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venerdì 20 giugno 2014

Voci dall'Ucraina resistente



Pubblico oggi un articolo tratto dal blog sull'Espresso di Nicolai Lilin, scrittore famoso per "Educazione Siberiana" e per altri splendidi romanzi.
In questo articolo c'è la traduzione di una Intervista ad una ragazza ucraina (clicca) che sta combattendo nella resistenza popolare contro il regime di Kiev. Un regime, è bene ricordarlo, sostenuto e finanziato dagli USA; un regime che si serve di squadre nazifasciste per assassinare il proprio popolo, "colpevole" di non sostenere il colpo di stato filoeuropeo realizzato due mesi fa.

“Buongiorno, mi chiamo Elena, mi trovo nella città di Slavyansk. Io vivo in questa città, sono nata e cresciuta qui. Sono entrata nella difesa popolare perché non potevo più sopportare l’orrore delle aggressioni che stiamo subendo. Nella nostra città non c’è luce, nelle case non c’è acqua, le persone vanno a prenderla dalle fontane.

L’esercito ucraino ci sta bombardando ogni giorno, per ordine della giunta golpista di Kiev. Stanno usando contro di noi l’artiglieria, gli aerei da guerra. Buttano le bombe sulle zone abitate. I cittadini rimangono senza le loro case, non hanno niente da mangiare, costretti a vivere nelle cantine. Intere famiglie, anche con bambini piccoli, vivono sotto terra. Non tutti sono riusciti a lasciare la città, qui è rimasta gran parte dei cittadini civili. Fino a quando dovremo sopportare queste ingiustizie? Com’è possibile che il governo mandi contro il proprio popolo un esercito composto da non si capisce chi: estremisti del Settore Destro (organizzazione neonazista ucraina sponsorizzata dal governo attuale, ndt), mercenari o semplicemente delinquenti comuni.

La propaganda ucraina dice che tra noi ci sono dei mercenari, dei ceceni, soldati di Kadirov. Io non ho ancora visto nessuno di loro. Noi siamo persone semplici, cittadini di Slavyansk, difendiamo la nostra città. Vogliamo vivere, non esistere, ma vivere.

Qui accadono cose terribili. Qualche giorno fa un aereo militare ucraino si è nascosto dietro un aereo civile di linea. Quando è passato sopra la città si è abbassato, ha bombardato una zona abitativa nelle vicinanze, un paesino che si chiama Semyonovka, e poi si è nascosto di nuovo dietro l’aereo con i civili a bordo. Noi l’abbiamo visto ma non abbiamo potuto abbatterlo, perché avremmo sicuramente potuto colpire anche l’aereo civile. L’esercito ucraino vuole provocarci per creare un caso mediatico, per poter dire che siamo terroristi che abbattono gli aerei civili.

Qui non ci sono terroristi, ci sono le persone semplici che sono uscite dalle loro case per difendere la loro città. Persone che non riescono più a sopportare tutto questo orrore. Qui ci sono bambini, ci sono anziani, veterani della Seconda Guerra Mondiale che sono costretti a rivivere momenti drammatici. E’ possibile che al governo non sia rimasto più niente di umano?”
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mercoledì 18 giugno 2014

Giulietto Chiesa: "L'Ucraina è una miccia ancora accesa"



Oggi vi posto un interessante articolo di Giulietto Chiesa, tratto dal suo blog personale. Chiesa traccia una riflessione interessante sul presente e, soprattutto, sul futuro dell'Ucraina, della Crimea, della Russia e dei rapporti tra il Cremlino e il cosiddetto Occidente.

La crisi ucraina è sparita dalle pagine, non solo dalle prime pagine dei giornali; è sparita anche dai telegiornali. Il pubblico occidentale, europeo, italiano, potrebbe pensare che sia finito tutto: finalmente, un problema in meno. Così si può tornare a trangugiare il beveraggio abituale di gossip.

Spiacente di comunicare che la crisi ucraina si sta avvitando ad alta velocità e, molto presto, tutti si troveranno di fronte alla necessità di doverne parlare, loro malgrado. Le ultime notizie sono campanelli d'allarme che trillano, sirene di avvertimento. Si misuri, per esempio, l'annuncio del facente funzione di ministro della Difesa ucraina, Mikhail Koval' nella riunione del Consiglio dei Ministri del 10 giugno: verranno istituiti "speciali campi di filtraggio" che dovranno permettere di individuare tutti coloro che hanno partecipato alle rivolte nel sud-est del paese (tutti i maggiorenni, maschi e femmine), per poi avviare la loro "ridislocazione" in altre zone del paese. In altri termini Kiev si prepara a costruire campi di concentramento, nei quali rinchiudere tutti i ribelli e, simultaneamente, prepara la deportazione di decine di migliaia di persone lontano dalle loro aree di residenza.

Nel frattempo è già terminata ogni illusione che il nuovo presidente Petro Poroshenko sia disposto a un qualsiasi cessate il fuoco e a un inizio di negoziato con i ribelli del Donbass e del Lugansk. L'offensiva militare contro il "nemico russo" continua, si intensifica, assume sempre di più il carattere di una guerra di sterminio della popolazione civile, oltre che dei difensori armati in rivolta. È un governo che, apparentemente in modo assurdo, bombarda e distrugge la propria popolazione, ma anche case, infrastrutture, beni pubblici e privati, cioè infliggendo un danno grave alla propria economia e alla propria ricchezza.

In realtà tutto ciò potrebbe non essere niente affatto assurdo se venisse interpretato come una premessa necessaria per una completa pulizia etnica del paese. Dietro questa linea c'è molto di più che una volontà di ripristinare lo status quo ante e l'unità dello stato ucraino qual era prima del 22 febbraio 2014. C'è una volontà di vittoria totale sulla componente etnica russa, ormai percepita come "nemico russo", i moskalì da estirpare, da neutralizzare e da costringere alla fuga dai territori storici di residenza. Questa volontà ha ormai il sostegno (più o meno consapevole degli effetti che è destinata a produrre, nazionalmente e internazionalmente), di una larga parte dell'opinione pubblica ucraina delle aree occidentali.



Su queste basi, e potendo godere del pieno sostegno degli Stati Uniti e di una parte importante dei paesi dell'Unione Europea, il governo di Kiev ha assunto, come fondante della sua "rivincita" storica, l'ideologia della "ucrainizzazione" totale dello stato e sta procedendo verso la costruzione forzata e violenta di uno stato etnocratico degli ucraini. Vedremo più avanti cosa questo significa per la Russia e quali problemi ciò aprirà sia davanti a Mosca, sia davanti a Bruxelles e a Washington.

