secondo.

lunedì 27 settembre 2010

InformAZIONE




Il titolo di questo post pone l'accento sulla caratteristica fondamentale dell'informazione italiana in questa particolare congiuntura storica. La vera informazione, in Italia, è soprattutto Azione, atto volontario di ricerca, approfondimento, analisi, sintesi, proposta.

Se per decenni l'informazione è stata fondamentalmente un atto passivo, una mera ricezione di notizie da parte di giornali e TG, oggi non è più possibile definire "informazione" tale procedura.

E' più corretto definirla Disinformazione, cioè "contraria alla informazione". Perchè lo scopo dell'informazione ufficiale non è informare, ma costruire opinione pubblica. Non far conoscere, ma far pensare tutti alla stessa maniera. La stessa Controinformazione, tanto importante negli anni 70, ormai è ridotta davvero male, pertanto la disinformazione di regime può assurgere al ruolo di vera ed unica informazione.

L'arrivo di Berlusconi sulla scena politica italiana ha imposto al Sistema una polarizzazione: non era più possibile propinare le solite balle in un unico senso, ma era necessario costruire un artificioso controcanto al fine di dimostrare che il pluralismo dell'informazione fosse salvo.

Questa costruzione ha consentito e consente ancora a Berlusconi di dire cose tipo: "L'informazione è in mano alla sinistra", "La rai è governata dai comunisti". In realtà, la contrapposizione (ad esempio) tra La Repubblica ed Il Giornale è una falsa contrapposizione ed è tutta interna al Sistema capitalistio: De Benedetti e Bersluconi, i due editori concorrenti fin dai tempi del Lodo Mondadori, sono anche su opposti schieramenti politici della Democrazia Unica Liberale.

Le voci dal coro, oggi, difficilmente le troviamo in tv o sui giornali: eccezion fatta per Il Fatto Quotidiano, che non ha un editore di riferimento, tutti gli altri giornali e tg seguono la linea editoriale dettata da questo o quel imprenditore.


L'unica possibilità di avere una VERA informazione è il web. E neanche del tutto: anche su internet, ormai, la disinformazione di regime incomincia ad occupare luoghi strategici, coadiuvata dalla polizia postale che impedisce quella che una volta sarebbe stata definita Controinformazione ed oggi invece è la Vera Informazione.

Quindi per sapere una notizia, per conoscere le varie chiavi di lettura, per vedere un'immagine o un video che nessuno (Rai, Mediaset, La7, ecc...) ti faranno MAI vedere, devi AGIRE. Ecco perchè l'informazione è divenuta azione: perchè per essere informati ed informare bisogna AGIRE. Dall'informazione si è passati all'InformAZIONE.

Nulla di ciò che ci è propinato ogni giorno è VERITA'. Perchè la verità è sempre rivoluzionaria... e al Sistema non conviene una rivoluzione.

venerdì 24 settembre 2010

Mai definirsi ANTI...



Nessuna nostalgia della Prima Repubblica; non fa parte del nostro humus culturale e metapolitico e non intendiamo cibarcene. Ma appare chiaro a tutti che 18 anni di bipolarismo “malato” hanno innestato nell’elettorato politico italiano il morbo “demonizzatore”. E’ altresi’ chiaro che il motore propulsivo di questo nuovo modo di fare politica e’ stata la strategia mediatica ANTICOMUNISTA propugnata dal Cavalier Berlusconi, che, ripetutamente salito sugli scranni del Parlamento, non piu’ tardi di qualche settimana fa ha ribadito l’immantinente pericolo della deriva comunista al potere.
Sinceramente dove il Principe di Arcore veda i comunisti in Italia, lo sa solo lui.
Ma proprio perche’ sapientemente lo sa, ossia sa che dei comunisti non c’e’ piu’ nemmeno l’ombra, continua a sfruttare l’atavica paura di stampo atlantista (che ha le sue origini del dopoguerra italiano) per cementificare il proprio elettorato composto per la maggior parte di cittadini di bassa cultura.
Dall’altra parte della riva bipolare, invece di dedicarsi a costruire un’opposizione credibile, strutturata, propositiva, e visti i chiari agganci a certe “strutture atlantiste” di oltre oceano, l’Ulivo prima, l’Unione poi, e adesso il Partito Democratico hanno sempre basato la loro strategia politica ESCLUSIVAMENTE sull’Antiberlusconismo militante, con il risultato che andati 2 volte 2 al governo ne sono usciti dopo pochi mesi con le pive nel sacco e, a questo punto, diremmo anche fortunatamente visto i programmi smembrativi che volevano attuare i governi Prodi, sotto la protezione di eminenti personalità quali Ciampi, Amato, Draghi e Padoa Schioppa, ossia tutti rappresentanti dei tecnocrati atlantici; sara’ bene sempre ricordarsi che la privatizzazione delle aziende strategiche nazionali e’ dovuta a questi signori, ed e’ grazie a loro adesso siamo costretti a mendicare il petrolio da paesi come la Libia.
Ma torniamo al nostro discorso primario.
L’elettorato italiano e’ stato letteralmente bombardato per anni e anni dalla sindrome del Buono e del Cattivo. I mezzi mediatici e giornalistici, equamente distribuiti e rappresentati, nonostante qualcuno ci voglia far credere che l’informazione sia Unipolare, hanno massacrato i gia’ poco capienti cervelli italioti con la loro propaganda Bipolare, fatta di inchieste, talkshow, finti dibattiti, intercettazione di gusto gossipparo, il tutto condito dalle quotidiane dichiarazioni dei rappresentanti politici che hanno strategicamente contribuito a mantenere sempre alto e strategicamente becero il livello della discussione politica, con i risultati che sono sotto i nostri occhi: un paese ridotto con le pezze al sedere.
E sono TUTTI COLPEVOLI.
Anticomunista, antifascista, anti-antifascista, antidemocratico, antiberlusconiano, antidemocristiano, anticattolico, antipagano, anti-immigrazione, anti-islamico… ORA BASTA !
Pare che oggi, per definire la propria visione politica e morale, sia obbligatorio definirsi "anti" qualcosa. Si è persa totalmente la capacità di affermare se’ stessi in maniera positiva: io sono... penso... faccio...Si e’ perso il gusto di proporre, di pensare, di provocare in maniera costruttiva…la tendenza continua è quella di proporre se’ stessi in maniera negativa: io NON sono... o sono CONTRO... NON penso questo....LUI E’ SPORCO…etc…
Abbiamo messo su questo laboratorio da pochi giorni e alcune riflessioni che abbiamo ricevuto sono queste: "Ma non siete antifascisti?", "Ma non siete anticomunisti?", "Ma non siete antiberlusconiani?". Sinceramente siamo rimasti alquanto perplessi ma queste domande non hanno fatto che confermare il nostro pensiero. Gli elettori, ed ancor prima, i cittadini, sono completamente inebetiti dall’offerta politica e dai messaggi mediatici che li bombardano.
E notiamo, ormai giornalmente, che questo processo, logico e linguistico, è ormai una costante di ogni dibattito politico-culturale. Il paradosso è che la contrapposizione "pro" e "anti", nella malata democrazia liberale di stampo prettamente anglo-americano che in tutto il sedicente Occidente governa (sotto finte spoglie di bipolarismi contrapposti), non ha radicalizzato lo scontro politico, portando a crescere le ali estreme, bensì ha consolidato la moderazione e la corsa al centro, ed ha fatto in modo che le estremita’ antagoniste facciano a gara per salire sui 2 carrozzoni bipolari, portando allo stadio terminale anche quei partiti, che una volta si chiamavamo Antagonisti, e che ora si svendono per una poltrona di assessore o di sottosegretario.
All’aggettivo “ESTREMA” noi non diamo un’accezione NEGATIVA e VIOLENTA, bensi’ ALTERNATIVA. Quando il Centro e i suoi contigui cartelli stradali chiamati Destra e Sinistra, sono dichiaratamente malati, allora bisogna andare a cercare la soluzione guaritrice e di urgenza Estrema, ossia in una allocazione DIVERSA. Puo’ essere alta, bassa, diritta, storta, colorata, bianca e nera, che scelga il cittadino la definizione che piu’ lo aggrada, ma deve essere obbligatoriamente DIVERSA.
Tanto per essere chiari: questo pericoloso e continuo scontro bipolare che i politici ci propugnano, di pericoloso non ha proprio niente !!! Per il Sistema non rappresenta nessun pericolo, anzi è strumentale ed utile al mantenimento dello Status Quo; la strategia e’ fingere che sia in atto uno scontro politico quando in realtà entrambi i contendenti sono dirette derivazioni del Sistema. In Italia, che governi Berlusconi o il Partito Democratico, non cambia oggi nè cambierà mai niente: chi mangiava, continuerà a mangiare; chi pativa la fame, continuerà a patirla. Le differenze saranno avvertite solo dai gruppi di potere, dalle lobbies, dai palazzinari, dai tecnocrati e dalle banche, ecc... Se governa Berlusconi, si cibano alcuni gruppi di potere; se governera’ il Pd o i Centristi, mangeranno altri commensali.
Il Popolo?
Niente. Nemmeno le briciole.
Non ci interessano grillismi senza costrutto ne’ esternazioni antipolitichesi (appunto…), ne’ tematiche populiste care a partiti una volta antagonisti ma ora ben saldati alle proprie poltrone territoriali; adesso bisogna costruire un nuovo modo di fare politica e di discutere. Inutile parlare esclusivamente di temi attuali che ora tanto vanno di moda, se poi non si e’ capaci di governare le problematiche.
La struttura deve essere globale; deve parlare al sociale ma deve anche dare risposte immediate.
Ma non risposte ANTI bensi’ risposte PRONTE.
Il sistema implodera’ da solo, ma in qualche modo dobbiamo essere preparati.
Come si esce da questa situazione?
Come si denuncia e si smaschera questa falsa contrapposizione tra "pro" e "anti"?
Innanzitutto, terminando una volta per tutte di definirsi "pro" o "anti" nella esclusiva logica della demonizzazione dell’avversario, cercando di affermare se’ stessi non per negazione, ma in maniera propositiva.
Bisogna chiudere col Novecento e con sue le contrapposizioni del secolo "breve". Fascismo, NazionalSocialismo, Comunismo, Atlantismo (ancora ben saldo) sono esperienze storiche e politiche chiuse. Ognuno dei cittadini, specie quelli meno giovani, conservera’ nel proprio ambito personale i propri “santini ideologici” come e’ giusto e logico che sia, ma per Costruire bisogna proporre un messaggio che rappresenti qualcosa di diverso. Eventualmente dalle dottrine storiche possiamo estrapolare il Meglio, ascoltare le esperienze, valutare gli errori passati, ma sempre nell’ottica di un PROGETTO NUOVO.
Bisogna lavorare con il sudore di tutti per creare qualcosa di nuovo (politicamente, culturalmente, economicamente, socialmente) che riesca a rinverdire gli antichi valori ed ideali depurandoli dal nostalgismo novecentesco e dal simbolismo-feticismo.
Una Nuova Democrazia, appunto.
Che sia Estrema, Organica, Sociale e Popolare.

