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martedì 28 agosto 2012

La nostra generazione se la passa male



La nostra generazione se la passa male. Non abbiamo i residui di una guerra mondiale sulle spalle, non abbiamo conosciuto la fame e i vestiti passati di fratello in fratello, non abbiamo festeggiato quando c'era la carne a tavola. La nostra generazione, però, se la passa male lo stesso.
Abbiamo i cellulari di ultima generazione e gli indumenti griffati, abbiamo tutti l'automobile e l'impianto stereo, abbiamo la possibilità di informarci in tempo reale e gratis, abbiamo gli effetti speciali al cinema e anche gli occhialini 3D. Eppure la nostra generazione se la passa male.
Abbiamo la possibilità di viaggiare, girare l'Europa con l'interrail o con i voli low cost, visitare luoghi che i nostri genitori vedevano solo in viaggio di nozze, e i nostri nonni in qualche cartolina di parenti emigrati. La nostra generazione, intanto, se la passa male lo stesso.
Abbiamo conosciuto la neve sotto uno snowboard d'inverno nonostante fossimo nati in paesi di mare. Abbiamo mangiato talmente tanto che tutti siamo a dieta. Abbiamo gli abbonamenti in palestra e spendiamo fette dei nostri stipendi in prodotti di bellezza. Abbiamo i centri commerciali in cui fa caldo d'inverno e si sta freschi d'estate, dove possiamo comprare tutto ciò che ci serve senza preoccuparci del parcheggio dell'auto o delle nuvole grigie che, all'orizzonte, minacciano pioggia.
Eppure, la nostra generazione se la passa male. Lavori precari e sottopagati. Diritti ridotti o inesistenti. Prospettive di costruire una famiglia pari a zero. Traffico e inquinamento aumentati in maniera proporzionale al costo della benzina. Servizi sociali e sanitari insufficienti. Monopolio culturale del pensiero unico. Partito unico benpensante moderato liberista. Anche la musica dura è diventata abbastanza morbida da piacere ai figli di papà. Anche le rivoluzioni si organizzano su facebook, e i rivoluzionari si limitano a mettere "mi piace".

A volte mi guardo intorno alla ricerca di una risposta alla domanda: perché ce la passiamo così male? E non riesco a darmi una risposta che non sia un'altra domanda:
Abbiamo lottato?

Do svidanija

martedì 31 luglio 2012

Resistere tanto, obbedire poco




Ci hanno provato in tutti i modi. Una settimana di fuoco incrociato tra giornali e politici di ogni schieramento: criminalizzare e dividere il movimento per depotenziare e far fallire la marcia di oggi. A partire dalla Cancellieri fino ad arrivare all’ultimo Ferrentino di turno. Tutti a sparare a zero contro un movimento “violento” e raccomandare la popolazione della Valle di Susa di stare a casa.Il prefetto poi ha vietato di fatto la manifestazione e istituito posti di blocco in tutte le strade di accesso per Giaglione. Ma si sa, l’obbedienza e la paura non sono di casa in questa valle.
Ma ancora una volta non ha funzionato: almeno in cinquemila  hanno marciato tra boschi e sentieri impervi. Non era una manifestazione qualunque, servivano gambe buone per la montagna e sangue freddo per non cadere nelle provocazioni. Eppure anziani, giovani, bambini, famiglie, hanno voluto ancora una volta dimostrare la loro ostilità verso una situazione che ha raggiunto il surreale: da una parte un cantiere zeppo di divise e povero di operai e dall’altra una Valle costellata da posti di blocco a fermare e intimidire una popolazione sempre più esasperata.
I giornali dicono che è la strategia dello sfiancamento: stancarci e demotivarci fino a che la rassegnazione non prenderà il sopravvento.
Ma chi abita e vive questo territorio, chi da vent’anni difende questo lembo di terra, sa che l’epilogo sarà per forza un altro. Una lotta che vede da anni bambini che diventano adulti con una bandiera no tav in mano significa che la resistenza è entrata nel dna di questa popolazione. Chi si ricorda più di Pisanu ministro degli interni, di Ghigo e poi Madama Bresso e di tutti gli altri che hanno sproloquiato sul Tav senza mai sapere neanche di cosa parlavano?, e chi si ricorderà più di Esposito? La cruda verità e che loro passano e i no tav restano.
E’ normale per chi vive in questa Valle dedicare un pezzo importante della propria vita in questa lotta, e noi in questa Valle ci viviamo. Quanto per loro è normale occupare militarmente un territorio? Per quanto tempo potrà uno Stato permettersi di spendere 90 mila euro al giorno per garantire un semplice sondaggio geognostico come quello della Maddalena? Oggi barcollano nel mantenere un cantiere in uno dei posti più impervi e nascosti della valle, ma domani in mezzo ai paesi penseranno veramente di costruire cantieri fortificati alla Fort Apache?
Che l’opera sia inutile orami è assodato, che le poche risorse economiche che rimangono servono per cose ben più importanti e urgenti anche…è solo una questione di tempo, a noi non ci rimane che avere pazienza nella nostra tanta resistenza e poca obbedienza.

 Comitato No Tav Spinta dal Bass - spazio sociale Visrabbia

lunedì 18 giugno 2012

Tecniche di sabotaggio antico

ComeSiFa.jpg



[La casa editrice Manni ha pubblicato un volumetto, piccolo ma corposo, a cura di Franco "Bifo" Berardi e Valerio Monteventi. Si intitola Come si fa. Tecniche e prospettive di rivoluzione (pp. 256, € 12,00). Così è presentato dall'editore: "I movimenti di protesta si stanno diffondendo in tutto il mondo. Ma le battaglie di opposizione al sistema sembrano non aver ancora trovato gli strumenti per un’azione efficace. Alcune proposte arrivano da questo volume che analizza teorie e metodi alla base delle rivolte del ventesimo secolo: lo sciopero e il sabotaggio, il guevarismo, la resistenza e la guerriglia, il boicottaggio e le pratiche dell’obiettivo, la non violenza, il media-attivismo e l’info-hacking, il subvertizing e le occupazioni, fino alla creazione di reti di solidarietà e al suicidio. Obiettivo finale: capire il passato per proporre una forma nuova e adeguata della rivoluzione oggi." I contributi raccolti sono di Franco "Bifo" Berardi, Valerio Monteventi, Lucia Berardi, Arturo Di Corinto, Tommaso De Lorenzis, Valerio Evangelisti, Andrea Gropplero, Antonio Moscato. Riportiamo l'intervento di Valerio Evangelisti.]


di Valerio Evangelisti, tratto da http://www.carmillaonline.com/archives/2012/06/004339.html

Esiste una forma di lotta che ha gli effetti di uno sciopero di massa, pur se attuata da un numero esiguo di lavoratori o, in certi casi, persino da uno solo? Sì, esiste, e si chiama sabotaggio. Era comune, e teorizzata da alcune forze sindacali, nei primi decenni del secolo scorso, soprattutto in Francia, in Inghilterra e in America. A quei tempi, in Italia, era praticata principalmente nelle campagne. Tornò di moda, da noi, negli anni Settanta. Noto è il caso, ai tempi della catena di montaggio, del cosiddetto “salto della scocca” nella industria automobilistica. La vettura completata mancava di qualche pezzo piccolo ma essenziale, e ciò la rendeva inservibile. Un danno economico altissimo per il padrone. Nel 1984 vi fu un processo contro alcuni operai dell’Alfa Romeo colpevoli del sabotaggio. A sorpresa, i magistrati condannarono l’azienda e assolsero i lavoratori. Una sentenza che, in certi ambienti e sulla stampa mainstream, fece scandalo. Provocò anche una breve crisi tra i sindacati, favorevoli alla decisione del giudice, e il PCI, risolutamente contrario.
Non conosco altre sentenze così esplicite, ma non voglio occuparmi qui del sabotaggio in toto, che ha avuto mille altre espressioni (anche recentissime). Intendo invece chiarire perché un secolo fa alcuni sindacati importanti, come la CGT in Francia, gli IWW in America e altri ancora, un po’ in tutto il mondo, ritenevano il sabotaggio un mezzo di lotta legittimo, per quanto ritenuto dalla legge un atto criminale.
Partiamo dalla definizione. Il testo fondamentale, tradotto in molte lingue, è Il sabotaggio di Émile Pouget (un dirigente della CGT di tendenza anarco-sindacalista), pubblicato in Italia nel 1911. Sua è la formula che riassume il concetto: “A cattiva paga, cattivo lavoro”. Il prefatore italiano, che si firma Notari, offre una definizione sintetica ma più ampia:

“Il sabotaggio si divide in due grandi rami. Il primo comprende il sabotaggio delle industrie, e consiste (…) nel ridurre la macchina, o qualsiasi altro strumento di lavoro, in istato di inattività impedendo, così, che l’arma escogitata dalle classi padronali – il krumiraggio – possa spuntare quella delle classi operaie – lo sciopero.
Il secondo comprende il sabotaggio applicato ai commerci il quale consiste (…) nel fare l’interesse del cliente, e non quello del padrone: nel dare, cioè, il peso giusto della merce richiesta, nell’offrire quella di migliore scelta e di migliore fattura, anziché quella avariata od imperfetta.”

