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domenica 19 agosto 2012

Ti sei alzato stamattina




Ti sei alzato stamattina e schiattavi di caldo. Il letto era inzuppato, ma non ti eri pisciato addosso. Sudore del cazzo che manco un ventilatore sparato in faccia è riuscito ad attenuare.
Se sei fortunato ti sei catapultato al mare o in piscina, magari con la tua famiglia o col partner. Se sei meno fortunato, stai a casa o in giro in qualche outlet di provincia a cercare il colpo dell'estate oppure sei imprigionato in qualche mega centro commerciale con aria condizionata e fila ai punti di ristoro. Se sei sfortunato, stai buttando il sangue a lavorare.

Ti sei alzato stamattina con la voglia di non avere voglia. Magari lasciarti vivere per una giornata senza pensare a un beneamato. Oppure ti sei alzato con la voglia di realizzare ciò che avevi organizzato e preparato nei minimi dettagli. Avevi un progetto per oggi? Va realizzato.

Ti sei alzato stamattina e non hai minimamente pensato a chi non si è alzato o a chi non si è ancora disteso. Ed è giusto così. Il mondo è infame ma tu non puoi fare un cazzo per migliorarlo. Fai ciò che puoi e nel tuo piccolo stai nel giusto quasi sempre, stai al posto tuo e continui la tua vita tranquilla. Paghi le tasse maledicendo il governo che te le chiede senza darti un cazzo in cambio e magari pensi a come evadere qualche piccola sommetta. Roba di poco, tipo il canone rai. E' uno stronzo chi lo paga, si sa. Allora meglio non pagarlo, o pagarlo senza dirlo in giro. Bisogna vergognarsi di pagare il canone rai, giusto?

Ti sei alzato stamattina ed hai potuto accendere il tuo televisore e sentire le stesse notizie in tutti i telegiornali. Una capatina ai canali sportivi non può mancare. Magari anche un po' di zapping tra le stazioni radio più cool: passano tutte gli stessi pezzi, ma cazzo bisogna conoscere il trend musicale del momento, no? Sennò sei out!

Ti sei alzato stamattina ed hai fatto esattamente ciò che ci si aspetta che tu faccia.
Ed ora ripeti insieme a me: "Sono libero. Sono libero".

Do svidanija

venerdì 15 giugno 2012

La valle e il nostro tempo. Autonomi in Val Susa



Tratto da http://quieteotempesta.blogspot.it/2012/06/la-valle-e-il-nostro-tempo-autonomi-in.html

