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lunedì 23 giugno 2014
Tre proposte comuniste su Lavoro, Europa e Nato
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lunedì 2 giugno 2014
2 Giugno: siano i Lavoratori a sfilare, non i militari
Sul mio calendario c'è scritto che il 2 giugno è la Festa della Repubblica.
La Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza antifascista, si fonda sulla Costituzione.
L'articolo 1 della Costituzione recita: "La Repubblica è fondata sul Lavoro".
Se la logica non mi inganna, festeggiare la Repubblica significa onorare il fondamento della stessa, cioè il mondo del Lavoro.
Eppure in piazza vedo sfilare solo gente con la mimetica o col cappello piumato. Sono lavoratori anche loro? I gradi più bassi certamente si: con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni, sono lavoratori. Se parliamo di ufficiali, specie se alti ufficiali, mi riesce difficile considerarli lavoratori. Credo che la parola più adatta si parassiti, ma è una opinione personale.
Non riesco a capire, però, perché insieme a Esercito e Carabinieri non sfilino anche insegnanti e operai; insieme alla Marina non sfilino portuali e pescatori; insieme alla Croce Rossa non ci siano infermieri e portantini; affianco al Genio militare non ci siano i muratori.
La Festa della Repubblica si è ridotta a festa delle forze armate. E quanto ci costa questa parata! Secondo il Sole 24 ore, noto giornale bolscevico, la parata di quest'anno costerà circa 400 milioni di euro in più di quella dell'anno scorso. Avete capito bene, quattrocentomilionidieuro per veder sfilare bersaglieri e paracadutisti.
Ah, tornano pure le Frecce tricolori! Viva l'itaglia!
La Festa della Repubblica si è ridotta a festa delle forze armate. E quanto ci costa questa parata! Secondo il Sole 24 ore, noto giornale bolscevico, la parata di quest'anno costerà circa 400 milioni di euro in più di quella dell'anno scorso. Avete capito bene, quattrocentomilionidieuro per veder sfilare bersaglieri e paracadutisti.
Ah, tornano pure le Frecce tricolori! Viva l'itaglia!
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giovedì 15 maggio 2014
Sfruttamento made in Eataly
Vi posto la lettera che un ex dipendente di Eataly Roma ha scritto al sito di informazione L'Ultima Ribattuta. In questa lettera Gabriele Petta, questo il nome dell'ex dipendente, getta un enorme fascio d'ombra sulla scintillante luce con cui il boss Farinetti, creatore di Eataly e riferimento economico-culturale del premier Matteo Renzi, abbaglia i media e i cittadini italici da svariati anni.
Non è tutto oro quello che luccica, lo sappiamo. Adesso, però, sappiamo che non si tratta nemmeno di ottone... ma la fregature è molto più grande.
Non è tutto oro quello che luccica, lo sappiamo. Adesso, però, sappiamo che non si tratta nemmeno di ottone... ma la fregature è molto più grande.
Caro Direttore,
sono Gabriele Petta un ex dipendete di Eataly Roma oltre che un vostro affezionato lettore. Vi scrivo questa lettera in relazione al decesso di Antonio il ragazzo di 23 anni morto ieri nel noto centro commerciale. Non ho paura di querele o denunce, lo faccio per amor di verità e per dare giustizia a una vita che non c’è più. Vi scrivo con cognizione di causa, in quanto tutte le parole che trovate di seguito, sono suffragate da documenti, che sono disponibile ad inviarvi. Io stesso, sono stato costretto a svolgere mansioni di fatica, che non avrei potuto svolgere, in quanto a seguito di un incidente stradale occorso nel 2002, ho un mezzo di sintesi che inizia nel ginocchio e finisce nella caviglia, oltre a una pubalgia cronica e problemi di natura posturale, eppure ero inserito in un contesto di fatica, il tutto senza nemmeno aver fatto una visita medica pre-inquadramento. Visita che da contratto era obbligatoria. Per me, la morte di Antonio non è una casualità o il frutto del destino maledetto, i responsabili hanno nomi ben precisi: Oscar Farinetti, Nicola Farinetti e tutta la dirigenza dello Store di Ostiense, perché se si arrivati a queste situazioni, bisogna dire che il pesce puzza dalla testa. Troppo facile appellarsi ai ritardi dei soccorsi, a un malore improvviso e quant’altro. Una struttura del genere, dovrebbe essere obbligatoriamente dotata di postazione paramedica permanente, in modo da poter tutelare il benessere dei dipendenti e dei clienti. Detto questo, il Farinetti, da buon imprenditore, tende a risparmiare, nessun defibrillatore, nessuna postazione paramedica, tagli al personale e turni massacranti per i “fortunati” che sono riusciti a rimanere alle dipendenze di codesta azienda, che rappresenta alla perfezione l’Italia del 2014, arrivista a ogni costo senza curarsi del prossimo. Eppure…eppure, al momento della stipula dei contratti di assunzione, c’è una postilla chiarissima, che prevede l’assegnazione del posto, solo dopo aver passato una visita medica approfondita, come si conviene a ogni lavoro di fatica e come fanno tutte le aziende serie. Questa postilla c’è e una volta firmata l’assunzione, si declina ogni responsabilità dell’azienda in caso di malore o decesso sul posto di lavoro non direttamente riconducibile a malfunzionamenti delle attrezzature in dotazione al centro commerciale (anche qui ci sarebbe da discutere, in quanto ne risponderebbe comunque l’azienda fornitrice), quindi da tante belle parole scritte nero su bianco, si passa ai fatti. E i fatti ci dicono che da Eataly non vengo effettuate visite mediche preventive, quindi l’azienda è a tutti gli effetti fuorilegge. E allora i responsabili dovranno essere condannati per omicidio colposo, da Oscar Farinetti, passando per lo store Manager e tutti coloro tacciono compiacenti, facendo nulla da dietro una scrivania e lasciando il lavoro sporco e faticose a persone spesso impreparate con turni di lavoro massacranti, i quali poverini avendo bisogno di lavorare accattano senza protestare, ma poi i risultati sono questi, un ragazzo di 23 anni non c’è più, una famiglia piange un suo figlio, gli amici e colleghi piombano nel buio…mentre il Farinetti incassa…Meditate gente, meditate e soprattutto pretendete ciò che vi spetta.
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giovedì 1 maggio 2014
Il significato di ogni Primo Maggio
La giornata del primo Maggio è considerata nel mondo socialista come la festa del Lavoro. Si tratta di una falsa affermazione del 1° Maggio che ha talmente permeato la vita dei lavoratori che effettivamente in molti paesi, essi lo celebrano così. Infatti, il primo maggio non è un giorno di festa per i lavoratori ... No, i lavoratori non devono, quel giorno rimanere nelle loro officine o nei campi. Quel giorno, i lavoratori di tutti i paesi devono riunirsi in ogni villaggio, in ogni città, per organizzare delle riunioni di massa, non per festeggiare quel giorno così come lo concepiscono i socialisti statalisti ed in particolare i bolscevichi, ma per contare le loro forze, per determinare le possibilità di lotta diretta contro l’ordine marcio, vile schiavista, fondato sulla violenza e la menzogna.(Nestor Makhno)
Ancora una volta gli anarchici saranno in piazza il Primo Maggio per ricordare le ragioni di questa giornata.