Ma va tenuto conto anche - e in modo decisivo - che di questa linea è parte integrante la rivendicazione del territorio della Crimea. E qui la questione si complica e s'ingigantisce in modo preoccupante. La Crimea, diversamente dal Donbass, è ormai parte integrante del territorio statale della Federazione Russa, che vi ha istituito due nuovi soggetti federali, appunto la Repubblica di Crimea e la Città di Sebastopoli.

È evidente che, sebbene per la Russia la questione sia, politicamente e praticamente risolta (dopo il referendum stravinto senza alcun dubbio), invece, dal punto di vista giuridico e del diritto internazionale, ivi incluso il mancato riconoscimento da parte di tutti i paesi occidentali, essa rimarrà a lungo come una ferita aperta. E non è una ferita di poco conto, perché metterà la Russia in contrasto diretto con la Nato, essendo evidente che - come risultato del colpo di stato del 22 febbraio - l'Ucraina sarà prestissimo un membro effettivo dell'Alleanza Atlantica (uno degli obiettivi già centrato dagli Stati Uniti).

E qui si apre la questione del rapporto tra Russia e Occidente nel suo complesso. Qual è la frontiera lungo la quale sarà possibile convivere? Quale sarà il grado di autonomia di Poroshenko, sia verso il suo proprio "interno", sia verso i suoi consiglieri e mentori esterni, in primo luogo Stati Uniti e Polonia? E quale sarà la linea che Putin adotterà, di fronte a una serie assai grave di colpi già subiti e di altri che potranno essergli inferti (sanzioni economiche prima di tutto, accerchiamento energetico etc)? Senza dimenticare che il vertiginoso consenso da lui accumulato con il successo di Crimea e di Sebastopoli sarà nei prossimi mesi gravemente lesionato dalla necessità di subire il massacro e l'umiliazione, per non dire la deportazione, dei russi di Ucraina.

Tutti questi interrogativi irrisolti dicono che la battaglia per l'Ucraina sta entrando in una fase assai più pericolosa di quanto molti, sia in Occidente che in Russia, potessero pensare nei primi mesi del 2014. Si tratta di un vero e proprio conflitto internazionale. Che si trova già in uno stadio in cui Putin ha un numero limitato di gradi di libertà e, dunque, potrà fare poche o nulle concessioni ulteriori.

Una - la più importante di tutte - l'ha già fatta: facendo capire, in tutti i modi possibili, che la Russia non interverrà con le sue forze armate per proteggere le popolazioni del sud-est ucraino dall'operazione di pulizia etnica messa in atto dal governo di Kiev. Ma, anche in questo caso, non è detto che "tutto possa" praticamente colui che "tutto può" teoricamente.

La frontiera tra Russia e Ucraina è lunga e porosa anche se i satelliti vedono tutto. Se i resistenti di Novorossija riescono ad abbattere Iliushin 76 e caccia Sukhoi, la superiorità di Kiev va in fumo e la si dovrà integrare con molti mercenari di varia origine e provenienza, anche se pagati da un'unica ditta, quella della signora Victoria Nuland.

Tutti questi temi renderanno il conflitto lungo e tormentato, oltre che sanguinoso, tenendo tutti i protagonisti sulla corda, interni ed esterni. C'è tuttavia una prima constatazione: anche se Kiev proclama solennemente la sua intenzione di ricomporre l'unità territoriale del paese, un ritorno allo status quo ante il golpe è molto improbabile. Se vi si aggiunge l'intenzione di costruire un nuovo unitarismo sulla base della "ucrainizzazione totale", esso diventa impossibile. In ogni caso è un esito che diventa tanto più impraticabile - insopportabile per la Russia e per i russi - quanto più aumenta il bilancio delle vittime e delle distruzioni. E, quanto più aumenta la tensione internazionale, tanto più la base di Sebastopoli si carica del doppio significato di necessità militare-strategica e di bandiera dell'orgoglio nazionale russo, rispristinato e non più modificabile.

Ma guardiamo la questione dal punto di vista del Cremlino. Da quella parte si è già deciso di escludere un intervento militare a difesa delle popolazioni russe di Novorossija. Nello stesso tempo, per evidenti ragioni di diritto internazionale, una soluzione analoga a quella di Crimea è impossibile praticarla con le regioni ribelli del Donetsk e del Lugansk. Per molte ragioni. Una delle quali è la loro composizione etnica, dove la percentuale dei russi, pur largamente maggioritaria, è tuttavia significativamente inferiore a quella di Crimea. Soprattutto una tale soluzione equivarrebbe a un drastico incremento delle tensioni con l'Occidente: cosa che Putin vuole evitare.

Ma Putin potrà adottare una linea morbida, non interventista, soltanto se Kiev non insisterà sulla linea della "ucrainizzazione" totale. Fino ad ora il presidente russo non ha tirato fuori un argomento che è apparso una sola volta in un suo discorso del 2013: quello della sorte delle decine di milioni di russi che si sono trovati, loro malgrado, al di fuori dei confini della Russia a partire dal 1991. Disse in quella occasione che la Russia non avrebbe più potuto restare indifferente di fronte alla violazione dei loro diritti, alla esistenza di discriminazioni, o addirittura a forme di violenza fisica nei loro confronti. Potrebbe essere costretto a farlo (per non trovarsi scoperto sul piano interno), ove l'offensiva antirussa assumesse il carattere di una vera e propria repressione di massa. Ripeto: fino ad ora questo argomento non è stato portato da Putin direttamente ed esplicitamente nel dibattito internazionale. Ma una tale possibilità incombe ed è direttamente proporzionale alla dimensione della violenza che Kiev eserciterà sulle popolazioni russe dell'Ucraina.

Semmai sarà utile tenere a mente che, dal 1991 in avanti, tutti e quattro i presidenti ucraini (Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Yanukovic, seppure con diverse intensità, hanno portato avanti, nel corso dei loro mandati, una politica di "ucrainizzazione" dello stato (e della popolazione russa di Ucraina) che ignorava il dato demografico, e cioè che i russi erano e sono una quasi paritetica minoranza e che la lingua e le tradizioni russe avevano e hanno una importanza e un peso straordinariamente alto nella società ucraina.

