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mercoledì 2 aprile 2014

Sputtanapoli

Lo sport "nazionale" (aggettivo non molto adatto all'Itaglia, che al massimo può essere definita "Stato") è parlar male di Napoli e del Sud. Persino i consolidati e antichi primati della nostra Terra vengono messi in discussione dalla "cultura italiana".


sabato 29 marzo 2014

Regno delle Due Sicilie, ovvero "la Germania d'Italia"



Pochi anni fa Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles, spulciò tra gli archivi delle Borse di Anversa e Parigi per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Il motivo è semplice: nella storia dello stato moderno, di ispirazione giacobina, quella iniziata nel 1861 è l'esperienza più vicina al faticoso tentativo di dare maggiore consistenza e unità politica alla UE, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali (compresi i debiti sovrani) degli stati europei. "Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati" ricordava la studiosa. 
Dopo l'invasione del Regno delle Due Sicilie, i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean"). La Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro faticoso di raccolta dati dai database e dagli archivi originali per capire come si sono mosse le quotazioni. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo la sedicente Unità: quelli del Regno delle Due Sicilie (pari a un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). 
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno delle Due Sicilie economicamente stava all'Italia come la Germania oggi sta all'Eurozona. "Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto", scriveva la Collet, la quale ricordava che Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia e che le regioni del Sud avevano un'agricoltura fiorente (anche se basata sul latifondismo), una discreta struttura industriale e aree portuali commercialmente importanti.

Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi: esattamente lo stesso timore che oggi la Germania vive con gli eurobond. Nel 1862, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che la sedicente Unità era ormai irreversibile. "L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa" affermava Collet, prima di concludere il proprio lavoro e dimostrare, ancora una volta, quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, nel confronto con l'Europa di oggi, "la Germania d'Italia".
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venerdì 28 marzo 2014

'Na tazzulella 'e cafè napulitano pe' Report



Mauro Illiano, napoletano, classe 1981, di caffè se ne intende. La sua formazione gastronomica è il risultato dell’assemblaggio di una serie di nozioni apprese in Italia e non. Nomade convinto, ha visitato tutti e 5 i continenti, partecipando a molteplici corsi afferenti i diversi mondi del vino, della birra del whisky e del caffè.


Proprio in merito al caffè nel 2012 intraprende una ricerca per l’AIS (Associazione Italiana Sommeliers) Delegazione di Napoli sui Caffè unitamente a Fosca Tortorelli.

Insieme fondano la rubrica Espressamente Napoletano, che racchiude numerosissime degustazioni di Caffè sul territorio partenopeo in forma di schede trasposte in una mappa virtuale perennemente “in progress” pubblicata on-line sul sito http://www.aisnapoli.it/.
Dopo l’ “attacco” alla bontà del nostro caffè da parte del programma Report abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lui sull’eccellenza del nostro “oro nero”.

Illiano ha visto il video di Godina? Che ne pensa?
Indipendentemente dal video, non c’è niente di nuovo per me. Il dibattito sul modo di “fare” il caffè non è una novità. Da due anni degusto Caffè in tutta Napoli, ed ho imparato che nella sola nostra città, pur essendovi uno stile ben definito, esistono tanti modi di interpretare la stessa bevanda. Ne è conseguenza che non mi sorprende affatto che degustatori abituati ad altri stili interpretativi possano trovare più o meno gradevole la nostra impronta. Si aggiunga a questo che personalmente ritengo condizione minima, prima di esprimere un giudizio definitivo, quella di degustare almeno tre volte in tre distinti momenti lo stesso caffè, e ciò per rendere più attendibile il proprio giudizio.

A Napoli si fa 'o cchiu’ bellu’ cafè o no secondo te?
A Napoli si fa dell’ottimo caffè. Tutto sta nel saper selezionare la miscela, il luogo e le persone più in grado di soddisfare il proprio palato. Se poi, come personalmente ritengo, degustare – non necessariamente in modo tecnico – significa assaporare anche il substrato di storia, cultura, tradizione e folklore, che da sempre caratterizza l’esperienza di bere un caffè a Napoli, allora si che possiamo dire, come lei suggeriva “A Napoli si fa o cchiu’ bell cafè”. Aggiungerei che a Napoli ci sono moltissimi luoghi in cui è possibile bere un caffè da applausi. Ci vuole un po’ di buona volontà e di pazienza, altra caratteristica tipica di questa terra.

Elementi indispensabili per un buon caffè?
Un buon caffè parte da lontano. Dalla selezione della materia prima certamente. Ma anche dalla scelta del personale, dalla capacità di usare gli strumenti in modo professionale, dall’attenzione alle regolazioni.. e poi c’è qualcosa di magico. Molti napoletani dicono che paradossalmente è proprio l’acqua di Napoli a rendere il caffè così buono qui a casa nostra. La verità è che nessuno conosce il vero segreto, o almeno nessuno è pronto a svelarlo..

Le torrefazioni napoletane possono competere col mercato nazionale (vedi Illy)?
Le torrefazioni tutte sono in costante competizione. Tra queste c’è Illy. Il mercato ha già risposto a questa domanda, quindi ritengo superflua la mia risposta. Non ci dimentichiamo che Napoli rappresenta un’ampia fetta di mercato dei caffè consumati nel territorio nazionale, quindi, a buon intenditor..

Lucilla Parlato
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mercoledì 26 marzo 2014

Meglio un Regno di Napoli che una Repubblica itagliana



Monarchici o repubblicani? Una distinzione importante, quando si parla della formula istituzionale di uno Stato sovrano e indipendente. Una disputa alla quale, mi scuserete, non voglio partecipare. Perché io ed il mio Popolo non abbiamo uno Stato sovrano e indipendente a cui dare una forma istituzionale degna di questo nome.
Secondo le nostre carte d'identità, noi siamo cittadini della Repubblica italiana. Se fossimo nati prima del 1946, saremmo stati cittadini - pardòn, sudditi - del Regno d'Italia, guidato da una delle dinastie più indegne e ignobili della storia, il cui nome volutamente storpio in Saboia. Come è nato il Regno d'Italia lo sanno ormai tutti: solo i sordi per convenienza o malafede fingono di non sentire le urla degli stupri e delle violenze, il rumore dei paesi rasi al suolo "affinchè non rimanga pietra su pietra", il tintinnio dei denari derubati al più ricco tra gli stati della penisola italica (il Regno delle Due Sicilie) e portati in dote al più indebitato (Regno di Sardegna).
Persino la storiografia "ufficiale" e accademica sta ormai dimostrando come l'italia, intesa come comunità di popoli e di destini, sia stata e sia tuttora una clamorosa invenzione: l'italia è solo uno Stato, e nemmeno uno tra i migliori. Non c'è pathos, non c'è orgoglio, non c'è comunanza tra i popoli che abitano la penisola italica, nonostante le nostre carte d'identità tentino di dimostrarci il contrario. I decenni di occupazione e di violenza, fisica ma ancor più psicologica, cui il mio Popolo è stato costretto dall'invasione delle Due Sicilie a oggi non hanno prodotto altro che odio e divisione, scavato solchi e innalzato muri, mentali prima ancora che reali.