L’OLIGARCA
C.S. CURSUS HONORUM

mercoledì 8 settembre 2010

Proposte per le elezioni dei Rappresentanti del Popolo.




Con grande gioia pubblico il seguente post riguardante la necessità, per una Nuova Democrazia, di ridurre il bacino elettorale e di concedere solo al Popolo (cioè la parte minoritaria, consapevole e matura della Massa) la possibilità di partecipare al voto e di eleggere i propri Rappresentanti, i quali devono necessariamente avere alcuni requisiti espressi di seguito.

Il testo che vi sottopongo è stato scritto in maniera congiunta da me e dal fondatore del blog CENTRO STUDI CURSUS HONORUM (http://msdfli.wordpress.com/ ) ed è stato pubblicato in data odierna sul Laboratorio Tecnico di Politica Sociale (http://www.giovinezza.eu/ ).


Siamo sinceramente stufi, e con noi, crediamo (o meglio speriamo) anche una buona fetta di italiani. Il motivo principale che ci spinge a proporre qualcosa di ESTREMO deriva dal fatto che nutriamo ancora la fervida speranza che una parte della popolazione italiana, ancora non inebetita, sia stanca di sopportare questa classe politica composta da “inefficienti” che cavalcano l’onda emotiva del popolino ignorante per farsi di volta in volta eleggere. Una classe politica che OCCUPA il potere, che non lo UTILIZZA per il bene della Comunità, ma OCCUPA la poltrona a Roma, negli Enti Territoriali e a Strasburgo, laddove insomma la moralità e l’impegno dovrebbero essere una caratteristica imprescindibile. Questa classe dirigenziale non fa politica, non serve il popolo in quanto Rappresentanza Eletta (non è questo il luogo e il momento in cui vogliamo parlare del Porcellum), non e’ moralmente integerrima; l’unico collante della casta politica italiana sembra essere la ricerca continua e spasmodica del consenso per la rielezione e quindi l’occupazione continua delle cariche pubbliche.

Purtroppo, quella fascia di popolazione ancora “sveglia” che si rifiuta di accettare questa situazione, ultimamente (e a dire il vero giustamente) sceglie la via dell’Astensionismo, garantendo così la sopravvivenza di questi dinosauri. E gli innocenti-colpevoli dell’elezioni di questi FINTI rappresentanti, ossia le fasce più deboli e disagiate, e quindi culturalmente più vulnerabili, sono proprio coloro che forse non sarebbero in grado di ottenere l’abilitazione di cui andremo a parlare.

Ci è capitato più volte di soffermarci ad elaborare pensieri circa la necessità di formulare proposte per una Nuova Democrazia, una DEMOCRAZIA che chiameremo ESTREMA con l’accezione piu’ ampia. Il primo passo fattivo dovrebbe essere necessariamente quello di ridurre il bacino elettorale.

Considerando PER NOI FONDAMENTALE la distinzione tra Popolo e Massa, e valutando correttamente l’etimologia della parola “Democrazia” (Governo del Popolo), abbiamo ritenuto corretto di elaborare una proposta che consenta di far votare solo ed esclusivamente colui e colei a cui venga certificato un livello minimo e necessario di conoscenza delle elementari norme del vivere civile e del funzionamento delle nostre Istituzioni.


Esame di stato per conseguire il “Patentino di voto”, ed eliminazione totale della tessera elettorale a suffragio universale.
Con questa soluzione chi avrà conseguito il Patentino di Voto potrà esercitare il diritto di voto per le successive elezioni Amministrative, Europee e Politiche. L’Esame, un vero Esame di Stato, sarà composto da un test psico-attitudinale e da uno prettamente culturale – civico e sarà tenuto da speciali Commissioni da trovarsi in ambito Universitario o cmq di Scuola Superiore. L’accesso all’esame sarà consentito, senza discriminazioni di sesso o di militanza politica, a tutti i Cittadini Italiani incensurati compresi nella fascia di età tra i 25 e i 65 anni. Il Patentino avrà scadenza quinquennale.; al termine della suddetta scadenza, si avranno 6 mesi di tempo per “rinnovare” il patentino, attraverso il solito strumento dell’Esame di Stato, pena la decadenza del Diritto di Voto. In caso di elezioni che si tengano all’interno dei 6 mesi della “fascia di rinnovabilità” sarà comunque garantito il Diritto di Voto.

Questa la nostra proposta.

E questo sarà l’unico modo per togliere il diritto di voto a chi non è più o non è mai stato in grado di esercitarlo. Siamo stufi di sentire turpitudini quotidiane esternate dagli eletti della casta populista-nazionale.


Quale sarà il voto minimo per conseguire il patentino?

Il minimo sufficiente per affidare la responsabilità di voto a persone che conoscono come funziona il mondo che ci circonda, soprattutto conoscendo chi popola il mondo e chi governa il mondo.

Questo il punto da affrontare seriamente.

Chi ha l’intelligenza e la cultura minima per votare si dovrà sobbarcare l’onere del voto in modo da legittimare un governo che dovrà essere funzionale a tale scopo e degno di essere chiamato tale, un governo che si possa occupare anche dei problemi di chi non ha talune capacità ed il quale non deve essere gravato dell’onere di voto. Non si tratta di un discorso antropologico o discriminante, si tratta di una questione FUNZIONALE PER LA SOPRAVVIVENZA DEL NOSTRO PAESE.

Certe aberranti affermazioni che sentiamo quotidianamente, provengono da esponenti di partiti composti da industriali, faccendieri, lacchè, financo da politici iperpopulisti che fino a ieri andavano nei boschi a purificarsi con i riti celto-druidici ed ora improvvisamente sembrano diventati gli eredi di Goffredo da Buglione. Sia chiaro l’esame non dovrà avere certo intento persecutorio nei confronti di taluni partiti, che abbiamo preso solo come esempio visto che riempiono intere pagine di giornali con i loro deliri populisti. Nossignore. Dovranno avere come bersaglio bipolare sia l’elettorato di Destra che quello di Sinistra (categorie ormai culturalmente defunte) fino ad arrivare al Centro di democristiana memoria. Facciamo questa precisazione per sgombrare ogni dubbio; alcuni mesi fa, leggere un segretario Bersani che esulta per la vittoria del Partito Democratico Giapponese ci è sembrata una barzelletta tutta italiana.

L’istituzione del Patentino di Voto comporterà:

■l’immediato restrizione della Fascia di Popolazione Votante portandola dai 25 ai 65 anni.

Questo perché riteniamo inutile coinvolgere una popolazione italiana sempre più anziana nelle scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni, anche se garantendo il Diritto di Voto ad una fascia di popolazione più matura, si tutela comunque l’humus di una parte della comunità che teoricamente dovrebbe essere più esperta e più “saggia”. Allo stesso modo, attualmente resta difficile pensare di poter lasciare il diritto di voto sotto i 25 anni, vista la scarsa attitudine formativa delle giovani generazioni. Si potrà apportare una modifica in tal senso, abbassando la soglia minima di età, dopo una adeguata riforma scolastica e la sua rigorosa applicazione nel tempo.

Il terzo passo sarà:

■Esame di stato per conseguire il “Diploma di Candidato” .

Tale esame, oltre ad avere le stesse peculiarità di quelle previste per il Patentino di Voto, prevederà comunque un grado di difficoltà maggiore (tipico dei livelli della preparazione universitaria).

Tale diploma sarà necessario per chi si vorrà candidare come Deputato / Senatore / Parlamentare Europeo / Presidente di Consiglio di Enti Territoriali / Sindaco. L’esame, a cui saranno ammessi soltanto persone con il casellario penale immacolato e senza procedimenti penali pendenti, sarà da tenersi almeno 9 mesi prima delle elezioni, in modo che la campagna elettorale sia fatta con serenità da persone con cervello, e prevederà l‘eleggibilità massima per 2 candidature comprese nella fascia di età 30-60 anni.

Il conseguimento del Diploma assegnerà la qualifica di Rappresentante del Popolo (con le varie definizioni ad uopo) che, con un indennizzo di funzione che a seconda della responsabilità e della tempistica, non potrà comunque superare i 2500 euro mensili netti.

Vi abbiamo risparmiato dunque, i soliti deliri bipolari che ci vengono proposti continuamente da giornali, telegiornali, finti dibattiti, ministri in pectore, ministri ombra, portavoce, radical-chic, radicali antagonisti…etc

Noi vogliamo soltanto la Rinascita della Patria e questo dovrà passare attraverso un’adeguata riforma anche del Bacino Elettorale e dei suoi Rappresentanti del Popolo..

Con queste nuove modifiche cesserà l’immobilismo parlamentare della Seconda Repubblica.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere PARTECIPATIVA ma ELITARIA.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere POPOLARE ma non POPULISTA.

E questa selezione dovrà avvenire a maglie strette almeno nel primo periodo in cui serviranno anni di ricostruzione sociale, morale e culturale.

Adesso il voto di un qualunque cretino o di un qualsiasi disonesto vale esattamente come il voto di una persona onesta e di buonsenso. E’ sempre stato questo il problema dell’Italia. Ma adesso e’ giusto che chi venga chiamato a governare una Nazione, fin dai suoi più remoti uffizi, sia obbligatoriamente scelto da chi ha dimostrato di avere una comprovata intelligenza e cultura civica. Un test che misuri il quoziente intellettivo e che rilevi una cultura decente di base sarà necessario anche per debellare l’attuale funzione “convogliatrice di consenso” svolta dai mass media che sono in mano ad un pugno di oligarchi.

Questi i primi passi.

Sulla tipologia esatta del tipo di Repubblica che proponiamo, sulla Nuova Legge Elettorale, sulla struttura della Camera dei Rappresentanti e sulla funzione dei Partiti Politici, torneremo al momento giusto.

Ma adesso, il paese non si può più permettere una classe di politica di questo livello.

lunedì 6 settembre 2010

Il Patentino di voto




Lo scambio di opinioni è il sale di ogni vera democrazia.