È altrettanto vero che i governi della Federazione Russa, succedutisi dopo la fine dell'Unione Sovietica, ignorarono il problema. In tutte le direzioni. Lo ignorarono tanto quando si presentò nelle repubbliche del Baltico, quanto nelle repubbliche dell'Asia centrale, quanto in Ucraina. Dove le sue dimensioni sono apparse con tutta la loro portata solo adesso, con l'esplosione dell'offensiva nazionalista e nazista del colpo di stato del 22 febbraio 2014: quando ben 20 milioni di russi si sono trovati non solo sbalzati fuori dall'Unione Sovietica, ma inseriti in uno stato che non li sopporta e che intende duramente disfarsene.

Un punto che sembra sfuggire ai leader europei (e totalmente alla leadership americana) è che il popolo russo di Ucraina ha dovuto sopportare un brusco risveglio, che gli è stato imposto dagli eventi. La risposta della Crimea è stato come un grido di angoscia collettivo, prima ancora che una scelta politica. E quel grido è risuonato fortissimamente in tutta la Russia, prima ancora che nelle regioni del Donbass e del Lugansk. Che infine, dopo qualche incertezza, si sono svegliate a tal punto da impugnare le armi.

Spegnere quel lamento e quella riscossa è ora impossibile. Certo la costrizione dei rapporti di forza internazionali impedisce ora a Putin di correre in loro difesa. E rende estremamente difficile, oltre che pericolosa per la pace internazionale, l'ipotesi di una loro accettazione come nuovo soggetto - la Novorossija - nella Federazione Russa. Ma questo non chiude affatto l'altra ipotesi: quella della costituzione di un terzo stato russo, la Novossija, dopo la Russia e la Bielorussia.

La possibilità di realizzazione di questa ipotesi è ora pressoché interamente dipendente dall'esito del conflitto militare in corso. Kiev non è in grado di risolverlo in proprio favore con l'uso della forza. Potrà tentarlo (anzi lo sta tentando) solo con un massiccio aiuto militare, di uomini, di mezzi, di armamenti, di denaro, da parte dell'Occidente, in primo luogo degli Stati Uniti, della Polonia e delle repubbliche del Baltico. E, anche in questa ipotesi, tenere insieme un paese in cui quasi metà della popolazione intende resistere alla violenza della nazionalità dominante e ostile, ai confini diretti del grande paese che è solidale con la minoranza oppressa, sarà impresa non solo difficilissima ma anche tale da minare alla radice l'esistenza di quello stato.

Stupisce che l'Europa non abbia previsto questa catena di conseguenze. Certo non ha previsto il "risveglio russo". Ma ci sarebbe ancora il tempo per una revisione della propria politica. Il che significherebbe segnalare a Petro Poroshenko, con la necessaria durezza, che deve cambiare direzione, anche contrastando gli ordini che vengono da Washington. Ma non è un tempo lunghissimo. Se si procede come sta avvenendo, con l'offensiva militare, non solo tutti gli ultimi ponti verranno tagliati, ma ci si dovrà preparare a qualche, nuovamente imprevista, contr'offensiva russa.

Putin, non importa come lo si voglia considerare, ha sentito il "risveglio russo". E, nel momento in cui lo si vuole declassare da partner dell'Occidente a "dittatore" da liquidare, si troverà obbligato, anche per difendere se stesso, a rispondere. E la risposta - anche se non sarà un intervento militare diretto in Ucraina - sarà sia globale, cioè su tutti i fronti, a cominciare da quello energetico, da quello strategico militare, da quello dei legami molteplici di tipo economico, commerciale, industriale che sono rimasti molto forti nonostante tutte le operazioni di "ucrainiazzazione" degli ultimi 23 anni, fino all'esercizio della "influenza" russa lungo tutta la lunga frontiera comune.

Che tutto questo non conti, o conti poco, lo possono pensare a Washington, e sbagliano. Ma che non siano capaci di immaginarselo gli artefici brusselliani della cosiddetta "politica di buon vicinato europeo", è francamente sbalorditivo. E dimostrerebbe fino a che punto i dirigenti di questa Unione Europea hanno perduto contatto con la realtà.
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domenica 15 giugno 2014

La cortina di ferro di Washington in Ucraina



Vi posto oggi un articolo sulla situazione in Ucraina, tratto da Iskrae.eu e scritto da Diana Johnstone, autrice "Fools’ Crusade: Yugoslavia, NATO, and Western Delusions" (La crociata dei folli: Jugoslavia, NATO, e deliri dell'Occidente)

I leader della NATO in questo momento stanno mettendo in scena in Europa una farsa mirata, diretta a ricostruire una cortina di ferro tra la Russia e l’Occidente.

Con sorprendente unanimità, i leader della NATO fingono sorpresa per eventi pianificati con mesi di anticipo. Gli eventi che essi hanno deliberatamente innescato vengono travisati come un’improvvisa, sorprendente, ingiustificata “aggressione russa”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno intrapreso un’aggressiva provocazione in Ucraina che sapevano che avrebbe costretto la Russia, in un modo o in un altro, a reagire in termini difensivi.

Non potevano essere esattamente sicuri su come il presidente russo Vladimir Putin avrebbe reagito quando ha visto che gli Stati Uniti stavano manipolando il conflitto politico in Ucraina per installare un governo filo-occidentale intenzionato ad aderire alla NATO. Questa non era una mera questione di “sfere di influenza” sui “vicini prossimi” della Russia, ma una questione di vita o di morte per la Marina russa, così come una grave minaccia alla sicurezza nazionale sul confine della Russia.

Così facendo era stata tesa una trappola a Putin. Sarebbe stato dannato se avesse agito, e dannato se non avesse agito. Poteva reagire debolmente, e tradire fondamentali interessi nazionali della Russia, consentendo alla NATO di far avanzare le sue forze ostili in una posizione di attacco ideale.

O avrebbe potuto reagire in modo eccessivo, inviando forze armate russe ad invadere l’Ucraina. L’Occidente era preparato a questo, pronto a urlare che Putin è “il nuovo Hitler” e a invadere la povera, indifesa Europa, che poteva essere salvata (di nuovo) solo dai generosi americani.

In realtà, la mossa difensiva russa è stata una via di mezzo molto ragionevole. Grazie al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea si sentivano russi, essendo stati cittadini russi fino a quando Krusciov con leggerezza conferì il territorio all’Ucraina nel 1954, è stata trovata una soluzione pacifica e democratica. Gli abitanti della Crimea hanno votato per il loro ritorno alla Russia in un referendum che era perfettamente legale secondo la legge internazionale, anche se in violazione della costituzione ucraina, che era ormai a brandelli essendo stata appena violata dal rovesciamento del presidente regolarmente eletto del paese, Victor Yanukovich, facilitato da milizie violente. Il cambiamento di status della Crimea è stato raggiunto senza spargimenti di sangue, col voto popolare.