Adolph Fischer, August Spies, George Engel, Albert Parson, Louis Lingg, Samuel Fielden e Michael Schwab vengono condannati a morte da una giuria di uomini d’affari, loro commessi e poliziotti, dopo una commedia infame in cui ci si appellava liberamente alla falsità ed allo spergiuro..
I primi quattro salirono il patibolo l’undici novembre del 1887, Louis Lingg si suicidò in carcere alla vigilia dell’esecuzione.
Sono i Martiri di Chicago, condannati a morte al termine di un processo ideologico intentato dagli Stati Uniti contro l’anarchismo e il movimento operaio.
I condannati infatti erano stati gli animatori della manifestazione del 1° maggio 1886 per la rivendicazione delle otto ore di lavoro, conclusasi nel sangue per le aggressioni della polizia e dei pistoleri dell’agenzia Pinkerton.
Come i capitalisti si impegnarono per il prolungamento della giornata lavorativa, così le organizzazioni degli operai fecero della sua riduzione uno dei loro principali obiettivi. Dopo l’approvazione, nel parlamento britannico, di una legge che limitava a 10 ore la giornata lavorativa, gli attivisti operai cominciarono a richiedere le otto ore di lavoro: nel 1855, a Melbourne, Australia, nasce lo slogan otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore di riposo; nel 1865 viene fondata la lega per le otto ore del Massachusetts; nel 1866, al congresso di Ginevra dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, viene adottato l’obiettivo delle otto ore come limite della giornata lavorativa.
Nell’estate del 1884 i sindacati nordamericani indissero per il 1° maggio 1886 una giornata di lotta per rivendicare le otto ore di lavoro, una richiesta non particolarmente radicale, in quanto la legge federale gia’ dal 1867 prevedeva la giornata lavorativa di otto ore, che pero’, per le deroghe fatte firmare ai lavoratori dai datori di lavoro come condizione per l’assunzione e l’ignavia del governo Federale nel contrastare il fenomeno, veniva puntualmente aggirata e disattesa.
In seguito, le varie componenti del movimento operaio decisero di fare del Primo Maggio una giornata internazionale di lotta per commemorare i Martiri di Chicago e rivendicare le otto ore di lavoro.
Questo il fatto che appartiene al movimento anarchico, a tutto il Movimento Operaio, a chi lotti per l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione e per la loro messa in comune.
Ma fin dall’inizio, anarchici e autoritari si divisero nell’interpretazione del Primo Maggio. La mozione approvata al congresso di fondazione della Seconda Internazionale recita: “Una grande manifestazione sara’ organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le citta’, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorita’ di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”. Mentre i socialisti autoritari e legalitari approfittano della giornata del Primo Maggio per fare propaganda ai propri candidati, i comunisti, i socialisti anarchici fanno del Primo Maggio, di ogni Primo Maggio, una tappa verso l’emancipazione della classe operaia attraverso l’azione diretta e l’autorganizzazione delle lotte.
Errico Malatesta ne parla in un articolo su Umanità Nova del 1922: “«Ricorderemo un fatto di cui qualcuno di noi fu testimone e parte. Era il Primo maggio del 1890. In Inghilterra la manifestazione per le otto ore prese proporzioni grandiose. In tutte le grandi città vi furono comizi e cortei di centinaia di migliaia di operai. Nell’Hyde Park di Londra si riunirono più di un milione di persone, piene di entusiasmo, pronte a tutto, ma purtroppo, al seguito dei capi». Malatesta contrappone due proposte politiche: quella degli anarchici («Volete le otto ore di lavoro? domani dopo aver lavorato otto ore, posate gli utensili e rifiutatevi a continuare – e sabato esigete il salario intero») e quella dei socialisti e dei dirigenti dei sindacati operai tra i quali John Burns («votare pei candidati socialisti, i quali, diventati deputati, avrebbero proposto al Parlamento la legge delle otto ore»). Il ricordo autobiografico è un pretesto per ribadire i vantaggi dell’azione diretta rispetto alle vie parlamentari: «La giornata legale di otto ore, divenne il motto d’ordine dei lavoratori inglesi, ed i padroni poterono continuare a farli lavorare nove ore o dieci. […] Giovanni Burns divenne deputato e poi ministro, ma delle otto ore non si parlò più. Quando impareranno i lavoratori a fare da loro, ed a comprendere che dando il potere sia pure ai loro migliori ne fanno fatalmente dei nemici!».
Dopo che per anni, da destra e da sinistra, si è cercato di trasformare il Primo maggio in un normale giorno di festa; si è tentato di travisare le ragioni del movimento operaio e di nascondere le origini anarchiche del Primo Maggio in nome di un nuovismo funzionale solo agli interessi dei capitalisti e dei governi, si è tentato di nascondere la Giornata Internazionale di Lotta dei Lavoratori sotto il clamore mediatico di una cerimonia medievale legata a superstizioni abilmente coltivate dalle classi dominanti, o addirittura di abolire il Primo Maggio; oggi le ragioni degli anarchici, le ragioni del Movimento Operaio, le ragioni del Primo Maggio sono più vive che mai.
[...]
Viva il Primo Maggio!
Viva il movimento internazionale dei lavoratori!
Viva l’emancipazione della classe operaia!
Tiziano Antonelli, da Umanità Nova
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sabato 26 aprile 2014
Il senso di precarietà contagia la realtà
Anni fa dicevamo che la precarietà del lavoro si sarebbe tradotta in precarietà di vita. Ci rispondevano che eravamo disfattisti, conservatori, oppositori della modernità e del migliore dei mondi possibili. A nostra volta chiarivamo che un mondo migliore di questo fosse non solo possibile, ma persino necessario; e che di certo la precarietà come sistema di lavoro e di vita non poteva essere considerata "una innovazione progressista".
Abbiamo lottato, ben prima di Genova 2001 e anche negli anni seguenti. Abbiamo perso.
Oggi si legge, nascosto in qualche trafiletto della stampa di regime, di uno studio congiunto Confcommercio-Censis che dimostrerebbe quanto le famiglie italiane avvertano lo stato di precarietà: 8 famiglie su 10 "si sentono precarie".
Occhio alle parole: "si sentono" non vuol dire che "sono realmente" più precarie. Se ci pensiamo un attimo, questo dato è davvero preoccupante, in quanto il sentimento di un problema può condurre alle stesse conseguenze della reale esistenza dello stesso. Chi si sente precario si comporta esattamente come chi precario lo è davvero: esce poco di casa, sta attento a spendere, spesso compra roba e cibi scadenti (mettendo a rischio la propria salute e quella dei familiari), tende a chiudersi invece di socializzare, diventa egoista e conservatore. In una parola, si incattivisce. Otto su dieci significa 80 per cento: può un Paese fondarsi su una percentuale così alta di famiglie che si sentono a rischio, in pericolo, prive di stabilità? Anche i profeti del liberismo e della concorrenza, che stanno dalla parte opposta della barricata rispetto a me e a noi, non possono esimersi dal rispondere negativamente a questa domanda.