Tralascio la seconda forma di lotta, meno attuale, che pure trova in certe azioni degli anni Settanta – primi anni Ottanta alcune analogie (tipo la scelta degli autoferrotranvieri, durante le loro vertenze, di far viaggiare i passeggeri senza biglietto, invece di astenersi dal lavoro). Quanto alla prima, fu ufficialmente adottata, creando uno scandalo enorme, dal congresso di Tolone della CGT francese del 1897, ribadita dal congresso di Rennes l’anno successivo, poi sancita a Parigi nel 1900. Il motivo della risoluzione è ben spiegato da Pouget:

“Bisogna che i capitalisti sappiano che il lavoratore non rispetterà la macchina se non quando questa sia divenuta per lui un’amica che abbrevia il lavoro, invece di essere, come oggi è, la nemica che gli ruba il pane e lo uccide.”
Simili idee, che oggi possono apparire datate e persino oltraggiose, conobbero una diffusione stupefacente. Del resto si rifacevano a prassi già adottate spontaneamente dalla classe operaia. Comprendevano forme varie, che andavano dall’osservanza pedissequa dei regolamenti (usata dai ferrovieri francesi già prima del congresso di Tolone) al ricorso a espedienti capaci di bloccare un ingranaggio, e con esso tutti quelli collegati, a monte e a valle. L’azione di uno solo, o di pochi, era davvero sufficiente a interrompere un’intera catena produttiva. Talora bastava togliere un bullone o versare un liquido colloso sulle pulegge. Impossibile, o quasi, scoprire il colpevole, tra la folla degli operai manifatturieri.

Dalle teorizzazioni di Pouget si passò alla pratica fatta propria dal sindacalismo rivoluzionario, e in particolare dagli Industrial Workers of the World americani. Un dirigente degli IWW, Ben H. Williams, sconsigliava nel 1911 la distruzione diretta delle macchine. I lavoratori non l’avrebbero capita, e forse avrebbero finito per giudicarla barbara. Meglio la tattica dei ferrovieri francesi. Dopo un accordo tra i militanti del sindacato, provocare un guasto qui, un guasto là, fino a rendere l’intera rete – pubblica e privata – inaffidabile e ingestibile. I padroni avrebbero finito per abbandonare la loro tracotanza e sarebbero scesi a patti spontaneamente. Come in effetti accadde in Francia, nel 1895.
Altri teorici degli IWW, a partire da Frank Bohn per arrivare a molti altri, incluso il leader “Big Bill” Haywood, approfondirono le modalità di questo tipo di lotta. Cerco di ricapitolare il loro discorso.

- Il sabotaggio è valido quale forma di conflittualità estrema, in presenza di situazioni eccezionali. In condizioni “normali”, i proletari lo ripudierebbero.
- Le situazioni eccezionali comprendono il ricorso ai crumiri, il rifiuto di ammettere le rappresentanze sindacali, l’impossibilità dello sciopero.
- Necessaria al sabotaggio detto “industriale” è la presenza di masse cospicue di lavoratori, tra le quali non sia possibile scovare uno o più colpevoli, se non colti sul fatto.
- Il sabotaggio ha per bersaglio le cose, non le persone. L’inverso della repressione del potere, che punta invece alle persone, non alle cose.

Simili concetti furono adottati dall’intero sindacalismo rivoluzionario mondiale, ai primi del Novecento. Gli IWW li teorizzarono più che praticarli. Una realizzazione molto concreta ebbe luogo principalmente nella California degli anni Dieci-Venti del Novecento. Braccianti precari ed esasperati, ridotti alla fame da salari sempre più bassi, cominciarono a dare fuoco alle trebbiatrici che toglievano loro il lavoro. Il compositore Joe Hill adattò a esaltazione di quel gesto una canzoncina popolare, Ta-Ra-Ra Boom De-Ay, in cui un proprietario terriero accettava di negoziare dopo avere assistito alla distruzione delle macchine agricole comperate per risparmiare manodopera.
Furono casi comunque isolati, e non paragonabili al galletto rosso praticato negli stessi anni dagli operai agricoli di molti paesi europei, a partire dai braccianti della Russia per arrivare a quelli, pure inquadrati in organizzazioni sindacali riformiste, dell’Emilia-Romagna. Consisteva semplicemente nel dare fuoco ai campi di cereali, e richiedeva un grado accentuato di alienazione dal lavoro. Difficilmente i piccoli proprietari contadini avrebbero accettato quella tattica. La facevano propria masse precarie che passavano da un lavoro all’altro, e non avevano nulla che le legasse al suolo, né al lavoro in sé.
Negli Stati Uniti, di norma, non si arrivò a tanto. Sta di fatto che il sabotaggio, o per meglio dire il suo elogio, fu tra i pretesti usati nel 1919 per mettere fuori legge gli IWW, tra deportazioni forzate e condanne a lunghi periodi di carcerazione. Nulla faceva rabbrividire chi deteneva il comando dell'economia e del potere quanto l’idea che un piccolo nucleo di operai potesse, con una “disattenzione” difficilmente imputabile, causare in pochi minuti una perdita di profitti maggiore di quella provocata da una settimana di sciopero – senza poter sapere a chi sospendere la paga o chi licenziare.
La parola d’ordine “A cattiva paga, cattivo lavoro” scomparve in seguito dal novero degli slogan sindacali. Riapparve per un poco in Italia, negli anni Settanta, nella forma “A salario di merda, lavoro di merda”. Nei decenni successivi fu travolta dal decentramento produttivo, dagli appalti a lavoratori o agenzie presunti autonomi, dalla delocalizzazione. Dopo la condanna per legge di un’altra tradizionale arma sindacale, il “boicottaggio” (tu non rispetti i tuoi dipendenti e io ti boicotto; chiunque avrà a che fare con te sarà boicottato a sua volta, persino sul piano dei rapporti umani), si sono susseguite per ogni dove misure legislative, forme di sorveglianza, modalità organizzative che rendessero il sabotaggio impraticabile. Ma si può dire che la bestia sia domata? Per scatenarsi richiede un precariato diffuso, la conseguente estraneità ai fini dell’impresa, la mancata accettazione del “normale” rapporto sindacale da parte del padrone. Sull’altro versante esige coscienza dei fini, coraggio e disinvoltura nella scelta dei mezzi. Forse è sul secondo fronte che attualmente si avvertono le carenze maggiori.