Il 27 giugno, quando la polizia ha attaccato la Libera Repubblica della Maddalena, ero a Manhattan, dove abitavo da qualche tempo. Ho ascoltato la diretta dello sgombero in streaming, in una casa di Chinatown. Pochi giorni dopo ho preso un aereo e sono tornato in Italia, in quello che oggi è il Kiomontistan, territorio impervio per i difensori del neoliberismo in crisi, gli stessi che fanno i conti con Occupy Wall Street. Passare dai grattacieli al fogliame e alle fronde mi ha fatto davvero l’effetto di essere un soldato partito per il Vietnam, anche perché ho condiviso con i miei compagni ogni minuto della lotta nel nuovo scenario dell’occupazione militare: dalle ferite riportate sul campo agli arresti, dagli assedi al non-cantiere alla caduta di Luca, fino alla rabbia che ne è seguita. Essere No Tav è, per me, uno dei mille modi di essere ciò che sono: ho sempre vissuto tra le persone, nei luoghi più diversi, con il sogno di distruggere il mondo che ho ricevuto in eredità; ed è da loro, dai miei compagni, che ho imparato che un sogno simile, per divenire realtà, deve sapersi calare in ogni situazione e in ogni luogo in modo nuovo, misurando il peso delle scelte sulla bilancia dell’efficacia.
La polizia, i giornalisti, i leader di partito si interrogano su chi siamo noi, gli autonomi della Val di Susa, con differenti livelli di stupidità. Il nostro identikit sociale è semplice: precari, studenti-lavoratori, disoccupati ad intermittenza. Non versiamo contributi, non abbiamo né avremo tutele. Salariati in nero o in forma atipica nella ristorazione, nell’informatica, nella comunicazione, nell’industria della conoscenza, ci consideriamo i prototipi più azzeccati della nostra generazione e, al tempo stesso, i suoi nemici mortali; non per la presunzione di voler essere meglio del nostro tempo, ma per essere il nostro tempo al meglio: combattiamo, a nostro modo, la passività congenita a ogni classe oppressa. Siamo tanti, organizzati. Tra la nebbia dei lacrimogeni sappiamo orientarci giorno e notte, nei boschi o sulle autostrade, in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia. Quando l’assemblea decide il grande corteo popolare, contribuiamo alla sua riuscita; quando decide di arrivare alle reti, non ci spendiamo con minor sacrificio. Imprevedibilità e flessibilità ci caratterizzano, nel tentativo di conciliare la morale irreprensibile del rifiuto con il pragmatismo della sua declinazione diretta. Allergici alla retorica e ad ogni fanatismo, siamo lontani dall’individualismo ipocrita del liberalismo quanto da quello scolastico dell’anarchismo. È l’interesse comune, quello che si definisce in autonomia dalle istituzioni e dalle dinamiche di sfruttamento, il cavallo di Troia che abbiamo nascosto nel futuro.
Partito di massa e di opinione convivono, in essenza, nella nostra forma di organizzazione agile, figlia della critica della forma-partito come tale. Radicamento sociale e strategia mediatica si uniscono in un abbraccio scandaloso, nell’equilibrio millimetrico che sappiamo di dover trovare per non cedere spazi di linguaggio e di immaginario al nostro nemico. Il tutto con un unico, ossessivo obiettivo: valorizzare e organizzare il conflitto sociale, aggregare nuove ragazze e nuovi ragazzi, riprodurre ed estendere l’insubordinazione, allargare la critica. Perché? Perché il futuro, se vuole essere diverso dal presente, deve costituirsi sul nuovo. Senza l’autonomia sociale, politica e culturale dal potere non si vince, dura legge della storia, spietata con chi non la impara. Siamo militanti politici, una forma di essere umano sempre e necessariamente in guerra, anzitutto in tempo di pace, ma non abbiamo forze armate né piani militari; semmai, attraversiamo in modo conflittuale una miriade di piani sociali, tra metropoli e montagna. Incarcerati, ci mettono in isolamento; seguiti e pedinati, ci danno il foglio di via; allergici alle carriere e alle divise, ci muoviamo come volontari agli antipodi del volontariato.
Abbiamo fondato il primo comitato popolare contro l’Alta Velocità dodici anni fa e, da allora, nella corsa del movimento a diventare sempre più grande, non ci siamo mai fermati. I governi vanno e vengono, noi siamo sempre qui, per vincere. Qualcuno si meraviglia di come siamo visibili e irriconoscibili a un tempo; ma è normale per chi, come noi, si compiace di tentare la declinazione post-postmoderna del bolscevismo più originario. Allora dicono che siamo “nascosti” dentro il movimento, ma è l’esatto opposto: scriviamo sui siti e compariamo in televisione; venite a trovarci nelle assemblee, nelle feste popolari, nelle conferenze stampa. Non siamo una corrente interna, ma soggetti votati al potenziamento dell’insieme, del tutto; l’autonomia non è una fazione, è una necessità. Tra i fuochi delle barricate ci muoviamo senza ideologia. Quando i Cattolici per la Valle hanno voluto costruire una statua di Padre Pio accanto al nuovo presidio, dopo che la polizia ha loro sottratto il pilone votivo alla Madonna, non abbiamo obiettato: sappiamo quanto la fede può essere importante per una resistenza. Persino quando i leghisti venivano alle assemblee, anni fa, non li abbiamo cacciati; era chiaro fin da allora che avrebbero abbandonato in massa il loro partito.

