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mercoledì 24 luglio 2013

In memoria di Emile Griffith




L'ultimo round è finito ieri pomeriggio. Emile Griffith ha abbandonato il ring della vita e, finalmente, ha raggiunto i confortevoli spogliatoi del Paradiso. Si è tolto i guantoni e le fasce sulle mani dolenti di un settantacinquenne che ha scritto alcune tra le pagine più belle del pugilato. Si è asciugato la spaziosa fronte nera ed ha bevuto un sorso d'acqua, quando la porta dello spogliatoio si è aperta ed è entrato Benny Paret.
L'ultima volta che Emile e Benny si erano visti era stata la sera del 24 marzo 1962: Emile aveva 23 anni; Benny 25 anni. Quella sera era in palio il titolo mondiale. Griffith era andato giù alla sesta ripresa, ma da quel momento aveva cominciato a macinare la sua boxe, prendendo il sopravvento sul pugile cubano. Nel corso della 12esima ripresa, Griffith colpì Paret con ventinove pugni consecutivi, con una serie di diciotto colpi in sei secondi. L'arbitro intervenne, interrompendo l'incontro. Griffith scese dal ring con la cintura di campione del mondo. Paret scese in barella, esanime.
Non riaprirà mai più gli occhi: morirà dieci giorni dopo, assistito dal figlioletto di due anni, Benny jr, e dalla moglie incinta del secondo genito, Alphonse, che nascerà sei mesi dopo. 

Quella sera, nello spogliatoio del Madison Square Garden, un pezzo di Emile Griffith morì insieme con Benny Paret. "Non volevo ucciderlo. Di notte ho ancora gli incubi, dopo tutti questi anni", disse Griffith al figlio di Paret, Benny jr, durante le riprese del documentario "Ring of Fire", del 2005.
Griffith ha combattuto fino al 1977. Ha vinto ed ha perso. Ha dato vita ad incontri memorabili, come quelli contro l'italiano Nino Benvenuti. O contro Carlos Monzon. "Ma da quella sera non è più stato lo stesso", disse il suo vecchio allenatore.
Addio, Emile. Che la terra ti sia lieve.




lunedì 13 agosto 2012

Sulle Olimpiadi



Non voglio fare la solita e retorica disquisizione sui cosiddetti "sport minori" che hanno regalato alla sedicente Italia più medaglie e più emozioni degli sport più blasonati. Ci pensano già i soliti benpensanti a ricordare i veri sportivi, salvo poi dimenticarsene domani. Perché domani c'è il calciomercato, e il pallone - si sa - è lo sport nazionale.
Queste olimpiadi mi sono piaciute molto. A partire dalla splendida cerimonia inaugurale, c'è stato un susseguirsi di emozioni davvero importanti. Le personalissime gufate contro la Pellegrini e la Vezzali sono andate a segno: la veneta, soprannominata scherzosamente "la zoccola della vasca", è stata semplicemente ridicola; la jesina, simpatica quanto una supposta di peperoncino, ha perso la semifinale del fioretto individuale, non riuscendo quindi a confermarsi se non nella gara a squadre.
E' stata una olimpiade al femminile! Sia gli Usa, sia la Cina (rispettivamente prima e seconda nel medagliere) hanno ottenuto più medaglie dalle donne che dagli uomini. Inoltre, per la prima volta nella storia, tutte le nazionali avevano almeno una atleta donna.

Sono stato felice per i risultati, altissimi, raggiunti dagli atleti meridionali. Noto con piacere che gli stessi sono stati protagonisti in sport di lotta, di combattimento: il judo, la boxe e il taekwondo. Sarà un caso? Non credo. In realtà sociali in cui c'è tanta rabbia e poca possibilità di canalizzarla in qualcosa di positivo, è probabile che si raggiungano grandi risultati in sport che alla base hanno grinta, rispetto, sacrificio, onore. 
E sono stato felice per quel guascone di Bolt, capace di diventare leggenda senza mai perdere il sorriso e la voglia di divertirsi e divertire. Può sembrare talvolta eccessivo o spaccone, un po' come il "Labbro di Marcianise", Clemente Russo: in realtà credo che siano aspetti della personalità di ognuno. C'è chi è più equilibrato e chi è più espansivo, ma la sostanza non cambia se hai talento. E di talento, in queste olimpiadi, se n'è visto tanto.

Do svidanija

martedì 17 gennaio 2012

Auguri campione



70 anni. Muhammad Alì compie oggi 70 anni.
Il labbro di Louisville fu il suo primo soprannome, e lo accompagnò per tutta la carriera. Era solito saltellare sul ring e massacrare i timpani degli avversari con offese ed imprecazioni, prima di massacrarli coi pugni. Fu, infatti, l'iventore del trash talking. Vinceva gli incontri prima con le labbra e poi coi pugni. E' passato alla storia il suo martellamento psicologico ai danni di George Foreman in occasione della Rumble into the Jungle, il più famoso incontro di pugilato combattuto nel Novecento, che vide Alì battere Foreman a Kinshasa, in Zaire.
Fluttuava come una farfalla e pungeva come un'ape, Muhammad Alì nato Cassius Clay, nome che ripudiò perchè era un nome da schiavo, mentre Muhammad Alì fu il suo nome da musulmano, religione a cui si convertì ufficialmente il giorno dopo aver sconfitto Sonny Liston entrando nella Nazione dell'Islam, un gruppo radicale musulmano.
E la foto qui sopra celebra proprio quell'incontro: Alì che sovrasta Liston, il quale è già al tappeto nonostante sia passato un solo minuto dall'inizio del primo round.