Ciò nonostante, le grida di indignazione dell’Occidente sono state altrettanto istericamente ostili come se Putin avesse reagito in modo eccessivo e sottoposto l’Ucraina ad una campagna di bombardamenti in stile Usa, o invaso il paese a titolo definitivo – cosa che essi avrebbero potuto aspettarsi che facesse.

Il Segretario di Stato John Kerry ha capeggiato il coro di ipocrita indignazione, accusando la Russia di quel tipo di cose che il suo governo ha l’abitudine di fare. “Non invadete un altro paese con falsi pretesti per affermare i vostri interessi. Si tratta di un atto di aggressione che è completamente inventato sulla base di pretesti”, ha pontificato Kerry. “E’ davvero un comportamento del 19esimo secolo nel 21esimo secolo”. Invece di ridere di questa ipocrisia, media statunitensi, politici ed esperti hanno zelantemente fatto proprio il tema dell’inaccettabile aggressione espansionistica di Putin. Gli europei hanno fatto seguito con una debole, obbediente eco.

E’ stato tutto pianificato a Yalta

Nel settembre 2013, uno dei più ricchi oligarchi ucraini, Viktor Pinchuk, ha pagato per un’elitaria conferenza strategica sul futuro dell’Ucraina che si è tenuta nello stesso palazzo a Yalta, in Crimea, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per decidere il futuro dell’Europa in 1945. L’Economist, uno dei mezzi di comunicazione delle élite riferendo su quello che definiva una “dimostrazione di diplomazia brutale”, ha dichiarato che: “Il futuro dell’Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, e dell’Europa si stava decidendo in tempo reale”. Tra i partecipanti, Bill e Hillary Clinton, l’ex capo della CIA generale David Petraeus, l’ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers, l’ex capo della Banca Mondiale Robert Zoellick, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, Shimon Peres, Tony Blair, Gerhard Schröder, Dominique Strauss-Kahn, Mario Monti, il presidente lituano Dalia Grybauskaite, e l’influente ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski. Erano presenti sia il presidente Viktor Yanukovich, deposto cinque mesi più tardi, che Petro Poroshenko recentemente eletto come suo successore. L’ex segretario all’Energia Usa Bill Richardson era lì per parlare della rivoluzione dello shale-gas che gli Stati Uniti sperano di utilizzare per indebolire la Russia sostituendo le riserve di gas naturale della Russia con i prodotti del fracking [fracking: controversa tecnica di fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (shale gas), ndt]. Al centro della discussione c’era il “Deep and Comprehensive Free Trade Agreement” (DCFTA) [Accordo di libero scambio globale e approfondito] tra l’Ucraina e l’Unione Europea, e la prospettiva di integrazione dell’Ucraina nell’Occidente. Il tono generale era euforico riguardo la prospettiva di rompere i legami dell’Ucraina con la Russia a favore dell’Occidente.

Un complotto contro la Russia? Niente affatto. A differenza del Bilderberg, gli atti non erano segreti. Di fronte a una dozzina di vip americani e un vasto campione dell’élite politica europea c’era un consigliere di Putin di nome Sergei Glazyev, che ha reso la posizione della Russia perfettamente chiara.

Glazyev ha iniettato una nota di realismo politico ed economico nella conferenza. Forbes ha a suo tempo riferito della “netta differenza” tra i punti di vista russi e occidentali “non sull’opportunità dell’integrazione dell’Ucraina con l’UE ma sul suo probabile impatto“. In contrasto con l’euforia occidentale, il punto di vista russo si basava su “critiche economiche molto specifiche e mirate” circa l’impatto dell’Accordo di scambio sull’economia dell’Ucraina, notando che l’Ucraina aveva un enorme disavanzo dei conti esteri, finanziato con prestiti esteri, e che il conseguente significativo aumento delle importazioni occidentali poteva solo ampliare il disavanzo. L’Ucraina “o farà default per i suoi debiti o richiederà un ragguardevole salvataggio”.

Il giornalista di Forbes concludeva che “la posizione russa è molto più vicina alla verità del felice chiacchiericcio proveniente da Bruxelles e Kiev”.

Riguardo l’impatto politico, Glazyev ha sottolineato che la minoranza di lingua russa nell’Ucraina orientale potrebbe proporre una divisione del paese in segno di protesta contro il taglio dei legami con la Russia, e che la Russia sarebbe legittimata a sostenerli, secondo il Times di Londra.

In definitiva, mentre pianificavano di incorporare l’Ucraina nella sfera occidentale, i leader occidentali erano perfettamente consapevoli che questa mossa avrebbe comportato seri problemi con gli ucraini di lingua russa, e con la stessa Russia. Piuttosto che cercare di giungere a un compromesso, i leader occidentali hanno deciso di andare avanti e di incolpare la Russia per qualsiasi cosa sarebbe andata storta. Per iniziare è andato storto che Yanukovich si sia spaventato di fronte al collasso economico implicito nell’Accordo di scambio con l’Unione Europea. Ha rinviato la firma, sperando in un accordo migliore. Dal momento che niente di tutto questo è stato spiegato chiaramente al pubblico ucraino, ne sono seguite adirate proteste, che sono state rapidamente sfruttate dagli Stati Uniti… contro la Russia.

L’Ucraina come un ponte … o come il tallone di Achille

L’Ucraina, che significa zona di confine, è un paese senza confini storici chiaramente stabiliti che è stato esteso troppo sia verso est che verso ovest. Responsabile di questo è stata l’Unione Sovietica, ma l’Unione Sovietica non esiste più, e il risultato è un paese senza un’identità unitaria e che emerge come un problema per sé stesso e per i suoi vicini.

E’ stata estesa troppo verso est, incorporando un territorio che potrebbe anche essere stato russo, nel quadro di una politica generale per distinguere l’URSS dall’impero zarista, allargando l’Ucraina a scapito della sua componente russa e dimostrando che l’Unione Sovietica era davvero una unione fra repubbliche socialiste uguali. Finché tutta l’Unione Sovietica era gestita dalla leadership comunista, questi confini non erano troppo rilevanti.