Per questo dico a tutti i meridionalisti, di ogni orientamento: non dividiamoci adesso. I tempi sono maturi per una frantumazione dello Stato italiano. Il sedicente referendum indipendentista veneto, sul quale sono stato e rimango molto critico, rappresenta solo il primo passo. Anche aldilà delle Alpi i movimenti autonomisti e/o indipendentisti crescono, alzano la voce e mostrano i muscoli. Anche al Sud, anche nei territori del fu Regno delle Due Sicilie, e prima ancora Regno di Napoli e Regno di Sicilia, cresce l'orgoglio identitario, la conoscenza della propria Storia, la volontà di riscatto del Presente e il desiderio di un autonomo e libero Avvenire. Il sogno, anzi il progetto, di disintegrazione del Sistema Italia e di ritrovata indipendenza della nostra Terra e del nostro Popolo si avvicina a passi più rapidi di quanto si potesse immaginare. Non cadiamo, però, nell'errore di pensare che la strada sia spianata: il Sistema reagirà, e non sarà facile. Oggi è solo più probabile di ieri.

Tocca rompere i tabù e superare gli steccati. Io l'ho fatto da tempo, e lo ufficializzo oggi: nonostante per formazione politica non sono certamente un monarchico, dichiaro che firmerei OGGI STESSO per un Regno di Napoli, sovrano e indipendente da questa italia. Se l'alternativa allo sfruttamento sistematico da parte del nord - sfruttamento a cui si è dato il nome di "Italia" - è il ritorno della dinastia dei Borbone sul trono, mi dichiaro BORBONICO, oltre che Insorgente.
Ecco, io il passo verso di voi l'ho fatto. Ora tocca a voi.
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sabato 22 marzo 2014

Un museo che il Mondo ci invidia, e che l'itaglia abbandona.



Uno spazio quasi vuoto, indefinibile, dove tutto ciò che dovrebbe essere al suo interno ancora non c'è. Così, il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, progettato negli anni ’30 da Marcello Piacentini, appare ai visitatori: 4 piani di edificio che accoglie soltanto i due bronzi di Riace e pochissimi altri reperti. Rinviata innumerevoli volte, finalmente, nel dicembre 2011, con due anni di ritardo rispetto al previsto, ecco la tanto attesa riapertura.

A presenziare, l'allora ministro dei Beni e delle attività culturali, Massimo Bray: "I simboli del paese sono tornati in piedi. Le sfide sono il turismo e la cultura, con il Mezzogiorno, dobbiamo lavorare insieme. Bisogna ripartire da qui". Ma, dopo quattro anni e 33 milioni di euro spesi per i lavori di restauro, nei depositi dello storico museo ci sono centinaia di reperti in attesa di sistemazione.

L'appalto per i lavori definitivi, tali da permettere il riallestimento totale della struttura, era stato assegnato alla cordata facente parte alla società Set up live, Protecno e la cooperativa Gnosis che, avevano garantito la consegna ad aprile 2014. Finalmente Reggio Calabria aveva riportato i Bronzi al mondo ed ora si apprestava a fare lo stesso con le altre sue ricchezze artistiche, ma il consorzio Research ha contestato l’esito della gara vinta dalla cordata e ne ha chiesto la sospensiva. Il primo a pronunciarsi è stato il Tar, che ha respinto il ricorso. Non ha seguito la stessa linea il Consiglio di Stato che, invece, ha interrotto i lavori.

Tutto ciò nel momento in cui il presidente della Regione, Scopelliti, e l’amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio presentavano l’accordo per portare i turisti al museo di Reggio Calabria. La patata bollente passa adesso, di nuovo, al Tar che ha fissato l'udienza per luglio, spazzando via anche la minima speranza per la riapertura completa ad aprile 2014. Prima del 2015, nella migliore delle ipotesi, la situazione non si sbloccherà. Infatti, se il Tar dovesse dar ragione al consorzio Research, si dovrà rifare la gara.

Per caso, vi è capitato di ascoltare lo slogan dello spot pubblicitario, lanciato dalla Regione Calabria per il turismo? La voce è quella, inconfondibile, di Giancarlo Giannini. La frase che, il famoso attore ripete, è: "La Calabria ti sorprende sempre". Sante parole.

Tratto da Parallelo 41
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sabato 15 marzo 2014

Così il Sud mantiene il nord



Vi sottopongo un articolo di qualche tempo fa, che dimostra inequivocabilmente quanto le boutade leghiste sul nord che mantiene il Sud siano semplici e gravissime menzogne. Il sito da cui è tratto l'articolo è Linkiesta, che non è un portale neoborbonico... eppure spiega, numeri alla mano, come in realtà sia il Sud a mantenere il nord e a pagare il prezzo più alto di questa sedicente Italia unita.
Buona lettura, si fa per dire...

