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venerdì 11 aprile 2014

Madrid boccia il referendum catalano



Con 299 no, 47 si e un astenuto, il Parlamento spagnolo ha detto no al referendum indipendentista indetto unilateralmente dalla Generalitat della Catalogna e in programma il prossimo 9 novembre.

Nei giorni immediatamente precedenti, il premier spagnolo Rajoy aveva già fatto chiaramente capire quale sarebbe stato l’esito del voto del Parlamento di Madrid: “Catalunya libre” deve rimanere un semplice slogan e niente di più. “Non vi può essere nessun referendum indipendentista, ma solo una eventuale revisione della Costituzione”, ha dichiarato il premier di centrodestra, fingendo una apertura verso un blando autonomismo maggiormente accentuato rispetto a quello attuale.

Rajoy, però, non vuole sentire parallelismi con la Scozia, che tra qualche mese sarà chiamata ad un referendum indipendentista: “La Scozia ha presupposti storici o costituzionali molto diversi”. Beh, forse diversi dalla Catalogna, ma non molto diversi dai Paesi Baschi, verso i quali i governi spagnoli (compreso quello Rajoy) non hanno modificato di una virgola l’atteggiamento di contrasto totale ad ogni minimo spiraglio di libertà per Euskadi.
Il presidente catalano, Artur Mas, ha intanto fatto sapere che il referendum indipendentista del 9 novembre ci sarà comunque: “Andiamo avanti, il processo continua. Non ci può fermare la decisione del Parlamento spagnolo. Oggi si è perduta un’altra opportunità, l’ha persa il governo spagnolo. Non ci hanno voluto dare una mano, ma la nostra resterà tesa”. Inoltre, il presidente Mas ha anche lasciato trasparire l’ideale road map: chiudere l’attuale legislatura e indire elezioni anticipate, puntando su un consenso plebiscitario per i partiti indipendentisti catalani.

La battaglia pacifica, quindi, è al momento persa. Davanti agli indipendentisti catalani si aprono solo due strade, se si vuole vincere la guerra: o lavorare per un lento e faticoso cambiamento della Costituzione; o tenere comunque il referendum, vincerlo e mettere la Spagna davanti al dato di fatto che il popolo catalano vuole essere indipendente. Se davvero c’è supporto e adesione popolare alla causa indipendentista, si può riscontrare solo tramite un referendum partecipato e vincente. La via farraginosa e irta di ostacoli della revisione costituzionale difficilmente potrà condurre ai risultati sperati; molto più probabilmente spegnerà la fiamma indipendentista e, alla fine, rimarrà semplicemente un buco nell’acqua.
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mercoledì 12 marzo 2014

Sean Connery: "Referendum scozzese è occasione unica"

Il mio articolo per Insorgenza.it 



Un altro piccolo tassello sull’enorme mosaico dell’indipendenza scozzese. Il famoso attore scozzese Sean Connery, lo 007 che ha ammaliato milioni di spettatori (di entrambi i sessi…), noto per le posizioni antiunitarie sul Regno Unito, si schiera nettamente a favore del SI sul referendum indipendentista scozzese, in programma il 18 settembre. “E’ una occasione unica, da non perdere”, ha dichiarato l’83enne attore nato ad Edimburgo, “con la vittoria del SI ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci una opportunità senza precedenti per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa”.
Questa è solo l’ultima dichiarazione filoindipendentista di Sean Connery. In passato ha avuto modo di dichiarare: “Siamo una nazione piccola ma meritiamo di essere liberi”, oppure “Sostengo la lotta indipendentista da oltre quarant’anni perché credo nell’eguaglianza”. Sulle pagine di Repubblica, in un’intervista del 2012, ha affermato: “ Il primo passo è stato la conquista di un Parlamento autonomo, nel 1997. Il secondo è arrivato nel 2007, con l ́elezione di un governo guidato dallo Scottish National Party. Ora credo che la Scozia abbia ciò che serve per compiere il terzo passo [l'indipendenza, nda], e sono convinto che vi riuscirà nel corso della mia vita”.
Sean Connery ha collaborato attivamente con la campagna referendaria per il SI, dichiarando che ““la campagna per il sì ha scelto una visione positiva della Scozia, fatta di accoglienza e uguaglianza e di quei valori democratici che garantiscono agli scozzesi di essere i guardiani migliori per il loro futuro”. Sul braccio dell’attore scozzese c’è persino un tatuaggio con la scritta Scotland Forever, risalente ai tempi in cui era membro della Marina britannica.
E proprio sul termine “britannico” si è realizzato lo scontro verbale con Roger Moore, altro grande interprete di James Bond. Moore si è sempre dichiarato “contrario alla secessione scozzese”, accusando Connery di soffiare sul fuoco separatista, nonostante sia diventato famoso interpretando “il più britannico dei personaggi”, cioè l’agente 007 di Sua Maestà. Roger Moore si è sempre definito “britannico, più che inglese”.
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domenica 23 febbraio 2014

Provano ad impedire la secessione della Catalunya

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



272 favorevoli, 43 contrari e una astensione. Con questi voti è stata approvata dal Congresso spagnolo una mozione, presentata dal partito Union Progreso y Democracia (UPyD), che impegna il Governo spagnolo al “rifiuto categorico” del “piano secessionista” messo in campo dalla Catalunya, che il prossimo 9 novembre è chiamata ad esprimersi con un referendum sull’eventuale indipendenza della Generalitat catalana.