Come che sia, credo opportuno riportare un brano delle conclusioni del congresso di Tolone della CGT, che adottò il sabotaggio come arma legittima:
“Noi vi abbiamo già dimostrato come istintivamente il lavoratore abbia risposto al capitalista feroce diminuendo la produzione, ossia offrendo un lavoro proporzionato alla miserabilità del salario.
Occorre augurarci che i lavoratori si rendano conto che il sabotaggio, per divenire un’arma poderosa, deve esser praticato con metodo e con coscienza.
Spesso basta la semplice minaccia del sabotaggio, per ottenere utili risultati.
Il congresso non può entrare nei particolari della tattica. Questi particolari debbono partire dalla iniziativa e dal temperamento di ciascuno di voi e sono subordinati alla varietà delle industrie.
Non possiamo che porre la massima e augurarvi che il sabotaggio entri nell’arsenale di lotta dei proletari contro i capitalisti, analogamente allo sciopero, e che l’orientazione del movimento sociale abbia sempre più la tendenza all’azione diretta degli individui e a una maggiore coscienza della propria personalità.”
Sono parole, quelle della CGT, che potrebbero avere senso ancora oggi? Non lo so, mi sono limitato a un semplice e semplificato excursus storico. Certo che in tempo di reti e di interconnessioni, l’idea di un omino – o donnina – in tuta che può bloccare tutto quanto, conseguendo gli effetti di uno sciopero generale prolungato, non può che affascinare.

venerdì 9 dicembre 2011

Der Waldgang



L'essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d'appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina

[...]

Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in sé stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi tramettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l'incubo dei potenti.

[...]

In fondo tirannide e libertà non possono essere considerate separatamente, anche se dal punto di vista temporale l'una succede all'altra. È giusto dire che la tirannide rimuove e annienta la libertà – anche se non si deve dimenticare che la tirannide è possibile soltanto se la libertà è stata addomesticata e ormai ridotta a vuoto concetto.

[...]

Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.

[...]

Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato.

[...]

Ernst Jünger
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domenica 30 ottobre 2011

Perchè l'Italia non si ribella?






Perché non ci ribelliamo? In Italia la disoccupazione giovanile è al 29%, la più alta d'Europa. Tutti noi genitori abbiamo il problema dei figli, quasi sempre laureati, che non trovano lavoro o che devono accettare ingaggi precari molto al di sotto del loro titolo di studio, senza nessuna prospettiva per il futuro (questo è stato uno degli elementi scatenanti della rivolta tunisina innescata da un ingegnere costretto a fare il venditore ambulante e, impeditagli anche la bancarella, si è dato fuoco).

Tutti gli scandali più recenti, dal "caso Mastella" in poi, ci dicono che la classe dirigente italiana, intesa come mixage di politici, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, speculatori, esponenti dello star system, piazzano i propri figli, nipoti, generi, amici degli amici, in posti di lavoro ben remunerati e sicuri. Del resto nemmeno un chirurgo, nel nostro Paese, può fare il chirurgo se non ha gli agganci giusti con questa o quella banda di potere. Perché il sistema clientelare di Mastella non è il "sistema Mastella" è il sistema dell'intera classe dirigente italiana. Se non altro Mastella ha lo spudorato coraggio e la spudorata onestà di non farne mistero.

I ceti popolari [...] schiumano rabbia ma non si ribellano. Perché? Le ragioni, secondo me, sono sostanzialmente due. In questo Paese il più pulito c'ha la rogna. Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l'hanno. Non che sia gente in partenza disonesta. Ma, com'è noto, la mela marcia scaccia quella buona. Se "così fan tutti", tanto vale che lo faccia anch'io. Così ragiona il cittadino. Per resistere a quel "tanto vale" ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista.

La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità. Basterebbe una spallata di due giorni, come quella tunisina, una rivolta popolare disarmata ma violenta disposta a lasciare sul campo qualche morto per abbattere queste oligarchie, queste aristocrazie mascherate che, come i nobili di un tempo, si passano potere e privilegi di padre in figlio, senza nemmeno avere gli obblighi delle aristocrazie storiche. Ma in Tunisia l'età media è di 32 anni, da noi di 43. Siamo vecchi, siamo rassegnati, siamo disposti a farci tosare come pecore e comandare come asini al basto. Solo una crisi economica cupissima potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi. Perché quando arriva la fame cessa il tempo delle chiacchiere e la parola passa alla violenza. La sacrosanta violenza popolare. Come abbiamo visto in Tunisia e in Egitto, come vediamo in Libia o in Bahrein (in culo al colossale Barnum del Circuito di Formula Uno, che è, in sé, uno schiaffo alla povera gente di quel mondo).

MASSIMO FINI
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sabato 1 ottobre 2011

Sulla manifestazione del 15 ottobre






Ricevo e pubblico:

15 ottobre: inutile sfilata dei soliti noti o accampamento degli indignati?
Discussione animata e difficile sul percorso del corteo del 15 ottobre. Ma alla fine si è trovata la “quadra”. Persistono divergenze sul segnale politico che deve mandare la manifestazione italiana. Il 15 ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la crisi e il massacro sociale scatenato dalle istituzioni finanziarie europee e dal governo unico delle banche.
L'ennesima riunione preparatoria per la giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre, ha visto le molte componenti del coordinamento nato ad hoc, cercare
in tutti in modi di trovare “la quadra”. Un risultato che dopo l'ultima riunione e all'inizio di quella di ieri non appariva affatto scontato.
La discussione – ad un osservatore esterno – poteva sembrare meramente “tecnica” cioè il percorso del corteo, lo striscione di apertura, la conclusione. In realtà indicava e indica divaricazioni politiche sul segnale che la manifestazione nazionale del 15 ottobre deve mandare sia a chi scenderà in piazza sia ai responsabili del massacro sociale che in tutta Europa ed anche Italia si sta abbattendo su lavoratori, giovani, pensionati,migranti.
La discussione dei due gruppi di lavoro (manifestazione, comunicazione) è iniziata dopo le 11.00 ed è riuscita a concludersi solo a ridosso dell'inizio della riunione plenaria dopo un lungo botta e riposta e numerosi interventi che hanno talvolta allontanato la possibilità di giungere ad un appuntamento unitario e condiviso. Lo spettro di due manifestazioni si è affacciato neanche troppo velatamente in alcuni interventi. Il rappresentante dell'Usb è andato alla carica senza troppi preamboli mettendo in discussione che il corteo dovesse accuratamente evitare di transitare per il centro della capitale e si dirigesse verso piazza San Giovanni secondo i canoni della manifestazioni di massa ma un po' liturgiche. La proposta avanzata dall'Usb era che si concludesse invece nella centrale piazza del Popolo a ridosso dei palazzi del potere e annunciasse pubblicamente che la manifestazione non si concludeva la sera del 15 ottobre con un tradizionale comizio. “A New York manifestano sotto la Borsa di Wall Street mica a Central Park, in Grecia stanno in piazza Syntagma davanti al Parlamento” ha specificato. Insomma una manifestazione di lotta e non di rappresentazione che trova il suo punto di forza solo nel numero dei partecipanti.
Di avviso contrario alla proposta dell'Usb altre componenti del coordinamento (Action,Uniti contro la crisi, Cobas, Arci, Fiom, Uds) e consenso invece da parte di altre componenti come le reti dello Sciopero Precario, la rete Roma Bene Comune, Atenei in rivolta, la Rete dei Comunisti, che hanno insistito molto sul fatto che il passaggio del centro “politico ed economico” della capitale funzioni anche come avviso di garanzia – in qualche modo anche minaccioso – verso le misure antipopolari decise dal governo e dalle istituzioni europee, un nemico che alcuni definiscono ormai come il “governo unico delle banche” (con chiare allusioni al governo che sostituirà quello Berlusconi per fare una identica politica antipopolare). La discussione si è incastrata e contrapposta per parecchio tempo ed è sembrato a un certo punto che la rottura fosse inevitabile. Un paio di interventi hanno infine cercato di raccogliere tutte le osservazioni in campo e indicato la quadra possibile: il percorso del corteo verrà allungato e chiederà di transitare per il centro prima di arrivare a Piazza San Giovanni, arrivare ma non concludersi. Un concetto questo che è stato ribadito da diversi interventi preoccupati che la manifestazione del 15 ottobre si riduca ad una tradizionale manifestazione di massa ma privata di ogni conflittualita contro il massacro sociale approntato dai poteri forti in Europa e in Italia.
Anche sullo striscione di apertura la discussione non è stata semplicissima.
Il momento francamente più paradossale è stato quando si è inceppata sulla condivisione dello slogan ormai europeo lanciato dai movimenti greci “People of Europe rise up!” ma non sulla sua traduzione in italiano che significa testualmente “Popoli europei solleviamoci!”. L'idea della sollevazione è apparsa forse un pò troppo inquietante che si volevano sostituire con un più rassicurante “Cambiare l'Italia, cambiare l'Europa”, uno slogan che obiettivamente sarebbe metabolizzabile anche da Bersani e Bonanni.
La discussione si è conclusa con l'approvazione dello striscione d'apertura coerente in inglese e in italiano con l'indicazione apparsa sul Partenone “People of Europe rise up! Popoli europei solleviamoci!”. La testa del corteo sarà unitaria e rappresentativa di tutte le componenti del coodinamento con l'esplicito invito a tenere alla larga bandiere di partito e organizzazione o I leader televisiviche ammucchiano di loro le telecamere e riducono il corteo ad uno sfondo anonimo nei contenuti.
Più difficile è stato trovare “la quadra” sulla gestione dell'arrivo della manifestazione in piazza San Giovanni che in molti non intendono vivere come conclusione del corteo e della mobilitazione del 15 ottobre. Molte le proposte sul tappeto (il coordinatore della discussione ne ha elencate almeno dieci diverse tra loro), ragione per cui il coordinamento si è riconvocato per discueterne martedi prossimo. Nel frattempo una delegazione andrà in Questura per discutere il percorso del corteo avendo ricevuto un mandato esplicito sulle opzioni da indicare. Il percorso di avvicinamento al 15 ottobre è ormai avviato. C'è da augurarsi e da lavorare affinchè proceda come auspicato da tutti gli interventi. L'aspettativa è indubbiamente in crescita e il governo unico delle banche dovrà cominciare a tenerne conto.