E’ stato esteso anche troppo verso ovest alla fine della seconda guerra mondiale. La vittoriosa Unione Sovietica ha esteso il confine dell’Ucraina per includere le regioni occidentali, dominate dalla città variamente denominata come Lviv, Lwow, Lemberg o Lvov, a seconda che appartenesse alla Lituania, alla Polonia, all’Impero asburgico o all’URSS, una regione che era un focolaio di sentimenti anti-russi. Questa mossa è stata senza dubbio concepita come difensiva, per neutralizzare gli elementi ostili, ma ha creato la nazione fondamentalmente divisa e dalle acque agitate che è oggi.

Il rapporto Forbes citato prima ha sottolineato che: “Per la maggior parte degli ultimi cinque anni, l’Ucraina ha praticamente fatto un doppio gioco, dicendo all’UE che era interessata a firmare il DCFTA mentre diceva ai russi che era interessata ad entrare nell’unione doganale”. O Yanukovich non sapeva decidersi, o stava cercando di cavare la migliore offerta da ambo le parti, o stava cercando il miglior offerente. In ogni caso, non è mai stato “l’uomo di Mosca”, e la sua caduta è senza dubbio dovuta in gran parte al suo ruolo nel contrapporre le due parti a suo vantaggio. Il suo era un gioco pericoloso nel mettere in concorrenza le maggiori potenze.

Si può affermare con certezza che ciò di cui c’era bisogno era qualcosa che finora sembra mancare totalmente in Ucraina: una leadership che riconosce la natura divisa del paese e lavora diplomaticamente per trovare una soluzione che soddisfi sia le popolazioni locali e i loro legami storici con l’Occidente cattolico e con la Russia. In definitiva, l’Ucraina potrebbe essere un ponte tra Oriente e Occidente – e questa, per inciso, è stata proprio la posizione russa. La posizione russa non è stata di dividere l’Ucraina, tanto meno di conquistarla, ma di facilitare il ruolo del paese come ponte. Ciò comporterebbe un certo grado di federalismo, di governo locale, che finora è totalmente assente nel paese, con i governatori locali scelti non per elezione, ma dal governo centrale di Kiev. Una Ucraina federale potrebbe sviluppare relazioni sia con l’UE e mantenere i suoi vitali (e redditizi) rapporti economici con la Russia.

Ma questa intesa richiede la buona volontà occidentale a cooperare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno chiaramente posto il veto a questa possibilità, preferendo sfruttare la crisi per bollare la Russia come “il nemico”.

Piano A e Piano B

La politica Usa, evidente già nella riunione del settembre 2013 a Yalta, è stata condotta sul campo da Victoria Nuland, ex consigliere di Dick Cheney, vice-ambasciatore presso la NATO, portavoce di Hillary Clinton, moglie del teorico neocon Robert Kagan. Il suo ruolo di primo piano nelle vicende ucraine dimostra che l’influenza neo-con nel Dipartimento di Stato, stabilita sotto Bush II, è stata mantenuta da Obama, il cui unico contributo visibile al cambiamento in politica estera è stata la presenza di un uomo di origine africana alla presidenza, calcolato per impressionare il mondo con la virtù multiculturale degli Usa. Come la maggior parte degli altri recenti presidenti, Obama è lì come un temporaneo venditore di politiche realizzate ed eseguite da altri.

Come Victoria Nuland vantava a Washington, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza politica in Ucraina (la chiamano “promozione della democrazia”). Questo investimento non è “per il petrolio”, o per qualsiasi vantaggio economico immediato. I motivi principali sono geopolitici, perché l’Ucraina è il tallone d’Achille della Russia, il territorio con la maggiore capacità potenziale di causare problemi alla Russia.

Ciò che ha richiamato l’attenzione del pubblico sul ruolo di Victoria Nuland nella crisi ucraina è stato il suo uso di una parolaccia, quando ha detto all’ambasciatore Usa, “che si fotta l’Unione Europea”. Ma il polverone sul suo linguaggio scurrile ha fatto velo alle sue cattive intenzioni. La questione verteva su chi dovesse strappare il potere al presidente eletto Viktor Yanukovich. Con il partito del cancelliere tedesco Angela Merkel che promuoveva l’ex pugile Vitaly Klitschko come suo candidato. Lo sgarbato rifiuto della Nuland significava che gli Stati Uniti, non la Germania o l’Unione europea, dovevano scegliere il prossimo leader, e che non era Klitschko, ma “Yats”. Ed infatti è stato Yats, Arseniy Yatsenyuk, un tecnocrate di secondo piano sponsorizzato dagli Usa noto per il suo entusiasmo per le politiche di austerità del FMI e l’adesione alla NATO, che ha ottenuto il posto. Questo ha messo in piedi un governo sponsorizzato dagli Usa, spalleggiato nelle strade da una milizia fascista con poco peso elettorale ma un sacco di bestialità armata, nella condizione di gestire le elezioni del 25 maggio, da cui l’occidente russofono era in gran parte escluso.

Il piano A per il colpo di stato di Victoria Nuland era probabilmente di installare, rapidamente, un governo a Kiev che avrebbe aderito alla NATO, preparando così formalmente il terreno agli Stati Uniti per impossessarsi della base navale russa sul Mar Nero di Sebastopoli in Crimea, indispensabile per la Russia. La reintegrazione della Crimea nella Russia era la necessaria mossa difensiva di Putin per evitare ciò.

Ma la mossa Nuland era in realtà uno schema che prevedeva la vittoria in ogni caso. Se la Russia non fosse riuscita a difendersi, rischiava di perdere l’intera sua flotta meridionale – un disastro nazionale totale. Se, d’altra parte, la Russia avesse reagito, come era più probabile, gli Usa avrebbero avuto in tal modo una vittoria politica il che era forse il loro obiettivo principale. La mossa totalmente difensiva di Putin è presentata dai principali mezzi di informazione occidentali, a cui fanno eco i leader politici, come un ingiustificato “espansionismo russo”, che la macchina della propaganda paragona a Hitler che invade la Cecoslovacchia e la Polonia.

Così una sfacciata provocazione occidentale, utilizzando la confusione politica ucraina contro una Russia sostanzialmente difensiva, è riuscita sorprendentemente a produrre un cambiamento totale nello Zeitgeist artificiale prodotto dai mass media occidentali. Improvvisamente, ci viene detto che “l’Occidente amante della libertà” si trova di fronte alla minaccia del “aggressivo espansionismo russo”. Una quarantina di anni fa, i leader sovietici si illusero che questa loro pacifica rinuncia avrebbe potuto portare ad una collaborazione amichevole con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Ma quelli negli Stati Uniti che non hanno mai voluto porre fine alla guerra fredda si stanno prendendo la rivincita. Non importa il “comunismo”; se, invece di propugnare la dittatura del proletariato, l’attuale leader della Russia è per certi versi semplicemente vecchio stile, i mezzi d’informazione occidentali possono tirarne fuori un mostro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico da cui salvare il mondo.