Il Congresso vuole, con questo voto, mostrare i muscoli contro il movimento indipendentista catalano, il cui parlamento aveva dichiarato la propria sovranità un anno fa, e da allora aveva iniziato a mettere in campo tutte le iniziative atte a realizzare il referendum indipendentista. A favore di questa mozione hanno votato i deputati di UPyD, del Psoe (socialisti) e quelli del Partido Popular (Pp, centrodestra); contro hanno votato i nazionalisti catalani di CiU, quelli dell’Erc, Esquerra Plural, Pnb e gli indipendentisti baschi di Amaiur. La mozione approvata esorta il Governo spagnolo a utilizzare “gli strumenti della Costituzione e l’ordinamento giuridico nel suo insieme per garantire che si compia la legalità”.

Noi insorgenti non possiamo che schierarci contro questa infausta decisione presa dal Congresso spagnolo, che vuole solo tentare un estremo tentativo centralista per scongiurare gli eventuali esiti negativi del referendum indipendentista catalano. Una vittoria del “fronte indipendentista” in Catalunya darebbe maggior vigore alle altre istanze secessioniste (pensiamo ai Baschi), in un anno che prevede anche un referendum “autonomista” in Scozia. Barroso aveva detto, pochi giorni fa: “Una Scozia indipendente è fuori dall’Europa”. Chissà se l’Unione Europea sarà egualmente categorica anche nei confronti della ricca Catalunya.

I popoli europei, costretti in involucri liberticidi e antidemocratici quali sono gli Stati nazionali, oppressi anche dal cappio europeista, hanno deciso di ribellarsi e di liberarsi. Solo gli “ultimi giapponesi” del liberismo e del centralismo possono pensare di usare queste misure per fermare i movimenti di Popolo.
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giovedì 13 febbraio 2014

Addio, Lugano bella…

Il mio articolo, pubblicato su Insorgenza.it 



Partiamo dal principio: i cittadini di uno Stato sovrano si sono espressi su un tema fondamentale quale è l’immigrazione grazie ad uno strumento di democrazia diretta come il referendum. Non è cosa da poco, in questa Europa che impone trattati e politiche monetarie senza mai chiedere ai Popoli di esprimersi. Anzi, tutte le volte che i Popoli si sono espressi – sconfessando clamorosamente le decisioni degli eurotecnocrati – l’Unione Europea ha cambiato le carte in tavola, in puro stile italiano: ricordate il ministero dell’Agricoltura, abolito da un referendum popolare, e sostituito dal ministero delle Politiche Agricole?
Ora analizziamo i dati: ha vinto il fronte favorevole ad una limitazione dei flussi migratori con il 50,3%, mentre il fronte del NO ha raggiunto il 49,7%. In pratica, meno di 25mila voti hanno determinato la vittoria delle formazioni politiche euroscettiche e di destra (l’aggettivo “nazionalista” poco si addice ad una realtà come la Svizzera). Notevoli sono le differenze da cantone a cantone: in quelli di lingua francese hanno prevalso i NO, mentre nel Canton Ticino hanno stravinto i SI. Il contatto con i frontalieri lombardi ha decisamente stancato e infastidito i ticinesi, il cui partito politico – la Lega dei Ticinesi, una sorta di Lega Nord – è diventato famoso per i manifesti in cui i lombardi venivano rappresentati come topi. La Lega dei Ticinesi è stato tra i partiti maggiormente attivi nella campagna referendaria, insieme all’Unione Democratica di Centro.
La vittoria del “referendum antimigranti” (così è stato ribattezzato dai media europei di regime) è stata accolta negativamente dagli Eurotecnocrati, difensori a spada tratta del trattato di Schengen. Può sembrare paradossale, ma non lo è affatto: la libera circolazione delle merci è sempre stata anteposta alla libera circolazione degli individui, fin dagli albori di questa farsa chiamata Unione Europea; era facilmente pronosticabile che, invece di ampliare la libertà di circolazione delle persone limitando quella delle merci, i movimenti popolari avrebbero generato una reazione esattamente contraria. Così infatti è stato, e così sarà se si continuerà a seguire i dettami della globalizzazione capitalista fregandosene delle identità, delle specificità, dei territori. Questa Europa fa paura ai popoli e alle comunità. La sentono distante, quando va bene; nemica, quando va male. Come dargli torto? Un cittadino avverte la presenza dell’Europa sia quando si tratta di stabilire le quote latte o il numero di semini dentro le arance, sia quando vengono decise, a livello continentale e transcontinentale, le politiche regressive e liberticide in campo economico e sociale dei prossimi decenni. Per il resto, l’Europa è una utopia mai realizzata e, conservando le fondamenta liberiste e universaliste, sarà sempre più irrealizzabile. 
Il voto svizzero non va analizzato né giudicato utilizzando le categorie del progressismo e del conservatorismo, ma va considerato per quello che è: la reazione dei cittadini di un piccolo Stato nel cuore dell’Europa, i quali hanno osservato terrorizzati le immagini provenienti dalla Grecia, dalla Spagna e da Lampedusa. Cittadini che hanno appena cominciato ad avere la schiena ferita dalle frustate del Sistema Europa.  
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martedì 28 gennaio 2014

2014, l'anno dei referendum indipendentisti

Il mio articolo pubblicato su Insorgenza.it



Per il mondo indipendentista e identitario, il 2014 sarà un anno fondamentale. I referendum sull’indipendenza della Scozia e della Catalunya rappresentano un evento importantissimo, perché si vede all’orizzonte la possibilità per i Popoli di sottrarsi al giogo degli Stati Nazionali, di derivazione giacobina, per via referendaria.