E se una valligiana mi parla di energia della terra, di magia dei luoghi e dello spirito che abita le montagne, io – scettico per indole, materialista per vocazione – la ascolto pieno di fascino. Imparo da tutto e da tutti, in questo scenario folle e bellissimo, dove paganesimo e cristianesimo si incrociano con l’identità occitana e montana, mentre ragazzi di stadio della cintura torinese incrociano i destini dei pensionati di montagna e dei reduci della guerra, che a loro volta ascoltano rapiti le storie delle studentesse emigrate a Torino dalla Sicilia e dal Salento. Il potere organizza la tutela disciplinata e astratta delle differenze, noi ne coltiviamo il potenziale reale. Le vediamo crescere e rafforzarsi contro l’uniformazione coatta prodotta da un potere decrepito, lo stesso che ho visto all’opera nei quartieri di New York. Mi è costato abbandonare l’America, ma la valle è legata alla mia vita non meno della Grande Mela, e allora soffoco la nostalgia della giungla d’asfalto ammirando i colori della foresta reale, la poesia dei ciglioni dopo la nevicata, o respirando l’aria inconfondibile di cui vivono – e dovranno continuare a vivere – i nostri castagneti. 

Pubblicato su "Alfabeta2", 6 giugno 2012

venerdì 24 febbraio 2012

Crescere è ricordare




Esattamente un mese fa sono diventato padre. E' nato mio figlio Federico.
E' cambiato qualcosa nella mia vita? Certamente si. Risposta scontata a una domanda banale. Come ogni banalità, però, se ci si sforza di approfondire, di indagare, di entrare nella foresta delle emozioni e delle sensazioni che ognuno di noi ha a difesa del proprio cuore, si vedrà COSA è cambiato.
Non parlo, ovviamente, del fatto che si dorme di meno, che gli orari cambiano come le abitudini, che il fulcro della giornata è rappresentato dalle sue esigenze. Questo lo sanno tutti. Su queste cose - pensate un pò - scrivono libri.

Parlo dei punti di osservazione. Dei luoghi su cui ci mettiamo per tentare di vedere, di sentire, di capire. Questi luoghi cambiano. Non sono più quelli di una volta. Si fanno più obliqui, per mettere meglio a fuoco le storture di questo mondo sghembo. E' da lì sopra, o da lì sotto, che riesci a vedere meglio le povertà dell'opulenza e la ricchezza della modestia. Della semplicità. Delle piccole cose. Del sorriso impossibile di una creatura che ha pochi giorni di vita, eppure sembra sapere già tutto. E tu pensi: vuoi vedere che crescere significa dimenticare? Vuoi vedere che quando nasciamo noi sappiamo già cosa conta in una vita e cosa è assolutamente superfluo?

Guardo Federico stretto a Rachele, guardo i suoi occhi verso il cielo o verso il seno della madre, e penso a questo. Non chiede altro che amore, calore, cibo e serenità. Un giorno, sul suo viso e nella sua mente compariranno, come è successo ad alcuni di noi, l'ambizione e la volontà di guadagnare di più, il desiderio di un vestito griffato o di un cellulare alla moda. Crescendo, non apprenderà cosa serve per vivere, ma lo dimenticherà. Gradualmente. Sarà pronto a rinunciare al cibo pur di comprarsi quella maglia o entrare in quel jeans. Sarà pronto, come alcuni di voi hanno fatto, a rinunciare all'Amore per la Carriera.

Ecco cosa è cambiato in me e per me, da quando è nato Federico.
Ho capito che più si cresce più si dimentica cosa sia realmente necessario.
Come padre, spero di riuscire a fare in modo che Federico, quando sarà grande, non abbia dimenticato.
Come padre, spero che Federico ricordi.

martedì 3 gennaio 2012

Tutti contro Beppe Grillo. Mah.