Mi è capitato più volte di esporre il mio pensiero circa la necessità, per una Nuova Democrazia, di ridurre il bacino elettorale: considerando FONDAMENTALE la distinzione tra Popolo e Massa, e valutando correttamente l'etimologia della parola democrazia (Governo del Popolo), ho ritenuto e continuo a ritenere necessario consentire di votare solo a chi ha un minimo di conoscenza delle elementari norme del vivere civile e del funzionamento delle nostre Istituzioni.

Su un blog "amico", cioè affine per ideali e militanza, nonostante le ovvie e salutari differenze, è stato postato un articolo molto interessante, che vi sottopongo:


http://msdfli.wordpress.com/2010/09/04/il-patentino-di-voto/

IL PATENTINO DI VOTO

Esame di stato per conseguire il “Patentino di voto”, ed eliminazione totale della tessera elettorale a suffragio universale. Solo chi avrà diritto al Patentino di Voto potrà esercitare il diritto di voto per le elezioni amministrative, europee e politiche. Questa la nostra proposta. E questo sarà l’unico modo per togliere il diritto di voto a chi non è in grado di esercitarlo. Siamo stufi di sentire turpitudini quotidiane esternate dagli eletti della casta populista-nazionale.

Per questo proponiamo un esame di stato, un test psico-attitudinale-culturale per concedere il “patentino di voto”, con scadenza decennale come la patente di guida.

Oltre a ciò, l'immediato ristrengimento della fascia di popolazione votante portandola dai 25 ai 65 anni. Inutile coinvolgere una popolazione italiana sempre più anziana nelle scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni. Altresì difficile poter portare il diritto di voto sotto i 25 anni vista la scarsa attitudine formativa delle giovani generazioni. Si potrà apportare una modifica in tal senso, abbassando la soglia minima di età, dopo una adeguata riforma scolastica e la sua rigorosa applicazione nel tempo.

Da cosa derivano queste proposte così radicali ?

Dal fatto che la popolazione ancora non inebetita non riesce più a sopportare questa classe politica composta da analfabeti che cavalcano l’onda emotiva del popolino ignorante. Questa gente OCCUPA il potere, non lo UTILIZZA per il bene della comunità, ma OCCUPA la poltrona a Roma, negli Enti Territoriali e a Strasburgo. Questa classe non fa politica, non serve il popolo in quanto rappresentante eletto, ma cerca esclusivamente il consenso per la rielezione. Purtroppo questa fascia di popolazione ancora "sveglia" spesso sceglie, a dire il vero giustamente, l'astensionismo, garantendo così la sopravvivenza di questi dinosauri. E gli innocenti-colpevoli dell'elezioni di questi rappresentati sono proprio coloro che forse non sarebbero in grado di conseguire il Patentino di Voto, ossia le fasce più deboli e disagiate, e quindi culturamente più vulnerabili.

Certe affermazioni che sentiamo quotidianamente provengono da esponenti di partiti composti da industriali, faccendieri o lacchè, da politici populisti che fino a ieri andavano nei boschi a purificarsi con riti celtico-druidici e che ora improvvisamente sono diventati eredi dei Crociati di Goffredo da Buglione. Si passati dai Celti direttamente ai difensori del Santo Sepolcro e, magari, il prossimo salto li vedrà Rivoluzionari Francesi o indomiti sessantottini. Sia chiaro l'esame non deve certo avere valore persecutorio nei confronti di taluni partiti, che abbiamo preso solo come esempio visto che riempiono intere pagine di giornali con i loro deliri populisti. Nossignore. Deve valere sia per l'elettorato di Destra che per quello di Sinistra (categorie ormai culturalmente defunte). Perché alcuni mesi fa, leggere un Bersani che esulta per la vittoria del Partito Democratico Giapponese ci è sembrata una barzelletta tutta italiana. A cosa siamo arrivati ? Al confronto elettorale globale che polarizza consensi grazie alle elezioni vietnamite o senegalesi?

Vi risparmiamo dunque, i deliri bipolari che ci vengono proposti continuamente da giornali, telegiornali, finti dibattiti, ministri in pectore, ministri ombra, portavoce, radical-chic, radicali antagonisti...etc...etc...vogliamo soltanto la Rinascita della Patria e questo dovrà passare attraverso un'adeguata riforma anche del sistema elettorale.

Ecco perché necessiterà l’esame di stato per avere il “patentino di voto”.

La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere PARTECIPATIVA ma ELITARIA.
La NUOVA DEMOCRAZIA dovrà essere POPOLARE ma non POPULISTA.

E questa selezione dovrà essere a maglie strette almeno nel primo periodo in cui serviranno anni di ricostruzione sociale, morale e culturale. Adesso il voto di un qualunque cretino vale come il voto di una persona di buonsenso. E’ sempre stato questo il problema dell’Italia. E’ giusto che chi viene chiamato a governare una Nazione venga scelto da chi ha una comprovata intelligenza e cultura. Un test che misuri il quoziente intellettivo e che rilevi una cultura decente di base è necessario anche per debellare l'attuale funzione "convogliatrice di consenso" svolta dai mass media che sono in mano ad un pugno di oligarchi.

Quale sarà il voto minimo per conseguire il patentino?

Il minimo sufficiente per affidare la responsabilità di voto a persone che conoscono come funziona il mondo che ci circonda, soprattutto conoscendo chi popola il mondo e chi governa il mondo.

Questo il punto da affrontare seriamente. Chi ha l’intelligenza e la cultura minima per votare si dovrà sobbarcare l’onere del voto in modo da legittimare un governo che dovrà essere funzionale a tale scopo e degno di essere chiamato tale, un governo che si possa occupare anche dei problemi di chi non ha taluni capacità e non deve essere gravato dell'onere di voto. Non si tratta di un discorso antropologico o discriminante, si tratta di una questione FUNZIONALE PER LA SOPRAVVIVENZA DEL NOSTRO PAESE.

Questi i primi due passi.

Il terzo passo sarà un esame e un test più approfondito per il conseguimento del DIPLOMA DI CANDIDATO per chi si vorrà candidare come Deputato o Senatore, da tenersi 6-12 mesi prima delle elezioni, in modo che la campagna elettorale sia fatta da persone con cervello, accompagnato dall'eleggibilità massima per 2 candidature nella fascia di età 30-60 anni.

Il paese non si può più permettere una classe di politica di questo livello.

B.W.



Oltre ad essere ovviamente felice per l'utilizzo della formula NUOVA DEMOCRAZIA (finalmente si incomincia a comprendere meglio cosa indica), voglio sottolineare che condivido il 99% di ciò che è scritto.

Le mie personali obiezioni, o più correttamente “suggerimenti”, sono le seguenti:

- la scadenza del patentino, secondo me, deve essere quanto una legislatura (5 anni), dopodichè bisogna rifare l’esame. Se si vuole. Se non si vuole, non si ha diritto di voto. Importante unire la VOLONTA’ dell’elettore al diritto di voto.

- concordo sui 25 anni e sulla riforma scolastica. Non concordo sui 65 anni di limite max per votare perchè credo sia giusto che anche gli anziani possano partecipare alla vita politica fino alla morte, come accadeva ai saggi nelle antiche Comunità o Polis.

- Il diploma di candidato è un’ottima idea. Deve inglobare anche: la fedina penali linda e pulita (eccezion fatta per i reati politici o di opinione, che non possono e non devono escludere un candidato) e l’accettazione ad una indennità di Rappresentante del Popolo (basta con parlamentari, consiglieri, assessori, ecc…) che non può superare i 2.000 – 2.500 euro mensili netti.


mercoledì 4 agosto 2010

La speranza della sinistra italiana è Fini? Che delusione!

Che delusione!
La sinistra italiana continua a deludere ex elettori e militanti, oltre a non riuscire ad attrarne di nuovi.
Il governo Berlusconi, fallimentare su tutta la linea, e guidato da un personaggio, Berlusconi, che può essere considerato il peggior Presidente del Consiglio dall'infausta Unità d'Italia ad oggi, non è stato minimamente infastidito dalla opposizione di sinistra. Se non era per la crisi interna del Pdl, con la fronda interna guidata da Gianfranco Fini, il governo Berlusconi sarebbe ancora come la Scavolini: "il più amato dagli italiani".
Ma è mai possibile che l'unica opposizione a Berlusconi sia una opposizione DI DESTRA? Una destra liberale, certo. Democratica, sicuro. Europea ed europeista, of course. Ma pur sempre, una destra. E la sinistra? Il famigerato PD? La neaonata creatura vendoliana SEL? Gli ex-post-neo-comunisti della Federazione della Sinistra? Niente di niente. Non pervenuti.
Ogni tanto si sente Di Pietro, che di sinistra certo non è per storia personale e per formazione.
Non considero nemmeno "opposizione" quella svolta dall'UDC, che continua a stare con un piede a destra ed uno a sinistra, fingendo di fare opposizione salvo poi candidarsi INSIEME al Pdl nelle regioni "facili". Embè, la poltrona innanzitutto, e Pierferdy subito dopo.
Quindi, se non ci fosse Fini, non ci sarebbe opposizione in Italia al governo delle chiacchiere e della mignottocrazia.
E sentiamo un pò: nel caso in cui il governo cadesse, cosa si dovrebbe fare?
Su questo, i finiani non si esprimono: loro sono fedeli al mandato e al governo...
Lega e Pdl l'hanno già detto: si torna alle urne. La Lega è sempre in crescita, e l'inesistenza dell'opposizione rende sempre positivi i sondaggi privati del premier.
Pd e UDC? Loro sono per un governo tecnico, che cambi la legge elettorale. Personalmente credo sia la posizione più intelligente, ma ritengo sia dettata da un semplice fatto: sia Pd che Udc sanno bene che stanno "inguaiati" e le elezioni anticipate potrebbero rivelarsi un boomerang. Meglio attendere, come da 16 anni a questa parte.
Idv e SEL? Elezioni subito! Addirittura Vendola si candida alle primarie per eleggere il leader del centrosinistra e candidato a premier. Le primarie? Il centrosinistra? E su quali programmi? Con quali alleati? Ah già, nella vecchia democrazia liberale di stampo anglo-americano queste cose non sono importanti...
La Federazione della Sinistra? Boh, non si sa, non pervenuti, non si sentono, eutanasia.
Lo spettacolo indecoroso della "democrazia" italiana, sia della compagine governativa sia delle opposizioni, dimostra ANCORA UNA VOLTA che la crisi della vecchia liberaldemocrazia è irreversibile. A ciò si può rispondere solo con una Nuova Democrazia, una nuova concezione di Partito e Stato, una nuova metodologia politico-elettorale.

martedì 27 luglio 2010

L'organizzazione statale di Sparta



La costituzione spartana era peculiare e differiva da quella di tutte le altre città greche. Essa era fatta risalire a Licurgo, che si sarebbe basato su una rhetra (ῥήτρα), ossia un oracolo, ricevuto a Delfi. La sacralità dell'immutabile ordinamento spartano veniva così fondata direttamente sulla volontà del dio Apollo.