Alì vinse anche la medaglia d'oro alle olimpiadi di Roma nel 1960, aveva una carriera davanti che sarebbe stata ancor più lucente, se non avesse deciso di mettere in discussione tutto poer i propri ideali: rifiutò di andare a combattere in Vietnam, "perchè nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro". Gli tolsero la licenza per combattere, lo denigrarono, lo misero sulla gogna. Ma alla fine, Alì risorse come un araba fenice.

Grazie Alì, per ciò che hai fatto sul ring, ma soprattutto fuori dal ring.

sabato 5 marzo 2011

The Fighter: un bel film sulla boxe e sulla vita




Ieri sera sono andato al cinema a vedere il film THE FIGHTER di David Russel.
La pellicola è ispirata alla vita e alla storia sportiva del pugile americano di origine irlandese Micky Ward (interpretato da un ottimo Mark Wahlberg), e del suo fratellastro, pugile per un breve periodo e allenatore di Ward, Dicky Eklund (interpretato da un dimagrito e spettacolare Christian Bale).
I due fratelli sono figli della stessa madre ma di due padri diversi, ed hanno anche 7 sorelle. Una famiglia alquanto disastrata in cui Dicky, fratello maggiore ed ex leggenda locale del pugilato per aver combattuto e messo KO Ray Sugar Leonard, è un tossicodipendente incallito: fuma crack con frequenza notevole.
Il canale televisivo HBO decide di fare un film su Dicky, mostrando come il crack distrugga la vita delle persone, anche di quelle un pò famose come "l'orgoglio di Lowell", soprannome di Dicky, che intanto continua ad allenare maldestramente il fratellastro Micky, pugile potenzialmente interessante.
Dopo l'ennesima sconfitta di Micky, costretto a combattere contro un pugile di 10 kg più pesante solo perchè spinto dalla madre (sua manager) e dal fratellastro (che ha sempre bisogno di soldi per farsi di crack), la vita di questa strana famiglia viene sconvolta: Micky pensa di trasferirsi a Las Vegas, dove verrebbe pagato per allenarsi; Dicky vuole che il fratello rimanga lì con lui, e allora cerca di racimolare i soldi per farlo allenare a Lowell. Purtroppo, però, Dicky ne combina un'altra delle sue: fingendosi poliziotto rapina persone che vanno a prostitute, ma viene scoperto, inseguito ed arrestato dalla polizia.
Al momento dell'arresto, Micky interviene per tutelare il fratello ma viene arrestato e pestato dalla polizia, che con un manganello gli frattura volontariamente una mano.
Siccome la fedina penale di Dicky è lunga, egli rimane in carcere per nove mesi e con una cauzione di 25 mila dollari; Micky, invece, che non aveva avuto problemi con la giustizia, viene rilasciato sulla parola.
Micky allora ri avvicina a Charlene, la sua fidanzata conosciuta in un bar, la quale gli apre gli occhi sulla sua condizione esistenziale e familiare: Micky si convince a ricominciare a boxare, ma questa volta senza il fratello e senza la madre - manager.
Prima di un incontro importante, però, Micky va a fare visita a Dicky nel carcere, e quest'ultimo gli consiglia la tattica da seguire per il prossimo incontro. Nonostante i rapporti tra i due fratellastri siano tutt'altro che buoni, Micky esegue ed incredibilmente vince l'incontro, potendo così sperare di competere per il titolo mondiale del pesi leggeri.
Quando Dicky esce dal carcere, i nodi tornano al pettine: madre e fratellastro si riavvicinano, Charlene si allontana. Fortunatamente, però, Dicky capisce che il fratello ha sì bisogno di lui, ma anche e soprattutto ha bisogno di Charlene: va a casa della ragazza, e la convince a tornare.
Ritrovata una piccola serenità familiare, Micky comincia ad allenarsi seriamente col fratello Dicky, fino al giorno dell'incontro. Dopo varie riprese di sofferenza, Dicky fa un discorso al fratello durante il minuto di riposo tra una ripresa ed un'altra: "Tutta la merda che hai dovuto ingoiare in questi anni, sputala fuori sul ring, addosso a quello stronzo del tuo avversario". E' questo il senso del discorso. Mickey si rialza e maciulla l'avversario, sconfiggendolo e diventando campione del mondo.

Questo film, come molti altri film sulla boxe, fa capire che questo sport non è solo pugni, ma anche mentalità, grinta, fame, rivalsa sociale, filosofia di vita. La boxe è come la vita: non si sa mai come va a finire. Mentre stai perdendo pesantemente, puoi tirare un montante e mettere ko il tuo avversario; mentre stai vincendo facilmente, potresti ricevere un colpo fatale e crollare al tappeto. Bisogna sempre stare in guardia, allenare la mente ed il corpo, sapere che Amore e Onore sono i fari dell'esistenza.
The Fighter mostra benissimo queste cose, e lo consiglio a tutti.
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