Tutti contro Beppe Grillo. Il comico genovese, promotore del Movimento 5 Stelle, è accerchiato dal fuoco congiunto di destracentrosinistra istituzionale, per aver scritto sul proprio blog: "Se Equitalia è diventata un bersaglio bisognerebbe capirne le ragioni oltre che condannare le violenze".
Una atteggiamento di buonsenso, che andrebbe applicato a tutti i fenomeni umani: non limitiamoci a condannare chi, scioperando, ci rompe i coglioni, ma cerchiamo di capirne le ragioni; non fermiamoci nella critica alle violenze di piazza (cfr 15 ottobre 2011), ma cerchiamo di comprendere perchè c'è gente che sfonda vetrine o incendia auto.
Giustificare la violenza? Non pare che Grillo l'abbia fatto, nè in questo caso nè in altri casi. Ha semplicemente espresso un concetto semplicissimo, eppure rivoluzionario: anche chi sbaglia, anche chi incendia, anche chi frantuma vetrine, anche chi blocca le strade, anche chi blocca i lavori del TAV... potrebbero avere delle ragioni giuste. Il condizionale è d'obbligo, come sempre in questi casi e per evitare la facile strumentalizzazione del tipo "allora anche i mafiosi potrebbero avere ragione?".
Ammettere che dietro un sanpietrino, dietro una molotov, dietro un atto violento/vandalico possa esserci addirittura una ragione giusta, è inimmaginabile e spaventoso per chi detiene il potere economico-politico: significherebbe ammettere che i cittadini non vivono nel migliore dei mondi possibili.

domenica 4 dicembre 2011

Compleanno



Oggi è il mio compleanno. Qualcuno dei miei pochi, ma fedeli, lettori avrà notato che ultimamente questo blog è diventato ancor più personale. Sono solito scriverci più battute (di dubbio gusto, lo ammetto...) e più riflessioni personali di una volta.
Meno politico, meno collettivo, più individuale e satirico.

Anche la grafica è cambiata: il simbolo dell'Octopus è ormai indissolubilmente legato al blog e alla mia persona, per i motivi esposti negli Orientamenti Octopusiani


(http://antoniolucignano.blogspot.com/2011/09/octopus-il-simbolo-del-blog.html ).

Potranno cambiare gli sfondi, ma l'immagine è la medesima: bandiera nera con un Octopus bianco.

Anche il nome d'arte, Nilin, comincia a piacermi davvero tanto. Lo sto usando per firmare le mie battute e qualche scritto da poco tempo, eppure mi pare rispecchiare meglio ciò che sono diventato.

In questo periodo ho ripreso a scrivere anche una sinossi che avevo in animo di realizzare da anni, forse decenni. Se diventerà un romanzo, una serie di racconti o una semplice trama, si vedrà.

Vi lascio con questi versi:

"Fino a quando non saremo onde
non potremo infrangerci sugli scogli
e lasciarci illuminare dai fari.
Spumeggeremo rabbia, invece che amore
e ascolteremo i venti senza sentirli,
Fino a quando non saremo onde."
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venerdì 7 ottobre 2011

Amen



Non so se vi capita mai. A me ultimamente sta capitando spesso. Di sentirmi in ritardo. Costante ritardo. Come se le giornate di 24 ore non mi bastassero per fare tutto quello che vorrei fare. Come se le mie passioni non fossero più coltivabili.
Non c'è più tempo per scrivere o allenarsi. Tutto corre, ed io sono lento. Troppo lento.
Adesso, anche dedicarsi un'ora al giorno per fare un pò di esercizio fisico in garage è diventata una impresa: il traffico romano mi costringe a stare in auto quasi due ore al giorno, a queste si sommano le 9 ore di lavoro. Poi i turno, l'irregolarità di una vita lavorativa che si riflette in irregolarità di vita. Poi c'è una famiglia, una casa, bisogna pulire, bisogna mangiare.
Poi c'è il futuro: un figlio in arrivo, a cui bisogna dedicare tutte l'energie e tutto l'amore possibile.