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martedì 27 settembre 2011

Come cominciare la rivoluzione






C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente.
(Jiddu Krishnamurti)

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martedì 13 settembre 2011

Val Susa: Maroni cerca il morto




Pubblico dal blog http://arcadianet.blogspot.com/2011/09/val-di-susa-maroni-cerca-il-morto.html

Leggo tra le notizie di oggi che il ministro dell'Interno (nel senso che dovrebbe essere internato) Roberto Maroni (e mò li ha proprio rotti) accusa gli oppositori del TAV di "cercare il morto" negli scontri con le forze dell'ordine.
Nel vile silenzio dei media, tutti schierati a favore della realizzazione dell'opera e presi a demonizzare in ogni modo un legittimo movimento di opposizione popolare e DEMOCRATICA (in quanto davvero esprime il sentire del demos), è sfuggito che quest'accusa dovrebbe essere rispedita direttamente al mittente, cosa che i No-TAV hanno giustamente fatto.
Se c'è qualcuno che sta cercando il morto, i morti, in val di Susistan, quel qualcuno non sono certo gli oppositori al progetto.
Chi cerca il morto sono i sostenitori dell'opera, un'opera del tutto inutile, ecologicamente ed economicamente dannosa.
Chi cerca il morto è il paraculo politico di chi vuole quest'opera, ossia tutti quei governi che in questi anni l'hanno sponsorizzata mandando i propri bravi in divisa a reprimere ogni dissenso.
Chi cerca il morto sono in ultima battuta quei poliziotti e carabinieri che si vendono veramente per poco perché per andare a rompere le ossa a un proprio connazionale che protesta dalla parte giusta dovrebbero avere il buon gusto di farsi pagare qualcosa in più.

E non si lamentino i Maroni e i benpensanti in salsa liberal che vaneggiano su proteste non violente e dissenso da esprimersi coi mezzi offerti dalla "democrazia" parlamentare del nostro paese.
Perché questo sistema ha già deciso cosa fare con il TAV e ha deciso nel modo sbagliato ed ogni opposizione che non uscisse dalla legalità sarebbe a questo punto vana.

No Maroni, in Val di Susa i No-TAV non cercano il morto. Cercano solo di non farsi ammazzare da quelli come voi.

Simone

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sabato 11 giugno 2011

Equilibrio, non moderazione




Questo blog ha la bava alla bocca. E' incazzato nero. Si è rotto i coglioni di questi moderatini che non hanno il coraggio di dire che in Italia serve una catarsi, una rigenerazione totale delle coscienze e della classe dirigente.
Domani e dopodomani si voterà per i referendum. Abbiamo la possibilità di dare un calcio in culo a tutti quegli speculatori che non aspettano altro che mettere le mani sugli appalti per la privatizzazione della gestione dei servizi pubblici (acqua, trasporti, rifiuti, ecc...) e sull'energia nucleare. Pensate un pò: moltissimi nuclearisti convinti, tra cui l'ex presidente di Legambiente Chicco Testa, sono imprenditori nel settore delle rinnovabili. Come ve lo spiegate? Sembra una contraddizione, vero? E invece no: questi maiali vogliono papparsi i finanziamenti di ogni settore energetico, dall'eolico al solare, dal idroelettrico al nucleare.
Abbiamo visto ciò che è successo a Cernobyl. Abbiamo visto ciò che sta succedendo in Giappone. Abbiamo elencato tutti i disastri nucleari avvenuti negli ultimi 50 anni. Niente. Questi maiali continuano a voler fare i miliardi sulla nostra salute.
Abbiamo dimostrato, tabelle alla mano, che ovunque vi sia stata una privatizzazione della gestione dei servizi pubblici, le tariffe sono aumentate e la qualità del servizio non è migliorato.
Ed infine, last but not least, abbiamo il legittimo impedimento: una legge fatta ad hoc per un settantene pedofilo che vuole sottrarsi ai molteplici processi in cui è coinvolto, e che paga una corte di servi e di troie piazzata nelle istituzioni e nei mass media. Questa corte ha un unico compito: ripetere il mantra della persecuzione nei confronti del miliardario settantenne.

Questo è quanto. A questo è ridotta l'Italia, una nazione che ha la Costituzione più avanzata tra tutte le costituzioni europee ed occidentali. Una nazione che per secoli, per millenni, è stato il centro culturale e politico del pianeta. Ed oggi è ridotta a baciare le mani al dittatore berbero di turno o ad avere ministri, come quelli della Lega, che ai tempi di Mussolini ed Hitler sarebbero stati trattati secondo i dettami del programma Aktion T4.

Contro questa deriva esistenziale non ci può essere dubbio. Bisogna agire. Anzi, reAgire. Opporsi. Ribellarsi. E smascherare tutti gli inganni della moderazione.
Siamo sull'orlo di un baratro, e per non cadere serve equilibrio. Non moderazione.



VIKTOR NILIN
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mercoledì 25 maggio 2011