Il risultato, in entrambi i casi, sarà molto probabilmente negativo, ma non è questo il tema che ci interessa sottolineare. Va invece evidenziata la straordinaria partecipazione di popolo che questi due eventi necessariamente realizzeranno: non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che, nei prossimi mesi, non si interrogherà sugli aspetti positivi e negativi di una eventuale indipendenza; non vi sarà uno Scozzese o un Catalano che non riscoprirà pagine della propria storia popolare volutamente dimenticate o omesse dagli Stati Nazionali in cui sono costretti a vivere, a lavorare, a pagare le tasse, a crescere i figli. Torneranno in auge canzoni e figure, tra lo storico e il leggendario, che solo la cultura popolare più antica e radicata ha permesso che non si smarrissero nel magma indistinto della globalizzazione europea e mondiale.

Va, però, precisato che i motivi alla base dei due referendum sono leggermente diversi: mentre per la Scozia c’è una questione storica, politica e culturale preminente, per la Catalunya (regione ricca e avanzata) il movente è soprattutto, ma non solo, economico. Il primo referendum indipendentista si terrà in Scozia, il 18 settembre. Gli scozzesi saranno chiamati a pronunciarsi sul quesito “Dovrebbe la Scozia essere uno Stato indipendente?”. Bisogna subito notare l’uso del condizionale “dovrebbe” invece dell’indicativo “deve”: l’accordo tra Alex Salmond, Presidente del governo scozzese e leader dello Scottish National Party, e David Cameron, premier inglese conservatore, sancisce che il referendum non avrà effetti immediatamente vincolanti, perché bisognerà ridiscutere temi quali la solidità economica della Scozia, la difesa dello Stato, i rapporti con il Regno Unito e l'adesione a Unione Europea, NATO e altre organizzazioni sovranazionali.

E’ chiaro, però, che una vittoria del SI obbligherebbe Cameron, l’Inghilterra e il Regno Unito a scendere a patti con la Scozia, anche per scongiurare un nuovo “rischio Irlanda”. I sondaggi dicono che la maggioranza degli scozzesi è contraria all’indipendenza, però il fronte del SI cresce col passare dei mesi. La campagna mediatica ha ridato vigore alle tradizioni e alla cultura popolare degli scozzesi, dunque alla loro identità, e in tantissimi hanno cambiato idea, sposando l’idea indipendentista dopo un primo freddo NO.

In Catalunya, invece, si terrà il secondo fondamentale referendum indipendentista del 2014. Il 9 novembre i catalani saranno chiamati a rispondere ad un singolare quesito referendario diviso in due parti: "Volete voi che la Catalogna sia uno Stato?"; in caso di risposta affermativa, “Volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?". Tale formula rappresenta il miglior compromesso possibile raggiunto dalle due anime dell’indipendentismo catalano: quella moderata della CiU, favorevoli alla nascita della Stato Catalano ma possibilisti sulla possibilità di rimanere all’interno di una sorta di “Federazione Spagnola”; quella rivoluzionaria della sinistra repubblicana, l’ERC, che invece spinge sulla necessita per la Catalunya di diventare uno stato indipendente dalla Spagna.

Si è rischiato il naufragio, poi fortunatamente le due anime dell’indipendentismo catalano hanno trovato un accordo, anteponendo l’interesse comune al piccolo tornaconto di bottega. Che sia di auspicio e di esempio anche per gli altri indipendentismi europei, al loro interno spesso divisi perché incapaci di vedere che le cose che li uniscono sono molto di più di quelle che li dividono?
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sabato 21 luglio 2012

Caro Alemanno, la Corte ha detto che non puoi svendere Acea



Ieri la sentenza della Corte Costituzionale, relativa all'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 della finanziaria-bis 2011 (che disponeva la possibilità di privatizzazione dei servizi pubblici da parte degli enti locali), di fatto potrebbe porre fine alla vicenda della vendita di Acea. La sentenza rileva che la disposizione dell'allora Ministro Tremonti, ripristinata dal governo bocconiano di Monti, viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall'articolo 75 della Costituzione.
Una pietra tombale sull'idea di svendere Acea e di privatizzare le altre società che gestiscono i servizi, idrici e non, pubblici? Pare di si, ma con questa classe politica non bisogna mai abbassare la guardia. Più volte è capitato che una norma, espulsa dalla porta, sia rientrata dalla finestra. Ragion per cui i partiti, i movimenti, i comitati e i cittadini farebbero bene a gioire per la vittoria di questa battaglia fondamentale, ben sapendo che la guerra non è ancora finita.



 

giovedì 19 aprile 2012

La Destra capitolina vuole privatizzare Acea!




Intervistato da Sky Tg 24 all'interno della trasmissione "Un caffè con...", il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha parlato di tante cose: dai problemi nazionali ai temi più locali. Particolarmente interessante è stata la risposta sulla questione della privatizzazione di Acea, inserita nella previsione di Bilancio di Roma Capitale:
"La questione holding e la privatizzazione di Acea possono essere una spinta all’economia e possono far entrare risorse nelle casse comunali per gli investimenti. Chi è contro questa ipotesi è contro lo sviluppo della città. I segnali che ho non sono positivi – ha continuato Alemanno - c’è un’opposizione blindata sull’ostruzionismo pregiudiziale. Invece bisogna affrontare questo bilancio comprendendo che siamo in una fase di emergenza. Chi continua a pensare di fare ostruzionismo non si rende conto della situazione drammatica che c’è in città. Ci vuole grande senso di responsabilità e grande attenzione al lato economico. Chiedo al Pd di non paralizzare Roma per mesi perchè abbiamo bisogno di risposte immediate”.