Ed evito di parlare della situazione politica ed economica, dei sedicenti indignados che vogliono fare la rivoluzzzzzione e si scandalizzano per un sampietrino lanciato.

Mi rendo conto che l'unica ribellione possibile è una ribellione individuale.
Amen.
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giovedì 29 settembre 2011

Sulla perfezione



La perfezione non può essere un obiettivo, una meta.
La perfezione deve essere una tendenza, un anelito.

Cos'è la perfezione? Per un artista classicista, è l'equilibrio della forma. Per un artista contemporaneo, è l'imperfezione del gesto d'arte. Per uno scrittore, è il romanzo completo nello stile e nel contenuto. Per un poeta, è una poesia che emoziona. Per un musicista, è il suono di uno strumento o di una orchestra. Per un cantante, è l'acuto inimitabile.

Per l'uomo saggio, la perfezione non può che essere l'armonia. La ricerca della perfezione, la tendenza alla perfezione, non può che realizzarsi nell'armonia: tra il suo spirito e il suo corpo, tra il suo IO e gli altri, tra lui e la natura.
Armonia non significa ordine. L'uomo saggio non deve tendere all'ordine, quello è compito dei politici (anzi, dei politicanti): le dittature erano l'impero dell'ordine, eppure non vi era in esse un briciolo di armonia. Stesso dicasi per le liberaldemocrazie capitaliste: ordinate e disarmoniche.

L'armonia è in un gesto, in un suono, in un respiro, in un bacio, in un pranzo, in un soffio di vento, in uno scritto, in una nota musicale.
L'uomo saggio sa che solo passeggiando sui sentieri dell'Armonia è possibile tendere alla Perfezione. Senza raggiungerla mai. Perchè la perfezione non si può raggiungere.

La perfezione non può, anzi non deve, essere una meta.
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lunedì 5 settembre 2011

Come la vedo io





Ho un difetto: amo la radicalità, la contrapposizione, il ribellismo, l'estremismo, l'essere equilibrati senza essere moderati.




Se questo aspetto del mio carattere è visto da destra, vengo tacciato di essere comunista. Non mi offendo: ho avuto la tessera con la falce e il martello fino al 2008. Poi ho mandato tutti a fanculo.

Per i destri, sono comunista perchè credo che il fascismo-regime e il nazismo siano stati un male assoluto, perchè non ho senso dello Stato, perchè non mi riconosco nel concetto di Patria Italiana e perchè il tricolore non mi piace. Perchè il 17 marzo ero in piazza a manifestare CONTRO l'unità d'Italia. Forse perchè sono favorevole all'aborto e al divorzio, alle unioni tra gay. Forse perchè sono laico eticamente e socialista economicamente. Forse perchè ascolto i Nabat e i Los Fastidios.



Se il mio ribellismo viene visto da sinistra, vengo tacciato di essere fascista.

Forse perchè ho sempre apprezzato il programma di San Sepolcro. Forse perchè ho sempre provato fastidio nei confronti delle "Masse". Forse perchè sostengo che il suffragio universale sia un male, e che la liberaldemocrazia non sia una vera democrazia. Forse perchè ritengo che siano le minoranze a fare la Storia. Forse perchè sono un nazionalista terrone. Forse perchè credo che anche CasaPound abbia prodotto qualcosa di culturalmente interessante. Forse perchè ascolto gli ZetaZeroALfa.



Comunque vada, io non rientro nei canoni del komunista o del fascio.

La mia testa rasata e il mio bomber nero sono, per i primi, l'inequivocabile dimostrazione del mio essere fascista. Se poi spieghi loro come sia nato il movimento skin e cosa siano la S.H.A.R.P. e la R.A.S.H., forse capiscono e ti lasciano in pace.