Almeno il 75% delle entrate fiscali raccolte sul territorio deve restare in casa nostra, tuona Roberto Maroni a poche settimane dal voto, indicando ai nuovi vecchi alleati del centrodestra e agli avversari politici la linea del Piave leghista. L’altro giorno il Corriere della Sera ha fatto una simulazione calcolando che il sogno del Carroccio, se applicato alla lettera, farebbe lievitare le risorse disponibili per i soli cittadini lombardo-veneti di circa 19 miliardi (16 in Lombardia e 3 in Veneto).«A quel punto potremmo abolire l’Irap, fare investimenti e aiutare le nostre imprese e le nostre famiglie», si sfrega le mani il segretario del Carroccio. Secondo gli esperti interpellati dal Corriere si tratta di una rivendicazione irrealizzabile, al massimo si potrebbe fare per l’Imu: «In questo caso viene tassato un bene che appartiene davvero a quel paese o città» mentre un’azienda milanese o vicentina ha entrate che nascono in tutta Italia.«Passeremmo dal federalismo direttamente alla secessione», attaccano dall’opposizione, prendendo per buono il nuovo mantra leghista.
In realtà la proposta, anche se irrealizzabile, è politicamente interessante perché rilancia una convinzione di fondo che circola sopra il Po ben oltre il perimetro del consenso leghista, fino a farsi senso comune: il cosiddetto paradigma dei«territori separati» alla cui base c’è un dogma. La Padania paga, il resto del paese scialacqua. C’è un settentrione che funziona (è solo in difficoltà congiunturale) e un Mezzogiorno buco nero. L’Italia in sostanza è un Paese duale, un po’ Germania e un po’ Grecia, in cui il Sud incarna la panacea di tutti i mali del Nord. Quindi se la Padania non si libera velocemente della palla al piede, rischia di sprofondare pure lei.
Politicamente la traduzione è immediata: se a fine anni Novanta il Carroccio non c’è riuscito con la secessione, e nei Duemila con la devolution e il federalismo, adesso ci si riprova con il diritto a trattenere una grossa quota dei propri soldi sul territorio. Tassativo.
Se però guardiamo l’evoluzione del modello di sviluppo italiano la vicenda è molto più sfaccettata. Entrata in crisi l’industrializzazione forzata nei settori di base (petrolchimica, automotive, siderurgia) promossa con il sostegno finanziario dello stato (in 60 anni lo stato ha speso al sud 115 miliardi di euro in agevolazioni), e chiusa la Cassa per il Mezzogiorno nel 1992, nel meridione non ha neppure funzionato la stagione dei Patti per lo sviluppo, la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni su cui puntava Carlo Azeglio Ciampi e tutto il Dipartimento del Tesoro, allora guidato da Fabrizio Barca. In troppi casi la gestione delle politiche di programmazione negoziata ha risposto a logiche di appartenenza politica più che di sviluppo. Neppure ha dato grandi risultati il cosiddetto «modello adriatico» di piccola impresa tanto decantato dal Censis, alternativo all’industrializzazione dei grandi poli e all’assistenzialismo pubblico. Sembrava il naturale pendant meridionale dei distretti, invece...
Invece «venendo meno una strategia per lo sviluppo, la spesa pubblica ha assunto via via un peso crescente nell’economia del mezzogiorno, con una connotazione più marcatamente assistenziale», spiega Carlo Trigilia nel suo prezioso libretto Non c’è nord senza sud. Perchè la crescita dell’Italia si decide nel mezzogiorno (Il Mulino).
I dati impressionano. Negli ultimi vent’anni la spesa discrezionale, per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In contemporanea sono cresciute le spese per i consumi delle famiglie, sorta di sostegno al reddito (con soldi pubblici) andato ad alimentare, almeno fino alla grande crisi del 2008, i consumi di beni e servizi prodotti dalle Pmi distrettuali e dai sistemi di sviluppo locale, radicati nei territori manifatturieri dove la Lega nasce e fa proseliti. Quindi più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture. «Un ruolo del sud piuttosto marginale dal punto di vista produttivo, ma rilevante per la domanda di beni di consumo prodotti dalle imprese del centro-nord», riassume Trigilia.
Se guardiamo ai flussi di prodotti manifatturieri scambiati per macroaree italiane (Stime Svimez-Irpet), l’interdipendenza resta forte. La quota che dal Nord Ovest viene venduta al Sud è pari al 38%, dal Nord Est è pari al 31% e dal Centro al 29 per cento. «Le imprese padane scambiano col Meridione merci per un valore complessivo di 32 miliardi annui, in un mercato dove vivono e consumano 20 milioni di persone e la domanda di beni e servizi è più forte dell’offerta», spiegano i ricercatori dello Svimez. «La dipendenza del mercato economico meridionale da quello del Centro Nord resta molto forte nella subfornitura, ben oltre la quota dei trasferimenti pubblici». Le stesse aziende settentrionali completamente tecnologizzate e globali, che possono permettersi di«saltare» il Mezzogiorno, per Bankitalia sono una minoranza: 180mila su 4,5 milioni di imprese attive. E ancora. I circa 45 miliardi di euro annualmente trasferiti dal Centro-Nord al Sud, il cosiddetto residuo fiscale cuore del risentimento padano, «hanno finanziato importazioni nette di questa area pari a 62 miliardi dall’interno e a 13 miliardi dall’estero», ha calcolato l’economista Paolo Savona in un saggio pubblicato l’anno scorso dalla rivista Formiche.«In molte regioni le esportazioni interne hanno un peso elevato: in Lombardia hanno toccato nell’ultimo decennio il 52% del Pil annuale. Ma su questi dati - continua Savona - si assiste a una vera congiura del silenzio».
Un imbianchino scrive lo slogan “Prima il Nord”, scelto da Maroni, sul muro di Via Bellerio
Fino a metà degli anni Ottanta «questa strana miscela di dinamismo locale al nord e di disordine pubblico al sud ha tenuto senza troppe proteste». Il sistema salta con la crisi finanziaria e il peggioramento dei conti pubblici; il boom delle tasse, esplose per sfamare il debito pubblico; Tangentopoli e la fine della Prima repubblica; lo stop alle svalutazioni competitive, l’ingresso nella moneta unica e la globalizzazione. Nel momento in cui il modello avrebbe bisogno di un sostegno per crescere in produttività (cresciuta tra il 1990 e il 2010 solo del 15% contro il 38% della Germania e il 34% della Francia) e fare vere innovazioni di processo e prodotto per competere sulla qualità, il paese si avvita, zavorrato da servizi pubblici inefficienti, un centralismo scassato e costoso, un carico fiscale proibitivo e un gap infrastrutturale che aumenta esponenzialmente i costi per quei sistemi produttivi e di mercato più esposti alla competizione internazionale. Da qui il revanchismo del nord e la ri-esplosione del dualismo territoriale.
Ma la logica dei «territori separati» rischia di essere una lettura fallace.«Il Sud infatti cresce quando cresce il Nord. Le interrelazioni economiche sono così profonde da condizionare i risultati di ciascun territorio», conferma lo Svimez. Negli anni del miracolo economico i tassi di crescita del 4-5% al nord sono corrispondenti a quelli del meridione. Nei Novanta post svalutazione della lira, il boom del Nord Est si sposa agli anni migliori del mezzogiorno. Addirittura nel quinquennio ‘96-2000 il sud cresce più del nord. Poi la Padania va in letargo e, di conseguenza, il sud. L’ultimo decennio, insieme al brusco stop nel processo di convergenza Nord-Sud, mostra una perdita di competitività dell’intero settentrione. Se misuriamo il Pil per abitante il Nordovest nel 1998 vale il 140% della media dei paesi Ue, nel 2008, ultimo anno pre crisi, era sceso al 127%. Mentre il Nord Est passa da 137 a 125. La bassa crescita è dunque un fattore comune del paese, che precede la grande crisi mondiale. Non solo perchè il sud è una palla al piede ma anche per i problemi congeniti al modello padano: il nanismo d’impresa, la quasi scomparsa delle grandi aziende, il deficit infrastrutturale, la fine delle svalutazioni competitive e la difficile trasformazione terziaria della sua economia.
Quella dello sviluppo italiano è insomma una lettura diversa dal mainstream leghista che sta dietro a proposte come quella del 75 per cento. Tanto più che, chiosa Trigilia, «le ragioni del legame nord-sud non rispondono solo a pulsioni etico-politiche o alla solidarietà dovuta in ogni ambito nazionale bensì sempre più alle sfide che l’Italia deve affrontare per effetto dei processi di integrazione europea e della globalizzazione dell’economia». 