Tradotto in soldoni: Alemanno e la Destra capitolina hanno intenzione di privatizzare Acea, vendendo il 21% delle azioni in possesso del Comune. Nonostante l'ultimo referendum abbia sancito l'impossibilità di privatizzare i servizi idrici locali. E nonostante Acea sia una azienda in attivo, un "gioiello" per dirla con Legambiente Lazio.
La svendita del patrimonio pubblico è nel dna della Destra berlusconiana, e Alemanno giustamente cerca di ottemperare anche ai suoi obblighi verso le lobbies che, magari, potranno tra un anno sponsorizzare la sua ricanditatura a sindaco.
Auspichiamo che TUTTO il centrosinistra romano sia UNITO in questa battaglia CONTRO la privatizzazione di Acea e, in genere, dei servizilocali. Se vi sono problemi e disservizi nel pubblico, è GIUSTO che si risolvano SENZA svendere a privati. Nel caso di Acea, peraltro, siamo addirittura al paradosso della vendita di azioni di una azienda in attivo!

mercoledì 2 novembre 2011

Referendum greco





A volte capita che non si trovino parole migliori per esprimere un pensiero di quelle utilizzate da un ignoto autore di post su qualche forum di politica.
Ho trovato questa risposta, e la faccio mia pubblicandola, a chi chiede se è positiva o negativa la notizia di una consultazione referendaria in Grecia per approvare o meno le misure anticrisi imposte dal Sistema alla popolazione greca:

« Da una parte sono più che felice che il governo greco voglia indire una consultazione popolare per decidere sulle misure anti-crisi.
Dall'altra, però, sono estremamente dubbioso sulla reale intenzione democratica del suddetto governo. Cito un cittadino greco: dovevano chiedere il parere al popolo fin dall'inizio, e non semplicemente scaricare sulla gente la decisione di far fallire il paese o di ridurlo in povertà pur di eseguire ordini esterni.
Papandreou sa che se fa le riforme è politicamente (e spero non anche in altri sensi) morto, e se non le fa la Grecia viene mandata in fallimento da UE, BCE ed FMI. Dunque scarica sul Popolo la responsabilità di farlo, facendo finta di fargli un favore, dopo avergli impedito finora di esprimersi in merito. Altro non è, temo, che scaricabarile, un modo per potersi dichiarare estraneo agli eventi qualunque cosa succeda.

Ad ogni modo, qualunque cosa decidano o sia permesso loro di decidere, faccio i miei migliori e più siceri auguri ai Greci, e a tutti i popoli sottoposti al governo dell'Unione Europea. »

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martedì 21 giugno 2011

Rosy Bindi e la vaselina democratica






Dopo nemmeno una settimana dalla grande vittoria referendaria, il PD manda Rosy Bindi in sostituzione di Bersani a dire queste cose: “non possiamo ritornare ad uno pseudo socialismo di stato come negli anni ’70, lo sforzo riformista sta nell’attualizzare quell’orientamento”.

Tradotto: anche se avete chiaramente votato CONTRO ogni progetto di privatizzazione dei servizi idrici, noi ce ne sbattiamo e la faremo, però farà meno male di quella proposta da Berlusconi.

La differenza tra Pdl e PdmenoL consiste, oltre nella carenza di una consonante, nell'uso della vaselina per il Popolo.
La vaselina democratica.
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mercoledì 15 giugno 2011

Bonelli: "L'Italia s'è desta"







INTERVISTA. Il presidente dei Verdi esulta per una «straordinaria giornata di democrazia» e rilancia il ruolo da protagonista del movimento ecologista, «aperto, trasversale, dentro le realtà civiche».

Cosa rappresenta questo voto?
Una straordinaria giornata di democrazia, in cui l’Italia è diventata il grande parlamento, supplendo ad un potere che non legifera più in nome del popolo italiano. Berlusconi, che ha politicizzato il voto attraverso l’appello a disertare le urne, ha avuto un brutto risveglio e deve trarre le sue conseguenze. Gli italiani hanno votato in massa, facendo l’esatto opposto rispetto a quello che lui aveva chiesto. Sul piano politico, significa che c’è un Paese che sta da una parte e un capo di governo che è sempre più solo, senza maggioranza.

Cosa ci dice il referendum della nostra attuale società?
L’Italia lancia un segnale forte a tutto il mondo, sulla questione del nucleare, dell’acqua pubblica, della legge uguale per tutti. Un segnale di grande civiltà, che il centro-sinistra dovrebbe comprendere, smettendola con la stucchevole storia delle primarie e del leader. Bisogna fare le primarie dei contenuti. Il referendum dimostra che se si parla di contenuti, gli italiani rispondono e gli obiettivi che sembrano impossibili possono essere raggiunti, parlando con semplicità, onestà, sincerità, passione e competenza. Ora c’è da lavorare per una politica energetica basata su rinnovabili, risparmio, efficienza, e per una politica pubblica della gestione delle risorse idriche. Abbiamo sventato una delle più grandi speculazioni finanziarie di sempre. Una giornata straordinaria in cui «l’Italia s’è desta».

