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giovedì 10 novembre 2011

Tutti d'accordo su Monti, l'Ultraliberista bocconiano






Non ho nulla contro ciò che Mario Monti è: uno stimato professore di economia, forgiato in una delle più prestigiose scuole del liberismo europeo (la Bocconi).
Ho tutto contro ciò che Mario Monti rappresenta: il capitalismo, il liberismo spinto, l'europeismo mercatista.
Ancora una volta è confermata la teoria: quando il Sistema si accorge che qualche suo strumento (Berlusconi) non è più utile, lo deve sostituire. E con chi? Con un governo che segni, formalmente, una discontinuità col precedente, ma che nei fatti realizzi esattamente ciò che il precedente non è riuscito a fare:
- licenziamenti più facili;
- revisione della contrattazione collettiva;
- innalzamento dell'età pensionabile;
- tagli allo stato sociale;
- privatizzazioni e liberalizzazioni.

Il problema, però, è che il Governo Monti non riuscirà a fare TUTTE queste cose. Avrà poco tempo, e dovrà fare solo le cose più urgenti. Dovrà, in sintesi, risolvere l'emergenza e preparare il terreno per misure antipopolari più incisive.

Secondo voi, Monti cosa ne pensa della lettera della BCE


Semplicissimo: la condivide in toto. Come se l'avesse scritta lui, o un suo discepolo come Mario Draghi.
Il Governo Monti deve essere per il Sistema ciò che fu il Governo Dini, che fece una riforma delle pensioni devastante oltre a preparare il terreno per la vittoria del centrosinistra, la cui missione fu entrare in Europa (in questa Europa, schifossissima Europa). E per entrare in questa Europa aumentarono il prelievo fiscale, misero in campo il Pacchetto Treu (detto anche Il Principio del Male) che sancì l'entrata della precarietà nelle vite di tutti, costruirono i lager moderni chiamati Centri di Permanenza Temporanea, e infine bombardarono la Serbia perchè il Sistema lo impose.

Monti avrà meno mesi di Dini, quindi potrà fare un numero di danni numericamente inferiore. Ma la profondità di questi danni potrebbe essere ben peggiore.

Questa crisi è stata CAUSATA dal liberismo e dal mercatismo: non sarà certo un ultraliberista come Monti a invertire la rotta!
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giovedì 13 ottobre 2011

Ecco cosa vuole il Sistema






La lettera che la BCE ha scritto e inoltrato al Governo Italiano è composta da punti molto interessante: è espressa, in maniera chiara ed inequivocabile, la volontà del Sistema. Cosa gli Stati devono fare, anche a scapito dei Popoli, pur di rimanere dentro al Sistema. ALtrimenti default, altrimenti nessuno comprerà il debito dei Paesi europei maggiormente in crisi (tra cui l'Italia).
Analizziamoli bene:

"E' necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala".
Questo significa che, nonostante un referendum abbia chiaramente detto che IL POPOLO SOVRANO non vuole la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi, il Sistema se ne strafotte e vuole comunque che queste operazioni siano fatte. E hanno il coraggio di definirsi democratici! Non rispettano nemmeno l'esito di un referendum!

"C'é anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione".
Questo significa che il Contratto Collettivo Nazionale, già gravemente ridimensionato, va reso totalmente inoffensivo, e a questo bisogna anteporre la contrattazione aziendale, o addirittura individuale. E secondo voi, i lavoratori sono più forti o più deboli in fase di contrattazione aziendale? Ovviamente, sono più deboli. Proprio perchè non hanno le tutele che il CCNL prevede PER TUTTI I LAVORATORI ITALIANI!

"Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi".
Solita storia: dopo la flessibilità in entrata, i padroni vogliono flessibilità in uscita (licenziamenti più facili) ed in cambio promettono ciò che NON HANNO MAI FATTO: un sistema di ammortizzatori sociali degni di un welfare moderno e la ricollocazione in altri settori di coloro che perdono il lavoro. Perchè, se non lo hanno MAI FATTO in più di un decennio di PRECARIATO, adesso dovrebbero farlo? Perchè dovremmo crederci?