giovedì 13 marzo 2014

Le Regioni vanno abolite. Ecco perché.



Quando nel 2001 il governo Amato – con una maggioranza risicata – cambiò il Titolo V della costituzione, il decentramento di molte competenze alle regioni fu salutato come l’inizio promettente di un modello federalista. Tredici anni dopo ogni euforia è scomparsa e si preme per rimettere mano al Titolo V.

Senza dubbio la materia decentrata con più efficacia in questi anni è stata la corruzione. Oggi le regioni traballano sotto una serie quasi infinita di scandali e una raffica di indagati. Nel corso degli anni e con competenze sempre maggiori si sono tramutate in una sorta di staterelli spesso megalomani: un quasi stato moltiplicato per venti. Hanno aperto decine di uffici di rappresentanza in tutto il mondo e accumulato debiti degni di quello dello stato centrale, complessivamente per 105 miliardi. Hanno aumentato il numero dei consiglieri e delle commissioni e praticato un fiume di assunzioni clientelari. Secondo un’indagine dell’economista Roberto Perotti solo i consigli regionali costano un miliardo di euro all’anno. Il record spetta alla regione autonoma della Sicilia con 156 milioni di euro: 1,7 milioni per ogni consigliere. In media, un consigliere in Italia costa duecentomila euro all’anno.
L’autonomia è diventata abuso con dimensioni mai viste: 520 consiglieri regionali sono coinvolti negli scandali di rimborsi illeciti o accusati di corruzione, peculato o truffa. L’ex presidente della regione Lazio Bruno Landi e l’ex vicepresidente della Liguria Nicolò Scialfa sono stati arrestati. Nel Lazio è venuto a galla un sistema di arricchimento metodico gestito da Franco Fiorito, Er Batman della Ciociaria, già condannato per aver intascato un milione di euro di fondi pubblici. Arrestato anche l’ex capogruppo dell’Italia dei valori Vincenzo Maruccio, che ha sottratto almeno un milione di euro al partito e ne ha persi centomila al videopoker. Ma non sembra cambiato nulla.

Poche settimane fa alla regione Lazio è bastato un solo emendamento per modificare il decreto Monti e reintrodurre i vitalizi per i consiglieri cinquantenni. Negli scandali sono coinvolti tutti i partiti, anche se quelli di destra fanno la parte del leone. In Lombardia sono sotto accusa 64 politici, alcuni arrestati per corruzione e collaborazione con la n’drangheta, mentre il plurindagato ex presidente Roberto Formigoni si è subito riciclato al senato. Indagato per false trasferte anche Roberto Cota, presidente uscente del Piemonte e leghista dalle promesse facili. Ultimo a sfracellarsi è stato il modello dolomitico della Südtiroler Volkspartei e degli autonomisti trentini, inciampati su uno scandalo di pensioni con anticipi milionari per i consiglieri regionali.

La lunga serie di processi imminenti farà ribollire la rabbia degli elettori disillusi, che ormai in massa disertano le urne. In Basilicata a novembre l’affluenza è stata del 47,6 per cento, calando per la prima volta sotto la soglia del 50 per cento. In Sardegna, a febbraio, Forza Italia ha ripresentato gran parte dei politici indagati, perdendo le elezioni. Non ha potuto ricandidarsi l’ex capogruppo Mario Diana, in carcere da novembre, definito dai magistrati “uomo dotato di notevole capacità a delinquere”. Ai domiciliari anche Carlo Sanjust. Secondo l’accusa ha pagato con i soldi del gruppo Pdl il lussuoso ricevimento delle sue nozze per 300 invitati. Che senza saperlo hanno assistito a un atto altamente simbolico: il costoso matrimonio tra autonomia e malversazione.

sabato 8 marzo 2014

Grillo: "E se domani l'Italia si dividesse?"



E se domani, alla fine di questa storia, iniziata nel 1861, funestata dalla partecipazione a due guerre mondiali e a guerre coloniali di ogni tipo, dalla Libia all'Etiopia. Una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati(?) dello Stato. Quale Stato? La parola "Stato" di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti. E se domani, quello che ci ostiniamo a chiamare Italia e che neppure più alle partite della Nazionale ci unisce in un sogno, in una speranza, in una qualunque maledetta cosa che ci spinga a condividere questo territorio che si allunga nel Mediterraneo, ci apparisse per quello che è diventata, un'arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme? La Bosnia è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti. E se domani i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all'interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant'anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all'estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche. E se domani, invece di emigrare all'estero come hanno fatto i giovani laureati e diplomati a centinaia di migliaia in questi anni o di "delocalizzare" le imprese a migliaia, qualcuno si stancasse e dicesse "Basta!" con questa Italia, al Sud come al Nord? Ci sarebbe un effetto domino. Il castello di carte costruito su infinite leggi e istituzioni chiamato Italia scomparirebbe. E' ormai chiaro che l'Italia non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti. Le regioni attuali sono solo fumo negli occhi, poltronifici, uso e abuso di soldi pubblici che sfuggono al controllo del cittadino. Una pura rappresentazione senza significato. Per far funzionare l'Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l'identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l'annessione della Lombardia alla Svizzera, dell'autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d'Aosta e dell'Alto Adige alla Francia e all'Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene. E se domani...