Al popolo italiano






Italiane, Italiani
cosa stiamo facendo? cosa stiamo aspettando? Mentre i nostri cari politici di ogni fazione si stringono la mano, dialogano tra loro e fanno festa insieme, noi ce ne stiamo sui tetti delle fabbriche di quei signori che abbiamo fatto arricchire col nostro lavoro e che ora ci hanno dato il benservito senza alcun problema; facciamo scioperi della fame, organizziamo manifestazioni pacifiche e ci entusiasmiamo per quattro ore di sciopero. Ci chiamano squadristi se proviamo a farci ascoltare; ci dicono che il precariato non esiste: esiste l'astensionismo!!! Hanno disintegrato i nostri diritti: alla salute, allo studio, all'informazione, al lavoro, che è il principio stesso sul quale è stata fondata la nostra Costituzione. Costituzione nata dal coraggio, dalla lotta e pagata col sangue di quegli EROI che hanno combattuto per dare a noi la possibilità di vivere in una società migliore. Ci hanno privati di ogni libertà: anche quella di scegliere da che parte stare!!! Ci hanno tolto tutto ciò che in una parola si chiama DIGNITA'!!! Perchè un uomo senza lavoro e senza libertà è un uomo senza dignità. Se non faremo qualcosa adesso, allora consideriamoci pure loro complici. Stiamo rendendo vane le vite sacrificate per la libertà del nostro popolo. Io me ne vergogno. Voi???
Italiane, Italiani, è ora di scendere dai tetti, di smettere di stare calmi e ingoiare il rospo in nome di una pace che non può esistere poichè non vi è giustizia. Nessuno ci tenderà la mano, rendiamocene conto. Ci lasceranno precipitare. Si salveranno solo loro! Alcuni di voi pensano che Fini sia l'unica speranza; altri sperano in un'alternativa proveniente dalla sinistra... Gente, Fini non è una speranza!!! E' UN FASCISTA!!! La sinistra non è un'alternativa!!! E' una CATASTROFE!!! L'UNICA SPERANZA, L'UNICA ALTERNATIVA CHE ABBIAMO SIAMO NOI!!! Ci hanno abituati all'idea che senza un leader non contiamo nulla. non possiamo farcela. Che abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada da percorrere. Ma quello non è un POPOLO quello è un GREGGE!!! Le pecore hanno bisogno del pastore, magari con il bastone, che le guidi!!! IL POPOLO HA UNA COSCIENZA, HA DEGLI IDEALI, SA GIA' CHE DIREZIONE PRENDERE!!! DEVE SOLO TROVARE IL CORAGGIO!!!
E allora Popolo, cosa sono quattro ore di sciopero??? Sono un accordo tra sindacati e aziende!!! Noi non possiamo e non dobbiamo più accettare e accontentarci delle briciole. DOBBIAMO LOTTARE!!! I signori tanto bravi a far la voce grossa sanno benissimo che la loro ricchezza proviene dal nostro lavoro. Siamo noi che dobbiamo mettercelo bene in testa!!! Allora, piuttosto che accettare salari da fame, zero garanzie e consolarci con qualche ora di sciopero, INCROCIAMO LE BRACCIA!!! E non per qualche ora, ma finchè non avranno ceduto!!! Perchè se proprio dobbiamo morir di fame, almeno facciamolo lottando e non facendoci sfruttare!!! Perchè in questo modo insieme a noi precipiteranno anche loro! Con la differenza che noi siamo abituati a cadere e a rialzarci, loro invece non reggeranno il colpo. E se non vorranno precipitare, beh... allora dovranno cedere. allora si che dovranno ascoltarci.
Se avessimo il coraggio, tutti insieme, di iniziare e portare avanti questa resistenza... io sono certa che ad un certo punto dovranno ascoltarci!!! E ALLORA DOVRANNO ADEGUARSI LORO ALLE NOSTRE ESIGENZE, ALLE NOSTRE PRIORITA'!!! ALLORA SAREMO NOI A DETTARE LE CONDIZIONI!!! Ma senza una lotta dura, serrata e senza esclusione di colpi, perderemo! Perderemo tutto! L'unico modo che abbiamo per ricostruire, è demolire e ricominciare dalle fondamenta, perchè non si può pensare di restaurare qualcosa che cade letteralmente a pezzi. Sono anni che mettiamo toppe e tappiamo buchi e non è servito a nulla. Se non facciamo qualcosa presto il castello ci crollerà addosso. L'UNICA LIBERTA' CHE CI RESTA E' SCEGLIERE TRA LA LOTTA E LA RASSEGNAZIONE. MA DOBBIAMO SCEGLIERE IN FRETTA!!!

Anna Maria Lanotte (Enny Thenight)

http://informarecontroinformando.info/gli-articoli-della-nostra-redazione/53-gli-articoli-della-nostra-redazione/180-al-popolo-italiano.html
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venerdì 25 febbraio 2011

Il fallimento dell'Europa







La situazione in Libia si aggrava sempre di più. In queste ore l'esercito regolare di Gheddafi sta sparando sulla folla, entra nelle case e uccide chiunque si trovi all'interno. Una carneficina in piena regola, mentre l'Italia e l'Europa stanno a guardare mute. La vita dei libici conta meno della vita degli europei ancora lì, e soprattutto conta meno del petrolio e del gas che la nuova Libia senza Gheddafi potrebbe limitare o gestire diversamente da come faceva il raìs.

Ieri Germania, Francia ed Inghilterra si son riunite per affrontare la crisi libica: l'Italia è stata, ovviamente, ignorata. Ennesima dimostrazione che il governo Berlusconi e gli italiani in genere sono considerati un popolo di pecoroni inaffidabili dai governi e dai popoli europei. Ancora stamattina Frattini e La Russa non avevano il coraggio di condannare Gheddafi ed il suo regime filo-sistemico e filo-occidentale. L'Europa non è capace di affrontare in maniera unitaria la questione, abbandonando i singoli paesi a gestire autonomamente le problematiche: e se un Sarkosy già afferma che "se arriva un libico, lo rimandiamo alla frontiera", c'è un Berlusconi che non vuole "disturbare Gheddafi".

La Lega Nord si preoccupa solo dell'immigrazione, spiegando che è un problema europeo. Io aggiungo che è un problema prettamente meridionale, perchè tanto la Lega non permetterà mai agli immigrati che si riverseranno a Lampedusa, in Sicilia e in tutto il Meridione, di raggiungere la sedicente Padania: loro non voglio i terùn e i negri. Il governo italiano sicuramente accontenterà Bossi e compagnia, lasciando la disperazione dei profughi nella disperazione dei meridionali.
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giovedì 24 febbraio 2011

Perchè non ci ribelliamo?




Perché non ci ribelliamo? In Italia la disoccupazione giovanile è al 29%, la più alta d’Europa. Tutti noi genitori abbiamo il problema dei figli, quasi sempre laureati, che non trovano lavoro o che devono accettare ingaggi precari molto al di sotto del loro titolo di studio, senza nessuna prospettiva per il futuro (questo è stato uno degli elementi scatenanti della rivolta tunisina innescata da un ingegnere costretto a fare il venditore ambulante e, impeditagli anche la bancarella, si è dato fuoco).

Tutti gli scandali più recenti, dal “caso Mastella” in poi, ci dicono che la classe dirigente italiana, intesa come mixage di politici, amministratori pubblici, imprenditori, finanzieri, speculatori, esponenti dello star system, piazzano i propri figli, nipoti, generi, amici degli amici, in posti di lavoro ben remunerati e sicuri. Del resto nemmeno un chirurgo, nel nostro Paese, può fare il chirurgo se non ha gli agganci giusti con questa o quella banda di potere. Perché il sistema clientelare di Mastella non è il “sistema Mastella” è il sistema dell’intera classe dirigente italiana. Se non altro Mastella ha lo spudorato coraggio e la spudorata onestà di non farne mistero.

I ceti popolari sono stati espulsi da Milano e mandati nell’hinterland, in “non luoghi” direbbe Biondillo, che hanno il nome di paesi ma non sono paesi, perché non hanno una piazza, una chiesa, un cinema, un luogo di aggregazione. Le deportazione dei ceti popolari ha distrutto Milano, città interclassista dove nei quartieri del centro, Brera, Garibaldi, Pirelli abitava accanto al suo operaio, il primo, naturalmente, in un palazzo di Caccia Dominioni, il secondo in una casa di ringhiera. Questa interfecondazione dava alla città una straordinaria vivacità che è andata inesorabilmente perduta. Oggi una giovane coppia non può trovar casa a Milano, né in affitto né tantomeno in proprietà nemmeno con mutui che impegnino tre o quattro generazioni.