Il voto è un punto di partenza?
Ci restituisce un’Italia fatta di nuovi valori rispetto a privatizzazione selvaggia, egoismo, corruttela. Riaffermare il no alle centrali nucleari e il sì all’acqua pubblica, mette al centro i grandi principi al posto dei grandi business. Il nucleare era un affare da 30 miliardi di euro, gestito da grandi aziende rapinando le tasche degli italiani. Il referendum segna un voto trasversale della società, un’Italia post-ideologica, stanca delle contrapposizioni politiciste e partitiche. Si rilancia così anche il movimento verde ecologista, che con grande umiltà deve capire le ragioni che nel passato lo hanno portato ad essere marginale e quelle del presente che lo hanno reso protagonista. Dal mio punto di vista, è la conferma che la linea attuata è vincente: aprirsi alla società, alle realtà civiche, essere meno ceto politico e diventare più persone al servizio della politica, stare dentro i movimenti, tra la gente, trasversalmente. Dopo le scelte su acqua e nucleare, vengono ora quelle sulle spese per gli armamenti, sulle politiche socialmente utili, a partire da sanità, pensioni, precariato e trasporto pubblico.


da Terranews

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lunedì 13 giugno 2011

Abbiamo vinto!

Alla faccia degli speculatori, dei liberisti e dei mafiosi...
alla faccia di chi voleva toglierci l'acqua...
alla faccia di chi voleva distruggere l'ambiente...
alla faccia di chi voleva boicottare le energie rinnovabili...
alla faccia di chi voleva far giocare i nostri figli su terreni neri sotto cieli atomici...
alla faccia di chi voleva distribuire l'acqua come la benzina...
alla faccia di chi vuole difendersi DAI processi...
alla faccia dei vecchi pedofili che fanno il bunga bunga...
alla faccia del Regime che ci governa, e le cui leggi abbiamo bocciato...
alla faccia dei Disponibili che si sono chiamati Responsabili ma sono solo venduti...
alla faccia delle zoccole che sono state elette nelle istituzioni...

ABBIAMO VINTO!!!

e adesso ROSICATE


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Dobbiamo raggiungere il quorum!







Manca poco per raggiungere il Quorum!!!
Andiamo a votare!!!! Portiamo gente a votare!!!
Dai che ci batte il Quorum!!!
Dai che gli facciamo un Quorum così agli speculatori e al governo!!!
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sabato 11 giugno 2011

Equilibrio, non moderazione




Questo blog ha la bava alla bocca. E' incazzato nero. Si è rotto i coglioni di questi moderatini che non hanno il coraggio di dire che in Italia serve una catarsi, una rigenerazione totale delle coscienze e della classe dirigente.
Domani e dopodomani si voterà per i referendum. Abbiamo la possibilità di dare un calcio in culo a tutti quegli speculatori che non aspettano altro che mettere le mani sugli appalti per la privatizzazione della gestione dei servizi pubblici (acqua, trasporti, rifiuti, ecc...) e sull'energia nucleare. Pensate un pò: moltissimi nuclearisti convinti, tra cui l'ex presidente di Legambiente Chicco Testa, sono imprenditori nel settore delle rinnovabili. Come ve lo spiegate? Sembra una contraddizione, vero? E invece no: questi maiali vogliono papparsi i finanziamenti di ogni settore energetico, dall'eolico al solare, dal idroelettrico al nucleare.
Abbiamo visto ciò che è successo a Cernobyl. Abbiamo visto ciò che sta succedendo in Giappone. Abbiamo elencato tutti i disastri nucleari avvenuti negli ultimi 50 anni. Niente. Questi maiali continuano a voler fare i miliardi sulla nostra salute.
Abbiamo dimostrato, tabelle alla mano, che ovunque vi sia stata una privatizzazione della gestione dei servizi pubblici, le tariffe sono aumentate e la qualità del servizio non è migliorato.
Ed infine, last but not least, abbiamo il legittimo impedimento: una legge fatta ad hoc per un settantene pedofilo che vuole sottrarsi ai molteplici processi in cui è coinvolto, e che paga una corte di servi e di troie piazzata nelle istituzioni e nei mass media. Questa corte ha un unico compito: ripetere il mantra della persecuzione nei confronti del miliardario settantenne.

Questo è quanto. A questo è ridotta l'Italia, una nazione che ha la Costituzione più avanzata tra tutte le costituzioni europee ed occidentali. Una nazione che per secoli, per millenni, è stato il centro culturale e politico del pianeta. Ed oggi è ridotta a baciare le mani al dittatore berbero di turno o ad avere ministri, come quelli della Lega, che ai tempi di Mussolini ed Hitler sarebbero stati trattati secondo i dettami del programma Aktion T4.

Contro questa deriva esistenziale non ci può essere dubbio. Bisogna agire. Anzi, reAgire. Opporsi. Ribellarsi. E smascherare tutti gli inganni della moderazione.
Siamo sull'orlo di un baratro, e per non cadere serve equilibrio. Non moderazione.



VIKTOR NILIN
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Two Antinuclear Metal Songs

FALSOS PROFETAS



PIEL DE SERPIENTE

venerdì 10 giugno 2011

Grande azione di Greenpeace






Siamo di nuovo in azione. Questa volta non per protestare, ma per mandare un messaggio a tutti gli italiani: il 12 e 13 giugno votiamo Sì al Referendum per fermare il nucleare.