Il ritorno del racket della protezione

Ma prima di tutto, gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia come un nemico, allo scopo di “salvare l’Europa”, che è un altro modo per dire, continuare a dominare l’Europa. I decisori politici di Washington sembravano preoccupati che lo slancio di Obama verso l’Asia e il disinteresse per l’Europa potesse indebolire il controllo Usa sui suoi alleati della NATO. Il 25 maggio le elezioni al Parlamento europeo hanno rivelato una grande disaffezione verso l’Unione Europea. Questa disaffezione, in particolare in Francia, è legata ad una crescente consapevolezza che l’UE, lungi dall’essere una potenziale alternativa agli Stati Uniti, è in realtà un meccanismo che incatena i paesi europei alla globalizzazione definita dagli Usa, al declino economico e alla politica estera degli Stati Uniti, alle guerre e a tutto il resto.

L’Ucraina non è l’unica entità che è stata sottoposta ad una tensione eccessiva. Così è stato per l’UE. Con 28 membri diversi per lingua, cultura, storia e mentalità, l’UE non è in grado di accordarsi su nessun’altra politica estera che non sia quella imposta da Washington. L’ampliamento dell’UE agli ex satelliti dell’Europa orientale ha completamente infranto qualsiasi profondo consenso che avrebbe potuto esserci tra i paesi della Comunità Economica originale: Francia, Germania, Italia e Benelux. La Polonia e gli Stati baltici vedono l’adesione all’UE come utile, ma i loro cuori sono in America – dove molti dei loro leader più influenti sono stati istruiti e formati. Washington è in grado di sfruttare la nostalgia anti-comunista, anti-russa e persino filo-nazista dell’Europa nord-orientale per agitare il falso grido che “i russi stanno arrivando!” al fine di ostacolare il crescente partenariato economico tra la vecchia UE, in particolare la Germania, e la Russia.

La Russia non è una minaccia.Ma per i rumorosi russofobi negli Stati baltici, nell’Ucraina occidentale e nella Polonia, l’esistenza stessa della Russia è una minaccia. Incoraggiata dagli Stati Uniti e dalla NATO, questa endemica ostilità è la base politica per la nuova “cortina di ferro” intesa a conseguire l’obiettivo enunciato nel 1997 da Zbigniew Brzezinski in La Grande Scacchiera: mantenere il continente eurasiatico diviso per perpetuare l’egemonia mondiale degli Stati Uniti. La vecchia guerra fredda serviva allo scopo, consolidando la presenza militare degli Usa e l’influenza politica nell’Europa occidentale. Una nuova guerra fredda può evitare che l’influenza Usa sia vanificata da buone relazioni tra l’Europa occidentale e la Russia.

Obama è arrivato in Europa ostentatamente promettendo di “proteggere” l’Europa basando più truppe in regioni il più possibile vicine alla Russia, e ordinando al tempo stesso alla Russia di ritirare le proprie truppe, sul proprio territorio, ancora più lontano dalla travagliata Ucraina. Questo sembra pensato per umiliare Putin e privarlo del sostegno politico interno, in un momento in cui stanno crescendo le proteste in Ucraina orientale contro il leader russo perché li abbandona ai killer inviati da Kiev.

Per stringere la morsa Usa sull’Europa, gli Stati Uniti stanno usando la crisi artificiale per esigere che i suoi alleati indebitati spendano di più nella “difesa”, in particolare nell’acquisto di sistemi d’arma Usa. Sebbene gli Usa siano ancora ben lontani dall’essere in grado di soddisfare le esigenze energetiche dell’Europa dal nuovo boom Usa del fracking, questa prospettiva viene salutata come un sostituto alla vendita di gas naturale della Russia – stigmatizzato come “un modo di esercitare pressione politica”, qualcosa di cui le ipotetiche vendite energetiche Usa si presume siano esenti. Vengono fatte pressioni sulla Bulgaria e anche sulla Serbia per bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, che porterebbe il gas russo nei Balcani e nell’Europa meridionale.

Dal D-Day al Dooms Day

Oggi, 6 giugno, il settantesimo anniversario dello sbarco del D-Day viene rappresentata in Normandia come una gigantesca celebrazione della dominazione americana, con Obama alla testa di un cast stellare di leader europei. Gli ultimi anziani soldati e aviatori sopravvissuti sono presenti come i fantasmi di un’epoca più innocente, quando gli Stati Uniti erano solo all’inizio della loro nuova carriera di padroni del mondo. Essi erano reali, ma il resto è una farsa. La televisione francese è inondata dalle lacrime dei giovani abitanti dei villaggi in Normandia a cui è stato insegnato che gli Stati Uniti sono una specie di angelo custode, che ha inviato i suoi ragazzi a morire sulle coste della Normandia per puro amore per la Francia. Questa immagine idealizzata del passato è implicitamente proiettata sul futuro. In settant’anni, la guerra fredda, una narrazione dominante propagandistica e soprattutto Hollywood hanno convinto i francesi, e la maggior parte dell’Occidente, che il D-Day è stato il punto di svolta per la vittoria nella seconda guerra mondiale e che ha salvato l’Europa dalla Germania nazista.

Vladimir Putin è venuto alla celebrazione, ed è stato accuratamente evitato da Obama, auto-nominatosi arbitro della Virtù. I russi stanno rendendo omaggio all’operazione D-Day che liberò la Francia dall’occupazione nazista, ma essi – e gli storici – sanno ciò che la maggior parte dell’Occidente ha dimenticato: che la Wehrmacht fu sconfitta concretamente non dallo sbarco in Normandia, ma dall’Armata Rossa. Se il grosso delle forze tedesche non fosse stato inchiodato a combattere una guerra persa sul fronte orientale, nessuno celebrerebbe il D-Day come lo si celebra oggi.

Putin è ampiamente accreditato come “il miglior giocatore di scacchi”, che ha vinto il primo round della crisi ucraina. Egli ha senza dubbio fatto il meglio che ha potuto, di fronte alla crisi impostagli. Ma gli Usa hanno schiere intere di pedine che Putin non ha. E questo non è solo un gioco di scacchi, ma di scacchi combinati con il poker e con la roulette russa. Gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi rischi che i più prudenti leader russi preferiscono evitare… il più a lungo possibile.