Quando ci si lamenta che certe zone periferiche, come via Padova, sono state occupate più o meno illegalmente dagli immigrati, si sbaglia perché se non altro hanno restituito un po’ di vita, e in particolare una vita notturna a una città che non ne ha più se non in quei quattro o cinque bordelli di lusso, a tutti noti, che ogni tanto vengono chiusi per eccesso di escort e di droga. In questi posti senti uomini fra i quaranta e i sessanta fare discorsi di questo tipo: “Domani parto per New York, poi faccio un salto a Boston e ritorno in Italia via Thailandia dove mi fermerò una decina di giorni”. Se per caso ti capita di parlargli e gli chiedi: “Scusi, lei che lavoro fa?”, le risposte son vaghe. In genere si dicono finanzieri, intermediari, immobiliaristi. Quando agli inizi degli anni ’70 era già cominciata la deportazione dei milanesi verso l’hinterland, lo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, non dava i suoi appartamenti alla povera gente, ma a politici, amministratori locali, giornalisti, in genere socialisti perché, prima del ribaltone della Lega, Milano, è stata governata da sindaci del Psi (Aniasi, Tognoli, Pilliteri, gli ultimi). È ovvio che il centro di Milano, depauperato dei suoi ceti popolari, sia abitato oggi solo dai ricchi. Noi milanesi le case di piazza del Carmine, di via Moscova, di via della Spiga, di via Statuto possiamo solo sfiorarle e occhieggiarne i lussuosi androni. Meno ovvio è che il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina come la chiamiamo noi, che ha accumulato un ingente patrimonio immobiliare, grazie a dei benefattori che intendevano, con ciò, non solo alleviare la condizione dei vecchi soli e invalidi ma anche che i loro quattrini avessero un utilizzo sociale, svenda questo patrimonio, con affitti o vendite “low cost” come si dice elegantemente oggi, a politici, amministratori, manager, immobiliaristi, speculatori, modelle, giornalisti, che di questo “aiutino” non avrebbero alcun bisogno, sottraendo risorse a chi il bisogno ce l’ha.

Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente di fronte a queste storie dei figli delle oligarchie del potere che hanno il posto assicurato o delle case del centro occupate “low cost” da queste stesse oligarchie o dai loro pargoli (nello scandalo del Pio Albergo Trivulzio c’è un nipote di Pilliteri, una figlia di Ligresti). Queste cose li colpiscono più dei truffoni di Berlusconi perché toccano direttamente la loro carne.
Schiumano rabbia ma non si ribellano. Perché? Le ragioni, secondo me, sono sostanzialmente due. In questo Paese il più pulito ha la rogna. Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l’hanno. Non che sia gente in partenza disonesta. Ma, com’è noto, la mela marcia scaccia quella buona. Se “così fan tutti”, tanto vale che lo faccia anch’io. Così ragiona il cittadino. Per resistere a quel “tanto vale” ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista. La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità. Basterebbe una spallata di due giorni, come quella tunisina, una rivolta popolare disarmata ma violenta disposta a lasciare sul campo qualche morto per abbattere queste oligarchie, queste aristocrazie mascherate che, come i nobili di un tempo, si passano potere e privilegi di padre in figlio, senza nemmeno avere gli obblighi delle aristocrazie storiche. Ma in Tunisia l’età media è di 32 anni, da noi di 43. Siamo vecchi, siamo rassegnati, siamo disposti a farci tosare come pecore e comandare come asini al basto. Solo una crisi economica cupissima potrebbe spingere la popolazione a ribellarsi. Perché quando arriva la fame cessa il tempo delle chiacchiere e la parola passa alla violenza. La sacrosanta violenza popolare. Come abbiamo visto in Tunisia e in Egitto, come vediamo in Libia o in Bahrein (in culo al colossale Barnum del Circuito di Formula Uno, che è, in sé, uno schiaffo alla povera gente di quel mondo).

Massimo Fini

sabato 5 febbraio 2011

Marchionne: "Fiat potrebbe trasferirsi a Detroit"




Cose da pazzi. Dopo aver imposto, insieme ai sindacati gialli, ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori un accordo penoso, che in Piemonte è stato approvato solo grazie al voto dei colletti bianchi, Marchionne fa un'altra sparata: "Fiat e Chrysler potrebbero a breve diventare una unica azienda, con sede negli USA".
In pratica: l'accordo di Mirafiori e Pomigliano, che prevedeva un aumento della produzione di auto nei due stabilimenti per i prossimi 10 anni a patto che gli operai rinunciassero a molti loro diritti, è nei fatti carta straccia. Colui che lo ha imposto già lo sta tradendo.

Cosa rispondono a Marchionne i vari Fassino e Chiamparino, che si erano detti favorevoli all'accordo? E cosa rispondono i sindacalisti gialli di Fim, Uilm e Fismic? Gli operai sono stati presi per il culo o no?

Dico la mia: Marchionne non se ne andrà dall'Italia. Dice queste cose sapendo di non realizzarle, ma per il semplice gusto di umiliare ancor di più i lavoratori della Fiat. I quali debbono sapere che sono sempre sotto lo schiaffo del padrone, e se osano alzare la testa la Fiat chiude e va in America.

Che schifo.
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giovedì 3 febbraio 2011

Una fregatura per gli egiziani?




Sono giorni che assisto a ciò che sta accadendo a Il Cairo: l'opposizione popolare e sociale al regime di Mubarak sta, pian piano, vincendo. Usa e Ue, alle prime, non hanno manifestato nè sostegno nè condanna al rais egiziano. Da ieri, però, si sono schierati apertamente a favore della rivolta, e contro Mubarak. E allora mi è venuto un dubbio: vuoi vedere che il Sistema sta preparando una bella fregatura agli egiziani? Vuoi vedere che stanno sostituendo un dittatore "ufficiale" con un regime più subdolo e fintamente democratico? Vuoi vedere che le risorse dell'Egitto, che fanno gola a molti, devono essere politicamente gestite da uomini del Sistema meno invisi al popolo egiziano di Mubarak? Vuoi vedere che indebolire i paesi arabi più forti consenta ad Israele di non avere più avversari credibili e di continuare l'opera di colonizzazione della Palestina? Vuoi vedere che al posto di Mubarak il sistema metterà un suo uomo ancora più filoisraeliano?

Questi miei sono semplici dubbi.
Cogito, ergo sum.
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venerdì 28 gennaio 2011

Un piccolo resoconto




Mi serve per fare chiarezza. Con me stesso.

Sto vivendo in un Paese (non una nazione, sia chiaro) che si chiama Italia ma che è in mano alla metà settentrionale dello stivale.

La politica è paralizzata tra zoccole, troiette minorenni, culi flaccidi, orge del Drago, consiglieri regionali senza esperienza politica.

Il principale partito di opposizione ha dovuto commissariare il partito a Napoli perchè, durante le primarie, per il candidato Cozzolino sono andati a votare anche i clandestini cinesi. Alla faccia dell'opposizione al berlusconismo.

La televisione vede un programma, Annozero, superare i 7 milioni di telespettatori ed essere criticato in diretta dal Direttore Generale della televisione che trasmette Annozero. Sembra contorto, ma - purtroppo - non lo è. Tutto è fin troppo chiaro.

L'informazione assiste al principale tg italiano (il TG1 delle 20) aprire sulla condanna dopo 21 anni di Brusco, per poi passare alle notizie sulla casa di Fini - Tulliani, e solo alla fine accennare a Berlusconi e ai suoi festini.

Gli operai scendono in piazza in uno sciopero generale che segna tra il 70 e l'80 % delle adesioni, e vede la compartecipazione di terremotati, no tav, disoccupati. L'alleanza dei disperati, a cui non ha aderito il mondo precario, che anche oggi è stato costretto davanti ad un computer per 6 ore a 600 euro al mese e senza possibilità di scioperare, pena il mancato rinnovo del contratto.

In Tunisia hanno cacciato il capo del governo, ed in Egitto stanno facendo lo stesso con Mubarak (la cui nipote partecipava ai festini ad Arcore... anzi no, scusate mi son sbagliato). In Albania la polizia spara e uccide i manifestanti che stanno in rivolta contro un governo filo-Sistema.

I giudici hanno ufficialmente dichiarato "Nun ce sta na lira, e dicono pure che nun faticamm". Condividono il medesimo pensiero le forze di polizia.

I militari italiani stanno all'estero in barba all'articolo 11 della Costituzione e stanno morendo perchè il Sistema internazionale vuole mascherare il proprio "imperialismo" con la dizione: MISSIONE DI PACE.

L'inquinamento in Italia è in salita vertiginosa, e c'è gente che vuole rimettere il nucleare e fa girare in tv spot indegni.