Non rientro nei vostri canoni, cari fascisti del terzo millennio e Kompagni dai campi e dalle officine.

Io me ne sono fatto una ragione.

Fatevela pure voi.

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giovedì 18 agosto 2011

Chi gioca con le nostre vite?







Non passa giorno senza una notizia sui "mercati". La borsa sale, la borsa scende, bruciati 160 miliardi, adesso c'è la ripresa, anzi no continua il crollo, non faremo la fine del '29, siamo quasi ai livelli del '29.


Ma chi sono questi "mercati"? Cosa rappresentano, e di cosa si occupano, i "mercati"?


Una caratteristica dei regimi liberaldemocratici è cambiare il nome delle cose. Una volta - secolo scorso, per carità - si sarebbe detto: il Capitalismo è in crisi, e gli speculatori attaccano questo o quel Paese. Oggi, invece, ci dicono che "i mercati" non hanno "fiducia" nel "sistema-Paese" di questo o quello Stato.


Quotidianamente, mi capita di ascoltare o partecipare a discussioni in cui chiunque (anche chi non capisce una mazza di economia e finanza) parla di "mercati", "borsa", "crisi", addirittura vicino al distributore del caffè vi era un addetto delle pulizie che parlava di "riserva aurea" e della necessità di investire nell'oro. NELL'ORO!!!!!




Ormai c'è gente che la mattina si sveglia, arriva in ufficio, e verso le 9.30 cerca di sapere come ha aperto Piazza Affari. Non che abbiano investito qualcosa: sono poveracci (come me) che campano di stipendio. Però ormai siamo (anzi, sono) tutti coinvolti da questa enorme arma di distrazione di massa che si chiama "mercati". E mentre si informano su Piazza Affari, sullo spread coi bund tedeschi, ed altre amenità del genere... nessuno riflette sul bandolo della matassa: un Sistema che consente ad un manipolo di miliardari speculatori di decidere le sorti delle nazioni, dei popoli e dei lavoratori, è un Sistema che va abolito.


Non riformato. Abolito.


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mercoledì 30 marzo 2011

La bocca degli stolti




La bocca degli stolti è uguale alla nostra. Ha i denti, le labbra, le carie ed il tartaro. La bocca degli stolti si differenzia da tutte le altre bocche per una differenza sostanziale: da essa fuoriescono stronzate.

Il vicepresidente del Cnr, Roberto de Mattei, in una intervista ha Radio Maria ha sostenuto che i terremoti sono "una voce terribile ma paterna della volontà di Dio". Il terremoto in Giappone, giusto per citare l'ultimo, sarebbe l'espressione della volontà di Dio? Difficile da sostenere, sempre che si voglia argomentare una tale affermazione. Il vicepresidente del Cnr dovrebbe saperlo: ogni teoria va argomentata, ogni intuizione va sperimentata prima di divenir teorema o corollario. Allora vorrei chiedere al signor de Mattei: mi spiega PERCHE' i terremoti sarebbero dimostrazione della volontà di Dio???


Questa frase mi ha ricordato un altro episodio: stavo frequentando il corso pre-matrimoniale con Rachele, quando uno degli "insegnanti" (un laico, non un prete) affermò che il suo licenziamento, avvenuto negli anni di Tangentopoli a seguito della chiusura della azienda presso cui lavorava in quanto il proprietario fu arrestato, processato e condannato, fosse da considerarsi come "l'espressione della volontà di Dio che ci mette alla prova". Dopo tale affermazione, chiesi la parola ed intervenni. Dissi chiaramente che il suo licenziamento non era imputabile a Dio, ma solo a quel mariuolo del suo capo. Era la prima volta che intervenivo, e fu anche l'ultima. Quella frase, però, non potevo farla passare: dare la colpa a Dio (o alla Sfortuna, o alla Natura, o agli Altri, ecc...) è uno sport troppo praticato.

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