Occhio alle parole: "si sentono" non vuol dire che "sono realmente" più precarie. Se ci pensiamo un attimo, questo dato è davvero preoccupante, in quanto il sentimento di un problema può condurre alle stesse conseguenze della reale esistenza dello stesso. Chi si sente precario si comporta esattamente come chi precario lo è davvero: esce poco di casa, sta attento a spendere, spesso compra roba e cibi scadenti (mettendo a rischio la propria salute e quella dei familiari), tende a chiudersi invece di socializzare, diventa egoista e conservatore. In una parola, si incattivisce. Otto su dieci significa 80 per cento: può un Paese fondarsi su una percentuale così alta di famiglie che si sentono a rischio, in pericolo, prive di stabilità? Anche i profeti del liberismo e della concorrenza, che stanno dalla parte opposta della barricata rispetto a me e a noi, non possono esimersi dal rispondere negativamente a questa domanda.
Il fallimento delle politiche liberiste è sotto gli occhi di tutti. Chi lo nega ha seri problemi di comprendonio, oppure è in malafede. Tutto ciò che negli ultimi decenni ci hanno propinato come "innovazione", "progresso" e "riformismo", ci ha condotti a questo punto. Siamo fermi e abbiamo paura.
Per questo non c'è da stupirsi se oggi o domani qualcuno reagirà, anche in maniera scomposta, a questo stato di cose.
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lunedì 10 settembre 2012
Alcoa e l'arma del terrore poliziesco
Continua la lotta degli operai ex Alcoa. "Ex" nei fatti, perché formalmente sono ancora dipendenti Alcoa, nonostante i padroni dell'azienda abbiano già fatto sapere che, dopo decenni di profitti, yacth e vacanze di lusso, adesso non possono rischiare qualche spicciolo e quindi chiuderanno lo stabilimento.
Eppure la stampa liberaldemocratica italiana, sia di destra sia di non-destra (definirla "di sinistra" mi pare obiettivamente eccessivo), continua a definirli ex Alcoa, come se non fossero più qualcosa. E' vero, per molti operai l'azienda in cui hanno lavorato e lavorano rappresenta molto più di un posto di lavoro: è il luogo ove hanno covato sogni, fatto sacrifici, conosciuto persone che poi magari sono diventate amici, passato più ore che in famiglia. Per molti operai - grave errore! - l'azienda non è solo un luogo di sfruttamento, ma paradossalmente è anche un luogo di emancipazione.
Ebbene, se mai è stato così - ed io ne dubito fortemente - oggi non è più questa la condizione dei lavoratori: oggi le aziende chiudono strafregandosene altamente dei lavoratori, l'importante è che le perdite siano contenute. Tanto hanno anche il governo (da D'Alema a Monti, passando per Berlusconi) che promulga leggi atte a favorire licenziamenti facili, precarietà, sfruttamento, impoverimento.
Oggi dobbiamo tutti sentirci coinvolti nella battaglia degli operai dell'Alcoa, come ieri era per quelli del Sulcis, ieri l'altro per quelli di Taranto e domani per quelli che verranno. Pur con le sfumate differenze di ogni caso, la sostanza rimane sempre la medesima: una aggressione totale e senza quartiere al mondo del lavoro. Lo Stato, strumento repressivo per eccellenza, utilizza il suo braccio armato (polizia, carabinieri, guardia di finanza, ecc...) per caricare i manifestanti, per incutere terrore, per invitare le persone a non scendere in piazza, ma a starsene buoni buoni a casa. Perché in piazza ci vanno solo i violenti, che si beccano le giuste e sacrosante manganellate della Legge!
Stasera c'è Miss Italia. Buona fortuna.
Do svidanija.
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domenica 9 settembre 2012
"Si perderanno mille posti al giorno". E allora agite.
Luigi Angeletti, segretario generale UIL, intervistato da SkyTg24 ha dichiarato: "Ci aspettano mesi peggiori di quelli passati. In autunno perderemo circa mille posti al giorno". E lei che ha fatto, per impedirlo? Bonanni ,la Camusso e lei, in questi mesi e in questi anni, cosa avete fatto per evitare tale scempio sociale? Ben poco, per non dire niente.
Signor Angeletti, mi sbaglio o lei è tra i firmatari del famigerato "Patto per l'Italia", prodromico all'attuale macelleria sociale che stiamo vivendo? Anni fa, quando il governo Berlusconi era forte e Cisl e Uil facevano a gara per prendere le distanze da quei komunisti della Cgil, il suo compare Bonanni e lei avete consegnato milioni di lavoratori italiani nelle mani del precariato, della disoccupazione, della riduzione dei diritti. Il tutto per la promessa, rivelatasi poi una chimera, di tempi migliori.
"Gli italiani si stanno impoverendo", afferma giustamente. E allora perché, invece di piagnucolare come se lei non avesse colpe, non chiede scusa ai lavoratori italiani e non si mette ad organizzare scioperi ad oltranza, non le classiche quattro ore del venerdì o del sabato?
"Ci sono 960mila persone che vivono di politica e negli ultimi 10 anni hanno aumentato il loro reddito dell'80%. Non c'è lavoratore o imprenditore che ha beneficiato dello stesso trattamento". Ottimo, signor Angeletti, ma lei in questi 10 anni cosa ha fatto per contrastare questa deriva? Non ricordiamo suoi attacchi o manifestazioni di dissenso esplicito su questo tema, mentre ricordiamo benissimo i suoi ripetuti inviti ad abbassare i toni e a lavorare per il bene del Paese. Con la conseguenza che si è lavorato solo al bene della classe dirigente del Paese, mentre i cittadini, i lavoratori, il Popolo, hanno visto peggiorare tragicamente la loro condizione di vita. Senza che il suo sindacato facesse nulla che sia meritevole di passare alle cronache.
Le va riconosciuto che, nell'ultimo periodo, alcune sue posizioni sono tornate ad essere apprezzabili, mentre il suo compare Bonanni appare ormai irrecuperabile. Intanto, però, vorremmo sapere se lei è favorevole o meno al referendum promosso da Fiom e IdV sulla abolizione dell'attuale normativa sui licenziamenti, che ha de facto abolito l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Inoltre, vorremmo anche sapere se il suo sindacato ha intenzione di organizzare o sostenere le lotte sociali che inevitabilmente - come lei stesso ha ricordato - ci saranno nel prossimo futuro.
Vedremo.
Do svidanija
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mercoledì 15 agosto 2012
Tragedia permanente tarantina
Prima o poi ci vorrà un'analisi a freddo sulle modalità di formazione della decisione della procura pugliese che portato al sequestro dell'area a caldo dell'Ilva. Non sull'aspetto ambientale che sembra proprio ineccepibile. Perchè 1650 morti l'anno nell'area tarantina e 91 nei due quartieri a ridosso dell'Ilva, come da perizia ordinata dal tribunale di Taranto, richiedono come minimo il sequestro dello stabilimento. L'analisi va portata al livello delle modalità di pensiero e di funzionamento di uffici giudiziari che, nel momento di cui emettono ordinanze del genere, tagliano un nodo strategico dell'acciaio italiano e si mettono contro regione, governo, sindacati, confindustria e media (es.Repubblica edizione domenicale è un inno al gruppo Riva formato notizia). Ma per adesso fermiamoci ad altro: di fronte ad una strage di queste proporzioni (oltre 11.000 morti causati in sette anni, sempre da perizia) si può prendere sul serio chi parla di sentenza strumentalizzata da settori "violenti" dell'ambientalismo (Vendola sul manifesto)? Taranto è la Bhopal italiana, questo le narrazioni di Vendola non lo cancellano.