L'azione è partita stamattina all'alba. Primo round ore 7, striscione di 300 metri quadri sul Colosseo a Roma. Secondo round ore 9 da Ponte Vecchio a Firenze. Terzo round ore 10 sul Campanile di San Marco a Venezia. Tre luoghi simbolo del nostro Paese e un solo messaggio: "Italia, ferma il nucleare. Vota Sì".!

Insieme ai nostri attivisti anche i ragazzi de http://www.ipazzisietevoi.org/ che hanno aperto un altro striscione con lo slogan della loro protesta "I pazzi siete voi. Il nucleare non è il nostro futuro".

Ora, tra noi e un futuro senza nucleare c'è solo un ostacolo: il Quorum. Perciò, informiamo e mobilitiamo parenti, amici e vicini fino all'ultimo minuto. Il passaparola è l'unico strumento per rimediare alla censura di molti media. E tu quante persone porterai a votare?

Salvatore Barbera
Responsabile campagna Nucleare
Greenpeace Italia
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Beppe Grillo: "Il quorum è una fregatura"






http://www.beppegrillo.it/2011/06/il_quorum_e_un/index.html

Il quorum è un furto di democrazia. Un modo costituzionale per fottere il cittadino. Le porte del Palazzo devono rimanere chiuse. E' inammissibile che chi ricopre una carica pubblica inviti la gente a non andare a votare, andrebbe denunciato. In giro ci sono solo manifesti per il SI, quelli del NO sono assenti. Chi vuole il nucleare e impossessarsi dell'acqua pubblica a scopi di lucro non può invitare a votare NO. Se lo facesse si sparerebbe nelle palle. Ci sarebbero infatti maggiori probabilità di ottenere il quorum. Preferisce quindi usare la tattica vigliacca di stare in silenzio, di depistare gli elettori fornendo persino date false attraverso le televisioni di Stato come il Tg1 e il Tg2. Sanno che l'opinione pubblica ha già deciso, che i SI saranno maggioranza con o senza quorum e allora puntano tutto sulla diserzione alle urne. L'Italia è una dittatura con due soli spiragli di democrazia. Due lumini sempre più fiochi di partecipazione: la proposta di legge popolare e il referendum. La prima è solo fumo negli occhi, puoi raccogliere 350.000 firme per una nuova legge elettorale, come per Parlamento Pulito, e Schifani può usarle per pulirsi il culo senza che nessuno possa obiettare, in questi giorni ricorre il secondo anniversario della mia audizione alla commissione affari costituzionali per presentare la legge... Il referendum, quando supera le barriere della disinformazione durante la raccolta di firme e il giudizio della Corte Costituzionale e viene finalmente messo in calendario, diventa allora una pistola caricata contro la partitocrazia che inizia subito l'osceno balletto per depotenziarlo. Il primo passo è evitare qualunque accorpamento con elezioni amministrative, politiche o europee. Il secondo passo è scegliere una data estiva per il voto. Il terzo è evitare di parlarne o invitare la gente a stare a casa o ad andare al mare, come hanno fatto Formigoni e a suo tempo Craxi. E' ormai evidente che democrazia e partitocrazia sono inconciliabili. Quando esiste la prima non può esistere la seconda e viceversa. La democrazia è per i partiti italiani l'equivalente della luce per i vampiri, non possono tollerarla. Per questo il MoVimento 5 Stelle cercherà di introdurre il referendum sia abrogativo e che propositivo senza quorum (chi non vota conta zero), come riportato nel suo Programma.

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giovedì 9 giugno 2011

Beppe Grillo: "Il quorum è una fregatura!"

http://www.beppegrillo.it/2011/06/il_quorum_e_un/index.html

Il quorum è un furto di democrazia. Un modo costituzionale per fottere il cittadino. Le porte del Palazzo devono rimanere chiuse. E' inammissibile che chi ricopre una carica pubblica inviti la gente a non andare a votare, andrebbe denunciato. In giro ci sono solo manifesti per il SI, quelli del NO sono assenti. Chi vuole il nucleare e impossessarsi dell'acqua pubblica a scopi di lucro non può invitare a votare NO. Se lo facesse si sparerebbe nelle palle. Ci sarebbero infatti maggiori probabilità di ottenere il quorum. Preferisce quindi usare la tattica vigliacca di stare in silenzio, di depistare gli elettori fornendo persino date false attraverso le televisioni di Stato come il Tg1 e il Tg2. Sanno che l'opinione pubblica ha già deciso, che i SI saranno maggioranza con o senza quorum e allora puntano tutto sulla diserzione alle urne. L'Italia è una dittatura con due soli spiragli di democrazia. Due lumini sempre più fiochi di partecipazione: la proposta di legge popolare e il referendum. La prima è solo fumo negli occhi, puoi raccogliere 350.000 firme per una nuova legge elettorale, come per Parlamento Pulito, e Schifani può usarle per pulirsi il culo senza che nessuno possa obiettare, in questi giorni ricorre il secondo anniversario della mia audizione alla commissione affari costituzionali per presentare la legge... Il referendum, quando supera le barriere della disinformazione durante la raccolta di firme e il giudizio della Corte Costituzionale e viene finalmente messo in calendario, diventa allora una pistola caricata contro la partitocrazia che inizia subito l'osceno balletto per depotenziarlo. Il primo passo è evitare qualunque accorpamento con elezioni amministrative, politiche o europee. Il secondo passo è scegliere una data estiva per il voto. Il terzo è evitare di parlarne o invitare la gente a stare a casa o ad andare al mare, come hanno fatto Formigoni e a suo tempo Craxi. E' ormai evidente che democrazia e partitocrazia sono inconciliabili. Quando esiste la prima non può esistere la seconda e viceversa. La democrazia è per i partiti italiani l'equivalente della luce per i vampiri, non possono tollerarla. Per questo il MoVimento 5 Stelle cercherà di introdurre il referendum sia abrogativo e che propositivo senza quorum (chi non vota conta zero), come riportato nel suo Programma.
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martedì 7 giugno 2011

La Consulta ammette il referendum sul nucleare


Altra supposta amara per Berlusconi ed i suoi servi. Il ducetto di Arcore non è riuscito ad impedire la consultazione referendaria sul nucleare, che egli teme - e noi speriamo - possa fare da traino anche per gli altri questiti, i due sull'acqua e quello sul legittimo impedimento.