"E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi".
In pratica: riforma delle pensioni PEGGIORATIVA rispetto alle attuali forme, in particolare con l'innalzamento dell'età pensionabile SENZA TENER PRESENTE i lavori usuranti e la difficoltà di trovare lavoro (e quindi di versare contributi) prima di una età alquanto alta; stop al turnover nel pubblico impiego (quindi meno posti di lavoro), quindi meno insegnanti, meno dottori, meno infermieri, meno giudici, meno poliziotti, meno militari, meno impiegati, meno autisti, meno macchinisti, ecc...; riduzione degli stipendi per insegnanti, dottori, infermieri, giudici, poliziotti, militari, impiegati, autisti, macchinisti, ecc...

Che ne pensate di questa lettera? Ci vedete "sviluppo" o "progresso" in queste proposte?
Io no. Io ci vedo solo un Sistema (economico e finanziario, politico e militare) che vuole far pagare la crisi ai Popoli.
E questo Sistema non si può correggere: bisogna resettarlo.
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martedì 11 ottobre 2011

Trichet comanda: "Ricapitalizzate le banche"




La BCE è uno degli strumenti più pungenti utilizzati dal Sistema per determinare le politiche (e quindi la vita) degli Stati e dei Popoli.
Il capo della BCE, Trichet, non fa passare giorno senza ammonire i governanti europei: dovete ricapitalizzare le banche. Cioè? Che significa?
Significa utilizzare i soldi pubblici (cioe miei, tuoi, di tuo padre, di tuo nonno, di tuo figlio) per prestare soldi alle banche e ricapitalizzarle. Chi ci guadagna? Le banche, o meglio i banchieri, coloro che speculano e, se fanno profitti, li mandano nei paradisi fiscali. Se perdono, vedono gli Stati mettere soldi nelle loro banche e ricapitalizzarle. Si chiama "socializzazione delle perdite", un sistema equo e giusto, se non fosse collegato alla "privatizzazione dei profitti".
E Trichet, e tutti i servi del Sistema, non fanno altro che eseguire gli ordini di chi li paga: gli Stati devono togliere ai lavoratori e dare alle banche. Altrimenti il Sistema non funziona più.

Le misure per la Grecia? Insufficienti. E la Slovacchia? Rischia il fondo di sostegno. E l'Italia? La manovra economico-finanziaria è stata scritta e decisa dalla BCE, con una lettera a Tremonti. L'Italia è di fatto commissariata. Se, invece di Berlusconi, avesse governato il centrosinistra? Non sarebbe cambiato nulla: il Sistema, tramite Trichet e la BCE, avrebbe imposto anche a Bersani o Vendola la stessa identica manovra. E loro avrebbero obbedito.

Questa è la situazione. Non c'è più, nella politica istituzionale, possibilità di combattere il Sistema. La via liberaldemocratica è fallita. Le croci sulle schede elettorali non bastano più. Gli scioperi della fame non servono a un cazzo. Con le raccolte di firme si puliscono il culo.
Sappiatelo. E agite di conseguenza.

PEOPLE OF EUROPE, RISE UP!
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lunedì 10 ottobre 2011

Verso e oltre il 15 Ottobre






Tratto da http://www.infoaut.org/

Il 15 ottobre si svolgeranno in tutta Europa le manifestazioni lanciate dal movimento 15M per estendere oltre i confini spagnoli la pratica della protesta contro la casta che pretende di farci pagare gli effetti della crisi finanziaria. La scadenza di Roma ha inevitabilmente convogliato su di sé le attenzioni e le aspettative dei soggetti sociali che, in Italia, ritengono sia giunto il momento di far sentire la propria voce, e credono che, senza un’Onda Italiana, le politiche di palazzo sapranno superare la crisi istituzionale nel segno di una continuità conservatrice, antipopolare e contraria agli interessi della maggioranza. Si è diffusa in molti una consapevolezza di fondo: l’attuale condizione storica richiede un salto di qualità nei nostri comportamenti politici. Il sacrificio in piazza di Mohamed Bouazizi, il ragazzo tunisino che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010, ha aperto una nuova fase nel Mediterraneo. Il versante meridionale è entrato in una lunga e complessa fase rivoluzionaria, in grado di modificare in modo inaudito gli equilibri sociali interni a quei paesi e quelli internazionali. Sul versante settentrionale, anzitutto con le mobilitazioni di massa che attraversano la Spagna e la Grecia – paesi che, su un diverso livello, accusano pesantemente gli effetti della crisi mondiale, diventandone a loro volta propulsori – il conflitto sociale è entrato di prepotenza nel cuore degli equilibri monetari del nuovo secolo: l’Unione Europea.