Ecco come Plutarco riferisce la rhetra ricevuta da Licurgo: «Eretto un tempio a Zeus Sillanio e ad Atena Sillania, formate le tribù (Φυλή) e ordinati i villaggi (Ὠβά), istituito un Consiglio di trenta anziani (γερουσία), compresi i re (ἀρχηγέτας), raduna l'assemblea di tanto in tanto tra Babica e Cnacione ove presentare e respingere proposte di legge; al popolo spetti il potere di approvarle».

Lo stato era quindi organizzato in tribù e villaggi ed il potere risiedeva in tre istituzioni: i re, la gerusia e l'assemblea popolare di tutti gli spartiati. I dati demografici relativi ai villaggi (inizialmente quattro, poi cinque per l'aggiunta di Amicle, e poi forse anche di più.) e il loro rapporto con l'organizzazione militare sono piuttosto oscuri: una delle interpretazioni ipotizza, a fronte di una popolazione maschile spartana di 9.000 unità, un esercito composto di 6.500 elementi, 9 villaggi di 1.000 uomini ciascuno che fornissero ognuno circa 720 uomini ad ogni mora (reggimento), essendo ogni mora composta da tre lochoi (schiere) ciascuna di 240 uomini, forniti a ogni schiera da una singola fratria.

La monarchia era stata la forma di governo usuale nella Grecia arcaica, ma solo a Sparta essa si conservò fino all'epoca classica, nella forma particolare della diarchia. I due re appartenevano l'uno alla famiglia degli Agiadi e l'altro a quella degli Euripontidi e si credeva che entrambe le dinastie discendessero direttamente da Eracle. Le competenze dei re, limitate dalle attribuzioni degli altri organi dello stato, erano in epoca classica esclusivamente militari e religiose. Si trattava comunque di due settori entrambi essenziali nella vita dello stato: ai re spettava il comando dell'esercito e la mediazione tra umano e divino, rappresentando la comunità presso gli dei e interpretando la loro volontà a beneficio della città. Non a caso quasi tutti gli spartani di cui si è conservato il ricordo, da Leonida ad Agesilao, furono re.

La gerusia, ossia il consiglio degli anziani composto da trenta membri compresi i due re, aveva importanti poteri giudiziari (in particolare nei processi capitali) e soprattutto politici. Spettava alla gerusia la formulazione e l'esame preliminare delle proposte da sottoporre all'assemblea, che poteva solo approvarle o respingerle, senza avere né potere di iniziativa né possibilità di discutere. La volontà dell'assemblea (costituita da tutti gli spartiati che avevano compiuto trenta anni) non veniva appurata contando i voti, ma per acclamazione, ossia con la forza delle grida: un sistema arcaico che le altre poleis avevano abbandonato. Inoltre Plutarco afferma che «qualora il popolo alteri la proposta prima di adottarla, gli anziani e i re possono togliere la seduta,cioè non ratificano la decisione ma si allontano e sciolgono l'adunanza, perché perverte e cambia in peggio la proposta che è chiamata a votare».


Antica edizione delle Vite parallele di PlutarcoIl senso di questo passo sembra essere questo: la gerusia si riuniva una prima volta e presentava i suoi progetti all'assemblea che poteva approvarli immediatamente o avanzare delle proposte correttive, se non respingerli del tutto. In questo secondo caso, la gerusia si sarebbe nuovamente riunita a parte per valutare le obiezioni dell'assemblea: ripresentate una seconda volta le sue proposte, sia che fossero immutate sia che contenessero delle modifiche, l'assemblea poteva solo approvarle senza ulteriori discussioni. L'assemblea avrebbe avuto di fatto solo un potere consultivo e il regime spartano si qualificherebbe come oligarchico.

Va però osservato che l'appartenenza alla gerusia, a differenza di quanto accadeva per istituzioni apparentemente analoghe tipiche dei regimi oligarchici, non era un diritto ereditario: i suoi membri, detti geronti, erano eletti dall'assemblea tra tutti gli spartiati di almeno sessanta anni di età e restavano in carica a vita. Anche in questo caso si procedeva con le grida: un comitato di giudici determinava gli eletti in base al volume delle acclamazioni ricevute dall'assemblea. Anche se probabilmente la famiglia di appartenenza giocava un ruolo importante in queste elezioni, è un fatto che a Sparta all'interno degli spartiati, tranne l'eccezione delle due dinastie reali, non esisteva un'aristocrazia in senso proprio, con organi istituzionali riservati ai propri membri.

Il potere della gerusia e dei re era inoltre fortemente limitato da un altro organo istituzionale, che la tradizione attribuiva anche a Licurgo ma in realtà non era previsto dalla rhetra: il consiglio dei cinque efori (éphoroi, ossia ispettori, da ephoráô, sorvegliare). Erano eletti anch'essi dall'assemblea, ma tra tutti gli spartiati, senza limiti di età, restavano in carica un solo anno e non erano rieleggibili. I poteri degli efori, che dovevano decidere all'unanimità, erano molto estesi: avevano ampie competenze giudiziarie, ricevevano gli ambasciatori, firmavano i trattati, presiedevano l'assemblea (un incarico che in epoca arcaica era spettato ai re), potevano ordinare la mobilitazione dell'esercito, rimuovere i magistrati dai loro incarichi, e in generale controllavano che gli altri organi, re inclusi, esercitassero i loro poteri nei limiti stabiliti dalla tradizione. Uno degli efori, chiamato eforo eponimo, dava il nome all'anno in corso e ai documenti ufficiali. Poiché eletti dall'assemblea di tutti i cittadini, almeno teoricamente rappresentavano un importante elemento di garanzia di eguaglianza nella società degli spartiati. Cicerone, nel De re publica, li paragona in effetti ai tribuni della plebe, ma Aristotele, nella Politica, ai tiranni greci. Una volta scaduto il loro mandato, il loro operato poteva essere valutato dai loro successori e, se il caso, subire punizioni fino alla morte. Significativamente si sono tramandati moltissimi episodi e aneddoti che li riguardano, ma sempre come organo collegiale, mentre quasi mai si è conservato il ricordo di un particolare eforo.

In sostanza, il sistema politico che si costituì a Sparta nel VII secolo, era del tutto originale rispetto alle altre città greche. Esso riservò tutti i diritti a una casta minoritaria, riducendo gli iloti in condizioni di oppressione non confrontabili con quelli degli schiavi del resto del mondo greco, ma all'interno del gruppo degli spartiati riuscì a realizzare uno stabile equilibrio dei poteri fra i monarchi, le famiglie più potenti e la comunità di tutti i cittadini, che esprimeva un esercito professionale dotato di una straordinaria compattezza e capacità combattiva, specie se paragonata a quella delle milizie delle altre città greche, di scarsa istruzione militare, o alle bande mercenarie di altri paesi.

La struttura istituzionale spartana si conserverà a lungo immutata. Molto lodata da alcuni pensatori antichi - basti pensare a Platone - ed esecrata da altri, sarà modificata solo dopo cinque secoli, all'alba della crisi decisiva della città, ma rimarrà, nel bene e nel male, un modello di riferimento nel corso della storia successiva.

Sparta, come tutte le poleis greche, in principio fu una monarchia. Poi, secondo la leggenda, il legislatore Licurgo introdusse notevoli riforme e diede alla città un governo democratico, per Aristotele, Sparta era la più democratica delle città greche, quella che spesso viene definita l'oligarchia che governava la città, erano in realtà tutti gli Spartiati, cioè i discendenti dei Dori che occuparono la Laconia e sottomisero i Messeni.

L'Apella era l'assemblea di tutti gli spartiati che avevano compiuto trent'anni. Si riunivano una volta al mese, eleggeva gli efori e i membri della gherusia, approvandone o respingendone le proposte. La Gherusia era composta da 28 anziani, curava i rapporti con gli altri Stati, stipulava i trattati e faceva le leggi. Gli Efori erano 5 e controllavano l'applicazione delle leggi, il comportamento dei cittadini, l'amministrazione della giustizia, l'operato dei Re-sacerdoti.

Gli Spartiati


Plutarco scrive:
« Bisogna sapere che a Sparta regnava un'abominevole disparità di condizioni sociali tra i cittadini e vi si aggirava un gran numero di diseredati, che non possedevano un palmo di terra, perché tutta la ricchezza era concentrata nelle mani di poche persone »... « [Licurgo] ripartì il territorio della Laconia in 30.000 lotti, dati in assegnazione agli abitanti del contado, i Perieci, e quello dipendente dalla città in 9.000, quanti erano gli Spartani veri e propri. »
(Plutarco, Vita di Licurgo, 8)

Le terre furono divise in parti eguali (kléroi), e ogni lotto assegnato alla nascita a ogni spartiate e coltivate dagli iloti, gli stessi ex coltivatori laconi e poi messeni resi schiavi di proprietà dello Stato. Tali primitivi appezzamenti erano inalienabili, perché rimanevano di proprietà dello Stato, e ogni cittadino spartano aveva così la garanzia di indipendenza economica, equivalente al godimento dei diritti politici e al riconoscimento di «uguaglianza» con gli altri concittadini: gli Spartani liberi - gli Spartiati - si definivano infatti gli homòioi, gli eguali. Tuttavia le nuove terre conquistate potevano essere oggetto di commercio. e negli Spartiati sussistevano differenze anche notevoli di condizione economica.

Sollevati dal lavoro produttivo, erano tenuti a dedicare il proprio tempo e il proprio denaro solo alle armi e ai sissizi, i banchetti comunitari: chi non fosse stato in grado di sostenere quest'onere avrebbe perduto i diritti di cittadinanza.

Per essere spartiati occorreva soddisfare un insieme di condizioni. In primo luogo occorreva che entrambi i genitori appartenessero a famiglie spartiati. Coloro che erano nati da un padre spartiate e una madre di condizione ilotica erano detti motaci: essi godevano di alcuni privilegi, come la possibilità di ricevere la stessa educazione dei cittadini di pieno diritto e il poter essere ammessi occasionalmente ai sissizi, ma erano privi dei diritti politici. Chi nasceva da genitori entrambi spartiati veniva esaminato alla nascita da alcuni anziani che giudicavano la sua idoneità fisica: solo chi superava l'esame era considerato possibile cittadino. I neonati giudicati non idonei venivano lasciati morire esponendoli in una località sul monte Taigeto. Per divenirlo effettivamente avrebbe però dovuto percorrere con successo l'iter educativo previsto. Infine, come abbiamo visto, per rimanere nella condizione di cittadino di pieno diritto occorreva avere un livello di reddito che consentisse di adempiere i propri obblighi: chi non riusciva a soddisfare questa condizione veniva retrocesso tra gli hypomeiones (inferiori), cittadini di seconda classe che, come i motaci, avevano alcuni diritti ma non quelli politici.