Si può prendere sul serio un sindacato, la Fiom, che non combatte per un epocale piano di risanamento (perchè quello ci vorrebbe) oppure per la chiusura e l'avvio di un nuovo modello di sviluppo sul territorio tarantino?
Eppure il sindacato avrebbe tutto da guadagnare come elemento propulsore di una di queste due politiche. Se si trattasse di un sindacato, appunto.
Si comprende, proprio da questi tragici fatti, cosa siano i soggetti politici e sindacali come quelli rappresentati da Vendola o Landini. Reti di gestione di quote di rappresentanza, politica e sindacale, che hanno trovato collocazione entro istituzioni od economie nei quali, di fatto, possono o sanno fare molto poco (e dire anche cose fuori dal mondo). Nella tragedia, anzi nella strage, questo ruolo non è insufficiente: è patetico. Eppure le strade alternative ci sarebbero. Ad esempio quella di una ristrutturazione dell'acciaieria tarantina modello Linz
http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/docs/2906.pdf
oppure, al contrario, quella di una uscita completa dal settore industria pesante sfruttando le leve della fiscalità e la concezione di un modello di sviluppo. Su questo genere di politiche segnaliamo
http://www.mfe2.it/cagliari/documenti/Tasse_ambientali_Grimaldi.htm
Invece, niente di tutto questo. Anche perchè per arrivare oggi, nell’emergenza, a proporre una di queste politiche non bastano certo le opinioni: ci vogliono anni di lavoro politico, scientifico, territoriale. Radicamento vero, non comitati elettorali per le primarie, confondendo i concorsi a premi con la politica, o affermazioni del tipo "siamo in ritardo" come fa sempre la Fiom quando fa finta di ammettere i propri errori per poi ricominciare come prima.
Il presidente della puglia e la Fiom così rimangono impiccati all'Ilva, alla strategia di far riconsegnare la fabbrica al rappresentante Ilva Ferrante (ex prefetto, ex candidato sindaco Pd a Milano nel 2006). E il Pd, mentre attacca la magistratura di Taranto assieme al Pdl, depista. Parla per bocca di Fassina (un nome,un refuso) di "piani dell'Ilva per il risanamento che erano già pronti". Sono piani che non ha visto nessuno ma qualcosa agli elettori, soprattutto non di Taranto, bisogna raccontare.
La drammatica vicenda, ormai s'è capito, non finirà qui. Intanto, pubblichiamo, dall'edizione domenicale del manifesto, l'intervista al portavoce del comitato tarantino "liberi e pensanti". Il comitato che ha sostenuto la contestazione alla manifestazione di Cgil-Cisl-Uil sdraiata sulle ragioni dell'Ilva, sul cui palco non avrebbero dovuto parlare comitati o voci dissidenti. I tarantini, invece, la voce se la sono ripresa da soli.
SenzaSoste
martedì 31 luglio 2012
“O accettate i veleni o restate senza lavoro”
Gli operai dell’Ilva non sono dalla parte dei padroni Riva. Essi hanno pagato sulla propria pelle, prima e più di tutti, la mostruosità di un inquinamento decennale. Ma hanno, prima ancora, pagato per il regime di sfruttamento, schiavitù salariale e persecuzione imperante in fabbrica.
Hanno pagato con la morte, gli infortuni e le malattie professionali, in una fabbrica nella quale non si sa mai se a fine turno si uscirà ancora vivi e integri.
Nessuno può fare la lezione agli operai dell’Ilva. Non la possono fare i padroni Riva, che li sfruttano a sangue, li ammazzano e giudicano la prevenzione delle morti, degli infortuni, dell’inquinamento una rottura di scatole. Non la può fare lo Stato, il padrone che per 36 anni ha condotto lo sporco lavoro di sfruttatore inquinante poi continuato dai Riva. Non la possono fare i dirigenti sindacali, che hanno preferito collaborare con lo Stato e i Riva facendo accordi al ribasso sulla pelle degli operai e hanno dimenticato i loro interessi. Non la possono fare politici, magistrati, giornalisti e altri benpensanti che per 50 anni hanno sempre ignorato i problemi degli operai, prima dell’Italsider, poi dell’Ilva, per compiacere i padroni che gli danno da mangiare.
I sindacati Cgil-Cisl-Uil vogliono far scendere in piazza gli operai in difesa della fabbrica, cioè del padrone.
Ma gli operai dell’Ilva non difendono né i Riva né la fabbrica che inquina Taranto. Lottano per il posto di lavoro e il salario, per non fare la fame, per la difesa della propria salute, per sopravvivere.
La lotta degli operai inchioda i Riva alle loro responsabilità e fa gli interessi dell’intera popolazione di Taranto.
Gli operai dell’Ilva sono un esercito e hanno fatto sentire la propria voce. Chiedono che finalmente la magistratura svolga il proprio ruolo senza timori verso padroni e politici. Chiedono che lo Stato non regali ai Riva altro denaro pubblico per “disinquinare”, come più volte in passato e come i 336 milioni di euro già promessi: i Riva sono padroni di un’azienda che produce immensi profitti, frutti della fatica degli operai, non devono intascare altri soldi pubblici, escano loro il denaro necessario.
Ora gli operai vogliono fare i conti con chi ammazza essi e la città di Taranto, senza cedere sul diritto al salario e alla salute, senza cedere al ricatto “o accettate i veleni o restate senza lavoro”, senza dover più scegliere fra il lavoro e la vita. Se il Tribunale del riesame confermerà il sequestro, che lo Stato si faccio carico della vertenza di Taranto e assicuri il lavoro a tutti gli operai. Se invece non confermerà il sequestro, la partita è aperta per costringere i Riva con la lotta ad assumersi le loro responsabilità di assassini e inquinatori davanti agli operai e a tutta Taranto.
Gli operai dell’Ilva hanno scoperto la propria forza, sono un esercito che fa paura. Questa forza è ora di esercitarla.
Volantino distribuito all'Ilva di Taranto
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venerdì 13 luglio 2012
Io, "Bamboccione emigrante"
di Luca Telese
Metti che sei in treno, metti che stai andando a Milano, metti che ti stai interrogando - come capita spesso in questi tempi - sul giornale che vogliamo fare, e perché. Metti che sull'Eurostar ti si avvicina un giovane con una t-shirt grigia, faccia da ragazzo, fisico da uomo, e metti che ti dica: "Quando esce Pubblico?". Scopri che si chiama Gianni, di cognome Longo, che è cresciuto a Roma, ma che lavora a Losanna, perché - ride amaro - "Faccio parte della generazione degli esiliati della ricerca. Sono diventato un emigrante due anni fa, quando dopo dieci anni da ricercatore in fisica in cui, per darti un'idea, sono stato pagato solo cinque, e male, ho detto: basta, adesso me ne vado".
Gianni ha mandato venti curriculum in giro per il mondo. Gli hanno risposto dall'università dell'Arkansas e da Losanna. L'Arkansas era lontano. Ha scelto la Svizzera. Gli chiedo: "Perché ti definisci emigrante?". Risponde: "Perché molti miei colleghi italiani non farebbero marcia indietro per nulla al mondo. Io voglio tornare". E perché tu vuoi tornare e loro no? "Perché l'Italia è il mio paese e, anche se come loro dovrei, non riesco ad odiarlo. E poi perché mia moglie, e uno dei miei due figli, vivono a Roma". Già, Daniela.