Tratto dal blog di Beppe Grillo

giovedì 6 marzo 2014

Terra dei fuochi: 9 marzo, corteo a Imola dei comitati del Nord



Il “Comitato #ioL8 – Coordinamenti Comitati Fuochi Nord” facenti capo ai “Coordinamenti Comitati Fuochi Campani”, dopo la manifestazione il 3 novembre 2013 a Modena, l’ 8 dicembre a Reggio Emilia e il 1° il febbraio a Udine, marcerà ancora una volta il giorno 9 marzo 2014 ad Imola (BO) alle ore 11,00 partendo da Via A. Pacinotti c/o parco Bernabé, meglio conosciuto piazzale Michelangelo, per giungere alla conclusione del corteo in piazza Matteotti.

Il 9 Marzo si terrà la marcia per informare e sensibilizzare la popolazione sul dramma della “terra dei fuochi”. Toccherà stavolta alla cittadinanza di Imola partecipare numerosa e con passione al corteo. Tutti insieme, uniti dal dovere-diritto alla vita, saremo un’unica voce atta ad esternare quel sentimento di amore per la propria terra e il creato che appartiene alla collettività e deve rimanere tale e salubre per le future generazioni!

La nostra passione ci spinge a valorizzare e rompere un muro di paura che sta mettendo letteralmente in ginocchio le aziende agricole e di trasformazione campane. Le analisi compiute dalla Coop Adriatica, rivelano e certificano la salubrità dei prodotti agroalimentari nell’occhio del ciclone; inoltre ciò è affermato da un’inchiesta firmata da “la Repubblica” in collaborazione con l’università Federco II di Napoli e dal Gen. del Corpo Forestale Sergio Costa, promosso a generale per merito straordinario (primo caso in Italia di promozione per merito a un comandante provinciale), affermando con fermezza come gli ortaggi vantino di una doppia sicurezza alimentare, in quanto i più controllati d’Italia.
Lo scopo della manifestazione è quello di portare a conoscenza anche alle popolazioni del nord il problema che sta attraversando l’ormai cosiddetta “Terra dei Fuochi” a causa dell’interramento dei rifiuti tossici e radioattivi sversati ormai da più di vent’anni in Campania.
La marcia, pertanto, non solo si propone di sensibilizzare le genti del problema, quanto a sfatare quei luoghi comuni relativi l’avvelenamento dei prodotti agroalimentari provenienti da quella terra attraverso la cattiva informazione che sta distruggendo l’economia di un paese un tempo denominato “Campania Felix.”

Coordinamento Comitati Fuochi Romagna Cesena/Imola – Comitato #ioL8
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giovedì 27 febbraio 2014

Corteo No Muos per contrastare la militarizzazione della Sicilia



A Niscemi, mentre proseguono le prove tecniche americane, non c’è tregua per gli attivisti. Continuano infatti manifestazioni e confronti, tra cui una fiaccolata “per la vita” organizzata a Caltagirone. Il 1 marzo si torna in piazza, tutti, per dire no alla militarizzazione dell’isola, con partenza alle 14 dal presizio NO MUOS di Contrada Ulmo con arrivo al Cancello 4 della base.

La novità è che alcuni comuni della provincia di Catania (S.Michele di Ganzaria, San Cono, Caltagirone, S.Alfio, e Mineo) insieme con quelli di Enna, Aidone (EN) e Ragusa hanno aderito “ad adiuvandum” al ricorso al TAR Sicilia presentato dal Comune di Niscemi già nel 2011 ed all’impugnativa presentata contro la “revoca delle revoca”, nei mesi scorsi, dal Movimento No Muos Sicilia, dal Movimento delle Mamme e da altri attivisti e liberi cittadini come il prof. Giuseppe Maida.

Altri tre sindaci, quello di Mirabella Imbaccari (CT) e quelli di Vittoria (RG), e Acate (RG) avevano già aderito formalmente, nei giorni scorsi, ai due ricorsi che verranno trattati nell’udienza pubblica di merito che si terrà il prossimo 27 marzo presso Il TAR e che rappresenta la fase “decisoria” del giudizio di primo grado. Gli 8 amministratori si son detti pronti a presentare le adesioni dei loro Comuni, visto che il termine ultimo per la consegna dei documenti sarà il prossimo martedì 25. Resta, comunque, il fatto – ha dichiarato Rossella Zizza, legale degli attivisti “ricorsisti”- che gli amministratori che si aggiungeranno dopo giorno 25, potranno in ogni caso intervenire con un provvedimento “tardivo”, che avrà comunque la sua efficacia.

Il prossimo 20 marzo è previsto un tavolo tecnico dove i No Muos chiedono la presenza di tutte le amministrazioni locali – pena la rottura dei rapporti di confronto con le istituzioni. Una data scelta non a caso, che precede di una settimana l’udienza del Tribunale Amministrativo Regionale. All’ultimo Tavolo organizzato a Mirabella Imbaccari, sui 50 amministratori invitati, erano presenti soltanto DUE sindaci e 5 rappresentanti di altrettanti 5 Comuni.

Venerdì 28 invece è prevista una tavola rotonda a Loano organizzata dal Meet Up Cinque Stelle, presso la sala congressi del Loano Village, sul Muos alla quale, oltre alla sottoscritta che parlerà per i No Muos, parteciperanno il professor Massimo Zucchetti e l’avvocato Giampiero Trizzino. L’appuntamento è alle 21.

sabato 22 febbraio 2014

Anche Bari avrà un candidato sindaco identitario



Il Movimento Duosiciliano ha scelto non casualmente il portico del Teatro Piccinni di Bari, che fu costruito dal re Ferdinando di Borbone, per comunicare alla stampa il proprio candidato sindaco alle le prossime amministrative del Comune di Bari.

I ‘Briganti’ (così amano farsi chiamare gli attivisti più impegnati del Movimento Duosiciliano) hanno scelto di farsi rappresentare dal barese Michele Ladisa, il quale ha subito dichiarato che non farà accordi di nessun tipo con i vecchi partiti e non aderirà alle alleanze di centro-destra o centro-sinistra.Michele Ladisa detto Lillino, libero professionista, ha 60 anni, è sposato ed ha tre figli. È il Segretario Nazionale del Sindacato Autonomo Case Popolari. Da oltre un ventennio è impegnato sul piano politico nell’affermazione della ragioni e delle rivendicazioni del territorio e del popolo meridionale.

Vanta numerose battaglie a favore dei disagiati della città di Bari. Sempre equidistante da rigide posizioni ideologiche, Ladisa hapartecipato a varie competizioni elettorali, scegliendo indifferentemente le aree politiche sia di destra che di sinistra, purché favorevoli alla lotta per il sud.

Alle provinciali del 1999 Lillino Ladisa è stato determinante per la vittoria del centrosinistra, con Marcello Vernola presidente, per conto del quale ha assunto la carica di assessore al Patrimonio.