Gli Spartiati si dedicavano esclusivamente, fin dai sette anni, agli esercizi militari, compiuti in un regime di vita comunitario; a diciannove anni erano ammessi nell'esercito, divenendo opliti e a trenta potevano costituirsi una famiglia, continuando l'addestramento militare fino a sessant'anni. In questo modo riuscirono a costituire un esercito professionale, il più forte e disciplinato di tutta la Grecia, fino alla perdita della Messenia, il lavoro dei cui schiavi aveva reso possibile a ogni Spartano un regime di addestramento a tempo pieno.

Un ruolo importante nella classe degli spartiati era esercitato dalle donne; spettava infatti a loro la conduzione dell'economia familiare, per la quale agli uomini mancava il tempo e probabilmente la competenza: spettava in particolare alle donne sorvegliare e dirigere il lavoro degli iloti, dal quale dipendeva lo stato economico della famiglia.

L'educazione degli Spartiati

Busto di oplitaIl caratteristico sistema educativo a cui obbligatoriamente veniva sottoposto ogni giovane spartiate era detto agoghé (ἀγωγή). A sette anni lasciava la famiglia e veniva inserito in un gruppo di coetanei guidati da un ragazzo più grande, imparando danza e musica e, «solo perché non se ne poteva fare a meno» a leggere e a scrivere; ma lo scopo preminente era quello di indurire il carattere e addestrarlo all'arte della guerra.

Verso i vent'anni entrava a far parte degli ireni (εἴρηνες eirenes), soldati che continuavano il proprio addestramento istruendo a loro volta un gruppo di più giovani spartiati. Poteva allora anche essere impiegato nella annuale caccia agli iloti (κρυπτεία krypteía): confinato in località periferiche, con mezzi limitati, armato di un pugnale e nascosto di giorno poteva derubare e uccidere legalmente gli iloti in cui si fosse imbattuto, in modo da sperimentare l'efficienza della propria formazione militare. Questa usanza è considerata da alcuni studiosi complementare alla formazione del cittadino spartano, orientata verso il sistema oplitico, e retaggio di una possibile tradizione precedente il nuovo ordinamento militare.

A trent'anni lo spartiate acquisiva il diritto di voto nell'assemblea (apella) e poteva sposarsi; non è chiaro se fosse ammesso ai sissizi (συσσίτια) della propria fratria a venti o a trent'anni. Il regime di vita, fondato su addestramento militare e banchetti comunitari - la specialità dei quali era il brodo nero - rimaneva semplice e rustico per tutta la sua vita, spartano, appunto.

I Perieci

Rappresentazione di un soldato spartano.I Perieci (περι-οίκοι "quelli che abitano intorno") erano gli abitanti delle comunità presenti nei territori che circondavano la città, come le parti costiere del territorio, viventi, sebbene sotto il dominio politico di Sparta, in stato di libertà e di autonomia, soprattutto dediti a lavori commerciali e artigianali, attività che gli Spartiati non potevano praticare. Sull' origine dei Perieci ci sono pareri discordanti: c'è chi ritiene che derivassero da popolazioni micenee o pre-micenee assoggettate dagli Spartani al momento della loro invasione del territorio (che, a differenza di quelle divenute Iloti, non avrebbero opposto resistenza militare); un'altra ipotesi è che la loro origine risalisse a insediamenti militari situati in prossimità della frontiera; o ancora che si trattasse di Messeni privilegiati per spezzare la solidarietà fra i vinti. I Periecii erano obbligati a combattere, in posizione subalterna, a fianco di Sparta in caso di guerra. Essi rimanevano autonomi nelle loro città, ma erano obbligati al pagamento di tasse a Sparta, senza godervi di alcun diritto politico.

Gli Iloti

Gli Iloti non hanno diritti: sono schiavi pubblici in quanto lavorano terre dello Stato, assegnate in usufrutto ai cittadini i quali, come non possono vendere i propri appezzamenti di terreno, così non possono né affrancare né vendere questi schiavi-agricoltori, che sono perciò anch'essi in usufrutto degli Spartiati i quali possono al più prestarseli in caso di necessità «come fossero beni propri».

Essi svolgono anche i lavori domestici e si accompagnano ai loro «padroni», se possiamo dar credito a Plutarco quando scrive di Timaïa, moglie del re Agide II, che conversa con le sue serve ilote, confidando loro che padre del bambino che ella porta in grembo non è il marito ma l'amante. Oltre a essere anche artigiani, gli Iloti possono servire i giovani spartani durante la loro educazione: sono chiamati allora μόθωνες, móthones.

Essi devono consegnare una parte fissa - l'ἀποφορά, apophorà - della produzione agricola del fondo agricolo (kléros) al padrone, conservando il resto per il proprio sostentamento. La quantità da fornire sarebbe pari, secondo Plutarco, a 70 medimmi ( un medimno è l'equivalente di circa 52 litri) d'orzo per ogni uomo e a 12 per ogni donna, oltre a quantità d'olio e di vino.

Ogni anno i magistrati spartani dichiaravano formalmente guerra agli Iloti, così da rendere lecite aggressioni nei loro confronti. Le dure condizioni in cui si trovavano gli Iloti e il loro numero, essendo stati sempre più numerosi degli Spartiati (non si sa con sicurezza in che proporzione, forse è eccessivo il rapporto suggerito da Erodoto di 7 a 1 nel V secolo a.C.), facevano temere continuamente la possibilità di rivolte. Particolarmente significativa fu quella del 464 a.C., seguita a un terremoto che colpì la città, durante la quale gli Iloti si arroccarono sul monte Itome, nel cuore della Messenia.


Agoghè
La agoghé era un rigoroso regime di educazione e allenamento cui era sottoposto ogni cittadino spartano (eccetto gli appartenenti alle dinastie reali). Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, allenamento militare, caccia, danza e preparazione per la società.


Il termine "agoghé" (ἀγωγή) , tradotto alla lettera come 'condotta/conduzione', è una parola applicata più tradizionalmente all'allevamento del bestiame. Il supervisore durante tutto il periodo di allenamento era un paidonomos: letteralmente, un "mandriano di ragazzi". Secondo la tradizione questo tipo di educazione sarebbe stato introdotto dal semi-mitico legislatore spartano Licurgo, ma si pensa che in realtà abbia avuto i suoi inizi tra il VII e il VI secolo a.C., e veniva impartita ai ragazzi dall'età di sette anni fino ai venti.

L'obiettivo del sistema era di produrre maschi fisicamente e moralmente robusti perché potessero servire nell'esercito spartano. Questi uomini sarebbero stati le "mura di Sparta", poiché Sparta era l'unica città greca senza mura difensive – sarebbero state abbattute per ordine di Licurgo. La disciplina era rigorosa e i ragazzi venivano incoraggiati a combattere tra di loro per determinare chi fosse il più forte nel gruppo.

Struttura

L'educazione degli spartiati di Edgar Degas. Londra, National Gallery.Quando un ragazzo terminava il suo settimo anno (il giorno del suo settimo compleanno) veniva posto sotto l'autorità del paidonómos00 (παιδονόμος), un magistrato incaricato di supervisionare la sua educazione.

Ciclo dell'agoghé, secondo H. I. Marrou


dagli 8 agli 11 anni, piccolo ragazzo


Ρωβίδας / rōbídas (significato sconosciuto)
προμικκιζόμενος / promikkizómenos (ragazzo pre-giovane)
μικκι(χι)ζόμενος / mikki(chi)zómenos (ragazzo giovane)
πρόπαις / própais (pre-ragazzo)


dai 12 ai 15 anni, ragazzo


πρατοπάμπαις / pratopámpaïs (ragazzo di I anno)
άτροπάμπαις / atropámpaïs (ragazzo di II anno)
μελλείρην / melleírēn (futuro irén)
μελλείρην}} / melleírēn (idem, II anno)


dai 16 ai 20 anni,


irén εíρήν / eirēn I anno, o σιδεύνας sideúnas (sconosciuto)
II anno εíρήν
III anno εíρήν
IV anno εíρήν
πρωτείρας / prōteĩras primo-irén

Da quando i ragazzi venivano allontananti dalla famiglia vivevano in gruppi (ἀγέλαι, mandrie) sotto un ragazzo capo più grande. Erano incoraggiati a donare la loro lealtà al gruppo più che alle famiglie; anche quando erano sposati non potevano pranzare con le mogli almeno fino a 25 anni. Tuttavia i ragazzi non erano ben nutriti e ci si aspettava che rubassero del cibo. Se colti nell'atto, venivano severamente puniti (non per il furto, ma piuttosto per essersi lasciati sorprendere). A tutti gli spartiati maschi, con l'eccezione delle due dinastie reali (Agiadi ed Euripontidi), era richiesto di sottoporsi all'agoghé.

Veniva praticata una forma di pederastia spartana istituzionalizzata, da alcuni antichi storici ritenuta di natura casta; guerrieri più anziani mantenevano infatti relazioni a lungo termine con giovani con propositi pedagogici. Al ragazzo spettava richiedere la relazione, che era considerata importante nel trasmettere conoscenze e nell'assicurare la lealtà sul campo di battaglia. Quando facevano un sacrificio agli déi prima di una battaglia, gli spartani sacrificavano al dio dell'amore, Eros.

All'età di 18 anni, dopo l'agoghé, i giovani spartiati (o forse solo i più promettenti di loro) partecipavano alla κρυπτεία, un'organizzazione che metteva ulteriormente alla prova le loro abilità e rinforzava l'obbedienza della popolazione schiava (gli Iloti) incoraggiando i giovani a cercare e uccidere schiavi in un giorno particolare dell'anno.

Ai maschi che non superavano con successo l'agoghé veniva negata la cittadinanza spartana. Alla fine la severità del processo di selezione si rivelò controproducente, poiché il numero dei cittadini declinò fino a divenire di solo qualche centinaio nel III secolo a.C..

Educazione delle ragazze
Anche le ragazze avevano una forma di educazione statale che comprendeva danza, ginnastica e altri sport, insieme ad altri temi. Lo scopo era simile a quello dell'agoghé in quanto mirava a rendere le donne spartane le più attraenti fisicamente dell'intera Grecia, e a consentire loro di dare alla luce bambini sani e vigorosi. Tratti come grazia e cultura erano malvisti, a favore della temperanza fisica e della rettitudine morale. Come per i ragazzi, l'educazione delle ragazze includeva una relazione omosessuale con una donna più anziana.