Prima lo ha seguito in Svizzera, poi con un miracolo da anno bisestile più vincita al Totocalcio, ha ottenuto una cattedra a tempo indeterminato, in una scuola media vicino a piazza Bologna, nella capitale. Due figli, Giorgio, tre anni e mezzo, ed Edoardo, un anno. Sospira, Gianni: "Il classico caso in cui una bella notizia diventa una tragedia: ci eravamo appena sistemati, i bambini andavano alla scuola italiana, e lei avrebbe potuto trovare un posto da precaria lì. Ma...".
Ma poi ti arriva un contratto a tempo indeterminato, e cosa fai? "Era il punto decisivo della vita di Daniela, era la possibilità irripetibile di un contratto a tempo indeterminato. Lei era a Roma, io a Losanna, abbiamo avuto la discussione più drammatica della nostra vita, dopo quella in cui si è scelto insieme di fare un figlio da precari". Alla fine, prima di chiudere la linea e ritrovarsi ognuno in una città, solo, a rimuginarci su, con quel peso sul cuore, le ho detto: "Senti, Daniela, insegnare è la cosa che tu più desideri, è quello per cui hai studiato tutta la vita: accetta la cattedra, un modo - non so quale, lo troveremo".
Giorgio aveva già il suo asilo a Losanna e non si stacca mai dal padre. Edoardo era troppo piccolo per separarsi dalla madre. Gianni e Daniela hanno applicato un loro personalissimo congedo parentale: un figlio in Svizzera con lui e uno a Roma, con lei. Gianni racconta: "Mia suocera, una delle tartassate dell'Imu, ci salva la vita perché fa la badante quando Daniela è a scuola. I miei non mi parlano quasi più, dicono che stiamo facendo del male ai bambini... Ma la parità fra un uomo e una donna non vuol dire che in una coppia entrambi contribuiscono in pari misura all'educazione dei figli? Ma essere genitori non vuol dire che nessuno dei due deve essere solo?".
Gianni ti spiega: "un giorno proverò a raccontare, cosa vuol dire passare la maggior parte del proprio tempo libero a provare a parlare con un figlio di un anno e mezzo su Skype". Gli dico di provarci. E lui: "Ad esempio che Edoardo passa il tempo ad accarezzare lo schermo con il mio volto, e con il braccio impalla la telecamerina del computer. Quando poi si vedono dal vivo, quel gesto sulla guancia vale un milione di euro. Giorgio quando lo vedeva su Skype si arrabbiava e se ne andava".
Gianni guadagna un sacco di soldi, più di 5000 euro, ma quasi gli dispiace dirlo "Perché i ricercatori italiani sono alla fame. E poi gli secca "Perché la metá li spendo in andata e ritorno per Roma". Pausa, un sorriso: "Credo che Giorgio sia il primo bambino europeo che ha messo insieme abbastanza voli per il mille miglia già all'asilo". Gianni ha vissuto "Con vergogna" gli ultimi anni del berlusconismo quando qualsiasi collega fisico che non sapesse nulla dell'Italia gli diceva: "Ma ti vieni dal paese della Gelmini, quell del tunnel dei neutrini? Ah, ah, ah".
Adesso guarda da lontano il paese "dove i ricercatori che hanno scoperto il Bosone di Higgs, subiscono un taglio del 10% come premio per il loro successo". Dovreste vederlo, mentre racconta del Cnr, dove se ti si rompe un pezzo lo ripari con lo scotch da pacchi e l'Epfl di Losanna dove se ti si rompe un reggipunta del microscopio da 2.500 euro arriva il direttore e dice: "che problema c'è? Lo ricompriamo".
Dice Gianni: "La verità è che noi italiani, come ricercatori siamo i più bravi del mondo. Siamo in grado di superare difficoltà impensabili, abbiamo talento, preparazione, capacità di inventare: io ho già registrato tre brevetti, nel mio ufficio ne contiamo dieci. All'estero, quando scopri qualcosa, il brevetto viene venduto subito e tu prendi il 33%, il tuo laboratorio il 33%, e il resto va all'istituto e arricchisce la ricerca di tutti".
Pausa, un colore amaro nella voce: "Vedi, in Italia i brevetti che abbiamo registrato li abbiamo passati a un ufficio brevetti del Cnr che subito dopo ha chiuso. Un binario morto. Morale della favola: non si è venduto nulla. Solo in Italia, può accadere una cosa così, l'unico paese al mondo in cui un brevetto è una spesa e non un guadagno".
Questa è la storia di un paese sbagliato, questo è il paese del tunnel della Gelmini, questa é la storia del brevetto sulla spettroscopia degli acciai che adesso è scaduto, ma questa, soprattutto è la storia di Gianni, di Daniela, di Giorgio ed Edoardo, due fratelli che crescono separati per necessità e per scelta. Questa è la storia di - come ti devo definire, Gianni? - "Un bamboccione, direi".
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lunedì 25 giugno 2012
Contro il DDL Fornero serve una vasta opposizione sociale
Il 26 e 27 giugno si terranno a Roma gli "Stati Generali del sociale e della famiglia", convocati da Alemanno. Sempre in quei giorni, la Camera dei Deputati voterà la fiducia sulla controriforma del lavoro, in modo tale che Monti possa presentarsi in Europa con i compitini fatti. "Distruzione del mercato del lavoro italiano? Fatto. Abolizione articolo 18? Fatto", e via di questo passo.
Bisogna con tristezza constatare che i sindacati confederali non hanno speso nemmeno un'ora di sciopero contro questo insano progetto di controriforma. Se Cisl e Uil in questi anni ci hanno abituato a stomachevoli prese di posizione a favore del padrone di turno, ci lascia relativamente sconvolti la posizione della Cgil camussiana, ormai appiattita sulle posizioni del PD, uno dei più grandi sostenitori di Monti e del suo governo bocconiano.
Fortunatamente esiste ancora un sindacalismo di base realmente autonomo, per quanto frammentato in dodicimila sigle e siglette che allontanano i lavoratori i quali percepiscono questa frammentazione come incapacità di dar vita a percorsi di lotta unitari. Comunque la si veda, il sindacalismo di base ha realizzato uno sciopero generale lo scorso 22 giugno e ha già annunciato il sostegno a tutte le realtà che, da "Blockupy ddl Fornero" in poi, si sono schierate contro l'insano disegno forneriano.
Parliamoci chiaro: le possibilità che il Parlamento non approvi questa controriforma del lavoro sono prossime allo zero. I numeri ci sono, la maggioranza è o deve essere solida, visti i guai di PD, PdL e Terzo Polo. La via istituzionale, quindi, sarà probabilmente preclusa o inefficace.
Non rimane, allora, altra strada che la strada: i movimenti e i singoli cittadini che vogliono opporsi al Ddl Fornero e, in generale, alle politiche antisociali e antipopolari del governo Monti, non hanno altro sentiero da percorrere che non sia la strada, la piazza, il corteo, il presidio. Sempre all'insegna dell'orizzontalità e dell'autorganizzazione, abbandonando la logica della delega a lungo termine e della democrazia dall'alto.
Questi soggetti, per quanto minoritari e disorganizzati, sono gli unici che possono realmente anticipare la rivoluzione culturale e politica di cui l'Italia, l'Europa e il Mondo globalizzato hanno sempre più urgente necessità.