Negli ultimi anni, ritenendo superato il meridionalismo storico, ha individuato nel ‘Duosicilianismo’ la nuova frontiera per la rinascita del territorio a sud dello stivale.

Da una sua idea si è costituita la formazione del Movimento Duosiciliano, di cui ne è Segretario Politico. Il Movimento è apertamente alleato con altre formazioni politiche di pari o vicina posizione, come Insorgenza Civile di Napoli ed altri raggruppamenti indipendentisti.

Il Movimento Duosiciliano sarà presente alle amministrative baresi, a quelle di Campobasso, di Margliano (Na), Pompei, Nola, Mercato San Severino.

Tratto da Onda del Sud
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domenica 16 febbraio 2014

'A paura fa 90 - La tradizione del Lotto



Il gioco della tombola fu ideato a Napoli intorno al 1735 al tempo del famosissimo padre predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco (Napoli, 4 ottobre 1700 †Napoli, 2 agosto 1782); tale frate domenicano, molto noto sia tra il popolo che a corte, si prodigò a Napoli e provincia in opere di assistenza e di apostolato per alleviare la sofferenza di poveri ed emarginati e combattere il vizio in tutte le sue forme e facendo leva sulla grande la considerazione che gli veniva attribuita indusse nel sovrano Carlo di Borbone [(Madrid, 20 gennaio 1716 – †Madrid, 14 dicembre 1788) che fu, con il nome di Carlo I, dal 1731 al 1735, duca di Parma e Piacenza e poi dal 1735 al 1759 re di Napoli e Sicilia senza numerazioni; avrebbe dovuto essere Carlo VII secondo l'investitura papale, ma non usò mai tale ordinale), e dal 1759 fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III) nome con cui fu poi ricordato anche a Napoli che gli intitolò la piazza antistante la costruzione di cui qui di sèguito dico.

Il padre domenicano Gregorio Maria Rocco, dicevo, indusse nel sovrano Carlo l’idea della costruzione del Real Albergo dei Poveri (1751-1829) su progetto dell'architetto Ferdinando Fuga (Firenze, 1699 – †Roma, 1782), per dare ricovero ai diseredati. Notissima poi la sua l'iniziativa dell'illuminazione delle strade napoletane, fino allora inesistente, per contrastare i banditi che sul far del buio assaltavano i viandanti.

La situazione già critica al tempo del vice regno spagnolo, si era fatta insostenibile dappoiché s’era dimostrato persino vano il tentativo di illuminare le strade con delle lampade ad olio che venivano subito rimosse dai malintenzionati; il padre Rocco ricorse allora ad un gesto astuto; facendo leva sul sentimento religioso popolare, aveva fatto apporre immagini sacre sui muri delle case,soprattutto su quelle ai cantoni delle viuzze e vicoletti, sollecitando i fedeli ad accendere a sera uno o piú lumini innanzi alle effigi; se ne ricavò una illuminazione stradale insufficiente forse, ma funzionale che mantenne il suo scopo fino a tutto il 1° Gennaio 1817 con le prime tracce del gas a Napoli allorché il re Ferdinando I Borbone (Napoli, 12 gennaio 1751 –† Napoli, 4 gennaio 1825) concesse a Pietro Andevel di Montpellier un "privilegio" per fornire la città di un’illuminazione a gas idrogeno. Ma non divaghiamo!

Torniamo al padre G.M.Rocco che nel 1735, adducendo l’immoralità del giuco del Lotto, ottenne da Carlo III che détto gioco (peraltro ammesso come monopolio del Regno per sostenere le casse dell’erario), fosse sospeso durante il periodo natalizio; il popolo ovviamente gradí poco il divieto e si organizzò in proprio, evitando altresí che il Lotto finisse nelle mani della camorra, ideando un giuoco familiare molto simile al Lotto, ma esente dal gravame fiscale, giuoco da farsi durante le festività natalizie in luogo del sospeso Lotto, gioco quest’ultimo molto praticato a Napoli e provincia sebbene fosse giuoco non originariamente partenopeo, ma fósse nordico, precisamente ligure e segnatamente genovese, la tombola. Del suo ideatore tal Cristoforo Taverna, mancano esatte notizie biografiche: chi lo dice milanese, chi genovese, ma tutti concordono sul fatto che fosse un banchiere che intorno al 1450 ideò un giuoco a premi (giuoco delle Borse), giuoco in cui v’erano sette premi (o borse) determinati mediante l’ estrazione a sorte di cinque numeri su novanta; gli originarî sette premi [che furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napolistratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina] furono poi portati ad otto con l’introduzione di un’ottava borsa intermedia détta cadenza che premiava chi indovinasse la decina con maggior presenza nei cinque numeri estratti, ed il giuoco dell’otto borse divenne giuoco del lotto o piú semplicemente lotto), nelle tombole domestiche si sostití la borsa della cadenza e fu premiato chi indovinasse quindici numeri (‘a chiena), per cui i premi del lotto domestico (tombola) furono nell’ordine primo eletto (a Napoli primm’aletto) – estratto semplice( a Napoli stratto) – situato – ambo – terno – quaterno (ma a Napoli quaterna come normalmente poi in uso ovunque) – cinquina – chiena.
Raffaele Bracale Brak, dal sito di Insorgenza.it

venerdì 14 febbraio 2014

"Le Due Sicilie non erano arretrate". Quando gli alunni correggono i prof italioti.



Il Sud «arretrato», praticamente barbaro e subalterno al Nord. Le risorse economiche quasi nulle in un territorio praticamente sottosviluppato prima dell'Unità d'Italia. E' questo il quadro che il libro «Chiedi alla Storia» - autori Amerini e Roveda, edito da Bruno Mondadori - adottato dalla terza classe della sezione C della scuola media «Alfonso Gatto» di Battipaglia, traccia del Mezzogiorno prima dell'arrivo di Garibaldi. Un falso storico per gli alunni. Che hanno deciso di approfondire gli studi, iniziare una serie di ricerche storiografiche per smontare questa tesi e denunciare il fatto. E così è stato.
Tutto è iniziato, come racconta il Mattino, quando i ragazzi hanno studiato il 13 capitolo del libro. Dove il Sud è rappresentato, all'epoca dei Borbone, con un quadro a tinte fosche. Tant'è che secondo gli autori il Regno d'Italia fu costretto a sobbarcarsi il deficit del Regno delle due Sicilie.
Gli alunni hanno recuperato gli atti della Conferenza internazionale di Parigi del 1856, che assegnava al regno dei Borbone un premio per lo sviluppo industriale, e hanno fatto riferimento alla quotazione della Borsa parigina che prima del 1860 premiava la rendita dello stato napoletano. Ed ancora, tra i tanti documenti, i ragazzi hanno fatto riferimento a una lettera del 1899 dello storico Giustino Fortunato che rilevava le «floridissime condizioni» del Meridione prima dell'unificazione.
Dai professori e dal preside è arrivato un plauso all'attività dei ragazzi della III C. Non solo per lo studio. «Purtroppo - ha detto Fortunato Ricco, dirigente della Gatto - molti manuali di storia inquadrano le tappe preunitarie in ottica di sudditanza del Sud. bene hanno fatto gli studenti a evidenziare queste ombre».