Le donne spartane indossavano l'antico peplo (πέπλος) aperto su un lato, che a volte suscitava la derisione degli altri greci, che le chiamavano phainomerides, (φαινομηρίδες), "mostra-coscia." Nelle cerimonie religiose, nelle vacanze e durante gli esercizi fisici, ragazze e donne erano nude come i ragazzi e gli uomini.

sabato 24 luglio 2010

Il governo dei migliori

E' uscito il primo libro dell'Oligarca, al secolo Antonio Lucignano.
IL GOVERNO DEI MIGLIORI analizza tematiche quali elite, oligarchia, popolo, massa, avanguardia, minoranza attiva, Stato organico e popolare e le contestualizza all'oggi, dimostrando che alla vecchia democrazia liberale, di stampo anglo-americano, è possibile e necessario sostituire una Nuova Democrazia, la democrazia della qualità, il Governo dei Migliori.
E' possibile acquistare il libro (26 pagine, 5€ + spese di spedizione) su http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=477036 , e per chi abita a Roma o Napoli è possibile contattare direttamente l'autore all'indirizzo ant.lucignano@libero.it
Quello che segue è un video autoprodotto di presentazione del pamphlet politico IL GOVERNO DEI MIGLIORI:

martedì 20 luglio 2010

La ferrea legge dell'oligarchia

La legge ferrea dell'oligarchia, formulata nel 1911 dal politologo tedesco Robert Michels nel suo libro Sociologia del partito politico, teorizza che tutti i partiti politici si evolvano da una struttura democratica aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, ovvero da un numero ristretto di dirigenti. Questo deriva dalla necessità di specializzazione, che fa sì che un partito si strutturi in modo burocratico, creando dei capi sempre più svincolati dal controllo dei militanti di base. Con il tempo, chi occupa cariche dirigenti si "imborghesisce", allontanandosi dalla base e diventando un'élite compatta dotata di spirito di corpo. Nello stesso tempo, il partito tende a moderare i propri obiettivi: l'obiettivo fondamentale diventa la sopravvivenza dell'organizzazione, e non la realizzazione del suo programma. [1]

Michels, che elabora le sue tesi principalmente grazie all'osservazione del Partito Socialdemocratico Tedesco, fornisce quattro prove a sostegno della sua tesi:

1) La democrazia non è concepibile senza una qualche organizzazione.

2) L'organizzazione genera una solida struttura di potere che finisce per dividere qualsiasi partito o sindacato in una minoranza che ha il compito di dirigere e una maggioranza diretta dalla prima.

3) Lo sviluppo di un'organizzazione produce burocratizzazione e centralizzazione, che creano una leadership stabile, che col tempo si trasforma in una casta chiusa e inamovibile.

4) L'insorgenza dell'oligarchia deriva anche da fattori psicologici, in particolare la "naturale sete di potere" di chi fa politica e il "bisogno" delle persone di essere comandate. [2]

Questo approccio è stato criticato, in tempi più recenti, da Angelo Panebianco, che ha osservato che l'evoluzione dei partiti è più complessa e contraddittoria di quanto ipotizzato da Michels. Panebianco evidenzia come la base di un partito non abbia un ruolo del tutto passivo, in quanto anch'essa (e non solo i leaders) possiede risorse. Inoltre, le ideologie non sono del tutto manipolabili: quindi, gli obiettivi di un partito possono essere articolati e adattati alle mutate esigenze, ma non abbandonati del tutto

giovedì 15 luglio 2010

Robert Michels e la ferrea legge dell'Oligarchia



Michels studia il partito socialdemocratico tedesco e perviene alla conclusione che nel partito politico si attuano le stesse dinamiche che interessano lo Stato. Un esempio è l’SPD, che per la sua natura dovrebbe coinvolgere maggiormente le masse, ma invece è interessato da processi fortemente oligarchici. Nel suo pensiero il parlamento diventa il luogo in cui le burocrazie dei partiti si accordano, Michels dirà: “io di rivoluzioni ne ho viste tante, di democrazie mai”. Anche in un regime democratico sono i vertici del partito che si fanno eleggere: legge ferrea dell’oligarchia. In realtà nel parlamento non esiste una vera competizione tra partiti, poiché i vari dirigenti hanno interesse a perpetuare la situazione in essere.

Michels discute di questi argomenti con Max Weber, c’è bisogno di una novità in politica e la può portare solo l’”eroe carismatico”, dal momento che al parlamento viene attribuita una valenza negativa. C’è bisogno di un’idea nuova e carismatica: il fascismo; verrà, così, meno la mediazione dei partiti tra leader e popolo e si instaurerà tra di essi un rapporto diretto. A differenza di Weber, il quale ritiene che il carisma del leader si possa formare in parlamento, Michels ritiene che per esserci carisma non si possa prescindere da un rapporto diretto e non mediato con il popolo. Maggioranza e opposizione fanno finta di lottare: il loro scopo è di farsi rieleggere e di perpetuarsi al potere. Con l’adesione al fascismo trova un'alternativa alla ‘’legge ferrea dell’oligarchia’’, che ha per lui una valenza fortemente negativa. Il fascismo esprime un leader carismatico, e questo è l’unico modo per superare la pseudemocrazia che era affermata.

Approfondendo alcuni brani tratti da “L’oligarchia organica costituzionale” si possono enucleare alcuni tratti del sistema teorico di Michels:

Il parlamentarismo è una falsa leggenda: non siamo noi che votiamo i rappresentanti ma i rappresentanti che si fanno scegliere da noi,
Lo Stato non importa alla maggior parte delle persone, soprattutto per ciò che attiene le vicende prettamente istituzionali: non si può sperare che la partecipazione parta dal basso,
Le classi politiche non si sostituiscono come ci aveva spiegato Pareto; puntano, invece, all’amalgama, si servono della captazione per non perdere mai il loro potere,
L’opposizione parlamentare mira all’unico scopo, in teoria, di sostituire la classe dirigente avversaria; in pratica, invece, finisce per amalgamarsi con la classe politica al governo,
A nulla valgono i movimenti popolari, perché chi li guida abbandona la massa e viene assorbito dalla classe politica: “parte incendiario e arriva pompiere”.
Anche dalla lettura di passi tratti da “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia” si possono trarre alcuni spunti interessanti:

È una funzione scientifica dimostrare l’inganno del parlamentarismo,
Non è vero che ad una rivoluzione seguirà un regime democratico,
I socialisti democratici vengono definiti “fanatici partigiani dell’organizzazione”.
“Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia”; l’organizzazione e la seguente degenerazione oligarchica causano veri e propri mutamenti genetici nei partiti socialdemocratici: le masse non possono più interferire con le decisioni, i capi non sono più gli organi esecutivi della volontà della massa ma si emancipano completamente dalla massa stessa. Tanto più grande diventerà il partito, tanto di più si riempiranno le sue casse e la tendenza oligarchica si farà strada con maggior vigore; la base non potrà più controllare in alcun modo i vertici del partito. Il regime democratico non è molto confacente ai bisogni tattici dei partiti politici: il partito politico, così come si deve organizzare per competere con gli altri partiti, è qualcosa di distante dalla comune idea di democrazia. Il principio della democrazia è ideale e legale (perché comunque si va a votare) ma non è reale in quanto, in realtà, la base non può scegliere nulla. Votando non diventiamo compartecipi del potere: “la scienza ha il dovere di strappare questa benda dagli occhi delle masse”. Anche Michels, perciò, ha un approccio scientifico e non ideologico. “La formazione di regimi oligarchici nel seno dei sistemi democratici moderni è organica”. “L’organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori”, un esempio attuale e concreto è quello del “porcellum”.

Una frase sintetizza con efficacia il pensiero di Michels: “sulla base democratica si innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio”.
da Wikipedia
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Un saggio breve su Michels
http://polis.unipmn.it/pubbl/RePEc/uca/ucapdv/malandrino165.pdf
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In Michels, l’influenza del marxismo è evidente soprattutto perché, nato e cresciuto nell’ambiente culturale tedesco, da giovane, aveva militato da marxista nell’ala sinistra del partito socialdemocratico, contro i revisionisti. Forte è anche l’influenza del sindacalismo di Sorel e, poi, della sociologia di Weber. Stabilitosi poi in Italia, subì l’influenza degli studi di Mosca e Pareto ed aderì al fascismo.
Nella sua opera più famosa, La sociologia del partito politico (1911), centrale è l’idea elitistica della necessità di una minoranza organizzata mentre marxismo, socialismo, democrazia e partecipazione diretta delle masse al potere, sono i suoi costanti bersagli.
Michels afferma che le masse sono deboli e in quanto tali non possono conservare il potere; per farlo, è necessario che si organizzino ma ciò comporta uno stravolgimento nella loro struttura. Ogni organizzazione politica, sia essa un partito o un sindacato, ha bisogno di una struttura, di personale specializzato e ciò comporta, inevitabilmente, una selezione per la formazione di tale personale e l’impossibilità da parte della massa in quanto tale di esercitare un potere diretto. Si crea dunque un’organizzazione gerarchica nell’ambito della quale è possibile che, all’inizio, il capo governi come “servitore delle masse” ma presto saranno le masse a essere sottomesse al gruppo minoritario organizzato. E’ questa la legge di ferro dell’oligarchia.
Tale principio ha trovato, in effetti più conferme che smentite, ed è anche vero quanto affermato da Michels e cioè che questo fenomeno si riscontra anche nelle democrazie e all’interno dei regimi che si rifanno al marxismo.
A Michels va il merito di non aver accettato la distinzione tra maggioranza disorganizzata e minoranza organizzata come un dato di fatto ma di aver spiegato sociologicamente il processo di formazione delle élites.
Le sue affermazioni, però, vanno criticate per alcuni aspetti:
1) Michels spiega il formarsi di una oligarchia all’interno di un partito politico però egli non considera che è un conto trovarsi dinanzi a un unico partito, la cui oligarchia domina incontrastata, e altro conto è trovarsi in una società in cui vi sia una pluralità di partiti, anche se all’interno di ognuno tende a verificarsi quanto egli ha indicato;
2) Michels considera priva di importanza che la minoranza organizzata governi in una società in cui una classe ha la proprietà privata dei mezzi di produzione oppure in una società senza tale proprietà privata in quanto egli afferma che il formarsi di un’oligarchia comunque comporta una serie di privilegi. Però, un conto è parlare di privilegi che derivano dalla diversa organizzazione politico-economica della società e un conto è considerare i privilegi che derivano dall’organizzazione burocratica.
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martedì 13 luglio 2010

Gaetano Mosca, teorico dell'Oligarchia



Insieme a Vilfredo Pareto e a Robert Michels, Gaetano Mosca è uno dei più importanti esponenti della corrente di pensiero elitistica.