Questi movimenti non sembrano analizzabili, e tanto meno governabili, attraverso ricette precostituite; ci consegnano un’evidenza che è impossibile non assumere nell’analisi generale: si è aperta una fase politica di sperimentazione dal basso. La primavera mediterranea non è e non sarà orientale o occidentale, democratica o dispotica, pacifica o violenta: le categorie in cui è rimasto impigliato gran parte del pensiero politico degli ultimi decenni, anche all’interno dei movimenti, saranno devastate dall’impatto dei conflitti sociali che già si affacciano su questo decennio. Il dato essenziale è il protagonismo di massa di soggetti sociali nuovi, moderni, che si pongono su un livello di rottura radicale tanto con i dispositivi di gerarchizzazione sociale e del reddito, tanto con le forme tradizionali della sovranità politica e territoriale. Dalle migrazioni di massa ai flussi grammatologici di insubordinazione attraverso il web, questi soggetti si presentano come sfuggenti, ingovernabili, insensibili tanto alle imposizioni delle frontiere politiche quanto a quelle linguistiche, giuridiche, informatiche. In questo scenario crediamo sia necessario ovunque consegnare ai movimenti, alle piazze e alle lotte tutta la nuova sovranità, la voce in capitolo, la progettualità rivoluzionaria. Non ci servono “alternative” di contenimento, né sul versante di una “guida” o “gestione” della crisi da parte delle istituzioni della casta, né all’interno dei movimenti.

La crisi non è un male obiettivo, naturale ed inevitabile, senza colpevoli, senza responsabilità soggettive; e le nostre chiamate alla mobilitazione devono essere cassa di risonanza dei desideri e della rabbia sacrosanta di tutte e tutti, senza limitazioni ideologiche o programmatiche, senza sovrastrutture progettuali che esulino dalla pura e semplice necessità di riprodurre nel nostro paese e nel mondo una dinamica estesa e avanzata di conflitto sociale. Ciò di cui abbiamo bisogno sono serbatoi di mania della trasformazione, overdosi di utopia, cuori roventi, esigenza dell’imprevedibile. Cosa vogliamo da questo autunno? Cosa da questo ottobre? La piazza spagnola ci ha fornito una traccia semplice e chiara, proponendo la pretesa di una negazione pratica dell’assetto istituzionale e politico che ereditiamo in Europa: Que se vayan todos! è il loro grido, e deve essere anche il nostro. Ad ogni capo del globo, con le tende, le canzoni o le molotov, i movimenti stanno affermando che con questa organizzazione dell’economia, con questa costituzione della sovranità politica non si può andare avanti. Non si può, nei due sensi di questa espressione: perché non si vuole e perché non è più possibile. È una dimensione soggettiva e oggettiva del non potere, quella che abbiamo attorno e di fronte a noi.

E l’Italia? È la grande assente, fino a questo momento, dei processi in atto: non dal punto di vista dell’attacco alle condizioni di vita e della prospettiva di default, naturalmente, ma dal punto di vista del conflitto; è l’unico grande paese mediterraneo a non essere lambito dal fuoco della rivolta, dall’uragano dell’indignazione. Di fronte al quadro profondamente nuovo che i processi di delegittimazione dell’ordine costituito rappresentano, nella nostra penisola sembra ancora essere ingombrante la tendenza all’elemento rituale, al dejà vu, a un insensato eterno ritorno dell’identico. Si pretende di incanalare la ricchezza politica che si orienta da mesi verso l’autunno in una sfilata ordinata e disciplinata, lontana dal centro e dai palazzi del potere, come indicato dalla questura della capitale. Si vorrebbe fornire una sponda, attraverso questa scadenza, a progetti politici visti e rivisti, che intendono convogliare in un voto istituzionale il desiderio di cambiamento che dal referendum alle manifestazioni studentesche del 7 ottobre cresce nel nostro paese. A beneficio di chi o di cosa, ci chiediamo? Non ne possiamo più del rito e della chiacchiera giornalistica sull’autunno caldo: vogliamo un Autunno Infernale.