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martedì 19 giugno 2012
Tagliamo le ferie di Polillo e dei bocconiani
"Una settimana di vacanze in meno per avere un punto di Pil in più". Il sottosegretario Polillo non è nuovo a proposte del genere. L'economista romano, ex consigliere economico del PdL, aveva sostenuto l'idea di una tassa sugli animali domestici. Inoltre, si era anche augurato l'elezione diretta di Berlusconi al Quirinale, visto che il Cavaliere ha "salvato la democrazia italiana" con la sua discesa in campo. Non dimentichiamo nemmeno la difesa delle banche contro i conto correnti gratis per i pensionati: "Un notevole danno per le banche, potrebbero causare un’ulteriore stretta creditizia". Una minaccia in stile mafioso-bocconiano.
Adesso, il buon Polillo ne spara un'altra: per aumentare il Pil, bisogna lavorare di più e rinunciare ad una settimana di ferie. E lo stipendio? Le ferie non godute vengono retribuite? Ovviamente no, si affretta a spiegare Polillo, senza che un suo collega del governo bocconiano gli dica di smetterla di dire stronzate. Infatti Polillo rincara la dose: "Sia gli industriali che i settori più illuminati del sindacato, compresa la Cgil, non sono pregiudizialmente contrari a questa ipotesi".
In attesa delle smentite secche ed indignate di Camusso, Bonanni e Angeletti, evidenziamo il punto di partenza della riflessione di Polillo: "Lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve". Analizziamo questa frase: dire che tutti noi lavoriamo in media 9 mesi l'anno vuol dire che c'è chi lavora più di 9 mesi e chi lavora meno. E i due gruppi devono essere abbastanza omogenei, visto che altrimenti la media sarebbe sfalsata. Quindi, visto che i lavoratori dipendenti (tra ferie estive, malattie e permessi) si assentano dal lavoro per circa un mese, un mese e mezzo all'anno, vuol dire che vi sono tantissime persone che lavorano circa sette mesi all'anno! E chi sono? Che lavori fanno? Quanto guadagnano? Polillo omette di dirlo. Forse parla di se stesso, e dei tanti Polillo che vivono in Italia in maniera poco più che parassitaria rispetto ai tantissimi lavoratori dipendenti (pubblici e privati).
Polillo dia l'esempio: rinunci ad una bella settimana di ferie, insieme ai suoi colleghi di governo e ai parlamentari. Restino al lavoro senza una lira in più, visto che le loro retribuzioni sono talmente alte da non farli rischiare la povertà.
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mercoledì 6 giugno 2012
Prima firma, poi puoi morire
RADIO SABOTAG - TRASMISSIONE N.2
La Cgil denuncia che alcune aziende emiliane, che non hanno la certificazione per la ripresa produttiva e l'agibilità dei capannoni, fanno firmare liberatorie individuali ai lavoratori e li fanno lavorare. Così facendo, declinano ogni responsabilità circa eventuali incidenti o morti sul lavoro nel caso in cui vi fossero altre scosse di terremoto in futuro. “Stiamo ricevendo segnalazioni su alcune aziende che cercano di baipassare l’ordinanza del dipartimento della protezione civile, facendo firmare ai lavoratori liberatorie individuali sulla responsabilita’ civile e penale nel caso di danni provocati dal terremoto” dichiara la CGIL, per il quale “non ci sono aggettivi per giudicare un atteggiamento del genere se non quelli della irresponsabilita’ e dell’indecenza”.
In realtà, gli aggettivi ci sarebbero eccome! Luridi, indecenti, vergognosi, stomachevoli. L'aggettivo più corretto, però, è sempre e solo uno: capitalisti. Perchè gli imprenditori che hanno affisso ai cancelli delle fabbriche, mentre la terra ancora tremava, sinistri (anzi, destri) cartelli in cui si intimava ai lavoratori di riprendere prontamente il lavoro, pena la messa in libertà o la detrazione delle ferie, non sono altro che capitalisti. Sfruttatori del lavoro altrui. Persone che antepongono il profitto personale al bene della comunità. Padroni che, con il pretesto dei danni subiti dal sisma, coglieranno l’occasione per delocalizzare le produzioni, facilitati in questo compito anche dal credito negato da parte delle banche e per nulla ostacolati dallo Stato, correo in questa come in altre occasioni (vedasi il caso della Fiat di Termini Imerese). Nessuna pietà per i lavoratori, per quella carne da macello sacrificabile sull'altare del profitto. Lavoratori sempre sotto comando e sotto ricatto, terrorizzati dall'idea di finire ad ingrossare quel mare melmoso di precariato che è la cifra esistenziale dell'economica capitalistica moderna. Lavoratori che si ritrovano ad ingrossare le fila di un esercito di riserva in una guerra tra poveri. Lavoratori che muoiono sotto le macerie di una fabbrica o di un capannone, che era rimasto aperto e attivo mentre tutto (scuola, uffici, borghi e centri storici) era stato chiuso, svuotato e transennato. Perchè la logica del profitto non si ferma davanti a nulla, figurarsi davanti a qualche grado della Scala Richter.
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domenica 15 aprile 2012
Londra 2012, altro che olimpiadi etiche! Adidas sfrutta i lavoratori!
In questo articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano
è possibile avere conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che le multinazionali dello sport sfruttano i lavoratori in varie parti del mondo e poi ci riempiono di spot sul fairplay e sull'onestà e la generosità.
Kathy Marks, corrispondente dal sudest asiatico del quotidiano britannico The Independent, si è recata in Indonesia, dove l'Adidas sfrutta i lavoratori, che lavorano fino a 65 ore settimanali con paghe misere e che subiscono vessazioni verbali e fisiche. Questo ha trovato la giornalista inglese. E questo vogliamo denunciare.
Altro che spirito olimpico! Il CIO non dovrebbe consentire a queste multinazionali di essere partner di un evento come le Olimpiadi!
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Fornero: "Riforma o a casa". Allora speriamo che non passi!
Il ministro Fornero ha annunciato che, se non passa la riforma del mercato del lavoro, il Governo Monti cesserà di esistere.
Un motivo in più, quindi, per continuare la lotta contro questa sottospecie di riforma del lavoro! Questo governo, in cui molti avevano riposto tante speranze dopo le esperienze dei governicchi berlusconiani, ha deluso tutti... tranne i soliti noti.
Prima torniamo alle urne e meglio sarà. Con questa legge elettorale? No, preferiremmo un'altra. Ma se non c'è... si va con questa.
mercoledì 21 marzo 2012
Un Vietnam parlamentare
Facciamo un gioco. Indovinate chi ha detto questa frase: "Sulla riforma del Lavoro, siamo pronti ad un Vietnam parlamentare e a scendere in piazza con i lavoratori e i disoccupati".
Un pericoloso bolscevico? Un estremista di sinistra? O un più moderato leader della sinistra italiana? Che so: Bersani, Vendola e/o Ferrero?
Sbagliato. A proferir tali parole di fuoco è stato Antonio Di Pietro. Un uomo che, per storia e cultura, non ha mai avuto alcuna vicinanza coi komunisti trinariciuti e con quel PCI da cui Bersani, Vendola e Ferrero provengono.