Essere meridionalisti oggi



La scorsa settimana il quotidiano Repubblica ha pubblicato un video che ha suscitato in poco tempo un tam tam di repliche sui social network. Una telecamera di sorveglianza ha registrato lo scippo di una donna nel Centro Storico del Capoluogo campano ad opera di un giovane alla guida di un motorino, nella semi-indifferenza dei passanti. Solamente un ragazzo, non italiano, avrebbe aiutato la donna e tentato di rimediare al borseggiamento.
I commenti del web sono stati immediati e molti di questi si sono sostanziati in accuse ed offese ai passanti, colpevoli di non aver aiutato la donna, ed ai napoletani in genere: “camorristi”, “gentaglia”, “rovina dell’Italia”. Un reportorio vario e ripetitivo.
Il pregiudizio nei confronti delle popolazioni del Sud ha una lunga storia: già pochi anni dopo l’Unità d’Italia, il Nord ricco e sviluppato si contrapponeva al Sud considerato arretrato e tradizionalista, attraverso fenomeni di discriminazione dei meridionali. E’ questo il periodo nel quale nasce a Torino, cuore del regno d’Italia, il Museo Lombroso o Museo di Antropologia Criminale: appoggiandosi alle teorie della razza, gli studi di Lombroso sostenevano la differenziazione dell’Italia in razze e l’appartenenza delle popolazioni del Sud alla razza “negra ed africana”, considerata inferiore e più incline al crimine ed al vagabondaggio.
Questo retaggio storico ha continuato ad adombrare dei toni del razzismo le migrazioni interne degli abitanti del Sud verso il Nord nei primi decenni del secondo dopoguerra, sino a culminare nei famosi “non si affitta ai meridionali”.
Un passato che sembra non riuscire definitivamente a passare e che ancora oggi alimenta discussioni sul Sud, su Napoli, sui meridionali. In risposta a queste tendenze storiche sono nati nelle città del Sud diversi gruppi meridionalisti, il cui obiettivo principale risiede nella “rivendicazione dell’identità del popolo napoletano” contro un sistema statale che “sfrutta e discrimina il Sud”e che spesso viene paragonato ad un nuovo colonialismo. La particolarità dei movimenti meridionalisti, che rimangono comunque molto diversificati fra loro, è la considerazione dello Stato italiano come di un invasore e la necessità di “liberare” le popolazioni del Sud.
Mediaxpress ha intervistato Donato Meoli, responsabile del gruppo Giovani di Insorgenza Civile.

Cosa significa essere meridionalisti nell’era della globalizzazione e della crisi economica?
Rispetto alla globalizzazione significa riuscire a determinare un futuro che rispecchi in coerenza ed in continua evoluzione le proprie tradizioni, rispetto alla crisi economica, riuscire a difendersi dalla devastante omologazione massificante facendo appello ai propri punti di forza. Un popolo che conosce se stesso non teme crisi economiche, un popolo che segue la via scelte da altri con una economia scelta da altri, rischia sempre delle crisi economiche.

La messa in discussione dell’Unità d’Italia è solitamente il punto di partenza delle riflessioni meridionaliste. Quale credete sia l’utilità di ‘rispolverare’ il Risorgimento nell’attuale situazione politica?
Innanzi alla scelta Unità d’Italia o disoccupazione strutturale dei nostri figli, credo che ripartire dalla verità storica sulla propria storia e quindi comprendere come nasce la disoccupazione al sud, cioè con l’Unità, sia solo un punto di partenza.
Sulla seconda parte della domanda , non saprei che rispondere, noi non ‘rispolveriamo’ il Risorgimento, ma lo studiamo senza i filtri agiografici dell’italianizzazione, proprio per comprendere come siamo arrivati alla situazione drammatica di oggi.

Sostenete un progetto di indipendenza del Sud?
Sosteniamo tutti i progetti che possono ridare al nostro popolo la propria sovranità, in linea con tutti i popoli europei che hanno capito che gli Stati-Nazione sono falliti. Troppo piccoli per i grandi problemi, troppo grandi per i piccoli problemi.

Credete che l’Indipendenza possa essere la soluzione ai nostri problemi?
I nostri problemi nascono con l’annessione forzata ad un modello di sviluppo imposto e non in linea con le nostre tradizioni: risolvere i nostri problemi significa sciogliere quel nodo scorsoio che è stata per noi l’annessione risorgimentale.
L’Indipendenza ci permetterebbe di rompere tutti i trattati commerciali, economici e monetari contrattati a nostro nome da una casta oligarchica non eletta e con nessun mandato popolare, che oggi rappresentano il vero problema di tutti i popoli Europei.

Quali sono i vostri rapporti con i movimenti neo-borbonici?
Cordiale amicizia.

Non credete che sostenere il ritorno della Monarchia sia una posizione anacronistica e forse controproducente ai fini della rilevanza della “questione meridionale”?
La scelta Monarchia o repubblica di per sè non offre nessuna garanzia di risoluzione delle problematiche imposte attraverso crisi cicliche ed ad orologeria dalle lobby finanziarie internazionali. La forma costituzione di per se , in merito alla questione Meridionale che nasce per l’applicazione di un sistema di sfruttamento differenziato tipico delle colonizzazioni moderne, è altrettanto ininfluente.
Noi siamo Insorgenti, quindi  tendenzialmente repubblicani . Però rifiutiamo il binomio semplicistico monarchia uguale arretratezza, anche perché dovrebbe essere applicato anche all’Inghilterra che è tutt’ora una monarchia. A me sinceramente tutte le moine che i media “progressisti” hanno fatto alla nascita del Royal Baby, hanno fatto ridere.