Quindi, cari cittadini, il 12 e 13 giugno bisogna andare alle urne e votare SI su tutte e quattro le schede!

CI FANNO VOTARE!!!

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Ecco perchè bisogna votare SI ai referendum sull'acqua









Oltre 300 milioni di euro. È questa la cifra che, alla vigilia del referendum, le utilities quotate in Borsa con attività nell’acqua distribuiscono ai loro soci sotto forma di dividendi. Naturalmente dopo aver pagato 8,6 milioni di compensi ad amministratori e sindaci. Le municipalizzate quotate a Piazza Affari che oltre all’acqua gestiscono servizi di energia l’anno scorso hanno realizzato utili per complessivi 443 milioni e dichiarato investimenti per 1,4 miliardi. La più generosa è Iren. Terzo operatore italiano dei servizi idrici integrati nato nel 2010 dalla fusione tra Iride (a sua volta frutto delle nozze tra Aem Torino e Amga Genova) ed Enia (Agac Reggio Emilia e Amps Parma e Tesa Piacenza), l’azienda, che vanta tra i soci i comuni di Torino, Genova, Parma e Reggio Emilia, oltre a un folto gruppo di piccoli comuni delle province di Reggio, Parma e Piacenza, ha guadagnato 178 milioni, un centinaio dei quali torneranno agli azionisti.

Nel dettaglio nelle casse degli enti pubblici andranno complessivamente 52,6 milioni, ben 30 dei quali ai comuni di Torino e Genova. Il resto è per Intesa San Paolo (3 milioni) e la Fondazione Crt (2,5 milioni) di Fabrizio Palenzona. Per Iride, che tra i partner più rilevanti conta il fondo F2I di Vito Gamberale, suo socio in Mediterranea delle Acque e che dà lavoro a 4.572 persone, il business dell’acqua è però solo una piccola fetta del totale, pari a circa un quinto dei margini.

Decisamente più importante è invece per la romana Acea, 6.700 dipendenti e già campo di battaglia tra il comune di Roma, i francesi di Gdf e il costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone. Quest’ultimo infatti è molto interessato proprio all’oro blu e non è disposto a cedere ai francesi, che pure in Italia hanno diverse alleanze con enti pubblici per la gestione del servizio idrico. Il punto è che il business dell’acqua fa gola ai privati perchè nei prossimi trent’anni servono 64 miliardi di investimenti, 14 per cento dei quali dovrebbe arrivare dalle casse pubbliche. Di qui l’interesse per Acea, che gestisce il servizio idrico negli ambiti ottimali territoriali (Ato) di Roma, Frosinone e province, oltre a significative presenze in Toscana, Umbria, Campania e altre aree del Lazio, per un totale di 8,5 milioni di abitanti.

Il gruppo, che nel 2010 ha speso in pubblicità e sponsorizzazioni oltre 8 milioni, deve infatti quasi il 43 per cento dei suoi 666,5 milioni di margini all’acqua, nella quale dichiara di aver investito, nello scorso esercizio, 202,8 milioni. E dopo aver chiuso il bilancio con utili per 92,1 milioni, investimenti in calo di quasi 45 milioni a 473 milioni per “l’esigenza di calmierare l’espansione dell’indebitamento” che al 31 dicembre ammontava a 2,2 miliardi, si appresta a distribuire 95 milioni agli azionisti: poco più della metà, 48 milioni, al comune di Roma, mentre a Caltagirone sono destinati 14 milioni e ai francesi quasi 11. Ad amministratori e sindaci, invece, è già andato più di 1 milione e mezzo, 72mila euro dei quali al consigliere indipendente in quota Campidoglio Luigi Pelaggi, già noto per il suo contemporaneo ruolo di capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente.

Conflitti d’interesse a parte, gli organi di amministrazione e controllo meglio retribuiti, però, sono quelli della bolognese Hera (oltre 6.400 dipendenti), che nel 2010 hanno percepito in totale ben 2,56 milioni. Del resto il secondo operatore italiano dell’acqua – l’anno scorso gli ha portato il 23 per cento dei 607 milioni di margine – ha chiuso l’esercizio con utili per 142 milioni e debiti per 1,86 miliardi, dopo investimenti per 341,9 milioni, il 27 per cento dei quali nel servizio idrico integrato che copre sette province dell’Emilia Romagna e del nord delle Marche. Ai soci andranno un centinaio di milioni in cedole, il 12,5 per cento in più del 2009. Quindi una quindicina di milioni al comune di Bologna, poco più di una dozzina a Modena, 7 a Ravenna, 5 a Imola, mentre a Rimini, Cesena e Ferrara andranno quote comprese tra 2 e 2,7 milioni, somme simili a quelle destinate agli investitori di Lazard e a Carimonte Holding.