Mosca, nella sua analisi sul potere politico, critica la tripartizione aristotelica delle forme di governo ( Monarchia, Oligarchia, Democrazia). Egli sostiene che esiste una sola forma di governo e di classe politica, cioè, l'oligarchia. Mosca fa tale affermazione perché sostiene che in ogni società vi sono due classi di persone: i governanti (che sono le élite che hanno il potere politico) ed i governati (il resto della società). Secondo Mosca la élite al potere è organizzata in modo tale da mantenere a lungo la propria posizione e tutelare i propri interessi, anche utilizzando i mezzi pubblici a sua disposizione.

Per questi motivi egli ritiene che la democrazia, il parlamentarismo, il socialismo siano solo delle utopie, delle teorie politiche per legittimare e mantenere un potere che è sempre in mano a pochi uomini. Infine, egli sostiene che vi è una riproduzione del potere per via democratica quando l'oligarchia permette, ai membri di qualsiasi classe sociale, l'ingresso al suo interno; vi è una riproduzione del potere per via aristocratica quando il ricambio avviene sempre all'interno della élite. Questo ricambio dipende anche dalla situazione dello stato in quel preciso momento, infatti in una condizione di guerra, l'accesso alla classe politica sarà facilitato a generali, comandanti etc.

Mosca fu senatore durante il periodo liberale e, essendo la carica vitalizia, anche durante il fascismo, ideologia con cui non si trovò assolutamente d'accordo e che lo fece riflettere sul valore di quel parlamentarismo tanto criticato nelle sue prime opere.

Mosca si occupò esclusivamente delle élites politiche, anche se non ricorse al termine élite ma al termine classe politica: il ruolo di conduzione della società è, infatti, eminentemente politico.

Nel suo pensiero, ci sono due casi ricorrenti della vita politica i quali sono solo fenomeni apparenti:

vi è un uomo solo al comando,
l’élite si fa scalzare dalla massa mossa dal malcontento.
Nel primo caso l’autocrazia si basa su una classe politica, chi è a capo del governo non può muovere contro la classe politica: principio dell’organizzazione. Nel secondo caso, la massa, nonostante creda di poter scalzare definitivamente un’élite, emanerà di nuovo una ristretta classe politica, perché senza classe politica non si governa.

Cos’è l’organizzazione? È ciò che permette alla minoranza di erigersi sulla maggioranza disorganizzata; la minoranza è organizzata in quanto è possibile darsi un'organizzazione solo tra pochi, non tra molti. È necessaria una formula politica per giustificare l’esistenza di una determinata classe politica, in caso contrario nessuno accetterebbe di farsi governare. Il venir meno dell’accettazione della formula politica è causa di mobilità: si instaurerà una nuova classe politica giustificata da una più attuale ed accettabile formula politica. È vero, come ci ha insegnato Karl Marx, dice Mosca, che la storia dell’umanità è una storia di lotta, ma non si tratta di lotta economica, bensì di lotta politica. È lotta tra una minoranza che vuole continuare ad essere classe politica e un’altra minoranza che aspira a diventarlo. La formula politica può essere ricondotta al concetto di principio di sovranità; viene escogitata artificialmente, ad arte, per esercitare il potere.

Le formule politiche non sono, comunque, semplici ciarlatanerie: sono sottese da un bisogno antropologico, l’uomo per obbedire a un comando ricerca una giustificazione. Nel 1883 scrive “Teorica dei governi e del governo parlamentare” e si interroga sul fatto che chi ha diritto di voto possa in realtà incidere sulla scelta delle élites. Egli giunge a una visione pessimistica: anche in un sistema rappresentativo, in realtà, non siamo noi a scegliere i nostri rappresentanti ma sono i nostri rappresentanti che si fanno scegliere da noi (ad esempio con il ricorso alle liste bloccate). L’elettorato incide, perciò, poco sulle scelte: l’allargamento potrebbe stare in un allargamento della base elettorale che porti verso un sistema maggiormente democratico.

Secondo Mosca ci sono due principi alla base delle classi politiche: quello autocratico (dall’alto al basso, proprio delle classi politiche aristocratiche) e quello liberale (dal basso all’alto, proprio delle classi politiche democratiche). Tali correlazioni non sono però automatiche (ad esempio vi può essere un sistema democratico ma autocratico, come la Cina dei Mandarini o, viceversa, uno stato aristocratico e liberale). La preferenza di Mosca va a un principio liberale con una classe politica democratica. Nella revisione del ’23 di “Elementi di scienza della politica” afferma che il progresso umano può avvenire solo in democrazia.

da Wikipedia

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Per quanto concerne l’organizzazione del potere nel pensiero di Gaetano Mosca: http://archiviodigitale.unimc.it/bitstream/10123/699/5/martinelli.pdf

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Nelle opere di Mosca ritroviamo due definizioni-tipo di classe politica, dirigente e politica, spesso confuse e identificate nelle seguenti elaborazioni "classe speciale di persone che forma il governo", o "forze direttrici della società e quindi vere forze politiche".

Il principio che accomuna entrambi i concetti, è quello che riconosce come unica realtà sociale, quella in cui una minoranza dominante governa la maggioranza; ma la soluzione per superare questa confusione, tra le due nozioni, è basata sulla distinzione di due livelli di generalizzazione: il primo più generale, in cui la classe politica e dirigente, sono tutt'uno, rappresentando le posizioni di potere e le forze sociali; quindi, una connotazione allargata della classe politica, in cui questa, è definita come l'insieme delle persone che esercitano la direzione politica, comprendendo la classe economicamente dominante, come i ceti abbienti, gli intellettuali, il clero, cioè tutte le capacità direttive del paese, a qualunque titolo costituite (religioso, sociale, politico).
Il secondo, più specifico, si basa sulla distinzione dei rapporti tra potere nella società e nello stato.

La teoria della classe politica, partendo dal presupposto che in qualunque sistema sociale è presente una minoranza dominante e una maggioranza dominata, giunge ad una "teoria del potere" utile per ricostruire i caratteri della formazione ed organizzazione dei gruppi politici dirigenti.
L'importanza della classe politica, sta nel fatto che la sua costituzione, determina la politica e la civiltà dei diversi popoli.
Uno dei tratti fondamentali di una società, va ritrovato nella struttura della classe politica, cioè nella relazione tra i gruppi che detengono ed esercitano il potere, partendo dal postulato che la politica è sinonimo di lotta per la supremazia.

In Mosca rintracciamo il rifiuto per l'utilizzo del termine élite, poiché il suo significato può condurre all'idea che coloro che sono al potere siano gli elementi migliori della popolazione.
Le minoranze governanti sono formate in maniera che gli individui che le compongono: "si distinguono dalla massa dei governati per certe qualità, che danno loro una certa superiorità materiale ed intellettuale od anche morale…essi, in altre parole, devono avere qualche requisito, vero o apparente, che è fortemente apprezzato e molto si fa valere nella società nella quale vivono" oppure sono gli eredi di coloro che possedevano queste caratteristiche.

Smentendo la teoria del principio ereditario nella classe politica, poiché se veramente essa appartenesse ad una razza superiore, non dovrebbe decadere o perdere il potere, come effettivamente accade, queste qualità sono costituite dal: coraggio personale, la lealtà, la capacità di lavoro, la volontà di innalzarsi, il senso di concretezza, l'energia nel comandare, ed altre ancora, che nell'insieme creano l'arte di governo.

"L'uomo di governo è colui che ha le qualità richieste per arrivare ai posti più elevati della gerarchia politica e per sapervi restare".

All'uomo di governo, che Mosca definisce arrivista e trasformista, contrappone: "Uomo di stato è colui che per la vastità delle sue cognizioni e per la profondità delle sue vedute acquista una coscienza chiara e precisa dei bisogni della società in cui vive e che sa trovare la via migliore per condurla, con le minori scosse e le minori sofferenze possibili, alla meta alla quale dovrebbe o almeno potrebbe arrivare".
Il male del governo parlamentare, è che in esso predomina la figura del politicante professionista, e manca quella dell'uomo di stato.

Articolo tratto dalla tesi di Antonella Cornaro, Teorie classiche sulla formazione delle Elites politiche: Mosca, Pareto, Michels, Weber, Gramsci


http://www.vivamafarka.com/forum/index.php?topic=62521.0

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martedì 6 luglio 2010

L'Oligarca - 5/7/2010

Il primo video de L'Oligarca.
Poco più di un messaggio di prova, questo video sarà il primo di una serie che, al momento, non avrà cadenza quotidiana.
Parlerò solo quando avrò qualcosa da dire.
Vi saluto.


venerdì 2 luglio 2010

Elitismo

In un suo studio condotto sulla città di Atlanta, capitale della Georgia, e pubblicato nel 1959, Hunter dimostrava che l’intero potere era saldamente e stabilmente nelle mani di pochi uomini d’affari (SOLA 2000: 238). Un elitista non avrebbe perso tempo a fare un simile studio, dal momento che egli dà per scontato che questa è la regola. L’elitista crede che la stragrande maggioranza di cittadini non sia capace di autogovernarsi e abbia bisogno di guide, e approva e sostiene la società duale. Ecco, per esempio, cosa direbbe Mises: “Che gli uomini non siano tutti uguali, che alcuni siano cioè nati per guidare e altri per essere guidati, è una circostanza che nemmeno le istituzioni democratiche possono modificare” (1990: 97). “L’elemento centrale della dottrina elitista – scrive Rush – è che in qualsiasi sistema politico è una minoranza della popolazione a prendere le decisioni fondamentali” (1994: 70). Gli elitisti partono da questa constatazione: tutte le società della storia sono «duali», sono cioè divise cioè in una minoranza che governa e una maggioranza che è governata. E concludono: «è bene che sia così e non può essere che così».