Parlate spesso di rivendicazioni identitarie del Popolo napoletano contro il sistema delle banche e dei padroni. Ma non è una battaglia che dovrebbero far tutti, da Nord a Sud? O addirittura in tutta Europa?
Tutti respirano, ma ognuno respira in maniera ed in quantità differente. Il fatto che tutti i popoli hanno perso la sovranità monetaria e la possibilità di incidere e di decidere liberamente nelle scelte di politica commerciale internazionale, non significa che tutti i popoli reagiscono o reagiranno alla stessa maniera.
Rispondere ad un problema imposto dalla modernità giacobina, cioè alla globalizzazione ed al dominio della finanza imposta in maniera uguale tutti, per tutti ed in tutto il mondo, presupponendo una battaglia uguale e contraria è proprio quello che l’alta finanza vuole.
Il nemico è lo stesso, ogni popolo reagirà coordinandosi con gli altri, nella maniera e nella misura che riterrà giusto. Ma presupporre che ci sia un solo modo di reagire uguale per tutti, sostituirebbe semplicemente un dominio mondialista con un altro.

Tratto da Media X Press

domenica 9 febbraio 2014

Cacciamo gli sciacalli dalle nostre fila. Re(si)stiamo uniti.


Il dramma della Terra dei Fuochi, il danno a quell'ambiente, il danno a quella popolazione, il danno al settore economico legato al prodotto agro alimentare e non solo, non è un danno delle sole province di Napoli e Caserta. Salernitani, avellinesi, beneventani mostrate tutti di appartenere alla Campania Felix e non alla Campania Jena Ridens. Rifiutate di fare lo sciacallaggio, non solo per un etica economica, ma soprattutto per quello spirito di solidarietà e comunanza di lotta che può renderci forti e vincitori. Sciacallando otterrete piccole, miserrime e temporanee vittorie e resteremo per sempre una colonia. Una colonia al servizio di chi ci ha massacrato e ci usa.

Ferdinando Luisi, tramite Facebook

sabato 8 febbraio 2014

Ignazio Butitta - Un populu



Un populu
mittitilu a catina
spugghiatilu
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unni mancia
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
Un populu,
diventa poviru e servu,
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Un popolo
mettetelo in catene
spogliatelo
tappategli la bocca,
è ancora libero.
Toglietegli il lavoro
il passaporto
la tavola dove mangia
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo,
diventa povero e servo,
quando gli rubano la lingua
avuta in dote dai padri:
è perduto per sempre.
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Rapporto Censis: aumenta ancora il divario Nord-Sud

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it 



“La crisi è alle spalle”, tuonava trionfale Enrico Letta pochi giorni fa, di ritorno dal viaggio negli Emirati Arabi per elemosinare qualche spicciolo e per rassicurare le lobbies transanazionali. Forse ha dimenticato di aggiungere “… per il Nord Italia, che è l’unica zona che ci interessa, mentre il Sud sta sempre più inguaiato”.
Il Rapporto Censis pubblicato pochi giorni fa conferma, una volta di più, che il Sistema Italia s.p.a. privilegia, anche in tempo di crisi, i territori e le popolazioni del Centro-Nord rispetto a quelle del Mezzogiorno. Va notato, però, che nel Centro Italia vengono considerate anche regioni come il Lazio e l’Abruzzo che in parte o totalmente sarebbe più giusto considerare Sud, sia per motivi storico – culturali sia per affinità economiche.
Andiamo a sviscerare un po’ di dati del Rapporto Censis: negli anni 2007 –  2012 il Sud ha perso il 10% di Pil a prezzi 2012, mentre il Centro-Nord ha perso il 5,7%; se confrontiamo i Pil in termini reali, al Sud abbiamo una contrazione del 6,1% mentre al Centro-Nord è del 4%; la popolazione del Sud è diminuita del 1,1%, mentre quella del Centro-Nord è addirittura aumentata dello 0,3%; gli occupati al Sud sono scesi del 5,1 % mentre quelli del Centro-Nord sono aumentati (!!!) dello o,1% (da considerare che, se a questi dati sottraiamo i territori del Lazio meridionale e degli Abruzzi, avremmo un incremento occupazionale al Centro-Nord ben superiore!).

Per capire la dimensione della disuguaglianza che il Sistema Italia, da oltre un secolo e mezzo, continua a produrre sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, confrontiamo alcuni dati con quelli delle altre nazioni europee: il Centro-Nord ha un reddito pro-capite di 31.124 €, simile a quello della Germania (la nazione più ricca d’Europa), che arriva a 31.703 €; il Sud ha un reddito pro-capite inferiore ai 18 mila euro, inferiore persino a quello della Grecia (18.500€); l’Italia ha 7 regioni con un reddito pro-capite inferiore ai 20 mila euro, peggio di Spagna (6), Francia (4) e Germania (1); l’Andalusia, ciò la penultima tra le regione spagnole in termini di ricchezza (l’ultima è l’Extremadura), se la passa meglio di Campania, Calabria, Sicilia e Basilicata.

Tornando all’Italia, dobbiamo evidenziare che nel Mezzogiorno sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media italiana del 24,6%, mentre è materialmente povero il 26% delle famiglie del Sud, a differenza del 15,7% delle famiglie della media italiana del 15,7%. Nonostante si spendano più soldi al Sud per l’istruzione, la dispersione scolastica delle regioni del Mezzogiorno rimane altissima. Come mai, si chiederebbe un leghista? Semplice: se fai investimenti a pioggia, senza una programmazione reale e progressiva, in territori dove vi è grande povertà e grande disoccupazione, rendi inefficace ogni intervento in quanto i giovani perdono totalmente fiducia nella possibilità di avere un lavoro tramite una adeguata istruzione, e abbandonano gli studi. Cominciamo a ridurre la povertà (anche infrastrutturale) ed occupazionale del Sud… poi vedremo se i giovani continueranno a non andare a scuola o cominceranno a laurearsi come quelli del Centro-Nord (se invece parliamo solo di diplomi superiori, il Sud ha già superato il Centro-Nord!).

Concludiamo questo amaro quadro parlando di lavoro:  sui 505.000 posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il Sud(oltre 300.000); il 33% dei giovani del Sud non riesce a trovare lavoro, a differenza del 25% dei giovani del Centro-Nord; le giovani donne disoccupate o inoccupate al Sud raggiungono il 40% (!!!), mentre la disoccupazione femminile nel Mezzogiorno è al 19%, mentre nel resto della penisola italica è all’11%.

Serve altro per capire che, sia in tempi di crescita che in tempi di crisi, il Sud starà sempre peggio del Centro-Nord se si rimane all’interno del Sistema Italia?