Cifre lontane anni luce dalle piccole Acegas-Aps e Acsm-Agam, che però quanto a debito e stipendi degli amministratori, fatte le dovute proporzioni, non hanno nulla da invidiare alle grandi. Soprattutto la prima, che distribuisce l’acqua nelle aree di Trieste e Padova e ha chiuso il 2010 con 22 milioni di utili, 96,7 milioni di investimenti e ben 439 milioni di indebitamento. In attesa di trovare una soluzione al debito generato negli anni da una serie di operazioni finanziarie che hanno coinvolto i due comuni azionisti, con l’incombente rata da 250 milioni verso Intesa Sanpaolo che scadrà nel 2012, la municipalizzata del nord-est (1.700 dipendenti e il 35% dei margini generati dall’acqua) quest’anno ha stanziato per le cedole poco meno della metà dei profitti: 9,89 milioni. Il 62,84%, cioè 6,17 milioni, sono per Acegas-Aps holding, che a sua volta è controllata dai comuni di Padova e Trieste. A seguire, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste con circa 500mila euro e il socio-creditore Intesa con 360mila euro. É andata meglio agli amministratori e ai sindaci che hanno incassato quasi 1,4 milioni. Circa il doppio dei colleghi brianzoli di Acsm-Agam, 423 dipendenti, poco più di 8 milioni di utili nel 2010 dopo investimenti per 7,7 milioni e margini per quasi 40 milioni (solo 4 riferibili all’acqua) e un debito di 115 milioni. A spartirsi 4,6 milioni di cedola sono stati i comuni di Monza (29%), Como (25%) e la collega di Milano e Brescia A2A (22%). Pochi ma buoni, commenterebbero da Torino, dopo che Acque Potabili, affossata dalle attività siciliane, ha lasciato i soci a secco. Perché l’oro non luccica per tutti, anche se è un’indubbia fonte di cupidigia.
da IL FATTO QUOTIDIANO

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sabato 4 giugno 2011

Non ci vogliono far votare!









Tipico esempio di democrazia liberale: il Regime Berlusconi ricorre alla Consulta (che lunedì eleggerà come presidente un uomo del centrodestra) per rendere inammissibile il referendum sul nucleare, che fa da traino anche per gli altri (e al dittatore interessa soprattutto quello sul legittimo impedimento).

di SILVIO BUZZANCA

ROMA - Silvio Berlusconi con una mano giura di voler rispettare il verdetto popolare sui referendum, soprattutto quello sul nucleare. Ma con l'altra lavora ancora al "sabotaggio" del quesito. Il governo, infatti, il primo giugno, con una lettera firmata da Gianni Letta, ha chiesto all'Avvocatura generale dello Stato, di "intervenire" all'udienza della Corte costituzionale sull'ammissibilità del nuovo quesito sul nucleare dopo il via libera dato dall'Ufficio per il referendum della Cassazione. Con il mandato chiarissimo di "evidenziare l'inammissibilità della consultazione".

Dunque gli avvocati dello Stato martedì chiederanno che ai cittadini sia impedito di votare sul nucleare. Mentre il premier giura in tv che "i referendum sono inutili e fuorvianti", ma che "il governo si rimetterà alla volontà dei cittadini; l'esito del referendum non ha nulla a che vedere con il governo: se i cittadini non vorranno il nucleare, il governo ne prenderà atto". "Inutili?", chiede Pierluigi Bersani: "Credo - dice - che quello del referendum sia un voto utilissimo". Gli avvocati nella loro memoria di fatto sollevano anche un conflitto di attribuzione "mascherato" su chi debba "verificare la permanenza dell'originaria intenzione del legislatore". E sostengono che il potere non spetta alla Cassazione. Nel merito, i legali di Palazzo Chigi spiegheranno ai giudici che non si deve andare a votare perché il referendum "avrebbe a questo punto un oggetto del tutto difforme rispetto al quesito in base al quale sono state raccolte le firme". Il quesito inoltre sarebbe inammissibile perché non sarebbe di tipo abrogativo, ma consultivo o propositivo.

Insomma il governo questo referendum non lo vuole proprio celebrare. E a Palazzo Chigi sperano ancora di potere ribaltare l'esito di una battaglia che al momento li vede perdenti. Lo rivela l'interesse con cui segue la vicenda il ministro Paolo Romani e quello che dice: "Ritengo che la Cassazione abbia riproposto un quesito referendario che non è stato sottoscritto da coloro che hanno chiesto di fare il referendum, quindi per dare un giudizio: aspetto la sentenza della Consulta". La questione si fa ancora più complessa alla luce delle motivazioni dell'Ufficio per il referendum che sono state rese note ieri. Intanto c'è da notare che il relatore non ha scritto la sentenza: segno di grande divisione fra i giudici. Che hanno constato, a maggioranza, che nelle nuove norme c'è una "manifesta contraddizione con le dichiarate abrogazioni" e si "dà luogo a una flessibile politica dell'energia che include e non esclude anche nei tempi più prossimi la produzione a mezzo di energia nucleare". Per i giudici il famoso comma 1 dell'articolo 5 "apre nell'immediato al nucleare (solo apparentemente cancellato". La sentenza appare molto "politica" e potrebbe prestare il fianco a qualche critica da parte dei giudici costituzionali, lasciando sul tappeto qualche dubbio sulla decisione della Consulta. Consulta che proprio lunedì eleggerà Alfonso Quaranta, che piace al centrodestra, nuovo presidente.

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