Antonio Di Pietro parla di Vietnam parlamentare. Ciò significa che il governo Monti è come l'esercito americano: macchina da guerra al soldo della superpotenza (ieri USA, oggi BCE) che deve spianare la resistenza dei vietcong (cittadini e lavoratori), utilizzando tutte le armi, compreso il napalm (la cancellazione dei diritti). Per quanto cruda e fuori dal tempo, la similitudine immaginata da Di Pietro non è poi tanto peregrina. I cittadini ed i lavoratori non rischiano la vita in senso materiale, almeno per il momento; rischiano, viceversa, la loro vita lavorativa, sociale e affettiva. E soprattutto, rischiano di perdere la loro libertà. La libertà di organizzarsi contro il padrone (pardon, datore di lavoro) che magari costringe a turni di lavoro massacranti o che decide di licenziare per non meglio precisati motivi economici. Ricordiamo che l'articolo 18 tutela i lavoratori licenziati senza giusta causa: un giudice stabilisce se il licenziamento è ingiustificato o meno.
Come se non bastasse, la riforma del Lavoro prevede altre norme in puro stile bocconiano: l'assicurazione sociale per l'impiego, ad esempio, sostituirà il sussidio di disoccupazione. Come funziona? Semplice! Per i primi sei mesi ci sarà un salario lordo... lordo... di 1119 euro mensili, che diminuirà del 15% nei successivi sei mesi. Domanda al ministro Fornero e al presidente Monti: voi riuscireste a vivere con queste cifre? Con un mutuo da pagare e con i figli da mandare a scuola? Con una benzina che sfiora i 2 euro al litro? Con l'IMU e le tante altre tasse da pagare? Domanda inutile. Gli esponenti del governo Monti, come gli esponenti della maggioranza parlamentare che sostengono questo governo, non hanno idea di questi problemi.
Loro sono il Potere, il Sistema.
Noi siamo i vietcong.
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giovedì 15 marzo 2012
La "manutenzione" dei diritti
Il ministro del governo bocconiano Elsa Fornero sta realizzando, in accordo coi sindacati confederali, la (contro)riforma del mercato del lavoro. Invece di partire dai veri problemi del lavoro (precarietà, stipendi bassi, straordinari a iosa, disoccupazione), sul tavolo c'è la riforma dell'articolo 18, cioè di quell'articolo dello Statuto dei Lavoratori che tutela i lavoratori licenziati, è bene ricordarlo, senza giusta causa. Si parla di "manutenzione" della norma, prevedendo la possibilità che un lavoratore licenziato ingiustamente possa non essere reintegrato sul posto di lavoro, ma debba soltanto ricevere un indennizzo economico. Non è spiegato, ovviamente, a quanto ammonta questo indennizzo (un anno? due anni? sei mesi?) e chi lo debba pagare (la sola impresa? lo Stato? entrambi?): si sa solo che se un giudice sancisce un licenziamento ingiusto, il lavoratore avrà comunque perso il lavoro.
Siamo passati, quindi, alla monetizzazione dei diritti, alla "manutenzione" delle tutele. Non esistono più cose intangibili, come i diritti dovrebbero essere ontologicamente: tutto può essere messo in discussione, tutto può essere monetizzato, tutto ha un prezzo. E' la vittoria del Sistema sui cittadini e sui lavoratori. Bersani e Bonanni, cioè il leader del principale partito "di sinistra" italiano e il segretario del secondo maggior sindacato nazionale, si dicono disponibili alla manutenzione. Lo Statuto dei Lavoratori necessita di una revisione, secondo lorsignori. Come se fosse un'auto.
Peccato, però, che le manutenzioni dei privilegi, delle ricchezze patrimoniali, dell'evasione fiscale, della struttura produttiva (industriale e non) del Paese, della classe politica e imprenditoriale, delle caste, non sono sul tavolo di discussione. Eppure l'Italia ha bisogno proprio di una manutenzione, di una revisione generali di questi gangli, di questi apparati, di queste strutture.
Se passa questa norma, si potrà essere licenziati senza giusta causa e non si potrà essere reintegrati sul posto di lavoro se un giudice dirà che il licenziamento era illegittimo.
E questa sarebbe Giustizia?
E dunque addio, cara Signora Giustizia. Ancor oggi il nostro commiato mi peserebbe, se tu fossi ancora la donna che un tempo amavo. Ecco un ultimo dono lo lascio ai suoi piedi: le fiamme della libertà, belle e giuste. Ah, mia mia preziosa Vendetta…
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lunedì 12 marzo 2012
Riforma del Lavoro: avanti verso la Dissoluzione
Comincia oggi una settimana che tutti o quasi definiscono fondamentale. Il Sistema deciderà, a quanto pare, la riorganizzazione del mercato del lavoro in Italia. Si rivedranno diritti e tutele, partendo da quell'articolo 18 che al Sistema non piace. Un articolo di civiltà conquistato dai nostri padri con decenni di lotte. Un articolo che difende il lavoratore, di una azienda con meno di 15 dipendenti, licenziato senza giusta causa. E' bene ribadirlo: SENZA GIUSTA CAUSA. Se tolgono l'articolo 18, potrete TUTTI essere licenziati SENZA GIUSTA CAUSA.
Il Sistema decidera anche la riorganizzazione degli ammortizzatori sociali, cioè di quelle cose che dovevano già essere attive e funzionanti in Italia, fin da quando si decise di aprire al dogma della flessibilità. Ci dissero, ricorderete, che la flessibilità non sarebbe mai diventata precarietà, proprio grazie agli ammortizzatori sociali. La stessa legge 30, strumentalmente rinominata "Legge Biagi" e origine dello sfacelo normativo e contrattuale in cui siamo, prevedeva un sistema di ammortizatori sociali, puntualmente inattivati.
Il Sistema, tramite il fido Monti e i suoi ministri "tecnici", prosegue nella sua marcia verso la dissoluzione sociale della Comunità dei Cittadini e dei Lavoratori, di cui tutti facciamo parte. Servendosi di coloro che ha formato in scuole come la Bocconi, e utilizzando le forze dell'ordine come braccio armato contro ogni moto di ribellione (anche il più pacifico), il Sistema sta tentando di realizzare ciò che da decenni si prefigge: il dominio del profitto sulla vita.
E ci stanno riuscendo.
lunedì 2 gennaio 2012
Tre strade senza uscita

Il governo ha annunciato di voler uscire dalla giungla dei contratti di lavoro precari. In Italia ve ne sono circa quaranta: dal job on call al contratto al progetto al job sharing. Dopo il dietrofront sull'articolo 18, il ministro Fornero si trova sul piatto tre proposte, tutte partorite da esponenti della sinistra istituzionale: il giuslavorista Pietro Ichino, gli economisti Boeri e Garibaldi, l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano.
La "proposta Ichino" prevede l'applicazione ai soli neoassunti di un contratto a tempo indeterminato, che però consenta il licenziamento senza giusta causa (quindi derogando dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) per motivi "economici, tecnici e organizzativi". Se il lavoratore viene licenziato, avrà diritto a 3 anni di disoccupazione, pagata in buona parte dall'azienda licenziante: 90% dell'ultima retribuzione il primo anno, 80% il secondo anno, 70 % il terzo.