A posto così. Lunedì c'è il Grande Fratello, e vai col tango.
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giovedì 30 dicembre 2010

Nessuno strumentalizzi il nome di Lambros Fountas




I militanti prigionieri di Lotta Rivoluzionaria (EA), gruppo armato greco che negli ultimi anni ha compiuto diverse azioni, fra cui una delle più famose fu l'attacco con RPG all'ambasciata statunitense di Atene nel 2007, e di cui faceva parte il compagno Lambros Fountas (ucciso dalla polizia il 9 marzo 2010), hanno reso pubblico un comunicato in cui prendono posizione in forma chiara e netta rispetto alla scellerata campagna della cosiddetta FAI informale, che utilizzando dei petardoni raccoglie con il minimo rischio possibile il massimo risultato mediatico. Bombette mediatiche che riescono però a causare anche dei feriti agli arti, come è successo negli scorsi giorni a Roma dove un ragazzo cileno ha perso due dita della mano. Ragazzo che oltretutto è un frequentatore degli spazi autogestiti romani. Di seguito il comunicato di Lotta Rivoluzionaria.

In merito ai pacchi-bomba che sono stati inviati alle ambasciate di Cile e Svizzera a Roma il 23/12/2010, che hanno provocato il ferimento di due funzionari e la rivendicazione da parte della FAI informale - Cellula rivoluzionaria Lambros Fountas, dichiariamo quanto segue:

"Come Lotta Rivoluzionaria abbiamo sempre scelto di compiere le nostre azioni con dei fini politici. Abbiamo sempre puntato contro status-quo, le istituzioni e chi le rappresenta e protegge. Abbiamo sempre organizzato le nostre azioni in questo modo, per evitare infortuni di persone che non sono i nostri bersagli politici, inoltre non abbiamo mai fatto azioni con il risultato di infortuni, ad esempio quello casuale di un ufficiale d’ambasciata, come è accaduto nel caso dei pacchi bomba.

Questo modo di agire è sempre stato fondamentale per le nostre azioni e quindi anche per il nostro compagno deceduto, e membro dell’organizzazione, Lambros Fountas. Per questo motivo chiediamo che non vengano fatte azioni di questo tipo nel nome del compagno."


"About the letter - bombs which were sent to the embassies of Chile and Switzerland in Rome on 23/12/2010, that had as a result the injury of two officials and the responsibility was taken by the organisation "Federazione Anarchica Informale - FAI - Revolutionary Cell Lambros Fountas", we have to state the following:

As Revolutionary Struggle we were always chosing to bring out actions which a political aim. We were always aiming on the status - quo, the structures and those who represent and protect it. We were organising them (our actions) in such a way, so that to avoid injuries of people who were not among our political targets and we would have never brought out actions which could result the injury for example of a random embassy official, as it happened in the cases above with the letter - bombs.

The above framework has always been a principle of action for us all and of course a principle of our dead comrade - member of the organisation, Lambros Fountas. For this reason we ask for not happening actions of such type in the name of our comrade.

Pola Roupa, Nikos Maziotis, Kostas Gournas"

lunedì 27 dicembre 2010

Eric Cantona: ultras e militante politico




di Tommaso Della Longa

Un leader nella lotta dal basso contro il sistema delle banche che racconta a tutto il mondo la sua idea, molto semplice, di rivoluzione: convincere il più grande numero di persone a estinguere i propri conti bancari in contemporanea nello stesso giorno. Qual è l’obiettivo? Far crollare il sistema.
No, non è l’ultima scena di “Fight Club”. E’ invece l’idea provocatoria di un volto noto del calcio internazionale che la spiega così: “La rivoluzione oggi è molto semplice da fare. Non è complicato, invece d’andare in strada e fare dei chilometri con la propria auto, si va alla banca del proprio paese e si ritira il proprio denaro e se c’è una grossa quantità di gente che ritira il proprio denaro, il sistema crolla.
Nessun’arma, niente sangue, niente del genere, non è difficile e in un caso del genere, ci ascolteranno in modo diverso”. A parlare è Eric Cantona, diventato nelle ultime settimane leader di una nuova forma di protesta radicale contro il sistema bancario.
Il suo nome è già un biglietto da visita: basta pronunciarlo e in ognuno di noi si susseguono veloci tanti fotogrammi. E poi il suo animo irriverente, come quando nel ’91 durante una partita quando giocava in Francia nel Nîmes Olympique lanciò la palla addosso all’arbitro, dopo essersi arrabbiato per alcune sue decisioni. La pena fu la sospensione di un mese e Cantona, di tutta risposta, definì i membri della commissione disciplinare “tutti idioti”. La pena arrivò a tre mesi e il calciatore marsigliese annunciò il ritiro dal calcio e iniziò a dedicarsi alla pittura.
Ma fortunatamente la sua carriera non finì lì e anzi il suo talento si impose prima al Leeds United e poi infine al Manchester United. E qui un nuovo fotogramma, famoso in tutto il mondo: il Cantona “ultras”che con somma tranquillità risponde agli insulti di un tifoso avversario colpendolo con un calcio volante in stile kung-fu.
Di fotogramma in fotogramma, si passa al Cantona che, durante una pubblicità, si alza il colletto della maglia del Manchester United, dicendo “au revoir”, mentre calcia il pallone in porta nella partita immaginaria tra grandi campioni targati Nike e diavoli. Già il colletto alzato, lo sguardo sfrontato e gli occhi che sfidano il mondo: nessuno tra detrattori e fan può negare il fatto che Cantona sia un leader e un personaggio eclettico, nel bene e nel male.
Dopo il suo ritiro dal calcio, entra nel mondo del cinema sia come attore che come produttore, come nel film “Il mio amico Eric” di Ken Loach, ai tifosi del Manchester United.
Non stupisce, quindi, ritrovarlo oggi come capopopolo contro le banche.
Nel video che gira nella rete, si vede perfettamente quanto si trovi a suo agio a parlare di queste tematiche, quasi come se stesse per calciare una punizione: “Cosa significa oggi manifestare per strada? Il sistema consiste in cosa? Il sistema gira intorno alle banche, si fonda sul potere delle banche, quindi deve essere distrutto partendo dalle banche. Cioè i 3 milioni di persone che sono in strada con i loro cartelloni ecc vanno alla banca, ritirano i loro soldi dalle banche e queste crollano, 3 milioni, 10 milioni di persone….e le banche crollano. E lì c’è una vera minaccia, una vera rivoluzione”.
Dritto al punto, senza tanti fronzoli. Basta andare sul sito www.bankrun2010.com per leggere tutta la strategia tradotta in varie lingue. In apertura, sotto il video con Cantona, si trova il comunicato stampa in cui viene spiegata e rivendicata l’azione.
L’idea è del calciatore marsigliese, ma è stata messa in pratica con l’aiuto del web 2.0 e dei social network dalla sceneggiatrice belga Géraldine Feuillien '0a (41 anni) e dal giovane attore e regista francese Yann Sarfati (24 anni).
Nel testo del comunicato si comprendono chiaramente le richieste: “Noi, i cittadini del 21esimo secolo, eredi di generazioni che si sono sacrificate perché fossimo e vivessimo da cittadini liberi e degni, Noi – si legge - esigiamo la creazione di una banca cittadina, al servizio dei cittadini, una banca che metta al riparo i nostri soldi da febbri speculative, al riparo da operazioni che trasformano i nostri prestiti in attivo di bilancio e si servono dei nostri debiti per aumentare la propria ricchezza”.
E ancora: “Noi, gli eredi del caos, abbiamo un mondo da ricostruire. Un mondo dove il lavoro non sia più vissuto come una forma di asservimento, né l’assenza di lavoro come un dramma, perché noi avremo saputo ripensare alla maniera nella quale l'uomo di domani si assicurerà la sopravvivenza, l'istruzione, il proprio benessere e la propria pensione”.
Il giorno stabilito per l’azione antibanche è il 7 dicembre. Mentre stiamo andando in stampa, ancora non sappiamo cosa succederà in quella data. Una cosa però è certa: il problema sollevato è diventato di dominio pubblico tramite le colonne dei quotidiani di tutto il mondo.
Quindi “bankrun2010” ha già ottenuto un primo risultato: sensibilizzare l’opinione pubblica.
In tempi di ideali che scompaiono e politica incapace di intercettare i bisogni reali della gente, forse ci voleva proprio lo sguardo impertinente di Cantona per animare sogni di rivoluzione.

sabato 18 dicembre 2010

Comunicato del Collettivo Universitario Autonomo - Torino




La domanda che si pongono molti giornali all'indomani della rivolta di Roma, merita una risposta. Volete vedere i volti nascosti dalle sciarpe, dai caschi e dai passamontagna?