Forse l’aspetto più straordinario della farsa attuale è il servilismo dei “vecchi” europei. A quanto pare abbandonando tutta la saggezza accumulata dall’Europa, tratta dalle sue guerre e dalle sue tragedie, e persino inconsapevoli dei propri interessi, gli attuali leader europei sembrano pronti a seguire i loro protettori americani verso un altro D-Day … dove D sta per Doom [Doomsday: fine del mondo o, in generale, evento catastrofico, ndt] .

Può la presenza in Normandia di un leader russo in cerca di pace fare la differenza? Basterebbe che i mezzi d’informazione di massa dicessero la verità, e quanto all’Europa che producesse dei leader abbastanza saggi e coraggiosi, perché l’intera macchina da guerra finta perda la sua lucentezza, e perché emerga la verità. Un’Europa pacifica è ancora possibile, ma per quanto tempo?


mercoledì 11 giugno 2014

"Antifascisti italiani" a Donetsk per aiutare la resistenza


Leggo su RaiNews e pubblico la notizia che alcuni "antifascisti italiani" hanno raggiunto Donetsk per dar manforte alla resistenza contro i miliziani del regime di Kiev, tra cui molti nazifascisti.

I membri dell’organizzazione antifascista italiana “Millennium” sono giunti a Donetsk dove saranno inquadrati nelle milizie paramilitari filorusse comandate dal "comandante in capo delle forze armate della Repubblica Popolare di Donetsk” Igor Strelkov. 
Ne dà la notizia il portale multimediale russo Lifenes.ru, citando la pagina di Facebook del “sindaco popolare” di Donetsk, Pavel Gubarev. Quest’ultimo afferma che gli italiani “hanno espresso la volontà di sostenere la Repubblica Popolare di Donetsk nella sua resistenza contro le autorità di Kiev che conducono le operazioni militari contro il proprio popolo nel Sud-Est dell’Ucraina”. 
Gli italiani saranno messi a disposizione del “comandante in capo” Igor Strelkov e intendono anche attivare un canale per la raccolta in Italia e l’invio a Donbass degli aiuti umanitari. Il “sindaco popolare” di Donetsk, Pavel Gubarev, ha confermato inoltre la presenza dei volontari russi e polacchi in diverse formazioni militari dei separatisti. Sempre secondo Gubarev, in breve i separatisti intendono costituire delle vere e proprie formazioni militari, una sorta di brigate internazionali composte da volontari stranieri, con la partecipazione di italiani, spagnoli, francesi e canadesi. 

In realtà il gruppo Millennium mi sembra uno dei tanti gruppuscoli di "sinistra nazionale", di rossobruni che non hanno ancora deciso se stare con CasaPound o con i comunisti. Discepoli, neanche tanto fedeli, di Aleksandr Dughin.
Questo il loro manifesto, di cui non condivido tante cose:
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sabato 31 maggio 2014

Appello alla comunità mondiale sulla situazione in Ucraina



Tratto dal sito Marx21.it, pubblico un appello alla comunità mondiale apparso sul sito del Partito Comunista della Federazione Russa. In questo appello si fa luce sulla reale situazione in Ucraina, stato ormai governato da nazifascisti e da oligarchi filoeuropei, e sui rischi dell'escalation della violenza statale. 

Noi, il popolo della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk, in questo momento critico ci rivolgiamo alla comunità mondiale con la richiesta di aiuto immediato e di una risposta immediata a ciò che sta accadendo nella nostra terra, in relazione alla minaccia che incombe su di noi dell'annientamento da parte delle forze nazi-fasciste, che vengono usate dal regime dell'Ucraina.

Dichiariamo che il nostro unico desiderio è rappresentato dall'aspirazione a vivere in conformità con le nostre tradizioni e costumi storici, con la nostra cultura e le nostre abitudini, in pace e in rapporti di buon vicinato con tutte le nazioni, i popoli e gli stati che non mostrano ostilità nei nostri confronti.
Il nostro è un popolo lavoratore e creativo, ma è stato costretto a imbracciare le armi per proteggere la vita e il proprio futuro, poiché non gli è rimasta altra scelta. Noi non abbiamo mai mostrato aggressività nei confronti di alcuno stato o popolo, non abbiamo mai perseguito obiettivi di espansione e di annessione di altri territori. Noi resistiamo per la nostra terra e per le nostre famiglie, e resisteremo fino alla fine. Non è la prima volta che succede nella storia.

E' stato così negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando le orde degli occupanti fascisti calarono sulla nostra terra pacifica. Al prezzo di colossali perdite umane e di uno sforzo immane, l'Unione Sovietica insieme agli altri stati che sostenevano la pace nel mondo sconfisse il fascismo hitleriano, che aveva portato anche nella nostra terra un immenso dolore e fiumi di sangue. Ed ecco ora, dopo più di 70 anni, la peste bruna ha di nuovo alzato la testa. Non c'è bisogno di elencare le incalcolabili azioni fasciste che si svolgono nell'Ucraina di oggi. Kiev, Odessa, Khmelnitsky, Slovyansk, Kramatorsk, Donetsk e molti altri luoghi sono bagnati oggi dal sangue di pacifici cittadini, colpevoli solo di opporsi alla politica contraria ai valori umani delle autoproclamatesi autorità ucraine, che si sono impossessate con la forza della guida del paese.

Oggi, quando non ci è rimasta altra scelta che quella di morire senza sottometterci a fascisti privi di umanità o di sollevarci in difesa della nostra vita e di quella delle nostre donne, dei vecchi e dei bambini, abbiamo scelto la via della lotta. Ma siamo ben consapevoli che la nostra lotta, nonostante la nostra determinazione, senza l'aiuto della comunità mondiale, schierata a difesa della pace nel mondo, sarà più dura.

Secondo quanto apprendiamo da fonti attendibili, le autorità ucraine che agiscono di concerto con gli Stati Uniti si stanno preparando a una resa dei conti che ricoprirà completamente di sangue la nostra terra. In questa operazione di pulizia non verrebbero risparmiati nemmeno le donne e i bambini. Questo scenario fascista dovrebbe essere portato a compimento in tempi brevissimi. Noi, il popolo della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk, siamo pronti a far fronte al nemico, che porta la morte a noi e ai nostri figli. Ma ci auguriamo sinceramente che la comunità mondiale non stia a guardare e risponda alla nostra richiesta di aiuto, poiché è assolutamente evidente che l'idra fascista salita al potere ci sta attaccando e domani, nutrita e guidata dagli Stati Uniti, avanzerà ancora, e allora il mondo si troverà sulla soglia di una nuova guerra mondiale. Tuttavia, è evidente che noi naturalmente non identifichiamo i governi degli Stati Uniti e di alcuni loro alleati europei con il popolo americano e i popoli d'Europa.