6.1. La teoria elitista
La teoria elitista parte dalla ovvia constatazione che “in tutte le società […] esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati” (MOSCA 1994: 50) e dalla convinzione che la società duale risponda “ad un vero bisogno della natura sociale dell’uomo” (MOSCA 1994: 70). Secondo Mosca è inevitabile che una minoranza organizzata assuma il governo delle masse perché, “non ci può essere una organizzazione umana senza una gerarchia, e qualunque gerarchia necessariamente richiede che alcuni comandino e gli altri ubbidiscano e, poiché è nella natura degli uomini che molti di essi amino il comandare e che quasi tutti si adattino ad ubbidire, riesce assai utile una istituzione, la quale dà a coloro che stanno in alto la maniera di giustificare la loro autorità e nello stesso tempo aiuta potentemente a persuadere coloro che stanno in basso a subirla” (1994: 194). E, se così non fosse, “qualunque organizzazione e qualunque compagine sociale sarebbe distrutta” (MOSCA 1994: 51).
Che lo dichiari espressamente o meno, l’elitista è convinto che ci sono due tipi di uomini: gli uomini con capacità superiori (i più forti, i migliori, l’élite, i dominatori), e quelli con capacità inferiori (i più deboli, il popolo, le masse, i dominati). I primi, e solo loro, governano e devono governare, legiferano e devono legiferare, comandano e devono comandare. Tutti gli altri devono essere esclusi dal potere, perché non ne sono all’altezza. Come eterni bambini essi dovranno essere tenuti sotto tutela da qualcuno che decida per loro e stabilisca cosa sia il loro bene e il loro male e come debbano essere felici.
È la logica che gli ebrei hanno eretto a proprio modello ideale politico e che invece è stata respinta dai greci a favore di una divisione delle responsabilità fra tutti i cittadini. Ebbene, la storia insegna che, sotto questo riguardo, gli ebrei sono stati i veri trionfatori. La loro logica, infatti, ha prevalso in tutti i paesi e in tutte le epoche, consacrando l’idea che il popolo è radicalmente incapace di assumersi responsabilità politiche e deve essere guidato da un capo. Quest’idea è stata interiorizzata dalle masse, che si sentono già onorate ed appagate per il solo fatto di essere chiamate in causa nelle periodiche consultazioni elettorali. Ma gli elitisti sanno bene che la DR è solo un’illusione di democrazia e che le elezioni non costituiscono un segno del potere del popolo: esse sono solo una sorta di battaglia senza spargimento di sangue condotta dalle élites dominanti che competono per la conquista del potere.
L’idea di un autogoverno popolare è ritenuta dall’e. una pura fantasia, dal momento che il potere è sempre stato gestito da pochi individui o da pochi gruppi. “Non è il popolo che aspira ad autogovernarsi. La figura del popolo che si autogoverna è, al contrario, una creazione degli intellettuali: serve a legittimare la loro aspirazione ad unificare nelle proprie mani, in una società dominata dalla ragione e dalla scienza, la stessa egemonia che nella società dominata dalla fede si spartirono tra loro chierici e signori feudali” (SETTEMBRINI 1994: 70). Anche secondo Croce, le masse non sono in grado di autogovernarsi e non sanno essere protagoniste della storia: il potere è detenuto solo dalle classi dominanti. Le stesse elezioni non costituiscono un segno del potere del popolo: sono solo una sorta di sondaggio della pubblica opinione da parte dei dirigenti.
Per gli elitisti, in tutte le società si possono distinguere due classi di persone, pochi governanti e tanti governati e, per conseguenza, tutti i governi non sono altro che oligarchie. È la conseguenza ineluttabile dell’ottusità delle masse, che hanno bisogno delle dande per muoversi sicuri. Moses ne è più che certo: “È vero che le masse non pensano. Ma è propria per questa ragione che esse seguono quelli che lo fanno. La guida intellettuale dell’umanità appartiene ai pochissimi che pensano da soli” (1990: 556). Pareto è esplicito: “Lasciando da parte la finzione della «rappresentanza popolare» e badando alla sostanza, tolte poche eccezioni di breve durata, da per tutto si ha una classe governante poco numerosa, che si mantiene al potere, in parte con la forza, in parte con il consenso della classe governata, molto più numerosa” (1920: 444). La forza dei governanti è legata alla loro organizzazione: cento persone organizzate prevarranno su mille persone disunite.
A differenza del marxismo, gli elitisti negano che la storia sia fatta di lotte di classi e affermano che non c’è alcuna alternanza di classi al potere, che la classe dei poveri non ha mai governato, che il popolo non esiste come forza politica, così come non esiste una volontà popolare, che esistono solo dei leader e che la storia “è lotta di minoranze per la supremazia” (SOLA 2000: 12). I leader sono soggetti rapaci che, appoggiati da un’élite di ricchi signori, manipolano le masse, le utilizzano per i propri fini, le condizionano e le sfruttano concedendo loro, a malapena, il minimo per la sussistenza. Essi impongono la propria legge facendo credere alla gente che si tratta della legge migliore possibile nell’interesse di tutti, a volte consentono alle masse di scegliere l’élite da cui vogliono essere governate, ma non riconoscono alle stesse il diritto di chieder conto del loro operato.
Di fatto, i leader si pongono al di sopra delle leggi e governano in modo «irresponsabile», così che non possono essere chiamati in giudizio in caso di fallimentare amministrazione dello Stato o di cattiva condotta. Ciò non vale solo per le monarchie o per i governi antichi: vale anche per le moderne democrazie dove, come sostiene Schumpeter, partendo da una lista di pochi nomi imposti dall’alto, i cittadini eleggono un capo e a lui affidano il governo del paese. Gli elitisti, dunque, “sottoscrivono l’esistenza di un’unica élite del potere, monolitica, omogenea per provenienza e situazione sociale, tendenzialmente irresponsabile e per giunta espressione, diretta o mediata, del potere economico” (SOLA 2000: 228).

6.2. Elitismo e darwinismo sociale
La teoria elitista presenta una spiccata compatibilità con la teoria della selezione naturale elaborata da Darwin, con la quale si presta ad essere integrata. Entrambe, infatti, sostengono che gli esseri viventi competono fra loro e i più forti dominano (e, a volte, eliminano) i più deboli. Una magistrale sintesi fra le due teorie è stata attuata da Herbert Spencer (1820-1903), il quale estende al collettivo quello che Darwin ha proposto in ambito biologico-individuale, dando così origine al cosiddetto darwinismo sociale, che riscuoterà un grande successo e diventerà la filosofia dominante nella seconda metà dell’Ottocento. Da tale filosofia prende origine la dottrina elitista, che è illustrata nelle opere di Mosca, Pareto e Michels, a cavallo tra XIX e XX secolo, e si sviluppa sui seguenti punti fondamentali:
1. Tutti gli uomini competono fra loro.
2. Da questa competizione emergono i più forti (élites), che si appropriano del potere.
3. In ogni tempo e in ogni luogo il potere è concentrato nelle mani di una piccola minoranza e pertanto ogni governo è oligarchico.
4. Le minoranze dominanti sono organizzate o comunque molto meglio organizzate rispetto alla maggioranza subordinata.
5. Il diritto è imposto dalla classe dominante, apparentemente nel nome di un dio o del popolo, in realtà con la forza.
6. La legge è generata dai potenti e serve ai loro interessi.
7. La legge non può essere uguale per tutti, poiché vi sono cittadini di serie A (i membri delle élites) e cittadini di serie B (il cosiddetto popolo). Perciò, tutte le società sono duali.
8. Le élites possono essere chiuse, come avviene nei regimi aristocratici e autocratici, o aperte, come è il caso delle democrazie, ma sono sempre ristrette.

6.3. Le ragioni di un successo
L’elitismo può essere considerato una delle teorie politiche di maggior successo di tutti i tempi, e i suoi sostenitori sono innumerevoli: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels costituiscono solo la punta dell’iceberg. La posizione degli elitisti appare in grande spolvero anche ai nostri giorni e, infatti, perfino i più illustri pensatori di fede democratica, come N. Bobbio (1991: 47-9), G. Sartori (1993: 295) e D. Settembrini (1994: 70), continuano a ritenere che il popolo sia incapace di autogovernarsi e che non si possa andare più in là della democrazia rappresentativa. Lo stesso fa Salvador Giner, uno dei massimi sociologi spagnoli, secondo il quale la democrazia diretta è un “sistema auspicabile ma difficile da mettere in pratica” (1998: 71). Ora, questa sfiducia generale non fa che favorire e rafforzare le posizioni elitiste.
La maggior parte dei cittadini non s’intende di politica e molti non si preoccupano nemmeno di esercitare il proprio diritto di voto? Va bene così, ripetono gli elitista con Platone. È bene che il popolo non prenda alcuna iniziativa: se lo facesse sarebbe un disastro. La politica, diceva Platone, è roba da filosofi. Da parte loro, gli elitisti affermano: «la politica è roba da professionisti». Cambiano le parole, ma la sostanza è la stessa. In entrambi i casi, infatti, più che di democrazia dovremmo parlare di oligarchia: “la teoria elitista sostiene che la democrazia può funzionare e sopravvivere solo nelle forme di una oligarchia de facto di politici professionisti e burocrati; che la partecipazione popolare deve esserci solo in occasione delle elezioni, in altri termini che un’apatia politica è un segno di salute” (Finley 1972: VII).

6.4. Questioni aperte
Rimangono aperte alcune questione. È proprio vero che i governanti siano i migliori? È proprio vero che il popolo sia incapace di autogovernarsi? Gli elitisti non appaiono interessati a siffatte questioni e danno per scontato che chi governa ha già dimostrato di avere sbaragliato la concorrenza e di essere il più forte. Essi non si pongono la domanda se il governante sia veramente il più meritevole o se tutti i cittadini comuni siano veramente incapaci di assumersi responsabilità politiche. L’elitista non si chiede «chi deve comandare?», dando per scontato che comandano i migliori, né s’interroga su un possibile governo del popolo, dal momento che, secondo lui, in tutti i tipi di governo, comanda sempre il più forte. In definitiva, gli elitisti “tendono a dare una definizione molto ristretta della democrazia che, nel migliore dei casi, è considerata come un mezzo per scegliere coloro che prendono le decisioni e per frenare i loro eccessi” (HELD 1997: 221).

6.5. Limiti
Gli elitisti sono pragmatici e descrivono in modo fedele ciò che si vede, allo stesso modo di una macchina fotografica che immortala la scena per come appare da un certo punto di osservazione. Quello che in loro difetta è lo spirito critico, la voglia di chiedersi se ciò che essi vedono potrebbe cambiare se cambiano le condizioni o il punto di osservazione. L’elitista si affretta a giustificare l’apparenza, senza indugiare a chiedersi il perché delle cose che vede, senza argomentare adeguatamente il suo giudizio, ovvero senza preoccuparsi di dimostrare né che i dominanti sono anche i migliori, né che le masse sono veramente incapaci.

http://studisudemocrazia-formedigoverno.blogspot.com/2009/08/6-elitismo.html