Perchè la "proposta Ichino" non convince? Perchè, consentendo i licenziamenti anche senza giusta causa (eccezion fatta per quelli discriminatori), rende de facto inefficace il carattere "indeterminato" del contratto di lavoro. Cosa impedirebbe, ad esempio, ad un datore di lavoro di licenziare una donna incinta e sostituirla "per motivi organizzativi"?
Veniamo alla "proposta Boeri-Garibaldi": essa prevede un contratto unico a tempo indeterminato con una fase di inserimento di 3 anni, durante i quali è possibile licenziare senza obbligo di reintegro. E' sicuramente un passo in avanti rispetto alla proposta Ichino, ma non risolve un problema frequentissimo: come impedire ad un datore di lavoro di licenziare allo scadere dei 3 anni un lavoratore e poi assumerne un altro più giovane con le stesse mansioni o addirittura lo stesso lavoratore a distanza di qualche settimana?
Stesso discorso facciasi per la "proposta Damiano", molto simile a quella di Boeri e di Garibaldi: un contratto unico di inserimento formativo, della durata di 3 anni durante i queli è possibile essere licenziati anche senza giusta causa, che poi sfocia in un contratto a tempo indeterminato, a cui si applica l'articolo 18 se si tratta di un'azienda con più di 15 dipendenti. Cosa impedisce ad un datore di lavoro di licenziare e riassumere, a distanza di breve tempo, lo stesso lavoratore? Inoltre: il datore non dovrebbe motivare la mancata assunzione a tempo indeterminato del lavoratore dopo i tre anni di prova, indicando un giustificato motivo per cui non si può procedere alla stabilizzazione?
Tre strade, dicevamo. Non identiche: sicuramente una è preferibile all'altra. L'obiettivo, però, di ridurre o eliminare la precarietà, insieme all'abuso indiscriminato e talvolta ricattatorio da parte dei datori di lavoro della flessibilità, pare ancora molto lontano.
La "proposta Ichino" prevede l'applicazione ai soli neoassunti di un contratto a tempo indeterminato, che però consenta il licenziamento senza giusta causa (quindi derogando dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) per motivi "economici, tecnici e organizzativi". Se il lavoratore viene licenziato, avrà diritto a 3 anni di disoccupazione, pagata in buona parte dall'azienda licenziante: 90% dell'ultima retribuzione il primo anno, 80% il secondo anno, 70 % il terzo.
Perchè la "proposta Ichino" non convince? Perchè, consentendo i licenziamenti anche senza giusta causa (eccezion fatta per quelli discriminatori), rende de facto inefficace il carattere "indeterminato" del contratto di lavoro. Cosa impedirebbe, ad esempio, ad un datore di lavoro di licenziare una donna incinta e sostituirla "per motivi organizzativi"?
Veniamo alla "proposta Boeri-Garibaldi": essa prevede un contratto unico a tempo indeterminato con una fase di inserimento di 3 anni, durante i quali è possibile licenziare senza obbligo di reintegro. E' sicuramente un passo in avanti rispetto alla proposta Ichino, ma non risolve un problema frequentissimo: come impedire ad un datore di lavoro di licenziare allo scadere dei 3 anni un lavoratore e poi assumerne un altro più giovane con le stesse mansioni o addirittura lo stesso lavoratore a distanza di qualche settimana?
Stesso discorso facciasi per la "proposta Damiano", molto simile a quella di Boeri e di Garibaldi: un contratto unico di inserimento formativo, della durata di 3 anni durante i queli è possibile essere licenziati anche senza giusta causa, che poi sfocia in un contratto a tempo indeterminato, a cui si applica l'articolo 18 se si tratta di un'azienda con più di 15 dipendenti. Cosa impedisce ad un datore di lavoro di licenziare e riassumere, a distanza di breve tempo, lo stesso lavoratore? Inoltre: il datore non dovrebbe motivare la mancata assunzione a tempo indeterminato del lavoratore dopo i tre anni di prova, indicando un giustificato motivo per cui non si può procedere alla stabilizzazione?
Tre strade, dicevamo. Non identiche: sicuramente una è preferibile all'altra. L'obiettivo, però, di ridurre o eliminare la precarietà, insieme all'abuso indiscriminato e talvolta ricattatorio da parte dei datori di lavoro della flessibilità, pare ancora molto lontano.
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giovedì 22 dicembre 2011
Critica a Filippo Rossi

Vi sottopongo l'articolo di Filippo Rossi, direttore de Il Futurista, organo di Futuro e Libertà per l'Italia, apparso sul sito de Il Fatto Quotidiano:
«Non ho in mente nulla, al riguardo». E così il ministro Fornero, dopo essersi ritrovata al centro di un formidabile fuoco incrociato, ha fatto dietrofront, togliendo dal tavolo della riforma del lavoro il tema dell’articolo 18. Tutto risolto, dunque. Tutto come prima.
Eppure resta l’impressione che in Italia si stia consumando uno scontro che ha poco di “politico” o di “classista”, e molto di “generazionale”. Diciottisti contro diciottenni: è così, forse è una semplificazione un po’ rozza, ma è così. Da una parte chi i diritti ce li ha e li vuole (legittimamente) difendere con tutti i mezzi a sua disposizione. Dall’altra chi i diritti non ce li ha e forse non ce li avrà mai. E che – ed è qui il vero problema – non ha mezzi, né avvocati, né sindacalisti, né megafoni per farsi ascoltare se non quelli dell’indignazione spontanea, della piazza, della protesta. I giovani che non hanno lavoro. E che se hanno lavoro non hanno un contratto. E che se hanno un contratto hanno poche speranze e pochissime garanzie. Sono loro l’unica “classe” da difendere. Sono loro il vero problema italiano (e forse occidentale). E passa da loro ogni tentativo di risanamento del paese, di crescita, di sviluppo, di equità.
In un mondo perfetto – anche se questo significa rischiare l’impopolarità e l’inimicizia di lobby, corporazioni, sindacati – la politica non ci penserebbe due minuti a scendere in campo al loro fianco, a battersi per costruire i diritti di domani più che per difendere quelli di ieri. Per semplificare fino in fondo: tra i “giovani” e i “vecchi”, pochi dubbi su chi scegliere.
Personalmente non vedo nessuno scontro tra tutelati e precari, tra vecchi e giovani, tra "diciottisti" e "diciottenni". Vorrei che l'autore dell'articolo mi e ci spiegasse PERCHE' il sacrosanto diritto ad un lavoro stabile e ben retribuito dei giovani sia in CONTRASTO con i diritti dei meno giovani.
- PERCHE' la libertà di licenziare SENZA GIUSTA CAUSA (perchè l'articolo 18 tutela questo aspetto) dovrebbe favorire le assunzioni?
- PERCHE', per uniformare le tutele tra i lavoratori, bisogna RIDURRE i diritti di chi ce li ha invece di AUMENTARE i diritti di chi non li ha?
- PERCHE' l'articolo 18 dovrebbe bloccare i licenziamenti visto che si applica alle aziende con più di 15 dipendenti, quindi alla stragrande minoranza delle aziende italiane?
Quindi smettiamola di porre la questione secondo i termini del "tutelati vs precari", "vecchi vs giovani": è una guerra tra poveri che nessuno vuole combattere. Il divide et impera è tipico dei sistemi dominanti, quindi anche e soprattutto del sistema capitalista (perchè noi viviamo IN QUESTO SISTEMA, e si chiama Capitalismo). ______________________
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