Esprimiamo anche la speranza che le forze e le personalità responsabili dell'incitamento all'odio nazionale tra gli slavi, attraverso la manipolazione, la provocazione e l'istigazione, e responsabili anche del sostegno finanziario a organizzazioni nazionaliste estremiste il cui scopo è quello di sferrare attacchi militari, economici, informativi e di altro tipo al nostro popolo, siano consapevoli che dovranno inevitabilmente subire la giusta punizione, corrispondente alla scala delle atrocità e dei crimini di guerra che hanno commesso.
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martedì 25 febbraio 2014

Il falso bivio dell'Ucraina

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Sono giorni che i mass media di tutto il mondo dedicano pagine di giornale, servizi di cronaca e trasmissioni di approfondimento sulla “Situazione Ucraina”.

Le immagini degli scontri tra apparati del regime filorusso di Yanukovic e i manifestanti europeisti della variegata e destrorsa Opposizione scorrono davanti ai nostri occhi, generando brividi sulla pelle e nelle anime. L’informazione liberale e sedicente democratica sta imponendo una chiave di lettura che non lascia spazio ad altre interpretazioni: l’Ucraina è di fronte ad un bivio.

Da un lato, il regime di Yanukovic (democraticamente eletto, ma la storia ci insegna che non basta vincere le elezioni per essere democratici), appiattito sulle posizioni della Russia putiniana ed economicamente dipendente dalla stessa; dall’altra, l’Europa liberaldemocratica e liberista, dove è possibile realizzarsi ed emanciparsi definitivamente dal giogo sovietico, che la caduta del famigerato Muro di Berlino non avrebbe intaccato più di tanto.

L’arcinoto “American Dream” dei decenni passati sta lasciando posto, soprattutto nell’orizzonte dei popoli dell’Europa orientale, al “Sogno Europeo”: entrambi da considerarsi effimere chimere, fondate su un sistema liberticida ed antidemocratico, globalizzante e – per questo motivo – nemico di ogni identità. Le lobbies economiche che determinano le politiche del cosiddetto Occidente (a est e a ovest dell’Atlantico) stanno spingendo affinché la situazione ucraina abbia un solo sbocco accettabile: la fine del regime filorusso di Yanukovic e l’instaurazione  di un regime filoeuropeo, sempre più liberista e “occidentale”, retto da una accozzaglia di nazionalisti, populisti e liberali. Il bivio di fronte al Popolo ucraino è de facto un falso bivio: la scelta non è tra la tirannide e la libertà, ma tra un padrone e un altro. Le pressioni che Germania, Francia e Polonia stanno facendo a Yanukovic non sono mosse da alcun intento umanitario, ma solo dal desiderio di accelerare sul sentiero della transizione, garantendo a Yanukovic una sorta di lasciacondotto per i suoi innegabili crimini. Il tutto nel quadro di un maggiore isolamento della Russia putiniana, con cui sarebbe sempre più facile fare affari a prezzo ribassato.

Ed ecco che si arriva alle notizie di queste ore: accordo siglato tra governo ucraino e opposizione; liberazione della Timoshenko (la quale aveva detto che “con Yanukovic non si tratta, chi lo fa è da considerarsi un traditore”); governo di unità nazionale; limitazione dei poteri del presidente e ritorno alla Costituzione del 2004; amnistia per tutti i manifestanti.

Tutto finito, insomma. I cattivi hanno perso e i buoni hanno vinto. Adesso un radioso futuro si apre all’orizzonte dell’Ucraina.  Un raggiante Sol dell’Avvenire. N’ata vota.
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martedì 10 dicembre 2013

Ucraina in rivolta, per cambiare padrone



Il mio articolo pubblicato sul sito di Insorgenza Civile :

Sono giorni che la stampa europea dedica le prime pagine e svariati approfondimenti ai “venti di rivolta in Ucraina”.

In effetti, migliaia di persone sono scese in piazza ed hanno occupato le sedi delle istituzioni della repubblica ucraina a seguito dell’annunciato NO del presidente Janukovich all’ingresso dell’Ucraina in Europa: una metodologia di lotta interessante, che andrebbe approfondita.

Ovviamente, pennivendoli di ogni risma si sono affrettati a stigmatizzare la posizione di Janukovich, accusato di servilismo nei confronti della Russia putiniana e di scarsa lungimiranza: l’Europa è un fatto ineludibile, fuori da ogni discussione, e solo i folli non vorrebbero entrarci.

In realtà, alla base della decisione di Janukovich vi sono varie motivazioni di carattere pratico, non certo “ideale”: l’analisi, e il conseguente terrore, delle conseguenze che la crisi economica ha avuto sulle nazioni europee con economia meno forte; l’indisponibilità di Bruxelles a discutere molte delle condizioni-capestro che manderebbero a gambe all’aria la già fragile economia ucraina; il pesante debito che l’Ucraina ha contratto nei confronti della Russia, soprattutto per quanto concerne gli approvvigionamenti energetici.

Contro Janukovich troviamo un variegato “fronte democratico”, stando alle formulazioni della stampa liberaldemocratica ed europeista; in realtà, l’opposizione si compone di fascisti e nazionalisti di Svoboda alleati coi liberisti di Alleanza Democratica, fino agli arancioni orfani della Tymosenko: di democratico c’è ben poco, ma alla stampa europea non interessa sottilizzare.

E’ molto più urgente distruggere ogni tentativo di opposizione all’espansione dell’Unione (Bancaria e Finanziaria) Europea verso Est, magari foraggiando le rivolte locali.

I cittadini ucraini si stanno rendendo conto che, piuttosto che la Libertà tanto agognata, stanno semplicemente rischiando di cambiare padrone? La storia recente e lontana insegna che le vere, le uniche liberazioni avvengono dentro al Popolo e dal Popolo, non grazie a qualche forza esterna (politica, economica, finanziaria, militare). La distruzione dell’ultima statua di Lenin presente in Ucraina, che ha stimolato le pratiche onanistiche dei tanti Bruno Vespa europei, non è un simbolo di liberazione: rischia semplicemente di simboleggiare il cambio di guinzaglio.
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