Vogliamo un inverno duro per chiunque tenti di farci pagare la crisi. Vogliamo una primavera dei movimenti. Vogliamo anni di negazione dell’esistente, vogliamo un’Italia Valsusina. Non vogliamo un nuovo-vecchio uomo della provvidenza, di destra o di sinistra, alla guida di un progetto politico scaduto in partenza. Ciò che vorremmo fosse chiaro a tutte e tutti è che la casta è finita; e quando parliamo di casta intendiamo non soltanto Berlusconi e Tremonti, Bossi e la Marcegaglia, Bersani o Di Pietro, Montezemolo, Napolitano o Marchionne; intendiamo tutte le forme della vecchia politica, ben al di là dei nomi dei partiti, dei ministri, dei presidenti e dei candidati; intendiamo anche Vendola e De Magistris, ossia coloro che intendono cavalcare la voglia di cambiamento affinché il cambiamento non avvenga mai, affinché prevalgano ancora la delega e la politica di mestiere, gli aggiustamenti strategici, il compromesso annunciato. E ci chiediamo: cosa vorrebbero elemosinare i movimenti da questi signori? E che cosa dalle istituzioni stesse? Non soltanto le chiacchiere e le illusioni, ma persino i soldi sono finiti! Resta una società polarizzata e paralizzata, l’arricchimento spietato o l’impoverimento totale, la bancarotta. È forse il momento di salire sul carrozzone dei partiti, di accettare la logica che, reprimendo e recuperando il conflitto sociale, ci ha portati a questo disastro? È forse l’ora di imporre ai movimenti sociali strutture rigide o autoritarie, prospettive non condivise, destinazioni annunciate?

Il potere politico capitalista risiede completamente, e non da ora, nelle istituzioni finanziarie globali: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Federal Reserve. I governi nazionali, le istituzioni internazionali o locali non sono che gli agenti dell’applicazione quotidiana di decisioni prese in quei teatri dal personale tecnico del capitalismo moderno: sono svuotate di qualsiasi autonomia amministrativa o politica. Come se non bastasse, di qualsiasi legittimità: lo si ode nell’eco dei tumulti e delle insurrezioni che agitano il mondo, che si espandono da New York a Damasco, da Santiago del Cile a Londra. L’ingresso nelle istituzioni del default non è l’obiettivo dei movimenti. Il potere politico “alternativo”, o antagonista, è nelle piazze, nelle strade, nelle rivoluzioni; è nelle assemblee di Barcellona, di Tunisi, della Val Susa. Non c’è delega, non c’è candidatura di cui in Italia, oggi, i movimenti possano comprendere il senso. Per questo crediamo che, il 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, occorra consegnare a questo paese, finalmente, gli spazi comuni e aperti dove le istanze sociali, schiacciate dalla cappa di uno stato impresentabile e parassitario, possano esprimersi liberamente. Tutte le idee, tutte le istanze, tutte le voglie di questa società disastrata, tutte le progettualità della protesta non possono che trarre ossigeno dall’ingresso dell’Italia in questo Mediterraneo inquieto, e nell’Europa delle tre “A”: quella del conflitto sociale. L’Italia merita il cambiamento, quello vero. E non si potrà cambiarla, per davvero, senza rimetterla al centro del variopinto planisfero delle lotte sociali.
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martedì 4 ottobre 2011

Il Sistema europeo impone alla Grecia nuove misure antipopolari




Vi sono misure impopolari, ciò non popolari.
E misure antipopolari, cioè contro il Popolo.
E sono proprio quest'ultime che l'Unione Europea Capitalistica chiede ancora alla Grecia.
Nonostante le "importanti misure" prese, come la riduzione degli stipendi pubblici, la Grecia non è ancora salva. Il Sistema chiede ad Atene altre misure: taglio di 30mila dipendenti nella P.A., nuove privatizzazioni (che ovviamente, data la condizione in cui versa la Grecia, saranno in realtà delle svendite a basso costo alle lobbies continentali e mondiali), e rivisitazione dei contratti collettivi (suona un pò Marchionne, vero?), abolendo ad esempio i minimi salariali.
I burocrati europei, coordinati dai vari Junker e Trichet, sono al soldo del Sistema. E stanno costringendo la Grecia a svendersi, totalmente.

Sul Partenone c'era scritto: "People of Europe, Rise up". Si vede che i servi del Sistema non hanno minimamente paura della sollevazione dei Popoli d'Europa.
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