Sono gli stessi volti che pagano l'affitto delle vostre case fatiscenti, sono i volti a cui proponete contratti da 500 euro al mese con possibilità di assunzione dopo 1 mese di prova e passaggio al fulltime da 800. Sono i volti che vi propongono i progetti di tesi a cui fate aggiungere i vostri testi noiosi, sono i volti dei ragazzini di periferia a cui date gli schiaffi quando li beccate con un pò di fumo in tasca.

Sono le persone che vi cucinano il sottofiletto tenero nella osteria ricercata e chic e lo fanno a nero 50 euro a serata, sono quelli che vi fanno il cappuccino con la schiuma. Sono quelli che vi rispondono al telefono dicendo "892424 posso esserle utile?", sono quelli che comprano la verdura al Lidl perchè¨ alla Crai costa troppo. Sono quelli che animano le vostre vacanze per 450 euro al mese, sono quelli che preparano i mercati in cui comprate la frutta fresca. Sono quelli a i quali la precarietà sta togliendo linfa vitale, sono quelli che fanno una vita di merda ma che si son stancati di accettarla, di subirla.

Siamo parte di una generazione che per un giorno ha smesso di accumulare la cirrosi epatica dovuta alla nevrosi di una vita educata alla precarietà , che ha tifato rivolta; siamo il futuro che dovreste ascoltare, siamo l'unica parte sana di un paese coperto di metastasi. Il 14 dicembre 2010 è successo un fatto epocale, l'intera piazza del Popolo è esplosa in un boato liberatorio quando un blindato della finanza ha preso fuoco: in quel boato è racchiusa la nostra esistenza, l'esistenza di chi non poteva credere che un governo come il nostro restasse in piedi sorretto da 4 (o per meglio dire 3) miserabili, di chi non poteva credere che
per una volta ce l'avevamo fatta, in tanti, in migliaia, a gridare "Tutti assieme famo paura!". Un boato di gioia e rabbia, esploso dalla parte giusta, quella sbagliata era rintanata dentro Montecitorio.

I black block hanno colpito ancora. Occhio, voci indiscrete raccontano che a volte li si incrocia a lezione, in biblioteca, alle macchinette del caffè, in birreria, al mare, addirittura in tram.

Collettivo Universitario Autonomo - Torino
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sabato 6 novembre 2010

I prodotti della terra vesuviana...


Un limone raccolto nei campi di Terzigno...

L'immagine sopra riprodotta riguarda un limone raccolto a Terzigno, ennesima dimostrazione di come quello e altri territori siano contaminati a causa dei rifiuti tossici (provenienti dal Nord) che sono stati sversati nelle varie discariche abusive della camorra nel Vesuviano.
Sotto riportiamo l'intervista al Procuratore Capo di Nola, Paolo Mancuso, sull'argomento rifiuti.
da Il Fatto Quotidiano

NOLA – “La provincializzazione del ciclo dei rifiuti è insensata”. Pullover azzurro, camicia aperta, tono di voce pacato, il procuratore capo di Nola Paolo Mancuso ha appena poggiato sulla scrivania un lungo articolo di un quotidiano locale sulle mutazioni generiche delle rane sui territori dei Regi Lagni e del Vulcano Buono. Sono zone che ricadono nella competenza del suo ufficio. Mancuso non è uomo che dà aggettivi a caso. Sceglie con cura la parola “insensata”, dopo averne scartate altre, per definire la provincializzazione della gestione degli impianti e dei flussi della spazzatura, perché la ritiene “il principale ostacolo a un efficace smaltimento dell’immondizia campana”.

La Procura di Nola, città della provincia di Napoli, ha competenza sul territorio di Terzigno, dove da settimane centinaia di cittadini dell’area vesuviana si battono per la chiusura della discarica di Cava Sari nel Parco Nazionale del Vesuvio, e non si accontentano della cancellazione di Cava Vitiello. Numerosi i suoi fronti di inchiesta. L’ufficio ha fascicoli aperti, tra gli altri, sugli scontri tra polizia e manifestanti e sui valori rivelati dalle diverse analisi ambientali raccolte dal 2009 in poi. “I dati su Cava Sari – afferma Mancuso – ci dicono che la discarica non potrà essere tenuta aperta per molto tempo ancora”. E di fronNe pate al limone deforme spuntato dai campi agricoli di Terzigno (vedi foto), che da giorni viene ritratto sui siti internet e preoccupa i residenti, il procuratore capo allarga le braccia: “Mutazioni genetiche potrebbero essere spiegate solo da alterazioni dei valori di radioattività. Ma in discarica i camion della spazzatura attraversano un ‘detector’ che darebbe l’allarme in caso di passaggio di rifiuti radioattivi”. Come dire: quell’agrume spaventoso al momento è un mistero.

Procuratore Mancuso, qual è la situazione complessiva a Terzigno?

“A prescindere da eventuali responsabilità in via di accertamento, siamo di fronte a dati che documentano un inquinamento delle falde acquifere e dei terreni”.

Su questo territorio c’era una precedente discarica che ha accolto rifiuti dagli anni ’80 fino a metà degli anni ’90.

“L’azienda che gestisce la discarica oggi in esercizio, sostiene che le cause dell’inquinamento sono preesistenti all’apertura dello sversatoio. Che peraltro è in via di esaurimento”.

Dovrebbe essere utilizzato fino ai primi mesi del prossimo anno.

“I rifiuti ormai sono giunti sino all’8° anello. Può essere riempito per pochi mesi ancora, ma solo se gestito correttamente e se verranno rispettate le recenti prescrizioni, tra le quali il conferimento del solo secco”.

Come è il rapporto coi sindaci e i comitati cittadini?

“Come ufficio li abbiamo sollecitati a interloquire con noi per collaborare nell’opera di controllo della legalità e delle regole relative al ciclo dei rifiuti. Con gli avvocati dei comitati siamo in continuo contatto. Proprio stamane ho nuovamente ricevuto una loro delegazione. Mi hanno riferito che in queste ore i miasmi provenienti dalla discarica sono tornati ad essere insopportabili”.

Ha visto le foto del limone di Terzigno?

(Sorride preoccupato). “Sì, le ho viste. Guardi, le perdite di percolato, le infiltrazioni delle falde acquifere, il superamento delle soglie di legge di alcuni valori ambientali, non potrebbero da sole spiegare le mutazioni genetiche di quel limone mostruoso. Potrebbero essere spiegate solo da alterazioni dei valori di radioattività. Ma ci sono controlli all’ingresso della discarica, c’è un ‘detector’ che rileva il passaggio di eventuali rifiuti radioattivi”.

Come si esce dall’emergenza rifiuti in Campania?

“Revocando l’insensata provincializzazione del ciclo. Non può funzionare a Napoli, dove su una fetta pari all’8% del territorio campano vive il 61% della popolazione di tutta la regione. Aggiungo che non è bello vedere le altre province che fanno ostruzionismo al provvedimento del Governatore Caldoro con il quale si autorizzava lo sversamento dei rifiuti napoletani per una settimana in un’altra provincia. Non c’è stata solidarietà e ciò è un’ulteriore dimostrazione che la provincializzazione per legge non funziona. Io la Campania l’ho visitata praticamente tutta, come investigatore e come cacciatore per hobby, ne conosco bene le caratteristiche, e dico con convinzione che in altre province potrebbero essere realizzate discariche e impianti in zone assolutamente deserte e senza dare fastidio a nessuno”.